Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, a Paola Petrella, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su a.lanza@email.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

L’uomo puma

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 You’ll believe a man can fly. Crederete che un uomo può volare.

La famosa tag-line, che campeggia potente sulla locandina del Superman di Richard Donner, è stata portavoce di un’incredibile miracolo cinematografico. Il realismo con cui il compianto Christopher Reeve spiccava il volo valse al film un Oscar per i migliori effetti speciali, nel 1979, e tutto il lavoro di Roy Field, Derek Meddings e compagni, negli effetti visivi, restò nella storia del cinema.

Finalmente qualcuno aveva sdoganato i supereroi sul grande schermo, con qualità e dignità mai ottenute in precedenza, tanto da essere apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Come resistere quindi all’onda di tale successo? Di certo non ha resistito Alberto de Martino, regista e sceneggiatore romano, che seguendo la scia del kryptoniano decise di mostrare al mondo che anche l’Italia può dire la sua in fatto di supereroi. Purtroppo però, quando gli italiani fanno gli americani non tutto va per il verso giusto e L’Uomo Puma ne è un esempio fin troppo perfetto.

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Spunto di tutta l’operazione pare essere la famosa e famigerata Teoria degli antichi astronauti, l’ipotesi riguardante il presunto contatto tra civiltà extraterrestri e, tra le altre, civiltà precolombiane, come Maya e Aztechi. Che visitatori di un altro pianeta abbiano passato le ferie natalizie sulla Terra, o che vi abbiano ambientato i loro festini genetici, poco importa, se non per il fatto che De Martino sfrutta l’incipit per dare vita al più improbabile degli eroi. Infatti il protagonista, Tony Farms, è discendente diretto del primo uomo puma, alieno giunto in Sudamerica per copulare e dare vita a una stirpe di esseri superiori votati alla giustizia. Tralasciando l’imbarazzante astronave con la quale questi extraterrestri viaggiano, un incrocio tra la Morte Nera e un lampadario, se tutti i discendenti sono scaltri e intelligenti come il nostro novello superman, si capisce perché il mondo sta ancora uno schifo. Paleontologo amante del jogging, Tony si trova coinvolto, suo malgrado, nella battaglia contro Kobras, criminale senza scrupoli in possesso di un’antica maschera donata agli aztechi dai visitatori alieni. Il manufatto dorato consente di controllare la mente delle persone e l’unico ostacolo all’ascesa inarrestabile di Kobras al potere è, inutile dirlo, l’Uomo Puma. Con l’aiuto di un sacerdote azteco, Vadinho, Tony imparerà ad usare i suoi poteri per sconfiggere il cattivo e salvare il mondo, restituendo la maschera all’isolamento degli altipiani sudamericani.

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Purtroppo, il riassunto della trama non è in grado di svelare le trovate geniali che L’Uomo Puma è capace di regalare. Trovate che si snodano tra un tempo morto e l’altro, lungo una storia sicuramente lineare, ma pregna di elementi così scalcagnati che per tutta la durata del film tenerezza e indignazione si alternano senza sosta. E davvero non potrebbe essere altrimenti, visto il supereroe in questione, con la sua incapacità cronica di pensare ad un piano sensato per sistemare la situazione e l’imbarazzante costume da impiegato del mese, con tanto di pantaloni casual e mantellina. Ma soprattutto, con i suoi incredibili poteri, ovviamente derivati dall’animale di cui ostenta il nome. Infatti, Tony può volare, teletrasportarsi attraversando le pareti e fingersi morto per dieci minuti. Esattamente come il puma.

De Martino e sceneggiatori dovevano avere le idee un po’ confuse.

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Mal criticato e spesso deriso, The Pumaman, com’è conosciuto negli States, vanta una pochezza visiva e narrativa che riesce nell’impresa di affossare l’unico elemento positivo dell’operazione, quel Donald Pleasence che per l’ennesima volta si trova ad interpretare un cattivo caricaturale e macchiettistico. Nemmeno lui solleva le sorti di un film che fa acqua da tutte le parti, dove è l’aiutante Vadinho a pensare e a fare il lavoro sporco mentre l’eroe di turno, scandalosamente inutile, si becca la gloria e la pomiciata finale con la bella Sydne Rome, doppiata da sé stessa con risultati scioccanti.

Come scioccanti sono gli effetti speciali, che tra voli e teletrasporti lasciano letteralmente a bocca aperta lo spettatore, incapace di credere a ciò che sta guardando: Tony compie traiettorie inumane e impossibili, mentre finge di volare appiccicato allo sfondo in movimento, mandando a quel paese la prospettiva e qualunque parvenza di almeno un minimo sindacale di realismo. Non stupisce che l’inespressivo Walter George Alton, l’Uomo Puma, abbia lasciato il mondo del cinema per dedicarsi alla carriera di avvocato. Con la speranza che in tribunale non abbia bisogno di un Vadinho a risolvere la situazione.

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Siamo nel 1980, anno di Incubo sulla città contaminata, Apocalypse domani e L’Impero colpisce ancora. L’Uomo Puma gioca la sua partita, ma rimane forse troppo, volutamente, puerile, per far presa su di un pubblico ormai smaliziato e abituato ad una rivoluzione inarrestabile in campo visivo. Questo decreta l’insuccesso di un film a suo modo curiosamente divertente, come solo un opera tanto brutta da diventare bella può essere. Ma badate bene di pesare attentamente queste ultime parole, un fraintendimento può essere l’inizio della fine.

Manuel “Ash” Leale

L’uomo puma

Anno: 1980

Regia: Alberto De Martino

Interpreti: Walter George Alton, Donald Pleasence, Sydne Rome, Miguel Angel Fuentes, Silvano Tranquilli, Benito Stefanelli, Guido Lollobrigida

Durata: 90 min.

VHS: MVP

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Giovani, belle… probabilmente ricche

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Non c’è niente di peggio di un film comico che non fa ridere. Giovani, belle… probabilmente ricche ha il triste primato di essere una tra le commedie meno divertenti che io ricordi, soprattutto per il suo accumulo di situazioni patetiche e insistentemente banali. Purtroppo esistono film che ti fanno sentire sporco come dopo uno stupro, macchine cinematografiche inventate forse dal Diavolo, e in questo il film di Tarantini ne è uno degli esponenti più eloquenti. Eppure l’inizio non prometteva male, soprattutto quando la vicenda, raccontata da una voce over femminile, faceva sperare in una commedia brillante sofistica.

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Ok bisogna essere grulli epocali, con i calzoni da monellaccio e la bocca sporca di gelato al cioccolato, per sperare in Billy Wilder davanti ad un film che sfoggia con vanto cabarettisti prestati al cinema e spogliarelli come se non ci fosse un domani. Certo che la carriera di Tarantini è costellata più di tonfi che di balzelli, ma è anche vero che quei buoni film sono buoni davvero, basti pensare al grandissimo Poliziotti violenti con Henry Silva e Antonio Sabato, stilisticamente una vera gioia per gli occhi. Probabilmente il senso dell’umorismo di Tarantini è fermo alla sua fase anale con il dito sporco di cacca e la risata molesta, ma sia dato atto che se, esiste un terribile La moglie in bianco… l’amante al pepe, di contro c’è un caposaldo come La liceale, stupidello quanto si vuole ma godibilissimo anche ai giorni nostri. Giovani, belle… probabilmente ricche fallisce anche sul piano voyeuristico, uno dei punti di forza del genere, una cosa che ti fa smettere di credere in Dio perchè, se sai che la Terra è rotonda, sei anche convinto che una commediaccia deve essere generosa di nudi. Cioè io mi dico: scritturi tre topolone galattiche al pari di Carmen Russo, tette mitologiche, Nadia Cassini, culo epico, e Olinka Hardiman qui Link, una che è stata generosa fino al giorno prima con l’hardcore, e non le spogli nemmeno? Le lasci in mutandine?

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Dico, Tarantini, ma che cazzo fai? In più il film è un continuo accumulo di situazioni cretine che non fanno ridere mai, lasciano sgomentati da quanto sono stupide con l’aggravante della ripetizione, del ridondante, della gang ripetuta perché forse considerata riuscita. E’ il caso del marito di Carla (Carmen Russo), interpretato da Sergio Leonardi, romanissimo ma qui in versione siciliana, protagonista della gag meno ispirata di tutta la pellicola: sul momento di scoprire l’adulterio della moglie casca da una finestra finendo come un Willy il coyote Warner su un camioncino che lo porta lontano. Ecco, questa scena viene riproposta almeno tre volte, non facendo ridere purtroppo mai. Bisogna dire però che Tarantini ha un gusto non comune nel nonsense: i suoi personaggi, un po’ in tutte le commedie, vivono una dimensione quasi da folle cartoon alla Tex Avery, con travestimenti e martellate, soprattutto nel terribile Crema, cioccolata e pa…prika. Peccato che in Tarantini ci sia il guizzo mai esploso, le idee che potrebbero essere geniali ma vengono svilite da una messa in scena da pulciaro, una sagra della mediocrità che è questa sì imponente. A scrivere questa sciocchezza si sono messi in tre: oltre al regista, il grande Tito Carpi, che nella commedia ha dato un capolavoro come Per amare Ofelia, e Francesco Milizia, una penna che ha fatto la storia del genere “chiappa e spada”.Tra gli attori si segnala il mai troppo apprezzato Gianfranco D’Angelo e il Gianni Ciardo di tanti Sergio Martino con Gigi e Andrea anni 80, senza dimenticare il cammeo di due caratteristi straordinari come Franco Diogene e Nello Pazzafini. Sarà poi l’occhio che mi si chiudeva più volte, ma leggo su imdb anche la presenza della mitica Carla Gravina dell’Anticristo, un cameo che non ricordo proprio. Di notevole Giovani, belle… probabilmente ricche ha soprattutto come scenario la bellissima città di Orvieto, ma per il resto, tra inseguimenti noiosissimi e una totale assenza d’idee, il film è da evitare come la peste. Il Tarantini migliore resta fuori dal genere dove è diventato famoso, cosa curiosissima.

Andrea Lanza

Giovani, belle… probabilmente ricche

Titoli alternativi: Amiche mie, Le fichissime

Anno: 1982Regia: Michele Massimo Tarantini

Interpreti: Carmen Russo, Nadia Cassini, Olivia Link, Michele Gammino, Lucio Montanaro, Gianfranco D’Angelo, Gianfranco Barra, Franco Diogene, Nino Terzo, Nello Pazzafini, Gianni Ciardo

Durata: 90 min.

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Nudo e selvaggio

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Un gruppo di 9 turisti precipita con l’aereo nella giungla amazzonica. Tre dei passeggeri muoiono sul colpo mentre i 6 superstiti dovranno cercare di mettersi in salvo. Durante il tragitto incontreranno problemi di ogni tipo: animali selvatici, piranha, sabbie mobili, un popolo di feroci cannibali conosciuti come gli “Aquara” e infine dei cacciatori di diamanti con a capo il sadico China. Alla fine soltanto in due scamperanno alla morte e riusciranno a fuggire a bordo di un elicottero.

Non avrei scommesso una cicca su questo Nudo e selvaggio, partendo dal suo regista, il discontinuo Michele Massimo Tarantini, uno capace, è vero, di girare una strafigata come Poliziotti violenti, ma anche abomini di incredibile ignoranza cinematografica. Io ci metto tutta la buona volontà del mondo, ma davanti a cose come Italiani a Rio non rido, mi cadono le palle e vivo una vera esperienza torture porn. Però questo Nudo e selvaggio (all’Estero Massacre in dinosaur valley) è divertente, una tra le visioni più gustose degli ultimi anni, qualcosa che a 14 anni mi avrebbe sicuramente sconvolto ed emozionato, mannaggia agli anni che passano! Nessuno pensi però che sia un capolavoro, mai detto, e neppure un buon film seguendo regole mereghettiane di critica, ma è una pellicola così dannatamente assurda, folle e a suo modo geniale che te ne freghi del bello, di Mereghetti e pure di sticazzi perché sei sul Blue tornado di Gardaland, e fanculo tutto.

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Tarantini, come mi faceva notare l’amico Eugenio Ercolani in una dotta metafora, è come un bambino che vuole imitare gli adulti in cucina: cerca di preparare dei manicaretti e perciò mette nella pentola tutto quello che per lui è buono, dal cioccolato al salame, ed è convinto che l’equazione buono più buono dia buonissimo, anche se alla fine quello che ne uscirà sarà di sicuro una schifezza. Però per alcune assurde leggi della natura, sia dato atto che ho visto mangiare cioccolato con la maionese con gusto, a volte capita che quel pastone poco invitante abbia un buon sapore, un po’ come quelle strane carni in scatola al discount, amiche dell’infarto ma porca troia quanto gustose. A Tarantini piacciono le tette e voilà ci mette le tette, a iosa, così come i culi e le belle donne, poi vuole l’avventura ed ecco che ai suoi protagonisti succedono le peggio cose tra piranhas e cannibali, poi ancora la fantascienza e spunta fuori un sacerdote dalle mani di dinosauro, ma non pago vuole pure l’azione rambiana ed ecco che arrivano dei cacciatori di diamanti, poi mischia, assaggia, no ci vuole una scena lesbo, no ora il protagonista deve essere come Terence Hill, riassaggia, fantastico!

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Non tutto funziona, e d’altronde come potrebbe essere il contrario, ma nel complesso ci si trova davanti ad un film davvero vivace e divertente, il cazzatone grindhouse ricercato inutilmente da Rodriguez con il suo Machete. Anche perché Nudo e selvaggio è vittima della fortuna, del suo essere perfetto nell’imperfezione, nell’iperbole insistente, nelle immagini sciatte che richiamano le commedie più becere, nel suo ritmo a 300 km all’ora, nel cambio repentino di generi, qualcosa che non nasce tanto dal cervello quanto dalla pancia, e per questo risulta vincente. In questo contesto anche le musiche, all’apparenza azzardate per un film che si vorrebbe drammatico, scippate soprattutto all’inizio da L’allenatore nel pallone, non stonano nel loro connubio dolce-amaro, ritmi allegri a precedere massacri e sbudellamenti, assolutamente speculari alla commistione di generi che il regista mette in scena. Tarantini dimostra di sapersi giostrare bene nei territori del cinema del terrore, soprattutto quando per creare una mattanza mette in scena non due o tre personaggi ma ben nove, capendo una regola ignorata da molti registi, anche più autorevoli, nello slasher, che più morti sono anche più divertimento.

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Non c’è un personaggio che sia uno con un minimo di caratterizzazione psicologica, dalla donna rompicoglioni che quando crepa tra le sabbie mobili urli “Alleluja!” al reduce del Vietnam schizzato, probabilmente impotente e, che pur salvando tutti da morte certa, è così antipatico che sembra cattivo. Eppure va bene così, perfetto ognuno degli eroi e delle comparse nel suo ruolo da fumetto, quasi uno Zagor nolittiano in versione sexy horror, chiedere di meglio, in questi territori del bis scellerato, sarebbe per assurdo peggiorare il prodotto, ignorante e godibile nel suo essere miserabile. In Nudo e selvaggio tra l’altro si muore malissimo, dal professore che strabuzza gli occhi e soffoca nel sangue al fotografo con le gambe divorate dai piranhas, grazie anche ad un reparto effetti speciali assolutamente decoroso, soprattutto nel make up. Certo gli attori sono tutti cani, non se ne salva uno, ma almeno la Suzane Carvalho, interprete anche di un altro gustoso Tarantini movie, lo scellerato Women in prison Femmine in fuga, è di un bello che non ci credi. Questo è l’ultimo film italiano tra l’altro di Michael Sopkiw, una delle facce più interessanti nel nostro avventuroso cinema di genere degli anni 80, interprete di pochi ma basilari cult come il 2019 di Sergio Martino, Shark e Blastfighter di Lamberto Bava e, appunto, questo Nudo e selvaggio di Tarantini. Oltretutto dopo questo film, datato 1985, Sopkiw sparirà proprio dalle scene per farci ritorno solo nel 2007 con la commedia indie Bad Dog and Superhero, sua ultima apparizione. La curiosità vuole che ora sia a capo della Miron Violet Glass, azienda specializzata nella creazione di bottiglie di vetro pregiate per la conservazione di vino e cosmetici.

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Miron Violet Glass e l’impero di Michael Sopkiw

Il suo personaggio di Nudo e selvaggio, pur rispettando i clichè dell’eroe senza macchia e senza paura, svirgola deliziosamente nel finale, dove lascia la sua povera patner alle voglie malsane di un laido mercante di diamanti, per preparare con calma la sua vendetta, un po’ come farà Sylvester Stallone in John Rambo con un povero bambino. Indignarsi sarebbe più cretino della sceneggiatura che fa sparare ottocento proiettili a Sopkiw senza farlo caricare mai, che ad un certo punto fa spuntare pure un simil dinosauro, che fa amoreggiare i due protagonisti due secondi dopo che lei è stata violentata e ha visto morire atrocemente un’amica: siamo in territori di nonsense estremo, uno spettacolo popolare grandioso e davvero irripetibile dove non trova spazio la ragione. Nudo e selvaggio tra l’altro, pur rientrando nel genere cannibalico che vede come massimi esponenti Deodato e Lenzi, è abbastanza carente di scene di antropofagia, un solo cuore estirpato e divorato, più inaspettatamente figlio, mongoloide s’intende, dello Spielberg di I predatori dell’arca perduta. Sia dato atto che Tarantini gira disinvoltamente male, ma a tratti regala scene di una bellezza estrema, toccando anche non attese corde di poesia nella melma generale. E’ un po’ l’anima di un film a suo modo geniale, che puoi dire tranquillamente che è brutto, ma che potesti portarti nella tomba come il film di tutta una vita, alla faccia dei salotti bene di Marzullo e mummie.

Andrea Lanza

Nudo e selvaggio

Titolo originale: A bavaida dos dinosaurus Anno: 1985

Regia: Michael Lemick (Michele Massimo Tarantini)

Interpreti: Michael Sopkiw, Suzane Carvalho, Milton Rodríguez, Marta Anderson, Joffre Soares, Gloria Cristal, Ibanez Junior, Susan Hahn, Maria Reis, Andy Silas, Leonidas Bayer, Carlos Imperial, Samuka, Ney Pen, Adalberto Silva

Durata: 90 min.

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Miami Blues

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Hoke: The Krishna died of a broken finger? I mean, is that a homicide?

Henderson: Well, I guess he died of the shock… However, if the guy in the suede sports coat knew that Krishnas had a bad habit of dying every time you bent their finger back…

Hoke: Murder One?

Henderson: Yeah!

Hoke: Boy, the guys at the station are going to laugh their asses off at this!

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George Armitage è a suo modo un piccolo genio, sicuramente un autore fuori dagli schemi, anche se il grande pubblico non lo conosce. Lui sguazza nel pulp grottesco con una maestria, tra i suoi autori preferiti c’è Elmore Leonard, che ha trasportato sul grande schermo con il folle Brivido biondo, e Charles Willeford, autore del romanzo Miami Blue, appunto. Ecco, folle è il termine che calza più a pennello a questo autore, uno che si è fatto le ossa nella scuola Corman, sceneggiando lo stracazzutissimo Gas, fu necessario distruggere il mondo per poterlo salvare del 1970 e dirigendo titoli di grande pregio nel poliziesco poliedrico di serie B come Hit Man con Bernie Casey e, soprattutto, Squadra d’assalto antirapina con un magnifico Kris Kristofferson e un’arrapante Victoria Principal. I suoi capolavori però sono negli anni 90, lontano da Corman, anche se quella vena anarchica e terroristica degli esordi non verrà mai del tutto abbandonata. Se L’ultimo contratto è una commedia feroce ma disimpegnata, dove i toni drammatici sono stemperati dall’innata simpatia di John Cusack, si fa sul serio soprattutto con questo Miami Blues, sorta di versione cattiva e all’acido del successo tv Miami Vice. Il confine tra buoni e cattivi diventa sottile, quasi indistinguibile, certo prima c’erano stati i grandissimi polizieschi di Friedkin, da Il braccio violento della legge fino a Vivere e morire a Los Angeles, ma è in questa pellicola che si compie un passo ancora più azzardato, mettendo in scena personaggi squinternati, tutti a loro modo psicopatici e… simpatici.

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Armitage gira, alzando il tono drammatico, un film che altri avrebbero trattato da pura commedi. In Miami blues ci sono le luci calde della Florida. le palme, le strade che nel nostro immaginario da GTA V attraverseremo in auto decapottabili sfoggiando improponibili camicie hawaiane, poi le donne magnifiche in costume da bagno e il mare mai così limpido, ma anche i proiettili, il sangue, gli arti mozzati, poliziotti che prendono bustarelle e vanno a puttane, un regno del caos e del disordine ghirlandato di nastri e perline. Critici ciechi hanno parlato di tarantismo, soprattutto con i lavori di Armitage post Pulp Fiction, come se si stesse affrontando un qualsiasi regista da Love and 45, dimenticando che il pulp esisteva prima di Vincent Vega e Marcellus Wallace, e si sarebbe sviluppato, nella sua reincarnazione funeraria e crepuscolare, grazie ad autori come Danny Cannon, John  Dahl e Gregory Flender. I personaggi di Armitage sono criminali senza possibilità di redenzione, destinati fin dalle prime scene alla morte, dotati di crisi di identità così acute che diventa impossibile per loro trovare un posto normale nel mondo bizzarro che li ha generati. Questi antieroi non sono altro che maschere, quasi da commedia dell’arte, che si scambiano i ruoli confondendo il pubblico e loro stessi, dei candidi voltairiani corrotti da un universo che risponde a regole ben precise e che non accetta cambiamenti, pena la morte.

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Così alla fine l’unica innocente è una prostituta che, per citare una delle migliori miniserie di questi ultimi anni Hatfields & McCoys, viene “imbrogliata con l’amore”. Non si salva in questo mondo allo sbando nessuno, a partire dal protagonista che esordisce spezzando le dite ad un Hare Kṛiṣṇa e si perde nella convinzione di essere un poliziotto tra rapine e omicidi. Armitage regala almeno una scena culto nel suo film, quella della cena tra Alec Baldwin, Jennifer Jason Leigh e Fred Ward, rispettivamente il criminale, la puttana e lo sbirro, in una tensione che nasce soprattutto dalle battute e che ricorda, forse non così azzardatamene, una sequenza simile in The Killer di John Woo. Se Miami Blues non è diventato un cult movie è per colpa della sua struttura azzardata che deve avere confuso non poco il pubblico del’epoca, il presentare sequenze esilaranti come Baldwin che risponde ad un agente che gli intima di fermarsi “Sono un poliziotto!”, alternandole ad altre ferocissime e drammatiche, in un genere transgender come il comedrama che avrà la sua fortuna soprattutto con le serie tv alla Orange is new black, ma mille anni luce dopo questo film. Miami blues, prodotto da Jonathan Demme non dimentichiamolo, può sfoggiare i suoi tre attori principali, Baldwin, la Leigh e Fred Ward (un magnifico sbirro con dentiera), in uno stato di grazia recitativo, e ti lascia stordito come poche altre cose che hai visto nella tua carriera di critico/spettatore. Senza contare l’uso magnifico di Spirit in the sky di Norman Greenbaum come colonna sonora…

Andrea Lanza

Miami Blues

Anno: 1990

Regia: George Armitage

Interpreti: Alec Baldwin, Fred Ward, Jennifer Jason Leigh, Charles Napier, Nora Dunn, Martine Beswick, José Pérez, Paul Gleason, Shirley Stoler

Durata: 90 min.

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Si può fare… amigo

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Sonagli, le note di una chitarra, una pistola nel cinturone, appesa ad una barella che striscia sul terreno aspro del Far West, e un fischio ritmato. A più di una generazione i singoli elementi appena citati bastano per capire di cosa si sta parlando e questa è la misura della grandezza raggiunta da Carlo Pedersoli e Mario Girotti, in arte Bud Spencer e Terence Hill. Se lo slapstick italiano ha un volto è sicuramente il loro e dopo più di quarant’anni è ancora indelebile nella memoria di migliaia di persone, non solo del Belpaese. L’indistruttibile coppia di attori ha colonizzato il cinema di almeno due decadi, i settanta e gli ottanta, con un punto di forza non certo scontato, un’energia positiva da mantra buddhista. Certo, accostare i film di Bud e Terence al buddismo è probabilmente iperbole da fan, ma la ricetta perfetta delle loro pellicole è indubbiamente vincente: comicità, spensieratezza, amicizia e scazzottate indimenticabili.

La coppia può essere tranquillamente considerata alla pari con i grandi duo del cinema mondiale, a partire da Stan Laurel e Oliver Hardy, e a dimostrazione di ciò basta soffermarsi sullo share segnato ad ogni passaggio, quasi mensile, dei loro film in tv, ancora oggi piuttosto alto nonostante il target mainstream prediliga film usa e getta.

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Miti viventi, ispiratori di band musicali, pietanze e colleghi artisti, Spencer e Hill sono stati capaci di una serie impressionante di successi, sia in coppia che da soli, sebbene i film in solitario non abbiano mai segnato lo stesso apice di gradimento delle pellicole in cui recitano insieme. Cosa forse plausibile, data la sorprendente naturalezza della loro alchimia, un’amicizia che senza fronzoli o affermazioni melense trasuda da ogni sorriso, gesto o risata, anche fuori dal set. La loro carriera da solisti è costellata di alti e bassi, non tutti straordinari esempi di ciò a cui ci hanno abituati, ma regala ugualmente personaggi memorabili, come Luke “Renegade” Mantie (Renegade – Un osso troppo duro), Dave Speed (Poliziotto Superpiù) o il Commissario Rizzo, detto “Piedone” (Piedone lo sbirro), nell’omonimo film di Steno.

Non mancano neppure nuove incursioni nel genere che li ha resi famosi, il western, e per Bud Spencer la prima di queste, proprio dopo i due Trinità, è Si può fare…amigo.

Diretto da Maurizio Lucidi nel 1972, il film racconta la divertente fuga di Hiram Coburn dal protettore Sonny Bronston, che gira il west con un carro carico di ballerine e la cui unica missione pare essere quella di catturare Coburn per farlo sposare con sua sorella, Mary. A causa di un equivoco, infatti, Sonny è convinto che Mary sia stata sedotta e poi abbandonata dal vagabondo, causando uno scandalo riparabile solo dal matrimonio. A complicare le cose, lungo la strada Coburn incappa nel piccolo Chip Anderson, erede di una casa sotto la quale scorrono fiumi di petrolio che fanno gola a molti. Il grosso e mite fuggitivo si troverà così a proteggere il bambino, cercando di evitare un matrimonio che non desidera affatto.

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Si può fare…amigo è un film senza troppe pretese, un western per famiglie che punta sulla fisicità di Spencer per regalare allo spettatore gag e scazzottate, elementi che all’epoca caratterizzavano per la maggiore i film della coppia. Il soggetto di Ernesto Gastaldi, sceneggiatore di numerose pellicole di successo tra cui Il mio nome è Nessuno e I giorni dell’ira, è lineare, semplice e funzionale, ma la sceneggiatura di Rafael Azcona non è riuscita a rendere al meglio le idee, creando un ritmo da montagne russe che non giova particolarmente al film. Pur delineandosi sui binari classici di uno spaghetti western grottesco, mancano quegli sprazzi di originalità e inventiva che avevano segnato il successo di opere come Lo chiamavano Trinità, Django o Keoma, ma nonostante questo, la galleria di personaggi insoliti e caricaturali, i siparietti scanzonati e la performance di un Jack Palance che sembra divertirsi parecchio nel suo ruolo di cattivo parodistico, salvano la pellicola dalla noia e dall’oblio, regalando momenti, se non innovativi, comunque divertenti.

Non una perla rara e nemmeno il miglior lavoro solista di Spencer, Si può fare…amigo non regge purtroppo il confronto con altre pellicole dove la figura massiccia e barbuta di Bud è stata meglio utilizzata, anche quando non protagonista. Quattro mosche di velluto grigio (1971), Torino Nera (1972), Lo chiamavano Bulldozer (1978), Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre (1979), Cantando dietro i paraventi (2003), storie diverse per personaggi diversi, vicine o lontane dalla solita caratterizzazione cui è soggetto, il gigante buono dal pugno facile. Attenzione però a non fraintendere, perché se è vero che il film di Lucidi non è perfetto e la carenza di idee potrebbe minarne le fondamenta, è altrettanto vero che sa regalare sprazzi simpatici e spensierati, conditi da un Bud Spencer che per pensare indossa gli occhiali e mena schiaffi con la consueta e coinvolgente energia. E se nella scazzottata si aggiungono anche Jack Palance e Francisco Rabal, vale la pena lasciare da parte per un po’ le pretese, seppur legittime, per sorridere con un Cinema che sistema i guai del mondo a suon di leggendari ceffoni.

Manuel “Ash” Leale

Si può fare… amigo

Anno: 1972

Regia: Maurizio Lucidi

Interpreti: Bud Spencer, Jack Palance, Francisco Rabal, Renato Cestiè, Dany Saval, Sal Borgese, Dalila Di Lamar (Dalila Di Lazzaro)

Durata: 90 min.

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Buonanotte Brian

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Arrivare alla soglia dei 40 anni e pensare di avere visto tutto è senza dubbio presuntuoso, perchè questo richiederebbe una vita superiore a quella dell’Highlander di Christopher Lambert. Quindi il tutto lo si condensa in “tutto quello di interessante”, con le varie digressioni nel territorio del bizzarro o nel brutto divino, alla Troll 2 per intenderci, che resta un film terribile ma al quale, per ragioni che solo Dio sa, vuoi un bene dell’anima. Buonanotte Brian è uno di quegli horror che hai sempre letto sui libri di cinema della tua giovinezza, la Guida al cinema splatter per intenderci, ma al quale hai sempre preferito un altro film, rimandando la visione nei secoli dei secoli. Capita poi, che per casi della vita, i maledetti casi della vita, tu la sera abbia mangiato pesante e ti svegli alle 2 con gli occhi tipo cocainomane, bevi la tua acqua ammazza arsura e capisci che dormire è un lusso che per ora non ti appartiene. Di solito queste terribili levatacce, dove il sonno è sotto le palpebre ma fa i capricci, capitano all’alba di una giornata importante, tipo un comizio davanti alle nazioni unite, dove sai che non dovresti presentarti con le occhiaie da super maratona di porno, ma non puoi farci niente, solo fare cadere, con i tuoi inni al Signore, un pezzo di Paradiso. In una di queste notti lunghissime ti può capitare di fare zapping in tv, non trovare neppure uno Zorro contro Maciste su Rete 4, e buttarti allora sul tuo tesoro di vhs, prenderne una a caso e voilà avere la (s)fortuna che questa sia Buonanotte Brian. Magari neanche ti ricordavi di possedere questo cimelio perchè ero uno dei milioni di scambi che facevi al Liceo, con registrazioni di registrazioni che smarmellavano i colori e gracchiavano i dialoghi, ma per Dio ce l’hai, e alla soglia dei tuoi 40 puoi diventare di nuovo bambino. O quasi.

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Ne ho visti di film brutti, di horror girati male, dai vari Breeders di Tim Kincaid ai Decoteau post atomici, ma nulla a che vedere con Buonanotte Brian, che sta al pari di quegli strani oggetti che passavano sui canali regionali come Rete 55, tipo Il mistero della foresta o Ninja il padrino, meraviglie solo nelle parole del’amico Vito che te le raccontava migliorando la porcheria. Su Vito dovrei scrivere un post intero, lui è stato il mio sensei delle stranezze, dal meraviglioso videogame di Batman grasso all’invenzione di un gioco di ruolo su Dylan Dog, qualcosa di così oltre da essere una vera esperienza di vita, ma ci tornerò un’altra volta perchè ne vale la pena, credetemi. Buonanotte Brian è l’assoluta negazione di cinema, un pasticcio che neanche tuo figlio di 7 anni potrebbe girare tanto male, noioso, lunghissimo e assolutamente senza senso. Immaginatevi un Creepshow con meno episodi, un reparto effetto speciali, che è vero un paio di volte è anche buono, ma la maggior parte è tra l’indecente e lo scandaloso, una storia non demenziale ma demente, ed attori (compreso lo Scott Valentine del mio cult personale Demonio amore mio) da esecuzione alla Mondo cane senza neanche More a commento.  Un delirio, fidatevi, e neppure divertente. Il collage che dovrebbe tenere insieme le tre storielle è debolissimo: un povero uomo, che vorrebbe guardarsi in tv Miss bikini, viene disturbato dal nipotino Brian che non riesce a dormire. “Raccontami una storia” gli chiede supplicante il bambino e allo zio porcone non resta che riempire il vuoto della memoria, nelle classiche favole di Cappuccetto rosso o Riccioli d’oro, con belle ragazze in attesa di fare sesso ed umorismo pecoreccio.

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I titoli di testa, per lo meno curiosi, vedono un libro di favole sfogliato da mani sempre più mostruose, peccato solo per il pessimo effetto di make up degli arti. La prima storia, quella che non si ispira a nessuna fiaba, è forse l’episodio più debole, sicuramente quello più indigesto, con una storia di streghe cattive e di un ragazzo innamorato di una futura vittima delle megere. Non spaventa, non appassiona e anche il ribaltone finale è buttato lì senza molto senso. Non va meglio con il Cappuccetto rosso dalle voglie indecenti, mai troppo erotico, mai troppo pauroso, inizia e finisce in maniera anonima. Se si pensa poi che in campo licantropesco hot hanno girato L’ululato e In compagnia dei lupi, ti scende tutta la poesia che potevi avere, come una donna bellissima, che mostra sul più bello delle gambe irsute come neanche Totti. Il terzo per lo meno è il più folle, ma anche qui non fa mai ridere, e le stranezze alla Famiglia Addams ben presto lasciano posto allo sconforto dello spettatore. Difficile per il sottoscritto trovare in Buonanotte Brian qualcosa di buono, ma immagino che ci sia qualcuno al mondo che ami questo film per ragioni che io non riuscirei comunque a capire. D’altronde c’è chi si eccita facendosi frustare il culo o vestendosi con gli abiti della mamma, quindi chi sono io per sancire cosa sia giusto o sbagliato. Certo è che, colpa anche dell’atroce doppiaggio italiota, credo che raramente leggerete qui di un brutto film così brutto da non avere neanche una chance di rivalutazione. Roba che La tomba di Fred Olen Ray sembra La mummia di Terence Fisher.

Andrea Lanza

NOTA:

Il film lo trovate completo qui grazie all’essenziale pagina facebook dell’amico Horror splatter zone:

Buonanotte Brian

Titolo originale: Deadtime Stories

Anno: 1986

Regia: Jeffrey Delman

Interpreti: Scott Valentine, Nicole Picard, Matt Mitler, Cathryn de Prume, Melissa Leo, Kathy Fleig, Phyllis Craig, Michael Mesmer, Brian DePersia, Kevin Hannon

Durata: 80 minuti

VHS: Image video (VM14 anni)

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The Bite – Il morso

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Una giovane coppia gira per l’America in auto, quando il ragazzo viene morso da un serpente. Uno zelante agente di commercio (che s’intende di ofidi) gli propina un antidoto sbagliato, col risultato che il ragazzo subisce lentamente un’orrenda trasformazione…

Sono anni che volevo vedere questo film, fin da quando, da ragazzino, lessi che sarebbe stato proiettato a Milano, al Dylan Dog Horror fest. Feci il broncio, incrociai le braccia, minacciai lo sciopero della fame, ma i miei genitori non cedettero: nessuno mi portò a vedere The bite. Un peccato perchè avevo visto la locandina e, nella mia giovane testolina, mi ero immaginato il capolavoro più estremo dei miei 13 anni. D’altronde i ragazzi appassionati di horror sono gente semplice: gli piace l’effetto schifoso e, se va bene, un paio di belle tette, eros e thanatos ma in chiave smargiassa raimiana. Oddio non che adesso disdegni la ventrazza schizzata e le bocce sode, ma mi manca quella disincantata fanciullezza nell’approcciarmi ai vari film, roba che un tempo pensavo davvero che I ragazzi del cimitero fosse un bell’horror, a tratti struggente. Sette anni fa però ho scaricato  una copia del film in inglese. Perfetto? No perchè ho avuto paura, l’idea che stessi per accingermi ad una ciofeca cinematografica non mi abbandonava: esistono meraviglie horror che cerchi da una vita e nessun distributore ha mai graziato di un’edizione nostrana, ma è solo quando le vedi che poi capisci perchè sono rimaste inedite. Era una sensazione di disagio forte, tanto da fermarmi la mano ad un passo dal play. In più c’era l’aggravante dell’assenza dei sottotitoli, neanche uno stronzo sottotitolo per noi ritardati anglofoni che mi potesse aiutare a superare una probabile ora e trenta di noia ammazzacazzo.

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Avevo ragione a metà: The bite è brutto, ma non noioso, velocissimo e divertente quasi come un film di Will Ferrell. Dio ringrazi  la Storm video che mi ha permesso di gustarmelo in italiano, con magari un doppiaggio da terzo mondo, ma che accresce ancor di più la visione drive-in della pellicola. Il Prosperi regista di The bite è Federico non Franco, non stiamo parlando quindi del magnifico autore di Mondo Cane e di Wild beasts, ma di suo nipote (ma alcune fonti lo segnalano come fratello), all’unica prova dietro la macchina da presa. Un peccato perchè la regia di questo film è molto buona, certo deve fare a pugni un po’ con la povertà quasi palpabile della produzione, ma, senza sapere che si tratta di un film italiano, potesti confondere The bite per un B movie americano. Niente a che vedere quindi con i De Martino o i Lenzi girati negli States, dove anche un cieco si accorgerebbe che di estero ci sono solo gli intenti. A produrre poi c’è una leggenda del cinema bis italiano, quell’Ovidio Assonitis che ha prodotto (e girato) alcuni tra i i più spettacolari B movie del nostro paese, roba come Tentacoli con John Houston, mica il primo Polselli con Mickey Hargitay. Assonitis poi è famoso per essere un produttore ammazza registi, nel senso che ha il licenziamento facile e la tentazione di girarselo da sè il film quando qualcosa non va. Leggendario d’altronde il calcio in culo dato ad un regista, allora alle prime armi, come James Cameron sul set di Piranha Paura.

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Bisogna dire però che Assonitis ha un tocco magico e una bravura non comune nel confezionare le sue non regie, alla fine attribuite al povero sventurato assoldato. Non ho idea se Federico Prosperi sia stato fanculato dal set di The Bite, a qualcuno come Luigi Cozzi è andata pure bene e ha girato tutto il suo film, ma certo è sorprendente come, essendo una prima regia, il livello registico sia davvero molto alto. Ci sono i rallenti giusti, mai una ripresa sbagliata, una consapevolezza di confezionare sì un film d’imitazione ma con un gusto americano che trovi solo in qualche De Angelis, tipo Thunder, benedetto dal padre eterno. In più The bite ha dei meravigliosi effetti speciali schifosissimi, opera del grandissimo Screaming Mad George, un nome che negli anni successivi sarebbe diventato leggenda grazie alla collaborazione con Brian Yuzna, e che allora poteva vantare nel curriculum collaborazioni in produzioni importanti come Predator e Nightmare 4. Il tocco unico di questo artista è di lavorare la carne come nessuno mai, reinventare l’anatomia umana come pongo, basti pensare al suo incredibile lavoro all’interno di The society, nella scena dell’orgia, con i corpi che si squagliano e si confondono in un’armonia diabolica alla Bosch.

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Qui si sbizzarrisce a violare il dna del protagonista con quello di un serpente, scatenandosi in un incredibile finale dove si vedono occhi schizzati, lingue vomitate e serpenti che fuoriescono da ogni pertugio del poveraccio. Certo bisogna dire che la fotografia, almeno sul dvd Storm, è scurissima e questo fa perdere tantissimo al lavoro di Screaming Mad George, però da una parte camuffa l’imbarazzo di alcuni effetti speciali di make up, come la mano rettile, che sembrano più raffazzonati di altri. All’estero il film è uscito come The curse 2 cercandosi di allacciare ad un’altra produzione Assonitis, La fattoria maledetta (appunto The curse) girata da David Keith (l’amico di Richard Gere in Ufficiale gentiluomo) e tratto dal racconto di Lovecraft Il colore venuto dallo spazio. Bisogna dire che è vero che The bite non ha punti di collegamento con la precedente pellicola, però sarebbe ingiusto non riconoscergli degli umori lovecraftiani, soprattutto nella sequenza dell’incontro con un cane/serpente in una cantina buia. Anche l’idea di un male che non ha effettive spiegazioni (esperimenti nucleari?) riporta al racconto Il colore venuto dallo spazio dove la caduta di un meteorite muta il terreno e gli abitanti di una piccola fattoria in qualcosa di terribilmente non umano. Il problema di The bite quindi non sta nell’esecuzione o nell’impianto effettistico, ma piuttosto nella cattiva gestione dei personaggi e in una storia mal scritta, lacunosa e a tratti demenziale. Non c’è un momento solo dove tu spettatore possa affezionarti ai protagonisti, una coppia di fidanzatini in viaggio per l’America, vuoi perchè lei è una stronza pazzesca, che quando vede il suo compagno stare male insiste per andare a ballare, vuoi perchè lui fa cose davvero stupidissime, che magari in sceneggiatura sembravano geniali ma che sono rimaste così solo in sceneggiatura.

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Sfido chiunque ad essere morsicato da un serpente e fare questa difficile scelta: correre subito in ospedale o affidarsi alle cure di un commesso viaggiatore con la borsa piena di antidoti. Se scegliete la seconda opzione beh vi siete meritati la vostra atroce fine, mi dispiace. Si percepisce un’idea di clonare La mosca di David Cronenberg in una versione on the road con un uomo serpente, ma il paragone è davvero ingeneroso per il film di Prosperi, divertente è vero ma non di certo un capolavoro come il modello. A questo punto sul piano dei ripoff di The fly meglio gli altrettanto imparagonabili Dna formula letale di Montefiori e Off Balance di Ruggero Deodato, capaci per lo meno di presentare una storia avvincente e non così raffazzonata. In The bite gli eventi succedono o perchè qualcuno va  a pisciare (il ragazzo alla stazione di benzina quando incontra il cane mostro, la ragazza nel deserto quando sta per essere morsicata da un serpente e il poliziotto razzista quando arresta il protagonista), o perchè devono succedere, senza tanto scervellarsi sulla logica di essi. E’ un susseguirsi di persone che trovano altre senza che ci venga spiegato il come, di famiglie che accolgono sconosciuti e poi si lamentano che verranno trucidati, di gente che dice un secondo prima “Ti amo” e poi “Ci conosciamo appena”, ovvio che subentra la confusione e un po’ il disagio. Gli attori non sono bravi ma se la cavano, soprattutto lo Bo Svenson di tanti film finti americani di Fabrizio De Angelis, qui nel suo clichè di poliziotto bastardo che arresta un moribondo perchè “un tossico e due giorni di cella non possono che fargli bene”. Bellissima la scream queen dell’epoca, Jill Schoelen, già vista in Il patrigno 2, Popcorn e Il fantasma dell’opera, un tocco aggiuntivo di piacere al film, almeno voyeuristico. Federico Prosperi si firma Fred Goodwin nella nostra tradizione di camuffare i nostri nomi con pseudonimi americani e acchiappare i gonzi che all’idea di un film italiano non entrerebbero mai in una sala cinematografica. Diciamo poi che The bite di italiano ha davvero poco, e questa è un po’ la sua forza, ma resta l’amarezza delle cose che i nostri talenti potevano fare al cinema e non faranno più. Noi il film lo consigliamo, ma siete stati avvertiti anche dei suoi limiti, un horror che disgusta, diverte e che ogni tanto ti fa pensare “Che cazzata”, ma di quelle cazzate che fanno bene alla vita.

Andrea Lanza

The bite

Titolo originale: Curse II: The Bite

Anno: 1989

Regia: Federico Prosperi

Interpreti: Jill Schoelen, J. Eddie Peck, Bo Svenson, Jamie Farr, Savina Gersak, Marianne Muellerleile, Al Fann, Sydney Lassick, Terrence Evans, Sandra Sexton, Bruce Marchiano

Durata: 90 min.

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Senza tregua (Hard Target)

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Non ho mai cercato l’efferatezza fine a se stessa, ho sempre privilegiato la poesia, l’eleganza dell’azione.

Chiunque conosca anche solo un poco la filmografia di John Woo non può esimersi dal riconoscere la veridicità di questa affermazione. La poetica di Woo, Leone d’Oro alla carriera nel 2010, è nell’azione più pura e nella violenza mai fine a se stessa, ma intesa come strada per la redenzione. Difficile, probabilmente, riuscire ad intendere in modo preciso ciò che i film del regista cantonese rappresentano, ma la questione si pone esclusivamente per la nostra differenza culturale. Abituati come siamo al machismo hollywoodiano e cresciuti con i miti dei film americani, gli inossidabili eroi invincibili interpretati dai grandi action-man che hanno fatto la storia del Genere, da Sly Stallone a Schwarzenegger, Willis, Norris e tutti gli altri, è palpabile la complessità nel definire un action movie “poetico”. Eppure la maestria di Woo sta proprio qua e film come A Better Tomorrow e Hard Boiled sono lì a dimostrarlo.
Non sorprende, quindi, la corte che Hollywood fece al regista cinese nei primi anni novanta, tanto da convincerlo a lasciare Hong Kong e volare negli States per il suo primo film americano, Hard Target, nel 1993. Certo è che non tutti si fidavano ciecamente dello straniero, forse proprio per quella differenza culturale sopra citata, oltre che per il diverso approccio all’action che Woo aveva sempre adottato nelle sue opere. Per un motivo o per un altro, la Universal decise di produrre, sotto però la supervisione di Sam Raimi, che con la sua Renaissance Pictures figura infatti tra i produttori. Il film non aveva un budget molto elevato ma la sfida era un’altra: girare un film americano con lo stile di un regista cinese che, in patria, era considerato una star.

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Tra gli script presentati è quello di Chuck Pfarrer (Virus, Pianeta Rosso) ad essere scelto, ma quando Woo tenta di ingaggiare come protagonista Kurt Russel, la produzione sembra non essere d’accordo e alla fine il ruolo va ad una delle star più in voga del momento, Jean-Claude Van Damme.
Sulla questione esistono diverse versioni: in una è il belgian hero a fare pressioni alla Universal per recitare con John Woo, in un’altra sono gli impegni di Kurt Russel a costringere il regista a ripiegare su JCVD, in un’altra ancora è Van Damme che convince Woo a fare un film con lui in America. Ma qualunque sia la versione della storia e qualunque sia la verità, i fatti non si possono cambiare. E dicono a lettere cubitali che Hard Target è un John Woo trattenuto. Di Senza Tregua, titolo italiano che come sempre lascia a bocca aperta per l’attinenza con l’originale, esiste infatti una versione director’s cut, circolata negli States dopo che il film fu tagliato e censurato, cosa che sicuramente non rese molto felice il regista cinese. Ed è un vero peccato perché di potenzialità, sebbene si basi su di una sceneggiatura altalenante, questo film ne ha parecchie.

Non dare la caccia a ciò che non puoi eliminare.
Da sola, la tag-line di Hard Target basterebbe a far capire i territori bellicosi dove si aggira la pellicola, che sembra modernizzare elementi di Schoedsackiana memoria, riconducibili a The Most Dangerous Game, pellicola diretta appunto da Ernest B. Schoedsack nel 1932, in contemporanea al suo capolavoro, King Kong (1933). Rivisitazione involontaria oppure no, la trama di Senza Tregua si snoda lungo New Orleans e il bayou, presentando finalmente un JCVD che non solo sfoggia i suoi calci leggendari, ma si diletta anche con armi da fuoco e acrobazie motociclistiche: tutto ha inizio con l’uccisione di Douglas Binder, veterano dell’esercito ora ridotto ad un senzatetto, che decide di partecipare, dietro lauto compenso, ad una caccia all’uomo, dove la preda è lui stesso. Quando scompare, la figlia Nat si mette sulle sue tracce e trova inaspettato aiuto in un ex soldato delle forze speciali, Chance Boudreaux, senza lavoro e bisognoso di soldi. Scopriranno che dietro alla morte di Binder c’è la mente di Emil Fouchon, che organizza caccie all’uomo per ricchi borghesi annoiati e si ritroveranno presto costretti a combattere per la loro vita.

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Un western moderno, serrato, sporco, violento e senza scrupoli, in una New Orleans difficile e problematica, Hard Target è un giro sulle montagne russe, una grande salita prima della discesa senza freni nella follia e nell’action esplosivo e infernale di un finale duro, girato con maestria da un grande dell’azione made in Hong Kong, che anche qui, nel suo primo film a stelle e strisce, non manca di utilizzare i suoi marchi di fabbrica, ralenti perfetti, inquadrature memorabili, scontri violenti e senza tregua. Nonostante un discreto successo al botteghino la critica non mancò di definirlo il peggior film del cineasta asiatico, soprattutto per la scarsa considerazione di cui godeva all’epoca Jean-Claude Van Damme, considerato un attore scarso e di poco talento. È innegabile che non fosse, così come non lo è tuttora, un interprete da Oscar, ma i luoghi comuni, le frasi fatte e gli stereotipi si sprecavano, figli di quello snobismo proprio di certa critica non solo estera, ma anche italiana. Facile fare i critici definendo capolavori i film che lo sono senza ombra di dubbio, più difficile trovare bellezza, poesia, qualità e onestà in opere che vanno comprese aldilà dell’apparenza e della prima, singola e svogliata visione. Da questo punto di vista, Van Damme non è stato molto fortunato, sebbene sia diventato, nel corso degli anni, un buon attore, che riesce anche ad andare oltre gli action nonostante per lui rimangano una seconda casa.
L’inespressivo belga, come da tanti viene definito, possiede ancora una fisicità e un atletismo invidiabile e John Woo non mancò di notarlo, nel ’93, andando oltre stereotipi e sfottò, sfruttando al meglio le capacità di JCVD in scene tese, coinvolgenti, rapide, con qualche sprizzo di machismo, è vero, ma pur sempre di una produzione americana si trattava. E al fianco di un protagonista che non solo mena pugni e calci come se non ci fosse un domani ma cavalca moto e salta con nonchalance su auto in movimento, ci sono Yancy Butler (Witchblade, Kick-Ass), Wilford Brimley (Sindrome Cinese, La Cosa, Cocoon), Arnold Vosloo (La Mummia, Darkman 2, Blood Diamond) e soprattutto un cattivo con i fiocchi, uno spietato Lance Henriksen (Terminator, Aliens, Millenium).

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Sono passati ventun anni dall’uscita nelle sale. Nel frattempo tante cose sono cambiate, nel cinema e nel modo di intendere l’action, sono nate nuove stelle e le preferenze degli spettatori sono mutate con l’avvento delle nuove generazioni, per la maggior parte più inclini ad un cinema veloce, istintivo, cool e colmo di realistica CG. Nulla in contrario, ma forse qualcosa l’abbiamo perso per strada, vendendo l’anima di qualche eroe per un pugno di effetti speciali. Già, gli eroi, quelli che sistemavano la situazione con calci e pugni, o con ogni arma a portata di mano, quelli che cercavano di fare la cosa giusta anche se con mezzi non proprio ortodossi, combattuti e combattenti, magari frustrati e sofferenti, divertiti o divertenti. Non gli Iron Man, i Thor, i supereroi e nemmeno i Jack Sparrow, ma gli altri, i John McClane, gli Axel Foley, i John Matrix. E perché no, anche gli Chance Boudreaux, con l’imbarazzante capigliatura mullet di un Van Damme all’apice e nel pieno di un successo a cui forse non era preparato. Hard Target ha qualche difetto, non è perfetto, non è un capolavoro. Ma quando ti si para davanti una scena finale così, diretta da uno dei più grandi registi action in circolazione, tutto il resto può andare bellamente a farsi fottere.

Manuel “Ash” Leale

Senza tregua (Hard target)

Anno: 1993

Regia: John Woo

Interpreti: Jean Claude van Damme, Lance Henriksen, Yanci Butler, Arnold Vosloo, Wilford Brimley, Kasi Lemmons, Marco St.John, Wilford Brimley, Chuck Pfarrer

Durata: 97 min | 73 min (cut) | 116 min (Director’s Cut) | 128 min (Workprint Version)

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Viaggio vintage nel videogame horror su Ps1

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Lo ammettiamo: scrivere senza essere pagati dev’essere stimolante, ti deve davvero piacere o finisci con recensire, con la stessa gioia di vitello pronto ad essere macellato, l’ultimo film di Scott Adkins. Diamine, giovani, ho detto Scott Adkins non micio micio bau bau. Scott Adkins è il top dei top, il re Mida dell’action, colui che potrebbe portare con orgoglio lo scettro del vandammesimo senza paura di sfigurare. Ecco se davanti a lui siete apatici, un po’ come essere impotenti davanti a Jenna Jameson, vuol dire che vi serve una vacanza, il Messico, la tequila, combattimenti a mani nude con un alligatore, muovi questo culo chica, al panifilo amici, è uno zombi o un balbuziente? Vacanze. Ecco il perchè di questa pausa di un mese e mezzo. Oltetutto non la prima di questo blog e neppure l’ultima, ma i beghini stavano già contanto i corvi sopra le nostre teste, maledetti. Uccidere Malastrana è come cercare di inculare un bulldog senza pensare di essere poi, giustamente, sbranati. E che cazzo, d’altronde, i bulldog mica sono chiwawa, è come far fare 300 parte seconda ad un Ateniese, figo figo ma sotto sotto che cazzata.

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Diciamo che sono un uomo semplice: mi piace il divertimento e la giusta dose di menate intellettuali, amo le tette gratuite ma mi commuovo davanti ad Hong kong Express. Dura la vita quando i tamarri ti guardano con sguardo biego, “Ok Seagal, ma cazzo è questo Hanneke?”, i critici dei salotti buoni ridono di te e di una nouvelle vague cinese e non francese, manco la gioia di essere accettato dai pervertiti perchè a te piace, cazzo, il porno d’autore, e non tette culi e belle sborrate di youporn. Beh comunque mi è capitato a fine Febbraio di non avere più stimoli, di guardare i film e pensare “ma che cazzata”, ed era vero che erano cazzate, ma quando non distingui più la cazzata micidiale da quella divertente è un bel problema. Perciò, come diceva il mio amico Biff, ho preso armi e ritagli e ho aspettato come Confucio che tornasse quella voglia, ho frustato i miei storici colaboratori per recensire sempre e comunque, e sono tornato qui, in questa landa che amo come un figlio. Ho materiale nuovo in archivio, dai Vanzina thriller a Van Damme diretto da John Woo, ma oggi voglio fare qualcosa di diverso, perchè appunto non mi pagano, come dicevo poco prima, e posso respirare l’aria pura della libertà intellettuale. Stasera voglio parlare di videogame, in un appuntamento che voglio riprendere anche in futuro con altre console, ma questa volta voglio concentrarmi con la mitica playstation 1 e con il mio genere preferito il survival horror. Naturalmente sto scrivendo per Malastrana vhs e perciò tralascerò titoli ormai troppo famosi come i bellissimi Resident Evil e Silent hill, ma mi concentrerò su giochi meno famosi, magari da noi neppure usciti, ma che sarebbe bello qualche stronzone della Sony decidesse di ristampare magari in Hd. Quelli della playstation erano tempi mitici: potevi giocare a milioni di titoli pagando cifre irrisorie al tuo spacciatore, di solito il gestore di una videoteca che nel darti i dischi copiati tremava pensando tu fossi un fottuto federale con il morbo del nanismo. Il mio si chiamava Daniele e una volta mi nascose i giochi nel pertugio di un muretto, un luogo impossibile da trovare senza una mappa, e che ci crediate o meno, quel pazzo mi diede davvero una mappa. Con la modifica, fanculo se fosse una cosa morale o meno, un ragazzino che non avrebbe mai potuto permettersi un gioco da 100 mila lire, poteva, senza internet veloce, avere a portata di mano il mondo, con giochi fantastici, dalla grafica portentosa, frutto di una magia azteca probabilmente, visto che a giocarci ora sembrano l’aborto di un pittore futurista. Non tutti, anche se dispiace che una figata assurda come Syphon filter, il sogno di ogni amante dell’action hongkonghese, ora faccia venire al massimo i mal di testa, con il cattivo che si confonde col buono per via dei pixel sbarazzini, maledetti stronzissimi pixel. Beh comunque tra i vari generi presenti c’era il survival horror: inutile dire la paura che faceva Resident evil, con i corridoi lunghissimi e i cani che irrompevano all’improvviso, una cosa così figherrima che dimenticavi di non sapere l’inglese, unica lingua del gioco.  Ecco, Resident Evil, come Silent hill, era il must del genere, ma oltre a loro prolificarono giochi molto meno famosi, ma non per questo meno interessanti. Anzi alcuni, come Clock tower, vennero pure prima e vissero una vita travagliata ma piena di interessanti spunti. Ma andiamo in ordine e cominciamo proprio con lui.

Clock tower

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Uscì per Playstation ne 1997 ma era già stato visto e giocato per Super Famicon (il corrispettivo jappo del Super Nintendo) nel 1995, quando Resident Evil neanche si sapeva che fosse. Per la play aveva alcune migliorie grafiche, ma restava sempre un grande gioco del terrore anche in versione più scrausa. Clock tower era il più grande omaggio videoludico a Dario Argento e al suo Phenomena, ma dentro convivevano anche altre opere del maestro italiano, come la celeberrima scena dell’impiccagione di Suspiria. Quello che contraddististingueva Clock tower da ogni altro videogame horror, anche il famigerato Alone in the dark, era la sensazione di terrore e impotenza che percepiva il giocatore ad indossare i panni di Jennifer Simpson, studentessa in balia di un pazzo e deforme assassino in una magione gotica. Il gioco, fondamentalmente un punta e clicca, si basava sull’intuizione del doversi nascondere piuttosto che del combattere i mostri, con un’atmosfera paranoica unica. Clock tower non uscì mai fuori dal territorio nipponico, ed è per questo che Clock tower 2 in America uscì come Clock tower, anche se raccontava il seguito di quella prima avventura, un anno esatto dopo i delittuosi fatti accaduti alla sfortunata Jennifer. Stavolta a dare la caccia a lei e ai suoi amici era il misterioso uomo forbice, un assassino con il vizietto di decapitare le sue vittime. Il gioco, come per il precedente, presentava l’accattivante idea di un terrore così assoluto da poter fare impazzire letteralmente la giovane protagonista. La serie non si fermò qui e continuò con un capitolo scollegato, in America Clock Tower II: The Struggle Within, in Giappone Clock Tower: Ghost head, dove stavolta la storia ruotava intorno ad un’altra ragazza, Alyssa. Divertente, ancora più folle dei precedenti, questo nuovo Clock tower presentava un’eroina davvero anomala, dotata di una personalità multipla e schizzata, chiamata non per nulla Mr Bates. Sulla base di questo capitolo la Capcom, grazie alla collaborazione del grande regista Kinji Fukasaku, creò un remake next gen per playstation 2, ben fatto ma purtroppo mancante di tutta la genuina paura che avevano il suo modello e i suoi fratelli di sangue. Ogni Clock tower è ricordato poi per la marea di finali possibili, ben 13 in Ghost head, ed esistono persino dei romanzi ispirati alle avventure di Jennifer Simpson, anche loro mai esportati al di fuori dell’Oriente.

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Il survival horror doveva avere una predilezione per le belle eroine, ma anche per il punta e clicca. In questo gioco, bellissimo e tenebroso, ci troviamo a rivestire i panni della bionda Laura, e vedere attraverso i suoi occhi un mondo bizzarro che cambia, un po’ alla Silent hill, scenario, da un ospedale pieno di cadaveri ad un castello pieno di pericoli. D, che avrà pure due seguiti, uno per lo sfigato Saturn (Enemy zero) e uno per l’ancor più sfortunato Dreamcast (D2), era un gioco maturo nei temi, affrontava il cannibalismo e le malattie ereditarie, un po’ sulla scia del primo Cronenberg o del Margheriti di Apocalipse domani. Purtroppo il gioco è invecchiato peggio di altri, soprattutto graficamente, ma ha dalla sua una storia interessante come poche, senza dimenticare le bellissime musiche del mai troppo compianto Kenji Eno.

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Uno dei survival horror meno noti, ma stranamente tradotto anche in italiano. Gioco in prima persona, raccontava la storia di Akira, giornalista freelance, incaricato di trovare la figlia scomparsa di una misteriosa committente. Questa volta il punto di forza del gioco erano gli enigmi, visto la scarsa possibiltà di affrontare a viso aperto i pochi nemici. Non era un gioco particolarmente amato, tanto che raccimolò un po’ dappertutto voti negativi e fu distribuito malamente. Non male a dire il vero, con una sua atmosfera unica, aveva purtroppo, anche all’epoca, una grafica raccapricciante.

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Parasite eve 1 e 2

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Squaresoft era la casa principe di Final Fantasy e ad un certo punto pensò di unire il gdr con il survival horror, ottenendo un ibrido dove i mostri apparivano casualmente nel gioco. La protagonista Aya Brea era di rara bellezza, così come la grafica, ma la prima parte risultava troppo insapore. Meglio con il numero 2, più bilanciato e con mostri mitocondri più bizzarri. Ultimamente si è aggiunto un nuovo capitolo su psp, ma nulla di che, soprattutto se confrontato alla scena del massacro iniziale all’opera nel primo e alla doccia voyeur di Aya nel secondo. In Italia arrivò solo il numero due, maledicendo Dio e gli uomini.

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Dino crisis 1 e 2

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La Capcom voleva rifare il colpaccio di Resident evil e pensò bene di sfruttare il genere dei dinosauri cattivoni reso immortale da Spieberg e il suo Jurassic Park. La struttura era la stessa del suo successo a base di zombi, solo che stavolta i giocatori impersonando la rossa Regina trovavano nelle stanze di una base dinasauri velocissimi e incattiviti. Nel numero 2 si pensò di puntare più sull’azione, ma, pur se il gioco era ancora più bello, deluse i vari fan. La Capcom non si arrese e sfornò per Xbox un terzo Dino crisis, stavolta nello spazio. Difficile dimenticare i bug di questa nuova avventura, la telecamera che inquadrava a destra mentre tu eri attaccato da un dinosauro meccanico a sinistra, e l’assoluta assenza di Regina, già per questo bocciato. Ora a chi chiede se verrà mai rieditato Dino crisis 3, la Capcom manda un sicario come risposta.

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 Overblood 1 e 2

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Siamo lì lì, al confine tra fantascienza e horror, ma la parte scifi è più preponderante. Ci piace però inserire i due Overblood per il titolo fighissimo e per essere il primo gioco survival su ps1 ad usare un ambiente virtuale completamente tridimensionale (ma il primato spetta a Dottor Hauzer su 3do del 1994). Nel primo troviamo un uomo che, risvegliatosi da un sonno criogenico, si troverà a scappare, senza memoria,  da un laboratorio segreto, il secondo è invece un ibrido free roaming ambientato nell’anno 2115. La cosa curiosa è che in Overblood il nome del protagonista cambia dal Raz Karcy della versione giapponese al Lars di quella occidentale, ma, detto tra di noi,  entrambi i giochi sono abbastanza orribili, legnosi e con una grafica anche all’epoca inconcepibile. A memoria però ricordo Overblood 2 molto colorato.

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Nightmare creatures 1 e 2

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Anche qui la parte horror è poca cosa, pur con ambientazioni da gotico Hammer e una serie di mostri fantasiosi e letali. I due giochi sono molto di più calibrati verso l’avventura frenetica i terza persona, tanto che, per non perdere una vita, dobbiamo rempire una barra di adrenalina con i combattimenti. Interpretiamo, nel primo, a scelta o la bella Nadia, armata di una spada, o il feroce Ignatius Blackward, abile a prendere a bastonate i mostri (ma la scelta di armi è davvero molto varia). mentre nel secondo siamo un folle scappato dal manicomio. La storia è poca cosa davvero, non per nulla stavolta nessuno ha sentito il bisogno di un doppiaggio italico. Molto carini comunque.

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Echo Night/Echo Night 2 – Nemuri no Shihaisha

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Echo Night era un survival horror in prima persona, ambientato su una nave, molto notevole soprattutto per atmosfera unica. Echo Night 2 – Nemuri no Shihaisha ne era il seguito, ancora migliore, ma purtroppo restò ancorato nel Paese del Sol Levante. Erano sì cloni di Resident Evil a livello concettuale, ma anche giochi molto ben fatto, capaci di coinvolgere come pochi altri e di riuscire a raccontare con efficacia due terrorizzanti storie gotiche. Sulla ps2 uscì un altro capitolo, ambientato nello spazio, notevole anch’esso ma non di molta fama, purtroppo.

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Hellnight (Dark messiah)

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Stavolta siamo davanti ad un horror puro, in prima persona, conosciuto in Giappone come Dark messiah.La peculiarità del gioco è che si incontra un solo mostro, non si può combatterlo ma solo scappare, e che ogni persona che si incontra è il corrispettivo di una vita da usare se ci si imbatte nel nostro nemico. Claustrofobico, a tratti cerebrale, non ottenne molta fama fuori dal suo Paese, ma fu rivalutato in pieno boom del survival horror come uno degli esponenti più originali.

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Koudelka

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La lezione di Parasite eve era stata ben colta: gdr più horror. Ambientato a fine 800, il gioco (in italiano!) presenta un personaggio principale fantastico,  Koudelka Iasant, una giovane zingara con poteri soprannaturali, tra l’eroine più belle di sempre. Pur con ambientazioni gotiche questo strano ibrido non riuscì purtroppo mai a convincere, soprattutto per via di un gameplay legnoso in contrasto con eccellenti filmati in CGI. Dalle ceneri di Koudelka però nacque una serie interessante per Ps2, Shadow hearts, capace di far respire orrori di stampo lovecraftiani con concitati combattimenti. La lezione di Koudelka era stata capita e migliorata.

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Galerians

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Un clone di Resident evil poco horror, che prende a piene mani da Scanners, Blade Runner e Akira. Legnoso da giocarci, molto manga come stile, Galerians non era proprio uno dei migliori esponenti del genere, anche se all’epoca ebbe pure qualche critica entusiasta, soprattutto per i temi maturi toccati dalla storia. Peccato che a noi uomini gretti interessi più la carnazza che altro e lo abbandonammo dopo poche ore di gioco senza neanche dare un occhio al suo seguito su Ps2.

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Dark Tales: From the Lost Soul

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Strano gioco horror mai distribuito fuori dal Giappone. Siamo in una sorta di Scegli la tua avventura in versione videoludica con una storia che prosegue, tipo film, e tu che devi decidere cosa farà il tuo personaggio, da semplici scelte di direzione, svolta a sinistra o destra, ad altre di stampo morale come se uccidere o meno qualcuno. La visuale è in prima persona, ma il gioco ricorda i vecchi antologici di I racconti della cripta. Le storie sono tre, tutte presentate da uno strano figuro:

- Cat & Mouse (un detective insegue un serial killer in un parco di divertimenti abbandonato)
– Ghost Writer (uno scrittore è in pericolo dopo avere ricevuto un CD misterioso)
– The Honeymoon (una coppia di sposi e una scorciatoia pericolosa)

Ah dimenticavo nel gioco non incontrerete mai nessuna persona, sentirete solo il suo respiro o la voce. Ancora più strambo e inquietante.

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Juggernaut

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Anche se le premesse erano da vero horror, con una ragazza impossessata da uno spirito malvagio e il suo ragazza che per salvarla penetra nella sua mente, il tutto si risolve con una copia malfatta di Myst densa di enigmi e dalla brutta grafica. Da evitare nel caso lo trovaste in cantina, magari eredità del vostro zio giapponese patito di videogames.

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Martian Gothic: Unification

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Martian Gothic era all’epoca il massimo esponente del survival horror di stampo spaziale. Naturalmente siamo in puro campo clone di Resident Evil, ma con parecchie idee interessanti, non ultima che i personaggi giocanti non potevano mai incontrarsi, pena il game over. Anche a livello grafico il gioco era davvero molto ben fatto e sicuramente divertente nel portare il genere zombesco in ambito scifi.

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Chaos Break

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Chissà perchè i cloni di Resident Evil la buttavano sempre sulla fantascienza e mai sul puro orrore. Chaos Break era un gioco abbastanza mal fatto, poco divertente, dove in una base stile Umbrella dovevi scongiurare un invasione di mostroni. Potevi scegliere il clone di Jill Valentine o quello di Chris Rendfile, ma contro la noia nulla poteva vincere. Immaginate corridoi sempe uguali, mostri sciatti e poco fantasiosi, una grafica da vomito e l’orore di scoprire che prendere a cazzotti un nemico faceva più male di una bazookata.

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Countdown: Vampires

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I programmatori della  K2 LLC devono aver pensato ad un’idea originale per un survival horror, ma si sono arresi presto buttando in pasto alla povera gente un Resident Evil senza zombi ma con vampiri. Io prego Dio che nessuno ci giochi mai a questa cosa perchè non è divertente, è abbastanza stupida concettualmente e non appassiona mai. Peggio c’è solo la ragazza coi denti da squalo di 2001 maniacs pronta a farti un pompino. Per farvi meglio capire l’eroe di turno va in giro per il gioco vestito da Guerriero della notte, senza maglietta e con i muscoli ben oliati, quasi a invitare i vampiri a succhiargli il collo senza fatica.

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E con questo papiello siamo arrivati alla fine e, prima che ce lo diciate, sappiamo che mancano dei titoli, come il punta e clicca Necronomicon, ma aspettiamo di giocarci con mano perchè è vero che anche qui ci siamo affidati a volte ai ricordi di giovinezza, ma un conto è arricchire con la fantasia la smemoratezza, un conto è sparare a cazzo su qualcosa neanche provata. Torneremo settimana prossima con un Van Damme recensito dal nostro Ash Leale, ma per questa settimana, amici malastrani è tutto.

Andrea Lanza

Tornerò anch'io!

Tornerò anch’io!

E no cazzo! Tu no!

Polpette (Meatballs)

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                   Ad Harold Ramis (21 Novembre 1944 – 24 Febbraio 2014)

“It just doesn’t matter!” grida Bill Murray/Tripper Harrison agli ospiti ed ai supervisori del Camp North Star, impegnati in una gara olimpica di fine estate contro gli odiati “colleghi” del Camp Mohawk che li stanno surclassando, ricchi, antipatici e pure bari. “Chi se ne importa!” urlano di rimando tutti i giovani e giovanissimi raccolti intorno al camino. Sembra un pò il “motivational speech” pronunciato solo l’anno prima da John “Bluto” Blutarsky alla congrega depressa dei Delta, prima della parata cittadina, e non siamo poi molto lontani.

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Certo, “Polpette” è un film molto meno sarcastico e demenziale rispetto ad “Animal House”. Ma lo spirito è quello e Bill Murray da solo riesce a portarsi a casa la pellicola a mani basse. Del resto il film fu costruito praticamente sulla figura di Tripper, anzi a detta di Ivan Reitman “non so che cosa sarebbe stato il film senza di lui”. Faceva bene a preoccuparsi il vecchio Reitman (il quale per inciso conosceva bene Bill Murray avendo prodotto il “National Lampoon’s Show”, lo spettacolo itinerante in cui si esibivano John Belushi, Gilda Radner e lo stesso Murray) perchè fino al terzo giorno di riprese non fu sicuro dell’effettiva presenza di Bill sul set, sia per problemi contingenti alle prove per il “Saturday Night Live” sia per personale ritrosia dell’attore al debutto cinematografico. Non a caso le primissime scene girate da Murray sono quelle in cui si presenta con camicia hawaiiana e calzoncini rossi, proprio gli abiti con i quali era arrivato la prima volta sul set. Preso e sbattuto di fronte alla cinepresa, quasi per non lasciarselo sfuggire e perdere così quella follia interpretativa che si portava dietro. Pensate un pò a “Caddyshack” e a “Where the Buffalo Roam”, giusto per avere il panorama.

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Detto questo, chiunque si avvicini a “Meatballs” cercando una pellicola sexploitation o qualunque altro elemento pruriginoso, è meglio ne stia alla larga. Il film di Reitman è una pellicola assolutamente “leggera”, divertente e malinconica al punto giusto baciata dalla verve di Bill Murray. E non credo sia esagerato affermare che si tratti di una delle sue performance più incisive. Tripper Harrison è il coordinatore e l’istruttore del gruppo di giovani supervisori (in gergo “meatballs”) del Camp North Star, alternativa più economica al prestigioso Camp Mohawk (1000 dollari alla settimana), condotto senza alcun pugno di ferro dal direttore Monty Melnick (Harvey Atkin, ottimo attore dalla carriera torrenziale, tra serial Tv e cinema, oltre che stimato voice actor) il quale è vittima degli scherzi dei colleghi. Come da copione nascono attrazioni e amori tra i giovani coordinatori e pure il vecchio Tripper non disdegna le attenzioni della brunetta Roxanne (Kate Lynch) mentre l’attività nel campeggio procede tra goliardate e momenti più intimisti. E’ proprio grazie a Tripper che il giovane Rudy Gerner (l’attor giovine Chris Makepeace, molto bravo, in seguito pure protagonista di “My Bodyguard”, del mio personale cult “The Last Chase”, “Il Gioco del Falco/The Falcon and the Snowman” e “Vamp”) supera le sue timidezze e si propone come pedina fondamentale nella due giorni olimpica contro gli odiati rivali del Camp Mohawk. Che saranno sconfitti, inutile dirlo ma lo diciamo, dopo dodici anni di strapotere.

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Tutto prevedibile, direte voi, Sicuro. Ma il fatto è che si fa male a sopravvalutare “Polpette” tanto quanto si fa male a sottovalutarlo a priori e per partito preso. E’ un film che sulla carta non mi dovrebbe neppure piacere o interessare del tutto ma sono anni che lo riguardo con immutato piacere. Sia per le locations (si girò al Camp White Pine nei pressi di Haliburton, Ontario, campeggio effettivamente in attività durante le riprese del film tanto che addetti ai lavori e ospiti paganti parteciparono in qualità di extras) che rimandano irrimediabilmente all’immaginario slasher in cui Mrs. Voorhees, figlio ed epigoni massacreranno una generazione intera di teen-agers, sia per la vena folle ed anarchica portata di peso sul set da Bill Murray, sia per i volti e i corpi delle giovani protagoniste capaci di far tremare i polsi dell’appassionato di cinema americano dei seventies/eighties. Eh si, perchè qui si parla di Sarah Torgov (Candace) stellina bionda che attraversò i settanta e gli ottanta tra partecipazioni a serial (“Simon & Simon”, “Ralph SuperMaxiEroe”) e film Tv (vedi “If You Could See What I Hear” [1982] di Eric Till e Stuart Gillard, dove interpretava la moglie del cantautore cieco Tom Sullivan, a cui prestava volto il mitico Marc Singer), Cindy Girling (Wendy), altra bionda di bellezza incommensurabile con all’attivo una serie di piccole parti in film come “Rapimento di un Presidente” (“The Kidnapping of the President”, 1980) di George Mendeluk con William Shatner e Hal Holbrook e “Diabolico Imbroglio” (“Dirty Tricks”, 1981) di Alvin Rakoff con Kate Jackson e Elliot Gould, fino ad arrivare alla splendida Kristine DeBell. Proprio lei. Si, avete capito bene, l’Alice del capolavoro hardistico di Bud Townsend “Alice in Wonderland: An X-Rated Musical Comedy” (1976), suo esordio e unico cimento hard, newyorkese classe 1954 dall’aria sbarazzina che non si immaginerebbe nudissima e fellatrice nel mondo delle pornomeraviglie.

(Kristine DeBell by Helmut Newton)

Possiamo dire che Reitman conduce il film con mano felice, lasciando da parte l’exploitation del precedente “Cannibal Girls”, per concentrarsi su una commedia fresca e godibile che mi è sempre parsa come una sorta di prova generale per “Stripes” e “Ghostbusters”, senza nulla togliere a questo piccolo “coming of age” senza pretesa alcuna, impreziosito pure dalla splendida fotografia naturalistica di Don Wilder e dallo score inconfondibilie del Maestro Elmer Bernstein. Non è poco. E poi, Bill Murray, Bill Murray, Bill Murray. Impareggiabile monologhista (doppiato dal grande Stefano Satta Flores) e mattatore della scena che a cavallo della sua moto, con fanciulla al seguito, grida, incita e scorta la processione di autobus verso l’autunno che arriva. I love you, man.

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Il film batte ufficialmente bandiera canadase, fu infatti prodotto grazie agli interventi della Haliburton Films, della Famous Players e del Canadian Film Development Corporation (CFDC) mentre la Paramont Pictures si assicurò i diritti di distribuzione internazionale. Le riprese principali durarono trenta giorni, tuttavia Reitman e soci, gli sceneggiatori Len Blum, Daniel Goldberg, Janis Allen e Harold Ramis (già scriba di “Animal House” e futoro regista di “Caddyshack”) pensarono bene di far girare ulteriori scene a Murray e Makepeace diversi mesi dopo, vista la chimica instauratasi tra i due, precisamente la scena alla stazione degli autobus e la partita notturna a blackjack con le noccioline. Il giovane, ma non troppo, Makepeace, al ritorno sul set, sfoggiava un bel paio di baffi che furono gentilmente tagliati da Murray. Circa un’ora di girato riguardante gli altri membri dell staff fu accantonato e mai utilizzato, nemmeno come extra delle successive edizioni digitali.

E’ tutto, o quasi. La diabolica canzoncina “Are you Ready for the Summer” accreditata a The North Star Kids Chorus (composta da Elmer Bernstein e Norman Gimbel) che si sente ad intermittenza per quasi tutto il film, è in grado di penetrare così a fondo nelle sinapsi da rimanervi per giorni e giorni. C’è pure il “nostro” mitico David “An American Werewolf in London” Naughton che canta “Makin’it” (“Meatballs” RSO 1-3056). Dvd della benemerita Sony Pictures Entertainment del 2007, anamorphic widescreen, ratio 1.85:1, 5.1 Dolby Digital che ha spianato la strada al Blu-Ray recentissimo edito dalla Lions Gate.

Vostro Onore, non aggiungo altro. Consigliatissimo.Vi è pure un cripto-remake/omaggio che più demenziale non si può intitolato “Wet Hot American Summer” (2001) di David Wain, con Paul Rudd, Michael Showalter, Janeane Garofalo ed Elizabeth Banks, molto divertente se si apprezza il genere più tre sequels ufficiali tra i quali ricordo con piacere solo il numero 2 diretto da Ken Wiederhorn. Fine.
Dategli una chance a questo “Meatballs”.
In caso contrario, beh. IT JUST DOESN’T MATTER.

Domenico Burzi

http://www.youtube.com/watch?v=0DuOW1dYcqI

Polpette

Titolo originale: Meatballs

Anno: 1979

Regia: Ivan Reitman

Interpreti: Bill Murray, Harvey Atkin, Kate Lynch, Russ Braham, Kristine DeBell

Durata: 90 min.

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