Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, a Paola Petrella, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su a.lanza@email.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Senza tregua (Hard Target)

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Non ho mai cercato l’efferatezza fine a se stessa, ho sempre privilegiato la poesia, l’eleganza dell’azione.

Chiunque conosca anche solo un poco la filmografia di John Woo non può esimersi dal riconoscere la veridicità di questa affermazione. La poetica di Woo, Leone d’Oro alla carriera nel 2010, è nell’azione più pura e nella violenza mai fine a se stessa, ma intesa come strada per la redenzione. Difficile, probabilmente, riuscire ad intendere in modo preciso ciò che i film del regista cantonese rappresentano, ma la questione si pone esclusivamente per la nostra differenza culturale. Abituati come siamo al machismo hollywoodiano e cresciuti con i miti dei film americani, gli inossidabili eroi invincibili interpretati dai grandi action-man che hanno fatto la storia del Genere, da Sly Stallone a Schwarzenegger, Willis, Norris e tutti gli altri, è palpabile la complessità nel definire un action movie “poetico”. Eppure la maestria di Woo sta proprio qua e film come A Better Tomorrow e Hard Boiled sono lì a dimostrarlo.
Non sorprende, quindi, la corte che Hollywood fece al regista cinese nei primi anni novanta, tanto da convincerlo a lasciare Hong Kong e volare negli States per il suo primo film americano, Hard Target, nel 1993. Certo è che non tutti si fidavano ciecamente dello straniero, forse proprio per quella differenza culturale sopra citata, oltre che per il diverso approccio all’action che Woo aveva sempre adottato nelle sue opere. Per un motivo o per un altro, la Universal decise di produrre, sotto però la supervisione di Sam Raimi, che con la sua Renaissance Pictures figura infatti tra i produttori. Il film non aveva un budget molto elevato ma la sfida era un’altra: girare un film americano con lo stile di un regista cinese che, in patria, era considerato una star.

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Tra gli script presentati è quello di Chuck Pfarrer (Virus, Pianeta Rosso) ad essere scelto, ma quando Woo tenta di ingaggiare come protagonista Kurt Russel, la produzione sembra non essere d’accordo e alla fine il ruolo va ad una delle star più in voga del momento, Jean-Claude Van Damme.
Sulla questione esistono diverse versioni: in una è il belgian hero a fare pressioni alla Universal per recitare con John Woo, in un’altra sono gli impegni di Kurt Russel a costringere il regista a ripiegare su JCVD, in un’altra ancora è Van Damme che convince Woo a fare un film con lui in America. Ma qualunque sia la versione della storia e qualunque sia la verità, i fatti non si possono cambiare. E dicono a lettere cubitali che Hard Target è un John Woo trattenuto. Di Senza Tregua, titolo italiano che come sempre lascia a bocca aperta per l’attinenza con l’originale, esiste infatti una versione director’s cut, circolata negli States dopo che il film fu tagliato e censurato, cosa che sicuramente non rese molto felice il regista cinese. Ed è un vero peccato perché di potenzialità, sebbene si basi su di una sceneggiatura altalenante, questo film ne ha parecchie.

Non dare la caccia a ciò che non puoi eliminare.
Da sola, la tag-line di Hard Target basterebbe a far capire i territori bellicosi dove si aggira la pellicola, che sembra modernizzare elementi di Schoedsackiana memoria, riconducibili a The Most Dangerous Game, pellicola diretta appunto da Ernest B. Schoedsack nel 1932, in contemporanea al suo capolavoro, King Kong (1933). Rivisitazione involontaria oppure no, la trama di Senza Tregua si snoda lungo New Orleans e il bayou, presentando finalmente un JCVD che non solo sfoggia i suoi calci leggendari, ma si diletta anche con armi da fuoco e acrobazie motociclistiche: tutto ha inizio con l’uccisione di Douglas Binder, veterano dell’esercito ora ridotto ad un senzatetto, che decide di partecipare, dietro lauto compenso, ad una caccia all’uomo, dove la preda è lui stesso. Quando scompare, la figlia Nat si mette sulle sue tracce e trova inaspettato aiuto in un ex soldato delle forze speciali, Chance Boudreaux, senza lavoro e bisognoso di soldi. Scopriranno che dietro alla morte di Binder c’è la mente di Emil Fouchon, che organizza caccie all’uomo per ricchi borghesi annoiati e si ritroveranno presto costretti a combattere per la loro vita.

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Un western moderno, serrato, sporco, violento e senza scrupoli, in una New Orleans difficile e problematica, Hard Target è un giro sulle montagne russe, una grande salita prima della discesa senza freni nella follia e nell’action esplosivo e infernale di un finale duro, girato con maestria da un grande dell’azione made in Hong Kong, che anche qui, nel suo primo film a stelle e strisce, non manca di utilizzare i suoi marchi di fabbrica, ralenti perfetti, inquadrature memorabili, scontri violenti e senza tregua. Nonostante un discreto successo al botteghino la critica non mancò di definirlo il peggior film del cineasta asiatico, soprattutto per la scarsa considerazione di cui godeva all’epoca Jean-Claude Van Damme, considerato un attore scarso e di poco talento. È innegabile che non fosse, così come non lo è tuttora, un interprete da Oscar, ma i luoghi comuni, le frasi fatte e gli stereotipi si sprecavano, figli di quello snobismo proprio di certa critica non solo estera, ma anche italiana. Facile fare i critici definendo capolavori i film che lo sono senza ombra di dubbio, più difficile trovare bellezza, poesia, qualità e onestà in opere che vanno comprese aldilà dell’apparenza e della prima, singola e svogliata visione. Da questo punto di vista, Van Damme non è stato molto fortunato, sebbene sia diventato, nel corso degli anni, un buon attore, che riesce anche ad andare oltre gli action nonostante per lui rimangano una seconda casa.
L’inespressivo belga, come da tanti viene definito, possiede ancora una fisicità e un atletismo invidiabile e John Woo non mancò di notarlo, nel ’93, andando oltre stereotipi e sfottò, sfruttando al meglio le capacità di JCVD in scene tese, coinvolgenti, rapide, con qualche sprizzo di machismo, è vero, ma pur sempre di una produzione americana si trattava. E al fianco di un protagonista che non solo mena pugni e calci come se non ci fosse un domani ma cavalca moto e salta con nonchalance su auto in movimento, ci sono Yancy Butler (Witchblade, Kick-Ass), Wilford Brimley (Sindrome Cinese, La Cosa, Cocoon), Arnold Vosloo (La Mummia, Darkman 2, Blood Diamond) e soprattutto un cattivo con i fiocchi, uno spietato Lance Henriksen (Terminator, Aliens, Millenium).

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Sono passati ventun anni dall’uscita nelle sale. Nel frattempo tante cose sono cambiate, nel cinema e nel modo di intendere l’action, sono nate nuove stelle e le preferenze degli spettatori sono mutate con l’avvento delle nuove generazioni, per la maggior parte più inclini ad un cinema veloce, istintivo, cool e colmo di realistica CG. Nulla in contrario, ma forse qualcosa l’abbiamo perso per strada, vendendo l’anima di qualche eroe per un pugno di effetti speciali. Già, gli eroi, quelli che sistemavano la situazione con calci e pugni, o con ogni arma a portata di mano, quelli che cercavano di fare la cosa giusta anche se con mezzi non proprio ortodossi, combattuti e combattenti, magari frustrati e sofferenti, divertiti o divertenti. Non gli Iron Man, i Thor, i supereroi e nemmeno i Jack Sparrow, ma gli altri, i John McClane, gli Axel Foley, i John Matrix. E perché no, anche gli Chance Boudreaux, con l’imbarazzante capigliatura mullet di un Van Damme all’apice e nel pieno di un successo a cui forse non era preparato. Hard Target ha qualche difetto, non è perfetto, non è un capolavoro. Ma quando ti si para davanti una scena finale così, diretta da uno dei più grandi registi action in circolazione, tutto il resto può andare bellamente a farsi fottere.

Manuel “Ash” Leale

Senza tregua (Hard target)

Anno: 1993

Regia: John Woo

Interpreti: Jean Claude van Damme, Lance Henriksen, Yanci Butler, Arnold Vosloo, Wilford Brimley, Kasi Lemmons, Marco St.John, Wilford Brimley, Chuck Pfarrer

Durata: 97 min | 73 min (cut) | 116 min (Director’s Cut) | 128 min (Workprint Version)

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Viaggio vintage nel videogame horror su Ps1

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Lo ammettiamo: scrivere senza essere pagati dev’essere stimolante, ti deve davvero piacere o finisci con recensire, con la stessa gioia di vitello pronto ad essere macellato, l’ultimo film di Scott Adkins. Diamine, giovani, ho detto Scott Adkins non micio micio bau bau. Scott Adkins è il top dei top, il re Mida dell’action, colui che potrebbe portare con orgoglio lo scettro del vandammesimo senza paura di sfigurare. Ecco se davanti a lui siete apatici, un po’ come essere impotenti davanti a Jenna Jameson, vuol dire che vi serve una vacanza, il Messico, la tequila, combattimenti a mani nude con un alligatore, muovi questo culo chica, al panifilo amici, è uno zombi o un balbuziente? Vacanze. Ecco il perchè di questa pausa di un mese e mezzo. Oltetutto non la prima di questo blog e neppure l’ultima, ma i beghini stavano già contanto i corvi sopra le nostre teste, maledetti. Uccidere Malastrana è come cercare di inculare un bulldog senza pensare di essere poi, giustamente, sbranati. E che cazzo, d’altronde, i bulldog mica sono chiwawa, è come far fare 300 parte seconda ad un Ateniese, figo figo ma sotto sotto che cazzata.

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Diciamo che sono un uomo semplice: mi piace il divertimento e la giusta dose di menate intellettuali, amo le tette gratuite ma mi commuovo davanti ad Hong kong Express. Dura la vita quando i tamarri ti guardano con sguardo biego, “Ok Seagal, ma cazzo è questo Hanneke?”, i critici dei salotti buoni ridono di te e di una nouvelle vague cinese e non francese, manco la gioia di essere accettato dai pervertiti perchè a te piace, cazzo, il porno d’autore, e non tette culi e belle sborrate di youporn. Beh comunque mi è capitato a fine Febbraio di non avere più stimoli, di guardare i film e pensare “ma che cazzata”, ed era vero che erano cazzate, ma quando non distingui più la cazzata micidiale da quella divertente è un bel problema. Perciò, come diceva il mio amico Biff, ho preso armi e ritagli e ho aspettato come Confucio che tornasse quella voglia, ho frustato i miei storici colaboratori per recensire sempre e comunque, e sono tornato qui, in questa landa che amo come un figlio. Ho materiale nuovo in archivio, dai Vanzina thriller a Van Damme diretto da John Woo, ma oggi voglio fare qualcosa di diverso, perchè appunto non mi pagano, come dicevo poco prima, e posso respirare l’aria pura della libertà intellettuale. Stasera voglio parlare di videogame, in un appuntamento che voglio riprendere anche in futuro con altre console, ma questa volta voglio concentrarmi con la mitica playstation 1 e con il mio genere preferito il survival horror. Naturalmente sto scrivendo per Malastrana vhs e perciò tralascerò titoli ormai troppo famosi come i bellissimi Resident Evil e Silent hill, ma mi concentrerò su giochi meno famosi, magari da noi neppure usciti, ma che sarebbe bello qualche stronzone della Sony decidesse di ristampare magari in Hd. Quelli della playstation erano tempi mitici: potevi giocare a milioni di titoli pagando cifre irrisorie al tuo spacciatore, di solito il gestore di una videoteca che nel darti i dischi copiati tremava pensando tu fossi un fottuto federale con il morbo del nanismo. Il mio si chiamava Daniele e una volta mi nascose i giochi nel pertugio di un muretto, un luogo impossibile da trovare senza una mappa, e che ci crediate o meno, quel pazzo mi diede davvero una mappa. Con la modifica, fanculo se fosse una cosa morale o meno, un ragazzino che non avrebbe mai potuto permettersi un gioco da 100 mila lire, poteva, senza internet veloce, avere a portata di mano il mondo, con giochi fantastici, dalla grafica portentosa, frutto di una magia azteca probabilmente, visto che a giocarci ora sembrano l’aborto di un pittore futurista. Non tutti, anche se dispiace che una figata assurda come Syphon filter, il sogno di ogni amante dell’action hongkonghese, ora faccia venire al massimo i mal di testa, con il cattivo che si confonde col buono per via dei pixel sbarazzini, maledetti stronzissimi pixel. Beh comunque tra i vari generi presenti c’era il survival horror: inutile dire la paura che faceva Resident evil, con i corridoi lunghissimi e i cani che irrompevano all’improvviso, una cosa così figherrima che dimenticavi di non sapere l’inglese, unica lingua del gioco.  Ecco, Resident Evil, come Silent hill, era il must del genere, ma oltre a loro prolificarono giochi molto meno famosi, ma non per questo meno interessanti. Anzi alcuni, come Clock tower, vennero pure prima e vissero una vita travagliata ma piena di interessanti spunti. Ma andiamo in ordine e cominciamo proprio con lui.

Clock tower

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Uscì per Playstation ne 1997 ma era già stato visto e giocato per Super Famicon (il corrispettivo jappo del Super Nintendo) nel 1995, quando Resident Evil neanche si sapeva che fosse. Per la play aveva alcune migliorie grafiche, ma restava sempre un grande gioco del terrore anche in versione più scrausa. Clock tower era il più grande omaggio videoludico a Dario Argento e al suo Phenomena, ma dentro convivevano anche altre opere del maestro italiano, come la celeberrima scena dell’impiccagione di Suspiria. Quello che contraddististingueva Clock tower da ogni altro videogame horror, anche il famigerato Alone in the dark, era la sensazione di terrore e impotenza che percepiva il giocatore ad indossare i panni di Jennifer Simpson, studentessa in balia di un pazzo e deforme assassino in una magione gotica. Il gioco, fondamentalmente un punta e clicca, si basava sull’intuizione del doversi nascondere piuttosto che del combattere i mostri, con un’atmosfera paranoica unica. Clock tower non uscì mai fuori dal territorio nipponico, ed è per questo che Clock tower 2 in America uscì come Clock tower, anche se raccontava il seguito di quella prima avventura, un anno esatto dopo i delittuosi fatti accaduti alla sfortunata Jennifer. Stavolta a dare la caccia a lei e ai suoi amici era il misterioso uomo forbice, un assassino con il vizietto di decapitare le sue vittime. Il gioco, come per il precedente, presentava l’accattivante idea di un terrore così assoluto da poter fare impazzire letteralmente la giovane protagonista. La serie non si fermò qui e continuò con un capitolo scollegato, in America Clock Tower II: The Struggle Within, in Giappone Clock Tower: Ghost head, dove stavolta la storia ruotava intorno ad un’altra ragazza, Alyssa. Divertente, ancora più folle dei precedenti, questo nuovo Clock tower presentava un’eroina davvero anomala, dotata di una personalità multipla e schizzata, chiamata non per nulla Mr Bates. Sulla base di questo capitolo la Capcom, grazie alla collaborazione del grande regista Kinji Fukasaku, creò un remake next gen per playstation 2, ben fatto ma purtroppo mancante di tutta la genuina paura che avevano il suo modello e i suoi fratelli di sangue. Ogni Clock tower è ricordato poi per la marea di finali possibili, ben 13 in Ghost head, ed esistono persino dei romanzi ispirati alle avventure di Jennifer Simpson, anche loro mai esportati al di fuori dell’Oriente.

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D

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Il survival horror doveva avere una predilezione per le belle eroine, ma anche per il punta e clicca. In questo gioco, bellissimo e tenebroso, ci troviamo a rivestire i panni della bionda Laura, e vedere attraverso i suoi occhi un mondo bizzarro che cambia, un po’ alla Silent hill, scenario, da un ospedale pieno di cadaveri ad un castello pieno di pericoli. D, che avrà pure due seguiti, uno per lo sfigato Saturn (Enemy zero) e uno per l’ancor più sfortunato Dreamcast (D2), era un gioco maturo nei temi, affrontava il cannibalismo e le malattie ereditarie, un po’ sulla scia del primo Cronenberg o del Margheriti di Apocalipse domani. Purtroppo il gioco è invecchiato peggio di altri, soprattutto graficamente, ma ha dalla sua una storia interessante come poche, senza dimenticare le bellissime musiche del mai troppo compianto Kenji Eno.

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The note

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Uno dei survival horror meno noti, ma stranamente tradotto anche in italiano. Gioco in prima persona, raccontava la storia di Akira, giornalista freelance, incaricato di trovare la figlia scomparsa di una misteriosa committente. Questa volta il punto di forza del gioco erano gli enigmi, visto la scarsa possibiltà di affrontare a viso aperto i pochi nemici. Non era un gioco particolarmente amato, tanto che raccimolò un po’ dappertutto voti negativi e fu distribuito malamente. Non male a dire il vero, con una sua atmosfera unica, aveva purtroppo, anche all’epoca, una grafica raccapricciante.

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Parasite eve 1 e 2

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Squaresoft era la casa principe di Final Fantasy e ad un certo punto pensò di unire il gdr con il survival horror, ottenendo un ibrido dove i mostri apparivano casualmente nel gioco. La protagonista Aya Brea era di rara bellezza, così come la grafica, ma la prima parte risultava troppo insapore. Meglio con il numero 2, più bilanciato e con mostri mitocondri più bizzarri. Ultimamente si è aggiunto un nuovo capitolo su psp, ma nulla di che, soprattutto se confrontato alla scena del massacro iniziale all’opera nel primo e alla doccia voyeur di Aya nel secondo. In Italia arrivò solo il numero due, maledicendo Dio e gli uomini.

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Dino crisis 1 e 2

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La Capcom voleva rifare il colpaccio di Resident evil e pensò bene di sfruttare il genere dei dinosauri cattivoni reso immortale da Spieberg e il suo Jurassic Park. La struttura era la stessa del suo successo a base di zombi, solo che stavolta i giocatori impersonando la rossa Regina trovavano nelle stanze di una base dinasauri velocissimi e incattiviti. Nel numero 2 si pensò di puntare più sull’azione, ma, pur se il gioco era ancora più bello, deluse i vari fan. La Capcom non si arrese e sfornò per Xbox un terzo Dino crisis, stavolta nello spazio. Difficile dimenticare i bug di questa nuova avventura, la telecamera che inquadrava a destra mentre tu eri attaccato da un dinosauro meccanico a sinistra, e l’assoluta assenza di Regina, già per questo bocciato. Ora a chi chiede se verrà mai rieditato Dino crisis 3, la Capcom manda un sicario come risposta.

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 Overblood 1 e 2

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Siamo lì lì, al confine tra fantascienza e horror, ma la parte scifi è più preponderante. Ci piace però inserire i due Overblood per il titolo fighissimo e per essere il primo gioco survival su ps1 ad usare un ambiente virtuale completamente tridimensionale (ma il primato spetta a Dottor Hauzer su 3do del 1994). Nel primo troviamo un uomo che, risvegliatosi da un sonno criogenico, si troverà a scappare, senza memoria,  da un laboratorio segreto, il secondo è invece un ibrido free roaming ambientato nell’anno 2115. La cosa curiosa è che in Overblood il nome del protagonista cambia dal Raz Karcy della versione giapponese al Lars di quella occidentale, ma, detto tra di noi,  entrambi i giochi sono abbastanza orribili, legnosi e con una grafica anche all’epoca inconcepibile. A memoria però ricordo Overblood 2 molto colorato.

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Nightmare creatures 1 e 2

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Anche qui la parte horror è poca cosa, pur con ambientazioni da gotico Hammer e una serie di mostri fantasiosi e letali. I due giochi sono molto di più calibrati verso l’avventura frenetica i terza persona, tanto che, per non perdere una vita, dobbiamo rempire una barra di adrenalina con i combattimenti. Interpretiamo, nel primo, a scelta o la bella Nadia, armata di una spada, o il feroce Ignatius Blackward, abile a prendere a bastonate i mostri (ma la scelta di armi è davvero molto varia). mentre nel secondo siamo un folle scappato dal manicomio. La storia è poca cosa davvero, non per nulla stavolta nessuno ha sentito il bisogno di un doppiaggio italico. Molto carini comunque.

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Echo Night/Echo Night 2 – Nemuri no Shihaisha

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Echo Night era un survival horror in prima persona, ambientato su una nave, molto notevole soprattutto per atmosfera unica. Echo Night 2 – Nemuri no Shihaisha ne era il seguito, ancora migliore, ma purtroppo restò ancorato nel Paese del Sol Levante. Erano sì cloni di Resident Evil a livello concettuale, ma anche giochi molto ben fatto, capaci di coinvolgere come pochi altri e di riuscire a raccontare con efficacia due terrorizzanti storie gotiche. Sulla ps2 uscì un altro capitolo, ambientato nello spazio, notevole anch’esso ma non di molta fama, purtroppo.

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Hellnight (Dark messiah)

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Stavolta siamo davanti ad un horror puro, in prima persona, conosciuto in Giappone come Dark messiah.La peculiarità del gioco è che si incontra un solo mostro, non si può combatterlo ma solo scappare, e che ogni persona che si incontra è il corrispettivo di una vita da usare se ci si imbatte nel nostro nemico. Claustrofobico, a tratti cerebrale, non ottenne molta fama fuori dal suo Paese, ma fu rivalutato in pieno boom del survival horror come uno degli esponenti più originali.

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Koudelka

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La lezione di Parasite eve era stata ben colta: gdr più horror. Ambientato a fine 800, il gioco (in italiano!) presenta un personaggio principale fantastico,  Koudelka Iasant, una giovane zingara con poteri soprannaturali, tra l’eroine più belle di sempre. Pur con ambientazioni gotiche questo strano ibrido non riuscì purtroppo mai a convincere, soprattutto per via di un gameplay legnoso in contrasto con eccellenti filmati in CGI. Dalle ceneri di Koudelka però nacque una serie interessante per Ps2, Shadow hearts, capace di far respire orrori di stampo lovecraftiani con concitati combattimenti. La lezione di Koudelka era stata capita e migliorata.

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Galerians

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Un clone di Resident evil poco horror, che prende a piene mani da Scanners, Blade Runner e Akira. Legnoso da giocarci, molto manga come stile, Galerians non era proprio uno dei migliori esponenti del genere, anche se all’epoca ebbe pure qualche critica entusiasta, soprattutto per i temi maturi toccati dalla storia. Peccato che a noi uomini gretti interessi più la carnazza che altro e lo abbandonammo dopo poche ore di gioco senza neanche dare un occhio al suo seguito su Ps2.

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Dark Tales: From the Lost Soul

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Strano gioco horror mai distribuito fuori dal Giappone. Siamo in una sorta di Scegli la tua avventura in versione videoludica con una storia che prosegue, tipo film, e tu che devi decidere cosa farà il tuo personaggio, da semplici scelte di direzione, svolta a sinistra o destra, ad altre di stampo morale come se uccidere o meno qualcuno. La visuale è in prima persona, ma il gioco ricorda i vecchi antologici di I racconti della cripta. Le storie sono tre, tutte presentate da uno strano figuro:

- Cat & Mouse (un detective insegue un serial killer in un parco di divertimenti abbandonato)
– Ghost Writer (uno scrittore è in pericolo dopo avere ricevuto un CD misterioso)
– The Honeymoon (una coppia di sposi e una scorciatoia pericolosa)

Ah dimenticavo nel gioco non incontrerete mai nessuna persona, sentirete solo il suo respiro o la voce. Ancora più strambo e inquietante.

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Juggernaut

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Anche se le premesse erano da vero horror, con una ragazza impossessata da uno spirito malvagio e il suo ragazza che per salvarla penetra nella sua mente, il tutto si risolve con una copia malfatta di Myst densa di enigmi e dalla brutta grafica. Da evitare nel caso lo trovaste in cantina, magari eredità del vostro zio giapponese patito di videogames.

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Martian Gothic: Unification

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Martian Gothic era all’epoca il massimo esponente del survival horror di stampo spaziale. Naturalmente siamo in puro campo clone di Resident Evil, ma con parecchie idee interessanti, non ultima che i personaggi giocanti non potevano mai incontrarsi, pena il game over. Anche a livello grafico il gioco era davvero molto ben fatto e sicuramente divertente nel portare il genere zombesco in ambito scifi.

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Chaos Break

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Chissà perchè i cloni di Resident Evil la buttavano sempre sulla fantascienza e mai sul puro orrore. Chaos Break era un gioco abbastanza mal fatto, poco divertente, dove in una base stile Umbrella dovevi scongiurare un invasione di mostroni. Potevi scegliere il clone di Jill Valentine o quello di Chris Rendfile, ma contro la noia nulla poteva vincere. Immaginate corridoi sempe uguali, mostri sciatti e poco fantasiosi, una grafica da vomito e l’orore di scoprire che prendere a cazzotti un nemico faceva più male di una bazookata.

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Countdown: Vampires

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I programmatori della  K2 LLC devono aver pensato ad un’idea originale per un survival horror, ma si sono arresi presto buttando in pasto alla povera gente un Resident Evil senza zombi ma con vampiri. Io prego Dio che nessuno ci giochi mai a questa cosa perchè non è divertente, è abbastanza stupida concettualmente e non appassiona mai. Peggio c’è solo la ragazza coi denti da squalo di 2001 maniacs pronta a farti un pompino. Per farvi meglio capire l’eroe di turno va in giro per il gioco vestito da Guerriero della notte, senza maglietta e con i muscoli ben oliati, quasi a invitare i vampiri a succhiargli il collo senza fatica.

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E con questo papiello siamo arrivati alla fine e, prima che ce lo diciate, sappiamo che mancano dei titoli, come il punta e clicca Necronomicon, ma aspettiamo di giocarci con mano perchè è vero che anche qui ci siamo affidati a volte ai ricordi di giovinezza, ma un conto è arricchire con la fantasia la smemoratezza, un conto è sparare a cazzo su qualcosa neanche provata. Torneremo settimana prossima con un Van Damme recensito dal nostro Ash Leale, ma per questa settimana, amici malastrani è tutto.

Andrea Lanza

Tornerò anch'io!

Tornerò anch’io!

E no cazzo! Tu no!

Polpette (Meatballs)

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                   Ad Harold Ramis (21 Novembre 1944 – 24 Febbraio 2014)

“It just doesn’t matter!” grida Bill Murray/Tripper Harrison agli ospiti ed ai supervisori del Camp North Star, impegnati in una gara olimpica di fine estate contro gli odiati “colleghi” del Camp Mohawk che li stanno surclassando, ricchi, antipatici e pure bari. “Chi se ne importa!” urlano di rimando tutti i giovani e giovanissimi raccolti intorno al camino. Sembra un pò il “motivational speech” pronunciato solo l’anno prima da John “Bluto” Blutarsky alla congrega depressa dei Delta, prima della parata cittadina, e non siamo poi molto lontani.

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Certo, “Polpette” è un film molto meno sarcastico e demenziale rispetto ad “Animal House”. Ma lo spirito è quello e Bill Murray da solo riesce a portarsi a casa la pellicola a mani basse. Del resto il film fu costruito praticamente sulla figura di Tripper, anzi a detta di Ivan Reitman “non so che cosa sarebbe stato il film senza di lui”. Faceva bene a preoccuparsi il vecchio Reitman (il quale per inciso conosceva bene Bill Murray avendo prodotto il “National Lampoon’s Show”, lo spettacolo itinerante in cui si esibivano John Belushi, Gilda Radner e lo stesso Murray) perchè fino al terzo giorno di riprese non fu sicuro dell’effettiva presenza di Bill sul set, sia per problemi contingenti alle prove per il “Saturday Night Live” sia per personale ritrosia dell’attore al debutto cinematografico. Non a caso le primissime scene girate da Murray sono quelle in cui si presenta con camicia hawaiiana e calzoncini rossi, proprio gli abiti con i quali era arrivato la prima volta sul set. Preso e sbattuto di fronte alla cinepresa, quasi per non lasciarselo sfuggire e perdere così quella follia interpretativa che si portava dietro. Pensate un pò a “Caddyshack” e a “Where the Buffalo Roam”, giusto per avere il panorama.

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Detto questo, chiunque si avvicini a “Meatballs” cercando una pellicola sexploitation o qualunque altro elemento pruriginoso, è meglio ne stia alla larga. Il film di Reitman è una pellicola assolutamente “leggera”, divertente e malinconica al punto giusto baciata dalla verve di Bill Murray. E non credo sia esagerato affermare che si tratti di una delle sue performance più incisive. Tripper Harrison è il coordinatore e l’istruttore del gruppo di giovani supervisori (in gergo “meatballs”) del Camp North Star, alternativa più economica al prestigioso Camp Mohawk (1000 dollari alla settimana), condotto senza alcun pugno di ferro dal direttore Monty Melnick (Harvey Atkin, ottimo attore dalla carriera torrenziale, tra serial Tv e cinema, oltre che stimato voice actor) il quale è vittima degli scherzi dei colleghi. Come da copione nascono attrazioni e amori tra i giovani coordinatori e pure il vecchio Tripper non disdegna le attenzioni della brunetta Roxanne (Kate Lynch) mentre l’attività nel campeggio procede tra goliardate e momenti più intimisti. E’ proprio grazie a Tripper che il giovane Rudy Gerner (l’attor giovine Chris Makepeace, molto bravo, in seguito pure protagonista di “My Bodyguard”, del mio personale cult “The Last Chase”, “Il Gioco del Falco/The Falcon and the Snowman” e “Vamp”) supera le sue timidezze e si propone come pedina fondamentale nella due giorni olimpica contro gli odiati rivali del Camp Mohawk. Che saranno sconfitti, inutile dirlo ma lo diciamo, dopo dodici anni di strapotere.

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Tutto prevedibile, direte voi, Sicuro. Ma il fatto è che si fa male a sopravvalutare “Polpette” tanto quanto si fa male a sottovalutarlo a priori e per partito preso. E’ un film che sulla carta non mi dovrebbe neppure piacere o interessare del tutto ma sono anni che lo riguardo con immutato piacere. Sia per le locations (si girò al Camp White Pine nei pressi di Haliburton, Ontario, campeggio effettivamente in attività durante le riprese del film tanto che addetti ai lavori e ospiti paganti parteciparono in qualità di extras) che rimandano irrimediabilmente all’immaginario slasher in cui Mrs. Voorhees, figlio ed epigoni massacreranno una generazione intera di teen-agers, sia per la vena folle ed anarchica portata di peso sul set da Bill Murray, sia per i volti e i corpi delle giovani protagoniste capaci di far tremare i polsi dell’appassionato di cinema americano dei seventies/eighties. Eh si, perchè qui si parla di Sarah Torgov (Candace) stellina bionda che attraversò i settanta e gli ottanta tra partecipazioni a serial (“Simon & Simon”, “Ralph SuperMaxiEroe”) e film Tv (vedi “If You Could See What I Hear” [1982] di Eric Till e Stuart Gillard, dove interpretava la moglie del cantautore cieco Tom Sullivan, a cui prestava volto il mitico Marc Singer), Cindy Girling (Wendy), altra bionda di bellezza incommensurabile con all’attivo una serie di piccole parti in film come “Rapimento di un Presidente” (“The Kidnapping of the President”, 1980) di George Mendeluk con William Shatner e Hal Holbrook e “Diabolico Imbroglio” (“Dirty Tricks”, 1981) di Alvin Rakoff con Kate Jackson e Elliot Gould, fino ad arrivare alla splendida Kristine DeBell. Proprio lei. Si, avete capito bene, l’Alice del capolavoro hardistico di Bud Townsend “Alice in Wonderland: An X-Rated Musical Comedy” (1976), suo esordio e unico cimento hard, newyorkese classe 1954 dall’aria sbarazzina che non si immaginerebbe nudissima e fellatrice nel mondo delle pornomeraviglie.

(Kristine DeBell by Helmut Newton)

Possiamo dire che Reitman conduce il film con mano felice, lasciando da parte l’exploitation del precedente “Cannibal Girls”, per concentrarsi su una commedia fresca e godibile che mi è sempre parsa come una sorta di prova generale per “Stripes” e “Ghostbusters”, senza nulla togliere a questo piccolo “coming of age” senza pretesa alcuna, impreziosito pure dalla splendida fotografia naturalistica di Don Wilder e dallo score inconfondibilie del Maestro Elmer Bernstein. Non è poco. E poi, Bill Murray, Bill Murray, Bill Murray. Impareggiabile monologhista (doppiato dal grande Stefano Satta Flores) e mattatore della scena che a cavallo della sua moto, con fanciulla al seguito, grida, incita e scorta la processione di autobus verso l’autunno che arriva. I love you, man.

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Il film batte ufficialmente bandiera canadase, fu infatti prodotto grazie agli interventi della Haliburton Films, della Famous Players e del Canadian Film Development Corporation (CFDC) mentre la Paramont Pictures si assicurò i diritti di distribuzione internazionale. Le riprese principali durarono trenta giorni, tuttavia Reitman e soci, gli sceneggiatori Len Blum, Daniel Goldberg, Janis Allen e Harold Ramis (già scriba di “Animal House” e futoro regista di “Caddyshack”) pensarono bene di far girare ulteriori scene a Murray e Makepeace diversi mesi dopo, vista la chimica instauratasi tra i due, precisamente la scena alla stazione degli autobus e la partita notturna a blackjack con le noccioline. Il giovane, ma non troppo, Makepeace, al ritorno sul set, sfoggiava un bel paio di baffi che furono gentilmente tagliati da Murray. Circa un’ora di girato riguardante gli altri membri dell staff fu accantonato e mai utilizzato, nemmeno come extra delle successive edizioni digitali.

E’ tutto, o quasi. La diabolica canzoncina “Are you Ready for the Summer” accreditata a The North Star Kids Chorus (composta da Elmer Bernstein e Norman Gimbel) che si sente ad intermittenza per quasi tutto il film, è in grado di penetrare così a fondo nelle sinapsi da rimanervi per giorni e giorni. C’è pure il “nostro” mitico David “An American Werewolf in London” Naughton che canta “Makin’it” (“Meatballs” RSO 1-3056). Dvd della benemerita Sony Pictures Entertainment del 2007, anamorphic widescreen, ratio 1.85:1, 5.1 Dolby Digital che ha spianato la strada al Blu-Ray recentissimo edito dalla Lions Gate.

Vostro Onore, non aggiungo altro. Consigliatissimo.Vi è pure un cripto-remake/omaggio che più demenziale non si può intitolato “Wet Hot American Summer” (2001) di David Wain, con Paul Rudd, Michael Showalter, Janeane Garofalo ed Elizabeth Banks, molto divertente se si apprezza il genere più tre sequels ufficiali tra i quali ricordo con piacere solo il numero 2 diretto da Ken Wiederhorn. Fine.
Dategli una chance a questo “Meatballs”.
In caso contrario, beh. IT JUST DOESN’T MATTER.

Domenico Burzi

http://www.youtube.com/watch?v=0DuOW1dYcqI

Polpette

Titolo originale: Meatballs

Anno: 1979

Regia: Ivan Reitman

Interpreti: Bill Murray, Harvey Atkin, Kate Lynch, Russ Braham, Kristine DeBell

Durata: 90 min.

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Tepepa

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Nel vastissimo e variegato panorama del western italiano esiste un noto sotto-filone, spesso chiamato sbrigativamente “tortilla-western”, dedicato alla Rivoluzione Messicana. Non solo il celeberrimo Giù la testa di Sergio Leone, ma anche altre pellicole di egual valore – seppure meno conosciute: Tepepa di Petroni, Quien sabe? di Damiani, Vamos a matar compañeros e Il mercenario di Corbucci, Corri uomo corri di Sollima, Requiescant di Lizzani (un po’ sui generis, a dire il vero) sono gli esempi più illustri. Si tratta di western molto particolari, spesso ambientati nei primi anni del Novecento con un piacevole effetto straniante: armi insolite e qualche automobile spuntano di tanto in tanto nel deserto oppure nei piccoli villaggi, i classici pistoleri sono sostituiti da peones e banditi col sombrero, le giacche blu lasciano il posto alle divise grigie dei rurales. È un modo rivoluzionario di interpretare il western, che pure ha sempre saccheggiato nell’affascinante territorio messicano: qui il Messico diventa però il vero protagonista delle vicende, lui e soprattutto i suoi abitanti, con il loro desiderio di libertà contro gli oppressori, configurandosi spesso come opere dal forte messaggio politico di sinistra (in Requiescant recita anche Pasolini, per esempio).

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Con Tepepa (1969), il genere si incontra con un grande cineasta italiano, Giulio Petroni. Autore a 360 gradi (non solo regista, ma anche giornalista e documentarista), affronta vari generi e tocca il western in cinque film completamente diversi l’uno dall’altro: oltre al suddetto sulla Revolucion, il classico Da uomo a uomo (solida storia di vendetta e formazione), …E per tetto un cielo di stelle (nostalgico e crepuscolare, con una punta di ironia), La notte dei serpenti (curiosa contaminazione col thriller) e La vita a volte è molto dura, vero Provvidenza? (western comico). Petroni, intellettuale dalla grande sensibilità politica (girò, per esempio, il documentario L’arte della Resistenza), frutto anche della sua esperienza di partigiano, realizza con Tepepa uno dei più grandi western italiani, un vero e proprio kolossal ad alto budget, imponente già a partire dal cast. Co-protagonista insieme a Tomas Milian è infatti uno dei giganti per eccellenza della cinematografia mondiale, Orson Welles: un’impresa che fa onore non solo al regista, ma anche a tutto il cinema italiano. Welles ha una presenza mastodontica nel film, definisce il sadico personaggio con la consueta maestria e si impone nelle scene: non solo fisicamente, con la sua mole corpulenta, ma soprattutto con la recitazione e con l’aura di monumento del cinema che porta giustamente con sé. Una presenza di questo spessore rischierebbe di offuscare il resto del cast, ma sia Milian che John Steiner hanno la personalità giusta per tenergli testa e offrono tutti una superba recitazione collettiva.

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Scritto e sceneggiato da Franco Solinas (un altro nome storico del cinema italiano), Tepepa è un western corale di ampio respiro, una vera e propria epopea – a cominciare dalla durata notevole di 126 minuti, che scorrono però piacevolmente grazie alla maestria del regista, che orchestra nel modo migliore una vicenda complessa, ma anche ai dialoghi appassionanti, alle sequenze avventurose e alle coinvolgenti interpretazioni. Protagonista è appunto Tepepa (Milian), un peone che negli anni attorno al 1910 combatte per la Rivoluzione Messicana. Suo acerrimo nemico è il crudele colonnello Cascorro (Welles), che lo sta per fucilare dopo aver ucciso tutti i suoi compagni: Tepepa viene salvato dal medico inglese Henry Price (Steiner), che in realtà lo sequestra per poterlo uccidere a sua volta, ritenendolo responsabile di aver violentato e spinto al suicidio la fidanzata durante un’azione rivoluzionaria. Dopo una serie di avventure in cui Tepepa e Price si separano e si re-incontrano, il peone si riunisce ad altri rivoluzionari per continuare a combattere contro la dittatura e anche contro il presidente Madero, che aveva promesso libertà per il popolo per poi vendersi ai governativi. Le vicende di Tepepa, Cascorro e Price si incrociano nel lungo e amaro finale, dove ognuno avrà la sua vendetta e la rivoluzione continuerà.

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Grande merito di Tepepa è innanzitutto quello di mescolare abilmente le innovative vicende rivoluzionarie con uno dei temi più classici del western, la vendetta. Con un andamento epico e quasi leoniano in certi momenti, Petroni focalizza l’attenzione di volta in volta sulle azioni corali oppure sulle storie dei singoli personaggi – ciascuno dei quali è delineato in maniera certosina e mai banale. La Revolucion è sviscerata nei suoi meccanismi interni – per quanto è possibile fare con un evento storico così complesso – ed è qui che emerge tutta la sensibilità e cultura politica del regista. Da un lato il popolo, sfruttato e voglioso di lottare per la libertà, dall’altro il governo tiranno rappresentato dall’esercito; ma anche personaggi di confine, come il presidente Madero che si riempie la bocca di promesse per poi fare il gioco della dittatura, oppure la figura del Piojo (José Torres, celebre caratterista del western italiano) che per denaro tradisce i suoi compagni di lotta. Un’idea della rivoluzione che va oltre i singoli individui, come simboleggiato dalla poetica e commovente sequenza finale in cui i guerriglieri cavalcano e in trasparenza appare l’immagine dell’ormai defunto Tepepa, diventato un simbolo della lotta per la libertà. Significativo anche il personaggio del piccolo Paquito (Luciano Casamonica), che contiene già in nuce i caratteri del futuro uomo rivoluzionario. Un discorso politico che può essere interpretato anche come metafora di tutte le guerre contro le dittature.

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Naturalmente, in Tepepa c’è ampio spazio per l’avventura, in cui si incastra la vicenda politica: possiamo dire che Petroni fa con il western un po’ quello che Damiani fa con il poliziesco, cioè coniuga nel migliore dei modi impegno e spettacolo – riuscendo in tal modo ad appassionare lo spettatore trasmettendo al contempo precisi messaggi. Avventura, azione e violenza abbondando nel film. Ricordiamo alcune scene particolarmente crude, come l’eccidio dei peones ad opera di Cascorro, Tepepa frustato a sangue, le numerose uccisioni a sangue freddo, senza dimenticare la crudele e beffarda morte del protagonista. La scena d’azione più lunga e spettacolare è quella che porta verso la resa dei conti finale, cioè l’agguato dei rivoluzionari nel canyon dove passa l’esercito al comando di Cascorro, che si conclude con un massacro a base di proiettili e dinamite. Ma anche quando non si spara, Tepepa è un film all’insegna dell’avventura: in certi momenti richiama un po’ il carattere picaresco di altri “tortilla-western” come Vamos a matar compañeros e Corri uomo corri, eliminando però il carattere volutamente grottesco e umoristico di tali film. A questo contribuiscono in maniera determinante anche le ricche location: deserti, villaggi arsi dal sole e luride prigioni, il tutto valorizzato dalla fotografia di Francisco Marin e dall’utilizzo del Technicolor e Techniscope, che rendono al meglio i colori forti e le inquadrature di ampio respiro (Tepepa è giocato infatti su molti campi lunghi, contrapposti di frequente ai primi piani). Completano il quadro estetico le sempre ottime musiche di Ennio Morricone, che realizza una colonna sonora lirica e poderosa e dall’andamento tipico delle ballate messicane.

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Strepitose infine le recitazioni sanguigne di Milian, Welles e Steiner, ciascuno con le sue peculiarità fisiche e psicologiche: Milian (che si doppia da solo) interpreta uno dei suoi personaggi più classici, il peone rivoluzionario vestito di stracci oppure con sombrero e cartuccere a tracolla; il corpulento Welles, sempre in divisa da colonnello, dà vita magistralmente al sadico e laido generale Cascorro; Steiner, che entra in scena vestito elegante e a bordo di un auto, è un personaggio complesso e subdolo, animato da una continua voglia di vendetta e che risulta fondamentale nello sviluppo della vicenda.

Davide Comotti

Tepepa

Regia: Giulio Petroni

Sceneggiatura: Giulio Petroni , Franco Solinas , Ivan Della Mea

Fotografia: Francisco Marin

Musica: Ennio Morricone

Interpreti: Tomas Milian , Orson Welles , Jhon Steiner , Luciano Casamonica , Jose Torres

Durata: 136 min.

Titoli esteri: Blood and Guns / Long Live the Revolution

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Via Montenapoleone (versione tv)

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Sicuramente è sacrosanto infamare i Vanzina (Carlo alla regia ed Enrico alla sceneggiatura) per tutte le brutture, ai limiti del vedibile, fatte dagli anni 90 ad oggi, ma altrettanto ingiusto sarebbe dimenticarsi le cose belle girate negli 80, la loro decade d’oro. Se un loro titolo cult come Sapore di mare è stato abbondantemente rivalutato anche da una critica di vecchi tromboni storici, come il Morandini, rimangono ancora considerati male, se non di più, opere altrettanto riuscite come l’agrodolce Vacanze di Natale, i thriller Mystère e Sotto il vestito niente, lo scatenato Vacanze in America e i sociali Via Montenapoleone, Le finte Bionde e Miliardi.

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Sul piano del successo di pubblico niente da dire: chi più, chi meno, questi film hanno portato tanti soldoni nelle tasche dei due figli di Steno e dei loro produttori. Sul discorso invece della qualità, dagli esperti di settore allo stesso pubblico che ha riempito le sale, tutti sembrano unanimi: gran cazzate. Si fa sicuramente un gran generalizzare perchè è vero che se, anche all’epoca, esistevano filmetti vanziniani come un Montecarlo Gran Casinò, non tutte le opere dei due fratelli erano ad un livello così desolante. Via Montenapoleone è forse il loro tentativo migliore, insieme a Sotto il vestito niente, di approcciarsi a generi diversi che non fossero la commedia di stampo driviniano. Si parla sempre di ricchi, di un’elite sociale di miliardari, modelle e playboy, ma cercando di non calcare la mano, come in Yuppies – giovani di successo, nel grottesco ridanciano: c’è il tentativo di mettere in scena personaggi veri, con i drammi e le gioie della vita comune, anche nella miserabilità di un contesto sociale di apparenza e superficialità sfoggiata come vanto.

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Non esistono poveri nella Via Montenapoleone vanziana, o almeno non sono mostrati, perchè l’occhio di Enrico prima e di Carlo dopo, si concentrano solo sui ricchi e sul loro mondo, fatto di filippini schiavi, di donne poco emancipate e annoiate, di madri cannibali e sesso masticato come chewingum americano. Qui l’occhio dei Vanzina si concentra su 5 storie parallele sullo sfondo della famosa Via Montenapoleone milanese, la strada delle vetrine più chic del capoluogo lombardo, simbolo di una ricchezza ostentata ed elittaria, la stessa che, in ambiente diverso, avrebbe cacciato e riabbracciato la Pretty Woman Julia Roberts a colpi di American Express, come fossero di bacchetta magica. Si affrontano temi importanti, e a loro modo assolutamente inaspettati da un cinema frivolo di stampo vanziano,  come l’omosessualità, senza cadere nel facile clichè della macchietta isterica e coi bigodini in testa alla Michel Serrault. Solo che tutto è lasciato alla superficie: i suicidi sono fuori campo così come le gravidanze che potrebbero sfigurare, e quindi umanizzare, le finte donne, le modelle strafighe che puoi ammirare soltanto sulle pagine di Cosmopolitan. Ecco allora che, in questo mondo alternativo, ad un passo dalla fantascienza, si passa dalla scoperta di aspettare un figlio alla scritta “Qualche mese dopo” con il bimbo già bello che sfornato, e la provetta mamma, bella e sfavillante come nessuna partoriente sarà mai.

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Anche l’outing del giornalista gay Luca Barbareschi viene liquidato quasi subito con uno scambio di battute tra lui e il direttore del giornale (“Ciak”) dove lavora: “Pensavo ti fossi fatto la metà delle mie caporedattrici”, “No ma un paio di redattori si”. Anche il sesso è qualcosa di alieno: quello omosessuale si limita ad un paio di baci in auto, quello etero ad una serie di immagini patinate con la colonna sonora di Phil Collins. E poi le madri, queste madri che soffocano i figli, li frenano della loro libido, ricordano tanto la madre mostro di Braindead di Peter Jackson o la Norma Bates di Psycho: sono ad un passo dall’incesto e quel confine viene superato e pragmatizzato dalle amiche che si rivestono del ruolo di madre e amante, come nell’episodio con Corinne Clery, premurosa nave ammiraglia del figlio di Marisa Berenson, amica del cuore. Tutto però, come recitava Rutger Hauer nel finale di Blade Runner, viene dimenticato “come lacrime nella pioggia”, sia un tradimento, come nel caso di Carol Alt, purchè salvi le apparenze e la famiglia resti intatta. In quest’ottica una brava moglie non dovrebbe lavorare perchè il lavoro spetta agli uomini e il suo valore lo si misura dal saper fare il risotto alla milanese, come ci ricorda l’agghiacciante balia, privata del nome per tutto il film, forse perchè di estrazione popolare.

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L’episodio migliore è senza dubbio quello con Carol Alt che incontra un seducente playboy, un Fabrizio Bentivoglio in versione glamour, che sciorina frasi fatte e occhioni languidi, ma nel privato, come il Patrick Bateman di Brett Easton Ellis, si diverte a filmare le sue donne e dare loro voti in vhs. Il segmento più comico è dato da Paolo Rossi e dalla terribile Sharon Gusberti, che da lì a qualche anno, lei orecchie a sventola e faccia da cavallo, diventerà la rampolla Zampetti, la sega più ambita della tv con I ragazzi della 3C. E’ questo di sicuro il dazio da pagare per gli aficionados vanziniani, un cinema di matrice televisiva, fatto di tormentoni da cabaret e l’ombra del Cavaliere sempre dietro l’angolo. D’altronde nel mondo di cartone di Via Montenapoleone la tv non prende mai la Rai ma solo il Biscione, con i televisori che forse hanno solo il tasto 5 da schiacciare. Il film non ci risparmia poi battute su comunisti e un cammeo di Andrea G. Pinketts in versione bavoso coi baffi. La versione tv dura ben tre ore, ma è più compatta e sicuramente meno criptica di quella uscita al tempo in dvd, con le storie meglio sviluppate. Nel suo genere Via Montenapoleone è un film grandioso, inarrivabile, il punto di non ritorno di un cinema superficialmente impegnato che vedrà un flebile tentativo di ripetersi in Miliardi, ma senza essere altrettanto convincente. E’ cinema urlato, drammaticamente comico, agghiacciante nel farci vedere come alcuni vivevano quei rampanti anni 80, ma anche comunque un film vero, non gli scherzi che Vanzina e soci ci riservano ora. Per chi scrive uno dei cult della sua vita, senza paura di essere preso a pomodori e uova marce: piacevole e scorrevole, girato anche con gusto glamour non disprezzabile, quasi un’esperienza cinematografica, da prendere o lasciare, ovviamente.

Andrea Lanza

Via Montenapoleone

Anno: 1987

Regia: Carlo Vanzina

Interpreti: Carol Alt, Renee Simonsen, Marisa Berenson, Corinne Cléry, Luca Barbareschi, Valentina Cortese, Fabrizio Bentivoglio, Paolo Rossi, Renato Scarpa, Sharon Gusberti, Paolo Tomei, Daniel Gelin, Lorenzo Lena

Durata: 180 min. (versione tv), 104 min. (versione cinematografica)

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Night vision

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Michael Krueger era un regista canadese che morì, praticamente sconosciuto al grosso pubblico, ad appena 39 anni, dopo aver girato due piccolissimi horror. Ebbe il tempo di scrivere anche la sceneggiatura di un Amityville non malvagio, il quinto, e di un licantropesco interessante, Lone Wolf, purtroppo rovinato dalla regia deficiente di John Callas.

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Per colpa della Signora con la falce non potè mai sbocciare artisticamente, ma i suoi due film, Mindkiller e questo, si ricordano con una certo piacere come stranezze più d’intenti che di effettiva riuscita. Film quasi speculari, tra l’altro: in entrambi un ragazzo molto nerd ed ingenuo entra in contatto con un oggetto, in Mindkiller un libro, in Night vision un videoregistratore, che lo condiziona fino a fargli commettere, forse, degli omicidi. In entrambi oltretutto la coprotagonista è Shirley Ross, che recitò solo per Krueger, elemento ulteriore che confonde i due film tra di loro, molto simili anche come ritmo. Night vision è un horror a budget zero, girato probabilmente in video, con attori non eccezionali e una storia che definire confusa è un complimento, una sorta di Videodrome molto più criptico.

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C’è da dire però che questo difetti amplificano l’impagabile aria trasognata della pellicola, complice anche un’atmosfera quasi lynchiana di horror metacinematografico (ad un certo punto una comparsa, il regista?, urlerà in una videoteca “Voglio vedere Mindkiller“).  Si denota una cura non banale per i personaggi messi in scena e per i dialoghi, non proprio da filmaccio di serie Z, con in più alcune idee a livello tecnico apprezzabili, pur nella miserabilità della produzione. Quello che affossa Night vision è purtroppo il suo ritmo letargico, non proprio amabile dal pubblico divora horror, e la sua mancanza assoluta di elementi exploitation, niente nudi o scene di sangue. Forse con più accanimento verso i clichè da horror di cassetta, questo film avrebbe vissuto più di una vita, magari sbocciando nella generazione dei dvd, invece anche in America si conta un paio di edizioni su nastro magnetico, destinate prima o poi all’estinzione. Questo è sicuramente triste, perchè rivedendo Night vision l’ho trovato un horror interessante, senza che mi generasse quei due o tre sbadigli di rito, segnale personale di un ‘opera noiosa, perchè, ricordiamolo, lento non necessariamente è noioso. Il film comunque non è esente da elementi estremamente bizzarri come quando mette il scena il personaggio di Vinny, interpretato dall’impareggiabile carneade Tony Carpenter: un tappetto dai baffi e le cannottiere da italiano stereotipato, alto un metro e poco più, ladro di infima tacca che vede nel protagonista, sguardo ebete e frasi da alienato, il compagno ideale per mettere a segno dei furti. Contento lui. A questo aggiungiamo una setta di satanisti, che dovrebbero essere i cattivoni del film, che si comportano più come usurai che come assassini, fermando i vari personaggi di notte e minacciandoli di ucciderli se non ridaranno loro il famoso videoregistratore stregato.

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Minacciandoli, capite? La cosa più cattiva che questi stronzoni hanno fatto, a sentire il detective che si occupa del caso (un altro personaggio assolutamente sopra le righe), è far del male a dei gatti. Questa cosa però, stupidella sulla carta e abbastanza insennsata, accresce la convinzione di starci a trovare davanti ad un camuffato epigono di Psycho, dove il nostro novello Norman Bates chiama più volte una madre, della quale non sentiamo mai la voce e che probabilmente esiste solo nella sua testa. Ecco quindi che Night vision diventa l’incubo di un folle, senza amici o contatti nel mondo reale, che scivola piano, guardando la stessa videocassetta, in un mondo di omicidi creati da lui. Un thriller, che potrebbe essere lustinghiano, se questa tesi non venisse smentita dai molti accenni soprannaturali (la vhs malvagia viene vista anche da altri personaggi che vivranno le stesse sensazioni del protagonista). Certo è che Michael Krueger gira una scena di sesso tra il protagonista, Stacy Carson, e la Ross, tra le meno erotiche e disturbanti mai viste, dove si percepisce visibilmente il disagio dei due attori nell’approccio amoroso. Night Killer diventa, anche per queste stranezze, un’opera che potresti liquidare con calcio nel sedere e che invece, dopo giorni, ci ripensi. E se non fosse un brutto film?

Andrea Lanza

Night vision

Regia: Michael Krueger

Interpreti: Stacy Carson, Shirley Ross, Tony Carpenter, George Flynn

Durata: 105 min.

VHS: Deltavideo

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Note a margine:

Nella videoteca  dove il protagonista non lavora, ma lo convincono che lavora visto che è un ingenuo, ecco che fa capolino From Beyond:

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Ma ricordatevi che il film più noleggiato in questa videoteca, gestita dalla ragazza qui sopra, è “Ispezione anale nazista” noleggiata da questo distinto ometto:

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Ma anche “Supplenti di scuola porche” fa la sua porca figura e cerca di rubarlo questo ragazzino, incurante del fatto che esposte ci sono solo le custodie. Ah gli ormoni:

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Ma la ragazza della videoteca è una tipa tosta, lei dice un bestemmione ogni tre per due, odia il mondo, fuma arrabbiata la sua sigaretta e, come il commesso di Clerks, tratta male i clienti:

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Vi odio tutti

Ma basta che il protagonista se la porti a letto che comincia a fare la stalker: lo chiama ogni secondo, gli chiede di portarla con lui in Kansas e presentargli sua madre:

Ti amo pasticcino

Ti amo pasticcino

La cosa più divertente è il campionario di umanità che il protagonista incontra a Denver.

Il portiere figlio di puttana che lo getterà in mezzo alla strada perchè non possiede la carta di credito:

Le riservo, signore, la stanza che da' sulla strada

Le riservo, signore, la stanza che da’ sulla strada

- La loggia del bufalo con annessi peti e rutti di rito

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- Una padrona di casa cicciona e molesta

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- Un gay che gli fa l’occhiolino

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- Una setta di usurai satanisti ammazzagatti, vestiti come  il peggior incubo alla Tony Scott

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- Un detective che, appena vede il protagonista, vuole accusarlo subito di omicidio senza ragione

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- Un’amica dello pseudo ragazza molto mignotta

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- Naturalmente Vinny, il ladro amico

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- E le uniche due comparse che moriranno

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Nuda vendetta

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Cirio H. Santiago fa parte di quella folta schiera di artigiani che si sono cimentati, in decenni di carriera, con un po’ tutti i generi. Santiago era filippino, come l’altro grandissimo regista degenere Eddie Romero, e girava dagli anni 50 opere che, fin dagli esordi, erano riconoscibili del suo stile: western, spionistici, avventurosi e persino commedie dalla confezione veloce ed esportabile all’estero, soprattutto gli Stati Uniti. Negli anni 70 poi cavalcò la moda della blaxploitation con un pugnetto di film gagliardi come TNT Jackson, Death Force e soprattutto She Devils in Chains, un delirio proto tarantianiano da fare andare in brodo di giuggiole i fan del grindhouse più scellerato.

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La sua fama però la si deve al fiorente mercato dei vietnam movie che pullularono sulla scia, prima di Apocalypse now, poi di Platoon, e che ebbero degli epigoni pure in Italia, con la punta d’iceberg nella coppia Mattei/Fragasso. Nei film di Santiago recitavano, per venderli meglio all’Estero, star decadute come David Carradine o la Monique Gabrielle di Flashdance. Certo è che prima della fine dei generi, avvenuta anche per l’industria cinematografica filippina, i prodotti del regista, e dei suoi colleghi, davano da mangiare a tanta manovalanza americana inutilizzata in patria, compresi soprattutto i caratteristi mai assunti a veri attori.

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Di lui i collaboratori parlavano bene se non benissimo, anche se alcuni esterni, come Joe Dante, chiamato per montare il trailer internazione di TNT Jackson, lo consideravano un pessimo regista. Di sicuro i film di Santiago erano rozzi, ma di una rozzezza ruspante, a volte alla Jess Franco, capaci di usare un attore come il karateka Richard Norton per girare una dozzina film pagandolo per uno solo. Questo Nuda vendetta è uno dei tanti film anni 80 suoi, girato tra due postatomici, il folle Wheels of Fire e l’ancor più folle Future Hunters (Robert “T1000″ Patrick vs. Bruce Le senza una e!!!!). Nuda vendetta viene ricordato anche da Quentin Tarantino come un cult, specialmente perchè ha al suo interno mille generi che si mischiano e fanno a cazzotti.

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Non si può di certo dire che sia girato bene, anzi, con la confezione, al di là di un paio di rallenti di maniera, terribilmente piatta, da puro telefilm anni 80, tanto che, ad occhio distratto, potrebbe essere scambiato per un prodotto di almeno dieci anni prima. Si tratta di un remake non ufficiale di Non violentate Jennifer di Meir Zanchi, solo con plot calcato sull’iperbole demenziale, pur mantenendo un rigoroso taglio serio. Non ci si crede quanta sfiga possa cadere addosso alla protagonista, la bellissima Deborah Tranelli di Dallas, che prima vedrà trucidato da un rapinatore il marito durante il loro quinto anniversario, poi si troverà ad essere stuprata da un gruppo di balordi che, per far capire quanto sono cattivi, uccideranno a fucilate pure i suoi vecchi genitori. Ovvio che la vendetta arriverà e sarà delle più feroci con corpi carbonizzati, evirazioni e duelli in ghiacciaie con ganci da macellaio. Il film è selvaggio quando basta nel sesso e nelle morti, con una nota particolarmente buona nella generosità della sua protagonista, spesso e volentieri nuda, come da titolo.

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E’ lei la migliore tra gli attori, che si trascinano, per la maggior parte del film, in faccette e facciacce indecenti, con l’aggravante di alcuni interpreti, come il piccolo Timmy (Steve Roderick), che dimostrano non 15 anni ma 40. Fa ridere questa cittadina di provincia americana che sembra abitata in prevalenza da maniaci sessuali, capaci, davanti ad una bella donna, di sciorinare frasi romantiche come “Ho il miglior pezzo di manzo della zona” o “Vorrei farti un pigiamino di saliva”. In quest’ottica la Tranelli è come il pollo arrosto gettato in pasto agli affamati perchè, nel paese degli stupratori e dei degenerati, (di donne non se ne vede una), la violenza sessuale dev’essere la cosa meno brutta che possono farti. Ecco che i migliori esponenti di questa umanità degradata, capitanati da un macellaio sessuomane (“E’ una troia perchè non ci sta”), diventeranno da predatori a prede. Il bello di Nuda vendetta è che è un film mutaforme: quando pensi di averlo etichettato, ecco che diventa qualcos’altro. La pellicola di Santiago infatti parte come un rape and vengeance, poi diventa una sorta di Rambo al femminile, poi vira verso l’action kung fu e si eclissa, nel finale, nel classico Il Giustiziere della notte. Pazzesco sicuramente, una visione che, quando non ti fa ridere involontariamente, ti confonde come un Blu tornado di Gardaland. Tra i caratteristi si riconosce il mitico Nick Nicholson, star dello zombesco italiano After death, e qui condannato ad una tra le fini più atroci, schiacciato da un auto con doverosa fuoriuscita di sangue a fiotti. Non stiamo ovviamente consigliando questo film, brutto come poche altre cose, ma vi avvertiamo che, se vorreste vederlo, potrebbe essere una delle visioni più folli, scriteriate e divertenti della vostra vita, con tutto rispetto per il bel cinema che non abita qui. Intanto Santiago, morto nel 2008, potrebbe essere il primo regista zombi: il suo mai completato Water Wars è in uscita quest’anno. Come è possibile? Ovviamente l’ha finito un altro regista, Jim Wynorski, un altro folle che noi di Malastrana vhs abbiamo incontrato più volte. Le vie infinite del Signore…

Andrea Lanza

Vendetta nuda

Anno: 1985

Regia: Cirio H. Santiago

Interpreti: Deborah Tranelli, Kaz Garas, Carmen Argenziano, Bill McLaughlin, Don Gordon Bell, Ed Crick, Joseph Zucchero

Durata 97 min. (la versione italiana in vhs è monca di quasi 20 minuti)

VHS: DOMOVIDEO

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Forza d’urto 2

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Di nuovo in servizio, di nuovo in azione e di nuovo dei guai!

(Frase di lancio)

Forza d’urto (Stone Cold) fu un bagno di sangue al botteghino: ben 22 milioni di budget per un incasso di appena nove. Di sicuro se la cavò meglio nel mercato selvaggio della vhs anni 80/90 e, con gli anni, assurse al titolo di cult dell’action tamarro. Basti vedere d’altronde il trailer a base di esplosioni, motociclisti e belle donne nude, per capire il tenore dell’opera: pura serie B compiaciuta di esserla. In questo, pur non essendo un gran film, anche se molto divertente, Forza d’urto era stato almeno sincero coi tanti fan del cinema action in astinenza dai vari Stallone, Schwarzy e Chuck Norris. Questo però non bastò a convincere regista e produttori ad un Forza d’urto 2, purtroppo.

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Questo non impedì però ad alcuni paesi, tra i quali Germania e Italia, di fare uscire nelle sale, a fine anni 90, comunque un seguito, almeno nominale, di quell’opera. Unico anello di congiunzione tra il film di Craig R. Baxley del 1989 e questo, era solo l’attore protagonista, quel Brian Bosworth, ex star del football, che tentò la carriera cinematografica, senza riuscire mai ad imporsi con successo nelle grazie del pubblico. Forza d’urto 2 (o come lo chiamarono in Germania Stone Cold 2: Heart of Stone) in origine si chiamava Back in business ed era un innocuo film d’azione per la tv americana, diretto dal regista australiano Philippe Mora, già tristemente noto negli USA per due tra i più atroci Howling mai girati (il 2 e il 3).

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Cioè, diamo a Cesare ciò che è di Cesare: Mora è ed era un buon mestierante, ma, nella sua trasferta negli States, non seppe mai dare il meglio di sè, girando sotto uno standard così basso da essere artisticamente suicida. Back in business arriva nella sua carriera tra un indecente 2049 – L’ultima frontiera (Precious find) e l’incredibile Pterodactyl Woman from Beverly Hills, quindi il peggio del peggio della sua filmografia, ben lontana dai fasti Mad Dog Morgan (Braccato a vita), girato in patria. Incredibilmente però, pur non essendo un capolavoro, questo Forza d’urto 2 è una piacevole visione.

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Di solito,  è vero, non si parla mai bene, tra i fan del genere, di questa pellicola, e le critiche in rete sono abbastanza cattivelle, ma il film di Mora è un dignitoso passatempo, fatto di esplosioni e scene d’azione concitate, che compie degnamente il suo sporco mestiere di B movie scacciapensieri. Naturalmente non abbiamo più come protagonista lo storico Joe Huff / John Stone di Forza d’urto, e questo è il motivo principe dell’incazzamento dello spettatore imbrogliato dal titolo, ma il meno noto Joe Ekhart, interpretato però dal solito mummificato Bosworth. A dire il vero, se si volesse tracciare una ipotetica linea di congiunzione tra i due film, si potrebbero trovare non poche somiglianze, a partire dal plot che mette ancora in scena una storia di infiltrati in ambienti eterogei, lì una banda di motociclisti, qui un’organizzazione di spacciatori. Siamo però stavolta in un campo diverso: se nel film di Baxley i modelli erano, fin dalla copertina terminatoriana, i film di Schwarzenegger, qui siamo in puro terreno Arma letale, con due sbirri amici, bianco e nero, dai caratteri agli antipodi.

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Se Bosworth non sfila gli incredibili abiti kitch di Forza d’urto, qui non lascia comunque a bocca asciutta il fan del bizzarro con un’incredibile partita di basket giocata in mutandoni assurdi. Oltretutto l’attore risulta qui meno antipatico del solito, complice anche una sceneggiatura che caratterizza in maniera burlesca il suo personaggio, umanizzandolo nei limiti di un action di cassetta, come quando deliziosamente lo vediamo affidarsi ad una psicologa telefonica per calmare i problemi di aggressività. Quello che stona nel film, tra l’altro come già detto girato egregiamente da Mora, è il personaggio di Joe Torry (tra l’altro inspiegabilmente assente dai nomi in copertina), la spalla black del protagonista, irritante oltremodo nel suo sciorinare battute comiche ogni due o tre minuti, con la punta apice in una volgarissima sequenza dove finge di essere un arabo. Questo è comunque il problema di molti action anni 90, con l’esempio più eclatante in Dredd – la legge sono io di Danny Cannon, dove, per non incorrere in censure, la violenza doveva essere smorzata da una situazione più soft con l’ibridazione sempre più preponderante della commedia. Forza d’urto 2 ha comunque alcuni buoni assi da giocare, soprattutto la presenza del grandissimo caratterista Brion James (morto purtroppo nel 1999), ex replicante di Blade Runner e cattivone di molte pellicole oscillanti tra la serie A e C. I nudi purtroppo sono nulli, e dispiace non vedere di più della co-protagonista femminile Dara Tomanovich, ma qui dev’essere entrata in gioco la destinazione televisiva dell’opera. Per il resto Forza d’urto 2, o Back in business che si vuole, è un onesto B movie d’azione, veloce, pieno di scene concitate ben orchestrate, che promette una visione scacciapensieri, e quello da’. Se riuscite a superare la bruttezza della copertina del dvd Cecchi Gori, scura oltre ogni misura, potreste divertirvi, anche se il miglior Brian Bosworth, nei limiti di stoccafisso dell’attore, è quello di Faccia da bastardo, opera prima del Kurt Wimmer di Equilibrium e Ultraviolet. Ma ci torneremo, non dubitate.

Andrea Lanza

Forza d’urto 2

Titolo originale: Back In Business

Anno: 1997

Regia: Philippe Mora

Interpreti: Brian Bosworth, Joe Torry, Dara Tomanovich, Alan Scarfe, Aubrey Beavers, Brion James, Aleks Shaklin, Victoria Mahoney, Guy Torry, Michael Clarke Duncan

Durata: 90 min.

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Professione pericolo

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Dedicato a Peter Seamus O’Toole (Connemara, 2 agosto 1932 – Londra, 14 dicembre 2013, attore irlandese del teatro britannico, e fra i più grandi per il cinema internazionale fin dagli anni cinquanta-sessanta.

“Se Dio potesse fare le cose che possiamo fare noi, sarebbe stato un uomo felice …”

“Non si è mai più vulnerabili rispetto a quando si sa troppo.”

Frasi di lancio originali del film

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Il film di Richard Rush diretto nel 1979, ”The Stunt Man”(Professione Pericolo in Italia), fu già al tempo in controtendenza al sistema degli studios con la sua narrazione multigenere e l’accumulo di temi interessanti. Fornì a Peter O’Toole uno dei suoi migliori ruoli cinematografici dell’intera, e una delle sue otto nomination all’Oscar. Purtroppo, la politica degli Studios in qualche modo seppellì il film che languì da allora come cult dal titolo semi-oscuro . Una nuova fantastica versione in dvd a tiratura limitata e oggi fuori catalogo della Anchor Bay, pubblicata in dvd, lo riportò a vera vita per poter essere ri-scoperto goduto dalle nuove generazioni di veri appassionati di cinema.

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“Professione Pericolo” dovrebbe essere un titolo praticamente obbligato, per la seconda parte della carriera di Peter O’Toole, eppure ad esempio in Italia è praticamente dimenticato. E anche i passaggi televisivi sono stati pochi e di non gran rilievo. “The Stunt Man” secondo il titolo originale, è anche il film che Richard Rush trasse dal bel romanzo dallo stesso titolo di Paul Brodeur, un’acuta riflessione meta cinematografica, e dalla riuscita commistione di esistenzialismo e racconto d’azione. Personalmente, ho sempre ritenuto “Professione Pericolo” uno dei più grandi film liminari della “New Hollywood” ancora sul finire degli anni settanta. Potrebbe pure essere definito un thriller paranoico di quegli anni. Ma anche una meditazione sulla natura dei film come pura illusione. Esso esamina i contrasti tra verità essenziali e apparenze superficiali. Ha splendide sequenze d’azione. È dotato di un interpretazione del protagonista O’Toole giustamente candidata all’Oscar, nel personaggio di Eli Cross un regista che è Dio e Diavolo dietro la macchina da presa, manipolatore di chiunque e di tutti per ottenere l’inquadratura di cui abbia bisogno per la sua scena.

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Come il film inizia, Cameron (Steve Railsback) è in fuga dalla legge. Durante una pausa, mentre attraversa un ponte, provoca involontariamente un incidente d’auto, che ne uccide il conducente, uno stunt durante le riprese di un film. Un po’ più tardi, ancora, si nasconde tra la folla che circonda l’Hotel del Coronado fuori San Diego. Il film, sulla prima guerra mondiale, sta ora per essere girato in una sua scena sulla spiaggia. Modellini di aerei volteggiano sulle comparse, le esplosioni si spengono e qualcosa sembra essere di nuovo andato terribilmente storto, con alcune controfigure che hanno rischiato davvero di morire- o sono rimaste seriamente ferite. Cameron salva Nina (Barbara Hershey), una signora anziana che cade in mare quando nella scena rimane spaventata dagli aerei. Solo che non è anziana, il make-up si scioglie e si stacca nell’acqua salata, ed ella si rivela giovane e bella e Cameron ne è già innamorato. Barbara Hershey, ci consegna nella scena una battuta sul cinema per me quintessenza dei film di tutti i tempi, mentre Cameron la porta in braccio traendola dalle onde. Con le braccia intorno al collo di Cameron, ella gli dice: “Sono io, il film”. Cameron è introdotto da Eli Cross (Peter O’Toole), il regista, poiché pare proprio che ci sarà bisogno di un nuovo stunt che doppi il protagonista. L’ultima controfigura è rimasta infatti uccisa quando la prodezza di cui parlavo all’inizio, per ricreare un incidente d’auto su di un ponte, è andata storta proprio a causa fortuita di Cameron. Cross sembra conoscere, o almeno indovinare, tanto del passato di Cameron ed è più che disposto a nasconderlo tra i membri della troupe del film, dandogli il nome di ”Lucky” e dicendo alle autorità che egli è lo stunt della prodezza originale, miracolosamente scampato dalla macchina sommersa. Quali sono le motivazioni di Cross? Nina e Cameron staranno insieme? Cross saprà essere in grado di girare il grande poema epico contro la guerra che vede nella sua testa, senza distruggere coloro che lo circondano? I colpi di scena del film e le inaspettate curve della trama, così come queste ed altre domande, verranno tutte esplorati.

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Peter O’Toole è sensazionale nell’impersonificazione del manipolativo Eli Cross. Un personaggio realmente “Bigger than Life”, con un ego da non poter assolutamente irriggimentare, si agita e si pavoneggia dietro ad ogni trucco escogitato nel libro come nel film, per mantenere il suo cast e la troupe in linea con la sua visione. Il suo discorso, dopo che un assistente chiama “Taglia” troppo presto le riprese di una scena, è solo uno dei tanti gioielli che O’Toole offre nella straordinaria prova di questo film. E, almeno fra le tante interpretazioni di quel periodo, non è mai stato più bravo. Barbara Hershey è luminosa e splendida nella parte dell’attrice emotivamente insicura, Nina. Steve Railsback, che non ha mai avuto la carriera che avrebbe dovuto avere, coglie alla perfezione i tic di Cameron, le nevrosi e la paranoia con grande tecnica e aplomb . I suoi occhi ipnotici dicono più con un colpo d’occhio di quel che la maggior parte degli attori della sua generazione, potevano esprimere con una pagina di dialogo. Una scena, alla fine del film, in cui i suoi reati precedenti che vengono rivelati tra una pletora di barattoli di vernice, suona un po’ artificiosa, ma credo che il problema risieda più nella sceneggiatura che nel personaggio di Railsback. Un lugubre Allen Garfield e un coraggioso Alex Rocco, grandi caratteristi, sono tra il cast di comprimari.

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Richard Rush, recentemente scomparso e regista proveniente dalla scuola cormaniana che tra gli anni sessanta e i settanta realizzò alcuni titoli topici della New Hollywood negli anni della contestazione come “L’Impossibilità di essere normale”(Getting Straight) (1970) con uno strepitoso Elliott Gould, non ha mai avuto veramente il permesso di fiorire nel milieu di Hollywood (pur tra alcuni successi come il seminale, superlativo “Una Strana coppia di sbirri”[Freebie and the Bean] [1974] con Alan Arkin e James Caan) , ed è triste che questo eccellente film, che fu molto più del lavoro della vita nella sua carriera, non lo portò comunque a concretizzare altre grandi, eccellenti, prove. Ma proprio nessuna, se non molti anni dopo il mediocrissimo thriller erotico “Il Colore della notte”(1994) con Bruce Willis e Jane March, nel quale fu tra l’altro chiamato solamente per sostituire a riprese iniziate il regista originario, George Pan Cosmatos. Rush era un regista che proveniva dalla direzione della fotografia e anche dal montaggio, per questo, possedeva una eccellente inventiva visiva che si intrecciava senza soluzione di continuità con i vari livelli di realtà inerenti alla realizzazione di un film, che sono l’architrave della storia di “Professione Pericolo”. Il film è anche aiutato immensamente per la sua resa artistica dalla colonna sonora della vita composta dal prolificissimo Dominic Frontiere, che è forse una delle migliori colonne sonore di sempre, con il suo bislacco tema principale il quale cattura perfettamente il mondo alla rovescia in cui Cameron si trova.

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Il film venne realizzato in varie località della California, e come riprenderò anche sotto nei trivia, prevalentemente in interni e nei dintorni dell’Hotel del Coronado (già all’epoca molto famoso per “A qualcuno piace caldo”). Vi è forse un po’ di disconnessione per alcune sequenze che furono girate ponte sul fiume americano di Sacramento, a 500 miglia di distanza, e alcuni personaggi fra i tanti nel parterre del film , sembrano un po’ irrisolti o senza una vera necessità per la trama, ma questa è una sottigliezza rispetto ai davvero tanti piaceri che questo grande, troppo misconosciuto film, ha da offrire.

“Professione Pericolo” sopravvive ufficialmente nell’home video italiano unicamente grazie ad una vecchia vhs da nolo (1987) della CBS/FOX Video- Panarecord. Nel 2000, personalmente trepidai dalla gioia alla pubblicazione della splendida edizione a doppio disco in tiratura limitata, della Anchor Bay, che fortunato, posseggo. Il primo disco contiene il film, un buon trasferimento dall’ottimo audio stereo. Ma il meglio è forse il commento audio principale di Rush e altri membri del cast e della troupe tra cui lo stesso Peter O’Toole, nel rievocarci la realizzazione del film e la rivelazione di alcuni pettegolezzi dietro le quinte e per alcuni dei trucchi utilizzati nelle riprese. Il secondo disco contiene un lungometraggio documentario sulla realizzazione del film su cui ritornerò nei seguenti trivia, e alcune interviste che ci rivelano gli imbrogli degli studios di Hollywood, i quali sostanzialmente hanno fatto sì che il film venisse tenuto lontano dalla vista di un pubblico più vasto. E’ oggi nel 2013 più che mai un ottimo ammonimento sulla politica di Hollywood, e se pure possa essere un po’ unilaterale in quanto frutto di persone parte in causa, e occasionalmente, forse un po’ troppo “arty”per il proprio bene, è molto in linea con i temi del film. Rush continua anche nel suddetto documentario a filmare con ardite inquadrature specchiate o di prospettive forzate, e con ogni sorta di altri trucchi. Sarà forse un po’ inutile, ma mantiene benepure in questo modo lo stile in linea con quello del film.

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Note:

Il film fu il progetto sognato in un’intera carriera da Richard Rush. Esso venne spesso pubblicizzato come impegnatico per nove anni, prima di arrivare sullo schermo. Tuttavia, Rush disse sul sito web di “The Sinister Saga of Making The Stunt Man”(2000), che ci vollero dieci anni per arrivare a iniziare le riprese, di cui sette anni per trovare i finanziamenti e poi altri tre per arrivare alla sua distribuzione. La sceneggiatura fu scritta nel 1970, quando i diritti vennero venduti Il film è stato girato nel 1978 con la post-produzione effettuata nel 1979. Ma esso non fu distribuito fino al 1980 quando la 20th Century Fox lo acquistò tirandolo fuori dai suoi guai.

Il nome del film che viene girato all’interno del filmnon viene mai menzionato. Anche se potrebbe essere “Devil’s Squadron”, che può essere visto sulle t-shirt della produzione indossate dalla troupe.

Sull’audio commentary del dvd Anchor Bay, il protagonista Peter O’Toole disse della distribuzione del film: “Il film non è stato lanciato bene, e uindi è sfuggito a buona parte del pubblico”.

Il film è considerato un cult movie ed è presente nel libro “Cult Movies 3″ di Danny Peary in quanto tale.

Il film fa parte di un filone di opere degli anni settanta che erano imperniate sulle prodezze nel lavoro della professione stuntman, durante la lavorazione dei film. Nel suo libro “Cult Movies 3″, Danny Peary cita in suo pezzo proprio su “Professione Pericolo” che “Vi era stata una proliferazione di film cinematografici e televisivi circa gli stuntmen”. I film includono “Collo d’acciaio”(Usa 1978) di Hal Needham, “L’Animale”(Francia 1977) di Claude Zidi, “Evel Knievel” (1971) (1971), “Stunt Rock” (1980)di Brian Trenchard-Smith, “Evel Knievel” (1974) (1974), “The Stuntmen”(Australia 1973)(mediometraggio) di Brian Trenchard-Smith, “Deathcheaters”(Australia 1976) di Brian Trenchard- Smith, “Stunts – Il Pericolo è il mio mestiere”(Usa 1977)di Mark L. Lester, “Le Strabilianti avventure di Superasso”(Usa 1977) di Gordon Douglas, “Superstunt”(Usa 1977)(uno speciale tv con Lee Majors e Ernest Borgnine), “Death Riders” (Usa 1976) e lo stesso “Professione Pericolo”.

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In un intervista del 2001 con Paul Hupfield Rush disse di questo film : “Stavo insegnando in una scuola di cinema all’università per un gruppo di potenziali studenti di cinema e chiesi loro se qualcuno avesse mai visto i miei film, ho iniziato con “Il Colore della notte” (1994), e direi che circa 80 mani si alzarono in un’aula di circa 200 ragazzi. Poi ho chiesto se qualcuno avesse visto “Professione Pericolo”, il film del quale in realtà avrei dovuto parlare loro, e solo due mani si alzarono. Due mani in una stanza di 200! ho pensato, ”Oh ragazzi, il mio film è totalmente perso per le nuove generazioni…’.. “

O’Toole basò la sua interpretazione e caratterizzazione del regista Eli Cross su David Lean, che lo aveva diretto in “Lawrence d’Arabia” (1962)

Francois Truffaut fu da subito un contendente per dirigere la versione cinematografica del romanzo di Paul Brodeur. Truffaut prese anche in prestito elementi dal racconto per “Effetto Notte”(1973) e Arthur Penn fece lo stesso in “Bersaglio di notte”(1975).

In origine per il ruolo principale venne previsto Ryan O’Neil, ma fu poi scartato e alla fine sostituito da Steve Railsback

Mentre Eli Cross e gli altri sono su nel cesto della gru, Eli Cross parla dell’ illusionarietà dei film, per poi essere calati sulla spiaggia di La Jolla CA, uscendo dal cesto 15 miglia di distanza da dove la scena era iniziata, presso l’Hotel del Coronado.

La scena in cui la vecchia auto si blocca sul ponte (“The Old Fair Oaks Bridge) sopra al fiume è stata girata sul fiume Fair Oaks, nel Ranch Cordova, Sacramento County, in California.

Sebbene attori come Martin Sheen e Jeff Bridges siano stati incitati duramente per guadagnarsi la parte di Cameron, fu Steve Railsback a conquistarla dopo che Rush vide la sua prestazione agitata come Charles Manson in “Helter Skelter” (1976). Una volta che Rush ebbe deciso di avere Peter O’Toole e Railsback come i suoi due protagonisti, ha aspettato un anno e mezzo per fare il film con loro, abbassando le probabilità di avere O’Toole e Bridges, Sean Connery e Railsback, o George C. Scott e Sheen.

Lo stuntman originale ”Lucky” (colui che è caduto e scomparso) è stato interpretato da Steve Railsback, suo vero fratello nella vita.

Il film è stato realizzato e distribuito circa un decennio dopo che l’omonimo romanzo di Paul Brodeur da cui venne tratto, fu pubblicato al prima volta, nel 1970.

Il film è stato nominato per tre premi Oscar tra cui per il miglior attore in un ruolo principale a Peter O’Toole, Miglior Regista a Rush, e Miglior sceneggiatura non originale ma il film non riuscì a vincere nessuno degli Oscar di queste tre categorie.

Pubblicità per questa pellicola dichiarava che il film “sfida le classificazioni”. Le note di produzione dichiaravano che “mentre gli altri film possono essere facilmente classificati come commedie, western, thriller o musical” questo film è però “una esperienza multi-genere”. Nel tempo trascorso da quando il film debuttò, il “multi-genere” cinematografico di Hollywood è diventato più comune.

Elia Kazan raccomandò come attore Steve Railsback, a Richard Rush.

Secondo il ”Film in TV and Videocassette”, “Il regista-produttore Richard Rush aveva lavorato al progetto per nove anni e [poi] ha dovuto attenderne altri due dopo che il film è stato completato nel 1978 per farlo uscire”.

Tempo di durata originale del film era di 150 minuti.

Rush inizialmente rifiutò di fare questo film nei primissimi anni ’70.

Il coordinatore stunt Charles Bail, spesso conosciuto come Chuck Bail, ha lavorato come attore nel film interpretando un personaggio, Chuck, anch’egli un coordinatore degli stunt, che aveva lo stesso nome del suo. Bail ha lavorato anche accreditato per le azioni acrobatiche nel film

Come co–sceneggiatore Rush ha detto che il rigetto della sua prima bozza del copione da parte dei dirigenti della Columbia Pictures: “Fu dovuto al fatto che non riuscivano a capire se era una commedia, un dramma, se si trattava di una satira sociale, se si trattava di un avventuroso d’azione… e, naturalmente, la risposta è stata: ”Sì, è tutte queste cose. Ma non è una risposta soddisfacente ad un dirigente di studios “.

O’Toole ha riferito faticato a trovare un vestito adatto per il suo ruolo dell’ossessivo regista Eli Cross. Dopo diversi giorni a cercare di trovare un guardaroba adatto, Rush gli fece indossare dei vestiti che erano repliche dei suoi, completi dell’obiettivo perennemente tenuto al collo. E’ stato detto che la personalità di Rush ha influenzato il ritratto di O’Toole di un regista di film d’azione.

Barbara Hershey appare nel film, spesso sotto un pesante make-up in cui la si vede raffigurata come donna molto anziana.

Nella story-line di questo film è nascosto un elemento di storia cinematografica oltre che una vera vita parallela. Un gran numero di membri della Resistenza francese avevano lavorato come troupe del film e / o come comparse nelle scene di massa in “Amanti perduti” di Marcel Carnè (1945) quando il potere nazista era ancora al suo apice nell’occupazione della Francia e questi combattenti dovevano necessariamente nascondere le loro identità alla Gestapo.

Secondo una revisione del dvd di Almar Haflidason della BBC, “… questo film ha avuto problemi a concretizzare screening [per la considerazione agli Oscar] ai membri della [americana] Film Academy [of Motion Pictures Arts and Sciences] perché la copia mostrata al cinema continuava ad arrestarsi a causa di strani inconvenienti tecnici … “.

Il co-protagonista Railsback, per un certo tempo all’inizio del film sfoggia una barba.

Durante il lungo periodo di realizzazione e poi per la distribuzione del film, Rush subì due attacchi di cuore.

La 20th Century Fox acquistò la pellicola per la distribuzione lo stesso giorno in cui il film ebbe vinto il Grand Prix al Festival di Montreal.

Rush ha sostenuto una serie di ruoli nella sua realizzazione. E’ stato uno sceneggiatore, produttore e regista.

La marca e il modello della vettura d’epoca viene definita nel film come una Duesenberg. Tuttavia, secondo l’ IMCDb, il veicolo era stato assemblato apposta per film, e sembra simile ad una Mercedes Benz 770 del 1932 che pare di vari stili ivi compresi quello di cui sopra così come delle Rolls Royce.

Secondo quanto riferito, O’Toole prima di leggere lo script del film, sempre qualche anno prima che il film fosse fatto, avrebbe detto a Rush “Sono un uomo intelligente e riflessivo. Ho letto la sceneggiatura e se non lo farai tu dammi comunque la prelazione per il mio ruolo altrimenti ti ucciderò “. Un simile “Io ti ucciderò” è detto in una linea di dialogo per caratterizzare il regista O’Toole nel film.

Il protagonista del film dentro “Stunt Man” (interpretato da Railsback ) è descritto come personaggio dal regista Eli Cross ( O’Toole) nel film come “Lo stuntman. Che è anche un attore. Che è un personaggio di un film. Che è un soldato nemico “. Allo stesso modo, sulle note di copertina dell’home video australiano, molti strati del suo personaggio sono è ulteriormente dettagliati affermando che il personaggio di “The Stunt Man” è un “fuggitivo [che] diventa uno stunt man il quale dovrà poi sostituire l’attore… che interpreta un volontario americano il quale dovrà farsi passare per un soldato tedesco … Oltre che un latitante.”

Gli studios Columbia Pictures negli anni settanta pagarono circa 300.000$ US per i diritti cinematografici del romanzo di Paul Brodeur “Professione pericolo” mentre era ancora un progetto in divenire. Ma lo studio ricusò poi la sceneggiatura e non mise più la pellicola fra le sue priorità a causa di difficoltà finanziarie unite alla percezione che il film non sarebbe stato redditizio. Lo studio ha successivamente venduto i diritti per il film allo sceneggiatore-produttore-regista del film Richard Rush .

Il making of e documentario dietro le quinte contenuto nel dvd, “The Sinister Saga of Making of The Stunt Man” (2000), è stato prodotto dall’americana Anchor Bay per l’ edizione limitata a due dischi DVD, uscita nel 2000.

Il film precedente girato da Peter O’Toole fu “L’Ospite d’onore”(1982). Come tale, fu girato quasi back-to-back con la pellicola successiva che anch’essa quasi consecutivamente parlava dello show-business cinematografico, cioè “Professione Pericolo”. L’argomento de “L’Ospite d’onore” (1982) erano le dirette televisive degli anni cinquanta. Inoltre, O’Toole fu nominato all’Oscar come Miglior Attore per entrambi i film, ma non ne vinse uno.

Due dei nomi dei personaggi avevano doppi sensi. Il personaggio dello stuntman di Railsback, Cameron, era un gioco di parole per “camera”), mentre il personaggio di O’Toole del regista Eli Cross aveva un cognome che era un riferimento al sentirsi Dio o una figura simile a Cristo, cosa che O’Toole aveva precedentemente esaminato da par suo ne “La Classe dirigente” .

Il vecchio complesso alberghiero visto nel film è l’Hotel del Coronado. L’hotel è stato ben noto per la sua apparizione in “A Qualcuno piace caldo”(1959).

Ex-aequo con “Fontamara” (1980), il film vinse il Gran Premio (Grand Prix des Amériques) al Festival di Montreal nel 1980.

L’American Federal Aviation Administration (FAA) rifiutò l’approvazione per consentire a Rush e alla produzione le riprese di un biplano del 20esimo secolo molto ravvicinatamente all’ Hotel del Coronado. Secondo Paul Tatara al TCMDb, “Alla fine, Rush si assicurò il diritto di far atterrare l’aereo in una vicina base navale, quindi Bail, che si offrì di pilotare l’aereo d’epoca, ”ebbe dei problemi alla radio” che li fecero perdere il contatto con la torre di controllo più vicina, a quel punto l’aereo misteriosamente cominciò ad andare in ”stallo” direttamente sull’hotel. Bail eseguì poi una manciata di picchiate e passaggi con la mitragliatrice mentre Rush lo riprese con cinque differenti cineprese messe in posizioni strategiche”.

Il critico cinematografico Roger Ebert disse circa la produzione e distribuzione del film: ” Richard Rush … ha iniziato a preparare questo film nel 1971, e, infine, lo ha girato nel 1978 una volta che è stato finanziato dalla Melvin Simon Productions, ma non si riusciva a trovare un distributore per esso. . Rimase sugli scaffali un anno, finalmente l’attenzione favorevole ricevuta da un festival in Usa (Dallas) e al festival cinematografico di Montreal ha fatto sì che venisse acquistato dalla Twentieth Century-Fox … La sua apertura a New York è stato salutata in termini di entusiasmo da molti critici, in particolare da Pauline Kael del New Yorker, il cui giudizio fu che ”The Stunt Man” è uno dei migliori film dell’anno “.

Rush come co- sceneggiatore ha detto che nell’adattare la fonte di questo film, il romanzo di Paul Brodeux: “Vi trovai una metafora irresistibile insita nel libro e che mi inquietò, continuando ad andarmi avanti e indietro nella mia testa”.

In un’intervista con la rivista ”American Film” nel 1981, Rush disse del film “… aveva in sé una metafora irresistibile per me. L’idea di un fuggitivo che nasconde la sua identità fingendosi uno stuntman e che finisce sotto il dominio di un regista sembrava un modo meraviglioso per esaminare il nostro panico universale e la paranoia che ci fa pensare di poter controllare i nostri destini. E mi ha offerto la possibilità di farlo all’interno della struttura di una grande storia d’azione sullo schermo, che sarebbe stata divertente allo stesso tempo “.

La Warner Bros. voleva usare il titolo “The Stuntman” per la commedia d’azione con Burt Reynolds “Hooper”(Collo d’acciaio)(1978), che era incentrata sulle prodezze degli stuntman nella lavorazione dei film hollywoodiani. Rush si oppose, la questione è finita ad un arbitrato, e Rush ha vinto, in quanto il titolo del film proveniva dall’omonimo romanzo d’origine di Paul Brodeur, che aveva lo stesso titolo di “The Stunt Man”. Così la Warner dovette intitolare in altro modo il suo film che finì per chiamarsi “Hooper”(1978). In precedenza, la Warner Bros. aveva offerto, prima di finanziare o produrre quest’ultimo film, di consentire a Rush di fare “Professione Pericolo” se fosse stato un film d’azione dichiarato e senza tutta la stratificazione artistica e illusoria che possedeva. Rush rifiutò anche questa offerta.

Fu il primo film che Rush diresse in sei anni. L’ultimo era stato l’altrettanto memorabile “Una Strana coppia di sbirri”(1974).

Anche se nominato per un Academy Award come il miglior regista per questo film, il successivo film firmato da Rush non sarebbe stato realizzato che soltanto nel 1994 con “Il Colore della notte” (1994) circa quattordici anni dopo. Inoltre, sorprendentemente, esso è rimasto l’ultima regia di Rush di un lungometraggio cinematografico dopo “Professione Pericolo”.

Il nome del personaggio del regista interpretato da Peter O’Toole Eli Cross, in origine nel romanzo di Paul Brodeux da cui venne tratto il film si chiamava Gottschalk che sarebbe destinato a significare “Servo di Dio”. Il personaggio del film del regista era un amalgama di due personaggi del romanzo, il regista e il direttore della fotografia (che rappresenta il male) Bruno de Fe.

Tutti i principali distributori cinematografici americani respinsero la distribuzione di questo film. I produttori poi si intrufolavano alle anteprime stesse della pellicola a Seattle, Washington, Phoenix, Arizona e a Columbus, Ohio. successivamente parteciparono al Festival di Dallas, e alle proiezioni test che il film ebbe a Seattle e in un cinema vicino al campus della UCLA a Westwood. Quindi aprì in dieci cinema di Los Angeles in California. Dopo aver vinto il primo premio al Festival di Montreal, la 20th Century Fox curò la distribuzione per tutti gli Stati Uniti.

Spoiler

La voce di trivia qui seguente può rivelare importanti aspetti della trama

Nella scena in cui Eli e la sua troupe sono in procinto di girare la scena dove la Dusenberg si spegne sul ponte. Cameron è nervoso perché sta guidando l’ultima Dusenberg e devono assolutamente ottenere la sequenza fatta. Poco prima che la scena venga girata, un detective della polizia locale, Jake, sta discutendo con Eli se egli sappia nulla di un evaso. Cameron sente la discussione tra Jake e Eli e ora è veramente sconvolto perché sa che la polizia lo sta cercando e adesso è arrivata fin lì. Così ora mentre la troupe è pronta per girare la scena, e prima di iniziare a girare con le macchine da presa egli vuole verificare che la cinepresa all’interno della vettura stia funzionando così grida “Camera on/Si gira”. Il detective è in piedi accanto alla Dusenberg e vede che Cameron non ha sentito il comando di Eli. Così Jake batte sulla finestra della macchina e grida “Camera on? In inglese”Camera on” suona come “Cameron”). Cameron, pensando che il detective conosca il suo vero nome avendolo riconosciuto, ingrana la marcia ed esce a tutta velocità dall’inquadratura prima che Eli gridi “azione”.

Napoleone Wilson

http://www.youtube.com/watch?v=BesLJgU0ZBs

Professione pericolo

Regia: Richard Rush

Interpreti: Barbara Hershey, Peter O’Toole, Steve Railsback, Adam Roarke, Sharon Farrell

Titolo originale: The Stunt Man

Durata 129 min. – USA 1980

VHS: CBS/FOX

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Calci transgender: la saga dei Nemesis

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Albert Pyun è un artigiano, nel senso piu’ buono del termine, capace di passare da sempre con ecletticità da un genere all’altro, dal fantasy all’horror, dalla commedia al postnucleare con predilezione particolare per il kickboxing. Già anni prima con Cyborg, interpretato da un giovane e acerbo Van Damme, aveva affrontato il filone postnucleare alla Ken il guerriero, ma è soprattutto con Nemesis che il regista da’ il suo meglio nel genere.

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Fotografato tanto bene da far dimenticare una regia molte volte approssimativa, questo film vive uno stato di grazia di azione frenetica e combattimenti deliranti tra uomini e robot, una sorta di William Gibson all’acido. Della trama si capisce poco o nulla, i dialoghi gridano pietà da quanto sono mal scritti, ma è proprio questa sublime confusione a rendere affascinante una pellicola dove le persone un attimo prima si amano e poi si combattono a colpi di kung fu. Star di Nemesis è il campione di arti marziali Olivier Gruner, perfetto nella sua recitazione granitica e incarnazione precisa di un non attore a suo agio solo nelle scene d’azione. Con il seguito, Nemesis 2 Nebula, il gioco si fa ancora piu’ strambo: via Gruner ed ecco arrivare Sue Price, una sorta di incarnazione femminea dell’incredibile Hulk.

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Sono gli anni ’90 ed ogni buon film d’azione ha bisogno il suo eroe muscoloso e di donne pronte a svestirsi alla prima occasione: Pyun, vecchio volpone del cinema, condensa queste due anime in un solo personaggio, una donna massiccia come Stallone, ma dallo spogliarello facile. Come dire ti spiezzo in due, ma se è il caso si fa pure altro. Se, sul piano spettacolare, il primo Nemesis poteva fare comunque la figura del leone, in questo capitolo tutto sembra sciatto, stanco e vive solo dell’edonismo fisico della sua nerboruta protagonista. Per accrescere poi il delirio la sceneggiatura si inventa che la Price è la reincarnazione del personaggio di Greunet creando forse un rarissimo caso di fantascienza transgender dove i sessi si confondono e si fondono in un unico personaggio che incarna grotttescamente il mondo maschile e femminile.

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Si va sempre peggio con il capitolo successivo, Nemesis III: Prey Harder, copia carta carbone di Nebula, ma è con il quarto che si tocca davvero il fondo. Sempre con Sue Price in prima linea, il film dal titolo magnifico di Cry of Angels, viene composto in maggior parte da spezzettoni scartati dal precedente episodio, e risulta, tra scazzottate improbabili e regia interessata a portar a casa solo la pagnotta, il peggior capitolo della serie. E’ la fine della saga, gli anni ’90 stanno lasciando il posto al nuovo millennio e lo stesso Pyun da lì a poco si riscoprirà quasi autore di genere con risultati ben al di sotto dei suoi standard da artigiano. Resta il rammarico di un cinema da oratorio che non esisterà più, di visioni da tv locali che nei ricordi hanno acquistato la fama di cult dove un cyborg alla frase “Sognano le pecore elettriche?” rispondeva a calci volanti in faccia.

 Andrea Lanza

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