Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Il cannibale metrolitano (The Vagrant)

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Chissà cosa saltò in testa a Gillian Richardson, produttore de La mosca 2, nel pensare che The Vagrant, da noi Il Cannibale metropolitano, potesse essere un successo? Certo che, nel disastro di un film costato quasi 10 milioni di dollari e che ne portò a casa più o meno la metà, si imbarcarono pure Mel Brooks come produttore esecutivo, nel secondo e ultimo horror dove figura il suo nome, e Randy Auerbach, già tuttofare per David Lynch e appunto Brooks, come coproduttore.
Cerchiamo di togliere ogni dubbio: The Vagrant non è un brutto film, è solo un film sbagliato, indeciso sulla via da intraprendere e sempre percorso da questo black humor grottesco che, 9 volte su 10, sembra fuori luogo.

Mel Brooks

Saranno stati i tempi sbagliati o l’idea che, dal nome di Mel Brooks e Chris Walas, dopo i due La mosca, sarebbe germogliato un altro horror simile, violento e teso, cronenberghiano anche senza David Cronenberg come già il discontinuo The Fly 2, ma la delusione, all’uscita, fu piuttosto devastante.
Il modello al quale Richard Jefferies, lo sceneggiatore, si ispirava era senza dubbio alto: Polanski e il suo L’inquilino del terzo piano, e quindi Kafka, a cominciare dal nome del protagonista della pellicola, Graham Krakowski, polacco di origine. A Polanski/Kafka quindi si rifà tutto l’impianto a metà tra realtà e fantasia, tra le paranoie di un immigrato snaturalizzato nell’America degli yuppies e una paura per il diverso, in questo caso un barbone, che viene ingigantito nelle proporzioni sub umane di un mostro cannibale.

In questo The vagrant è un film politico perché affronta, non senza punte di genialità narrativa, la fallacia di un sistema capace di rendere vero il sogno americano di ogni cittadino, la carriera, la villetta a schiera, la fidanzata perfetta, per poi ributtarti giù, tra topi e immondizia, al primo cedimento. Politico perché mette al centro un divario soprattutto di classi, quella manageriale e quella dei poveri, degli homeless, ampliando ogni singolo tic del protagonista, ogni sua paranoia per creare un cattivo, lo sfortunato senzatetto, che probabilmente esiste solo nella testa del nostro Graham Krakowski. La paura di perdere tutto, di non essere all’altezza per le scadenze lavorative, di non meritarsi una fidanzata “all american girl” porta proprio a quello, essere tacciato di essere diverso e non omologato a quel sistema chioccia che ci sfama, ci culla e ci divora pezzo dopo pezzo. Graham Krakowski nel trovare il nemico in una paura innata diventa quella paura e arriva a perdere tutto, a vivere lui stesso come il barbone sanguinario del bidone affianco.

Peccato che Richard Jefferies non porti fino alla fine questi suoi intenti politici, questo suo creare l’horror urbano che vagheggiava eoni fa George A. Romero, e ha bisogno di una soluzione più terrena, meno nevrotica, dove si rimette in riga il classico schema di eroe buono/antagonista cattivo, anzi povero, brutto e cattivo. Non sono chiari alcuni passaggi di sceneggiatura, soprattutto quando verso il finale si parla di un’esperimento e si rivela l’identità del barbone, una vigliaccheria che cerca di salvare capre e cavoli, di far piacere un piatto agrodolce ad un pubblico di bovari mangiatori di bistecche.
The Vagrant poteva essere un film avanti col tempo, un flop che ci parla dal passato anche a noi italiani del 2017, soprattutto in questo periodo di negri mangiabambini, di extracomunitari stupratori perché i bianchi sono tutti buoni, cacca al diavolo fiori a Gesù, la lega ce l’ha duro, tutti a casa merde di colore. Un periodo dove gli idioti di Facebook hanno preso la parola e quindi tutti critici, tutti opinionisti, tutti con l’idea che a qualcuno freghi un cazzo di quello che pensiamo, ma, zio, sei soltanto l’evoluzione di una scimmia con l’aggravante che le scimmie non parlano e non ti giudicano dalla pelle, guardano solo “il mondo con occhio lineare come un animale che non sa cos’è il dolore”.

Certo Richard Jefferies non è di certo David Mamet, e la sua filmografia parla chiaro tra un terribile Oscure presenze a Cold Creek di Mike Figgins e una regia tra il mediocre e il pessimo, Living hell con la bellissima Erica Leerhsen. Non lo aiuta poi Chris Walas, ottimo effettista speciale, ma altalenante regista che, dopo quest’esperienza, tornò al sangue e al lattice. D’altronde La mosca 2 era già lì per dimostrare l’incapacità di Walas con la macchina da presa, un esordio sfortunato è vero perché figlio di un capolavoro girato da uno dei migliori registi in circolazione, ma fare di peggio era impossibile.
Qui si vede che è volenteroso ma la sua regia non è mai memorabile, è un compitino grazioso ma senza voli pindarici che avrebbe meritato la mano di David Cronenberg e della sua filosofia della carne. In quel caso il grottesco e lo splatter profuso avrebbero trovato un’armonia che qui purtroppo non ha vita.
Gli attori poi, tutti molti bravi, a partire da un giovane Bill Paxton ad un sempre ottimo Michael Ironside, tendono ad andare sempre in overacting per via di una direzione artistica che cerca in tutti i modi di puntare la carta del tragicomico generando imbarazzo e confusione nel povero spettatore, seduto al cinema a volersi vedere un horror sui cannibali.
In Italia The Vagrant uscì abbastanza rapidamente in vhs per la Fox e sparì presto, ma, per fortuna, il doppiaggio non era dei più pedestri.
Dispiace perchè poteva essere un buonissimo film, sicuramente originale, ma a causa di una regia acerba e di una sceneggiatura spaventata della direzione da prendere, è un quasi horror sbilanciato e senza ragione di essere.
Per fortuna però gli effetti speciali sono strafighi e la partitura di Christopher Young è davvero ottima, ma è poco per consigliarlo.

Andrea Lanza

Il cannibale metropolitano

Titolo originale: The vagrant

Anno: 1992

Regia: Chris Walas

Interpreti: Bill Paxton, Michael Ironside, Marshall Bell, Mitzi Kapture, Colleen Camp, Patrika Darbo, Marc McClure, Stuart Pankin, Teddy Wilson, Derek Mark Lochran, Mildred Brion, Brett Marston, Ken Love, Katherine Gosney, Steve Gates

Durata: 90 min.

La creatura del cimitero (recensione 2)

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C’è stato un periodo non molto lontano in cui uscivano alla velocità della luce, al cinema mica solo in vhs, tantissimi film tratti da Stephen King, dove la parola d’ordine era quantità più che qualità. Si arrivavano a saccheggiare non solo i romanzi, ben prima che arrivasse l’apocalisse delle miniserie tv del Re, ma anche i racconti della mitica raccolta A volte ritornano. Il primo, vado a memoria, mi sembra che fosse l’efficace Grano rosso sangue del 1984 di Fritz Kiersch che generò tipo ottocento milioni di sequel tutti uguali e quasi tutti terribili, compreso un inutile remake. Prima ancora, ad essere sinceri, c’era una raccolta di cortometraggi, da noi uscita (male) solo in vhs, dal titolo 4 storie per non dormire con, tra l’altro, manco farlo apposta, una trasposizione poverissima di I figli del grano, lo stesso che ispirò appunto Grano rosso sangue. Beh comunque questo per dire che il nome di Stephen King era così importante, negli anni 80, da vendere qualsiasi cosa, basta ci fosse appiccicato in copertina il suo nome.

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Il racconto originale de “La creatura del cimitero”, 1974

A volte però ai vari registi riusciva bene l’operazione allunga brodo dei vari racconti come nel caso di A volte ritornano di Tom McLoughlin, di The mist di Frank Darabont o, perchè no, di Brivido dello stesso King, ma a volte, il più delle volte, uscivano cose che, se non brutte, non c’entravano nulla con King come Il Tagliaerbe di Brett Leonard (e il suo seguito nel cyberspazio) o The mangler di Tobe Hooper e le sue declinazioni future tra teen movie e torture porn. 

La creatura del cimitero è uno dei parti cinematografici peggio ricordati dai fan dello scrittore, tratto da un raccontino presente (ancora!) nella raccolta A volte ritornano, Secondo turno di notte.

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Inutile dire che del racconto ispiratore,  il regista Ralph S. Singleton ha mantenuto soltanto l’idea di fondo ovvero un gruppo di operai, chiamati per pulire le cantine di uno stabilimento tessile, alle prese con dei topi molto particolari, soprattutto un ratto gigante. Per arrivare a questo, all’incontro con il rattone assassino, purtroppo dobbiamo prima subire una lunga parte introduttiva che ci presenta i vari personaggi, nessuno davvero interessante. Certo anche la seconda parte non è proprio questa meraviglia, visto che l’idea kinghiana di una razza di topi mutata geneticamente, capace anche di volare, viene semplicizzata in un pipistrellaccio gigante dalla coda di panteganona, una cosa che non ci credi finché non la vedi. Però il ritmo è veloce, il sangue scorre copioso e ci si fanno tante risate, più di un film comico, soprattutto quando per uccidere il mostrone il nostro eroe gli lancia, con una fionda da Pierino, una Pepsi cola alla faccia della pubblicità occulta!

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Il film è invecchiato meglio di come si presentava all’epoca, sarà merito dei brutti film tratti da King che sono seguiti dopo, da I sonnambuli di Mick Garris a tutte le brutte serie tv con a capo il principino delle merde su piccolo schermo, i Tommyknockers – Le creature del buio di John Power. Fatto sta che La creatura del cimitero, anno 1990, a vederlo ora, 2017, è un bello spettacolo da drive in, onesto, dignitoso, ignorante e terribilmente divertente anche nei difetti. Degli attori se ne salvano due, il luciferino Stephen Macht nei panni del cattivissimo Warwick e il grande Brad Dourif (chi non ricorda Qualcuno volò sul nido del cuculo?) in quelli dello sterminatore di topi. Oddio ad essere buoni, verso il finale, anche il futuro Wishmaster Andrew Divoff abbandona una recitazione monocorde per cercare di dare un barlume di umanità al suo personaggio, ma è troppo tardi purtroppo. Il resto del cast è qualcosa di scandaloso, facce granitiche, brutte ragazze che fingono di essere strafighe, zero feeling tra di loro e soprattutto zero empatia col pubblico, un disastro totale che almeno il doppiaggio italiano stavolta salva parzialmente.

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Non fighe

La parte del leone comunque è solo di Dourif, la voce di Chucky la bambola assassina, che entra in scena cinque minuti, sciorina uno di quei dialoghi che avrebbe fatto la sua porca figura in un film di Chuck Norris, a base di topi vietcong infilati a forza in ferite umane e serviti “Au nature… senza maionese”. Chapeau!  

Stephen Match invece non ha grandi dialoghi ma è cattivissimo, così cattivo che fa cose stupide da fumetto di serie Z, tipo licenziare a random l’amante solo per farla uccidere, mandare a morire il povero Dourif senza un perché e vestirsi da Rambo dei poveri nelle fogne ammazzando tutti pur di salvarsi la vita (senza peraltro riuscirci).

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Un ruolo sobrio

La creatura del cimitero però, come detto,  resta un horror divertente anche per queste stronzate, non è un bel film assolutamente ma è piacevole, un buon B movie come quelli che uscivano in vhs a flotte e che guardavi, 5000 lire a noleggio, con altri trecentomila titoli che ti forgiavano nel tuo percorso cinefilo peggio che una notte con i guardiani della notte di John Snow. 

Ralph S. Singleton che ha nel suo curriculum vitae una grandiosa carriera come secondo assistente alla regia di grandi film come Taxi driver, Il giustiziere della notte, Quinto potere, I tre giorni del condor, ha tentato, fallendo, di girare per conto proprio questo unico horror. Non esiste un momento in La creatura del cimitero che ricordi il buon cinema, non un guizzo, un movimento di camera, un banale tecnicismo che faccia alzare la testa del regista dalle fogne dei suoi topi per dire “Avete visto che sono bravo?”.

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Ratti vietcong senza maionese

La creatura del cimitero costò ben 10 milioni dell’epoca, fu prodotta e distribuita dalla Columbia, ma sembra un film molto più povero, scurissimo e con effetti speciali risibili. Il pipistrellone viene inquadrato per di più nei dettagli, con prevalenza per la testa gigante, ma rivela la sua natura raffazzona fin dalla sua prima apparizione.

E’ un film che non fa mai paura eppure, grazie alla sua ambientazione sudicia e fetida, ti lascia addosso lo schifo come se, anche tu spettatore, fossi in mezzo a quello scantinato insieme a cadaveri e topi.

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Usare una Pepsi come arma negli anni 80 non era pubblicità occulta

La sceneggiatura di John Esposito (Talos l’ombra del faraone) ha qualche finezza come chiamare lo stabilimento tessile (uno vero e abbandonato nel Maine) con  il nome di “Bachman” in omaggio allo pseudonimo usato da King per i suoi libri più pulp, Richard Bachman.

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Non ce la sentiamo di disprezzare questo film, anzi ne consigliamo la visione in una notte spensierata, magari proprio in una maratona di Halloween con birra, pizza e amici. In questa dimensione così ignorante è un film che può stupire, divertire e piacere, il cosiddetto guilty pleasure che si nasconde dai club dei cinefili ma che ha un posto fisso nel nostro cuoricino di eterni amanti dell’horror e “di ciò che in esso vi  è di inesplorabile”.

Andrea Lanza

NB Nel 2013 il nostro Davide Viganò ha recensito questo film, ma, dopo una visione notturna, ho sentito il bisogno di un nuovo articolo che rendesse giustizia ad un titolo così sgarruppato ma divertente . La recensione precedente, sempre validissima ma discordante da questa, la trovate qui

NB2 Nello scrivere questa recensione erano così tante le scene folli che ho voluto concentrarmi sulle marachelle di Brad Dourif e Stephen Match ma dai commenti di questo articolo il prode Lucius Etruscus, il menestrello del cinema dimenticato e dei libri gagliardi perduti, ci ricorda una scena a base di topi e Beach boy che meritava di essere raccontata in modo speciale. Ecco quindi in calce uno stralcio di una recensione datata 2009 del nostro Lucius:

Nel complesso, la sceneggiatura risulta troppo slabbrata, con una esagerata quantità di tempi morti e di scene lunghe che non si trasformano mai in suspense. Si lascia troppo spazio a personaggi in realtà privi di storia mentre si soprassiede su una spiegazione soddisfacente dell’esistenza di un mostro in cantina. Ad onor del vero, però, va testimoniato come neanche King spieghi come in soli dodici anni possa nascere una nuova razza di ratti né quale legame possano mai avere con i pipistrelli, se non quello del luogo comune. Non mancano comunque scene di divertito humor nero, come quella dei topi che, per sfuggire ai violenti getti d’acqua della squadra di lavoranti, si lanciano su “scialuppe” formate da pezzi di legno e sembrano fare surf mentre scorrono le note di “Surfin’ Safari” dei Beach Boys. Il tutto però è annacquato dalle lungaggini di una sceneggiatura incerta, non supportata da una regia esperta.“.

La creatura del cimitero

Titolo originale: Stephen King’s Graveyard Shift

Anno: 1990

Regia: Ralph Singleton

Interpreti: David Andrews, Kelly Wolf, Stephen Macht, Brad Dourif

Durata: 90 min.

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Kung Fu Yoga

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Ci siamo. Forse il momento tanto temuto è arrivato e io, ahimè, non sono preparato. Eppure, se ora guardo indietro, vedo chiari e visibili i segni dell’apocalisse. Probabilmente non ho voluto vederli, ho finto che fosse solo un brutto periodo fatto di scelte sbagliate e compromessi necessari, ma la verità, in quest’ora tragica, ha strappato con violenza il velo della cecità lasciandomi nudo e impaurito. E così giro per le strade spaesato, come non riconoscessi più la mia città, i miei vicini, i miei affetti. La fine di tutto ti mette davanti alla realtà brutale dell’esistenza senza mai indorare, senza pietà, senza riguardi. Insomma, questa è l’ora di guardarsi allo specchio, di trovare la forza, di superare la sfida e di porsi una sola, essenziale, domanda: che cazzo è Kung Fu Yoga?!

Ogni scusa è buona, vecchia volpe…

Io amo Jackie Chan e posso buttare la mia professionalità nel cesso quando si parla di lui, ma farò uno sforzo e vedete di apprezzarlo perché è dannatamente faticoso. Che JC sia ormai il simbolo della propaganda cinese nel mondo è cosa chiara e appurata. Dragon Blade e Chinese Zodiac sono qui a dimostrarlo, se mai ce ne fosse bisogno e quello che la Repubblica Popolare Cinese ha demandato al buon Jackie è l’immagine perfetta, incorruttibile e illuminata di un Paese moderno e sotto dittatura. Risulta quindi difficile scindere il buonismo dei suoi ultimi film da quel, neanche troppo sottile, tentativo di rappresentare una rettitudine che poi tanto cinese non è. Kung Fu Yoga è l’ultimo esempio di tutto questo, un’avventura in salsa bollywoodiana dove Chan può essere mattatore, produttore, protagonista, atleta, cantante, insomma dove può essere quello che ultimamente è sempre: tutto. A scrivere e dirigere questo spot della Pro Loco India è il veterano Stanley Tong, regista di film decisamente più dignitosi come Police Story 3: Supercop e Terremoto nel Bronx, ma anche lui sembra completamente fuori dai giochi. Sicuramente gestire Chan non è impresa facile, questo bisogna concederglielo. E allora via alla giostra colorata che vede Jack (interpretato da Jackie. Avete colto il frizzante scazzo pure nello scegliere il nome?), famoso archeologo, alle prese con un grande tesoro indiano. Sulle tracce dello stesso, tuttavia, c’è anche un nobile riccone locale, intenzionato ad averlo a tutti i costi. Novello Indiana Jones, JC mostra quanta bassezza ci sia nella cupidigia e quanto amore ci sia invece nella condivisione, nella giustizia, nel restituire al popolo le…va beh, tralasciamo il pippone buonista, Kung Fu Yoga è così svogliato da lasciare interdetti.

In qualunque modo lo si guardi questo film sembra la parodia di sé stesso, un tentativo di divertire senza nulla che faccia ridere. E no, se ve lo steste chiedendo un inseguimento con un leone seduto sui sedili posteriori dell’auto non è per nulla divertente. Cosa avesse in mente Tong durante la stesura, se c’è stata, della sceneggiatura è materia per Roberto Giacobbo e voyager: tra personaggi senza caratterizzazione, dialoghi imbarazzanti, CG orrida e, crimine contro l’umanità, stunt ridotti a scaramucce rifinite al computer c’è da scoppiare in lacrime isteriche. La chiusura con tanto di classico balletto in stile Bollywood mette il sigillo a un’operazione inutile e insignificante. Ma perlomeno qui ballano tutti bene. Kung Fu Yoga è il canto del cigno di Jackie Chan? No, tutt’altro, è un ulteriore mossa commerciale per esportare la bella Cina nel mondo. Da questo punto di vista, quindi, c’è ancora speranza.

Manuel Ash Leale

Titolo originale: Kung Fu Yoga

Anno: 2017

Regia: Stanley Tong

Interpreti: Jackie Chan, Sonu Sood, Disha Patani, Aarif Rahman, Miya Muqi, Amyra Dastur, Yixing Zhang

Durata:  1h 47min

It vs It

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It il film, la prima parte almeno, è uscito in (quasi) tutto il mondo, Italia esclusa ovviamente. Per quello bisogna aspettare il 19 Ottobre quando ormai noi saremmo la barzelletta del pianeta.

Io, nella scelta se vedermelo a casa in un discreto cam o farmi 4 ore di auto per gustarmelo in un cinema all’Estero, ho scelto, come il Franklin di GTA V, la decisione meno assennata. Ieri, con la potenza di un audio potentissimo, uno schermo gigante e ben 4 ore sul groppone per arrivare alla (quasi) vicina Ginevra, ho visto It. Certo in inglese sottotitolato in francese, e sia il mio inglese che il mio francese fanno schifo, ma n’è valsa la pena.

Alla fine quindi com’era It di Muschietti?

Una bomba.

Avevo però deciso di non parlarne qui perché volevo dedicare più spazio ad una lista di film introvabili su vhs che aspettano solo di essere recensiti e che, anche stavolta, aspetteranno.

La molla che genera questa non recensione è il solito dibattito che infiamma i vari forum di cinema, se ne esistono ancora, o i tanti gruppi facebook dedicati all’horror: è meglio It la miniserie o It il film? Un tema che sta superando per complessità gli eterni quesiti “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”, “Mi piace più il culo o le tette?”, “Perchè non esiste più il risolatte al cioccolato?”.

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Quindi ho deciso di richiamarli qui i due It, il Pennywise di Tim Curry, criogenizzato al 1990, e il Pennywise di Bill Skarsgård, allenati rispettivamente da Tommy Lee Wallace e Andy Muschietti, in quello che si prospetta uno scontro di boxe epocale, al pari di quello tra Tyson e Holyfield. 

Voi su chi puntereste?

Ho rivisto da pochissimo la miniserie It e devo dire che me la ricordavo molto peggio di quella che effettivamente è. Posso affermare con certezza che è senza dubbio uno dei migliori prodotti tratti da Stephen King per la tv (con Le notti di Salem di Tobe Hooper). Questo però non rende It un ottimo prodotto né tantomeno la cosa migliore diretta da Tommy Lee Wallace che il più delle volte qui sembra svogliatissimo. E’ comunque una miniserie più che discreta che sarebbe potuta essere ottima, forse però i tempi non erano ancora maturi. It 1990 non manca di grandi scene che si intervallano però a momenti di stanca atroce.

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C’è da dire che Tommy Lee Wallace veniva da due film di un certo culto, lo sfortunato Ammazzavampiri 2 e il grandioso Halloween 3, e aveva ancora un certo estro nel girare prima che Flipper o il terribile Vampires 2 lo rendessero uno shooter qualunque. I prodotti tratti da King, soprattutto quelli televisivi, tendono a depersonalizzare anche i migliori talenti, ne sa qualcosa un regista ottimo come il Tom Holland di Fright night e La bambola assassina reso un inetto incapace dai Langolieri o l’esuberante Craig R: Baxley di Action Jackson e Arma non convenzionale trasformato in un pedante Piero Angela dell’Apocalisse da La tempesta del secolo. Per questo Mick Garris è uno che riesce bene anche nei disastri kinghiani perché ha già di suo uno stile di regia piatto e poche velleità autoriali.

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In It invece si percepiscono le ambizioni, la voglia del giovane Lee Wallace di portare in tv il cinema: ci sono le carrellate, i movimenti di macchina, il timido splatter, gli spaventi improvvisi prima di capire che cazzo fossero i jumpscare. Tutto questo cozza e si sfracella dietro una sceneggiatura che deve condensare 1000 e passa pagine in neanche tre ore e dieci, che sacrifica i momenti più alti del libro per dei compromessi, che non riesce ad essere eccitante in tutta la sua durata, ma crolla, si disgrega e poi cerca ancora di appassionare quando il pubblico si è già addormentato. In It funzionano alla grande i rapporti tra i bambini, la prima parte meglio della seconda che risulta più ripetitiva e meno interessante, i momenti puramente horror con tocchi di gustosa cinefila come l’arrivo della mummia o del lupo mannaro nella trasfigurazione del cult anni 50 I Was a teenage werewolf. Non funziona invece la scelta del cast in quasi tutta la sua totalità con attori che sembrano spauriti, fuori parte per l’età o in overacting più atroce come John Ritter. Sicuramente la scelta dei giovani perdenti è migliore della controparte adulta, ma in generale, a livello recitativo, siamo sul mediocre andante. Si salva l’efficace Brandon Crane nei panni di Ben bambino/Cannone e naturalmente il Pennywise di Tim Curry. 

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Eccolo qui il fulcro del nostro articolo: Tim Curry e il clown danzante. Diciamolo subito che si sta parlando di una leggenda dell’immaginario collettivo, al pari del Freddy Krueger di Robert Englund. Toccarlo è come toccare la mamma, provare a rimpiazzare un’icona di tale spessore è un atto di guerra che trasforma ogni buon patriota del cinema in Trump contro la Corea del Nord.

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Tim Curry nel 1990 aveva alle spalle già almeno due ruoli di un certo peso nella storia del cinema, il transessuale Frank-N-Furter di The Rocky horror picture show, e il diavolaccio dello sfortunato ma bellissimo Legend di Ridley Scott. La sua interpretazione in It è sicuro di maniera, ma alla fine lo era pure quella comunque grandiosa di Jack Nicholson in Batman. Questo non toglie che, per chiunque abbia visto soltanto la miniserie di Wallace, lui è It, il male, l’inizio di tante sedute dallo psicologo per curare la coulrofobia. Certo Tim Curry non è l’It del libro di King, ma è comunque l’It che ci verrà tramandato nei secoli dei secoli con buona pace di Bill Skarsgård.

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Per il trucco di Pennywise, l’effettista Bart Mixon (Nightmare 2, Robocop, Ammazzavampiri 2) si ispirò a Lon Chaney nel classico Il fantasma dell’Opera in versione però “clownesca”. Il trucco sul viso di Tim Curry era così esagerato che l’attore stesso doveva sembrare “un cartone animato vivente“. Furono usati soltanto effetti speciali vecchia scuola, a parte alcune scene che richiedevano una tecnica molto simile allo stop motion. It all’epoca costò la cifra non indifferente di 12 milioni di dollari, fu un grande successo televisivo e vinse anche un Emmy per la colonna sonora di Richard Bellis.

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King all’epoca gradì questa serie tv definendola “molto buona, un adattamento veramente ambizioso di un libro davvero lungo “. Certo, come già detto, King non pecca di grandissimo spirito critico nel giudicare gli adattamenti dei suoi libri, ma stavolta perché non appoggiare il suo giudizio?

Sia dato atto che la miniserie era stata concepita per durare sulle otto ore, ma alla fine si optò per ridurre drasticamente la durata. All’inizio della partita poi doveva esserci come regista George A. Romero, ma per problemi con la produzione rinunciò all’incarico, proprio perché la serie era stata condensata in meno ore (all’epoca tre puntate, poi diventate due). Non che alla ABC non piacesse It, ma non si fidavano a finanziare così tante puntate per quello che alla fin dei conti era un horror, quindi un genere basso. Lo sceneggiatore Lawrence D. Cohen, lo stesso di Carrie, parlando di It dichiarò che “era una via di mezzo, tante cose si erano perse nell’adattamento di tre ore come la perdita della verginità dei perdenti con Bev, ma altre molto buone erano rimaste come la sequenza dei biscotti della fortuna“. Per lui It era come una guerra e come ogni guerra aveva vittime da lasciare sul campo di battaglia.

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Passiamo però all’It di Muschietti che, come specificato ad inizio articolo, è un gran bel film, a livello spettacolare sicuramente dieci spanne sopra il precedente adattamento.

E’ bene dire però che cambiano i mezzi, lì la tv degli anni 90, che era ben lontana dagli standard di adesso, e qui invece il cinema.

L’It 2017 dura ben 2 ore e 15, ma è un luna park velocissimo di immagini, sensazioni e spaventi, tanti e ben dosati, anche per chi è smaliziato.

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Muschietti fa un passo gigantesco dal suo precedente lavoro, La madre, e finalmente dimostra il suo talento in una storia ben scritta che non è soltanto terreno sterile per un esercizio di stile alla Wan o alla Balaguero. Certo le influenze di film come Dead silence o Insidious sono ben visibili, soprattutto quando entra in scena una donna spaventosa da un quadro, ma in linea massima il film ha una propria originalità soprattutto in una messa in scena impeccabile e in una capacità di inorridire e spaventare che non aveva il precedente modello. 

Gli attori sono tutti in parte, stavolta, anche se la pellicola si ferma alla parte del passato senza mai mostrare il futuro, ventisette anni dopo, dei perdenti, come invece la pellicola di Wallace. L’azione è spostata a fine anni 80 e l’effetto Stranger things è evidente anche nella scelta di usare il Finn Wolfhard del telefilm Netflix. La città di Derry, rispetto al vecchio prodotto, è comunque più viva e credibile e non si limita a due strade addobbate in stile vintage.

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Tra gli attori la più convincente è senza dubbio la quindicenne Sophia Lillis in un ruolo non semplice, quello della ragazzina abusata dal padre. Anche in questo caso i temi sono più accentuati laddove precedentemente la miniserie alleggeriva le violenze sessuali o gli atti di bullismo spinti alla tortura.

Le trasformazioni di It sono sicuramente meno cinefile ma più terrorizzanti sia quando la creatura diventa un lebbroso che quando strappa un braccio ad un bambino sotto la pioggia. La trasformazione in ragno che tanto fece arrabbiare gli spettatori dell’epoca non si vede ancora, ma, se il film seguirà l’opera letteraria, l’andamento sarà quello. Niente di grave certo anche perché il grosso ragno nella miniserie di Wallace falliva soprattutto per via di effetti speciali non proprio di primo livello. 

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Bill Skarsgård, giovanissimo e non proprio un attore di grido, è però una sorpresa inaspettata, piacevole e un ottimo Pennywise ben diverso dal precedente di Tim Curry. La scuola sembra essere quella del Jared Leto di Suicide squad o ancor prima dell’Heath Ledger de Il cavaliere oscuro, uno studio alle radici, quindi il libro di King, senza imitare il modello famoso precedente. Il suo It è più fisico, meno grottesco, con comportamenti che ricordano quelli di un bambino, uno spaventoso clown dagli sbalzi di umore improvvisi e inaspettati. L’attore ha fatto un lavoro ottimo e purtroppo le critiche negative che potrebbe ricevere saranno giustificate soltanto dalla cieca ottusità dei fan hypster del cinema horror.

In pochi giorni di uscita, It di Muschietti è già un successo si  sta lavorando già al seguito che speriamo mantenga le premesse di questa prima parte e fissato per il Settembre 2019.

Intanto mentre noi parliamo i due clown si sono seduti sugli sgabelli in attesa del gong. Sono sicuro sarà uno scontro equo tra pagliacci del male, sicuramente Tim Curry si tramuterà in ragno mentre Bill Skarsgård proverà a morderlo e i suoi denti, si sa, sono affilatissimi.

Se dovessi scommettere forse punterei sul nuovo arrivato, ma, come l’Apollo di Rocky, credo che il Pennywise anni 90 aveva e ha ancora delle carte da giocare.

Mi siedo comodo e aspetto. Inizia lo scontro. It vs It. Voi avete scommesso, vero?

Andrea Lanza

 

 

 

Demonio amore mio

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Ah come amo gli anni 80…li amo in tutto e per tutto. A partire dal cinema a finire alla musica, dall’estetica a tutto ciò che ci gira intorno. Penso agli anni 80 e penso al trash metal, ai Duran Duran, ai Menatwork o a Billy Idol. Penso ai mostriciattoli nei film o alle ragazze che sfrecciano sui pattini, tra le palme di Miami, con costumi succinti e mutandine ascellari. Penso alle strade di New York di notte, perennemente bagnate, una sirena in sottofondo e un tombino a centro strada che soffia fumo 24 ore su 24. Oggi però parliamo di un film. Un film che viene da quegli anni fantastici, un b-movie a cui sono particolarmente legato per le numerose volte in cui l’ho visto da bambino, registrato su qualche canale regionale, in videocassetta ovviamente. Il “malastrano” di cui voglio parlarvi è Demonio amore mio titolo originale “My demon lover”, regia di Charlie Loventhal.

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Anni 80, baby!

La trama è sensazionale, a dir poco geniale e spassosissima: Kaz (vi piacerebbe si chiamasse così! Ma nella versione italiana invece vi beccherete un sobrio ‘Ken’, interpretato da Scott Valentine) è un simpatico senzatetto che si aggira per le strade di New York importunando belle ragazze e suonando il suo sassofono nelle metro della grande mela, per racimolare qualche spicciolo. Un bel giorno, spunta fuori da un cumulo di immondizia (!) e incontra Denny  (una bellissima e tenerissima Michelle Little) una ragazza abbandonata dal prepotente e rude boyfriend che il giorno del suo compleanno le ruba anche il televisore, e se ne innamora. Ogni volta che Kaz sta per inzuppare però è costretto a scappare senza farsi vedere dalla sempre più incredula Denny, dato che il suo eccitarsi lo porta a trasformarsi in un demone, di notte in notte in forma sempre diversa.

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Avere letteralmente un diavolo nelle mutande

Ebbene Kaz è stato maledetto da ragazzino per averci provato con la figlia di una maga (ricordo ancora come si chiamava la ragazza, “Bibi Segulescu” !!!) diventando così un Pazowski, un entità oscura che schizza fuori ogni volta che sente solletico ai testicoli. “Sei stato pazowskiato!” dicono al povero Kaz, ormai stanco di non poter avere più rapporti sessuali. Nel frattempo in città numerosi e sanguinosi omicidi, perpetrati da un killer chiamato “il maciullatore”, si susseguono senza un apparente motivo ai danni di belle donne e innocenti ragazze. I sospetti che sia Kaz cominciano ad aumentare e a farsi sempre più fondati, soprattutto da parte dell’ingenua Denny. Ma è stato davvero Kaz o qualcosa di ancor più incredibile?

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Negli anni 80 si rideva anche con lo splatter. Quanto ci mancano!


Ovviamente non vi rivelerò il finale, perché credetemi, ne vale la pena guardarlo tutto. Un “monster” horror mixato alla più prevedibile commedia americana, quella di fine anni 80 che ci piace tanto, fatta di capelli cotonati, jeans a vita alta e pop rock suonato col sax, elementi da accompagnare a quelli che ho scritto più sopra, a inizio recensione. Gli effetti speciali sono fantastici, una bomba atomica in lattice, creati da un team di geni degli animatronics, del makeup e dei very special FX: John Caglione e Mark Shostrom per citarne giusto due di questa mega squadra. Il primo l’abbiamo già visto all’opera in filmoni quali l’horror
Basket case e il più costoso L’anno del dragone con Mikey Rourke , mentre il secondo ha curato gli effetti speciali per filmetti poco conosciuti come Videodrome e Nightmare – dal profondo della notte.

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Negli anni 80 essere trasandato e anche un po’ barbone faceva arrapare tutte le squinzie!


Hey non arrabbiatevi non arrabbiatevi! scherzavo sul “poco conosciuti”! Quindi, se volete vedere degli effetti speciali davvero “da paiura” (troppo belle le trasformazioni di Kaz da demone) e farvi anche due risate leggere leggere, questo film fa per voi! Io lo affiancherei ad altri flicks potenti quali
Scuola di mostri, dimensione terrore oppure Non aprite quel cancello, dove elementi del tipico teen movie si fondono abilmente con altri elementi horror/splatter. Per me il massimo, una figata incredibile! Non a caso mi prende davvero bene quando registi giovani e talentuosi dei giorni nostri girano e producono film con quella stessa vibe. E’ appurato ormai che il meglio del cinema (ma anche della musica) si trova nel passato, quindi riscoprire gioiellini come Demonio amore mio, non ti farebbe altro che bene! E poi andiamo, capirai subito che ti divertirai alla grande, quando all’inizio i titoli di testa sono accompagnati da un brano pop dal sound così caratteristico, che non puoi sbagliare, sei nel bel mezzo dei mitici ’80! Il brano è “Let go” degli Intimate stranger, un complessino americano che ricordano tanto (ma proprio tanto) i Menatwork. Schermata viola shocking e il titolo “My demon lover”, scritto stile commedia sdolcinata, che compare insieme ad una piccola versione cartoon di Kaz diavoletto. Ci stiamo dentro fino al collo.

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Negli anni 80 si moriva a non mangiare a Burghy

C’è anche una scena che forse non avete mai visto in nessuna pellicola: un uomo muore mangiando in un fast food vegano! Il massimo.

Il regista Charlie Loventhal, con Demonio amore mio firma la sua seconda regia. A quanto pare non ha avuto buona fortuna nè come regista prima, né come produttore dopo, dato che il numero dei suoi lavori dal 1983 ad oggi tra film girati e prodotti è a quota 8. E dire che questa pellicola non è girata affatto male, un horror che sicuramente avrebbe dovuto avere più visibilità tra gli amanti del genere, dalla sceneggiatura pazza e dall’uso spropositato e prepotente di ottimi effetti speciali. Per quanto riguarda la reperibilità di questo film, io possiedo la VHS della RCA. Ovviamente non è mai stato distribuito in Dvd in italiano da allora, però è di facile reperibilità anche “altrove”. Se non siete ancora convinti da quello che ho scritto, vedetevi i primi 10 minuti e finirete per vedervelo tutto!

Danny Bellone

https://youtu.be/H4RfP-tXxfg

Demonio amore mio

Titolo originale: My demon lover

1987

Regia: Charlie Loventhal

Interpreti : Scott Valentine, Michelle Little, Gina Gallego, Robert Trebor

VHS: Rca

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Death note

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So già che questa recensione sarà qualcosa di terribilmente suicida, soprattutto leggendo qua e là i pareri dagli occhi di brace nati dopo la visione del nuovo film di Adam Wingard. Dalle varie critiche, sembra di assistere ad un finale di un horror Universal, quelli dove il mostro di Frankenstein veniva braccato da un gruppo di infoiatissimi contadini armati di forche e bastoni. In questo caso il buon Wingard ha avuto l’ardire di trasporre in un lungometraggio, di poco più di 90 minuti, il manga/anime di culto Death note americanizzandolo, sembra, senza nessun ritegno. Uno stupro, in parole povere.

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Adam Wingard, il diavolo

Che Wingard abbia girato un nuovo Dragon ball evolution (povero James Wong), ovvero una pellicola tra le peggiori mai tratte da un fumetto, sembra strano. E’ vero che anche l’appena citato James Wong aveva esordito con uno stupefacente Final destination, ma nessuna sua opera successiva, sia il simpatico The one che il terzo seguito sfigato di Final, erano oltre la sufficienza. Quindi il disastro, se non annunciato, era comunque alle porte. Wingard invece ha messo a segno almeno tre grandi horror/thriller: l’adrenalinico A Horrible Way to Die, il divertentissimo You’re Next e il nostalgico The guest. Certo ha girato anche il reboot di Blair Witch project che è una cazzata di quelle incredibili, ma non è che la materia dalla quale attingere fosse poi Kubrick. In qualsiasi caso brutto o meno il suo Blair Witch è girato mirabilmente, d’altronde, con Mike Flanagan, Wingard è il miglior regista giovane in circolazione. Non conta che Kevin Smith si metta il cappello al contrario e canti “Hanno ucciso l’Uomo Ragno“, lui non è giovane!

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To catch a predator

Stupisce quindi leggere, facendo scroll sui vari siti, perdendomi in pseudo recensioni di Facebook, che questo Death note sia così brutto da essere insalvabile: attori penosi, regia disastrosa, non si capisce nulla dopo i primi minuti. Cazzo, mi sono detto, ecco il nuovo Franco Columbu, il mefistofelico Wingard finora ha finto di girare bene ed essere un talentaccio, invece era un cane di quelli più terribili perché capace di mimetizzarsi bene nel panorama horror; se il suo cervello gli diceva di girare così lui girava cosà, e come il Dottor Male ci ha fregato regalandoci ottimi horror che probabilmente a lui facevano schifo. Ecco quindi Death note è il gusto genuino di Wingard per la merda e lui come un maledetto coprofilo ci sta sguazzando peggio di Paperon De Paperoni in versione Babe miliardario.

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Un altro Dragonball evolution?

In un’altra realtà però, la Terra 43 della DC Comics, perché, in questo mondo, Death note è un bel film.

Non siamo davanti al capolavoro del nuovo millennio e probabilmente neanche alla migliore produzione Netflix (Seven sisters di Tommy Wirkola è su un altro pianeta), ma ad un dignitosissimo prodotto d’intrattenimento che è sbarcato sul piccolo schermo ma su un IMAX potentissimo poteva anche fare la sua porca figura, meglio dei vari horrorini da uscita estiva che James Wan ha generato.

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Non ho letto il manga, non ho visto l’anime, è perciò questa recensione è pura, senza vizi di forma da appassionato fan che si lacera le vesti se un personaggio ha cambiato etnia o il film è ambientato in America e non in Giappone, perché a me importa sega, io sono qui per parlare di Death note come di un prodotto cinematografico con i suoi se e i suoi ma, non delle seghe mentali che mi sono fatto su come l’avrei girato, su come il manga è stato rovinato, bla bla bla. Poi, siamo sinceri, non è che le precedenti trasposizioni di Death note live fossero questi gran capolavori, dai film di Shūsuke Kaneko  a quello di Hideo Nakata, ma, si sa, il fascino dell’Oriente è come un pelo di figa con davanti tutti i buoi.

Death Note

Death note ha ritmo, un ritmo indiavolato, forse proprio per la sua durata breve, e succedono tantissime cose, così tante che sembra di essere su un ottovolante da Luna Park. Si passa da cruente uccisioni alla Final destination ad inseguimenti alla William Friedkin a piedi in una Vancouver magnificamente fotografata fino alla catarsi di una magnifica e crudele storia d’amore sulle note di Feel My Love.

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Ecco che Wingard si diverte a dare la sua personale interpretazione di Death note, spostando i caratteri dei vari personaggi, arricchendoli di tic, di un’umanità che la controparte giapponese non aveva, rivelando la fallibilità di un gruppo di ragazzini che giocano a fare gli dei della morte o i grandi detective e poi cadono in un pianto disperato sbattendo i piedi a terra in cerca della mamma.

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La cosa migliore del film è però il rapporto tra Light e la sua sua ragazza Mia, una, sorta di attrazione fatale che pesca a pieni mani l’immaginario filmico di pellicole anni 80, le stesse che Wingard ama da sempre citare a piene mani, come la Bella in rosa o meglio, la sua versione pulp, ovvero Schegge di follia. Il rapporto tra i due più che di sesso è costellato di morti, di una visione di giustizia che ad un certo punto, tipo cancro, impazzisce e, come tutte e storie d’amore, si comincia a litigare. Ecco che la sequenza con Feel My Love acquista la potenza romantica di un Fight club dove un attonito Edward Norton stringe innamorato la mano di Helena Bohan Carter davanti all’Armageddon, all’apocalisse, le torri gemelle che cadono. “Mi hai incontrato in un momento difficile della mia vita”. Lacrime.

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Stilisticamente Death note è un gioiellino, girato mirabilmente, capace di emozionare grazie alla potenza visiva dell’immagini, ma paga anche una sceneggiatura a volte troppo facilona e caotica. Non ci si preoccupa per esempio che Watari (Paul Nakauchi) chiami il cellulare di Light senza che a nessuno, polizia, FBI, L, venga in mente di tracciarlo, una cosa abbastanza stupida a pensarci. In più, come nota negativa, abbiamo lui, Natt Wolf in pieno overacting, sguaiatissimo tipo checca isterica quando incontra il suo Shinigami Riuk, sempre col piede sbagliato nel ritrarre il suo personaggio, una parodia alla Adam Sandler quando doveva esserci un attore di ben altro spessore.

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Attori di spessore

Il resto del cast però non è male, a cominciare dall’ottima Margaret Qualley in un ruolo dalle molteplici sfumature fino al paranoico L di Lakeith Stanfield, divoratore compulsivo di caramelle e insonne cronico. Ottimo anche Willem Dafoe che doppia divertito il Fonzie del film, Riuk, il simpatico Shinigami che vorrei avere a casa per fare bisboccia.

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Il simpaticone

Che importa poi se il finale, comunque emozionante, resta aperto in previsione, ma può essere anche no, di un due. D’altronde stavolta sono i fan del Death note originale a marciare contro un film che ha avuto il beneplacito persino dei creatori della serie a fumetti e a non capire che, se si vuole l’aderenza perfetta da un opera letteraria, non bisogna trasporla, mai. Questo Death note è la visione di Wingard del fumetto, un’interpretazione, nè più nè meno di come Christine di Carpenter lo era di Stephen King. Non sono brutti film, sono mondi inconciliabili, per fortuna.

Andrea K. Lanza

Death note: Il quaderno della morte

Titolo originale: Death note

 Anno: 2017

Regia: Adam Wingard

Interpreti: Nat Wolff, Lakeith Stanfield, Margaret Qualley, Willem Dafoe (voce di Ryuk), Jason Liles (Ryuk), Shea Whigham, Paul Nakauchi

Durata: 97 min. (disponibile su Netflix)

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Non aprite quella porta 2

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Scrivevo questa recensione nel 2012 in uno speciale sulla saga di Non aprite quella porta per il portale horror.it. A distanza di 5 anni la ripropongo qui sulle pagine del mio/vostro blog Malastrana in un’occasione spiacevole, la morte di Tobe Hooper, uno dei grandi maestri dell’horror americano che si fa compagnia a chi l’ha preceduto negli ultimi anni, mesi, settimane, Wes Craven e George A. Romero su tutti. Ripropongo questa mia recensione perché affrontavo uno dei film più incompresi e belli di Tobe Hooper, quel secondo capitolo di Non aprite quella porta che sarebbe stato forse il punto più alto e mai più raggiunto della filmografia del regista. Noi lo salutiamo così ringraziandolo per i sogni e gli incubi che ci ha fatto fare in questi anni tra vampire spaziali, famiglie cannibali e poltergeist nascosti nella tv. RIP.

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Diavolo d’un Tobe Hooper! Ora, nel 2012, dopo tanti brutti horror, te lo immagini rincoglionito sulla sedia a dondolo a guardare ebete i tramonti del Texas. Magari un fan si avvicina e gli fa una domanda su Letherface, il gigante con la motosega in mano del suo film più famoso, e lui pulendosi la bocca dalla bavetta risponde con frasi del tipo “Bello il sole eh?” o “La mamma non è ancora tornata”. Non puoi biasimarlo neh, anche alla mente più brillante sarebbe successo.

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Non si può girare fettecchie come Mortuary o, in tempi non sospetti, robacce come Night terror con un attempato Robert Endgund che cavalca a petto nudo un cavallo fingendo di essere un sex simbol bello e dannato dell’horror, senza perdere il senno. Anche voi, amici miei, anche voi sareste crollati e il sole del Texas ora vi apparirebbe come la Madonna di Lourdes. Ma nel 1985 Tobe era un talento in massima espressione artistica: aveva alle spalle almeno due cult, Non aprite quella porta e Quel motel vicino alla palude, aveva girato un ottimo tv movie tratto da Stephen King, Le notti di Salem, ed era reduce da un campione di incassi come Poltergeist.

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Ovvio quindi che quando bussano alla porta di casa Hooper, Menahem Golan e Yoram Globus, i famigerati padroni della casa di produzione più stracazzuta dell’universo, la Cannon, artefice di tamarraggini di grande successo come Invasion USA con Chuck Norris, il duo pensa di avere trovato nel regista la classica gallina dalle uova d’oro da spremere. Niente di più sbagliato e sciaguratamente avventato.

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Con loro il buon Tobe gira il magnifico Space Vampires su sceneggiatura di Dan O’ Bannon, l’insipito Invaders e l’allucinante Non aprite quella porta 2. Risultato? Il primo è un flop che fa quasi fallire la Cannon, il secondo è tanto brutto che non se lo fila nessuno e il terzo incassa meno di quanto si pensava. Dopo questi insuccessi la carriera di Hooper sarà un continuo di alti e bassi fino alla calma piatta degli ultimi lavori. Ma mi immagino un fan del primo Non aprite quella porta accingersi a vedere questa seconda parte: sono passati più di 10 anni, è un horror che ha cambiato nel bene o nel male la storia del cinema del terrore, c’è ancora lo stesso regista al timone, ovvio che sarà un altro capolavoro.

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E capolavoro Non aprite quella porta 2 lo è, ma è anche qualcosa che va assolutamente controcorrente rispetto alle aspettative di qualsiasi appassionato del genere. Hooper aumenta sì il sangue, la violenza, ma è tutto così grottesco, così esagerato, baracconesco da generare confusione ed essere qualcosa di difficilmente etichettabile. Facile, e probabilmente avrebbe portato qualche soldo in più, sarebbe stato il battere la strada della copia carbone come tanti seguiti, ma no, Hooper colora tutto con luci da luna park, rinuncia agli spazi angusti di una casa per portarci nel Texas a cielo aperto dove gli omicidi si compiono per strada, porta i suoi freaks nei dedali di un ex mattatoio dalle pareti grondanti budella umane, ripete scene clou del primo film in una chiave talmente stralunata da risultare genio e… delude i suoi fan.

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Ovvio che ci sia stato un passaparola negativo e il film con gli anni abbia avuto a nomea di seguito scadente, ma è anche questo un segno di grandezza, la confusione con la bassezza parlando di sublime cinema, il non essere capito per poi magari essere riscoperto dopo anni e anni. Non aprite quella porta 2 usa il grottesco fin dalla copertina: una versione horror di quella del successo romantico The Breakfast club.

Hooper butta nel suo film gli umori politici di un decennio di transazione, gli anni 80, il reaganismo, l’eco mai spento del Vietnam, si fa berlina della moda delle varie palestre, del culto del corpo devastando quella carne e facendola spezzatino per altri corpi da appendere come quarti di bue, i Sawyer diventano ancora più ferocemente la parodia di una famiglia di media borghesia americana, con le sue regole di bon ton deviato e l’amore per il nucleo familiare. Letherface arriva ad innamorarsi, ed è questa una delle trovate più grandi del film, e lo fa con l’impacciataggine di un adolescente psicopatico davanti al sesso, il suo desiderio di uccidere diventa libidine che ha la catarsi con il transfert pene/motosega nella scena di seduzione ai danni di una dj terrorizzata.

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Il trucco di Tom Savini sulla maschera del gigante cannibale è così esagerato da renderlo quasi, con l’abbinamento del vestito elegante da matrimonio o da funerale che indossa, una sorta di trasfigurazione di Charlot, uno strano, feroce, buffo Charlot del cinema horror passato sotto l’alba dei morti viventi. Altra intuizione poi è di mettere in scena un eroe, vestito da cowboy texano, completamente fuori di testa, che parla con i morti, che per uccidere la famiglia della motosega si arma anch’egli di motosega, lunghissima, in una sorta di gara alla virilità dove si sfoggia il membro più virile. Impossibile affezionarsi al personaggio di Dennis Hooper che arriva in ritardo a salvare la bella in pericolo, che si veste di bianco per non essere confuso col nero del male, che alla fin fine sembra pazzo come tutti i membri della famiglia che odia e vuole sterminare.

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Interessante poi il finale, dove tutti gli uomini sono destinati a perire e, forse, il testimone della motosega passa ad una donna, simbolo di un sesso desiderato e rifiutato, ma dal quale tutti siamo stati generati. La Dj attraverso un utero di terra e umori, lotta con un’altra donna, la vera matriarca, quella che vive in cima a tutti e tutti vigila, sorta di Mater Sospirorum hooperiana, per prenderne poi il posto. Il gesto di Letherface scimmiottato porta a pensare che un’altra generazione di mostri è lì lì per venire. Grande, grande Tobe Hooper.

Tobe Hooper sul film:

E’ pazzesco come l’inferno, un film talmente fuori di testa. Con Non aprite quella porta 2 ho avuto la possibilità di fare una commedia, una commedia molto triste, che non è piaciuta a tutti, ma ha i suoi fan. E’ un film molto del suo tempo, con tocchi di satira politica sull’America capitalista degli anni ’80. Per i miei film mi guardo sempre intorno e cerco di cogliere alcuni aspetti della politica e dell’economia. Sono un drogato di CNN

Curiosità:

Abbiamo confrontato la versione vulgata del film con la workprint ovvero al copia lavoro di Texas chansaw massacre 2, mai vista dal pubblico, e abbiamo trovato con sorpresa l’inserimento di una scena priva ancora degli effetti speciali, ma molto interessante. Per anni tra appassionati si è parlato dei tagli all’opera di Hooper e visionare l’opera in versione totalmente integrale è stata esperienza non priva di un certo fascino che ha saputo accrescere già l’alto valore dell’opera. La workprint dura 1 ora e 51 minuti contro l’ora e 35 della versione più lunga vulgata da noi in dvd, contiene scene di dialogo in piu’ e una maggiore crudezza nelle scene di omicidi. Non solo però perché contiene soprattutto una scena mancante che andiamo a spiegare nel dettaglio. La qualità della workprint è bassissima, ma rende benissimo la follia anarco-sanguinaria che Texas massacre part 2 incarna poeticamente.

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La famiglia di cannibali è in viaggio su di un furgone, mentre la dj si aggira tra le anguste segrete del loro mattatoio. C’è il dettaglio di Testa di latta che cuce il burattino visto all’inizio del film. Arrivati ad un parcheggio sotterraneo trovano dei disordini: un gruppo di adolescenti sta rompendo tutte le auto con grosse mazze. I ragazzi si avvicinano con fare minaccioso al furgone, ma ecco che appare dal retro del mezzo Leatherface la sua motosega. E’un’orgia di sangue: teste decapitate, braccia, piedi che volano da tutte le parte, una mano mozzata che alza il dito medio. Poco dopo due ragazze e un uomo scendono le scale per andare al parcheggio e vengono uccisi da Letherface.

Andrea K. Lanza

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Titolo originale: The Texas Chainsaw Massacre part 2

Regia: Tobe Hooper

Interpreti:Dennis Hopper, Caroline Williams, Bill Johnson, Bill Moseley

Durata: 95 min. 

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Shark exorcist

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In seguito al morso di uno squalo demoniaco la giovane Ali comincia a comportarsi in maniera bizzarra: è misteriosamente attratta dall’acqua e spesso preda di raptus omicidi. Solo un esorcista potrà aiutarla a tornare in sé.

Wild Eye Releasing, casa di distribuzione già nota per Raiders of the Lost Shark e Sharkenstein, ci regala un’altra perla di rara bruttezza a tema squali, questa volta un improbabile mix fra Lo Squalo e L’esorcista.

La vicenda si apre con una suora dalle tendenze sataniche (?), Suor Blair (triste riferimento a Linda Blair), accusata di aver torturato e ucciso decine di bambini, che accoltella una donna e ne getta il cadavere in acqua in sacrificio al suo padrone Lucifero, chiedendo vendetta per i torti subiti. Satana ascolta la sua preghiera e si manifesta sotto forma di un demoniaco squalo gigante. Inutile chiedersi perché.

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Sangue dappertutto e, per non sprecare niente, giù di lingua!

Onestamente speravo in una creatura fiammeggiante e croci rovesciante ma non c’è niente di tutto ciò; solo uno squalo nella norma, non fosse per gli occhi gialli e luminescenti ed una vaga sfumatura rossastra del corpo.

La CGI con cui è realizzato è la solita, sciatta computer grafica da b-movie. Non ho nemmeno scene particolarmente trash da segnalare in quanto lo squalo si vede pochissimo e se ne resta buono buono in acqua senza interagire con nessuno dei personaggi: ci viene mostrato solo qualche volta mentre nuota ma gli omicidi sono tutti fuori campo. Noia.

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Squalo satanico solo per gli occhi

Ora che lo squalo è stato evocato e sguazza allegramente nel lago, a farne le spese è Ali, bella biondina che non concede nemmeno un topless, la quale viene aggredita durante un nuotata. L’amica Emily accorre in suo aiuto, trovandola in fin di vita coperta di sangue… che non si sa da dove arrivi visto che non ha un solo graffio!

In effetti la maniera in cui viene usato il sangue nel corso del film è totalmente assurda, troviamo delle scene con attori zuppi di sangue nonostante non si veda alcuna ferita. Della serie “ma sì, abbondiamo”.

Dopo il fatidico morso scopriamo che Ali è vittima di una possessione squalo-demoniaca che la porta a momenti di follia omicida durante la quale si “trasforma”: in acqua diventa lei stessa uno squalo, o almeno così si può intuire, sulla terraferma mantiene forma umana ma inizia a addentare tutto ciò che è nei paraggi.

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Satana d’acqua con bocca aperta

Ali comincia a mietere vittime in giro la città: la scena più cringe dell’intero film è quando adesca una donna ritardata al parco giochi, mentre questa sta giocando con i suoi squaletti di gomma, la porta in piscina e sembra in procinto di dare inizio ad una scena lesbo con la disabile. Poi per fortuna la cosa si conclude in omicidio e si può tirare un sospiro di sollievo. Però che disagio.

ritardata

Disagio 

cringe

Peggio dei porno sugli incesti

Si arriva finalmente alla scena clou: il rituale per scacciare il dentuto demonio.

Non ci è dato sapere come e perché l’esorcista sia a conoscenza della storia dello squalo né in che modo sia arrivato a contattare Emily, ma ancora una volta farsi domande è assolutamente inutile. Viene ora messo in scena il rituale di esorcismo più squallido e nosense mai visto. Ali, legata ad un pianta (in realtà sono due cordicelle appoggiate ai polsi), con tutto l’aspetto di una vittima sacrificale, comincia a farneticare cose senza senso per poi lanciarsi in una copiosa vomitata verde addosso al prete, come da tradizione. Lui però non la prende bene e cerca strangolandola. Bravo prete, complimenti, molto caritatevole da parte tua.

Prete posseduto

Prete impossessato soprattutto per gli occhi

L’esorcista poi cambia idea e decide di sacrificarsi al posto della ragazza accogliendo il demone dentro di sé: nel trash più totale il prete posseduto dallo squalo comincia a prendere a morsi Emily come un cane con l’osso. Momenti di cinema altissimo.

L’idea che in seguito al morso dello squalo la vittima si trasformi a sua volta in un pescecane affamato era deliziosamente stupida, con qualche mezzo in più ne sarebbe uscita una cosa divertente tipo Zombeavers.

demone esorcizzato finale

Squalo satanico ottimizzato per televisori 4:3 a tubo catodico

Sfortunatamente qui non avevano soldi da spendere in make-up e tutto ciò che ci è concesso vedere è Ali con in bocca una dentiera di Halloween.

Da amante dello z-movie mi sento quanto meno in dovere di apprezzare la follia generale che permea la trama, l’idea di mettere un esorcista in un film di squali è di un’idiozia ammirevole. Peccato che poi sia lo squalo che l’esorcista abbiano un ruolo praticamente marginale nel film, nonostante le premesse.

Ali posseduta

Dentiera 0,99 da Moreno dove tutto costa meno

La storia è un susseguirsi di scene e personaggi totalmente inutili ai fini della trama, senza i quali la pellicola sarebbe probabilmente durata non più di 20 minuti:

Troviamo così una ghost hunter che invoca gli spiriti dell’acqua fra le convulsioni; tre tipe che fanno una seduta spiritica in un cimitero, tra visioni e lacrime di sangue; un rito di iniziazione per una confraternita… E avanti così per un’ora senza che nulla di quello che vediamo abbia un qualche significato. Anche ad esorcismo terminato continuano le cose inutili, come la tizia che viene fotografata di nascosto da un maniaco per 10 minuti buoni, scena totalmente fine a sé stessa, e persino dopo i titoli di coda, dove vediamo una ragazza che gioca con degli squali peluche e che poi inizia a vomitare roba arancione.

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Vomito metacinematografico tra pubblico e interpreti

Altro particolare davvero “boh” è proprio l’uso immotivato e continuo vomito: in più di un’occasione personaggi anche mai visti prima vomitano su altri o si sbrodolano addosso, così, a caso. Gente che rigurgita roba per sport, tanto per impreziosire ulteriormente questo fantastico film.

Menzione d’onore va alla colonna sonora, che cerca di amalgamare sonorità tipiche di Lo Squalo con campane tubolari tipo L’Esorcista e il risultato è la cosa meno orecchiabile e più repellente che si possa concepire.

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Sanguinare senza ferite

Ricapitolando:

Shark Exorcist poteva essere una simpatica follia se girato con i mezzi adeguati ed invece è solo un film brutto, dove la cosa meno trash è sicuramente lo sfigatissimo squalo che manco si vede, ma che nel suo nonsense riesce ad intrattenere fino alla fine (che per fortuna arriva presto).

Tizie che fanno seduta spiritica al cimitero

Quando in camporella si fanno gli esorcismi

Scene top:

  • La frase: “We’re gonna need a bigger cross” durante l’esorcismo. È simpatica, glielo concediamo
  •  La suora che accoltella gente random generando esageratissimi bagni sangue
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Suor omicidi

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Shark Exorcist

Anno: 2015

Regia: Donald Farmer

Interpreti: Angela Kerecz, Bobby Kerecz, James Balsamo, Alaine Huntington, Roni Jonah, Christy Moritz, Channing Dodson, Lexi Nimmo, Julia Contrenchis, Glynne Blackwell, Brad Blanchard, Bubba Bradley, Madison Carney, Jessica Drew Chastain Donald Farmer

Durata: 90 min.

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HazMat

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HazMat è senza dubbio un brutto film, di quelli che trovi nello scaffale del tuo discount preferito a 1 euro e 99 insieme a Ozzy il cucciolo coraggioso o ad un film a scelta con Nicolas Cage. La sua anima povera, miserabile e deprimente la si percepisce fin dalle prime immagini, dalla messa in scena arrabattata, dal suo essere quasi commovente nell’agonizzare un’ora e mezza senza una trama. Eppure HazMat alla fine dei conti fa il suo dovere, non annoia mai e regala un paio di sequenze niente male che produzioni ben più ricche si sognano, anche con un budget vero. Certo resta un brutto film per svariati ed evidenti motivi, ma anche un titolo onesto, la serie C divertente che ti rallegra la domenica pomeriggio come una Barbara D’Urso al sangue.

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Ho preferito HazMat

La trama è semplice e banale: una troupe televisiva, specializzata in scherzi macabri, si trova a dover fronteggiare un vero serial killer in un edificio abbandonato. E’, per farla semplice, una scopiazzatura del contemporaneo Scare Campaign, da noi uscito in edizione deluxe per la Midnight factory, mischiato a ESP – fenomeni paranormali. Solo che non ha il budget del primo, un pregevolissimo slasher crudele, nè la fantasia del secondo, una sorta di Silent Hill mocku. Siamo in terreno POV con la telecamera di sorveglianza il più delle volte a fungere da occhio divino, ma purtroppo la natura già semi amatoriale dell’opera fallisce nella finzione di realismo del genere, complice anche la cattiva recitazione del cast, il doppiaggio italiano atroce e dialoghi dementi. Non ci si appassiona mai a questi personaggi che fanno cose stupide, dicono cose sceme e vanno incontro alla morte con la prontezza di un kamikazen fiero del suo suicidio.

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In cosa funziona allora il film?

Nelle singole scene, nella costruzione della tensione e, perchè no, in un efficace assassino che, memore il minatore di Bloody valentine, spaventa con una maschera semplice ma d’effetto. 

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Oltretutto il titolo, HazMat, si riferisce proprio all’abbigliamento del killer che si veste con una tuta anticontaminazione usata dai soldati per le fughe di materiali tossici.

Il film cerca ad un certo punto pure una via fantastica con una storia di possessioni appena accennata, ma che ci sia o non sia una spiegazione logica alla follia del cattivo di turno poco importa, HazMat è uno slasher ignorante, puro come pochi se ne fanno in questo nuovo millennio e, nei suoi limiti, un luna park macabro che riesce a creare disagio soprattutto quando il killer si aggira, respiro ansimante, per i corridoi della struttura. 

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Sia dato atto che la regista Lou Simon, cubana di nascita, sa giostrarsi bene con la materia infima, ha una buona mano e riesce nell’intento disperato di farci sembrare labirintica una struttura che nella realtà aveva poche stanze, come leggiamo su IMDB. Noi di Malastrana VHS poi appoggiamo le donne regista siano la gagliarda Jennifer Chambers Lynch che le gemelle Soska che qualche altra avventuriera del genere, perché l’occhio femminile riesce sempre a portare linfa nuova ad un cinema, come quello horror, che, salvo rari casi,  è sempre stato territorio di caccia del maschio.

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Noi non possiamo consigliare questo film, ma siate certi che, se darete ad HazMat un’occasione, potrebbe sorprendervi. Non è l’horror di una vita, ma quella serie C da gustarsi a rutto libero soprattutto in queste giornate di afa incredibile.

Andrea K. Lanza

HazMat

Anno: 2013

Regia: Lou Simon

Interpreti Norbert Velez, Aniela McGuinness, Todd Bruno, Gema Calero, Giordan Diaz, Tom Stedham, Reggie Peters, Daniela Larez, Mario Nalini, Dennis Spain, Brandi Rudicil, Massiel Checo

Durata: 90 min.

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Brivido (Maximum overdrive)

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Brivido è stato la pietra tombale del cinema di Stephen King, l’idea balzana ma affascinante che il Re potesse essere tutto, uno e trino come Dio, scrittore, sceneggiatore e regista. Tanto quindi dev’essere sembrata la pillola più amara quando lo spettatore e il fan si sono trovati davanti allo spettacolo popcorn e un po’ scemo di Maximum overdrive, un film nato sfortunato,  che probabilmente non avrebbe avuto critiche così feroci se non fosse stato diretto da Stephen King.

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Per fare le cose bene devi farle da solo

Facciamo però un passo indietro prima di parlare del film, definito da molti la “peggior pellicola dell’universo”, e concentriamoci sul trailer americano.

Buio. Una figura si avvicina alla camera, possiamo vedere Stephen King con barba e sguardo allucinato che esordisce con frasi come “Io sono Stephen King, molti registi hanno provato a fare dei film dai miei libri, ma non erano me. Per fare le cose bene devi farle da solo“. Musica di Halloween 3 in sottofondo, una produzione sempre De Laurentiis, e, sullo sfondo, gargantuelico e minaccioso, un camion dalla faccia del Goblin, nemico de L’uomo ragno, con occhi rossi e luciferini.

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Stephen King e l’uomo ragno

Per fare le cose bene devi farle da solo. Ecco la frase incriminata, il seme di Caino che genera sconforto e miseria tra gli uomini. Con una frase così devi essere davvero un fottuto John Holmes in un mondo di minidotati perché, se così non fosse, tutti, prima o poi, scopriranno il tuo segreto e a nessuno piace essere preso in giro. A nessuno.

Stephen King è un uomo che si è fatto da solo, sulla scia del sogno americano classico. Faccia da tonto, occhiali spessi, nessuno avrebbe davvero dato un soldo di cacio a questo ragazzone del Maine, eppure Stephen King, senza amicizie importanti, è diventato lo scrittore horror più venduto nel mondo, a partire da quel Carrie che aveva buttato nel cestino e che, grazie a Dio, è stato recuperato dalla moglie Tabitha.

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Leggo Stephen King da quando ero ragazzino e posso dire con una certa sicurezza che non esistono libri brutti del Re, alcuni sono capolavori assoluti e penso a Salem’s lot o alla raccolta A volte ritornano, altri magari peccano nel manierismo come Insomnia, ma tutti sono libri che meritano di essere letti, densi di idee interessanti e con quella sua capacità unica di saperti parlare come se ti conoscesse nell’intimo, sia tu povero, ricco, istruito o meno.

Il suo rapporto col cinema è sempre stato un po’ conflittuale, con il desiderio, a volte impossibile, di non essere stuprato o interpretato da altri. King dev’essere solo di King, questo è sottinteso, e questo lo ha portato al desiderio, all’hubrìs, di produrre mostri dalla fattezza di lunghissime e noiose miniserie. Tutto molto Stephen King è vero, senza tagli o alzate di capo, ma tutto anche così poco King perché questi pseudo telefilm da It a La tempesta del secolo sono soprattutto impersonali bigini dei libri che abbiamo amato.

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C’è la leggenda che Stephen King non capisca un cazzo di cinema e questa asserzione deriva dalle frasi sprezzanti dello scrittore su Shining di Kubrick. Apriti cielo! Questa però è una metà della storia perché non si riporta mai che, prima, il regista di Lolita e altri grandi film dichiarò che il libro di King era schifezza e salvava solo il soggetto. Ora io credo che, anche per spirito di amore proprio, se qualcuno definisse una cagata il nostro lavoro, qualsiasi esso sia, noi lo difenderemmo a spada tratta, così fece King con Shining, rispose guerra alla guerra, magari impuntando i piedi come un bambino capriccioso, disprezzando a priori l’opera di Kubrick, ma, per come la vedo io, a ragione. Poi non dimentichiamo che senza King Shining non si sarebbe mai fatto, quindi se vogliamo asserire che King non capisce un cazzo di cinema, dobbiamo aggiungere che forse Kubrick non capiva un cazzo di letteratura, anche perché Shining libro è ancora oggi un capolavoro. Senza nulla togliere a Shining il film.

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Negli anni 80 un film con il nome di King sulla locandina ti portava in sala, sia fosse stato il Creepshow di Romero che la Christine di Carpenter, questo lo capì il produttore De Laurentiis che mise sotto contratto lo scrittore per scrivere e supervisionare le opere tratte dai suoi libri. Nacquero esperimenti interessanti come L’occhio del gatto o Fenomeni paranormali incontrollabili, divertissement come Unico indizio la luna piena e  appunto Brivido.

Sembra che fu proprio il produttore a stuzzicare l’ego di King chiedendogli “Perché non giri tu un film?” e King che di tecnica cinematografica non sapeva nulla, non si mise a ridere, ma rispose spavaldo “Ok” spiazzando un po’ tutti. Da qui non si poteva tornare indietro.

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King aveva in mente fin dall’inizio chi avrebbe voluto come protagonista, il cantante Bruce Springsteen, ma De Laurentiis non accettò perché non trovava molto commerciale la mossa. “Chi diavolo è questo Bruce Springsteen? C’è un attore bravo che si chiama Emilio Estevez ed è il figlio di Martin Sheen, lui è la scelta giusta“. Non sappiamo se questa sia stata la mossa migliore, certo è che Brivido con Bruce Springsteen avrebbe acquistato un altra dimensione, uno stato di culto ancora maggiore. Lui il Boss che aveva cantato Born in USA contro la guerra in Vietnam,che ci aveva commosso con The river, ora davanti ad un camion gigante, armato di bazooka come un cazzo di Chuck Norris, che urlava “Lo vuoi la supposta, man?”.

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Al mio posto ci doveva essere il Boss che esclamava sexy “Te la rasi tutti i giorni” a Laura Harrington. Capisci, Goblin?

Concludere le riprese di Maximum overdrive non fu facile perchè King aveva sì entusiasmo da vendere ma dovette fare i conti con la realtà dei fatti: girare un film non è come scrivere, non puoi improvvisarti. Quindi veniva sfottuto dalla troupe perché non conosceva i termini tecnici, e, anche soltanto posizionare la telecamera, era un dilemma, così la produzione rallentava sempre più. Ad aiutarlo però ci fu il direttore della fotografia Armando Nannuzzi che durate una ripresa arrivò a perdere un occhio e ad interrompere ulteriormente le riprese di un film già nato sbilenco.

 

Sembra che l’incidente successe per colpa di King che insistette a girare una sequenza particolamente pericolosa malgrado l’avessero avvertito. La scena era quella dove un tagliaerbe impazzito insegue un ragazzino in un prato. La protezione di legno esplose e diverse schegge colpirono l’occhio del povero Nannuzzi.

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L’idea di Brivido nasce dal racconto Camion, presente nell’antologia A volte ritornano, una scelta un po’ inaspettata perché non proprio il tema che ci saremmo aspettati dall’esordio alla regia di King. Oltretutto A volte ritornano è un libro oltretutto pieno di spunti più fantastici e terrorizzanti come uomini nero, topi giganti, alieni che contaminano il DNA delle persone e vecchi compagni di scuola non proprio pacifici.  King delude nuovamente sparandone una più di Bertoldo perché, nel famoso trailer, specifica pure “Vi prometto che vi terrorizzerò” e Brivido, a discapito del titolo italiano, non fa paura. Mai.

Brivido non è comunque il brutto film che si racconta e che lo stesso King ama raccontare. E’ un film sbagliato, sbilanciato, troppo lungo, ma non un brutto film, anche con i suoi evidenti difetti. E’ un fantahorror coloratissimo, scatenato nelle battute da fumettaccio, un po’ sulla falsariga del Creepshow di Romero, e assolutamente immaginifico. Succedono, nella sua ora e mezza di film, talmente tante cose, a volte anche assolutamente assurde pure nel cotè d’irrealismo fantastico, che, tu spettatore, strabuzzi gli occhi e dici “Ma che cazzo…”. Brivido è il giocattolo costoso dato nelle mani di King bambino da un De Laurentis papà, e, come tutti i bambini, King lo distrugge, lo consuma, ci crea sopra una storia fatta di eroi senza macchia, cattivi alla Boss Hogg di Hazzard, fanciulle in pericolo e battute ad effetto. Brivido è il perfetto B movie da drive in anni 50 però con la confezione di un film da 10 milioni di budget, il cinema secondo Stephen King che non assomiglia al mondo letterario di King.

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In un mondo perfetto Brivido sarebbe stato un successone e non il disastro che incassò in America appena 7 milioni, neanche i soldi del budget, e non perché si parla di un film perfetto ma perché il grado di divertimento era altissimo. L’insuccesso di Brivido viaggia al pari passo con le promesse non mantenute del Re, sulla scelta sbagliata di girare un film troppo distante dall’universo pauroso al quale il suo pubblico era abituato, dal suo essere poco umile in quel trailer sciagurato.

Brivido è la risposta kinghiana, l’omaggio a La notte dei morti viventi e a Zombi di George A. Romero, amico e ispirazione dello scrittore. I camion del film sono come gli zombi di Dawn of the dead, sono aggressivi, fuori controllo e uccidono, ma qual è il posto dove tornano a seminare terrore? Le aree di servizio perché, come il supermercato del film di Romero, è il luogo più importante della loro non vita, dove sanno che la benzina è il loro sangue, la loro linfa vitale. Come in La notte dei morti viventi i sopravvissuti sono barricati in un luogo chiuso in attesa che l’apocalisse prima o poi li travolga. Ecco che Maximum overdrive diventa un Romero 2.0 dove la tecnologia che ci ha permesso di evolverci ora ci si rivolta contro. “Noi siamo come loro e loro sono come noi” diceva una disperata Barbara nel remake de La notte di Tom Savini. Le macchine le abbiamo costruite noi e ora ci ammazzano.

 

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Silvia Giulietti, l’operatore alla macchina più sexy del mondo

 

Brivido è un film sui camion assassini, ma soltanto perché King ad un certo punto perde di vista il soggetto. L’idea più potente è nei primi minuti di pellicola, la prima mezz’ora, dove in scena viene messa un’apocalisse di grande impatto visivo. Ad impazzire sono tutte le macchine, dai bancomat sboccati con cammeo dello stesso King (“Cara questa macchina mi sta dando dello stronzo”), alle macchine automatiche di bibite, ai videogames fino ai banali coltelli elettrici. Ci si concentra sui camion ma vediamo sullo sfondo aerei assassini e giocattoli sanguinari in bocca a cani. Ecco il difetto principe di Brivido, il non aver saputo giostrare una sceneggiatura interessante nell’insieme arrivando a concentrarsi sul dettaglio più banale. D’altronde però il racconto si chiama Camion. 

Gli echi romeriani in Maximum overdrive si possono trovare anche nella gestione di contrappasso moralistico di alcune morti. Il nero senza nome (interpretato dal mitico Giancarlo Esposito di Breaking Bad), appassionato di macchinette, viene ucciso solo quando ruba, lo stesso succede, nel finale, ad un sopravvissuto quando sfila l’orologio da un cadavere. Non dimentichiamoci che in Zombi, Peter comincia a morire quando comincia a sancire i limiti della proprietà privata. “Questo posto è nostro e ci appartiene“.

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Alcune sequenze sono girate molto bene, altre più distratte con il punto più basso nella concitata scena del ponte che si apre. Qui King sembra più impacciato che mai e i rallenti con l’urlo del motociclista che precipita rovinosamente nel fiume, sono più da comica che horror. Non si respira mai l’aria di apocalisse, di morte imminente e i modellini delle vetture sembrano appunto modellini senza vita. Una scena che poteva creare grande disagio e angoscia diventa purtroppo una baracconata solo caotica. Sarà la North Carolina che non è magica come il Maine.

Non tutte le macchine impazziscono, non si sa il motivo, anche perché i due novelli sposi vengono inseguiti da un camion infuriato mentre sono alla guida appunto di un’auto.

Altro punto dolente del film è la recitazione, tra l’atroce e il catalettico. Estevez, la star voluta da De Laurentiis, non recita, si limita a fare facce, a passare dal tranquillo all’arrabbiato senza molta differenza, con una performance diversa sia dai film che l’hanno reso famoso come Breakfast club che dalle dolci stronzate della nostra infanzia tipo Il giallo del bidone giallo. Non di meglio fa Laura Harrington perennemente imbronciata, in un ruolo che non sa mai cosa farle fare, un po’ eroina, un po’ po’ puttana, un po’ nulla se non bella statuina. Oltretutto la Harrington parte con un look da maschiaccio per poi presentarsi in versione più sexy solo per volere di De Laurentiis (“King vuole che mi vesta così” “Vestiti come dico io“). Il punto più basso toccato dalla recitazione è però la performance di Ellen McElduff nei panni di una cameriera, una cosa incredibile a vedersi quando esce dal drugstore urlando alle macchine con la mimica facciale di un spastico. Terribile. Per non parlare dell’atroce Yeardley Smith (la voce ufficiale di Lisa Simpson) nel ruolo di Connie, una gallina starnazzante. Dov’è il tasto mute sul telecomando?

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A non tutti piace la colonna sonora degli AC/DC, io la trovo gagliardissima, una delle musiche hardrock più esaltanti in un horror. Certo non è forse d’atmosfera, ma Brivido non è un film d’atmosfera, non è il prosciutto Pata negra che costa un occhio della testa, è il corrispettivo del Big mac unto e ciccioso che ti scopa la bocca caldo e al quale non puoi dire di no anche se hai speso milioni dal nutrionista. Un oggetto che doveva essere per tutti ma che è diventato di nicchia perchè non capito dagli stessi amanti del Re che avrebbero dovuto seguirlo anche nel suo essere disastro artistico alla King Vidor della serie B.

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Nannuzzi e King

King definisce Brivido come il seguito non ufficiale di Plan 9 from the outer space, lo dice scherzando, ma i suoi ricordi sul set non sono mai felici. Ad alcuni giornalisti che gli chiesero perché non girava più lui rispose “Guardate Brivido e capirete il motivo“. King afferma di essere stato perennemente ubriaco sul set e di non ricordarsi un granché soltanto che molti parlavano italiano e lui non conosceva la lingua. Per assurdo comunque come in Plan 9 from the outer space le macchine, si scoprirà nel finale grazie ad una didascalia, sono forse impazzite per via di un U.F.O.. In Ed Wood i morti, in Stephen King i camion.

La versione integrale non è mai uscita e lo scrittore la conserva a casa sua con nessuna intenzione di divulgarla. Si racconta, attraverso foto di scena, che dovesse essere più sanguinosa con grafici geyser di sangue che uscivano dalle ferite, con corpi martoriati e sequenze alternative più feroci. Non solo: alcune scene sembrano spezzate, senza molto senso logico, e questo fa pensare che la durata del film sia stata accorciata anche non solo nel reparto gore. Ad un certo punto, per esempio, il gestore del drugstore esce da una stanza abbottonandosi i pantaloni seguito dalla cameriera, ma niente, né prima né dopo, analizza il loro rapporto. Quando la censura tagliò il film, King si disse rammaricato perché la sua versione era più potente. Come non credergli?

La cosa che comunque ci si ricorda di Brivido è soprattutto il Camion del Goblin, un vero villain del film, che ad essere sincero non fa né più né meno degli altri cingolati ma ha questi occhi che si illuminano e una colonna sonora tutta sua mutuata su quella di Psycho. D’altronde, nessuno l’ha mai detto, ma Maximum overdrive potrebbe essere una strana declinazione di Hitchcock, quasi una risposta tamarrissima al suo Gli uccelli.

Brivido è stato con gli anni così vituperato, così disprezzato che è difficile non volergli bene. Noi di Malastrana vhs lo abbiamo adorato fin dal primo passaggio in tv quando la vita forse era più semplice. Belli gli anni in cui il cinema era solo intrattenimento. In questo Brivido è il cinema nella sua forma più pura.

Andrea K. Lanza 

Brivido

Titolo originale: Maximum overdrive

Anno: 1985

Regia: Stephen King

Interpreti: Emilio Estevez, Pat Hingle, Laura Harrington, Yeardley Smith, John Short

Durata: 90 min.

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