Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

POLTERGEIST – Demoniache presenze

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Certi film nascono sotto stelle folli e a dir poco bizzarre. Prendete, ad esempio, codesta pellicola: Tobe Hooper e Steven Spielberg, nella stessa pellicola? Strano, ma vero. Non penso esistano due registi più diversi rispetto a questi due. Cantore dell’America macabra, selvaggia, disturbante, popolata da assassini, torturatori. Il cinema di Hooper è malsano. Spielberg invece è il cantore di un’America saldamente borghese, se vogliamo semplificare al massimo, ma con un ben preciso codice d’onore. L’eroe non è mai un vincente, ma un uomo qualsiasi che per un discorso etico e spesso comunitario, decide di sfidare “il male”. Non è buonismo, ma una visione precisa della vita, dove l’umanità è fondamentale, come i rapporti affettivi. Entrambi fanno onestamente cinema.

poltergeist

Sicché lo scontro/incontro tra questi due uomini di cinema non poteva che dar la luce a un simil capolavoro.  Decisamente più spielberghiano, che Hooperiano, ma questa questione è già stata sviluppata in numerosi altri post. Non mi va di tornarci. Alla fine chi l’abbia veramente diretto non è così importante come l’effetto che codesta opera ha sul cinema fantastico e non solo da trenta e passa anni.

Una famiglia americana come tante. Lui è un po’ pirla e lo comprendi subito: legge un libro su Reagan. Simbolo dell’America che sta rimontando sulla strada del capitale, delle sicurezze del conservatorismo, abbandonando in fretta e furia il caos devastante,furioso,l’impegno politico degli anni precedenti. New Hollywood addio. La televisione non è più solo un elettrodomestico, ma “una di famiglia”, anzi una che forma cittadini e famiglie.  Tanto che par normale, a costoro, addormentarsi con la tv accesa. E lasciarla andar liberamente anche quando ormai non ci sono più immagini.

La piccola Caroline, però, in tv ci vede i suoi amichetti. Ci parla, con il candore delle bimbe . Solo che quelle presenze, quegli amici, hanno intenzioni per nulla amichevoli.

Poltergeist (1)

Il film è ben strutturato: ci presenta i protagonisti attraverso lunghe sequenze e scene di vita famigliare. Non ci presentano gente troppo buona o troppo incasinata, la bravura di Spielberg è questa: metter in scena la normalità. Che esiste e non è nemmeno una cosa brutta e cattiva. Sono la maggioranza della gente che non brilla, ma sa amare i propri cari, onesti lavoratori, gente semplice.

L’orrore si manifesta con irruenza attraverso un albero che tenta di ingoiare il figlio, e che rapisce la piccola Caroline. Da quel momento i genitori faranno di tutto per riprendersi la figliola. Aiutati da un gruppo di studiosi e da una mitica medium, indimenticabile Zelda Rubenstein. Forse questa parte centrale è quella che trovo più debole, perlomeno vista con gli occhi di  uno spettatore di oggi. Tantissimo vento nei capelli, lampi, urla, ma poco stremizi. Poco spavento. Nondimeno serve per ribadire il concetto di famiglia in pericolo e l’amore dei genitori per i figli, amore che ti porta a sfidare qualsiasi cosa.

Una famiglia che deve far i conti con la trasformazione sociale, con un’idea di capitalismo selvaggio e rampante che costruisce case sui cimiteri, fregandosene del rispetto per i morti e per la morte. Una famiglia dove c’è affetto, ma par sempre che possa spezzarsi. Poltergeist è l’ennesimo potente, solido, meraviglioso, inno al potere dei sentimenti e dell’amore, che Spielberg mette regolarmente in scena da decenni, trovano estimatori e detrattori in egual misura.

Si, forse potremmo vederlo in questo modo: una storia d’amore famigliare, nel tempo del crollo delle grandi idee collettiviste, sociali, di altri stili di vita. Poltergeist ci invita a tornare a casa e cazzo pure a difenderla, perché la nostra unica casa sono quelle persone che vivono con noi: i figli e il coniuge.

Ma ora vorrete sapere cosa rimane di una pellicola, per quanto leggendaria, dopo così tanto tempo, non è vero?

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Rimangono quegli assalti di furia “horror”: lo studioso che si strappa la faccia, gli scheletri che escono dalla fottuta piscina, fottute pareti, fottuto pavimento, il clown farabutto, il corpicino di Caroline tozzo e anche comico sospeso nell’aire prima di esser inghiottita dallo sgabuzzino, le sedie che cambiano di posizione, e sopratutto un bellissimo, meraviglioso, labrador!

Poi non possiamo sottacere dei limiti che il tempo ha posto al film. In particolare nelle scene con gli studiosi ( luci e ventilatori a palla, boh…Ma forse è solo una mia idea che siano cose superate) forse qualche lungaggine che a me piace, ma sai: nell’epoca degli eiaculatori precoci, anche il film deve esser veloce, svelto, giungere a un orgasmo sbarazzino ed effimero. Cioè, ti sto spiegando il cinema secondo Micheal Bay e Soci.

Qui invece troviamo una cosa bella e fondamentale, troppo spesso dimenticata: la sceneggiatura è il film. I personaggi la sua anima e il suo cuore. Anche quando scrivi un horror devi saper creare dei personaggi credibili, seppur legati a un genere. Facile vedendo questo film immedesimarsi nei genitori, pensare a quanto soffriremmo se qualcuno o qualcosa facesse del male ai nostri bimbi. Personaggi e storia che devono render interessanti anche i personaggi secondari. Come avveniva nel vecchio modo di intender cinema. Prima dei personaggi con la battuta fica sempre e comunque, caricature degli stereotipi di genere, prima di super eroi e supercazzole marvelliane e così via.

Io amo il vecchio modo di intendere il cinema e Poltergeist, seppure con alcuni evidenti limiti, rimane una pellicola sempre molto suggestiva e appagante.

Davide Viganò

Poltergeist – demoniache presenze

Titolo originale: Poltergeist

Anno: 1982

Regia: Tobe Hooper

Interpreti: JoBeth Williams, Craig T. Nelson, Heather O’Rourke, Beatrice Straight, Oliver Robins, Zelda Rubinstein, Michael McManus, Virginia Kiser, Martin Casella, Richard Lawson

Durata: 100 min.

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Poltergeist 2 – L’altra dimensione

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Quando Poltergeist uscì nelle sale, il quattro giugno 1982, segnò l’inizio di un successo che poco spesso si associa a film horror. Da un budget di circa dieci milioni di dollari, il film riuscì a guadagnarne più di settantaquattro, conquistando tre Saturn Award, un BAFTA e tre nomination ai premi Oscar del 1983. Un successo quasi annunciato, visto che alle spalle c’erano i nomi di Steven Spielberg, Tobe Hooper e George Lucas, con la sua ILM, successo che venne sostenuto in piccola parte anche dalla famosa “Poltergeist Curse”, la maledizione che si narra abbia ucciso più di un partecipante alle pellicole della trilogia. In questo caso, fortunatamente, niente complotti governativi, rettiliani o alieni in generale, ma solo le belle e sane demoniache presenze, quelle vecchio stile. Peccato non avere sempre un Ash Williams a portata di mano.

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Ma se in effetti qualche decesso c’è stato, liberi di credere che sia dovuto a spiriti maligni o semplicemente al caso, l’unica maledizione riscontrabile in Poltergeist 2 – L’altra dimensione sono le sciocchezze infilate a forza in una trama di per sé abbastanza funzionale, nella sua linearità. Spariti Hooper e compagnia bella, in cabina di regia troviamo Brian Gibson, regista di Tina – What’s love got to do with it e Still Crazy, mentre la squadra di sceneggiatori si mantiene con Mark Victor e Michael Grais, già all’attivo nel primo capitolo. È comunque fondamentalmente inutile fare troppi paragoni con il precedente episodio, perché inevitabilmente siamo molto lontani dalla bellezza e dalla forza di una pellicola scritta con buone idee in testa. Qui l’operazione commerciale è annusabile lontano chilometri e purtroppo lo si nota fin dall’inizio.

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Dopo le vicissitudini subite a Cuesta Verde, la famiglia Freeling si trasferisce a casa di Jess, la madre di Diane. Nonostante i problemi finanziari e l’assoluto divieto di televisori in casa, la vita sembra essere tornata alla normalità. Almeno fino a quando la medium Tangina, con un gruppo di ricercatori, scopre una caverna sotterranea sotto la vecchia casa scomparsa dei Freeling e capisce che il pericolo non è scongiurato. La sinistra figura del reverendo Kane spunta infatti dal nulla per condurre nuovamente il male nelle vite di Steve e Diane, cercando il modo di impossessarsi della piccola Carol Anne.

Ecco, una trama così, istintivamente, può ispirare sentimenti contrapposti, che vanno da “mmm” a “ho il cervello che mi cola dalle orecchie”. Mi rendo conto che una frase simile è altamente poco professionale, ma è anche altamente inutile usare paroloni per descrivere qualcosa che poteva anche non esistere e nessuno se ne sarebbe accorto. Tuttavia, è altresì vero che Poltergeist 2 non è affatto un sequel da buttare, anzi, è un film con pregi da non sottovalutare. Confusi? È più che comprensibile, visto che il film ha lo straordinario potere di suscitare piacere e nervosismo alternati in modo quasi ritmico. Parte distruggendo le fondamenta sulle quali si basava il primo capitolo, ma subito introduce un personaggio tanto stereotipato quanto interessante; sbaglia semplici reazioni umani, ma crea un antagonista favoloso; termina in un finale così noioso che quasi ti ricredi sui passatempi degli anziani alle sei della mattina, ma al contempo ti vomita davanti una scena dall’impatto notevole.

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Se in principio la casa dei Freeling sorgeva sulle spoglie di un antico cimitero, infatti, ora si scopre una caverna più profonda, colma dei cadaveri di una setta religiosa suicida. La soluzione per il ritorno dei Poltergeist è un cimitero sotto a un cimitero, una coincidenza che profuma meravigliosamente di forzatura. Elementi come questo infastidiscono la visione e spesso non è facile sorvolare: effetti speciali non sempre all’altezza, trovate ridicole più che spaventose, una morale politically correct tipica degli eighties. Tuttavia gli autori, come se consapevolmente volessero in qualche modo farsi perdonare, inseriscono pure spunti, situazioni e personaggi degni di nota: dal verme della tequila all’indiano Taylor (Will Sampson), ma soprattutto il reverendo Henry Kane, interpretato da un inquietante e maligno Julian Beck, famoso esponente dell’espressionismo astratto newyorkese. Artista poliedrico, poeta, pittore e fondatore del Living Theatre, avanguardia artistica figlia del ready-made di Marcel Duchamp, Beck non stona in una pellicola che di certo artistica non è, ma anzi ne solleva le sorti, grazie all’interpretazione perfetta di un demone fanatico, affascinante nella sua insana cantilena e nel suo sguardo sgranato e trasudante follia. Sue le scene migliori e il punto più alto del film, il confronto con Craig T. Nelson.

Poltergeist 2 – L’altra dimensione va guardato con occhio poco critico e scevro da troppi paragoni con il Poltergeist di Hooper. Semplicemente non può reggerne il confronto, sebbene cerchi di portarne avanti in modo dignitoso storia ed eredità. Se ci riesce o no è soggetto al gusto personale, ma sarebbe ingiusto non dire che qui ci sono pizzichi di buon horror che vale la pena vivere.

Manuel “Ash” Leale

Poltergeist 2 – L’altra dimensione (Poltergeist 2 – The other side)

Anno: 1986

Regia: Brian Gibson

Interpreti: Craig T. Nelson, JoBeth Williams, Heather O’Rourke, Oliver Robins, Will Sampson, Julian Beck, Zelda Rubinstein, Geraldine Fitzgerald

Durata: 91 minuti polt 1

Poltergeist 3: ci risiamo

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Poltergeist è un grande film, senza ombra di dubbio, almeno per chi scrive.
Al di là della questione sempre annosa sulla paternità del film (è di Tobe Hooper? E’ di Spielberg?), quello che si palesa davanti agli occhi è un film dell’orrore ben fatto, appagante e con momenti di puro terrore non proprio comuni, capace persino di amalgamare senza acidità lo splatter con le atmosfere tipiche della favola tedesca dei Grimm.
Da Poltergeist sono nati due sequel non all’altezza certamente, ma non così disdicevoli come sono ricordati nei secoli dei secoli.

Original Cinema Quad Poster - Movie Film Posters

Il primo è Poltergeist 2: l’altra dimensione di Brian Gibson, seguito qualche anno dopo da Poltergeist 3: ci risiamo di Gary Sherman. Dei due quello che ne esce meglio è senza dubbio quello di Gibson, soprattutto per l’introduzione di un cattivo eccezionale, il reverendo Kane, interpretato con melliflua malignità dal grandissimo Julian Beck, un viso modellato a morte non dagli effetti speciali, ma da un cancro che da lì a poco si sarebbe portato via l’attore fondatore del Living Theatre. Bisogna dire però che Poltergeist 2, a parte questo e un gargantuelico verme della tequila creato da Giger, è poca cosa. Non funziona quasi nulla in un horror tendente (troppo) alla commedia, con innesti da buddy movie tra il capofamiglia Stephen e l’indiano Taylor, che precipita fragoroso verso la pagliacciata tra effetti speciali non così speciali e questa raccapricciante idea di famiglia unita, capace di vincere insieme contro le forze del male, manco fossimo in una sceneggiata di Ciro Ippolito
Eppure, chissà perché, se lo si vede da bambini , lo si ricorda sempre come un buon horror. Salvo poi, naturalmente, rivederlo.

La famiglia vince su tutto!!!!

La famiglia vince su tutto!!!!

Magia che non si ripete con il terzo film, odiatissimo da tutti.
Non che Poltergeist 3: ci risiamo (il titolo italiano è qualcosa di incredibile) sia un grande film, anzi, ma è un film che vive uno stato di grazia di grandissime invenzioni visive e una regia sopra la media di un prodotto derivativo di cassetta.
A suo svantaggio gioca l’assenza del tema di Jerry Goldsmith e il rifiuto di partecipare da parte dei due protagonisti storici della saga, Craig T. Nelson e JoBeth Williams, i genitori della piccola eroina Carol Anne.
Il motivo di queste lacune è da attribuirsi all’assottigliamento del budget prima delle riprese, il più basso di tutta la saga, che sembra essere sceso da 40 milioni a poco più di 10. Goldsmith tra l’altro scrisse interamente le musiche, ma, visto la miseria generale, non le cedette riutilizzandole in seguito per i temi di Haunting – Presenze di Jan de Bont. Due attori invece altrove molto dotati come Tom Skerritt e Nancy Allen, colpa anche di uno script confuso, sembrano spaesati e incapaci di conferire ai loro personaggi un minimo d’empatia.
Poi naturalmente c’è la piccola Heather O’ Rourke che non è proprio un bel vedere: gonfia, dall’aspetto non propriamente sano, muove alle lacrime solo perché da lì a poco sarebbe morta, a soli 12 anni, per complicazioni di una malattia intestinale, il morbo di Crohn.

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Il resto del cast, dalla quasi esordiente Lara Flynn Boyle (in Twin Peaks si chiamerà casualmente ancora Donna) alla tenera Zelda Rubinstein, sempre nei panni della sensitiva nana Tangina Barrons, sono incolori e tendenti molte volte all’overacting più spudorato.
Tra l’altro la Rubinstein ad un certo punto, causa la morte della madre, si troverà ad abbandonare il set e lasciare la produzione nella confusione più totale con un personaggio cardine che da metà film scompare per riapparire nel finale.
Vogliamo poi parlare del villain della vicenda, il redivivo Revendo Kane rispuntato senza molto senso da Poltergeist 2, e interpretato da un caratterista non molto carismatico truccato da semplice zombi amish?
Julian Beck che cantava scheletrico “Il signore è nel suo tempio al suo saluto noi ci inchiniam” faceva la sua porca scena, ma Nathan Davis che urla all’infinito “Carol Anne!” (nome ripetuto si dice 121 volte in tutta la pellicola) riesce solo ad infastidire.
In più ci chiediamo: ma perché in Poltergeist 2 il reverendo Kane non voleva andare verso la luce, quindi l’Aldilà, in quanto, parole di Taylor l’indiano, “vuole restare sulla terra perché non sa di essere morto“, mentre nel terzo film assurgere alla luce è il suo scopo ossessivo? E’ palese comunque che la serie Nightmare on Elm street sia stata una delle influenze più evidenti di Poltergeist 3, tanto che il gioco degli specchi, sulla carta, è una riproposizione a carte cambiate dell’universo onirico di Freddy Krueger. Peccato che il nuovo Kane non abbia né il carisma né la simpatia di un Robert Englund.

Un reverendo Kane più godereccio

Un reverendo Kane più godereccio

Altro elemento di demerito poi, a parte un’antipaticissima bambina tipo pel di carota, petulante e fortunatamente abbandonata quasi subito dallo script, è l’incredibile psicologo della scuola per giovani geni frequentata dalla nostra Carol Anne, il Dottor Seaton. Questo fenomeno della medicina moderna porta tesi così assurde sui poltergeist che quasi non ci si crede: tutto quello visto nel primo film non sarebbe altro che una prova dei poteri di persuasione della piccola Carol Anne sulla gente. “Ha fatto credere ad una intera cittadina” afferma pomposo davanti a dei colleghi psicologi “che c’erano dei fantasmi”. E come diavolo c’è riuscita? E le casa risucchiata nel nulla? Poi quando, davanti ai suoi occhi, una mano scheletrica, dentro uno specchio, rompe il vetro, lui urla forsennato verso gli altri dottori: “Avete visto? C’è riuscita ancora! Ha convinto me di stare vedendo un fantasma e spinto lei, dottoressa, a rompere il vetro con la tazza che ha in mano!”. Scusa??? Ehm????? Applausi generali con tanto di elogi: “Dottore lei è un genio”. Magie della sceneggiatura.

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La pellicola, tra l’altro, non incasserà moltissimo, solo 14 milioni contro i 122 e passa del primo film e i 44 del secondo, segnando la morte della saga.

Allora cosa ci può essere di buono in un film con così tanti difetti?
Come detto all’inizio, la regia di Gary Sherman che non dimentichiamo ha diretto uno degli horror più belli e innovativi degli anni 80, Morti e sepolti. Grazie a Sherman il film vive di invenzioni così meravigliose da essere sprecate in un horror di così basso profilo.
Si lavora in Poltergeist 3 molto sui doppi, in intuizioni riprese dall’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol, e dal suo seguito (Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò).
Lucio Fulci inseguiva un’idea analoga nel suo Quando Alice ruppe lo specchio del 1988, un violentissimo psycho thriller dal budget miserabile, asserendo nelle varie interviste:”Se Alice rompesse lo specchio uscirebbero non solo i suoi sogni, ma anche i suoi incubi“.
Ecco, i fantasmi di Poltergeist 3 vivono dentro lo specchio, in un mondo speculare al nostro, ma freddo, glaciale perché non hanno possibilità di vedere la luce, quindi il calore di un Dio.

Non esistono i poltergeist

Non esistono i poltergeist

Non importa come e perché i poltergeist cerchino Carol Anne, ma quando arrivano è uno spettacolo visionario con riflessi che vivono una vita propria, corpi che si disgregano, doppi che si confondono con i vivi e ridono di noi, quarti di bue ghiacciati che si muovono e macchine furiose in cerca di vendetta.
Non solo gli specchi ma anche una pozzanghera diventa un pericolo soprattutto quando diventa nei suoi riflessi un tramite per l’altro mondo.
La parte del leone la fa anche lo scenario, davvero bellissimo e cronenberghiano, il John Hancock Center, un grattacielo di 100 piani (e 344 metri di altezza) che sorge nella città di Chicago (Illinois, USA). La sequenza dove vediamo la famiglia protagonista lamentarsi per il freddo (vivono all’ultimo piano) e vestirsi con sciarpe e cappelli invernali, salvo poi spogliarsi per il caldo arrivati al pian terreno, è vera. Si racconta infatti che gli abitanti del palazzo devono chiamare la portineria per sapere che tempo stia facendo in quel momento per regolarsi sul come abbigliarsi.
Se nel primo film il pericolo era la televisione e bastava alla fine fare a meno della tecnologia per sopravvivere, il terzo film non presenta alternative valide per combattere il pericolo: i fantasmi abitano dove noi viviamo, nelle nostre case, negli specchi che riflettono la nostra vanità e perché no i nostri piccoli o grandi peccati.

Una delle scene più belle dove il doppio di Lara Flynn Boyle e di Kipley Wentz, ovvero la cugina di Carol Anne e Scott il suo boy-friend Scott, si baciano e lui stacca divertito un lembo di pelle di lei, in origine, nello script, doveva essere un omaggio al primo Poltergeist con i due che si facevano a pezzi i volti mostrano degli scheletri ghignanti.
Molte idee sono rimaste tra l’altro solo nella sceneggiatura come per esempio i cani demoniaci che avrebbero dovuto incontrare i ragazzi in piscina o un demone di ghiaccio che attacca Bruce/Tom Skerritt.

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Il segreto più grande del film sta però nel veloce sciatto finale che vede Pam/Nancy Allen affrontare il reverendo Kane ed essere salvata da Tangina/Zelda Rubinstein che, sacrificandosi per i suoi amici, condurrà mano nella mano il villain verso la luce. In queste sequenze, dove spicca una bellissima decapitazione di Kane, notiamo la mancanza di Kipley Wentz e l’uso di un body double per Carol Anne, ripreso sempre di spalle. L’idea più plausibile è che la piccola Heather O’ Rourke sia morta prima delle riprese, ma in realtà leggiamo che le riprese di Poltergeist 3 finirono nel Giugno 1987 e le condizioni della piccola diva si aggravarono la notte del 31 gennaio 1988. Grazie al prezioso sito http://www.poltergeistiii.com il mistero ci viene parzialmente svelato in un susseguirsi di interviste che dicono una cosa e poi la smentiscono per i più svariati motivi. Salvo restante che la perdita di Heather fu un duro colpo per tutta la troupe, e sia Nancy Allen che Tom Skerritt non rilasciarono mai interviste sul film, il regista Gary Sherman ha sempre affermato che l’unico finale sia quello vulgato perché “girato in assenza di Heather a causa della sua dipartita”. E le date allora conosciute della fine delle riprese? Il nuovo girato sembra essere stato ultimato in fretta e furia il 14 marzo 1988, questo sì dopo la morte della piccola attrice, e sembra, dalle parole del nuovo compositore Joe Renzetti, per via agli scarsi effetti speciali del precedente girato.

Non mi ricordo molto del vecchio finale ma era di certo “insoddisfacente”, sotto lo standard qualitativo. Il reparto FX e make-up era ai minimi termini, i personaggi dovevano essere congelati, ma sembrava come se fossero appena sopravvissuti ad un’esplosione di un impianto di lavorazione di uova“.

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Altra probabile scelta di rigirarlo poteva essere la possibilità di vendere il film come PG e non come PG 13 quindi aumentando la possibilità che più pubblico lo vedesse. Sherman comunque negli anni è rimasto fedele alla sua linea, negando che ci fosse mai stato un finale diverso e spostando la fine delle riprese a dopo la morte di Heather O’ Rourke.

Dopo la morte della piccola nessuno aveva intenzione di finire il film che venne congelato, ma ad un certo punto i produttori mi hanno messo davanti alla realtà. O finisci il film Gary o lo finisce qualcun altro. E’ stato allora che ho deciso di ridurre le 17 pagine dell’epilogo in appena 3. Kipley Wentz non era presente al momento, impegnato in altri progetti, per cui feci a meno di lui, ma Poltergeist 3 non è propriamente un film che amo, porta dentro troppi ricordi dolorosi“.

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Eppure, come si vede qui sopra, però esistono le foto di scena di questo epilogo “non girato” dove è presente Kipley Wentz, il giovane Scott, e quindi non si tratta di materiale scartato. Lo stesso Wentz ha dichiarato in un’intervista:

“Ho interpretato Scott nel film. So quello che Gary ha dichiarato, ma non è vero. Ero a Los Angeles, quando hanno rigirato il finale, quindi potevano chiamarmi.Nessuno mi ha detto nulla finché non ho visto il nuovo epilogo alla première, ed è stato davvero un momento imbarazzante. Per la cronaca, avrei volentieri fatto le nuove riprese se qualcuno me l’avesse chiesto. E’ un po’ frustrante che, quasi 20 anni dopo, tutti sembrino pensare che io stato tagliato dal nuovo finale, per chissà quali ragioni. Vi posso giurare che il finale originale esisteva, anche se il film è stato bloccato per sette mesi dopo la morte di Heather. Il bello è che ho lavorato fianco a fianco con i ragazzi degli speciali effetti per rendere al massimo le mie scene finali, quelle con più effetti. Hanno preso un calco della mia testa per fare la ‘Scott congelato’ che era presente nel finale originale. Ho chiesto anche al produttore che fine avesse fatto il mio personaggio, e lui mi ha rassicurato dicendo: ‘Tornerà in Poltergeist IV’. “

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Cosa che naturalmente non si paleserà mai perché dopo Poltergeist 3 dovettero passare decenni prima di vedere il punto più basso della serie, uno scialbo remake della prima pellicola, questa sì davvero insalvabile e senza una regia degna di nota.

Sherman comunque tornerà in maniera subliminale, poco tempo dopo questo Poltergeist 3, sul tema, supervisionando la gradevole serie tv Poltergeist: The Legacy che nulla ha naturalmente a vedere con le vicissitudini della piccola Carol Anne.

C’è da dire però che, sebbene Poltergeist 3 non sia un bel film, è comunque un horror divertente, tra i più divertenti e folli scatenati seguiti che si ricordini. E’ in fondo lo spettacolo zozzo che guardavi di nascosto da bambino, le tette delle ragazze coccodè, il seguito non autorizzato prodotto da Massaccesi, lo sperma versato nel fazzoletto in attesa di momenti migliori, l’amico di 12 anni che mai più avrai.

Il tempo distrugge tutto, no?

Andrea Lanza

Poltergeist III: Ci risiamo

Anno: 1988

Regia: Gary Sherman

Interpreti: Tom Skerritt, Nancy Allen, Heather O’Rourke, Zelda Rubinstein, Lara Flynn Boyle

Durata: 90 min.

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La necrofila (Love me Deadly)

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La Necrofila (1972), non è un capolavoro misconosciuto ma un filmetto tecnicamente mediocre, recitato con l’istrionismo tipico di una telenovelas caraibica e voragini di sceneggiatura quasi in territorio Seirlingiano (inteso come il papà de Ai confini della realtà, esatto). Di contro è una perlina sozza, uno schiaffo audace alle buone maniere della perversità d’autore e forse il più genuino trattato sulla necrofilia pre-Buttgereit. Non c’è molta violenza, non ci sono secchiate di sangue e tanto meno la lascivia porno soft di certo cinemino border-line con il piede nelle staffe di più generi. In un certo modo è un ritratto toccante, discreto e sentito di una bella ragazza in fissa con i cadaveri. Punto. Lindsey Finch, (interpretata da Mary Charlotte Wilcox) ha un grosso trauma da manuale psichiatrico che la riduce a bighellonare tra vecchi cimiteri e Funeral Homes fin quando una setta segreta con gusti assai simili ai suoi non le mette gli occhi addosso e un marito (Lyle Waggoner) esasperato e sospettoso non la sgama.

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Gli amplessi orali e gli sfregamenti epifanici non mancano ma tutto è gestito mantenendo una decorosa patina anni 70 da rivista di moda, tra rolls royce e cappellini con velo, ristoranti etnici e mostre d’arte elegantone. Tutto il bric a brac da catalogo Vanity Fashion è scandito da un motivo musicale talmente vetusto da scatenare la necrofilia degli appassionati musicali di colonne sonore da archivio. Il brano composto da tale Phil Moody (che non è come Wikipedia linka il leader della pop band Cowabanga ma un dimesso e forse mai esistito compositore sinfo-jazz) si intitola come lo stesso film in originale: Love Me Deadly. Si tratta di una ballata in stile Artie Kane (Looking For Mr.Goodbar) se avete presente, dove una voce femminile pregna di solitudine e scotch di classe lagna verso il sesso maschile il gran bisogno di amore che ha. Quel deadly reiterato è facilmente ribaltabile con daddy, (il babbo), unico grande amore e ossessione d(‘)annata per la povera necrofila donna/bimba.

Il film inizia proprio con una serie di flashback giallo diarrea colerica al rallentatore e ricchi di zoom indiavolati dove vediamo il perpetrarsi innocuo del rapporto incestuosamente paposo all’origine di ogni casino narrato della piccola Lindsey. Il bel papà è divertito e forse un tantino consapevole della cotta di sua figlia e magari la disgrazia che seguirà è solo la provvidenziale e moralistica punizione di lui, vero colpevole di questa devianza letale (ma è solo una supposizione modesta di chi sta scrivendo, intendiamoci.)

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Probabilmente l’autore Jacque Lacerte, che dopo un esordio così entusiasta non sembra aver dato il via a una schiva carriera al servizio del male in pellicola o delle pubblicità Amaro Ramazzotti, non era molto fiducioso nelle proprie capacità di dialoghista (ha scritto anche la sceneggiatura, sì), ecco perché una metà del film sembra quasi un vecchio muto. I personaggi si muovono, parlano e agiscono per lunghi tratti sommersi da una colonna sonora birichina e dal sapore latineggiante. Bisogna ammettere che su un piano del linguaggio filmico è anche interessante: non è frequente veder sbrogliare ettari di trama con una specie di balletto di sguardi, abbracci e passeggi consumati nell’arco di pochi minuti in cui i personaggi muovono le labbra senza dir nulla e nel mentre si seducono, familiarizzano, si lasciano, si sposano… Peccato che Jacque si faccia prendere la mano e quello che avrebbe potuto essere un modo intelligente e umile di trasformare la necessità in virtù diviene un istrionico tentativo di attirare l’attenzione su di sé.

La povera “signorabbene” finisce per sposare un uomo assai simile fisicamente al povero padre perduto ma deve concedersi sovente una cavalcata di carne cruda per sfoderare i sorrisi da perfetta mogliettina. Questo la costringe come prima del matrimonio, a una doppia vita. Il suo reale problema però non è la pratica di una mania inaccettibile per il mondo civile di cui lei dopotutto vuole essere parte (organizzando feste chic e promettendola a destra e a manca di continuo) ma la distrazione cronica! La signora Lindsey Finch infatti è davvero un disastro di rincoglionitaggine! In più di un’occasione si lascia sgamare e seguire, dimentica sinistre lettere d’invito alla sospettosa mercé del marito; si scopa un cadavere sotto gli occhi di uno sconosciuto nascosto dietro un velo trasparente; si fa sorprendere dal tipo con cui esce, di notte, mentre vaga in città a orari inscusabili verso i suoi amici cadaveri e di giorno mentre balla con un orsacchiotto tra le braccia e due dementi treccine, sulla tomba del papà defunto.

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In parte è un po’ sfigata, per carità, ma forse è tutto un inconsapevole meccanismo di seduzione da vedova nera, forse… Non è un caso che gli uomini, invaghiti di lei finiscano per seguirla fino a trovarsi poi infallibilmente su un lettino d’acciaio con dei tubi nella giugulare, davanti agli sguardi inorriditi, disperati ed eccitati della protagonista e quelli malignamente arraposi della congrega necrofila di cui, dopo un iniziale fase di dubbio ed esitazione, Lindsey diventa parte attiva.

Ovviamente, in realtà la signora Finch è così sbadona, sfiga e puttana più che altro perché Lacerte è un pessimo sceneggiatore e risolve tutti gli inghippi della trama a spese della concentrazione della sua protagonista, ma in fondo poco importa come proceda la storia. Quello che davvero vale la riscoperta di La necrofila è il garbo e la sobrietà con cui un tema sordido oltre ogni canone venga trattato in un’epoca ancora troppo lontana per simili aperture mentali alternative. Non c’è sensazionalismo e per quanto in modo terribilmente scolastico, il film è incentrato sul tentativo genuino di restituire umanità a chi fa sesso con i morti senza giudicarlo.

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Da parte della signora Finch infatti non c’è la voglia di trattenere o esaurire una simile pazzia ma soddisfarla e tenerla segreta. Questo non la conduce a una morte orribile ma al soddisfacimento assoluto di ogni suo desiderio.

Il cuore del suo papà è ancora vivo dietro la rigida coltre cicciuta di anonimi corpi e per lei è semplicemente impossibile rinunciarvi. L’inferno però è pieno di gente che amò oltre ogni ragionevolezza e a qualsiasi costo, sembra dirci Lacerte, quindi non schifate la signora Finch, vuole solo essere felice e rassicurata, come tutti noi.

La donna, nonostante i casini mentali in cui si trova, finisce per rivestire il ruolo di una moglie (ma non di una madre) solo perché la realtà è scesa a patti con lei, restituendole un clone fisico del padre che però è troppo vivo per scatenarne la libido. Lei infatti è apparentemente frigida e non si concede. E tutti gli uomini che provano a farle cambiare idea non vanno mai molto avanti nell’approccio. Anche l’amico (interpretato dall’indimenticabile mannaro Christopher Stone de L’ululato) donnaiolo brutale finisce per desistere dopo una specie di stupro estemporaneo a inizio film. Eppure la signora Finch con i cadaveri è sessualmente scatenata, di gran fame e imprevedibile. Colpisce per esempio il bacio prolungato al pizzetto barbuto di un morto, al culmine della prima scena. Ci si aspetterebbe una rapida salita verso le labbra violacee ma lei si ferma a lungo sul punto che molte donne amanti dei vivi detesterebbero: il pelame pizzicoso.

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La congrega di necrofili-satanisti (capeggiati dal becchino spregevole interpretato dall’attore) in fondo è messa lì per dare azione (il film è più un dramma puro che un horror di genere) e ribadire che in certi termini violenti anche la necrofilia va condannata e deve morire. Però rappresenta la componente retrò più figa del film, quella che farà la gioia dei malati di horror anni 70, con orge liturgiche teneramente stroboscopiche e rallentate alla uomo da seimilionididollari.

La parte che invece incute sul serio paura è quando, nel finale, tra droghe e shock vari, la protagonista è lasciata libera di vagare nel buio della propria dimora mentale, accecata dai flash della morte di suo padre e con il vecchio orsacchiotto sottobraccio, custode esoterico del segreto incestuoso, assassino e mortifero della donna/bimba. Lei cammina languida verso l’alcova nuziale mentre la colonna sonora smette di essere fracassona e melensa e fa il suo porco lavoro d’atmosfera riducendosi quasi al silenzio, se escludiamo i rimbrotti vaghi di un carillion in lontananza; ma funziona e rende le immagini ancora più sinistre. Avvertiamo, oltre l’inquietudine, un senso di pietà e immaginiamo quanto quei piedi femminili, una volta tanto, si stringano intorno a due fette maschili ancora più fredde e inerti.

Francesco Ceccamea

La necrofila

Titolo originale: Love me deadly

Anno: 1972

Regia: Jacques Lacerte

Interpreti: Mary Charlotte Wilcox, Lyle Waggoner, Christopher Stone, Timothy Scott, Michael Pardue, Dassa Cates, Terri Anne Duvalis, Louis Joeffred

Noto anche come “Amami mortalmente” o “La regina del male” (aka “Queen of evil”). 

Durata: 90 min.

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Malizia 2mila

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«Forse non ero tagliata per fare l’attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell’ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida»

(Laura Antonelli)

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Dedicato a Laura Antonelli, nome d’arte di Laura Antonaz (Pola, 28 novembre 1941 – Ladispoli, 22 giugno 2015)

“Malizia” fu un classico della commedia erotica sexy del 1973, Laura Antonelli era una superstar e un simbolo del sesso. 18 anni dopo, il sequel “Malizia 2000″, uccise la sua carriera.

 Ignazio/Turi Ferro e Angela/Laura Antonelli (l’ex cameriera), ora sposati da quasi 20 anni, hanno perso la scintilla nella loro vita amorosa. Ignazio sta sbavando per la sua assistente del negozio, mentre Angela è profondamente annoiata a casa. Tutto questo cambia quando un archeologo(Roberto Alpi) arriva per condurre degli scavi nelle grotte sotto alla villa. Egli porta con sé il suo figlio di quindici anni, Jimmy, che viene immediatamente colpito dalla bellezza matura di Angela. Ma Angela gli rende cristallino che non è certamente la donna giusta per lui. Il ragazzo in età puberale non vuole però semplicemente seppellire così facilmente la sua cotta. Deviato e timido allo stesso tempo, egli escogita con Angela un gioco sinistro che include anche il ferimento fisico del padre. Quando Angela realizza le sue intenzioni, ella decide di stare al gioco.

Che inutile sequel. Come tale, esso deve sopportare il confronto diretto con “Malizia”, ​​ed è una delusione sotto ogni aspetto possibile. Questo distrugge la visione generale del film, e anche un paio di scene che si potrebbero salvare. I commenti sociali con le rispettive considerazioni socio-economiche -presenti nel primo film- sono del tutto andati. La conturbante tensione sessuale del 1973, ridotta al minimo.

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Le immagini impaginate dalla bella fotografia, non esistono più, “Malizia 2000″, non possiede nulla della profondità del modello a cui si rifà. Questo è davvero scioccante in quanto tutto il cast e la troupe è (più o meno) furono gli stessi di “Malizia”, tra cui ovviamente il regista e sceneggiatore Salvatore Samperi, che ebbe anch’egli la carriera cinematografica distrutta da questo film. E’ d’altronde, è stata anche sempre ineliminabile la sensazione che probabilmente nessuno nel reparto artistico e creativo, avrebbe voluto davvero fare questo sequel.

“Malizia 2000″, offre poi una storia noiosa, dai troppo superficiali e semplificati elementi, oltretutto messa insieme senza alcun effetto raggiunto, o profondità. Il ragazzo protagonista, “Jimmy”, è puramente così mal tratteggiato che è quasi ridicolo. Per trascinare il suo gioco delle lettere d’amore con Angela, crea trappole sorprendenti che finiranno col ferimento del padre – nel corso del film il ragazzo perderà un lobo dell’orecchio, un indice, e si farà una cicatrice aperta nel volto, perché Jimmy mette una lama in più nel suo rasoio, e io proprio non capisco – questo dovrebbe essere divertente (?)-, o un qualche tentativo di commedia nera? Forse il vecchio “Malizia” aveva necessità di tali accenti da dark comedy che non c’entravano niente, per creare tensione? E che cosa vorrebbe comunque dirci Samperi, un qualche commento sul ruolo delle donne mature, come vedono se stesse, come possono o dovrebbero essere viste? Piuttosto inutile, in una sceneggiatura scritta male, senza rimpianti di sorta che sarebbe potuta essere migliore. E senza neanche avere l’intenzione di discutere i molti buchi nella trama e le altre sciocchezze che circondano quella grotta al centro dello script … 
Parlando degli attori, a salvarsi è ovviamente il buon vecchio Turi Ferro, che ha sempre avuto la mia simpatia, anche se qui è in gran parte sottoutilizzato, soltanto come attore comico a buon mercato. Luca “Jimmy” Ceccarelli – basterebbe andare in internet a cercare alcune (inesistenti) informazioni sulla sua filmografia- non merita commenti. Venne probabilmente lanciato solo perché poteva mescolare nei dialoghi alcune espressioni in inglese, ma è assolutamente patetico. E poi arriviamo a Laura Antonelli, cui questo film è stato un po’ additato da sempre come l’origine e la causa di tutte le sue successive disgrazie. 49 anni durante le riprese, una donna sempre molto attraente, con il corpo perfetto di una ginnasta per tutta la vita (c’è anche un breve momento in cui mostra ancora i seni). Ma che non è più in grado di fornire ciò che la sceneggiatura vorrebbe proporre.

vlcsnap2012091817h52m07Gli occhi tristi, la pelle pallida, le rughe profonde in alcuni primi piani, ella sembra già trasportare pesi indicibili. Come in realtà era, non essendo qui effetto di un’interpretazione d’attrice. Gli eventi prima, durante e dopo le riprese di questo film sono stati per lei davvero infami, ma questa rece non è il luogo in cui riparlarne e ripeterli. Diciamo solo che fa terribilmente male vedere la Antonelli così ridotta.
Nel complesso, “Malizia 2000″, non riuscì minimamente a ricreare la formula “magica” di “Malizia”. Il flop economico oltre che di accoglienza critica, fu totale e senza appelli. La “magia” oltre che un certo tipo di pubblico, di cinema italiano di genere erotico-soft, di pruderie ancora consistente che lo resero possibile e dal così enorme successo, erano sparite definitivamente. E per Laura Antonelli calò il sipario per sempre.

“Malizia 2000” uscì in una vhs degli “Scudi” Warner, che lo distribuì anche nei cinema del 1991, avendo avuto i diritti di sfruttamento dalla Clemi Cinematografica di Silvio e Anna Maria Clementelli.

Napoleone Wilson

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Anno: 1991

Regia: Salvatore Samperi

Interpreti: Laura Antonelli, Turi Ferro, Roberto Alpi, Luca Ceccarelli, Barbara Scoppa, Miko Magistro, Marcello Arnone, Josephine Scandi

Durata: 90 min.

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MALIZIA

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Come avvoltoi, noi recensori, arriviamo a rimembrar le umane gesta delle stelle defunte. In codesta pellicola poi dovremmo rammentare di rammentare un bel po’ di gente. Da Salvatore Samperi, a Turi Ferro, passando per Alessandro Momo e finendo con Laura Antonelli.  I divi del cinema sono tutti giovani e belli, per sempre. La loro bellezza brilla e riflette sulle nostre vite da provinciali, alla periferia di Mediaset. Con quell’erotismo casalingo, bambole gonfiabili di carne, roba da consumare in fretta, roba alla Drive In. Chissà che l’italiano medio abbia mai compreso la differenza fra Erotismo e pornografia. Chissà se gli fosse mai interessato veramente qualcosa, sarebbe da indagare.

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Potremmo dire che il cinema abbia effettivamente aiutato a liberare da frustrazioni, repressioni, bigottismi pleonastici, il popolo italico. Pensandola così, ecco, Laura Antonelli è stata una rivoluzionaria. L’unica rivoluzione possibile, perché alla fine ne giova anche la borghesia, che si vede autorizzata a sospirar indecenze e poi tornare all’ovile e alla normalità.

Eppure Malizia è una pellicola che tanto ha dato e contribuito all’immaginario erotico italico, alla liberazione di libido, seppure con un linguaggio ora di una certa raffinatezza tecnica, ora molto sodo e diretto, seppure ormai datatissimo e legato a quel periodo. Ora è un film all’acqua di rose, ma per questo ancor più godibile. Perché ci sforziamo di comprendere il legame tra i personaggi, quella naturalezza tra Laura Antonelli e il bravo Alessandro Momo. In bilico tra primi vagiti della nascita nefasta della commedia scollacciata, e una sottilissima impalpabile malinconia adolescenziale. L’età d’oro della scoperta del Femminile, dell’altra, delle pulsioni erotiche, del sesso .

20150622_100811_malizia5Ma il film è anche un acido attacco alla famiglia di stampo conservatore borghese, con questa donna contesa da padre e figli, ritratto al vetriolo di una certa efficacia. Peccato che di tutto questo oggi sia rimasto solo un inno sempre più fiacco e logoro a presunte libertà individuali, che di fatto manifestano una incapacità di relazionarsi con gli altri. Trombare e amare di più, sopratutto amare di più. Ecco cosa si dovrebbe fare.

Però se pensiamo a quel periodo, ecco: era giusto. Lotta di classe e generazionale passata attraverso le pulsioni erotiche, un discorso ridondante e naif al massimo, come tutta l’opera di codesto regista. Di cui rammentiamo la visione di Nene, Un anguilla da trecento milioni, scandalo, pellicole comunque degne di nota.

Insomma seppure invecchiato e datato, seppure della brillante luce della libertà sessuale si è passato al neon a luci intermittenti della solitudine dei single in cerca perenne di divertimento, io mi sento di dire che codesta pellicola sia da vedere. Sempre e comunque. Perché vi è tutto un pezzo di storia italica da non scordare e per via di Laura Antonelli. Sensuale ma non volgare, femminile, forse l’ultima volta che una donna seduce essendo e rimanendo donna, non un semplice corpo nudo sotto la doccia.

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Tutti noi sappiamo della triste fine di Laura Antonelli. Vittima dello star system e non solo, non mi pare il caso di andar oltre.

Ricordiamola così, in questo film.

Davide Viganò

http://www.youtube.com/watch?v=QfA7KtEkaIE  Malizia Anno: 1973 Regia: Salvatore Samperi Interpreti: Laura Antonelli, Turi Ferro, Alessandro Momo, Tina Aumont, Pino Caruso, Angela Luce Durata: 100 min. image.axd Malizia malizia_laura_antonelli_salvatore_samperi_010_jpg_xhrs

I mostruosi seguiti direct to video: Sex crimes: tette, culi e belle lesbiche

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Inizia tutto con un bel paio di tette a Blue Bay, Florida

I seguiti video dei film di successo sono una vera incognita. Non ci si capacita perché da un film di un certo culto deve nascere una mezza schifezza con attori cani e budget ai limiti dell’accettabile. Certo, si sa, i seguiti, anche quelli ufficialmente usciti al cinema, non hanno mai peccato in eccessiva bellezza. Se si tolgono dai giochi quei pochi esempi che fanno comunque eccezione, i vari Aliens, Terminator 2 Il giorno del giudizio, Die hard 3, Mad max Interceptor 2, Arma letale 2, film eccellenti con o senza il numero 1 di fianco, il resto sono purtroppo solo copie sbiadite degli originali. Ma i seguiti per il mercato home video sono un’altra roba, un diverso terreno da gioco, per dirla alla Tarantino, perché fingono d’essere ancora cinema senza esserlo davvero. Li riconosci perché non escono nelle sale, passano al massimo in seconda serata su Italia uno, sono i seguiti fuori tempo massimo di successini dell’epoca, i film che non hanno davvero mai sbancato ma che posseggono comunque un buon passaparola, un progetto che tu, produttore che guardi solo al vile denaro, non sovvenzioneresti mai per milioni, ma per qualche centinaio di dollari sì. Ecco allora che nel 1998 esce il (bel) film di Joel schumacher 8 mm e dopo ben 7 anni, nel 2005, un seguito brutto come la morte, 8mm 2 – Inferno di velluto, che nulla ha a che vedere naturalmente con il primo capitolo. Per farvi capire: in 8mm 2 siamo più dalle parti di un brutto porno soft girato da Joe D’Amato. E gli snuff? Gli omicidi? E Nicolas Cage? Non pervenuti a questo giro. Ma non solo, di esempi ne siamo pieni, dai seguiti scamuffi di Cruel intentions di Roger Kumble a quelli del Vampires di John Carpenter, alla saga dei Tremors e a quella di Dal tramonto all’alba, tutti sequel che non hanno mai beneficiato di un’uscita al cinema, prodotti della qualità appena maggiore di un pilot per la televisione, il corrispettivo di un mockbuster dell’Asylum con il beneplacito però degli autori degli originali.

Cioè, cazzo, fammi capire esiste anche un 2 del nostro film?

Cioè, cazzo, fammi capire esiste anche un 2 del nostro film?

Noi di Malastrana vhs abbiamo voluto addentrarci in questo inesplorato mondo, un po’ per cercare di trovare qualcosa di buono in prodotti nati per essere presto dimenticati, un po’ per fare luce su quali siano i finti sequel ai quali stare davvero alla larga. Perché non dimentichiamolo, molte volte si trova del buono anche rimescolando la merda, soprattutto se hai cacato diamanti.

Iniziamo quindi oggi il nostro viaggio con Sex crimes e proseguiremo di volta in volta a proporvi nuove forme di dolore cinefilo, neanche fossimo cenobiti barkeriani.

Succhiami la fava, John Carpenter!

Succhiami la fava, John Carpenter!

Sex crimes è stato tutto sommato un buon prodotto: girato da un John McNaughton ancora alla ricerca di una dimensione (mai trovata) dopo Henry pioggia di sangue, si ricorda per una sequela di colpi di scena uno più assurdo dell’altro, per una scena di sesso a tre tra una bellissima Denise Richards, una non ancora inchiattita Neve Campbell e un impacciato Matt Dillon, e naturalmente per le paludi infestate dai coccodrilli a due passi dal mare tropicale. Il titolo originale era Wild things, cose selvagge, i nostri distributori italiani, oltre a calcare la mano sul tema del crimine sessuale (tutto l’intreccio parte da un presunto stupro di una ricca ragazza da parte del suo professore), hanno voluto aggiungere a mò di iperbole il sottotitolo “Giochi pericolosi”. All’epoca Sex crimes fece incazzare non poco gli spettatori paganti perché la distribuzione italiana (la Cecchi Gori) decise così a cazzum di sforbiciare al cinema la scena dell’orgia, un vizio che aveva già commesso con Cruel intentions e un bacio lesbo. Una strategia di marketing per poi vendere la vhs con scritto “contiene le scene censurate” che non ha bisogno di parole, solo bestemmie a Vittorio bello pacioccone. Sex crimes comunque, come già detto, anche a rivederlo, non era male, forte anche di un bel gruppo di attori (Bill Murray e Kevin Bacon su tutti), e la regia di John McNaughton che era un portento, così bella da far dimenticare la demenzialità della sceneggiatura.

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Ma Sex crimes era un film che non aveva bisogno di un seguito, anche perché, pure a pensarci, come fare a produrre un seguito di un film che alla fine uccideva tutto (o quasi) il cast? Al cinema certo la risposta sarebbe stata no, ma ecco allora che nel 2004 esce Sex crimes 2 – pronte a tutto, naturalmente diritto in home video. Perché, come detto, in home video non ci sono limiti.

A girare questo seguito non seguito è Jack Perez, un regista destinato all’Asylum con perle di inenarrabile bruttezza come 666: The Child, l’imitazione brutta di The Omen, e l’ennesimo film sui mostroni, Mega Shark vs. Giant Octopus, un film così orribile da costringere lo stesso Perez a firmarlo sotto pseudonimo (Ace Hannah). A dire il vero Sex crimes 2 non è neanche girato male, ma si percepisce la povertà dell’operazione, location e movimenti di macchina, pur essendo in assoluto il seguito migliore, a livello di idee, della pellicola originale. Per la prima e unica volta si cercherà di superare l’imitazione del plot di Wild things con stupro e parte forense, concentrandosi soprattutto sull’accumulo di colpi di scena sempre più esagerati fino a sfociare nella parodia demenziale. Stavolta però il divertimento, rispetto al primo film, viene a meno, causa anche un gruppetto di attori anonimo, a parte un convincente Isaiah Washington. In più né Susan WardLeila Arcieri, pur se bellissime, valgono Denise Richards e Neve Campbell.

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Peggio si va con Sex crimes 3 – Le cattive ragazze vogliono solo divertirsi, del 2005, diretto di malavoglia da Jay Lowi, autore di un non malvagio Giovani assassini nati (Tangled), e qui alla sua seconda (e ultima) regia nei lungometraggi. Il plot è ancora più assurdo, personaggi cretini, la direzione degli attori nulla. La storia parte nuovamente da un’accusa di stupro, stavolta nei confronti di un miliardario, una macchinazione atta solo a derubarlo dei suoi averi. La parte forte dovrebbero farlo le scene sexy ma, come nel film precedente, tutto sembra così finto e costruito che alzare il livello di erotismo, come il dardo di fuoco dello spettatore voyeur, è quasi impossibile. In più il film dura pochissimo, 75 min., e ha quasi 15 minuti in appendice di scene scartate dove mostrano l’incredibile (e cretino) piano articolato dagli autori della sceneggiatura, qualcosa che sulla carta doveva essere probabilmente geniale ed invece risulta il folle disegno di un dislessico senza fantasia.

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Sex crimes 4 – Il crimine è ancora più seducente è del 2010 ed è girato stavolta da Andy Hurst, sceneggiatore dei precedenti direct to video della serie. La sostanza non cambia: solito crimine sessuale, soliti omicidi, solito piano organizzato in maniera così machiavellica da essere incredibile. La regia è un po’ meglio del precedente, almeno si percepisce meno la povertà dell’operazione. Stavolta il sesso però non è a tre, ma a 4, con una terza donna che si unisce alla solita orgia, un’idea così mal realizzata da far pensare ad una parodia alla Scary movie. Siamo in una bassa operazione che però ha dalla sua un buon ritmo e la presenza di John Schneider, il mitico Bo Luke della serie tv Hazzard, che offre una buona prova attoriale. In più abbiamo la splendida Jullian Murray, carneade del cinema, di una bellezza però folgorante, tanto basta per apprezzare Sex crimes 4 e spararcelo in vena fino alla fine senza lamento.

Stiamo per fare un'orgia in quattro!!! Cheeeseeee!!

Stiamo per fare un’orgia in quattro!!! Cheeeseeee!!

Certo è che dal buon film di John McNaughton, pur con i suoi difetti, ci saremmo aspettati una fine e un proseguo meno da miserabili. Il problema è il nostro: bisogna imparare a pensare home video. Le regole del buon cinema valgono poco in questo territorio. Conta solo l’imitazione legittima e imbruttita del bello. Siete pronti ora a Cruel Intentions 2 e 3? Un no ha senso solo al cinema, naturalmente.

Andrea Lanza

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Masks

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Anni ’70: Matteusz Gdula mette a punto un metodo di studio della recitazione basato su tecniche oscure ed estreme, al fine di portare alla luce il vero talento dai suoi allievi. Alcuni studenti muoiono, Gdula si toglie la vita e il metodo viene vietato. Oggi: Stella, studentessa di recitazione ambiziosa ma dallo scarso talento, viene accettata alla Scuola “Matteusz Gdula”: il bizzarro e macabro mondo che si nasconde dietro l’accademia non tarderà a manifestarsi.

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Suspiria è stato uno degli horror più innovativi degli ultimi trent’anni: basti pensare all’uso avanguaristico dei colori e della musica, qualcosa di così moderno da spiazzare il pubblico dell’epoca sicuro di trovarsi davanti al solito giallo italiano. Usando il linguaggio dei suoi thriller, Dario Argento girò un puro film del terrore, irrazionale e soprannaturale. Infatti in Suspiria non ci sono assassini da svelare, ma streghe crudeli e invisibili, un male così assoluto e impalpabile da dover avere (come si evincerà nel seguito Inferno) soltanto il volto della Morte, bruciando i tempi dei vari Final destination. 

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Masks di Andrea Marshall, autore del discontinuo ma affascinante Tears of Kali, è l’opera, insieme al The Woods di Lucky Mckee, che più si avvicina ad un vero rifacimento del Suspiria, ottimo anche quando si permette di rielaborare in maniera originale il plot. Il miracolo avviene grazie alla bravura del regista che non si fa scoraggiare da un budget modestissimo e dall’impossibilità di poter competere, a livello scenografico, con la magniloquenza dell’opera argentiana. In Masks c’è tutto l’universo di Suspiria: dalle voci bisbigliate agli omicidi scatenati fino alla musica onnipresente su un telone di colori violentissimi e innaturali. Non ci sono le scuole di ballo e le streghe è vero, ma questo avviene anche perchè l’opera non è un vero remake ma più che altro una sua intelligente rilettura. Marshall compie un cammino inverso rispetto a quello di Dario Argento: non contamina un giallo di horror, ma al contrario, usa il linguaggio del thriller per raccontare una storia dalle connotazioni soprannaturali. Gli elementi eterogenei fanno di Masks un’opera originale capace di affrontare senza banalità il tema dell’arte e dei pericoli dell’ambizione. Non è un’opera facile, densa di significati a volte nascosti (la porta con le tre mani che sfuocate riportano il 666 della Bestia demonio), ma è un film affascinante che trasuda un amore per il genere che vuole raccontare. Il tema delle sette, già presente in Tears of Kali, viene affrontato con una certa efficacia fin dalle prime sequenze con una sadica punizione ai danni di un’attrice incapace di recitare un “Ti amo” al suo patner.

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Il tanto decantato metodo Gdula, sorta di estremo actor studio a base di violenze psicologiche e droga, altro non è che l’ennesima depersonificazione dell’individuo a favore del gruppo, della comunità, in questo caso una famiglia di stampo mansoniano atta alla propria lenta cannibalizzazione. Masks è una pellicola folle, quasi sconsiderata quando mette in mano al suo killer non il solito coltello, ma un fioretto da scherma, qualcosa che all’atto pratico dei delitti ricorda non poco il Murderock di Lucio Fulci. Gli omicidi sono realizzati benissimo con colli e bocche perforate dalla furia del killer, geyser di sangue coreografici che richiamano l’assassinio come forma d’arte dei primi thriller argentiani. Verso il finale l’opera si sposta nei terreni dell’horror avatiano anche se riuscire a definire un solo modello di questo delizioso pastiche è arduo e abbraccia così tanti autori senza tuttavia scimmiottarne nessuno. Masks è un film non esente da difetti, troppo lungo e verboso, ma nei suoi tanti pregi è anche un modello per affrontare il revival dei generi senza finire nel criptico snob di un Amer o nel nonsense narrativo di un Tulpa. Difficile da noi arrivi in Italia, ma per chi ama Suspiria e se la sente di approcciarsi al tedesco è un film straconsigliato.

Andrea Lanza

 

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Masks

Anno: 2011

Regia: Andreas Marschall

Interpreti: Susen Ermich, Magdalena Ritter, Norbert Losch, Julita Witt, Dieter Rita Scholl, Michael Siller.

Durata: 112 min.

Release italiana: 31/10/2011

DVD-BRD: Edizione francese

LUPIN III

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Se c’è una cosa che accomuna la maggior parte dei nati nei ’70 e negli ’80, questa è sicuramente Lupin The Third. Non discutete troppo, le avventure del ladro gentiluomo nipponico sono un punto fisso dell’infanzia di molti e anche se preferivate Goldrake o Lady Oscar, sono pronto a scommettere che Lupin è riuscito ugualmente a entrare nella vostra vita. Dopotutto non potrebbe essere altrimenti, se ancora oggi, dopo quarantotto anni dalla sua nascita, è presente in TV e su innumerevoli tipologie di merchandising, assurgendo a vera e propria icona della pop culture.

lupin 1 Creato dalla mente e dalle matite di Monkey Punch, al secolo Katō Kazuhiko, e ovviamente ispirato ai romanzi di Maurice Leblanc, Rupan Sansei (ルパン三世) debutta in una rivista della Futabasha, storica casa editrice giapponese, nel 1967. È sulle pagine di Weekly Manga Action che il personaggio ha modo di superare qualsiasi aspettativa del suo autore, riscuotendo un sorprendente successo e divenendo in pochi anni un cult. Da qui in avanti è un viaggio verticale tra fumetti, anime, videogiochi, un’ascesa che porterà il ladro gentiluomo a varcare i confini giapponesi approdando anche nel Bel Paese. Tra prevedibili censure, sigle immortali e continui passaggi televisivi, Lupin conquista lo Stivale e la naturale evoluzione di tanta fama planetaria è ovviamente un esordio in live action sul grande schermo. Nel 1974, infatti, la Toho produce Lupin III – La strana strategia psicocinetica, lungometraggio di ottantadue minuti che vede il ladro donnaiolo cercare di sfuggire contemporaneamente agli assassini di una famiglia mafiosa e all’inarrestabile Ispettore Zenigata. Decisamente dimenticabile, questa prima incursione nella Settima Arte lascia l’amaro in bocca e la strada rastrellata di rocambolesche avventure prosegue unicamente nel campo dell’animazione, dove fioriscono diversi lungometraggi degni di nota, come Il Castello di Cagliostro. lupin 2 Ma dopo innumerevoli OAV, film, special televisivi e crossover, era inevitabile che il richiamo del Cinema restasse inascoltato ancora a lungo e così, ad Agosto 2014, esce nelle sale giapponesi il secondo live action, intitolato semplicemente Lupin III. Niente sottotitoli per un film che punta alle origini, con una storia nuova e nuovi personaggi, nel difficile tentativo di trasporre più o meno fedelmente gli antieroi tanto amati dal pubblico. E come in tutti gli adattamenti ecco il vero punto cruciale: in quale modo trasportare un personaggio cartaceo o animato nella realtà? A meno che non si tratti di Uwe Boll, qualunque sceneggiatore assennato passerebbe notti insonni davanti a un tale quesito, perché il rischio di deludere i fan è altissimo e quello di creare un prodotto indecente è ancora più alto. Il Cinema è colmo di oscenità tratte da videogame e fumetti, quindi questo è diventato un Genere dove muoversi con i piedi di piombo. Ma le case di produzione, TBS, Kadokawa e Toho in primis, compiono una scelta per nulla scontata e affidano tutta l’operazione al regista che non ti aspetti: Kitamura Ryūhei. Nativo di Osaka, classe 1969, Kitamura è tanto amato in patria quanto visto con sospetto nel resto del mondo, in particolar modo negli States, dove ha diretto Midnight Meat Train e No One Lives, tutt’ora assurdamente considerati da certa critica l’ennesimo esempio della sua mancanza di talento. Assurdamente, ripeto, poiché per quanto sottovalutati sono film ricchi di personalità e tocchi di genio, particolari su cui tanti mestieranti presuntuosi possono solo sognare, chiusi in bagno con l’arma carica in pugno. Resta ugualmente una sorpresa la scelta del regista di Osaka, alla quale viene affiancato Yamamoto Mataichiro, lo sceneggiatore di Azumi e Azumi 2: Death or Love, ma fa ben sperare per la riuscita di un film per nulla semplice da gestire. E proprio qui, infatti, succede il fattaccio: Kitamura, per buona parte della pellicola, si dimentica di essere Kitamura, e tanti saluti alle buone premesse. lupin 3 Completamente rivisitata, la storia parte dalla formazione della storica banda e vede Lupin, Jigen e Fujiko appartenenti a una società segreta di ladri chiamata The Work e gestita da Thomas Dawson, figura quasi paterna per il giovane Lupin. Ma tutto crolla quando Michael Lee tradisce il gruppo e ruba una preziosa collana appartenuta a Cleopatra, scatenando una sequela di eventi e colpi di scena che collideranno nel chiassoso finale. Potrebbe all’apparenza sembrare una qualunque delle avventure scritte da Monkey Punch, ma questo Lupin III si fa carico di una pesante eredità, cercando di sdoganarla nella modernità di tante nuove produzioni nipponiche, che strizzano l’occhio al patinato cinema hollywoodiano. Purtroppo, però, qui non c’è Michael Bay, che per quanto possiate odiare tramuta in oro quasi ogni cosa che tocca, e quindi la prima mezz’ora di film, per non dire tutta la prima parte, fatica incredibilmente a decollare, nonostante i siparietti fra Oguri Shun (Lupin) e Kuroki Meisa (Fujiko) siano ben fatti e divertenti. Kitamura sembra non sentirsi a suo agio, in qualche modo frenato e ne risente il ritmo persino durante le scene d’azione. Dal regista di un cult come Versus è più che lecito aspettarsi ben altro. Combattimenti e sparatorie non ricalcano lo stile dell’anime, ma se questo non è necessariamente un difetto lo è invece la noia che scaturisce in alcuni frangenti. Eccessivamente allungato, almeno trenta minuti avrebbero potuto senza dubbio essere tagliati, il film si snoda in un’alternanza di partenze e rallentamenti, montagne russe con il freno a mano tirato, e solo nell’ultima parte a Kitamura viene in mente di essere un regista con gli attributi e il divertimento inizia davvero a scorrere. Peccato che tutta quanta la pellicola non sia come i circa sessanta minuti finali: veloci, scoppiettanti, divertenti, i personaggi diventano quello che i fan hanno imparato ad amare e sono finalmente riconoscibili nelle loro caratteristiche migliori. lupin 5 Senza infamia né lode, Lupin III può essere piacevole se visto con la dovuta consapevolezza e questo grazie anche a Oguri Shun, Asano Tadanobu e Ayano Go, ben calati nei rispettivi personaggi. Insomma, possiamo storcere il naso perché ancora una volta l’adattamento non è perfetto oppure possiamo sorvolare sui difetti e goderci almeno una seconda parte che vale la visione. Comprensiva di Fiat 500 gialla, il tocco di classe che strappa un sorriso nostalgico. A voi la scelta.

…Chi lo sa che faccia ha, chissà chi è, tutti sanno che si chiama Lupin…

Manuel “Ash” Leale

Lupin III (Rupan Sansei)

Anno: 2014

Regia: Kitamura Ryuhei

Interpreti: Oguri Shun, Tamayama Tetsuji, Ayano Go, Asano Tadanobu, Kuroki Meisa, Jerry Yan, Nick Tate, Nirut Sirichanya, Vithaya Pansringarm

Durata: 133 min. lupin 7 lupin 8

SUPERMAN III

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I film dell’infanzia e adolescenza dovrebbero rimaner legati per sempre a quel periodo della nostra vita. Proprio perchè sono film fatti a uso e consumo da parte di quelle età, di quello che eravamo allora. Oggi va di moda parlare con termini enfatici ed esasperati di quelle pellicole, molto probabilmente perchè la mia non generazione si ritrova del tutto impreparata a sostenere le grandi responsabilità e conseguenze che l’età adulta in tempi di crisi ti offre manco fosse un negozio nel momento tanto atteso dei saldi.

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Sono quindi molto critico con queste categorie di film e sopratutto con la schiera di critici che peccano di nostalgismo cinefilo. Però ne comprendo benissimo le ragioni e rispetto le scelte.

Io da bambino,essendo un occhialuto cagionevole di salute, avrei desiderato aver i super poteri ed essere come superman. Quel mutandaro insostenibile, forse e anche senza forse, il peggiore super eroe di tutti i tempi. Mai amati in realtà i super eroi,per mille ragioni. Nondimeno i film di Nolan su Batman li amo profondamente,proprio per un certo tentativo di uscire dalla logica infantile dell’invincibile in un contesto sopra le righe e irreale che difende i cittadini da cattivoni sempre ,eternamente, sfigati. Si,si è una grande sparata per farvi dire :”Ohibò”, ma anche per allungare il vino , scadente, di questa recensione con tanta acqua.

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I film degli anni 70 di Superman hanno qualcosa di grande ed epico,e va riconosciuto. Odi i fumetti di quel tipo, ma non il grande cinema. Sopratutto il secondo capitolo, è a dir poco fenomenale. Secondo capitolo iniziato da Donner,ma poi ultimato da Lester, per via di alcuni disguidi tra regista e produzione, ( quando i registi ancora litigavano con la produzione ,prima della creazione dei mediocri yes man che da fine anni 80 hanno massacrato con la loro ignavia il cinema di genere americano),visto l’enorme successo di quella pellicola ecco affidare il terzo capitolo a  Lester di nuovo.

Capitolo che però non ha avuto la fortuna sperata nel mercato americano,ma si è rifatto su quello mondiale, (vedi che colonizzare le altre nazioni serve a qualcosa?),pellicola non amata ai tempi perchè sbilanciata troppo su un tono di commedia,e perchè a mio avviso si ferma dove invece avrebbe dovuto tentare.Ma sai, gli americani sono pusillanimi, viziosi repressi, gente che è pane al pane e vino al vino,cosa vuoi che possa comprendere della destrutturazione dei generi,della rielaborazione dei miti? Cosa vuoi che possa comprendere? Così il Superman eretico,blasfemo,volto nerissimo e crudele  dell’esser un supereroe e metaforicamente della superpotenza che è l’america, ha godibili potenzialità in codesta pellicola,ma sicuramente avrebbe potuto esser sfruttata meglio e dar frutti maggiormente appetibili . Lo stesso dicasi per la parte leggera e comica della pellicola, che si basa tantissimo sulle gag non sempre convincenti di un grandissimo commediante come il mai dimenticato Richard Pryor. Lo show business però predilige un umorismo sgangherato, placido,la percezione della risata,più che la risata stessa.

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La nostalgia ci porta anche a sorridere di fronte a queste cose e comunque lo script non è tutto da buttare. L’idea stessa del rapporto tra il genio del computer interpretato da Pryor al servizio di un cattivissimo capitalista che vuol dominare i mercati e quindi il mondo, e Super man non è da buttare. Uno scontro-incontro che avrebbe meritato tanto altro.

Come anche il ritorno a Smallville, l’incontro con il figlio di Lane,tutte cose che si vedono con piacere, volendo,ma che risultano un po’ sacrificate.

Reeve stesso era polemico con questo episodio ,che per molti è disastroso però io non sarei così drastico, dicendo che Lester cercava a tutti costi la commedia e la gag,che si sia dato troppo spazio a un Pryor non proprio in forma. Tanto che la critica in generale ha dato ragione al popolare attore ,salvando solo lui dalle stroncature generali.

Io credo che non manchino i momenti di buonissimo cinema, il superman cattivo,irriverente,bastardo,a me piace assai. Reputo che sia una brillante idea e che Reeve fosse assai in grado di proporre personaggi negativi. Lo scontro epico nel cimitero delle automobili è splendido ancora oggi,ma non coraggio questa pellicola, o forse il suo coraggio è mal riposto dal contesto generale.

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Lontano da quelle pellicole meravigliose che son i primi due capitoli, e lo dico da nemico giurato del mutandaro svulazzante,  ma assai meglio di quel terrificante,orrendo,inguardabile 4 capitolo, codesto film andrebbe rivisto

Non fosse altro perchè dall’idea del satellite Vulcan – e del suo potere di causare disastri ambientali- si rifà e nutre oggi la masnada di complottisti allo sbaraglio!

Davide Viganò

Superman III

Anno: 1983

Regia: Richard Lester

Interpreti: Christopher Reeve, Richard Pryor, Jackie Cooper, Marc McClure, Annette O’Toole, Annie Ross, Pamela Stephenson, Robert Vaughn, Margot Kidder, Gavan O’Herlihy

Durata: 90 min.

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