La casa 5 (Beyond Darkness)

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Padre Peter, un giovane pastore con una moglie che lo ama e due bei bambini, viene trasferito dalla curia in una graziosa villa del New England; l’allegria della famigliola viene però presto minata dall’inspiegabilità degli eventi che si concentrano in quella casa. Cercando di indagare sulla ragione dei fatti che terrorizzano la sua famiglia, padre Peter scopre che in quella dimora secoli prima aveva abitato una strega, la cui anima crudele e irrequieta tormenta ancora i vivi; il pastore sarà dunque costretto ad aggrapparsi saldamente alla sua fede in Dio per affrontare i demoni che minacciano i suoi cari.

Sotto gli pseudonimi di Sarah Asproon e Clyde Anderson, Claudio Fragasso e sua moglie Rossella Drudi riuscirono a recapitare anche all’estero il loro ultimo parto, datato 1990: Beyond the Darkness; il film subì immediatamente una modificazione anagrafica e diventò La Casa 5, inserendosi a gomitate nella saga di culto che Sam Raimi aveva cominciato anni prima. Il cambio di titolo non mostra una realistica ragione d’essere, dal momento che la connessione tematica tra le due produzioni è evidentemente tirata per i capelli (al centro dei trait d’union si collocano i fatti inquietanti e inspiegabili che tormentano gli abitanti della  casa probabilmente infestata), e a livello di trama non si scorge nemmeno l’ombra di un contatto.

Parlando del cinema italiano si tende sempre ad avere un occhio di riguardo per le produzioni che mostrano di aver coraggiosamente accettato sfide importanti e che magari sono riuscite a farsi esportare anche negli stati uniti; però in casi come questo, pur sforzandosi di tener conto dell’impegno lavorativo e ricercativo che ha occupato i registi-sceneggiatori, (che hanno scartabellato una mole consistente di materiale per conferire credibilità e rendere sfaccettata l’opera) non si riesce a non pensare  ai nomi italiani, nel genere horror, che si sono distinti per una ricercatezza di espedienti e soluzioni in grado di trascendere la limitatezza del budget (e lì il confronto con gli investimenti yankee è sempre disarmante), mentre in questo film non si trovano idee particolarmente brillanti e il susseguirsi degli eventi appare deludente anche al cinefilo armato delle migliori intenzioni.

Le parti dedicate alla possessione demoniaca furono elaborate dalla moglie di Fragasso, Rossella Drudi, che si documentò sull’argomento leggendo I Cento Casi di Possessione Riconosciuti dalla Sacra Romana Chiesa, e per creare un alone di mistero atto probabilmente a restituire un minimo di credibilità al film, si narra che durante la sua realizzazione, in concomitanza con l’approccio al suddetto volume, fossero accaduti effettivamente fatti inspiegabili e inquietanti. Ma inquietante è piuttosto la scioltezza con cui la trama balzella da un genere ad un altro, mangiucchiando un po’ da Poltergeist e un po’ dagli esorcismi vari.

E’ innegabile che la mano di Fragasso alla regia possa salvare il salvabile, ma è difficile accettare a cuor leggero un film così poco sensato e che non sembra nemmeno minimamente disposto all’autoironia. In poche parole: noioso.

Alexia Lombardi

La casa 5 (Beyond Darkness)

Anno: 1990

Regia: Clyde Anderson (Claudio Fragasso)

Interpreti: David Brandon, Barbara Bingham, Gene LeBrock, Michael Stephenson, Theresa Walker, Stephen Brown, Mary Coulson

Durata: 95 min.

The Twilight People – Il crepuscolo della scienza

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Se siete amanti di quei film che non vengono nemmeno citati sul Morandini, questa pellicola fa al caso vostro.

Inizio sconcertante con interminabili titoli di testo a caratteri orrorifici cartooneschi (che ricordano la serie tv animata The Ghost Busters del 1986) sovrapposti ad una barriera corallina che pare essere lo spot di un villaggio turistico delle Bahamas.

Due sub, chiaramente in una piscina con finto fondale marino, trainano a bordo di un peschereccio il nostro protagonista tramite un argano a motore.

Dopo essere stato sedato, legato e visitato, ci vengono presentati due importanti nemesi: il segugio Steinman, capo della sicurezza e la dottoressa Neva Gordon, figlia del geniale e incompreso Dr. Gordon, mandante del rapimento.

Giunto sull’isola, il nostro Matt Ferrell, scoprirà un vero e proprio complotto eugenetico. L’obbiettivo del luminare, ormai deviato dai suoi delirii di onnipotenza e privo di fiducia nel progresso scientifico ufficiale, è quello di creare una super razza che sopravvivi all’imminente estinzione (a detta sua) di quella umana. Per farlo, il mad doctor possiede una vera e propria cornucopia di bestie ibride che nutre e cresce in cattività, ergendosi a demiurgo plasmatore. E come nel misticismo ebraico, il film segue l’analogia del rabbino che plasma il Golem dall’argilla e che per mano della sua stessa creatura, perirà.

Ma andiamo con ordine…

Prima di approcciarvi a questa pellicola, vorremmo accompagnarvi lungo un excursus storico diviso in varie tappe (che per questioni di tedio, tenteremo di ridurre all’osso).

Tutto ebbe inizio nel lontano 1896, quando il ben noto H. G. Wells, forse in preda a deliranti desideri zoofili misti alla mescalina, pubblicò il romanzo di fantascienza L’isola del Dottor Moreau.

Anche se all’epoca rientrava nei canoni del genere avventuroso (in quanto il termine “Science Fiction” verrà coniato solo nel 1926), questo fu il primo romanzo a trattare di “Uplift”, ovvero, dell’intervento di una razza tecnologicamente avanzata in grado di manipolare l’evoluzione di una specie inferiore.

I richiami cinematografici si sprecano: sia quelli liberamente tratti dal romanzo, come il francese Ile d’èpouvante del 1913, il più famoso L’isola delle anime perdute del 1932, o il filippino Terror Is a Man; sia quelli apocrifi, che pescano da altre opere letterarie come Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle del 1912, Viaggio al centro della Terra del 1864 e Ventimila leghe sotto i mari del 1870 entrambi di Jules Verne o da I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift del 1726.

Se aggiungiamo poi antiche leggende come Il Mito di Atlantide, ecco che avremo piccoli capolavori cinematografici ormai dimenticati, come Nel tempio degli uomini talpa del 1956 o L’isola Misteriosa del 1929, in cui i vari protagonisti dovranno cimentarsi in combattimenti con creature marine o graboidi (forme rivisitate in chiave fantascientifica dei famosi lillipuziani delle pagine di Swift) spesso comandati da una sorta di Doge appartenente alla razza umana.

Come da tragedia aristotelica, le trame dei Survival Movies si dividono in tre atti:

  1. Approdo all’isola tramite naufragio o rapimento
  2. Scoperta di un mistero assurdo o di un complotto contro l’umanità
  3. Lotta per la sopravvivenza con conseguente fuga dall’isola

Non sappiamo di preciso in quali circostanze avvenne l’incontro tra il produttore/regista di “cult” filippino Eddie Romero, classe 1924 e il diabolico Dottor Moreau. Resta il fatto, che dal 1959 al 1973 gira o produce pellicole come Terrore sull’isola dell’amore, Mad Doctor of Blood Island, Beast of Blood, Sesso in Gabbia, The Beast of the Yellow Night, The Woman Hunt, Beyond Atlantis, Donne in catene, ecc… Tutte opere similari, unite assieme da un unico nastro rosso di temi conduttori.

Utilizzando la Proprietà Commutativa dell’Addizione nei suoi film, Romero cambia spesso ordine agli addendi (Isola + Mad Doctor + Donne in prigione + Creature mostruose) mantenendo però sempre un risultato costante: pellicole da uno stile umile, quasi minimaliste ma mai vuote; calcolate, precise e semplici ma non per questo prevedibili.
Sfortunatamente però, nonostante si tenti di mantenere un’atmosfera cupa tipica dei noir, il registro linguistico e le azioni di lotta mal coreografate, sfociano spesso nel comico; creando quell’incertezza sublime che solo la serie B è in grado di donare agli spettatori con tanta maestria.

Ma se il richiamo all’opera di Wells è il punto di partenza, numerosi sono i rimandi all’opera The Prisoner, serie tv inglese trasmessa tra il 1967 e il 1968.

L’utilizzo di una perla nera come Pam Grier (che di lì a poco entrerà nel Pantheon della Blaxsploitaition per eccellenza, con film come Coffy 1973 o Foxy Brown 1974, fino al tarantiniano Jackie Brown del 1997) è sprecata.

Alla Grier non vengono assegnate battute, ma solo un registro di versi gutturali e rantoli, associati ad una mimica animalesca. Si destreggia bene come ibrido mutante in perenne bulimia chimica; e durante un combattimento, ci mostra timidamente un capezzolo color ebano.

Il design delle creature sembra preso in prestito dagli albi a fumetti di Akim, Il Piccolo Ranger e Zagor; e forse ripescato in seguito dall’italico Luigi Batzella che nel suo nazisploitation: La Bestia in calore (1977) utilizza un freak simile, interpretato dall’attore feticcio Salvatore Baccaro, tra le eccellenze della serie B Made in Italy. Compito fondamentale della Bestia è quello di stuprare a morte le povere partigiane che vengono gettate nella sua gabbia.

E’ interessante notare come le donne gravide sull’isola muoiano (come accadrà per la serie tv Lost) come se dare la luce ad una nuova vita su questo lembo di terra, sia un peccato mortale.

E il finale al rotoscopio con tanto di un parossistico mostro alato disegnato direttamente sullo sfondo della pellicola in post-produzione (alla faccia di Ralph Bakshi e del suo The Lord of the Rings 1978) ci trasmette un messaggio di speranza e di libertà.

Invitiamo il popolo di Malastrana alla visione della puntata dei Simpson 13×01: La Paura fa Novanta, in cui il richiamo all’Isola del dottor Moreau fa da cornice ad una demenzialità tutta groeninghiana con un Homer tricheco superlipidico e una Marge panterona in puro stile Real TV.

Luca Caponi

The Twilight People – Il crepuscolo della scienza

Anno: 1972

Regia: Eddie Romero

Interpreti: John Ashley, Pat Woodell, Jan Merlin, Charles Macaulay, Pam Grier, Ken Metcalfe, Tony Gosalvez, Kim Ramos, Mona Morena, Eddie Garcia, Angelo Ventura, Johnny Long, Andres Centenera, Letty Mirasol, Max Roio

Titoli alternativi: “Beasts”, “Island of the Twilight People”

Durata: 81 min.

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Richard Franklin è stato un grandissimo talento: nei suoi 58 anni di vita, brevissimi, ha girato opere magari non conosciutissime al grande pubblico, soprattutto quello odierno, ma degne di note. Fantasm, porno pionieristico fantastico, Patrick, horror psicologico sulla scia della Carrie di De Palma/King, e Psycho 2 sono tra i suoi titoli migliori e più apprezzati. Queste pellicole, dalla fattura potente, dalla regia raffinata e dal grandissimo ritmo, hanno contribuito a rendere, attraverso il suo nome, la leggenda dell’immaginifico cinema australiano anche in suolo statunitense.

Richard Franklin

Il suo Psycho 2, uscito a distanza di 22 anni dal primo film, divise la critica, si inimicò lo scrittore del romanzo, Robert Bloch, e generò, suo malgrado, un’intera serie di pellicole più o meno riuscite: 2 ulteriori capitoli, un pilot e un telefilm di discreto successo, Bates Motel. Psycho 2 fu per il suo regista il coronamento di un sogno: omaggiare l’adorato Hitchcock girando il seguito ufficiale dello stesso capolavoro che, a 12 anni, lo aveva fatto innamorare del cinema. Franklin più di nomi altisonanti come Brian De Palma, l’erede per la critica dello zio Alfred, si trovava nel ruolo regio di continuare le fila lasciate in sospeso dalla pellicola del 1960. Uscito nel 1982, con la sua regia moderna, i movimenti di macchina sapienti e la storia piena di twist, questo scatenato e folle sequel, interpretato da un tenero e micidiale Anthony Perkins, aggiornava in tempi di slasher sanguinosi la vicenda di Norman Bates alle nuove generazioni più smaliziate.

Brian De Palma succhiami la fava

Ad Alfred Hitchcock comunque il mondo cinematografico di Richard Franklin era e sarebbe stato sempre fedele: basti pensare a Roadgames, del 1981, con Stacy Keach e Jamie Lee Curtis, sorta di La Finestra sul cortile on the road tra le strade polverose dell’Australia, o La finestra sul delitto (Cloak & Dagger), del 1984, omaggio teen ad Intrigo internazionale aggiornato in epoca Atari 5200. E poi ovviamente Link, il tributo più azzardato all’eco vengeance de Gli uccelli.

Proprio di quest’ultimo film vogliamo parlare, una di quelle pellicole che erano passate alla velocità della luce sui palinsesti estivi di Italia uno, forse Notte horror negli anni 90, per poi sparire nell’oblio. A suo tempo Link aveva goduto anche di un’uscita cinematografica italiana (il 18 agosto 1989 in ritardo di 3 anni dalla sua realizzazione), per poi sbarcare sulle vhs (Warner home video) e, in tempi recenti, su DVD Storm (con il nuovo sottotitolo di Esperimento nel terrore, tanto per confondersi con Monkey Shines di George A. Romero che aveva sempre dentro una scimmia assassina e lo stesso sottotitolo).

Quando l’uomo ha raggiunto la superiorità sugli altri animali, qualcuno si è scordato di dirlo a Link” così recitava la vhs con il nostro scimmione vestito da maggiordomo che minaccioso, nel bellissimo disegno della locandina, teneva in mano un fiammifero acceso.

D’altronde Link, scimmione dalla simpatia strabordante, è stato la star di un circo: “Il re del fuoco“, amato e temuto dal pubblico. Ora di tutta quella gloria non è rimasto nulla: vestito come una parodia umana, illuso di essere speciale da un padrone senza sentimenti, il quadrupede è destinato ad una fine senza poesia, l’abbattimento. Troppo anziano, troppo lento, troppo inutile: non esiste onore per un dinosauro di un’altra epoca.

Quando arriva la bella Jane a casa del professor Phillip, Link è già destinato a morte certa ma lei non lo sa ancora. La ragazza dovrà assistere il suo mentore in non ben precisati esperimenti su due scimmie, Imp, di appena 9 anni, e Voodoo, femmina molto feroce. Proprio il piccoletto abbiamo visto, nei primi minuti della pellicola, scappare dall’università per uccidere alcuni piccioni in gabbia e un gatto. “Adora i mici” esclama divertito il Dottor Philip che non sembra minimamente sorpreso dell’atto. Forse, ma qui possiamo solo ipotizzare, gli esperimenti portano i suoi animali ad essere più feroci. O forse la rabbia omicida nasce dal cercare di recuperare “quel 1% che ha fregato nell’evoluzione le scimmie ma non l’uomo”. Quindi Imp, Voodoo o Link uccidono, o sono lì lì per farlo, perché stanno diventando più umani e meno animali. Questo non lo sapremo mai perché il personaggio del ricercatore è presente solo nella prima parte e sembra che molte sue scene, presenti solo sul dvd francese, si soffermassero con più attenzione ad analizzare la sua figura e le sue azioni.

Con la sua durata pachidermica per un horror di cassetta di 103 minuti, a farne le spese nei tagli è stato proprio il Dottor Philip, le sue teorie evoluzionistiche e i simpatici aneddoti sciorinati alla bella Jane come favole davanti al camino. “Conoscevo un uomo che aveva una scimmia e l’aveva nutrita e allevata tutta la vita, poi un giorno se ne andò via per una vacanza di un paio di settimane. Quando tornò l’animale salì sulla barca, gli cavò gli occhi, gli strappò le braccia e le gambe. Il suo padrone non le aveva fatto nulla, la scimmia era solo felice di rivederlo“.

Ci troviamo quindi in un triangolo: Link, lo scimmione quarantacinquenne che spia nuda Jane mentre fa il bagno, il professore che si è portato a casa una bella ragazza giovane e appunto lei, l’ingenua e sognatrice studentessa. Ovvio che qualcosa succede: Jane avrebbe bisogno di un Tarzan e Cheetah non vuole farsi le seghe di nascosto come in una sequenza di Paradise con Phoebe Cates. Link non ci sta neppure a morire, anche questo desiderio di vita e sopravvivenza sembra così umano, e uccide Tarzan per diventare nella giungla il re, lui che lo era già del fuoco. L’esperimento del Dottor Philip ha successo: Link prova gelosia come un essere umano. Ecco che il triangolo è diventato una forma distorta di coppia spazzando via nel sangue il cliché della studentessa che si scopa il professore. Cheetah è Tarzan e vuole lui fottersi Jane. Punto.

Per certi versi Link potrebbe essere un King Kong in piccolo: il gorilla gigante, d’altronde, si invaghisce di una bellissima bionda, non chiede il permesso e la prende con sé. Questo è ciò che vorrebbe fare la nostra scimmia vestita da maggiordomo, solo che, cosa non così sottovalutabile, Link è il King Kong del mondo chiwawa: si sente grande ma non lo è, è feroce ma un colpo di fucile ben piazzato potrebbe farlo tacere per sempre, ad un certo punto una sberla di Elizabeth Shue, non certo Schwarzenegger, lo fa capitombolare chiappe all’aria. Poverino. Ecco che la voglia di essere diventa frustrazione: è come se King Kong avesse bisogno di uno psichiatra, è intrappolato in un corpo non suo, incapace di portare a termine il ciclo delle cose come dovrebbe andare, dal capolavoro del 1933 agli ultimi exploit di Jordan Vogt-Roberts. Però muore identico al suo modello, in un’ottica lillipuziana, salendo non sull’Empire State Bulding ma sul tetto di un castello. Alla fine il cerchio si chiude.

Per un’ora il film prosegue lentamente: a parte il prologo con Imp che uccide degli animali, c’è un’attesa spasmodica del climax che sfocerà nella seconda parte. La lezione di Hitchcock viene rispettata nel creare la suspense senza l’eccesso del mostrare: il body count di ben 4 persone non viene enfatizzato nel sangue e nello splatter, a volte gli omicidi sono già avvenuti. Qui però entra in ballo la maestria di Franklin perché il film non annoia mai, né nella sua parte introduttiva al massacro né quando le carte sono già scoperte e Jane si deve difendere, fucile in mano, dagli assalti del suo peloso stalker. La telecamera del regista compie evoluzioni incredibili: si alza in volo, spia attraverso porte distrutte, segue i personaggi in azzardati piani sequenza. La regia di Franklin è vivace, frizzante e assolutamente ritmata anche quando in scena non succede nulla. Questo rende Link un horror ingiustamente bistrattato, persino elegante, in un periodo, il 1986, nel quale la maggior parte dei prodotti erano di bassa macelleria. In più il tema musicale di Jerry Goldsmith, un po’ sulla falsariga dello score di Richard Band per il Re-animator di Gordon, è anomalo nelle sonorità, almeno per un thriller d’atmosfera, ma assolutamente azzeccato, divertente e vario, passando dalla musica sinfonica ai sintetizzatori, con quella sensazione di spaesamento unica a metà tra il romantico e lo spaventoso.

Forse il mostrare il braccio strappato all’incauto amico di Jane che va a cercarla o calcare sulla ferocia di Link avrebbe portato in sala più persone, ma il film è, anche nel suo essere così classico come concezione, perfetto, molto hitchcockiano, quello che Franklin probabilmente cercava.

Se un attore come Terence Stamp, magnifico e shakespeariano, viene un po’ sprecato nei panni del fu Dottor Philip, e una giovane Elizabeth Shue recita in maniera volenterosa ma sciatta, la parte del leone la fanno soprattutto gli animali. Link, o meglio l’orangotango Locke (truccato da scimmia), è qualcosa di incredibile: espressivo, perfetto nello sguardo e nei movimenti, si mangia a colazione chi di professione fa davvero l’attore, come una sorta di Al Pacino scimmiesco. Si può dire che questo film viva di una luce prorompente grazie alla regia e al suo non interprete animale.

Il film di Franklin non è ovviamente perfetto e, ad un certo punto, rende quasi soprannaturale Link, un po’ alla Jason Vorhees, facendolo apparire per magia in luoghi dove non potrebbe esserci (il pozzo vuoto per esempio). Anche Martin Scorsese cadde nello stesso errore quando, nel suo slasher atipico, Il promontorio della paura, trasmutava, nelle parti finali, Robert De Niro in un villain dalla battuta pronta e dalla non morte improbabile sul modello di Freddy Krueger.

Link, senza saperlo, avviò un piccolo ciclo di pellicole con scimmie assassine all’interno: il già citato Monkey Shines (1988) di George A. Romero e Shakma – Sopravvivere al gioco (1990) di Tom Logan e Hugh Parks, per non parlare poi delle derive direct to video recenti come Bloodmonkey (2007) di Robert Young. Resta uno degli esperimenti migliori e sicuramente un film da riscoprire.

Nell’ultima sequenza, Jane e il fidanzato con la gamba distrutta da Link, scappano dalla villa in fiamme, ma sul bordo della strada trovano Imp impaurito. La ragazza lo fa salire a bordo senza pensarci due volte. “E’ piccolino. Non farebbe male a nessuno“. Nel prato, la mdp ce lo mostra alzandosi, giacciono decine di pecore ammazzate. Esperimento riuscito, Dottor Philip.

Andrea K. Lanza

Link

Anno: 1986

Regia: Richard Franklin

Interpreti: Elisabeth Shue, Terence Stamp, Steven Pinner, Richard Garnett, David O’Hara, Kevin Lloyd, Joe Belcher, Daisy Beevers, Geoffrey Beevers, Caroline John, Linus Roache

Durata: 103 min

I ragazzi del cimitero

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Correvano gli anni ottanta quando James Aviles Martin e George Seminara decisero di sperimentare cosa poteva accadere ad immergere una commedia adolescenziale con tendenze romantiche in uno spesso strato di sangue finto a buon mercato.  La reazione chimica che ne risultò non fu certo esplosiva come quella delle mentos nella coca cola, ma sì dimostrò abbastanza divertente, e così, nel 1987, venne alla luce  I Was a Teenage Zombie (tradotto senza apparenti motivazioni con I ragazzi del cimitero).

Sei amici che frequentano la high school, dopo una lite violenta, uccidono più o meno accidentalmente il caratteristico pusher Mussolini (che nella versione italiana diventa tristemente Musolino) e, spaventati dall’accaduto, gettano il cadavere nel fiume, pensando di sbarazzarsene.  Per loro sfortuna quelle acque rese tossiche da vagonate di rifiuti pericolosi riportano alla vita lo spacciatore, che ne riemerge forzuto e determinato a vendicarsi. Quando Dan Wake (Michael Rubin), lo sportivo e popolare della combriccola, cade vittima dell’incazzato pusher, i suoi amici per salvarsi la pelle, decidono di gettare anche lui nelle acque tossiche e sperare che una volta riemerso in qualità di zombie possa combattere il loro persecutore. Accanto alle dinamiche di fuga e persecuzione che si giocano tra il redivivo pusher e il gruppetto di ragazzi, a farla da padrone è la tenera  vicenda personale del povero Dan, che, considerato un incallito sciupafemmine, è invece perdutamente innamorato della compagna Cindy e vive con dolore il nuovo status di non morto, perché sa che potrebbe allontanarlo da lei.

Bisogna ammettere che la mano del regista John Elias Michalakis è tanto grossolana da far sembrare il film quasi amatoriale, gli effetti speciali sono incredibilmente low cost (il passaggio da essere umano a zombie è contraddistinto esclusivamente dalla mutazione del colore della pelle, che diventa verde ramarro), e non passa inosservato l’evidente debito con The Toxic Avenger, cult della Troma (a cui peraltro Michalakis ha preso parte), uscito (e meglio riuscito) appena tre anni prima. Però I was a teenage zombie ha il suo fascino: non ha pretese, appare assolutamente conscio delle sue possibilità (come il regista, del resto, che a quanto pare in seguito si è fatto monaco) e si indirizza più verso il trash e il demenziale che non verso l’horror.

I protagonisti, che rappresentano un po’ tutto il campionario di stereotipi giovanili (con lo sportivo, il ciccione, il nerd e il bullo dotato di moto e giubbotto di pelle), non possono non suscitare simpatia, il cattivo spacciatore tamarro come pochi resta indimenticabile e anche i personaggi secondari hanno il loro carisma (come il saggio amico barista che fa anche un po’ Happy days). I ragazzi del cimitero è un insolito connubio di trash, horror, romanticismo e commedia giovanile, che, aspramente criticato e condannato dai più, è in grado invece di divertire e anche magari di intenerire, rimanendo leggero nei suoi 90 minuti e sfoggiando anche una colonna sonora notevolissima (spicca la ballabilissima e orecchiabile I was a teenage zombie dei Fleshtones).

Alexia Lombardi

I ragazzi del cimitero

Titolo orginale: I was a teenage zombie

Anno: 1987

Regia: John Elias Michalakis

Interpreti: Michael Rubin, Steve McCoy, George Seminara, Craig Sabin, Peter Bush Allen Lewis Rickman, Kevin Nesgoda, Cassie Madden, Ray Stough, Lynnea Benson, Gwyn Drischell, Theo Polites, Steve Reidy, Cindy Keiter, Caren Pane

Durata: 90 min.

After Midnight

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Prima di questo After Midnight ce ne sono stati almeno altri due nella storia del cinema che conta. Uno del 1989 uscito in Italia con l’allettante titolo Ribelli lingue bagnate dei fratelli Jim e Ken Wheat, molto più fortunati come sceneggiatori che alla regia (ma ci torneremo) e un After Midnight del 2014 di Fred Olen Ray, specializzato in horror movie a bassissimo costo e in film natalizi per la televisione. Qui però si muove sul thriller con vendetta ad alto tasso erotico.

Ok, per quanto ce ne possa fregare abbiamo fatto la lezioncina con i libri degli altri. Ora passiamo al terzo After Midnight, il più recente e il solo a cui vorrei qui dedicare l’attenzione, mia e di chi sta leggendo, perché credo di ritenere che sia il migliore dei tre e forse anche un bell’esemplare di horror indipendente. I registi sono due, Jeremy Gardner e Christian Stella. Il primo è molto attivo come attore anche in altre produzioni horror da battaglia (Bliss, Spring) mentre il secondo è una specie di factotum da set: direttore della fotografia, montatore, compositore, sceneggiatore ed effettista.

Entrambi sono i registi in tandem di due film. Jeremy invece ha esordito in solitaria con The Battery (2012). Poi c’è stato Tex Montana Will Survive (2015) girato insieme a Stella, così come After Midnight, esatto (2019).

The Battery non mi piacque. Lo definii un horror zombie tremendamente hipster ma sbagliavo e After Midnight, mi ha fatto capire perché.
Ma andiamo con ordine.

After Midnight non ha una successione lineare, è una specie di puzzle temporale, mossa azzeccata che a mio avviso potenzia una trama a dir poco esile: andrebbe scritta grande per coprire la lunghezza di un tovagliolino da bar.

Sentite qui. Hank e Abby si amano. Lui la porta nella vecchia casa di famiglia e le organizza una serata speciale come regalo di compleanno. Sembrano una gran bella coppia. Hank non è un bel vedere ma abbastanza interessante, lei è carina per gli standard di lui ma è piuttosto minuta. Sembra trovarlo così eccitante e divertente che non stiamo certo qui a sentenziare chi sia felice e chi sia solo disperato. Sono felici e dopo un po’ di battute e di pomiciamenti, si apprestano a darci dentro sul serio. Hank pensa a una cosa tipica dei maschi beta, leccarle la fica. La camera stringe sul visetto da scoiattolino triste di Abby, che è sempre meno triste, il collo le si gonfia e da dentro sgorga un urlo orgasmico e bam, stacco.

Hank ha un fucile e cerca di sparare da dietro la porta d’ingresso della stessa casa dove poco fa l’atmosfera era molto più rilassata e ludica. C’è una specie di belva furiosa là fuori e Abby non si sa dove sia. Dal ruggito potrebbe essere un orso cocainomane o una pantera mannara. Lo spettatore horror che si crede smaliziato, non mette in dubbio che dall’orgasmo al ruggito siano passati pochi secondi e pensa subito: è Il bacio della pantera nell’accezione di Paul Schrader, lei ha goduto e si è trasformata in un mostro incontrollabile. Lui l’ama e dovrà scegliere se abbatterla o sacrificarsi alla fame di lei. Già visto, meglio passare ad altro.

Sbagliato tutto. Ma non vi siete accorti che dal cunnilingus al colpo di fucile a lui è cresciuta la barba? Tadan! Basterebbe già questo per far capire che After Midnight non è semplicemente un piccolo horror con le toppe al culo ma un gran film, dove la coppia Gardner e Stella, aiutati da un produttore d’eccezione: Justin Benson, (nome che se non vi dice niente, vi ordino di andare subito a recuperarvi The Endless e The Resolution, ora!)

Hank è fuori di sé ma dopo aver fatto un buco nella porta, la belva sembra essersene andata. Resta da capire dove sia Abby. Lui però non ha tutta ‘sta fretta di chiamarla e scoprirlo. Si addormenta sul divano messo davanti alla porta. Il giorno dopo si sveglia e si trascina fino alla cucina. Si fa un caffè e telefona. La voce di Abby risponde, ma è la sua segreteria. Le lascia un messaggio in cui comunica alla ragazza che non può semplicemente sparire così e poi aggiunge che il suo gatto probabilmente è stato divorato dalla belva che gira intorno a casa.

Qualcosa non torna. Ma non per lui. C’è un biglietto sul frigo, è di lei. Dice: ho bisogno di andarmene via per un po’, baci e ti amo. Lui si spinge fino alla cassetta delle lettere poco oltre l’ingresso di casa. Passa una macchina che strombazza e ci spara contro urlando fuck you.

Sta messo male, Hank?

Lui è un cacciatore, conosce bene i boschi intorno alla casa e accetta la sfida di catturare l’animale. Ma di che preda si tratterà? Non è un orso perché il cibo del gatto è lì intatto e si sa, gli orsi mangiano tutto ciò che trovano, frugano nell’immondizia e invece i bidoni sono intonsi. Non è un orso. Una pantera? Non si sa bene, ma no, niente pantera. Un essere giunto dallo spazio? Shane (interpretato dallo stesso Benson), sceriffo del paese e amico di Hank, passato a trovarlo dopo che un tipo ha denunciato un pazzo a bordo strada che spara alle auto di passaggio nei pressi della casa di Hank, Shane insomma dice no, non sono gli UFO. Bisogna escludere le ipotesi fantasiose, sempre.

Ma Hank sa che il mostro è vero e lo attende. E attende anche Abby, che più passa il tempo e più manda avanti la segreteria telefonica. Lui smette presto di lasciare messaggi. Se rimani da solo dopo che la tua ragazza se ne è andata senza motivo, inizi a pensare e lo trovi da solo, il motivo. Se ne è andata perché quel giorno lui aveva scherzato di non voler figli? L’aveva mollato per correre dietro al suo ex? L’aveva mollato perché lei è il mostro nei boschi, trasformatasi irreversibilmente in quell’essere che ogni sera è mosso dall’abitudine e cerca di tornare nella casa di Hank? Delle tre ipotesi lui pensa seriamente che in fondo possa trattarsi della terza. Sempre meglio una ragazza mannara che ami alla follia, di una ragazza che ami e ti ha mollato lasciandoti solo con un orso mannaro che assalta casa tua ogni sera.

Poi però, dopo giorni di silenzi e notti di attesa, dischi che cantano vecchie canzoni e riversano vecchi ricordi nelle stanze di una casa troppo grande e triste per starci da solo, ecco che lei torna. Non dice granché, non domanda scusa. Vuole solo sapere chi ha distrutto la porta. Per lei non è stato un mostro ma Hank. È tipico di lui un comportamento simile. Lei se ne va e lui crea un mito contro cui battersi, gran cacciatore, eterno bambinone.

Tra i due inizia il confronto sodo, durissimo e ci accorgiamo di quanto tempo sia passato tra l’orgasmo di inizio film e il mostro alla porta di casa, quanto siano lontani i giorni dell’amore e della speranza. Resta l’amore, certo, ma non c’è quasi più speranza. Capite? Dall’orgasmo di lei al ruggito della belva fuori sono passati anni. Anni, altro che Bacio della pantera. E dopo anni di nulla, lei vuole figli, sposarsi, una casa in città, cultura e vita sociale stimolanti. Hank si è fatto crescere la barba e beve troppo, farebbe figli solo se ne uscissero dalla pancia direttamente di otto anni e non vuole proprio saperne di schiodare da quella grande casa di famiglia, da tutto quel gotico rurale fatto di birra, barbe e cacciarelle all’orsetto lavatore con una boccia di Wild Turkey nella mano sinistra. Tutto quello che riesce a fare usando la propria creatività è inventarsi una sorta di bigfoot incazzato come esattore fiscale.

Ma quando lo spettatore si è rassegnato a vedere una commedia romantica con risvolti taglienti, con il costume da licantropo, ecco che…
Dai, non vi dico altro.

Ma nei film davvero di sostanza i twist e l’intreccio hanno un’importanza limitrofa. Peccato che la maggioranza del pubblico basi solo su quelli ogni pretesa e aspettativa. After Midnight ha i suoi colpi di scena e potrebbe anche sbattere in faccia al pubblico secchi di sangue, ma non gliene frega niente di farlo. Fa molta più paura la tua donna che ti lascia e torna per farti un discorso sul perché probabilmente sta per andarsene ancora e in via definitiva o un licantropo che ti vuole morto? Bella gara, eh? Gardner e Stella pensano bene di servirceli entrambi e cosi ci lasciano soli, col cuore spezzato, in una grande casa gotica circondata dal bosco di Non aprite quella porta UNO.

Questo film si regge davvero sul nulla, su una trama che è un filo sottilissimo ma abbastanza resistente da sostenere il corpulento Hank, perso col fucile nei suoi deliranti stratagemmi venatori o nei dialoghi con il suo amico di battuta Wade (Henry Zebrowski) ossessionato dai gatti selvaggi e gli yeti e la paranoica programmazione satellitare. E sulla piccola trapezista Abby (Brea Grant), capace nella seconda parte di prendere il pancione di Hank e suonarlo a tamburo fino a risvegliarci ataviche fobie di abbandono.

Più sopra ho detto di aver capito quanto sia stato ingiusto nei confronti di The Battery proprio guardando e amando After Midnight. In entrambi c’è la visione di Gardner, che li ha scritti, diretti e interpretati. In entrambi l’orrore non uccide la frivolezza umana. Ed è quella frivolezza, il feticismo per le piccole cose, l’infantilismo forsennato, a convivere con l’orrore e il lato oscuro.

Se degli zombi ti inseguono e il mondo sta finendo, credi che troverai finalmente dei modi nobili e costruttivi di passare il tempo che ti resta? No, canterai le canzoni che ami in faccia al diavolo, farai lo scemo con il tuo migliore amico, rivangando i vecchi tempi, sempre che tu abbia ancora la fortuna di averlo al fianco, un amico. Berrai birra e fumerai. Ascolterai musica in cuffia e ti masturberai davanti a una zombie prosperosa che ti sbatte il suo seno suppurante davanti al finestrino della macchina in cui sei rimasto chiuso dentro.

E se gli zombi te lo permetteranno ti prenderai il sole e cercherai di non uscire di testa concentrandoti come sempre solo sulle piccole cose. L’irruzione del soprannaturale nel mondo “normale” è la materializzazione di una follia che già prima respirava e mordeva dentro di te. Il metodo per sopravvivere è sempre lo stesso: prima le cazzate.

Francesco Ceccamea

After Midnight

Anno: 2019

Regia: Jeremy Gardner, Christian Stella

Interpreti: Jeremy Gardner, Brea Grant, Justin Benson, Ashley Song, Nicola Masciotra, Keith Arbuthnot, Henry Zebrowski

Durata: 83 min.

La guerra di Stryker

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Era da tanto tempo che non recensivo un film, ma stavolta ho deciso di ribattere di nuovo le lettere della mia tastiera per un film tra i più infimi, di quelli della categoria B, ma che può far tranquillamente parte anche dell’ultima, della Z.

Vi sto parlando di Thou shalt not kill…except ! arrivato alla nostra penisola come La guerra di Stryker, per la regia di Josh Becker. Ci sono tante, troppe cose da dirvi su questa pellicola, che per chi come me è appassionato di cinema underground è un piccolo gioiellino da visionare assolutamente. La trama è abbastanza semplice: guerra del Vietnam, durante uno scontro a fuoco un giovane di nome Stryker si becca due pallottole nella gamba, ma riesce miracolosamente a sopravvivere e a ritornare in patria. Divenuto sergente, ma rimasto sfortunatamente zoppo, decide di ritirarsi a vita privata in un bosco insieme al suo cane Whiskey, la fidanzatina Sally e il nonno di quest’ultima, Otis. Il mondo attorno a lui però sembra cambiato irrimediabilmente: droga, delinquenza e disagio generale la fanno da padroni, forse era meglio rimanere in Vietnam!

Non molto tempo dopo l’essersi ristabilito e aver ritrovato un certo equilibrio (nonostante il bastone per camminare), Stryker subisce in prima persona l’effetto negativo di questo cambiamento, venendo preso di mira da un gruppo di hippies satanisti (molto simili a quelli de La rabbia dei morti viventi aka I drink your blood) capitanati da un pazzo senza nome, capellone e dai denti mancanti e marci, ancora più feroce e sanguinario del vecchio Charlie Manson.

Questo plotone di assassini allucinati uccide e scuoia il cane di Stryker, gli rapisce la ragazza e massacra il nonno usandolo come bersaglio per le freccette. Per la serie “cornuto e mazziato” il povero soldato non si perde d’animo e si trova costretto a fronteggiare questi inaspettati nemici. Fortuna per lui, i compagni d’armi di Stryker, tornati a casa dopo la guerra e anch’essi investiti dall’ondata di disagio americano post bellico, tra una bottiglia di Jack e l’altra decidono di dargli una mano recuperando i vecchi attrezzi del mestiere, ossia fucili e granate, che il buon Stryker teneva conservati in un baule sotto il letto. Giustamente, non si sa mai…

I quattro si ritrovano quindi sul campo di battaglia, di nuovo, ingaggiando una lotta all’ultimo sangue con i numerosissimi adepti della setta hippie, che ormai ha preso base non molto lontano dalla casa del protagonista. Riusciranno i nostri a salvare la ragazza di Stryker e a sgominare la banda di cattivi ma soprattutto il loro “cult leader”?

Ehm…io so come va a finire, ma ovviamente non voglio rovinarvi il finale, anche se sono straconvinto che qualcuno di voi sospetta e si aspetta già come finirà questa storia tutta ammeregana!

Ma passiamo alle chicche riguardanti questo filmazzo:

inizialmente La guerra di Stryker è stato concepito come un cortometraggio, interpretato nientepopodimenoche dal nostro Bruce “Ashy slashy” Campbell, che nel film stavolta è solo autore del soggetto. Ebbene si da il caso che questo film è stato girato e interpretato da un gruppo di amici amanti del cinema, del sangue finto e delle situazioni bizzarre, quello stesso gruppo di amici che aveva già lavorato per un certo film chiamato La casa o The evil dead, diretto da Sam Raimi. Proprio quest’ultimo infatti interpreta il capo degli hippies ne La guerra di Stryker, uno sporco uomo dedito a qualsiasi tipo di nefandezza. A un certo punto dice addirittura di essere Gesù Cristo incarnato!
Siìdai, un po’ lo è in effetti, lo veneriamo tutti per quei movimenti di camera, quelle motoseghe, quegli occhi bianchi…ma non esageriamo e non andiamo oltre, stiamo parlando di Stryker e della sua guerra!

Il film è senza infamia e senza lode: nonostante sia un low low budget movie risulta ben girato, anche se ovviamente si avverte una certa amatorialità, ma questi film mi piacciono proprio per questo, quando nonostante i pochi mezzi capisci che dietro c’è tanta passione e tanto divertimento. Datato 1985, e interpretato dagli amici di Raimi, del produttore Spiegel e del regista, la pellicola si presenta come “pulp”, ovvero minimo comun denominatore il sangue, a fiumi, gratuito, che schizza da una ferita di proiettile o di un’arma da taglio sul viso dei protagonisti.

Con una buona colonna sonora tipica dei film di guerra, Il tutto è condito da situazioni drammatiche, d’azione e a volte anche comiche, in puro stile “gli amici di Raimi”. Unendo tutti questi elementi otteniamo la polpa, rossa e grondante di emoglobina, e quindi a mio avviso un prodotto a prescindere da tutto, tranquillamente godibile per gli amanti del Rambo style e dello splatter intransigente.

Attenzione! Non pensate minimamente di aver trovato il film della vita, o di dire agli amici “Non l’hai visto? Nooooo sei un pazzo…”! Forse questo filmaccione interessa più a me che al regista, ma per ogni amante dei b-movies, dell’ action e degli avventurosi bagnati di rosso, questo film è da recuperare assolutamente. La cosa curiosa del titolo italiano del film è che sarebbe la traduzione del suo titolo originale, poi scartato e rimpiazzato con quello attuale, quindi da Stryker’s war a Thou shalt not kill…except che vuol dire letteralmente “Non uccidere…eccetto/tranne che” .

Mi chiedo io, eccetto cosa? Tranne che? Dobbiamo rispettare il comandamento eccetto? Eccetto uccidere gli hippies o uccidere Sam Raimi?
Ovviamente non ci è dato saperlo, a meno che non scriviamo al regista Josh Becker per chiederglielo, oppure, se siete abbastanza pigri potete andare anche per libera interpretazione.

Sono venuto a conoscenza di questo film grazie alla mia preziosa “Guida al cinema splatter” e l’ho cercato per tanto tempo. Si da il caso che fa parte di quelle pellicole dimenticate da tutti, ma che grazie ad altri appassionati sono riuscito a recuperare, in una versione di tutto rispetto.

Anche se solo nel prologo di quindici minuti vengono mostrate scene della guerra in Vietnam, il film è passato in Italia come un war movie e distribuito in solo supporto VHS (anche se si parla di qualche passaggio televisivo, un bel po’ di anni fa) per la Eagle home video, casa di distribuzione home video italiana che ci ha regalato perle senza tempo quali Il bosco 1, La casetta degli orrori e Delirio – killing spree. Per i feticisti del nastro, vi posso dire che La guerra di Stryker è stato messo in commercio in Italia col “doppio doppiaggio”, ossia che sentirete sia le voci italiane e, in sottofondo, basse basse, anche le voci in lingua originale, un aspetto che lo rende super trashy al punto giusto. Ah la distribuzione nostrana anni novanta…

Danny Bellone

La guerra di Stryker

Titolo originale: Thou shalt not kill except…

Anno: 1985

Regia: Josh Becker

Interpreti: Robert Rickman, John Manfredi, Timothy Patrick Quill, Sam Raimi, Cheryl Hausen, Perry Mallette, Dandy, Rick Hudson, Pam Lewis, Jim Griffen, Theo Kruszewski, Connie Craig, Ivitch Fraser, Terry-Lynn Brumfield, Ted Raimi

Durata: 84 min.

La casa delle ombre lunghe

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Giri a sinistra fuori dalla stazione, due miglia e poi giri a destra all’incrocio. Segua sempre dritto. Il maniero maledetto le apparirà allora nella sua tragicità”.

Con queste indicazioni, che ai più potrebbero rimembrare le strofe iniziali de L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, inizia l’avventura tragicomica che vedrà il nostro protagonista catapultato in una sorta di “Story within a story”.

Kenneth Magee è un giovane rampante scrittore dalle sembianze yuppie: giacca e cravatta, capelli cotonati con taglio alla “mullet”, barba ben curata. Se la pellicola fosse ambientata nella Milano da bere anni 80, rappresenterebbe il classico stereotipo del Paninaro.

E se un paninaro fosse il protagonista di un gotico?

Cinico al punto giusto, si troverà impelagato in una scommessa, alla quale il suo ego smisurato, non potrà tirarsi indietro: scrivere un romanzo nel tempo limite di 24 ore all’interno di un vecchio maniero in aperta campagna, disabitato da quarant’anni.

Pellicola basata totalmente sui dettami e i clichè del genere gotico anni ’60-’70, è un’opera che sorride ad un horror ormai posticcio e datato, quasi ritenuto ingenuo, come il Ciclo di Corman-Poe o i film della Hammer, per aprire a nuove mode, tendenze e commistioni. Consideriamo infatti, che la casa di produzione è una costola Made in England dell’ Americana Cannon Films, colpevole di aver prodotto film come The Corpse nel 1971 o Godsend nel 1980.

La trama richiama la classica scommessa già vista in film come La casa dei fantasmi del 1959 o Danza macabra del 1964. Ad attendere il nostro protagonista, oltre ad un insolito ed improvviso acquazzone già visto in Il castello maledetto del 1932 o in The Rocky Horror Picture Show del 1975, troveremo due stagionati custodi dai modi burberi e per nulla ospitali intenti a nascondere una sorta di oscuro segreto.

Con il calar delle tenebre, una giovane ragazza e tre loschi figuri si recheranno alla dimora apparentemente abbandonata. Ognuno porterà con sé misteri e bugie che solo a metà dell’opera saranno in parte svelate.

Se per la prima durata della pellicola, si poteva sospettare che il gruppo di ospiti fossero fantasmi o appunto “ombre” come il titolo prova a suggerirci, la scoperta di una camera sigillata contenente un maniaco rinchiuso per oltre quarant’anni in isolamento, stravolge le nostre considerazioni e ci proietta verso uno svolgimento di trama più realistica, dissipando ogni tipo di dubbio riguardo i presenti.

Veniamo a scoprire che gli invitati appartengono alla stessa famiglia. Una famiglia che possiede da secoli, un malsano obbligo morale di condannare i propri componenti se questi commettono reati.

Coincidenza del fato, il prigioniero scappa e inizia a seviziare i malcapitati presenti.
Le morti si susseguono a metà strada tra L’ombra del gatto (1961) e Dieci piccoli indiani (1945); non manca di certo la componente gore: assisteremo ad un omicidio con il vetriolo che ricorda Il castello maledetto del 1963.

Il preludio al finale stravolge ulteriormente i ruoli, rimischiando totalmente le carte in tavola e lasciando gli spettatori (come direbbe Renè Ferretti) totalmente basiti.

Il risultato è un’opera tragicomica che mette in scena, sullo stesso palco, antiche glorie del passato, con neofiti attori semisconosciuti che non reggono il confronto. Gli stili di recitazione vanno a cozzare, quasi come fosse una lotta generazionale o tra due sottogeneri in conflitto: tra chi vuol mantenere la corona e chi vuol far abdicare la vecchia guardia. La presenza della sacra trinità hammeriana (Peter Cushing, Vincent Price, Christopher Lee), utilizzata come cornice, anche se lascia ammutoliti gli spettatori per il registro aulico che utilizza, non basta: le nuove leve, che qui ricoprono ruoli principali, non raccoglieranno il testimone ed abbandoneranno il cinema, di lì a poco.

Così, come accadde per il ciclo Universal, in cui le vecchie glorie di Karloff, Lugosi e Lon Chaney Jr. venivano ripescate come parodie di loro stessi a reinterpretare quei vecchi ruoli prima autorevoli, ormai privati di qualsiasi forma orrorifica nelle commedie di Abbott e Costello (da noi Gianni e Pinotto); anche qui, lo zoccolo duro della Hammer, si presenta come siparietto aulico che si accosterebbe perfettamente con una puntata di Scooby-Doo, ambientata in un’anonima casa stregata.
E’ un film che, come fu per Il cervello di Frankenstein, disgrega tutti i canoni che avevano guidato l’orrore su celluloide fino a quel momento per poi rimodellarli in chiave satirico-grottesca.

Questa operazione non può che far da spartiacque tra due ere: rappresenta le Colonne d’Ercole per artisti dal calibro di Vincent Price, che da film come La tomba di Ligeia, si ritroverà in pellicole dal calibro di Il Club dei mostri. Senza nulla togliere a quest’ultimo, ma giusto per far riflettere su come il modo di intendere l’orrore fosse cambiato nel tempo: ormai la casa stregata e il nobile che la ospitano non spaventano più. Non dopo aver assistito alle immagini di guerriglia provenienti dal 38° parallelo o dopo aver contemplato gli effetti del napalm sulle persone durante la guerra in Vietnam.

E mentre la società e il cinema horror cambiano influenzandosi reciprocamente, allo stesso tempo, rimodellano i gusti oggettivi degli spettatori: il New Horror (nato ormai da circa 15 anni prima dell’uscita de La casa dalle ombre lunghe) detta nuove leggi su ciò che deve spaventarci, e le immagini proiettate tramite tubo catodico direttamente all’interno delle sicure dimore, ci mostrano come la realtà spaventi molto di più che una sceneggiatura fittizia, seppur realistica.

Luca Caponi

La casa delle ombre lunghe

Titolo originale: House of the long shadows

Anno: 1983

Regia: Pete Walker

Interpreti: Vincent Price, Christopher Lee, Peter Cushing, Desi Arnaz Jr., John Carradine, Sheila Keith, Richard Todd,Julie Peasgood, Louise English, Richard Hunter, Norman Rossington

Durata: 102 min.

Dolemite is my name

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Essendo italiano non posso che esser cresciuto con la cultura americana. Ascoltare la loro musica, veder i loro film,  lodare senza motivo un Kennedy a caso. Noi italiani siamo una garanzia nell’immedesimarci nello stile di vita delle popolazioni che ci occupano o ci vengono a salvare.  Crescendo mi son fatto delle idee molto chiare sull’America e su quale parte della loro storia mi interessi.

Sicuramente non la leggenda costruita da costoro per vender meglio all’estero il prodotto U.S.A., voglio dire: il sogno americano, la terra delle possibilità,  delle libertà. Che se proprio vogliamo parlare di “freedom”, niente era meglio della Casa delle Libertà, dove ognuno faceva un po’ quel cazzo che ci pare.

Tuttavia la storia degli afro-americani è diventata per me una vera e propria passione, da quando a dodici anni ho letto Ragazzo Negro di Richard Wright.  Nella mia libreria e tra i miei film preferiti non mancano opere che parlano di segregazione, razzismo, repressione contro una fetta importante di cittadini americani. Non è bastato nemmeno l’elezione di un presidente afro-americano per porre fine a certe questioni, basterebbe vedere come il sistema giudiziario colpisca duramente neri e poveri.

Tuttavia la storia delle persone di colore non è legata solo al loro dolore, sofferenze e lotte importantissime per i diritti civili.  Costoro sono fondamentali per la miglior macchina di propaganda americana, mi riferisco a Hollywood.

Certo hanno faticato tantissimo per aver ruoli di rilievo, per recitare personaggi complessi, uscire dai luoghi comuni ed evitare di entrare in altri dove l’imborghesiscono peggio della famiglia Bradford. Tuttavia cosa sarebbe la musica americana e mondiale senza il blues e il jazz? Cosa sarebbe il cinema senza le opere meravigliose di Spike Lee o attori come Sidney Poitier? Tanto per far alcuni nomi.

Per motivi di età il mio primo impatto con una star del cinema afro americana avviene nei primi anni 80. In quel momento la celebrità più famosa era sicuramente Eddie Murphy ( o Eddi Murr per mio padre).

Tutti ricordiamo la sua risata cristallina e scanzonata, ad esempio.  Murphy ha fatto la leggenda del cinema comico ( e non solo basta vedere 48 ore) americano. Ogni amante del cinema rammenta film come Una poltrona per due, Il Principe cerca moglieUn piedipiatti a Beverly Hills. Peraltro il secondo capitolo è stato il primo film che vidi al cinema con i miei amichetti, invece che con i genitori.

Come avviene per quasi tutte le star, a un certo punto, arriva anche il declino.  Film sbagliati, brutti, o poco pubblicizzati.  Questo è successo anche a Eddie Murphy, tanto che l’avevo perso di vista e dato per scomparso chissà dove.

Fino a quando Scott Alexander e Larry Karaszevesky ( consonante più o consonante meno) scrivono questo ottimo film biografico che par fatto proprio per un ritorno in grande stile del noto comico americano.

Proprio leggendo i nomi dei due sceneggiatori siamo sicuri che questa volta assisteremo a un film davvero notevole, ben fatto, capace di creare non solo un’epoca ma il senso di appartenenza, amicizia, fiducia e passione che unisce un gruppo di afro americani di talento ma anche molto fuori di testa.

Infatti il film è scritto dalla coppia responsabile di opere bellissime come Ed Wood, Man on the moon e Larry Flint.

Ed è proprio la storia ad avvincere, conquistare e in alcuni punti anche commuovere. Segno che nel cinema la sceneggiatura è importante, anche se in questi anni par sia un optional, che tanto basta tener la mdp ferma per un’ora o muoverla come se fossimo sul Titanic che sta affondando per esser giudicati geni ( per esser giudicato genio della Madonna è fondamentale l’uso del fish eye, mi raccomando).

Il film narra la storia vera di Rudy Ray Mooore, un ex uomo di spettacolo che deve affrontare il fatto di non aver mai ottenuto il successo tanto desiderato. Lavora in un negozio di dischi e si lamenta della sua condizione. Un giorno dopo aver sentito per l’ennesima volta una serie di storie sconce narrate da un senza tetto, spesso ospite nel suo negozio, l’uomo ha la brillante idea di portare quei racconti sul palcoscenico di un locale dove lavora come presentatore.  In particolare ripesca la figura di Dolemite, una sorta di irriverente e scanzonato uomo di colore a metà tra l’intrattenitore e il criminale. Il successo è immediato.  Le persone dei ghetti in cui vengono confinati gli afro americani lo adorano. Tutto par andar benissimo, ma l’uomo si rende conto che non è abbastanza, nossignore! Moore vuole che tutti lo conoscano e lo amino. Per questo dopo una visione sofferta di Prima Pagina, (non fidatevi dei commenti dei fratelli, il film di Wilder è un capolavoro) decide che vuol fare un film. Un’opera comica, piena di violenza, sesso, azione, perché gli afro americani vogliono quelle cose. D’altronde è il momento di massima esplosione della blaxploitation. L’uomo investe tutto quello che possiede per far questo film, ingaggia i suoi film e un attore piuttosto noto a cui affida la regia.

Da questo momento un ottimo film biografico sul tema del comico che si esibisce con successo nei locali, diviene un atto d’amore non  tanto per il cinema, ma per “fare cinema”.  Elemento in comune con l’altra pellicola di Alexander e socio, cioè quel piccolo classico che è Ed Wood.

Certo Moore è un cantante, ballerino, comico, ha un minimo di talento in qualcosa, ma l’approccio al cinema è lo stesso.  Qualcuno potrà vederci la storia di un megalomane, uno che fa cose di cui non sa nulla, molti in piena sindrome Bucchioni si incazzeranno dicendo : “Ma come uno non laureato alla scuola del cinema che si inventa produttore, attore, e altro? ”  Può darsi che questa sia la verità, ma io ci ho visto altro. Un uomo con una terribile infanzia, che non si è piegato al dolore o allo sconforto, uno che sperava di ottenere successo e non ce l’ha fatta, che rubando il materiale a un homeless, diventa famoso e poi tenta l’azzardo, fa un passo più lungo della gamba, e inaspettatamente qualcosa succede.

Ci commuoviamo nel veder la costanza, la passione di questo uomo. Peraltro una persona sempre gentile, generosa, attaccata ai suoi amici che protegge e sostiene. Un film meraviglioso sulla vita in un set cinematografico, ma non quello perfetto e professionale della vecchia e cara Hollywood, ma quello bislacco, dilettantesco, tremendo eppure vivo, forte, vigoroso, quasi geniale.

Sono anche sicuro che gli sceneggiatori e il regista abbiano volutamente enfatizzar le doti di Moore e il giudizio sulla sua opera di debutto nel cinema, molto probabilmente  Dolemite sarà davvero quel film bruttissimo condannato dalla critica, ma amato tantissimo dal pubblico afro-americano. Tuttavia chi siamo noi per pretendere di fermare la leggenda e annoiarci con la verità?

Soprattutto quando Eddie Murphy torna a livelli di eccellenza come non succedeva da molto tempo.

Davide Viganò

Dolemite Is My Name

Anno: 2019

Regia: Craig Brewer

Interpreti: Eddie Murphy, Keegan-Michael Key, Wesley Snipes, Craig Robinson, Mike Epps, Da’Vine Joy Randolph, Chris Rock, Snoop Dogg, Tituss Burgess, T.I., Kodi Smit-McPhee

Durata: 118 min.

Robot holocaust ( I robot conquistano il mondo)

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In questi ultimi anni siamo stati testimoni dell’ascesa incontrollabile di una pletora di giovani opinionisti cinematografici. Grazie a YouTube, infatti, chiunque può dire la sua, creando video ad hoc dove esprimere giudizi su film vecchi e nuovi oppure stilare classifiche di saghe. Ovviamente è una questione di quantità più che di qualità, soprattutto per il fatto che quasi nessuno di questi creator si definisce mai “critico”, nonostante sia esattamente quello che fanno. Ma si sa, da grandi poteri derivano grandi responsabilità e quindi definirsi tali significherebbe non avere più il culo parato quando si sparano sciocchezze. Naturalmente, per la legge dei grandi numeri, qualche mosca bianca c’è e ben venga guardare i suoi video, tuttavia per la maggior parte delle volta ci tocca sentire le solite trite, ritrite, stancanti e ridicole tiritere: dall’amatissima parola “trash” ai più mainstream “americanata” o “sfottò vari a Michael Bay”, da insindacabili gusti personali che diventano verità assolute a paraculaggini varie per assicurarsi più iscritti. In fondo non c’è nulla di male, ognuno cerca di portare a casa la pagnotta come può, non fosse che la baldanzosità dello sfottò a ogni costo è tanto facile quanto, ormai, imbarazzante.

Intendiamoci, quando un film è pessimo, pessimo resta, sia che venga riscoperto come cult, sia che a interpretarlo ci sia la versione “sbarbatello” di un attore o attrice poi divenuti famosi. Tuttavia scansare la faciloneria di certi giudizi è un atto d’amore verso il Cinema, anche quando i suddetti giudizi ti dicono che Robot Holocaust è un brutto film. Insomma, lo sappiamo tutti, non è un mistero e soprattutto è come sparare sulla croce rossa. Ma il punto è un altro: è semplicissimo dire che il film è terribile, farsi due risate dando dell’idiota al regista e riempirsi la bocca di “trash”, più difficile è articolare con cognizione di causa il perché è così e rendersi conto che, nonostante tutto, Robot Holocaust è lo sciagurato figlio legittimo di un’epoca dorata. Uscito nel 1987, scritto e diretto dal super prolifico Tim Kincaid, I robot conquistano il mondo, titolo nostrano, rappresenta il rovescio della medaglia di opere come Terminator. Il film di James Cameron, 1984, dà uno scossone alla fantascienza e da quel momento in avanti se ne vedranno delle belle, o meglio delle brutte, a tema cyborg e apocalisse robot. Ecco, Kincaid si inserisce in questo filone e costruisce un poverissimo esempio di come l’artigianalità fai-da-te possa porsi al servizio delle idee. E lo possa fare nel modo più assurdo e divertente possibile.

Robot Holocaust in fondo è tutto qui, in quello che nei dolceamari anni ’80 si poteva fare con un budget da disoccupato e strumenti trovati nei sacchetti di patatine. Ma ecco cosa il film di Kincaid ha in più di tante altre produzioni milionarie attuali: becera e sciagurata fantasia. Questo lo rende un bel film? Assolutamente no. Ma volete sapere perché Robot Holocaust è considerato involontariamente comico e uno dei peggiori post-atomici? Kincaid scrisse una sceneggiatura raffazzonata e adatta a un budget nettamente superiore a quello che possedeva. Le scene appaiono spesso sconclusionate, tra personaggi che si limitano a essere macchiette stereotipate e un’inesperienza artigianale che sfocia in mani guantate da calzini che si fingono vermi mangia uomini. Sospensione dell’incredulità, prendi questa! Ogni cosa è posticcia: i costumi da villain dei Power Rangers, le pochissime e misere location che dovrebbero dare l’idea del post apocalittico, la risibile messa in scena di combattimenti o semplici dialoghi, data la nulla capacità recitativa di ogni interprete. Probabilmente si farebbe un favore alla decenza buttando tutto nel cassone dell’umido e salutando il netturbino con un fazzoletto bianco. Ma si farebbe un piccolo torto a un divertissement da pizza e birra con gli amici. Robot Holocaust è orrendo, sì, ma come tanti prodotti di quella decade croce e delizia dei cinefili è anche un divertimento puro e semplice, tanto per palati avvezzi al miserabile cinematografico quanto per quelli che vogliono solo passare una serata in allegria. Le scene assurde, i costumi da sagra della salsiccia, gli effetti speciali quanto il Gesù immortalato dai Griffin, prendete tutto questo per il verso giusto e non avrete più solo giudizi banali così ovvi da far sbadigliare, ma anche un pezzetto di eighties purissimo. C’è un tempo per la raffinatezza e uno per la goliardia, l’uno non esclude l’altro. Basta solo spogliarsi dal costume di Capitan Ovvio, evitare il semplicismo e accettare che, a volte, il Brutto è un formidabile antidoto allo stress dell’esistenza.

Manuel “Ash” Leale

Robot holocaust (I robot conquistano il mondo)

Anno: 1986

Regia: Tim Kincaid

Interpreti: Norris Culf, Nadine Hart (Nadine Hartstein), Joel Von Ornsteiner (J. Buzz Von Ornsteiner), Jennifer Delora, Andrew Howarth, Angelika Jager, Michael Downend, Rick Gianasi, George Gray (George Grey), Nicholas Reiner, Michael Azzolina, John Blaylock, Michael Zezima, Edward Mallia (Edward R. Mallia), Amy Brentano, Dave Martin, Keith Schwabinger

Durata: 79 min.

I grandi saggi di Malastrana: Rabid (remake)

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Nel remake di Rabid, il dispotico e umorale stilista tedesco Gunter, interpretato da Mackenzie Gray, pone un quesito su cui ogni artista dovrebbe soffermarsi prima di iniziare qualsiasi cosa: “Perché continuiamo a ripetere i vecchi trend? Perché diamo ancora vita al vecchio? Stiamo aggiungendo qualcosa di nuovo? Se non c’è anima, non può esserci vita. Quindi, soddisfiamo le masse o creiamo arte solo per quei pochi che osano sperimentarla?”

Le sorelle Soska dopo American Mary, film originale e personalissimo trasformatosi in una peste nociva per il loro curriculum, sono state costrette a mollare ogni ambizione autoriale e accettare un paio di lavori alimentari.

Poi, insperabilmente un giorno si sono trovate a mettere tutte se stesse in quello che è il classico remake commissionatogli da alcuni giovani produttori che a malapena sanno chi sia David Cronenberg.

Il film che loro amano di più del vecchio maestro canadese è La Mosca. E La Mosca è un remake ma allo stesso tempo uno dei film più personali e sentiti di Cronenberg. Quindi il loro Rabid è diventato, almeno nelle intenzioni delle Sorelline, un tentativo di riallacciare il filo con se stesse e la propria poetica.

Il personaggio di Gunter secondo me è un po’ David Cronenberg. Le Soska invece si esprimono attraverso la protagonista, la timida Rose Miller (Laura Vandervoort).

Non fatevi confondere dal loro cameo delle due perfide “malabimbe”: tutta la frustrazione e l’insicurezza delle registe è in Rose; e l’ambiente della moda è il grand guignol di questa autobiografica lotta per sopravvivenza alimentare e soprattutto creativa.

Una sfilata in rosso

Anche dove la femminilità dovrebbe regnare incontrastata, secondo lo stereotipo sessista dei vestiti e della bellezza, le donne si vedono detronizzate da questi esseri ambigui, gli stilisti, che sovente si sentono donne ma hanno pur sempre un pene da farsi invidiare.

David Cronenberg del resto è anche lui un maschio e, certe sue scelte di regia ce lo mostrano chiaramente se lo guardiamo con gli occhi attenti delle due sorelle. In un’intervista, non ricordo quale delle due gemelle lo citi, ci parlano di un momento emblematico nel Rabid originale: “La scena in cui Marilyn Chambers si alza dal letto e va all’armadio. Lei ha solo le mutandine e vuole uscire in caccia, quindi cerca qualcosa da mettere addosso. Ed ecco che vediamo i suoi seni scoperti. David poteva indugiare sulla schiena e non farceli vedere. Un regista donna probabilmente avrebbe evitato di mostrarli perché non c’era ragione. Lui no, in fondo ha ritenuto giusto non risparmiarli perché è pur sempre uomo e un uomo trova in linea di massima valido far vedere un seno, anche quando non ha nessuno peso nella narrazione”.

Le pepate sorelline non vogliono certo confliggere con il loro maestro, ma capiscono che il rifacimento, che è essenzialmente un atto d’amore verso il cinema di Cronenberg, può anche e soprattutto essere l’occasione per dare al pubblico un punto di vista di altro “gender” sulla medesima storia.

E guarda caso è proprio dove la trama aderisce di più all’originale che avviene questa traduzione femminile dei fatti. Mi riferisco alla scena della piscina, per dire. Nel Rabid originale c’è un siparietto un po’ lesbico in stile lotta di donne nella piscina, tra la Chambers e Terry Schonblum. Nel remake le Soska preferiscono mettere nell’acqua un bel “sirenetto” (Stephen Huszar) convertendo il prototipo di “carne da macello” della classica ragazza prosperosa al muscoloso e botulinico attore da fiction pomeridiana.

Siamo ciò che mangiamo

Rose è vegetariana e non mangerebbe mai qualcosa di morto o da uccidere per il proprio sostentamento. Lei soffre nella lotta per sopravvivere in un mondo di grande competizione, la giungla della moda. La sua scelta di cibarsi di cose “organiche” pur di non infliggere dolore al prossimo è coerente ma se non mangi vieni mangiato e la ragazza il più delle volte si lascia mordere e succhiare da colleghe arriviste e un superiore che si diverte a umiliarla quando non la ignora completamente. Sarà la sua trasformazione da brutto anatroccolo a tigre, che porterà Rose, non solo a conquistare terreno negli ingranaggi sociali dominati dalla mascolinità, ma anche a esprimere in pieno se stessa come designer.

Un passeggero oscuro che vuol sopravvivere…

La carne e il sangue aiuteranno Rose a mettere a fuoco l’essenza del tema della collezione di Gunter, lo Schadenfreude, parola tedesca che non ha equivalente da noi, e che significa “godere delle sventure degli altri”.

Da principio Rose è vittima del suo stesso, terribile passato. I genitori sono morti in un incidente d’auto quando lei era piccola. Già all’inizio del film vediamo che nemmeno lei è granché alla guida del suo motorino. Distratta, isolata nel proprio mondo, avanza in mezzo al traffico rispettando il luogo comune della “donna al volante”.

Fuggendo dalla festa dopo essersi resa conto che l’appuntamento con l’avvenente Brad (Benjamin Hollingsworth) è stato combinato per pietà dall’amica Chels (Hanneke Talbot) la povera Cenerentola scappa sul suo motorino e si sfracella addosso a un furgone.

La costante degli incidenti nel film delle Soska è per fare l’occhiolino a Crash, l’abbiamo capito, ma è anche funzionale alla storia.

Badate: potete divertirvi a cogliere nel remake di Rabid gli ester-eggs e gli ammicchi, ma vi assicuro che ogni riferimento sta lì per arricchire la vicenda, è ben integrato alla storia e non si tratta mai di un corollario di strizzatine ruffiane e sterili al fandom del regista.

E riguardo le collisioni tra Rose e le macchine, gli incidenti sono le tappe fondamentali che la porteranno da vittima designata, in uno sposalizio tra carne e tecnologia, a diventare l’iniziatrice di una nuova specie superiore dall’irrefrenabile rapacità parassitica.

Umano per nulla umano

Il luminare dottor Burroughs, interpretato da Ted Atherton, dice che “l’umano” è un concetto di cui bisogna liberarsi se si vuole esprimere il vero potenziale della specie. Non è un caso, però: a mano a mano che Rose passa dalla nuova carne (ormai un po’ frollata come i vecchi articoli di Canova degli anni 90) alla super-carne, ecco che la nostra “umana comprensione” verso di lei viene meno.

Proviamo pietà per Rose prima e dopo l’incidente. Disgrazie, umiliazioni, perdite, malattia e sfregio non possono che sollecitare la nostra pietà verso di lei. L’occhio lacrimevole dell’amica Chelsea è il nostro. Ma non c’è niente come quello sguardo per farla sentire davvero uno schifo.

Poi Rose diventa un essere pericoloso e infettivo, vomita sangue e mastica le chiappe agli estranei; e la nostra empatia nei suoi confronti cala e finiamo per prenderne le distanze. Capiamo che lei non ci riguarda più. È oltre l’umanità. Oltre noi. E di conseguenza ci minaccia.

Il Transumanesimo e la super-carne

La metamorfosi avviene non grazie alle insufficienti tecniche chirurgiche rappresentate dall’ordinario dottor Keloid (Stephen McHattie) ma per merito del Transumanesimo “andante” del brillante e raffinato dottor Burroughs.

Ironica la scelta dei nomi di questi due esemplari “moleriani” all’opposto nella missione chirurgica: Keloid, come il cheloide, ovvero l’ostacolo insuperabile di un intervento plastico, e Burroughs che invece richiama un certo Pasto Nudo e una letteratura che va oltre le allucinazioni con cui convenzionalmente minimizziamo gli scorci oltre le fessure della nostra misera realtà.

Ma è proprio Keloid a contattare Burroughs e comunicargli il caso di Rose; così dice il secondo, ammesso che sia vero. Perché è chiaro che il luminare racconta un sacco di balle, e affianca subito lo spettatore dietro lo specchio/schermo.

Sui miracoli che promette a Rose però non mente. Basta una pastella di cellule staminali avanzate et voilà, la ragazza ha un nuovo volto e un futuro in cui non solo riguadagna la sua integrità facciale ma non ha più nemmeno bisogno dei suoi occhiali da vista. “Ok, spider man!” le dice Chels sgomenta, quando passa a prenderla alla clinica.

La morte di dio e l’eternità staminale

Vi pongo un quesito. Se qualcuno scoprisse il segreto dell’immortalità, credete davvero che i potenti della terra gli lascerebbero diffondere questo elisir a tutti? Certo che no. Il mercato si regge interamente sulla morte; eliminandola ci sarebbe un totale capovolgimento.

Per questo motivo e molti altri che non ci spiega nel dettaglio, il dottor Burroughs è costretto a mettere in scacco il mondo, salvando prima l’aspetto di Rose ma inculcandole il male che lei diffonderà. Non è il miracolo delle cellule staminali avanzate a farlo gioire quando la congeda dalla sala operatoria, ma la consapevolezza che il suo messaggero di morte è pronto; il vampirismo e la pandemia non sono effetti collaterali volti a punire la boria deistica dello scienziato pazzo. È tutto parte di un piano.

Nel film di Cronenberg il Transumanesimo è sotteso, mai citato.

In quello delle Soska è sbandierato alla grande e alla fine trionfa pure. È la magia vera che trasforma una Cenerentola sfigurata come Rose in una dea dei Carpazi.

Secondo Burroughs e i veri transumanisti, la scienza e alla tecnologia sono i soli mezzi che possano rendere l’uomo evoluto oltre i limiti carnali e sapienziali che anche ora, in una società cinica e decadente, continuano a essere mantenuti al loro posto da una putrida morale, un fastidioso idealismo naturalistico e da una dilagante ignoranza.

Per il folle dottore è ora di smetterla di pensare al volere di un Dio superiore che non esiste ma accettare che noi uomini siamo il solo dio e che autorizzando noi stessi, nel profondo e una volta per tutte a sondare l’abisso, potremo sconfiggere la morte e diventare noi i figli dell’eterna notte che future specie caduche e inferiori adoreranno.
E Rose Miller, speculare a una certa Carrie White per troppe questioni che non posso analizzare in questa sede, è la nuova Eva della distruzione e della rigenerazione eterna. Bum!

Francesco Ceccamea

Rabid

Anno: 2019

Genere: horror Regia: Jen Soska, Sylvia Soska

Interpreti: Laura Vandervoort, Stephen Huszar, Greg Bryk, Stephen McHattie, C.M. Punk, Hanneke Talbot, Jen Soska, Benjamin Hollingsworth, Mackenzie Gray, Avaah Blackwell, Lynn Lowry, Sylvia Soska, Lily Gao, Tristan Risk, Ted Atherton

Durata: 107 min.