La saga de Il ragazzo dal Kimono d’oro

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La fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 sono stati probabilmente il periodo meno fortunato del nostro cinema di genere, un morto vivente inconsapevole di esserlo. Se, come scritto in altre recensioni, Dellamorte Dellamore sancisce il punto di non ritorno dei generi popolari, prima di esso, a ridosso di quel 1994 da Armageddon, molti registi del passato hanno tentato l’ultimo disperato canto del cigno con prodotti suicidi e imbarazzanti, imparagonabili ai fasti gloriosi dei primi anni 80.

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Fabrizio De Angelis/Larry Ludman

Certo ci sono state pellicole anche interessanti come nel caso di Maya e Last cut di Marcello Avallone, di Off Balance – Un delitto poco comune e Camping di terrore di Ruggero Deodato o i Fulci più inventivi (e miserabili) tipo Quando Alice ruppe lo specchio e Voci dal profondo, ma si trattava per lo più di perle rare in un cinema votato sempre più alla tv, una cosa che Lamberto Bava l’aveva capita prima di tutti, a cominciare dalle sue serie horror, Brivido giallo e Alta tensione, poi con Fantaghirò e i suoi fratelli.

Anche questi ultimi vagiti buoni di cinema di massa vivevano comunque una confezione diversa dal passato, nel caso di Avallone, patinata e con un occhio alle reti Finivest non ancora Mediaset, per Deodato una certa depersonalizzazione a favore di un prodotto puro imitativo, e per Fulci, beh per lui c’erano le briciole con le quali riuscire a portare a termine un’impresa folle, un film decente, e malgrado tutto ci riusciva.

Oltre a loro e ad altre buone cose però c’erano i Giannetto De Rossi che si mettevano dietro alla macchina da presa per girare un terribile sotto Terminator, Cyborg il guerriero d’acciaio, Sergio Martino che provava (male) a rifare Rocky con Qualcuno pagherà, e ovviamente Fabrizio De Angelis che non aveva mai smesso, dai tempi di Thunder, di voler fare l’americano sotto lo pseudonimo di Larry Ludman.

Se però il suo Rambo dei poveri, almeno nei primi due capitoli, era un buon prodotto d’imitazione con riprese spettacolari, paesaggi mozzafiato e slow motions selvaggio, quasi tutto il resto della sua filmografia registica, dalla prima metà degli anni 80, è francamente solo spazzatura. Con questo non voglio dire che il De Angelis regista non sia mai stato un buon regista, ci mancherebbe, e sia Cobra Mission che Colpo di stato, coraggiosi nelle storie e abili nella messa in scena, sono sempre lì a dimostrarlo, ma sicuramente il De Angelis d’inizio anni 80 con il suo Thunder pronto a spaccare il culo, incoscientemente, a Rambo, non era più lo stesso di quando sciattamente si mise a copiare il Karate kid interpretato dalla coppia Ralph Macchio/Daniel “San” e Pat Morita/Miyagi.

Il ragazzo dal kimono d’oro (1987)

Nel 1987, anno tra l’altro del già citato Colpo di stato, sbarca nei cinema italiani (il 3 Settembre) Il ragazzo dal kimono d’oro, conosciuto a livello internazionale come Karate Warrior. Stranamente non si pensa di copiare il primo Karate Kid di John G. Avildsen, ma il secondo, quella che vede i protagonisti fare una trasferta in Giappone. Risposta italiana a Ralph Macchio è Kim Rossi Stuart al quale i titoli di testa hanno decapitato il Rossi per rendere il prodotto più uaneganassa american style. Ricordo ancora gli spottoni sulle reti Mediaset dove un impacciato Kim (Rossi) Stuart fingeva di essere straniero parlando italiano con accento alla Dan Peterson mentre il maestro Kimura mimava con poca convinzione un allenamento. Il disagio, ragazzi, in pochi minuti di pubblicità che cercava di vendere al pubblico privo di internet un prodotto italiano per un nuovo successo a stelle e strisce. Peccato che bastasse guardare un solo minuto per mettersi le mani tra i capelli: Il ragazzo dal kimono d’oro era un’opera maldestra e sciagurata, aggravata da una regia che sembrava vivere pericolosamente il buona la prima, piena soprattutto di combattimenti sciatti, mal coreografati e senza un’idea di montaggio concitato. Roba che un qualsiasi clone di Van Damme, quelli che infiammavano il Mercoledì di Italia 1, sembravano bellissimi Kickboxer.

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Ad accrescere lo spaesamento poi c’erano attori incapaci di recitare, a partire da Kim Rossi Stuart, buoni solo a fare le facce e strabuzzare gli occhi. L’indecenza degli interpreti viveva una grandiosa decadenza soprattutto grazie a comprimari cagneschi e ai limiti del parodistico, cifra stilistica della serie. Qui, in una Manila conosciuta già dai vietnam movie più disparati, da Coppola a Bruno Mattei, il cattivo, il peggiore del cast, è un certo Quino (Enrico Torralba), un teppistello campione di karate che impone il pizzo ai poveri filippini e li terrorizza bruciando i loro negozi. Inutile dire che la strada del villain si incrocerà con quella di Kim Rossi Stuart, nella finzione Anthony Scott, in vacanza dal padre, un Jared Martin in fase calante dopo gli exploit fulciani. Il futuro ragazzo dal kimono d’oro si invaghisce di una giovane filippina, forse la più cessa tra le filippine del mondo del cinema, una certa Maria interpreta dall’oriunda Jannelle Barretto dalla fronte lombrosiana e i ciglioni giganti, e così facendo offende il rissoso Quino: da qui i suoi guai. Seguono scialbi inseguimenti in bicicletta (altra fissa della serie), uno score indecente di un poco interessato Simon Boswell, pestaggi selvaggi ai danni dell’americano, ma soprattutto dialoghi deliranti come quando il padre spiega il suo passato da giornalista d’inchiesta buttando frasi a caso e non terminando i periodi in pura scuola Joan Lui alla Celentano.

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Come ogni buon karate movie ci insegna però, per vincere i bulli bisogna allenarsi, ma dove trovare un buon maestro? Ovvio, nella foresta più profonda ed è qui che Anthony incontra il maestro Kimura, già leggenda locale e, oibò, ex mentore di Quino.  Ma la domanda che più di ogni altra attraverserà la mente degli spettatori in questa lunga saga, 6 film più 6 tv movie, è: si può imparare la sacra arte millenaria del karate in soli 3 giorni e diventarne maestri? La saggezza direbbe di no ma il maestro Kimura sì e allora, via l’obsoleta “togli la cera metti la cera“, ora è tempo di meditazione. Ebbene, cari lettori, dovete sapere che il nostro sensei delle arti marziali non è che si impegni più di tanto ad allenare un ragazzo che è praticamente carne da macello in un suicida scontro con un bullo campione locale di karate. No, lui, serafico, esclama frasi come “Dormi e trova il tuo equilibrio” e lo ospita ambiguamente senza maglietta nel suo letto. Qui non vorrei trovarci sottotesti omo, ma devo impegnarmi, giuro. Il buon Kimura, eremita nei boschi per motivi sconosciuti (“Grazie a te monderò i miei sbagli“), aveva ragione: una buona dormita, una corsetta con urletti e, uattà, Anthony in 3 giorni sprigiona lampi di luci dalle mani, roba che dovrebbe essere illegale perché spezza in due gli alberi e uccide una mucca (credetemi!). Ora Anthony è pronto e può indossare un pacchianissimo kimono d’oro, cimelio di famiglia del sensei  e regalato a lui, in sostanza un perfetto sconosciuto.

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Quino il gaglioffo

Intanto i genitori del ragazzo, il già conosciuto Jared Martin, giornalista disilluso, e la moglie Janet Agren, uno dei corpi sexy più belli del nostro cinema, sono in pensiero per il figliolo scomparso, ma appena sentono che è da solo con uno sconosciuto maestro giapponese in mezzo alla foresta tirano un sospiro di sollievo, in quel delizioso delirio nonsense narrativo delle produzioni di fine anni 80 del regista.

Il combattimento, diretto distrattamente e male, vedrà trionfare Anthony, sebbene sia diventato temporaneamente cieco perché preso a colpi di alluce negli occhi dal cattivone. Mossa del drago, lampo di luce e giù Quino mentre Kimura sorride beota.

Da notare la scritta, in perfetto inglese, alle spalle dei contendenti: In honor of Maestro Kimura. Maestro? De Angelis però almeno due frasi in inglese!

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E la mucca fa mu

Non c’è spazio neanche per la storia d’amore tra il protagonista e la filippina bruttina perché la famiglia riunita, con mamma e papà rinnamorati, ci rimanda al capitolo 2, negli States. Quindi Arrivederci amore ciao anche se Jared Martin regala alla ragazza, un po’ a cazzo di cane, senza motivo, come d’altronde lo è il film, le chiavi del suo vecchio appartamento a Manila. Ma Quino? Le sue angherie sono finite? Di lui non sentiremo più parlare in nessun Ragazzo dal kimono d’oro, mai più, nevermore. Quello che succede nelle Filippine resta nelle Filippine, un po’ come Las Vegas.

Ad interpretare il maestro Kimura è Ken Watanabe, omonimo del famoso attore giapponese, un caratterista presente in un pugnetto di titoli marziali e di guerra nell’arco degli anni 80, un prezzemolino qui all’apice della sua carriera di piccole parti.

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Karate Warrior ebbe fortuna soprattutto in Germania, almeno a leggere le recensioni degli utenti di imdb. In Italia spopolava soprattutto in tv, tra i ragazzini, in quell’epoca dove tutto sembrava meraviglioso, anche la merda. Sembra che in alcuni Paesi sia conosciuto come Karate Kimura, un casino quando a partire dal numero 3 subentrerà il nuovo allenatore Akai Masura, ma in quel caso salteranno la saga ufficiale per importare, come terzo capitolo, lo spin off Karate rock, sempre di Ludman con Antonio Sabato jr.

Il ragazzo dal kimono d’oro 2 (1989)

Col numero 2 si fa anche peggio: se pensavate che Il ragazzo dal kimono d’oro fosse male interpretato, girato distrattamente e poco avvincente, col seguito si toccano punte di indecenza cinematografica. Lo stesso Kim Rossi Stuart dichiarerà al sito Dagospia: “Che grande avventura. Avevo già viaggiato da solo. Ero stato sei mesi in Jugoslavia per Il generale, poi negli Stati Uniti, ma le Filippine erano esotismo e palme. Il primo episodio era carino, il secondo osceno”. Nei vari racconti di Facebook, un utente racconta poi che un giorno incontrò l’attore al Dams di Bologna, durante una presentazione del film Cuore cattivo, lo chiamò col nome di Anthony Scott e quello, un po’ indispettito, commentò “Sono errori di gioventù“.

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Via stavolta le costose Filippine, si gira a Miami, in Florida, in un’estate torrida che sembra, ad occhio, autunno. Il cast è composto da perfetti sconosciuti, la maggior parte attori soltanto per De Angelis in questo, nei seguiti e in altre larryludmanate sparse negli anni.

Stavolta a far breccia nel cuore del giovane Kim Rossi Stuart, che vive in una barca pur avendo degli zii miliardari, è la bella Amy Lynn Baxter che, nel Giugno 1990, sarà la ragazza del paginone centrale di Penthouse, mostrando doti da stragnocca imperiale che ovviamente il regista lascia inespresse.

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Via dal cast anche Jared Martin e Janet Agren, liquidati con frasi di circostanza borbottanti, e una strana svolta nel carattere di Anthony Scott che lo vuole stavolta, fin dalle prime scene, un perfetto idiota in sella alla sua bicicletta, che si diverte a provocare i bulli e a prenderle poi di santa ragione. Naturalmente, se ve lo siete chiesti, il karate l’ha dimenticato, un po’ come quelle lezioni che credevi di imparare col metodo “Ascolto mentre dormo“, mangianastri sotto il cuscino e via di ronfata, e poi ti accorgevi che ne sapevi quanto la sera prima. Mai creduto nell’ipnopedia.

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A fare la parte del leone, nel lato oscuro della serie, l’attore Christopher Alan, qui nei panni del cattivissimo Dick Anderson, ruolo che riprenderà uguale uguale ne Il ragazzo dal kimono d’oro 3 (e nei mille seguiti) cambiando però personaggio, l’altrettanto mitico Joe Carson, villain indistinguibile, stesso doppiatore al seguito, da quello presente qui. Sono le folle ludmaniane!

A questo giro Anthony sfoggia una macchina sportiva, regalatagli dai nonni ricchissimi durante una mesta festa di compleanno a base di torte tenute in mano, con le candeline accese (e mai spente), da una sorridente bambina con una paralisi facciale. Il nostro ragazzo dal kimono d’oro se ne frega dei parenti, salta sul bolide e via a fare il pirla sull’autostrada: i primi che incontra sono il gruppo di Dick Anderson che lo faranno finire fuori strada in un laghetto.

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Forte di una sceneggiatura scritta da Dardano Sacchetti non molto interessato all’insieme, Kim Stuart decide che, piuttosto che chiedere i soldi per tirare fuori l’auto ai nonni (che non vedremo mai più), è meglio tornare ad andare in bicicletta. L’auto, se vi interessa, credo che sia ancora lì.

Seguono incontri con personaggi strambi tra i quali un poveretto (Winston Haynes), anche lui miliardario, che non ha amici e invita Anthony a casa sua in una incredibile cena a base di caviale e champagne (“L’unica cosa che ho in casa“). Solo che, ad un certo punto, il nostro eroe non ci sta a farsi prendere dal culo da Dick Anderson e dai suoi sgherri, irrompe nella paninoteca frequentata dai bulli e chiede i 5000 dollari per i danni all’auto. Naturalmente verrà smutandato e umiliato senza pietà dal cattivone che ha questo vizio di ridere sguagliatamente come Mauro Di Francesco in Attila il flagello di Dio. Impossibile non rimanere travolti, sbigottiti e un po’ confusi da una recitazione in puro overacting indecente, fatta di occhi sbarrati e movenze facciali esagerate, del quale Christopher Alan ne è il più sincero portavoce.

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Cosa può fare quindi il povero Anthony se non chiamare il maestro Kimura che, dalle Filippine, arriva senza ciglio battere?

Stavolta a interpretare il sensei del karate non c’è il finto Ken Watanabe, ma un altro attore, Leon Elalout, neanche molto somigliante al precedente allenatore, ma si sa che, per noi occidentali, un orientale vale un altro, tutti uguali, soprattutto se li fai parlare come cretini, con l al posto della r, e gli appiccichi dei baffi fintissimi da Splinter delle Tartarughe ninja. Per ampliare la chiave omo sottintesa del primo capitolo, questo film si apre sulle parole del saggio Kimura che esclama “Plima di lendelti campione, Anthony, ti ho leso uomo“. Capite? L’ha reso uomo, un vecchio satiro e un ragazzo minorenne, con i loro segreti d’amore, nascosti nei boschi delle Filippine come neanche I segreti di Brokeback Mountain… Poi sono io il maligno…

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Christopher Alan

Comunque Dick Anderson fa il bullo, ma, quando si tratta di combattere, si tira indietro e manda al suo posto il campione Mark Sanders, uno dei fondatori del suo dojo, i Tigers, un atleta, per via delle droghe, caduto in disgrazia. Non sarà l’onore della palestra a muovere questo nuovo cattivo dalla zazzera alla Richard Dean Anderson (il padre di Anthony ha fatto espellere il padre di Dick ai tempi dell’università), ma il vile denaro, 5000 dollari facili facili per massacrare un ragazzino bullizzato. Sarai fiero di te, vero, Mark?

Certo che i Tigers non saranno mai come il Cobra Kai e, dal terzo film, nessuno ne parlerà più in una sorta di reboot/next generation della serie. Da lì in avanti lo schema sarà: sfidante nuovo, tanta sottotrama inutile, allenamento, combattimento, vittoria, e via col prossimo capitolo. Da notare poi l’attenzione maniacale dei dettagli di De Angelis: un karateka indossa un kimono con scritto a caratteri cubitali, Ted Prior, ovvero l’attore che interpreta Mark Sanders. Metacinema?

Gli insegnamenti del maestro Kimura sono speculari al primo capitolo: cazzeggio tanto, sostanza poca e colpo del drago senza stavolta uccidere animali o spezzare alberi. Scopriamo però che il sensei odia dormire nei letti e preferisce un più spartano giardino. Ci domandiamo allora il perché della sua branda nel rifugio nelle Filippine… Maledetto adescatore di minorenni lascivo!

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Bulli

Anche il combattimento finale avviene senza molti sussulti: telecamera quasi fissa quando dovrebbe muoversi e a mano quando dovrebbe essere fissa, un disastro che dimostra ancora una volta la poca dimestichezza di De Angelis nel girare sequenze sportive. Finalmente il colpo del drago viene sferzato e Mark Sanders cade come una pera cotta!

Negli spogliatoi Anthony è pesto e dolorante ed ecco che, come mosche sulla merda, arrivano Dick e il suo amico Billie Boy, due che probabilmente sanno il karate come lo conosco io, pronti a pestare, tipo uomo che caga, il ragazzo dal kimono d’oro. Tempestivo è l’intervento di Kimura, “Voi non picchiale nessuno“, due colpi alla giugulare dei due malfattori che imparano la lezione soffocando tra mille agonie, probabilmente.

Tutto è bene ciò che finisce bene perché anche il maestro si scopre essere ricchissimo tanto da regalare al suo allievo una macchina sportiva nuova di zecca. “Ola tu zitto e muovele le chiappe, io voglio andale in gilo in auto in Amelica“. All’improvviso,  coup de théâtre, irrompe Billy Rogan, campione indiscusso di arti marziali in Florida, canottiera tamarrissima e pelo in bella vista, che sfida Anthony, ma questi lo apostrofa con “Devo pensarci“. Ci penserà fin troppo visto che, con questo film, Kim Stuart ritorna ad essere Kim Rossi Stuart e, tra un bacio con Fantaghirò e un Vallanzasca a mano armata, si lascerà alle spalle “questi errori di gioventù”.

In Italia Karate Warrior 2 uscì al cinema 22 Settembre 1988. Imdb segna anche un’uscita in Portogallo il 9 Febbraio 1990, sempre probabilmente in sala, come Golpe do Dragão, Colpo del drago, senza nessun numero 2 davanti, visto che il primo si intitolava O Mestre do Karaté, Il maestro del Karate, e, incredibile dictu, proiettato pure questo su grande schermo il 14 Aprile 1989. La titolazione più gagliarda va comunque alla Germania, grandi fan della saga, che chiamano Il Ragazzo dal Kimono d’oro 2, Karate Warrior 2: Blood Tiger, nell’uscita in dvd. Uà, sangue di tigre, che cazzo!

Il ragazzo dal kimono d’oro 3 (1991)

Scrive un utente, Herrkinski, del prezioso sito Davinotti, riferendosi alla saga del kimono d’oro: “Gli unici usciti al cinema sono i primi 2 film con protagonista Kim Rossi Stuart, gli altri episodi numerati (dal 3 al 6) sono tutti usciti per il mercato home video e tv“. Questo commento è prezioso perché ci toglie dall’empasse generato dal fondamentale, ma il più delle volte lacunoso, imdb che segna un’uscita cinematografica del terzo capitolo il 1 Giugno 1991. Memoria quindi non mi ingannava e possiamo affidarci alla notizia del 1992 di Adkronos che scrive: “Per gli appassionati d’arti marziali, Italia 1, domenica 19 gennaio, alle 20.30, presenta ”Il ragazzo dal kimono d’oro 3”, in prima tv. Protagonista dei primi due film della serie, era Kim Stuart, mentre nel terzo, il personaggio principale è interpretato dal giovane Ron Williams per la regia di Larry Ludman. Larry Jones è un ragazzo tranquillo che ama trascorrere il tempo libero pedalando sulla sua mountain bike, nella nuova scuola in cui si e’ trasferito, fa amicizia con Gregg, che viene ripetutamente preso in giro e subisce le angherie di un gruppo di teppisti cui fa capo un ragazzone esperto nel karate. Ma Larry nasconde un segreto che non intende rivelare nè all’amico ne’ a Betty (Dorian D. Field), una ragazza che prova simpatia per lui...”. Quindi in tv la prima fu il 19 Gennaio 1992, ma forse Imdb si riferiva come data 1 Giugno 1991 all’uscita in vhs, cosa probabilissima essendo il nuovo Karate Warrior un prodotto più a suo agio col linguaggio seriale della tv.

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La nostra vhs, edita dalla Ricordi, ha poi una copertina stranissima: a vestire i panni del ragazzo dal kimono d’oro sembra essere un orientale, forse idea originale scartata dal regista e rimasta solo nella locandina. Sullo sfondo è presente il maestro allenatore ma non la bionda coprotagonista, in questa versione una ragazza orientale, elemento che rafforza la nostra tesi.

Non è chiaro comunque se questo film e i suoi seguiti sbarcarono negli States, magari arrivarono solo in tv, anche se l’interessante sito MonsterHunter riporta: “Karate Warrior 3 , Karate Warrior 4 e Karate Warrior 5 non sono disponibili in inglese“e aggiunge recensendo il quarto capitolo: “Senza una versione inglese di questo quarto Karate Kid italiano, una serie di sei fregature , ho visionato un DVD in lingua italiana (con sottotitoli in greco!) per potervi raccontare finalmente la più speciale avventura della saga dei Karate Warrior ! Ma senza conoscere l’italiano o il greco, ci capirò qualcosa? Domanda a trabocchetto! Anche in inglese, non capisco la metà di quello che sta succedendo!”. Il nonsense visivo di De Angelis, quello narrativo di Dardano Sacchetti e di Olga Pehar, moglie del regista Umberto Lenzi, in questo nuovo ciclo de Il ragazzo dal kimono d’oro raggiunge punte di delirio e demenza incredibili.

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Stavolta, come già accennato, si tratta di una sorta di reboot: via Anthony/Kim Stuart e cast completamente rinnovato, a parte il miticissimo Christopher Alan nei nuovi panni di Joe Carson, ruolo che rivestirà ben altre 9 volte!

La pellicola inizia con le riprese del combattimento finale della precedente pellicola, poi stacca su un gruppo di ragazze che chiede ad un certo Greg dove sia finito il suo inseparabile amico, il ragazzo dal kimono d’oro. “Non è che si è montato la testa? Se ne sta sulle sue e non si fa vedere?” ipotizzano le giovani ma il riccioluto sconosciuto è pronto a rispondere “No, si è trasferito coi genitori in Sud Dakota, a Rapid city” mentre altri curiosi commentano “Così lontano? Tra i fantasmi di Toro seduto e del Generale Custer? Sarà difficile vederlo ancora“. Però le preoccupazioni della combriccola vertono su un unico problema, il bullo Joe Carson. “Ora che Anthony non c’è più chi lo fermerà?“.

Qui iniziano i primi dubbi: perché Anthony ha dovuto trasferirsi coi genitori quando frequentava l’università e viveva a Miami da solo, probabilmente nel campus? Non ha molto senso. Poi, quesito non da poco, chi è Greg? Cioè noi sappiamo che il suo amico si chiamava Luke, ma Greg chi diavolo è? E Luke che fine ha fatto? E’ morto di cirrosi epatica per i il suo vizietto di bere champagne come acqua? Quello che è certo è che Greg ha avuto in dono il kimono d’oro di Anthony e lo tiene conservato in una teca con  tanto di foto dell’amico e premi conseguiti. Ecco l’immancabile sottotesto omo con il riccioluto nuovo personaggio che sembra una ragazza mollata sull’altare mentre disperato singhiozza davanti al mausoleo in onore del bel Kim Stuart. Poi, se il nemico del ragazzo dal kimono d’oro ora è questo Joe Carson, che fine ha fatto Dick Anderson? Si sono mai incontrati i due cattivoni? Hanno capito di avere la stessa faccia? Si sono stretti la mano? E, se l’hanno fatto, l’antimateria li ha annullati come in Timecop con Van Damme? Oh mio Dio! Questo è peggio di Inception! Grande Giove!

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Comunque la nuova combriccola del ragazzo dal kimono d’oro si compone di personaggi quasi fissi come la spalla comica interpretata da Scotty Daffron, nei panni del combinaguai Leo, una sorta di sfigatissimo comprimario, avido e in sovrappeso, vittima di bullismo da parte di tutti, buoni o cattivi perché una delle lezioni di De Angelis è che, se sei ciccione, non meriti rispetto ma solo calci e risate. E’ la vita, dura, spietata ma sempre vita.

Scotty Daffron, oltre alla serie de Il ragazzo dal kimono d’oro, non fece nulla, a parte ripetere lo stesso ruolo di grassone molesto nell’orribile Breakfast with Dracula – Vampiro a Miami, commedia horror che non faceva ridere, diretta sempre dal nostro Fabrizio De Angelis stavolta sotto un nuovo pseudonimo, Ted Russel. Da quel 1993, anno di quest’ultima pellicola e di Karate Warrior 6, si sono perse le sue tracce, ma Facebook ce lo fa ritrovare, in uno scatto del 2013, abbracciato ad una donna, invecchiato ma dimagrito. Sappiamo che non fa più l’attore, ora riveste un ruolo manageriale nella ditta  Barton G. Event Design & Production, e sulla sua scheda, nel sito dell’azienda, si legge:

Entrato vent’anni nel nostro team, Scott Daffron è stato il motore della divisione Barton G. Event Design & Production. Il suo coinvolgimento inizia nel primo punto di interazione e gestisce l’intero processo dalle operazioni e vendite, dalla realizzazione alla realizzazione di un evento. Prima di entrare a far parte di Barton G., Scott ha ricoperto il ruolo di Director of Operations presso Restaurant Associates, dove è stato responsabile di tutti i sistemi operativi in ​​prestigiosi eventi sportivi come US Open Tennis Championship, US Open Golf Championship, PGA Championship e Ryder Cup Matches. Oltre ad eventi sportivi di grande interesse, Daffron ha diretto con successo operazioni per importanti luoghi culturali tra cui il Metropolitan Opera House, il National History Museum e la Carnegie Hall. Daffron è riconosciuto nel settore per la sua stretta aderenza ai parametri di bilancio, pur mantenendo un livello superiore di servizio e qualità attraverso le sue comprovate capacità di gestione e relazioni con i dipendenti. I suoi manuali di addestramento e operazioni hanno portato alla manutenzione continua di oltre 5.000 ospiti ogni giorno, generando nel contempo un aumento delle vendite per le strutture sportive ospitanti. Daffron è una risorsa senza precedenti su progetti ad alto volume negli Stati Uniti e all’estero e offre diversi anni di esperienza e conoscenza approfondita al team Barton G“.

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Scotty Daffron ora

Sicuramente fare l’attore non faceva per lui, ma è comunque bello vederlo in perfetta forma fisica, sorridente, con lo spettro del bullismo cinematografico alle spalle come dire “Chi è tra noi, Joe Carson, che alla fine è diventato un vincente?“.

Scompare purtroppo anche la popputa Amy Lynn Baxter,  impegnata quell’anno a girare Penthouse Pet of the Year Play-Off 1991 del maestro della pornografia glamour Andrew Blake. Viene rimpiazzata dalla sosia americana di Sharon Zampetti de I ragazzi della terza C, Dorian D. Field, biondina graziosa ma anonima che, gossip, abbiamo trovato su Facebook come Dorian Field Alan, e, così a naso, credo che, negli anni, sia convolata a nozze, col cattivissimo Joe Carson/Christopher Alan. Sono illazioni è vero ma è bello credere come da un film così brutto sia potuto nascere l’amore, un po’ come i diamanti di De Andrè e dal letame che fa nascere i fiori. C’è un po’ di Dio in questo.

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Dorian D. Field nel 2108

Per colmare il vuoto lasciato da Kim Stuart viene assunto Ron Williams, attore che lavorò dal 1989 al 1999 per lo più in produzioni italiane come La maschera del demonio di Lamberto Bava, e che vide il suo apice attoriale come comparsa nel disastroso L’anno del terrore di John Frankenheimer con Andrew McCarthy, Sharon Stone e Valeria Golino. Ron Williams ha meno physique du rôle dell’efebico predecessore: mingherlino, faccia da comparsa più che da protagonista, non è di certo uno di quei volti che spaccano lo schermo. In più il suo Larry Jones è assolutamente a digiuno di karate, lui ama solo la bicletta, eppure decide di sfidare Joe Carson e la sua banda di bulli ad un torneo di arti marziali nella solita follia suicida degli eroi ludmaniani.

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Dorian D. Field negli anni 90

Stavolta il  motivo della bagarre è il furto da parte del gruppo di cattivoni del famoso kimono d’oro: “E’ mio e se qualcuno lo vuole deve battermi a duello!” afferma Christopher Alan strabuzzando come suo solito gli occhi, ridendo come un pazzo e frantumando l’altarino in onore di Anthony. Frase che ripete in una discoteca, vestito con la tunica aurea, ma stavolta a rispondergli per le rime c’è Larry Jones, vestito malamente da Indiana Jones, “Io ti sfido”, così inizia la guerra tra i due. Capiamo che dev’essere carnevale o Halloween ma la scelta dei due costumi è abbastanza miserabile per entrambi con l’aggravante che Joe Carson sembra indossare un pigiama. Roba che, se non fosse lui il teppista, lo bullizzerebbero seduta stante, smutandata compresa.

In più in discoteca gli danno tutti del ladro, ma lui sembra fare orecchie da mercante con la sua solita mimica facciale che unisce The mask al Robert De Niro di Taxi Driver. “Chi? Chi? Ce l’hai con me?“, non fa paura, fa solo ridere.

A dire il vero Larry Jones un po’ se l’è cercata. Senza conoscere nessuno, mosso dal fuoco sacro dell’eroe, qualche scena prima, in una spiaggia, ha deciso di spaccare la radio di Joe Carson, reo di avere buttato in mare Greg per scherzo. “Adesso ci penserai due volte“. Cioè mi sembra un atteggiamento da psicolabile, da uomo morto che cammina. Fatto sta che Larry diventa l’amico della combriccola di Greg che lo incita “Bravo! Hai fatto bene“, mentre una biondina carinissima, dal corpo statuario, esclama rivolta al cattivo “Spaccagli la faccia a questo cretino“, ma, senza motivo, il nostro Joe Carson grazia il pazzo suicida. “Per oggi ti è andata bene, ma non illuderti, ti posso rendere la vita molto difficile“. Cristo, Joe, ti ha rotto la radio! Spaccagli la faccia! Che delusione questi antieroi!

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Larry bullizza i bulli

Non sia però che il nostro villain non mantenga la sua promessa e lo vediamo, cattivissimo e machiavellico, gareggiare in una gara di biciclette con il protagonista, perdendo miseramente come un povero tapino. In palio ci sono 2500 dollari, necessari per fermare lo sfratto della casa di Larry, una vera manna dal cielo. Colpo di scena però: Joe Carson, il gaglioffo, ha pagato l’arbitro che dichiara “Alla luce dei fatti, il vincitore è stato squalificato“. Ma quale luce dei fatti? Però intanto Christopher Alan strabuzza gli occhi e si lancia in esagerate esplosioni di felicità. Sappiamo però che la Miami di Il ragazzo dal kimono d’oro 3 (e dei suoi seguiti) è grande come un paesino: tutti incrociano tutti e soprattutto tutti sanno i cazzi degli altri. Capita sovente che i personaggi siano al ristorante e ricevano chiamate minacciose dei cattivi di turno. Ma come diavolo facevano a saperlo?

Larry Jones tra l’altro non è stato tra l’altro molto sincero con i suoi nuovi amici: dice di vivere in un villone, di essere ricco, mentre in realtà abita con la mamma alcolizzata e la sorella più piccola, Julie. Proprio contro la ragazzina e Greg, la banda di Joe Carson attuerà la seconda parte della vendetta, in un piano talmente arzigogolato da essere surreale: spargeranno del sangue artificiale sul terreno per poi chiamare la polizia e denunciare un tentato stupro. “E’ un pazzo” chiosa Joe CarsonAgenti, ha picchiato quella ragazzina e ora la sta violentando. Vedete il sangue!” e gli agenti, senza fare domande, pestano Greg, lo caricano in macchina chiamandolo “Sporco maniaco!” e sfrecciano via verso la stazione di polizia senza neanche caricare su Julie o raccogliere le dichiarazioni di rito. Ovviamente il malfattore ride barbino in queste strane derive, un po’ alla commedia goliardica, stile Porky’s, che il film ogni tanto sembra accarezzare.

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è finita la meditazione

Se Julie e Greg iniziano una storia d’amore, anche Larry si infatua della bella Betty, una delle giovani più facoltose della città, non sapendo, come in una telenovelas brasiliana, che è proprio il ricco nonno della ragazza che vuole sfrattarlo per costruire un complesso commerciale. “Ti  do’ 2500 dollari così puoi sistemarti in una delle case popolari” gli dice il miliardario Nolan “A patto che lasci stare mia nipote“, ma il ragazzo ha il cuore puro, stanno per buttarlo in mezzo ad una strada con mamma e sorella, ma, piuttosto che piegarsi, manda a quel paese il vecchio. A questo punto il genio si unisce alla disperazione, Larry, nello sfidare Joe Carson, chiede un premio in denaro di 2500 dollari. Il buon cattivone potrebbe obiettare “Ma cazzo dici?” ma stavolta invece è d’accordo “Mi sembra giusto“, ma chi diavolo li mette i soldi????

Solo, non dimentichiamolo, che Larry Jones non sa combattere e quindi la sua sentenza di morte, annunciata dallo stesso Joe Carson che compra una sedia a rotelle e gli urla testosteronico “Presto ti spezzerò la schiena e ti servirà“, è quasi certa. Si sa però che, nel mondo de Il ragazzo dal kimono d’oro, i deus ex machina piovono dal cielo e quindi ecco che facciamo la conoscenza di Akai Masura, pacifico ristoratore giapponese ma in realtà 4 volte campione mondiale di karate, roba che Kimura è un dilettante piagnucoloso.

Quando la banda di Carson irrompe nel locale del vecchio e cominciano a fare casino, con tanto di gente che si alza spaventata, il nuovo maestro li mette al tappeto in un terribile effetto rallentatore, usato pure per i combattimenti di Larry, segno che l’attore non ne sapesse molto di arti marziali. Casualmente, per la regola che Miami è come Caronno Pertusella, al ristorante ci sono anche Larry e i suoi amici. Da lì il passo è breve per la richiesta legittima “Mi allenerebbe, maestro Akai Masura?“. Manca poco all’incontro, ma si sa che, in questo strano universo, il karate lo si impara in tre giorni. “Celto onolevole Lally” e parte l’allenamento.

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Richard Goon è l’interprete del nuovo sensei. Come molti attori del cast è stato soprattutto legato al periodo De Angelis interpretando pure un ruolo speculare, ma senza barba e baffi, nella versione femminile di Karate Warrior, Iron girl – la ragazza d’acciaio. La sua ultima interpretazione è nel delirante Il burattinaio di Ninì Grassia con Fabio Testi. E’ il 1994 e nell’arco di 5 anni, prima di sparire nel buco nero d’informazioni dal quale è venuto, ha interpretato ben 12 film e 11 sono stati opera di Larry Ludman, un curriculum artistico di tutto rispetto… per Satana!

Stavolta l’allenamento è leggermente più articolato: se Kimura era il vento, la concentrazione, Akai Masura è il fuoco, lo sforzo fisico che porta alla nascita del perfetto guerriero. Vediamo Larry in piedi, nella cucina del ristorante del maestro, palmi verso l’alto, mentre cerca di stare di sorreggere una serie di piatti appoggiati sulle sue mani. Non ne conosciamo l’effettiva utilità ma non siamo neanche campioni di karate. La cosa evidente è che il povero Larry, dai muscoli atrofizzati, fa cadere ogni volta le stoviglie, crash, e via di scene dove lo vediamo correre in spiaggia, dare colpi al vento e poi di ritorno in cucina a far danni. Ovviamente, dopo un po’ di brutto montaggio sulle terribili musiche di Francesco Capogrossi e Stefano Macrino, il futuro ragazzo dal kimono d’oro sorride con tutto il servizio buono di piatti di porcellana in perfetto equilibrio. Ora è pronto a fare il culo a Joe Carson e a riprendere il kimono d’oro di Anthony Scott.

C’è una regola tacita nella serie dei Karate Warrior: il colpo del drago, nella variante anche del doppio colpo del drago nel numero 5, è sempre diverso e pericolosamente simile, capitolo dopo capitolo, alla mossa della gru di Daniel San. Questa legge, scritta su un bambù nella foresta dove vive ancora Kimura, richiede anche che l’allievo sia scoordinato nei movimenti e, soprattutto, non sappia mai stare in equilibrio su una gamba, come abbiamo visto nel capitolo 2, nel quale un goffo Kim Stuart rischiava di venire pappato da un alligatore mentre imitava il più celebre Karate Kid.

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strana copertina

Comunque arriviamo al momento clou: la lotta tra Larry e Joe. E’ incredibile come, dopo 2 film, De Angelis sia ancora assolutamente incapace di rendere emozionante  un combattimento di arti marziali con una regia sciatta, poco ritmata e dai pachidermici movimenti di macchina. Comunque in neanche 10 noiosissimi minuti di competizione Larry le prende come un pungiball, ma, quando cade a terra morente, ecco che arriva il maestro Akai Masura, un massaggio al cuoio capelluto, qualche ricordo di rito, e via con la mossa segreta del drago, al rallentatore, come prassi.

Questo strano massaggio tornerà in quasi tutti i capitoli che, da questo momento, riproporranno la formula del 3 in tanti remake uguali ma dai cattivi differenti, diversificati solo dalle sottotrame deliranti che, alcune volte, ruberanno più minuti della parte sportiva, quella che dovrebbe essere il piatto forte ma che abbiamo capito essere un’insipida minestra riscaldata all’inverosimile.

La farsa Karate Warrior 3 si chiude con il vecchio nonno di Betty che si redime, regala una casa a Larry e famiglia, e invita tutti sul suo yacht dove può fare lo spantegone con la mamma del protagonista raccontando dei tempi dove aiutò Rita Hayworth a diventare una diva. “Ma niente è come il suo fascino, signora Jones” aggiunge il marpione.

Il ragazzo dal kimono d’oro 4 (1992)

In Brasile ci hanno sperato e perciò Il ragazzo dal kimono d’oro 4 esce come Karatê Warrior IV: O Confronto Derradeiro ovvero l’ultima sfida (che poi sarà anche il titolo dell’ultimo episodio della serie tv), ma Fabrizio De Angelis non ha intenzione di mollare il suo Karate Kid per poveracci. Da noi esce direttamente in vhs, sempre per Ricordi, il 6 Febbraio 1992, credendo ad imdb che non distingue, in questo caso, il cinema dall’home video. In Spagna è conosciuto con il titolo curioso di Karate Kimura: Una trampa para Larry, anche se Kimura non è più dei nostri dal numero 2.

Solita storia, stavolta come per il prossimo, della sola Olga Pehar, orfana di Dardano Sacchetti, senza che il pubblico si accorga di nulla.

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Ad infastire Larry è il campione sudcoreano Bruce Wang, interpretato nel suo solo momento di gloria cinematografica, o quasi, dal massiccio e sconosciuto Edward Wan, scagnozzo alle dipendenze del solito Joe Carson. De Angelis ce lo presenta al ristorante di Akai Masura mentre, senza nessun motivo, spacca una pila di piatti con un solo colpo. Le ragazze sono affascinate, “Sembra l’attore che faceva L’ultimo imperatore!” afferma Julie, mentre Leo esagerato dichiara “E’ un misto tra Marvin Hagler, Mike Tyson e Batman!“. Sarà ma me sembrava solo un pirla.

Leo intanto è passato dal vendere pollo fritto a smerciare pillole dimagranti, il prodotto del domani dice, ma nessuno lo ascolta, viene bullizzato dai suoi amici peggio di come fa Joe Carson, in scene fastidiose che non fanno mai ridere e ricordano i drammi di Ozpetek.

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A movimentare la storia è un colpo di scena che ci mostra un Bruce Wang forse non così cattivo come sembrava: fa gli occhi dolci alla sorella del protagonista, la pomicia romanticamente sulla spiaggia (anche se fotografato dai nostri bulli in odore di voyeur) e le giura, con gli occhi a cuore, amore eterno. In più ha una storia triste che ha segnato di lacrime il suo passato “A Seul mio amico fu espulso da scuola perché dicevano che aveva picchiato poliziotto, ma non era vero. Lui si diede fuoco in piazza e per vendicarlo misi su una banda, I draghi neri, ma polizia mi cercava e decisi di venire in America“. Non è tutto chiaro ma tanto basta per far cedere la giovane con un probabile istinto da infermierina. Dal cast è scomparso Timothy Smith ovvero il buon Greg, ma la sua ex ragazza, Julie, oltre a farsi smandrucciare da Bruce Wang, ha un nuovo fidanzato, tale Bobby, che però, poverino, è a casa con gli orecchioni, inconsapevole di avere due corna grandi come stambecchi in  amore.

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Però, so che non ci eravate arrivati, il cinese rubacuori è malvagio: porta la ragazza in un parcheggio e, tatà, spunta Joe Carson gaudente con gli occhi da matto. Diamine, Bruce Wang era in combutta con lui! “Tu cretina, io preso in giro, anche storia di amico bruciato inventata solo per farti innamorare” e giù risate della banda mentre Julie piange. Però irrompe Larry che, tutto incazzato, vuole vendicare l’onore della sorella: due sberle, quattro calci in pancia e il ragazzo dal kimono d’oro è a terra. Cazzo, si è ancora dimenticato il karate! I suoi amici sono preoccupati, “Stai bene?“, ma pesto e sanguinante il campione di Miami li rassicura “E’ solo il primo round“. Ah beh, chissà gli altri.

Non che il maestro Akai Masura sia molto più in forma però: Wang, Carson e la sua banda gli svaligiano il ristorante e lo legnano pure peggio di Larry! Cioè ma con questi presupposti come potrà trionfare il ragazzo dal kimono d’oro?

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In più, per riempire il minutaggio, facciamo la conoscenza del padre del protagonista, un ex militare, interpretato svogliatamente dal mitico David Warbeck, uno dei nostri migliori attori di genere, protagonista di capolavori come L’aldilà di Lucio Fulci, L’ultimo cacciatore di Antonio Margheriti più una serie di finti Indiana Jones poveri ma gagliardissimi tipo I sopravvissuti della città morta. Qui fa il minimo sindacale da Jack Nicholson della serie B con una recitazione sottotono e con lo sguardo perennemente perso nei suoi dieci minuti di comparsa inutile.

Regista e sceneggiatrice infilano pure dentro pure un pateticissimo rally in quella che sembra essere una discarica dismessa, reso soltanto memorabile dalla presenza come arbitro del grande Ron Jeremy, leggenda porno passato chissà perché sul set del film. Pochi secondi di comparsata però non giustificano lo squallore generale!

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Non è un porno, Ron

Come sempre Larry si allena col maestro Akai Masura nel solito modo: corsa sulla spiaggia, pugni al vento e così via, stavolta nessun piatto da rompere. Però il sensei lo avverte “Quel ragazzo conoscere colpo del serpente, tu devi imparare la contromossa, ma difficile, solo grandi campioni la sanno fare, se la usi sbagliato puoi romperti la spina dorsale“. Uaaaaa, ma che diavolo è questa mossa potentissima del serpente? Purtroppo scopriremo che non è dissimile dal colpo del drago. Che delusione.

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Intanto Larry Carson, uno che non ha mai capito cos’è l’onore, picchia nei bagni il grasso Leo e gli ruba le sue scatole dimagranti. Con quelle drogherà il cocktail di Larry che avrà così dei forti dolori di pancia, degli attacchi di diarrea talmente feroci da non poter  gareggiare con Bruce Wang!

Solo che, se la medicina fallisce, Akai Masura trionfa con la sacra arte delle tisane giapponesi: due erbe, un goccio d’acqua e il nostro eroe ha vinto la sciolta e indossa il suo kimono d’oro.

Il combattimento avviene nel solito modo nello scenario di una palestra da scuola media con stavolta anche i due genitori di Larry a fare il tifo, occasione che li riconcilierà, con tanti saluti al povero nonno di Betty che ci aveva fatto più di un pensiero sulla signora Jones.

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Nei soliti dieci minuti scarsi di competizione, stavolta musicati anonimamente dallo sconosciuto Bigchild che si occuperà anche del prossimo capitolo, avvengono le stesse cose risapute: Larry viene pestato, poi all’improvviso, stavolta senza massaggio al cuoio cappelluto, si rialza, diventa un leone sotto LSD, rallentatore, contromossa del serpente, calcio, doppio calcio, pugno, atterramento, calcioni in faccia e… vittoria!

Nel mondo di Karate Warrior, crudele, plumbeo, disilluso come in un Batman di Frank Miller, vigono regole ferree soprattutto nelle strutture ospedaliere, veri carceri nei quali la dimissione senza parere medico è al pari di un’evasione, punibile con pene durissime in veri blocchi d’isolamento. Perciò quando Larry, di sua spontanea volontà, decide di non affidarsi alle cure mediche per far scemare la terribile cacarella, scatta, in questo universo orwelliano, una vera caccia all’uomo tipo Prison break. A fine partita irromperanno i medici e gli infermieri a recuperare l’evaso, ma, come per la Morte in Dylan Dog, una vita vale un’altra e perciò se ne andranno col tramortito Bruce Wang, reinserito a forza nel sistema come in Arancia Meccanica, quello che è certo è che nessuno lo vedrà mai più. Almeno nella serie cinematografica.

A stemperare questa grande critica sociale, studiata in alcune scuole di cinema del Burkina Faso, ci pensa la regia alla Billy Wilder di Fabrizio De Angelis: solito giro finale sullo yacht e, mentre David Warbeck e moglie pomiciano, da dietro un numero di Duck Tales spunta il testone del Paperon De’ Paperoni di Miami, il nonno di Betty, il signor Nolan. Hitchcock che incontra Kubrick?

Il ragazzo dal kimono d’oro 5 (1992)

La saga  comincia a farsi sempre più uguale e ripetitiva, senza mai guizzi né da parte del regista né della sceneggiatrice. Con Karate Warrior 5 abbiamo stavolta, per differenziare un film che prosegue sostanzialmente per inerzia e invenzioni cretine, un altro cattivo, l’ennesimo, il gigante d’ebano Alabama Bull.

Non serve capire il perché si arrivi allo scontro tra Larry e questo energumeno, tanto è certo che avverrà, può essere come qui il rapimento di Betty come una cosa scelta a caso nell’infinita ruota delle probabilità della vita, la voce grossa al supermercato, il cazzo piccolo nelle docce e voilà “Ti sfido Larry Jones“.

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Ritroviamo, nella prima scena, un disilluso Joe Carson seduto, con i suoi unici due amici rimasti, sul ciglio di un marciapiede, mentre sbotta “Ho capito! Il Drago di Seul poteva vincere ma non l’ha fatto!“. Il nostro villain preferito è in miseria e si lamenta perché deve pagare le ultime rate della moto e non ci riesce. Eppure nel terzo capitolo lo ricordavamo ricco e capace di corrompere un giudice per umiliare Larry, ma, si sa, il mondo è una ruota, una volta sei sulla cresta, la volta dopo conosci la miseria. Comunque il trio assiste ad un furto d’auto nel parcheggio di un supermercato, inseguono il ladro fino ad uno sfasciacarrozze e lì fanno una proposta a lui e alla sua banda di tagliagole, tre loschi figuri, un obeso che mangia un panino, un rachitico occhialuto e un ricciolone fuori forma che maneggia minaccioso un crick. Oltre ovviamente al culturista nero che diventerà il nuovo grattacapo per il ragazzo dal kimono d’oro.

  • Come si chiama il negro?
  • Ned
  • Da dove vieni, Ned?”
  • Askalusa, Alabama
  • Ah sì? Da ora in poi sarai il toro dell’Alabama. Io non vi denuncerò ma ad una condizione: Ned deve allenarsi e sfidare un mio compagno di classe, Larry Jones, spezzargli l’osso del collo. Io non posso farlo perché sono in libertà vigilata“.

Probabilmente Joe Carson, dopo aver rubato da Akai Masura con Bruce Wang, è stato arrestato, ma di questo ne sappiamo poco e nulla, come non sappiamo alla fine che ci guadagnerà a rompere le palle per la quarta volta al nostro Karate Warrior. Di certo non i soldi perché afferma “Se vince l’incontro, Alabama può tenersi i 1000 dollari di vincita“. E le rate della moto? Quello che abbiamo capito, film dopo film, però è che, per far muovere il culo a Larry Jones, più che l’onore ci dev’essere un montepremi che lo salvi da una situazione difficile, inventata lì lì sul momento dagli sceneggiatori. In questo lui e Joe Carson sono uguali.

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A far accettare però la proposta, e non far legnare di botte il trio di scemotti dalla banda di tagliagole obesi, è la frase “Larry Jones è un pallone gonfiato, se la tira perché sta con Betty Nolan“. Allora il panzone che mangia avidamente un panino strabuzza gli occhi in pura scuola Christopher Alan “Nolan? Come il miliardario? Paperon De’ Paperoni?“. Joe Carson risponde lesto “Si lui. Betty è l’adorata nipote“. Affare fatto anche perché la nuova Banda Bassotti dello smercio delle auto ha un piano e che piano!

Ad interpretare Alabama Bull è Marty Wright, meglio conosciuto con il ring-name di The Boogeyman, futuro wrestler statunitense, noto per i suoi trascorsi nella World Wrestling Entertainment (WWE) tra il 2005 e il 2009. La colonna sonora che accompagnava il suo ingresso era la suggestiva The Horror di Jim Johnston, un tema dai toni afro che i fan ricordano ancora con nostalgia. La sua carriera di attore conta, oltre ai film di De Angelis, le comparse in Ogni maledetta domenica di Oliver Stone, ne Le riserve di Howard Deutch e in Transporter Extreme di Louis Leterrier. Sicuramente più bravo come wrestler che come attore, Marty Wright risulta goffo e impacciato come atleta marziale in una fisicità da culturista troppo trasbordante per essere credibile.

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In questo quinto capitolo, più che negli altri, si percepisce che a Fabrizio De Angelis gli importa ben poco della parte sportiva, lasciata in un angolo e recuperata solo perché il film si chiama Il ragazzo dal kimono d’oro. Questo elemento emergerà prepotentemente nella serie tv spin off su Karate Warrior che da lì a poco zio Silvio Berlusconi produrrà per le sue reti. Probabilmente i film della serie erano stati un buon successo di vendite e noleggio in home video e allora si pensò, forte magari anche dei buoni ascolti in televisione, di regalare a Larry Jones altri sei film tv completamente indistinguibili per fattura e durata da quelli per il cinema. Fu un disastro ovviamente, ma su questo ci torneremo.

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Il ragazzo dal Kimono d’oro 5 dedicherà alla parte agonistica si e no mezz’ora e tutto in maniera molto sbrigativa, non aiutato ovviamente dalla regia sciatta e disinteressata del regista. Ad emergere  prepotente è una sottotrama che vuole come protagonista il goffo Leo interpretato da Scotty Daffron, intento, come una sorta di Cico zagoriano, a cacciarsi nell’ennesimo guaio, questa volta la gara dell’ambito premio del re dei ciccioni. Mentre beve frullati di grasso di foca accompagnato da una insopportabile fidanzata, grassa anche lei ma con vestiti larghi posticci per far percepire la sciattezza dell’insieme, i tre della Banda Bassotti, senza ovviamente Alabama Bull che si sta allenando, lo coinvolgeranno in un sequestro di persona. Ad essere rapita ovviamente è Betty, rinchiusa in un camper abbandonato nella discarica del trio di malfattori, e totalmente scema, tanto da cadere nella trappola cretina dei criminali: il più grasso, coperto da un passamontagna, grugnendo e vestendosi con i vestiti da re dei ciccioni, sarà scambiato appunto per il povero Scotty Daffron che invece si ingozza in qualche bar attentando al suo colesterolo. Alla faccia dell’amicizia e della fiducia, la ragazza lo apostroferà con “Leo sei tu! Ti ho scoperto! Maledetto, ti arresteranno!“. Tutto ovviamente perché la spalla comica della serie è grasso e De Angelis è un po’ come il Dottor Lemme: lui gli obesi li odia e li tratta male.

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Se pensate però che solo Betty sia impazzita, vi smentirò: tutti quelli che incrociano il finto amico rapitore lo scambiano per Leo con le solite frasi rancorose, un sentimento rabbioso che, probabilmente, covano da anni. Lo dicevo io che qui ci sono i semi delle grandi tavolate di odio del cinema a venire di Ozpetek.

Il piano si incretinisce di più (o infittisce) quando la banda di gaglioffi, a sfregio della logica narrativa, si faranno mettere i soldi del riscatto in un cartone della pizza, consegnato all’ignaro Leo e sostituito senza che il ragazzone se ne accorga, in una sequenza di rara coglioneria concettuale, con un cartone di pizza vero. A nulla servono le domande, le miriadi di incognite che la sceneggiatrice Olga Pehar sorvola (e se quella sera al nostro amico non gli fosse andata la pizza? E se un altro ragazzo sovrappeso l’avesse presa? E se… E se… E se…), tutto è semplice come un numero di Tiramolla mese e come tale anche abbastanza scemo. Tant’è però che la polizia ci crede e arresterà sia Leo che la sua fidanzata torchiandoli, lampadina in faccia, come nei migliori polizieschi al La Pallottola spuntata. Ovviamente nessuno ha contato che, in tutto questo lasso di tempo, il buon Scotty Daffron ha mille alibi essendo stato sempre o al bar a mangiare o alle riunioni del club dei ciccioni.

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Zio Paperone

Naturalmente questo sottoplot si risolverà grazie a Larry che, calci in faccia, uatà, manderà a tappeto il trio di deficenti, non prima però di aver subito la visione di un cane che fa le feste doppiato come se ringhiasse.

Intanto Alabama Bull si allena con Joe Carson in allucinanti sequenze sulla spiaggia: sembrano tutto forchè atleti, vicini al concetto di amici gay che cercano il contatto fisico spruzzandosi addosso acqua e gettandosi festosi nel mare. Sicuramente è un limite nostro perché il maestro Akai Masura commenta la visione omo dei due con “E‘ un buon avversario suo stile rozzo ma efficace“. Solo che Larry è disilluso, fuori forma e preoccupato per Betty, ma il sensei lo rassicura “Prima tu vinci battaglia con mente poi battaglia vera“. Quindi stavolta gli insegna il doppio colpo del drago: su un pungiball è segnato un puntino e lui, con tutta l’energia del corpo, deve colpirlo. Dopo qualche tentativo, lo scoordinato Ron Williams riesce con una mossa uguale alle altre sbagliate. Ora è pronto.

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Il combattimento finale è uguale ai precedenti, reso un po’ più vivace dal fatto che Alabama Bull continua ad urlare come un forsennato insulti a Larry, messo come sempre al tappeto prima della sua, solita e noiosa, vittoria repentina. Anche il solito slow motions per il doppio colpo del drago fa sbadigliare.

Torna in versione cammeo anche David Warbeck ma la sua presenza, come al solito è inutile. Dispiace vederlo così sprecato ma a De Angelis non sembra importare molto.

Come premio per la vittoria, il nonno di Betty regala un biglietto aereo per tutta la combriccola a Los Angeles, ma anche, e soprattutto, un nuovo kimono d’oro a Larry, uguale all’altro e assolutamente inutile. D’altronde non dimentichiamo che la tunica di combattimento era proprietà del buon Kimura e della sua famiglia da secoli, un simbolo più che un oggetto e che Kim Stuart, da ingrato, ha abbandonato, come uno straccio vecchio, nel terzo film. Comunque di questo secondo kimono d’oro non se ne saprà più nulla.

Il film termina con l’arresto di Joe Carson e dell’amico, coinvolti nel rapimento di Betty, ma soprattutto finalmente, se qualcuno fosse stato curioso, si racconta la genesi del soprannome paperinesco del signor Nolan. La nipote tra le braccia dell’amato Larry tirerà fuori una foto in bianco e nero di Vivien Leigh, la star di Via col vento, datata 1954: “Grazie per quello che hai fatto per me, Paperon De’ Paperoni“. Quel birbante del signor Nolan, prima Gilda e poi Rossella O’ Hara!

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Il ragazzo dal kimono d’oro esce in vhs 23 Marzo 1992 e all’estero ormai sembra si sia abbandonata la dicitura Karate Kimura. Dopo questo capitolo verrà la televisione per fortuna o sfortuna nostra.

Il ragazzo dal kimono d’oro – la serie (1992)

Come già detto, il successo dei primi 5 film genera una serie tv dalla sfortunata esistenza. Venerdì 6 novembre 1992 viene trasmesso il primo episodio, Il texano, e la settimana dopo, Il ritorno di Joe Carson, ma i restanti capitoli restano inediti a causa dello scarso share. Torneranno dall’inferno degli inediti, come il ciclo Alta tensione di Lamberto Bava, a tarda notte, sembra stando a leggere Sorrisi e Canzoni dell’epoca, nel 1998 tra Dicembre e Gennaio.

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Fatto sta che la serie non è molto dissimile dagli episodi cinematografici: inizia, al posto del montaggio del film precedente, con una sigla abbastanza orecchiabile dei Fratelli De Angelis, e continua nel solito schema di sfidante nuovo e confronto finale. Ci sono tutti i personaggi, compreso l’abbandonato Greg, il riccioluto ex fidanzato di Julie, la sorella di Larry, e, nel terzo film, La sfida degli skinhead, abbiamo pure la redenzione di Joe Carson che qui in avanti sarà il personaggio più instabile della serie, una sorta di Dottor Jeckill e Mister Hyde, bullo e molesto nell’anima ma buono per esigenze di copione.

Tornano personaggi conosciuti come Bruce Wang ne Il ritorno di Joe Carson, e Alabama Bull in I gemelli rock, quarto episodio, passando però stavolta da sfidanti ad allenatori dei nuovi contendenti.

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Larry cattivo

La scrittura, ormai opera solo di De Angelis, tocca punte di squallore totale soprattutto nel quinto segmento, Vacanze ai Caraibi, una trama scioccherella che appiccica con lo sputo un cattivo, un tale Mortarito, figura di villain ormai mortificata, ridotta a pura appendice a favore di una sottotrama piratesca inutile e svilente. Larry si scontra con lui e lo batte senza che nulla generi il pathos o l’attenzione dello spettatore. Ormai la serie è allo sbando di idee e il suo autore sembra solo interessato ad toccare i canonici 80 minuti di durata, giustificando lo scarso interesse del pubblico.

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Più sangue

Molti attori poi sono indecifrabili, non presenti nei titoli di testa o di coda, come nel caso del già citato Mortarito o delle due amiche di Joe Carson, Melissa e Maggie, bullette mai davvero rendente e spesso e volentieri presenti in abiti attillati, due ragazze comunque oltre il bello, more, alte, formose. Una di loro sembra oltretutto la bellissima e sconosciuta Sarah Brooks che interpretò lo spin off  – La ragazza d’acciaio al fianco di Richard Goon/Akai Masura, ma non ci sono prove.

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Bellezze sconosciute

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momento lesbo quasi raggiunto

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– Adoro infilarmi nuda sotto le coperte

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– Anche io (ovviamente qui De Angelis stacca)

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Bellezze sconosciute

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Bellezze sconosciute

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Sarah Brooks?

Vengono introdotti nuovi personaggi come alcuni professori del Liceo e una fidanzata, la zia mai sentita di Betty, per Akai Masura. Si affrontano temi più impegnati tipo il bullismo nelle scuole elementari, il razzismo nella figura di un gruppo di skinheads anche senza essere comunque teste rasate o i problemi degli invalidi, in questo caso un comicissimo Joe Carson che si rompe la spina dorsale da solo, ma non temete, come Batman, guarirà. Ovviamente nessuna di queste tematiche è approfondita e serviranno soprattutto per costruire macchiette comiche come il bambino orientale che combatte i teppisti che lo perseguitano a colpi di arti marziali. Probabilmente si sente l’esigenza di dare un messaggio agli spettatori, alla luce anche di una serie di successo come I ragazzi del muretto, che proprio in quegli anni spopolava sulla Rai e che sembra molte volte il riferimento di De Angelis.

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Tette

La sorpresa però avviene nel sesto episodio, L’ultima sfida, probabilmente il miglior Ragazzo dal kimono d’oro dai tempi del primo Kim Stuart. Stavolta i limiti di un prodotto tv vengono aggirati a favore di una pellicola dal respiro finalmente cinematografico con persino dei nudi e un tentativo di trasformare Larry in un antieroe, arrabbiato, cupo e iracondo, non dissimile al Peter Parker di Spiderman 3 sotto l’effetto di Venom, solo che lui rimbambisce solo perché una stangona svedese gliela da’! Ovviamente Betty lo teneva a stecchetto. Anche i combattimenti con il nuovo sfidante straniero ricordano la lezione di Ivan Drago del quarto Rocky: più selvaggi e sanguinosi. Possiamo dire, senza ombra di dubbio, che, sorvolando la regia ancora sbarazzina di De Angelis, siamo davanti ad un prodotto divertente, finalmente, che raggiunge, forse per la prima volta, dopo tanto tempo, la sufficienza piena.

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Lo svedese

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Niels Lundgren

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I gemelli Rock e Alabama Bull

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Un Joe Carson figlio di Gesù

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Uno skinhead del mondo di De Angelis

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Un altro skinhead che odia i messicani ed è messicano

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Mortarito

In questo episodio poi si cerca di superare il cliché del grassone bullizzato e destinato ad una vita di umiliazioni: Leo farà innamorare di sé una svedese carinissima, la sposerà e diventerà un miliardario. Un lieto fine che chiude il ciclo del personaggio più vituperato della storia del cinema e della tv.

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Leo e il suo amore svedese

Il ragazzo dal kimono d’oro la serie è comunque una serie fuori dalla grazia di Dio con nemici grotteschi ed esagerati come i gemelli Rock, due taglialegna legati ad un laccio per “pensare come una sola persona”, o il Niels Lundgren de Il Texano che intende rubare l’ambito kimono d’oro per “far sì che la gente non guardi più la mia cicatrice“. Ah beh.

Tanto spazio poi viene dedicato alle gare di rollerblade con gioia per gli occhi soprattutto quando a gareggiare sono le statuarie amiche di Joe Carson.

Da questo telefilm fu tratto un libro scritto da Paul Kewar, chissà forse De Angelis sotto pseudonimo, che presentava in copertina il Larry cattivo de L’ultima sfida affiancato dalla fidanzata Betty e dalla conturbante svedese tettona.

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A quanto mi risulta questa serie tv non fu distribuita all’estero e tutt’oggi è di difficile recupero anche in Italia, soprattutto i primi due episodi, fornitomi però dall’amico Nicola Barillari, fonte inesauribile di sapere cinematografico.

Il ragazzo dal kimono d’oro 6 (1993)

A sorpresa nel 1993, la data d’uscita è misteriosa, esce in home video per la Avo Film Il Ragazzo dal kimono d’oro 6, girato tra Miami e la Grecia (Atene e l’isola di Hydra) che si dimentica completamente della serie tv precedente, segno di un prodotto concepito prima, congelato e riproposto in seguito.

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I motivi di questa mancata uscita sono imputabili soprattutto ad una pellicola orribile, simile per intreccio all’altrettanto tremendo Vacanze ai Caraibi dell’anno prima.

Come con Mortarito, cattivo incolore in una trama più interessata ad altro, facciamo la conoscenza di un bullo greco dal nome non da greco, Mustafà interpretato dall’italiano Raffaele Exiana che, abbandonata la carriera di attore, questa la sua unica modesta prova, si darà al design con successo in America, a Walla Walla. Come dargli torto?

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Mustafà

Per il resto la parte che interessa al regista è una truffa ai danni di Leo (non sposato con nessuna svedese ovviamente) da parte di un disonesto greco: gli viene fatto credere di poter fotografare una sirena, in realtà un uomo con la parrucca, e quindi viene derubato di tutti i suoi risparmi. Il combattimento con Mustafà è il solito pretesto per racimolare i soldi per permettere agli amici in vacanza in Grecia di potersene tornare negli States. Lasciando stare la cretineria della truffa, il film prosegue con un ritmo lento, più del già lento standard, e mancano all’appello alcuni personaggi chiave come il solito Joe Carson.

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Un uomo che fa la sirena

Il maestro Akai Masura più il resto della combriccola, Paperon De’ Paperoni compreso, arriveranno negli ultimi minuti, in tempo per assistere al noioso duello finale.

Facciamo la conoscenza anche di una ragazza greca, terrorizzata da Mustafà, che sembra avere una simpatia per Larry, un uomo capace, scopriremo, di rimontare una moto senza bisogno di chiavi inglesi o cacciaviti. Come non innamorarsi di lui? Anche lei però è una macchietta abbozzata e abbandonata all’arrivo di Betty che riprende il ruolo assoluto di girlfriend del protagonista.

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Una bella greca

Il ragazzo dal kimono d’oro 6, scritto ancora dal solo De Angelis, è la chiusura peggiore per una serie che ha vissuto di tanti bassi ma che alla fine abbiamo amato come un fratello un po’ ritardato che si metteva i petardi nel culo per fare ridere, generando solo sconforto.

L’ultima scena vede il povero Scotty Daffron pestato a sangue a causa di un tentativo di truffa ai danni di un emiro arabo. I suoi amici ridono spensierati mentre il rumore delle ossa spezzate del povero Leo coprono ogni rumore.

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Montare moto con le mani

La saga de Il ragazzo dal kimono d’oro è il riverbero di un cinema italiano allo sbando, a volte anarchico senza sapere cosa sia l’anarchia, arrivato sgarruppato negli anni 90 nella deriva dei generi verso la morte assoluta del prodotto popolare. Certo che è incredibile pensare come da un film nato ad imitazione di Karate Kid siano stati concepiti, senza mai una trama davvero degna di nota, ben 11 seguiti tra tv e cinema. Anche questa è magia.

Andrea Lanza

Dellamorte Dellamore

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Avevo 17 anni quando uscì Dellamorte Dellamore ed ero eccitatissimo e incazzato. Eccitato perché leggevo Dylan Dog da ormai 8 anni, da quando, per casi strani del destino, mio padre mi regalò, al mio decimo compleanno, il numero 1, L’alba dei morti viventi. Incazzato perché a Varese il film di Soavi non era uscito e io non mi ero mai spinto, un po’ come Francesco Dellamorte, fuori dal mio acquario, dalla mia palla di vetro che comprendeva la mia personale Buffalora, Marchirolo, e appunto Varese dove frequentavo il Liceo Classico. A Milano non ci avevo mai messo piede, ero un provincialotto, ma Dellamorte Dellamore lo proiettavano all’Odeon, vicino vicino a Duomo.

MV5BYTlkMmJmMTktMzNmZC00ZmYzLTliYjktYmJiNjNiY2Y0NGRmXkEyXkFqcGdeQXVyMjUyNDk2ODc@._V1_Avrei potuto, è vero, aspettare l’uscita in vhs, ma no, non ci stavo, io volevo vedere subito il film di Soavi: ero mosso dallo stesso furor di popolo che spingeva gli studenti in piazza Tienanmen… forse. Peccato che in tasca avessi si e no 15 mila lire, e, per treno, metropolitana e biglietto del cinema, me ne servissero altre 5000. Decisi di tentare quindi la strada della pietas dell’accattone e cominciai, nei pressi della stazione di Varese, a chiedere soldi per raggiungere l’agognata cifra. Naturalmente nessuno mi aiutò, non avevo d’altronde al mio fianco scimmiette col piattino, non sapevo cantare e i miei capelli lunghi potevano far credere che avessi bisogno solo di una dose di eroina. Eppure, quando le speranze erano perdute, arrivò lui, il mio mecenate, il mio Silvio Berlusconi come neanche fossi un’olgettina bramosa di successo, il Paperon De Paperoni di Cavaria con Premezzo, Luca, un mio amico che, mosso a pietà, mi prestò i soldi. Ovviamente, a distanza di quasi 25 anni, mi ricorda ancora le 5000 lire che non vide mai più e io, con un sorriso, a metà tra il guascone e la supercazzola, mi fingo morto, lingua fuori e zampe all’aria, perché alla fine non voglio spezzare la magia di un miracolo con la bassezza di un debito saldato.

Comunque arrivai a Milano, cercando di non perdermi, cappotto lungo alla Nathan Never, ed entrai a film iniziato, ma entrai, questo è importante perché per me Dellamorte Dellamore era un evento, una pellicola che aspettavo da anni, anche senza Dylan Dog.

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Avevo comprato anni prima il romanzo di Tiziano Sclavi e l’avevo consumato: letto e riletto, affascinato, innamorato come davanti ad una bella donna. 100 pagine o poco più che avevo finito in un giorno per poi ributtarmici ancora con quella fame compulsiva che hanno gli adolescenti davanti alle cose che amano. Così come l’Evil dead di Sam Raimi era il film perfetto, il libro di Sclavi lo era, per me, nella letteratura con un personaggio frastagliato, ironico, psicolabile e sempre fuori luogo come mi sentivo io, ragazzino balbuziente, in balia del mondo e dei miei amori disperati, bellissimi e mai corrisposti, un po’ come la Lei che fa battere il cuore di Francesco, becchino di un cimitero alle prese con un’invasione di ritornanti/zombi. Ostcia.

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Dellamorte in un fumetto mai uscito disegnato da Claudio Villa

Quindi l’idea di vedere quella storia al cinema, oltretutto diretta da un regista come Michele Soavi, un talento visionario che aveva saputo rendere poesia quello che sulla carta era solo un banale slasher, uno che aveva diretto quel gioiello sottovalutato de La setta, beh era un sogno che diventava realtà.

Cemetery Man

Quello che non sapevo era che tutto il cinema di genere che amavo, quello dei Fulci, dei Lenzi e dei Massaccessi, dei polizieschi alla Peckinpah di Sergio Martino e delle Case 4, degli alien 2 sulla terra e dei ripoff di Bruno Mattei, brutti ma bellissimi, sarebbe finito proprio con Dellamorte Dellamore. Dopo nulla sarebbe stato lo stesso: i film popolari sarebbero spariti su grande schermo per affacciarsi timidamente nella versione for dummies in tv, i grandi autori avrebbero spirato gli ultimi o si sarebbero, come per Dario Argento, depersonalizzati in una orrida versione da ultracorpo, i registi horror erano sempre meno horror, ci sarebbe stata l’ecatombe degli indipendenti/amatoriali, ma anche, nella resurrezione alla Shadow, quel cinema nostalgico era diventato delle amabili spoglie, si poteva solo piangere e rimpiangere mentre i nostri capelli diventavano selvaggi e poi bianchi. Con Dellamorte Dellamore si chiudeva un’epoca.

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Non mi piacque quanto il libro il film di Soavi, era inevitabile, ma lo trovai comunque meraviglioso, soprattutto visto su uno schermo gigante e la pellicola 35 mm. Col tempo l’ho ancora più apprezzato come si fa davanti ad un vinello invecchiato o ad una donna che, con gli anni, trovi affascinante anche con le rughe e la bellezza imperfetta dell’età.

Forse non mi era andata giù, all’epoca, che tutta la seconda parte del romanzo era stata eliminata ma, col senno di poi, era una scelta inevitabile per un film che era chiaro comunque sarebbe stato un kamikaze suicida nel cinema di massa.

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Dellamorte Dellamorte era quello che il pubblico, trascinato dalla scritta imponente sui cartelloni, “dall’autore di Dylan Dog” con i caratteri del fumetto ben riconoscibili, non voleva vedere: troppo grottesco, troppo intellettuale nei rimandi a Magritte e ai suoi amanti, all’isola dei morti di Böcklin, troppo strano, scorretto e disperato, horror ma senza sangue, ironico ad un passo dalla parodia, un alieno che non rispettava i canoni del cinema di paura ma enfatizzava gli elementi sotterranei del personaggio dell’investigatore dell’incubo, non più castrato dal formato Bonelli ma puro Tiziano Sclavi senza censure preventive.

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Per questo Dellamorte Dellamore non fu un successo, forse crebbe come cult movie sotterraneo negli anni, sicuramente si pensò ad un assurdo numero 2 ma finì lì in quell’apparizione unica e irripetibile su grande schermo.

Eppure, a distanza di 25 anni dal 1994, resta un film splendido con i difetti che ora non sembrano più tali e una messa in scena potente e meravigliosa, la cosa più elegante vista in un horror che probabilmente non sapeva di essere d’autore ma lo era, chiaramente lo era, ma senza la spocchia del cinema alto, anzi con i liquami e gli umori delle pellicole basse “degenere” più che di genere.

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Funziona la sceneggiatura di Gianni Romoli con l’intuizione fantastica del finale surreale e della strada che non conduce a nulla, dell’assurdo cambio di ruolo tra il protagonista e il suo assistente mentre la neve che copre la palla di cristallo ti lascia muto, imbecille e incredulo, anche a te, spettatore, che chissà quante Buffalora hai cercato di lasciare alle spalle senza mai riuscirci.

Forse le battute, d’effetto, a volte esageratamente fumettistiche, sono di troppo, ma, che cazzo, 25 anni fa le ripetevi davanti ai tuoi amici che al cinema non c’erano andati (“Ex sindacoBaaaam!) generando invidia e risate, e, nel 2019, restano comunque deliziose, impossibili da togliere senza snaturare il prodotto.

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Sclavi non era stato chiamato per scrivere la sceneggiatura, questo forse il peccato maggiore, ma c’era comunque tanto Sclavi dentro Dellamorte Dellamore, un film nato da un libro che si presentava già perfetto per il cinema con la scrittura vicina alla sceneggiatura, con i suoi movimenti di macchina come se da lì a poco dovesse essere diretto.

Michele Soavi è all’apice della forma e gira sequenze che ricordano meravigliosi quadri, non solo quando, come nel caso del bacio col sudario, cita i maestri pittori. Restano impresse nella memoria i fuochi fatui che spiano gli amanti, gli zombi di putrefazione e mandragola, la luna gigantesca sul corpo nudo della Falchi, la morte stracciona, le puttane che illudono gli innamorati, e la camera spietata che gira intorno a Dellamorte mentre, sorridendo, la donna che ama gli rivela che sposerà un altro.

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Poi c’è lui, Rupert Everett, il Dylan Dog perfetto fatto carne, che attraversa la pellicola come Alain Delon ne La prima notte di quiete, sigaretta sul labbro e sguardo da cane bastonato come quelle vecchie star di Hollywood che, arrivavano in Italia, a Cinecittà, per vivere l’ultima fase della carriera, quella dei non kolossal sul viale del tramonto. Il suo Francesco Dellamorte è perfetto, la sua interpretazione tocca corde di emotività incredibili, è forse l’esempio più eclatante di un ruolo minore nella filmografia di un attore impegnato, tra James Ivory e Paul Schrader, che diventa una, se non LA prova migliore della sua intera carriera.

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Anna Falchi è sì una bella statuina, ma è anche lei eccellente nel ruolo anzi nei ruoli della donna idealizzata dal protagonista: bellissima, con due seni che sono un inno a Dio anche nel silicone, e un corpo burroso che ti facevano innamorare a 17 anni e che, a 43, scopri di non avere mai smesso di sognarla. Lei, l’amore, la donna, viene resa perfettamente dalla recitazione grintosa dell’attrice, quasi una sorta di rivalsa verso il pubblico che non l’ha mai considerata, forse a torto, una brava attrice, ma che qui vive, muore e inganna come le grandi dive, le divine vampire del cinema muto, le femme fatale dei noir, le bionde di Hitchcock e del doppio ruolo alla Vertigo.

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Gli effetti speciali di Sergio Stivaletti sono molto buoni, ma pagano un budget forse non così elevato, soprattutto nella sequenza della testa di una ragazzina che, come ne Il pifferaio di Hamlin, segue, grazie a fili purtroppo ben visibili, con poca presa scenica il bravissimo François Hadji-Lazaro nei panni del povero Gnaghi, assistente ritardato del protagonista. Per il resto però quando si tratta di mettere in scena gli zombi, anche nella variante fantasiosa di un morto vivente fuso ad una moto, sulla falsariga di Cronenberg o del Nightmare 5 di Stephen Hopkins, l’artista romano compie un eccellente lavoro, competitivo, come ai tempi del Demoni di Lamberto Bava, con le produzioni a stelle e strisce.

La parte del leone però lo fanno soprattutto le splendide musiche di Manuel De Sica: struggenti e immersive, una delle prove migliori del musicista scomparso nel 2014. Basti vedere la sequenza dove i boyscout si risvegliano commentata dallo score elettronico dell’autore: la scena già concitata da sola, acquista toni epici inespressi dalle immagini.

Dellamorte Dellamore resta un’opera, a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita, eccezionale, ancora migliore di come è stata percepita all’epoca, un film ricco di spunti, scritto in stato di grazia e diretto bene come mai prima (o dopo) da un inventivo Soavi. Alla fine, più che Negan o Dylan Dog, se ci pensiamo bene, siamo tutti stati, o siamo ancora, Francesco Dellamorte, confusi e innamorati, spauriti e non capiti tra morti viventi e vivi morenti, incerti cosa sia davvero il nostro destino, a 17 anni come a 43.

Andrea Lanza

Dellamorte Dellamore

Anno: 1994

Regia: Michele Soavi

Interpreti: Rupert Everett, Anna Falchi, François Hadji-Lazaro, Barbara Cupisti, Stefano Masciarelli, Mickey Knox, Fabio Alberici, Anthony Alexander, Katja Anton, Elio Cesari, Pietro Genuardi, Flavio Marti, Fiorenzo Marsili, Claudia Lawrence, Micha Kopman, Maddalena Ischiale, Fabiana Formica, Mariaelena Fresu, Rinaldo Zamperla, Alessandro Zamattio, Maurizio Romoli, Patrizia Punzo, Clive Riche, Vito Passeri, Sandro Prati, Tiziano Nardoni, Daniele Mezzoprete, Gianluca Gennaro, Francesca Gamba, Stefano De Tomassi, Renato Donis, Simone Ervini, Marco Fiorentini

Durata: 105 min.

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Gli occhi indiscreti di uno sconosciuto

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Omicidio a luci rosse (Body Double) di Brian De Palma esce, non senza clamore mediatico, il 26 Ottobre del 1984 negli Stati Uniti (da noi il 23 Marzo dell’anno dopo). Non ottiene il successo sperato, ma diventa un precursore di un microfilone che mischia con disinvoltura il cinema di Alfred Hitchcock, soprattutto La finestra sul cortile e Vertigo, con il thriller più moderno (e sanguinoso) di deriva argentiana. Uno dei più smaccati cloni depalmiani è il nostro Sotto il vestito niente di Carlo Vanzina che assolda pure, per le musiche, lo stesso compositore, Pino Donaggio. Inutile dire che si tratta di prodotti d’imitazione blandi, deliranti il più delle volte a livello narrativo, che non riescono a mischiare in modo interessante la materia pulp pre tarantianiana di pruriti erotici e ribaltoni geniali, di movimenti di camera eleganti e sangue copioso.

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Tra i cloni più veloci però il primato spetta al canadese Gli occhi indiscreti di uno sconosciuto, uscito in fretta e furia  in patria il 30 Novembre 1984, a solo un mese dal Body Double di De Palma. Copertina molto simile: se nell’originale il voyeur è in primo piano a spiare una donna intenta a spogliarsi, qui invece è sullo sfondo, con lo stesso risultato però delle nostre copie carta carbone acchiappagonzi alla Bruno Mattei tipo Terminator 2. L’intento palese è confondere lo spettatore distratto che vuole vedere Omicidio a luci rosse e invece, senza accorgersene, si trova a pagare per un più modesto Bedroom Eyes (titolo originale dell’opera).

Gli occhi indiscreti di uno sconosciuto vanta però una frase di lancio abbastanza efficace:

Mai fare jogging la sera tardi

Mai guardare attraverso le finestre

Mai accettare caramelle da una sconosciuta

anche se non è ben chiaro, anche a film terminato, chi sia questa sconosciuta che offre caramelle insidiose.

Da noi esce nei cinema distribuito dalla Eagle e poi in vhs per la Multivision: lì muore nel mancato salto verso mondo digitale.

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Il film viene comunque diretto con nerbo da William Fruet, un regista canadese che in passato aveva dimostrato una buona mano nei film più disparati, sia fossero action concitati come Il mio scopo è la vendetta che thriller violenti come Un violento week-end di terrore, un artigiano prezzemolino non disprezzabile. In più proprio Fruet, su sceneggiatura di Ida Nelson, aveva girato l’hitchcockiano Cries in the Night, quindi sicuramente una scelta azzeccata per un clone appunto di un film sulla falsariga della zio Alfred.

A non funzionare non è quindi tanto la sua regia, anche se più distratta che in altre occasioni, ma soprattutto la sceneggiatura di Michael Alan Eddy, un guazzabuglio di situazioni mal strutturate e personaggi caricaturali che compiono azioni stupide e nosense.

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Gli occhi indiscreti di uno sconosciuto arranca nei suoi 90 minuti nell’eccesso di situazioni pruriginose, ai limiti della parodia, come la sequenza, che in un certo modo anticipa una analoga della frizzante commedia Harry ti presento Sally, nella quale il protagonista viene spinto, in un ristorante affollato, a masturbare col piede una sua amica. Nessuno ovviamente esclama “Prendo quello che ha ordinato la signora!“, ma, tra gli occhi eccitati della coprotagonista Dayle Haddon e lo sguardo alla Bombolo del compiaciuto cameriere, cala un imbarazzo quasi funebre nello spettatore.

Altra nota dolente la recitazione, pessima e grottesca, soprattutto di Kip Gilman, star televisiva di solito efficace, e della tremenda Barbara Law, la conturbante femme fatale dell’opera che, nel finale, con facce inqualificabili, si lancia in un atroce monologo rivelatore. Non che capire chi sia il killer richieda un lavoro da detective, ma la risoluzione è così stupida, banale e scorretta da pensare per qualche attimo di stare assistendo ad una parodia di Omicidio a luci rosse più che ad un’imitazione canadese.

La stessa formula, Hitchcock più De Palma, verrà ripetuta nel seguito, Gli occhi indiscreti di uno sconosciuto 2, superiore stavolta, malgrado ancora la sceneggiatura scriteriata di Michael Alan Eddy, grazie alla regia in stato di grazia del mai troppo lodato Chuck Vincent.

Per chiudere però è un crimine non parlare ancora della bellissima Dayle Haddon, un corpo che non viene mai spogliato ma che da solo, anche infagottato nei vestiti anni 80, trasuda un erotismo incredibile che, per assurdo, il film non ha.

Andrea Lanza

Gli occhi indiscreti di uno sconosciuto

Titolo originale: Bedroom Eyes

Regia: William Fruet

Interpreti: Kip Gilman, Barbara Law, Jayne Catling, Christine Cattell, James B. Douglas, Dayle Haddon, Danny Higham, Alf Humphreys, Jack Jessop, Paula Barrett, Allan Katz, Al Bernardo, Bill Lake, James Lokley, Angus MacInnes

Durata: 90 min.

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Psycho cop 2

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Alla fine degli anni 90 le videoteche di tutta Italia furono bombardate da una serie di titoli horror e action (ma non solo), distribuiti dalla Cecchi Gori sotto l’etichetta Giglio verde. Molti di questi film oltretutto erano seguiti di successi cinematografici caduti purtroppo in disgrazia di soldi, idee e fama. Tra le varie vhs si poteva “ammirare” Classe 1999 parte 2: the substitute di Spiro Razatos, Scanner cop 2 di Pierre David e Scanner 3 di Christian Duguay, tutti titolacci di cattiva fattura ai quali facevano eccezione solo alcuni titoli, curiosamente non sequel, come il cupo vampirico Blood ties di Jim McBride o il discontinuo, ma interessante, Popcorn di Mark Herrier (e Alan Ormsby). Probabilmente erano pellicole restate sul groppone della Cecchi Gori, impossibili, visto la  bassa qualità, da mandare al cinema, ma fruibili tranquillamente nel mare magnum degli inediti per l’home video.

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Tra questi c’era anche Psycho cop 2, conosciuto anche col titolo di lavoro di Psycho Cop Returns, un seguito di uno slasher del 1989, da noi mai arrivato. Non stupisca perché l’Italia è sempre stata la patria delle distribuzioni strane e arbitrarie, come per Fear 2,  uscito in vhs come L’urlo del male, o per Bloody Murder 2, entrambi con un primo capitolo inedito.

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Psycho cop 2 fortunatamente non è collegato al precedente episodio, a parte il villain principale, lo sbirro satanista Joe Vickers. Siamo oltretutto davanti ad un horror sì scadente, tanto quanto il primo film, ma anche con un genuino ritmo scatenato, uno splatter abbastanza tosto, e una dose abbondante, tipo pecorino sui bucatini all’amatriciana, di tette, culi e belle donne. Un tipico film, per intenderci, da corona ghiacciata e patatine 2 kg del discount.

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La vhs Giglio Verde/Cecchi Gori lancia la pellicola con questa frase “Agente di polizia Vickens, professione serial killer… Signori, la festa è finita” e prosegue sul retro “Sarà una lunga notte: alcool, marijuana e sesso facile… e un ospite inatteso che aggiungerà gli ultimi  ingredienti: sangue e terrore“.

Per farla breve, la trama è semplicissima: due completi idioti vogliono organizzare un festino a base di cocaina e puttane nel palazzo dove lavorano, ma vengono ascoltati dallo Psycho cop che, senza ragione logica, decide di seguirli e massacrarli. Stop, niente di più o di meno.

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Siamo davanti, come già detto, ad un film che prosegue a suon di tette e sangue, uno Z movie pieno di battute cretine recitate dall’atroce Robert R. Shafer, roba del tipo “Hai il diritto di stare in silenzio da morto” detto ad un cadavere. Però stavolta c’è il rischio di divertirsi perché il film è così folle e scemo, al pari di un amico molesto, nel suo non sense quasi hellzapoppiniano da festaiolo ignorante.

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L’agente di polizia Joe Vickens è una variante degenere del Maniac cop di Lusting, una versione più da slasher puro, deviata però nella sciagurata formula degli splatter post Nightmare 2, costruiti soprattutto sulle tanti frasi ad effetto demenziali del cattivo. Figura che però stavolta non spicca, non è simpatica e non ha nulla di interessante. Forse per questo la serie, già narrativamente col fiato corto, si fermerà qui.

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Se poi, come detto Robert R. Shafer è davvero inguardabile, c’è da dire che tutto il cast si affanna a dare pessime performance, nel pieno overacting di facce buffe alla Jim Carrey anche quando si tratta di morire, manco fossimo in Troll 2.

Tra gli interpreti spicca però la statuaria Julie Strain, corpo perfetto da valchiria, già vista sotto il pesante e castrante make up di The Unnamable II: The Statement of Randolph Carter e qui in tutta la sua fulgida bellezza, per fortuna, al naturale. Non recita meglio dei suoi colleghi, ma, come si dice, anche l’occhio vuole la sua parte.

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Meno male che il regista, lo sconsiderato Adam Rifkin sotto lo pseudonimo di Rif Coogan, glorifica appunto l’aspetto cochon della vicenda  con queste striptease sempre a culo nudo anche mentre scappano dal maniaco. Tra l’altro due comparse, Brittany Ashland, attricetta hard, e Sara Lee Froton, leggenda racconta, furono reclutate mentre facevano uno spogliarello ad un party di Charlie Sheen. L’attrice però che si mostra di più è la pornostar Carol Cummings nel ruolo dell’arrapata collega ninfomane che si scopa a sangue il collega fedifrago Tony nella stanza delle fotocopie, luogo adorato da Joe Vickens tra l’altro.

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Psycho cop 2, girato in una sola settimana, abbastanza di fretta, ha però dalla sua un messaggio potente nel finale con la gente comune che si arma e massacra a sprangate il poliziotto satanico, quasi un ribaltamento del genere in chiave progressista, una chiusa pregna della rabbia mai placata per il pestaggio di Rodney King.

Psycho cop 2 non beneficiò mai dello sbarco su dvd, restando esclusiva del mondo magico e oscuro delle vhs, un bene forse ma anche un male, soprattutto se vi sentite cattivi ragazzi e avete voglia di un brutto film divertente.

Andrea Lanza

Psycho Cop 2

Titolo originale: Psycho Cop Returns

Anno: 1993

Regia: Rif Coogan (Adam Rifkin)

Interpreti: Robert R. Shafer, Barbara Niven, Rod Sweitzer, Miles Dougal, Nick Vallelonga, Dave Bean, John Paxton, Julie Strain, Melanie Good, Maureen Flaherty, Justin Carroll, Carol Cummings

Durata: 80 min.

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Le notti mai viste di Zio Tibia: Beyond The Black Rainbow

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Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno, in altri lidi, l’immenso capolavoro Society e, il discontinuo La casa del diavolo. Intanto, noi di Malastrana, abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca al pazzo, psichedelico, inqualificabile Beyond The Black Rainbow. Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi, è la colonna sonora dell’altrettanto folle Blue Sunshine di Jeff Leiberman.

Chi scrive è troppo vecchio e stanco per lanciarsi in una oracolare interpretazione di questo delirio firmato Cosmatos. Cosmatos, sì, ma non George P.! Il regista di Beyond The Black Rainbow è il figlio Panos. E questo suo debutto assoluto nella regia e sceneggiatura, dopo alcune partecipazione in veste di aiuto negli ultimi film del padre, è un incrocio tra un delirio artistoide e un incubo metagrafico; parola che non esiste e di cui il sottoscritto scrivente rivendica la paternità. E pure la maternità.

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George P. Cosmatos era il regista dei violenti film d’azione anni 80 con Sly Stallone (Cobra, Rambo 2) e di rivisitazione storiche posticce della vecchia frontiera (Tombstone). Un regista dal pedigree indiscutibile per questo sito. Il figlio un po’ meno. Diciamo anzi che la presenza di Panos sul blog Malastranavhs è più dovuta a ragioni di sangue. Per il resto Cosmatos jr. sembra il nemico da combattere. Questo se non fosse che le sue scelte stilistiche e le sue pretese autoriali risultino così eccessive e prive di compromessi rispetto all’andazzo generale di oggi, da farne un serio anticonformista.

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Le visioni di Panos e il suo linguaggio sono così fuori misura, di rispetto per i soldi spesi, da rendere la sua epica della rarefazione una cosa degnissima dello spirito malastrano e il suo film un piatto originale e ambiguo che merita più di un assaggio.

I figli lavano via i peccati dei padri? Qui diciamo che è il figlio a peccare, di tante cose. George era inquadrato, commerciale, cinico, un professionista poco stimato dalla critica, colpevole di piazzare i suoi titoli in cima alle classifiche da botteghino e uno che se ne fregava di non figurare tra gli approfondimenti dei Cahiers. Panos invece è autore criptico, pentecostale, sadico e misantropo nei confronti di un pubblico che nella maggior parte dei casi non ha l’ossatura cognitiva abbastanza resistente e flessibile da arrivare al primo tempo di Beyond The Black Rainbow senza avere una reazione simile a quella di Elena al minuto 26: collassando così male da fratturarsi il buon umore per un anno.

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Questo film di fantascienza che mette insieme Jodorowsky e Kubrick, Lynch e Carpenter, Sean Cunningham, Ridley Scott e Kenneth Anger è un bel pasticcio di presunzione impunita, creatività sconvolta. Il mondo rappresentato sembra un sogno hipster, più che hippie, di un retro-culturista degli anni 80: la colonna sonora composta da tal Sinoia Caves, riecheggia i Tangerine Dream e Carpenter, le citazioni pop invece sono davvero puriste (Angel Dust dal primo e inviolabile capolavoro dei Venom, Welcome To Hell o la misconosciuta synthpop band SSQ con Anonymous) mentre tutto il retroculto di macchine in stile Kit-Delorian e poi mangianastri e computer rumorosissimi riportano al consueto arcadismo anni 80. Si ribadisce il concetto di Alien e della sci-fi di 30 anni fa: la tecnologia è rumorosa, musicale quasi. Noi del futuro abbiano scoperto che così non è ma Panos Cosmatos dice fottetevi, in un altro futuro, incistato negli anni 80, l’elettro-domestica sarà gioiosamente fastidiosa. Anni 80 o forse il 2020, con una contaminazione popster che ormai non ha più risparmiato nulla. I due metallari bevono birra con le magliette anni 80, un registratore e una cassetta che spara heavy metal ma potrebbero essere degli intellettuali che magari leggono i fumetti di Robert Crumb per addormentarsi e mangiano semi di lino a colazione.

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C’è poi un motivo per cui hanno messo una ridicola parrucca da Ken a Michael Rogers; non vogliono solo farlo sembrare Matthew McConaughey durante una chemio particolarmente intensa spendendo molti meno soldi che ingaggiando l’originale. Nella seconda parte del film si capirà che la parrucca è un’illusione ostentata; come i manichini di Fulci che precipitano. Diciamo che il regista deve aver avuto le sue ragioni. E anche lo sceneggiatore. E siccome sono la stessa persona, possiamo prendercela con uno solo e fare male a entrambi.

A essere schietti bisogna ammetterlo: ci sono degli elementi che sfuggono in Beyond The Black Rainbow. Buchi neri da colmare con le nostre più sfracellanti significazioni. Lo spettatore deve interpretare la decisione di mettere e togliere un parrucchino dalla testa di un attore, per esempio. A guardare Michael Rogers completamente glabro tornano in mente gli infetti del film Blue Sunshine di Jeff Leiberman, ma non è una pista così buona per raccapezzarsi della metamorfosi. Una volta libero dalla capigliatura finta non abbiamo tempo di riflettere perché siamo subito lasciati soli davanti a una nuova sfida interpretativa: perché fargli smettere i panni alla Ted Bundy e indossare abiti in pelle tipo Psycho-bikers alla Corman?

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Inizialmente Beyond The Black Rainbow è lento. Poi peggiora. Sfocia nel mare acido. Pare l’esperimento di Herzog di Cuore di vetro con le caramelle per diabetici al posto delle droghe vere. Per certi versi ricorda Begotten di Merhige, con la sua muscolare artisticità inferta in modo estremamente violento. Per dire, nei primi trenta minuti, l’uso dei rallenty e delle dissolvenze optate da Panos Cosmatos sembrano provocazioni; schiaffetti e pitalocchi in faccia allo spettatore più ben disposto.

Cosmatos è nato in Italia, dal padre George e una scultrice svedese, nel 1974. Aveva 36 anni quando ha esordito alla regia con Beyond The Black Rainbow. Queste info biografiche vanno dette, ma facendo come lui, senza specificare il motivo. Così, ci sono e chi vuole può usarle per capire di più o di meno. Lui ha un po’ lo stile Refn. Non puoi guardare un suo film e dire: uhm, carino. Accade lo stesso con Mandy, il secondo lungometraggio. Esci dal cinema o riavvi il pc e dici a te stesso che lo vorresti morto oppure che oh, tu lo adori quasi con lo stesso entusiasmo con cui ti inebriavi dei calzini dei compagni di classe dopo l’ora di ginnastica alle medie, libero di amare qualcosa che tutti rifugiano.

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Beyond The Black Rainbow è caotico, impressionista del tipo dead end, ovvero il suo cinema è un telone imbrattato che nasconde un muro di mattoni contro cui spappolarti il capoccione gonfio di critica supponente e tossine analogiche. Il nero arcobaleno del titolo onestamente è solo una frase che balena nelle stringate battute del film. Poteva intitolarsi anche La sospetta fetta di formaggio e avrebbe avuto lo stesso livello di senso inglobante.

Nel finale la ragazza prigioniera si libera ed è come se nascesse. Prima vaga per la clinica – astronave – alveare in stile Alice carroliana sotto shock. Prima ancora è una sorta di Giovanna D’Arco alla Dreyer ma senza battute e soprattutto senza un dio a cui guardare; quindi è banalmente e disperatamente pazza. C’è chi dice che i pazzi siano quelli davvero in comunicazione con l’Altissimo. E se non c’è chi lo dice, qualcuno dovrebbe dirlo. In un certo senso questo film, così disperato e indisponente, sembra in fondo più religioso di un qualsiasi carnaio di Mel Gibson ma non sappiamo a che Dio si stia votando Cosmatos. Di sicuro nemmeno noi spettatori riusciamo a crocettare la nostra scheda eternorale. Se dobbiamo dare briglia alle associazioni puramente soggettive, l’aria incerta della protagonista, finalmente libera dall’amniocentico centro di detenzione per la ricerca psicoschizofrenica, è L’Atalante di Vigò che risale dall’Inferno. Gli insetti, il creato intero fatto di fango e fili d’erba è invece una goethiana reviviscenza del caro vecchio Romanticismo necrofilo, con una strizzatina di bulbo a Phenomena; perché in fondo anche la fascinazione di Helen per la natura è sofferta e stregata come quella di Jennifer del film di Argento. Il finale sembra Shining sull’astronave di 2001. E per non farci mancar nulla, Cosmatos trasforma la ragazza, patetica, struggente e un po’ pallosa, in un ibrido tra Carrie di De Palma e uno scanner buono sì ma fino a un certo punto.

Francesco Ceccamea

Beyond the Black Rainbow

Anno: 2010

Regia: Panos Cosmatos

Interpreti: Michael Rogers, Eva Allan, Scott Hylands, Marilyn Norry, Rondel Reynoldson, Ryley Zinger, Gerry South, Chris Gauthier, Geoffrey Conder, Roy Campsall, Richard Jollymore, Christian Sloan, Sara Stockstad

Durata: 110 min.

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Le notti mai viste di Zio Tibia: Cabin fever 3 (Patient Zero)

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Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il cult soaviano La setta e, a casa del  mitico Zinefiloil Dr. Giggles. Intanto, noi di Malastrana, abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca al terzo, folle capitolo di Cabin Fever.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi, è la fighissima Flesh to Flesh da Il ritorno dei morti viventi 2.

E’ il momento dell’addio al celibato per il giovane Marcus, ma anche il momento di dire addio ai suoi amici d’infanzia. Quale occasione migliore di una vacanza su un’isola deserta a fumare erba e bere birra senza un domani? Peccato che il paradiso terrestre sia anche la base segreta di un equipe medica che studia un virus letale. E’ l’inizio di un contagio che consumerà sia i rapporti tra i personaggi che la loro carne!

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Kaere Andrews è un signor nessuno nel mondo del cinema: un horror e un episodio degli Abc of death, entrambi non memorabili. Discorso diverso per quando si parla di Kaare Andrews fumettista e sceneggiatore: emozionanti i suoi lavori per la Marvel, soprattutto le avventure dell’Uomo Ragno e dell’Incredibile Hulk. Dev’essere stata questa la sua buona fama creativa a convincere i produttori del terzo Cabin Fever ad affidargli il timone del progetto, vuoi anche perché il suo film d’esordio, Altitudine, pur se non riuscito, aveva un buon piglio tecnico e una cerca bizzarria nel plot, motivo di culto tra i fan del genere.

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Dopo l’esagerato, grottesco e sanguinosissimo Cabin fever 2: spring fever, la saga sembrava destinata alla prematura chiusura: il lavoro di Ti West aveva scontentato i produttori e il film, rigirato parzialmente e montato senza l’ausilio del suo autore, era stata un’uscita repentina in dvd, distrutta criticamente ed odiata dal pubblico. Da noi, in Italia è passato, con ritardo, solo per il mercato home video, un’uscita corsara e invisibile,  un peccato perché Cabin Fever 2 con i suoi eccessi era una pellicola molto divertente. Questo terzo capitolo si presuppone essere un prequel al primo film, ma alla fine ne esce un’opera a sé stante, con ben pochi punti d’unione con il suo prototipo. Scende anche il livello di nudi (un paio di tette mostrate di sfuggita) e di gore, ma questa volta a contare più che la quantità è la qualità: la regia di Andrews è inaspettatamente potente. Se nel complesso il film narrativamente risulta già visto con il solito gruppo di ragazzi che per un addio al celibato scelgono, sfiga della vita, un’isola perduta (ma cazzo si chiamava Isola del diavolo!!!!) dove il bacillo del famoso virus magia carne contamina persino l’acqua del mare, a contare è soprattutto l’inedito tocco registico, da vero cinecomix horror. Tra colori violentissimi che riportano al Creepshow romeriano o personaggi tagliati caratterialmente con l’accetta come un fumettaccio di serie B, il film scorre liscio come l’olio, fino all’incredibile (raccontarlo non rende giustizia) lotta tra due ragazze infette. Sembra di assistere, in questa sequenza, ad uno scontro tra due supereroi arrabbiati, i famigerati numeri dove Hulk prendeva a mazzate La cosa, con botte da orbi, ma anche arti che si spezzano per la cancrena del virus, pelle che si sfila come guanti e umori vomitati, nel momento più insostenibile di tutta la pellicola.

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I cliché della serie ci sono tutti e non manca una sequenza di sesso estremo tra un’infetta e il suo ragazzo, un cunnilingus che vede impegnato lo sprovveduto con eccessiva foga (“Sei bagnatissima”) finché, alzando il viso dal sesso della partner, il giovane non ne esce tutto pieno di sangue e pezzi di carne.
Sono però cose che ogni fan della serie si aspetta ed era proprio l’approccio troppo dissacrante di Ti West nel secondo capitolo ad averne decretato il disastro: qui invece Andrews, pur non rinunciando all’ironia (vedere la divertente morte del poliziotto infetto per esempio), riesce perfettamente a calibrare ogni aspetto del suo film. Siamo poi nell’unico film della serie dove i malati sembrano zombi, una virata che, prima o poi, doveva essere fatta, e che riporta senza dubbio al modello ispiratore del primo film di Roth, l’Evil dead raimiano. Tra gli attori, abbastanza anonimi, spicca per professionalità lo Sean Astin di Goonies e Il signore degli anelli, qui nei panni del paziente zero, portatore sano del virus. Nel complesso quindi non aspettatevi un film rivoluzionario per trama (anche se un paio di colpi di scena nel finale sono ben assestati), ma un horror ben girato, leggero e divertente, né più né meno rivoluzionario di un fumetto di Oltretomba. Il rischio è solo di divertirvi.

Andrea Lanza

Cabin Fever: Patient Zero

Anno: 2014

Regia: Kaare Andrews

Interpreti: Sean Astin, Currie Graham, Ryan Donowho, Brando Eaton, Jillian Murray, Mitch Ryan, Solly Duran, Juan ‘Papo’ Bancalari

Durata: 91min.

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TH1RTEEN R3ASONS WHY: Oh Mamma, mi è sembrato di vedere il fantasma di Hanna Baker!

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TH1RTEEN R3ASONS WHY è una serie che mi ha subito catturato. Non mi è mai importato degli haters, dei complottisti dell’ultima ora, di quelli che se la moglie se ne è andata, se il cane ha pisciato sul tappeto, se gli immigrati avanzano, la lega si scioglie, il PD assassino, le foibe, Bibbiano, le cavallette, non ci sono più i gelati come il Piedone, è colpa solo ed esclusivamente di Netflix, anzi Merdflix, perché ci vuole la merda per odiare, mica la Nutella. D’altronde TH1RTEEN R3ASONS WHY è una serie, appunto, Netflix, quindi schifo, disgusto, accendetemi in Piazza Tienanmen perché non posso vivere così.

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Abbasso Merdflix!!!

Però, a me, la prima serie piace, mi piace com’è girata, mi ha catturato la storia, sono state 13 puntate che sono filate sulla mia pelle con la stessa facilità di una lama da adolescente suicida. Non la cosa più bella che ho visto ma, se avessi avuto almeno 25 anni in meno, sono sicuro che avrebbe avuto un altro impatto in me, magari sarebbe stato il mio Schegge di follia personale da Generazione Z. D’altronde la prima stagione ha 4 puntate girate da uno dei registi più folli e visionari di sempre, Gregg Araki, lo stesso di Doom Generation, di Ecstasy Generation, dove tra l’altro un simil Godzillino spara a Shannen Doherty. Gregg Araki è l’artista che, grazie a luci da discoteca, splatter esagerato e vuoto cosmico alla Brett Easton Ellis, ha raccontato con fervore invidiabile l’altra Beverly Hills 90210, fatta di orge gay, festini alla coca e castrazioni di giovani americani sullo sfondo della bandiera USA. Certo col tempo è stato evirato pure lui, dalla tv, da film che scimmiottavano i suoi successi come checche isteriche troppo attempate, ma con TH1RTEEN R3ASONS WHY, pur nell’ambito di un prodotto per ragazzi, l’abbiamo visto finalmente alzare la testa e regalarci le puntate più adrenaliniche, colorate e sessualmente scatenate.

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Che brutto trip, Gregg!

Non male per una serie che ha infiammato, fin dai suoi esordi nel 2017, le pagine del web più sciagurate, con pseudo recensioni che ti fanno capire, alla fine, il terribile crimine di internet: dare la parola a tutti anche a chi, per leggi mai comprese di Dio, per il caos shakesperiano, per la Santa Vergine del Pilar, dovrebbe lasciare il suo parere al circolino di pinella, alle chiacchiere con la mamma quando alle 16 mangia felice pane e marmellata. Poi non parliamo di Facebook e dei milioni di post che potrebbero far pensare a TH1RTEEN R3ASONS WHY come ad un omaccione coi baffi che esce con solo un impermeabile il pomeriggio e mostra il pipino alle ragazze nel parco, lascivo e molto molesto. Invece abbiamo davanti una serie che, basandosi sul romanzo 13 di Jay Asher, racconta con delicata spietatezza le ragioni, 13 appunto, registrate su nastro magnetico e spedite ai diretti interessati, che hanno spinto la bella Hannah Baker al suicidio.

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E’ una storia straziante dove alla fine nessuno è innocente, una storia toccante di bullismo, emarginazione e identità sessuali represse, di giovani mostri in procinto di diventare uomini altrettanto mostruosi, di stupri, di botte e di amori mai dichiarati. In TH1RTEEN R3ASONS WHY tutto è miscelato con furbizia, ma anche con abilità: nulla di quello che racconta è davvero originale, ma palesa una storia che potrebbe succedere ai tuoi figli, ai tuoi amici, magari l’hai vissuta pure tu all’epoca senza raccontarla mai a nessuno. Così le cassette diventano il corrispettivo di un diario, con l’occhiolino alla moda anni 80/90 che è marchio di Netflix, e ci portano dritti in un’inferno adolescenziale che raramente si è visto in tv.

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Di TH1RTEEN R3ASONS WHY ne hanno parlato i giornali, se ne è discusso nelle scuole, i libri di Jay Asher sono balzati di nuovo in cima alle classifica, ma molte polemiche sono state futili e stupide, al pari delle crociate contro i fumetti, i videogiochi o i film violenti che da sempre incendiano i titoli più ignoranti dei giornali. Lo diceva saggiamente Wes Craven in ScreamGli horror non fanno impazzire le persone, al massimo le rendono più creative“, come dire che se sciroccato sei, sciroccato resterai con o senza GTA V, Far Cry o le raspone davanti alle tette di Valentina Nappi. E’ però capitato che qualche adolescente davvero si sia ucciso dopo la visione di 13, magari riconoscendosi nello sconforto senza nessuna speranza di Hanna Baker, abbandonata da tutti, amici, professori e genitori.

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nessuno si suicida nel mondo Netflix

Credo che queste perdite non siano da minimizzare, ma la colpa di certo non è in una serie tv che, vorrei ricordarlo, cerca di sensibilizzare il tema del suicidio. E’ come se, per assurdo davanti ad una pubblicità progresso sui danni dell’eroina, i ragazzi cominciassero a bucarsi. Il problema non è in TH1RTEEN R3ASONS WHY ma nella famiglia e nella scuola, a volte basterebbe solo capirli certi segnali, ma è più comodo puntare il dito verso la tv cattiva e omicida, la stessa televisione che usiamo come babysitter per i nostri bambini, non dimentichiamolo.

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Così Netflix ha deciso un mese fa di censurare il suicidio di Hanna Baker con una scelta, questa sì, di merda. Perché è con decisioni drastiche come queste, politicamente accomodanti, che una serie tv dalla sua concezione di opera (d’intrattenimento, d’arte, non importa) diventa il Big Mac al quale decidi di togliere i cetriolini perché ti fanno schifo. Però TH1RTEEN R3ASONS WHY non è un fast food, non è lo scherzo di un bambino, è il lavoro creativo di uno scrittore che ha trovato la terza dimensione nella serialità dello streaming, che non ha senso tagliare, come non ha senso mettere le mutande al David di Michelangelo perché la censura non abbellisce un’opera, la castra, la snatura ed è il retaggio più bestiale dei regimi dittatoriali. Un film, una serie tv, un libro, un fumetto o un videogioco, belli o brutti che siano, restano arte e l’arte è un flusso che non puoi imbrigliare ma devi solo subire e comprendere. I metodi potevano essere tanti, dal VM18, al parental control, alle doppie versioni, ma si è scelto, anzi Netflix ha scelto per noi, come neanche fa un genitore severo, che, neanche a 42 anni, potrai vedere e inorridire, incazzarti e magari piangere davanti al suicidio di un’adolescente che hai imparato a conoscere anche, e soprattutto, nei suoi drammi. No, ora la sua morte è tronca, raccontata fuori campo così, si spera, non ci saranno più giardini per vergini suicide.

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Io però ho scaricato, e questa volta lo dico con vanto, l’episodio, il tredicesimo, in versione integrale e stavolta, incredibile dictu, la pirateria vince a piene mani sulla legalità. Ora se mai riguarderò TH1RTEEN R3ASONS WHY so che quella puntata sarà solo ed esclusivamente in chiavetta e fanculo al MOIGE. D’altronde, lo dice anche Zucchero nel suo album più bello, Dio salvi il giovane dallo stress e dall’azione cattolica.

Però la storia di questo telefilm mica finisce qui. Perché, ad appena un anno dal suo esordio, nel 2018, su Netflix, esce la seconda stagione. Bene, mi dico, la prima è terminata con degli interrogativi e ci saranno altre cassette, probabilmente, a far continuare la serie. Mi metto comodo e comincia l’orrore.

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Sono state inserite, prima di ogni puntata, dei fastidiosi interventi da parte del cast, nei quali, con sguardo languido, gli attori mettono in guardia gli spettatori della visione pericolosa. Mi ha ricordato non poco cartoni anni 80 tipo Mister T, dove il nostro P. E. Baracus dell’A-team, a fine episodio, faceva un pistolotto moraleggiante che neanche Fra Tazio da Velletri si immaginava, una cosa che, pure da bambino, ti faceva alzare gli occhi e cadere le palle verso l’inferno del Satanasso bestemmiatore. Questi interventi in TH1RTEEN R3ASONS WHY fungono né più né meno dei molesti tutorial dei videogames quando ormai tu giochi da anni e, cazzo, saprai come si muove la videocamera!

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No alla droga, capito????

Va beh, mi ridico, ora però prepariamoci alla seconda stagione e a vedere quali nuovi sviluppi hanno ideato. Mai avere troppe aspettative nella vita, ricordatevelo.

TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 inizia già male: la regia è peggiorata, gli attori sembrano, a solo un anno di distanza, dei trentenni sfatti e la storia è incredibile. Quando uno sceneggiatore è a corto d’idee, è una regola sacrosanta, si affida sempre, come deus ex machina per salvare capre e cavoli, ad un amico invisibile, un molesto amico invisibile che vede quasi sempre solo il protagonista. Non ci credete?

    • Nei Flinstones Fred e Barney incontrano l’incredibile The Great Gazoo, un alieno verde, odiato da tutti i fan e presto giustamente dimenticato
    • Ricky Cunningham in Happy Days fa la conoscenza di Mork prima di Mindy
    • Batman e Superman hanno i loro amichetti rompicoglioni, Mister Mxyzptlk e il Batmito

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      Si, un alieno verde, Barney

e così via, in quelle derive orribili che scontentano sempre tutti, al pari del cambio del protagonista con un sosia cugino. In TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 non diversamente il buon Clay Jensen dalla testa da Exogino pensa che, dopo la dipartita del suo amore Hanna Baker, ora si può ricominciare, trova persino una nuova fidanzata, una teppista un po’ ribelle con la giacca in pelle e la passione per i motori, ma ecco che si palesa il suo The Great Gazoo personale e contemporaneamente, sfiga delle sfighe, il pipino non gli si rizza più!

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Oddio, mi è apparsa Hanna Baker!

Giuro: i popcorn mi sono andati di traverso. Credevo che più in basso di Prison Break che diventa una sorta di A-Team non si potesse andare, ma, solo guardando TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 ho compreso il senso della canzone Andrea e la frase “Il pozzo è profondo più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto“. Quella era la mia notte del pianto, quando credevo di avere toccato il fondo ecco che continuavo a cadere. E chissà quanti TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 diventeranno soldati da immolare per far comprendere all’uomo che la vita fa schifo, che non puoi abituarti alla merda perché è un blob mutaforme, puoi scappare quanto vuoi, ma prima o poi ti beccherà per riportarti in quel pozzo profondo, più profondo degli occhi. E allora ai giochi addio, per sempre addio.

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Mai una gioia

In TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 Clay Jensen vede il fantasma di Hanna Baker, lei gli parla, lei rompe sopratutto i coglioni, e, come in Happy Days con Ricky e Mork, nessuno oltre lui la vede. La giovane adolescente dai mille moti d’animo ora diventa solo una macchietta fastidiosa, collocata nella vita del protagonista senza un perché davvero logico apparendogli, puf, nei momenti più sacrosanti, soprattutto quando si apparta con la fidanzata ribelle. Immaginate l’emozione della prima volta, l’eccitazione di compiere quel passo importante nella vita come fare l’amore con la vostra ragazza e aggiuntevi Hanna Baker che vi fissa, con il suo broncio distrutto dai 300 panini mangiati tra una stagione e l’altra, mentre vi domanda piangendo “Perché mi hai dimenticato?”. Oddio che stress… Ed ecco che l’ansia di prestazione diventa abitudine perché, giuro, Hanna Baker appare sempre sul più bello e allora il pendolo batte impietoso le sei e vai a spiegare che è un caso, la quarantesima volta!

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Giuro è solo colpa di Hanna!

TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 ripropone la stessa formula della prima stagione con adolescenti problematici, ma lo fa peggio come uno di quei seguiti anni 80 di film di successo, tipo Voglia di vincere 2, dove non avevi più l’attore protagonista ma speravi che il pubblico non se ne accorgesse. Qui il cast è al completo, ma sembra che tutta la voglia di denunciare temi scottanti sia scomparsa: tutta la storia raccontata col pilota automatico, ma soprattutto davvero nulla da censurare stavolta a parte l’idea, cogliona, di rendere Hanna Baker il fantasma formaggino e non una ragazza come tante, dai toni umanamente chiaroscuri.

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Magari col make up non si nota che non sei Michael J. Fox

Però dopo il 2 segue il 3 no? Anche una serie tv orribile come Scream ha avuto una terza parte che prometteva miracoli, maschera giusta, omicidi sanguinosi, e abbiamo avuto ovviamente una nuova stagione ancora più vomitevole delle altre con un Ghostface mai così umiliato e snaturato. Perché quindi non dare un ulteriore seguito a TH1RTEEN R3ASONS WHY?

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RIP Ghostface. Vai ad insegnare agli angeli come si accoltella.

Come per Stranger Things, altra serie che ha vissuto una seconda stagione mediocre, si resetta tutto come (quasi) non fosse mai esistita la precedente storia e si ricomincia con un nuovo intreccio che, si spera, spaccherà il culo ai passeri. Con Stranger Things ha funzionato e la terza parte era forse la migliore, la più horror, la più emozionante, ma TH1RTEEN R3ASONS WHY è sempre TH1RTEEN R3ASONS WHY nella declinazione da brutta da rapa che non puoi cavarci il sangue, da vecchio mulo che si incaponisce e come fai a farlo trotterellare per i sentieri del Perù? Impossibile.

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Stavolta nessuna Hanna Baker,  si ritorna al realismo della prima stagione e il pilot inizia col botto: una mancata strage di uno studente armato di mitra e Clay Jensen arrestato dalla polizia. Che è successo? E perché lo stupratore della scuola, Bryce Walker, è scomparso? Qualcuno l’ha ucciso? Ovvio che sì ed ecco che l’idea di TH1RTEEN R3ASONS WHY 3 è trasformare, anzi snaturare la serie, in Veronica Mars, nelle sue derive più becere da Scooby Doo high school.

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Un altro caso per Scooby Doo

Niente di interessante, personaggi ormai allo sbando, irriconoscibili anche caratterialmente da quelli della prima stagione, una trama così cretina che non ci credi con Clay che salva l’amico pronto a massacrare una scuola e giustamente uno gli chiede “Ma non è che lo rifà?”. E perché mai? Tanto scrive solo messaggi suicidi sul diario, ha gli occhi da pazzo e ripete “Voglio morire”, mica è uno pronto ad imbracciare il suo UZI e ritornare alla scuola per far saltare la testa a compagni e professori.

TH1RTEEN R3ASONS WHY 3 segue tante trame e sottotrame, guarda molto alla serie tv spagnola ÉLITƎ, ma la imbruttisce di molta retorica e imbecillità. La regia è accomodante e senza guizzi, le derive queer di Gregg Araki sono scomparse, ora davvero la serie è quel Big Mac che puoi modificare a tuo piacimento senza che nulla cambi, un prodotto senz’anima, senza più voglia di graffiare, senza più essere TH1RTEEN R3ASONS WHY nella concezione di Jay Asher.

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Non proprio Padre Pio

Alla fine ci sono riusciti, più di Hanna Baker che spunta molesta mentre caghi, a imbrigliare l’imbrigliabile, l’adolescenza, la ribellione, e a mostrare al pubblico come sarebbe perfetto ed utopico un mondo dove i ragazzini sì sbraitano e si azzuffano ma poi tornano col sorriso a casa, finalmente comprensibili ai genitori, lobotomizzati come quel film anni 90 con Kathie Wolmes, Generazione perfetta.

In quest’ottica di continuità quel frammento tagliato di carne e sangue, di dolore e grido d’aiuto, non ha più senso: TH1RTEEN R3ASONS WHY è solo quello che volevano i genitori preoccupati, uno show innocuo. Il suicidio di Hanna Baker non si incastra più, i geroglifici sono stati cancellati dalla tomba, McMurphy non vola più dal nido del cuculo, la Blue Whale è solo una balena cicciosa da colorare all’asilo. Tutto perfetto e rassicurante, ma cazzo che schifo.

Andrea Lanza

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E m i raccomando, ragazzi, fate i bravi!

Beast within

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Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il bellissimo Cimitero vivente e l’altrettanto figo Deliria col gufo assassino di Michele Soavi. Intanto noi di Malastrana abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca ad un film bellissimo, anni 80, sui licantropi o meglio sulle cicale mannare, girato da un  regista famoso per aver girato gli Ululati peggiori, il 2 e il 3.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi è la sigla del cartone più terrorizzante di sempre, Bem il mostro umano.

Strano film questo Beast within, forse l’opera più interessante dell’australiano Philippe Mora, che si macchierà in seguito di abominevoli horror (The Howling 2 e 3) e altrettanto orribili film di fantascienza (2049, L’ULTIMA FRONTIERA con Joanne Chen e Rutger Hauer). Strano perché inclassificabile come genere: ad occhio distratto trattasi di un film licantropesco, d’altronde gli elementi sono quelli, la luna piena, la metamorfosi da uomo in bestia, gli omicidi ferini, ma più vicino come concetto, soprattutto nel make up del mostro, ad una fantascienza anni 50, pur essendo troppo fuori tempo massimo per appartenervi.

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La sceneggiatura del bravo Tom Holland, uno che in seguito girerà due cult movie come Ammazzavampiri e La bambola assassina, non è rozza, ma ricca di sottotesti, soprattutto sessuali, arrivando a dipingere le vittime del mostro come altrettanti mostri, il becchino in odore di necrofilia, il padre che ama troppo morbosamente la figlia adolescente (in una scena che culmina con un abbraccio passionale tra i due), un giornalista con tendenze pedofile (la frase “Come ti piace la carne?” detta al ragazzo protagonista), tutti elementi lasciati in ombra, ma che conferiscono a Beast within un’aria malata al di fuori delle scene di stupro mostruose che lo contraddistinguono. A questo aggiungiamo che la regia di Philippe Mora è nel complesso buona, quando i suoi standard sono tra il mediocre e il disastroso, e si può pure perdonare qualche faciloneria evitabile di sciattezza nella messa in scena (la fasciatura grondante sangue che il dottore non cambia mai tutto nell’ultima parte).

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Il make up del mostro è anticipatore de La mosca di Cronenberg, ma anche debitore di Curse of the Fly di Don Sharp, con un’idea, a livello effettistico, di fare ibrido tra look classico e moderno, tra scifi vecchio stile e la trasformazione della carne tipica degli anni 80. Il lavoro di morphing di Thomas R. Burman è fantastico, impressionante e quasi inaspettato in un film che tutto sommato dal cast senza sorprese e dagli autori poco più che esordienti lasciava credere ad un’innocua serie B. Cosa che sicuramente è Beast within, ma di certo non innocua, perché si ritaglia un posto magico negli horror 80 per i temi maturi trattati (lo stupro come abbiamo detto, ma anche la paura nascente per l’AIDS e il contagio sessuale), ma anche per l’idea di un mostro cicala antropomorfo, unico a quanto ricordi in tutta la storia del cinema del terrore. L’inedito tema naturalistico a muovere le azioni della belva, il suo contatto con gli insetti (“Stava ore a parlare con il bosco e tutto quello che conteneva”) rendono sicuramente il film di Mora un’opera poco conosciuta (in Italia non è mai stata editata), ma meritevole di una riscoperta.

Andrea Lanza

The beast within

Anno: 1982

Regia: Philippe Mora

Cast: Ronny Cox, Bibi Besch, Paul Clemens, Don Gordon, R.G. Armstrong, Katherine Moffat, L.Q. Jones, Logan Ramsey, John Dennis Johnston, Ron Soble, Luke Askew, Meshach Taylor, Boyce Holleman, Natalie Nolan Howard, Malcolm McMillin

Durata: 90 min.

Inedito in Italia