Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Brivido (Maximum overdrive)

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Brivido è stata la pietra tombale del cinema di Stephen King, l’idea balzana ma affascinante che il Re potesse essere tutto, uno e trino come Dio, scrittore, sceneggiatore e regista. Tanto quindi dev’essere sembrata la pillola più amara quando lo spettatore e il fan si sono trovati davanti allo spettacolo popcorn e un po’ scemo di Maximum overdrive, un film nato sfortunato,  che probabilmente non avrebbe avuto critiche così feroci se non fosse stato diretto da Stephen King.

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Per fare le cose bene devi farle da solo

Facciamo però un passo indietro prima di parlare del film, definito da molti la “peggior pellicola dell’universo”, e concentriamoci sul trailer americano.

Buio. Una figura si avvicina alla camera, possiamo vedere Stephen King con barba e sguardo allucinato che esordisce con frasi come “Io sono Stephen King, molti registi hanno provato a fare dei film dai miei libri, ma non erano me. Per fare le cose bene devi farle da solo“. Musica di Halloween 3 in sottofondo, una produzione sempre De Laurentiis, e, sullo sfondo, gargantuelico e minaccioso, un camion dalla faccia del Goblin, nemico de L’uomo ragno, con occhi rossi e luciferini.

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Stephen King e l’uomo ragno

Per fare le cose bene devi farle da solo. Ecco la frase incriminata, il seme di Caino che genera sconforto e miseria tra gli uomini. Con una frase così devi essere davvero un fottuto John Holmes in un mondo di minidotati perché, se così non fosse, tutti, prima o poi, scopriranno il tuo segreto e a nessuno piace essere preso in giro. A nessuno.

Stephen King è un uomo che si è fatto da solo, sulla scia del sogno americano classico. Faccia da tonto, occhiali spessi, nessuno avrebbe davvero dato un soldo di cacio a questo ragazzone del Maine, eppure Stephen King, senza amicizie importanti, è diventato lo scrittore horror più venduto nel mondo, a partire da quel Carrie che aveva buttato nel cestino e che, grazie a Dio, è stato recuperato dalla moglie Tabitha.

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Leggo Stephen King da quando ero ragazzino e posso dire con una certa sicurezza che non esistono libri brutti del Re, alcuni sono capolavori assoluti e penso a Salem’s lot o alla raccolta A volte ritornano, altri magari peccano nel manierismo come Insomnia, ma tutti sono libri che meritano di essere letti, densi di idee interessanti e con quella sua capacità unica di saperti parlare come se ti conoscesse nell’intimo, sia tu povero, ricco, istruito o meno.

Il suo rapporto col cinema è sempre stato un po’ conflittuale, con il desiderio, a volte impossibile, di non essere stuprato o interpretato da altri. King dev’essere solo di King, questo è sottinteso, e questo lo ha portato al desiderio, all’hubrìs, di produrre mostri dalla fattezza di lunghissime e noiose miniserie. Tutto molto Stephen King è vero, senza tagli o alzate di capo, ma tutto anche così poco King perché questi pseudo telefilm da It a La tempesta del secolo sono soprattutto impersonali bigini dei libri che abbiamo amato.

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C’è la leggenda che Stephen King non capisca un cazzo di cinema e questa asserzione deriva dalle frasi sprezzanti dello scrittore su Shining di Kubrick. Apriti cielo! Questa però è una metà della storia perché non si riporta mai che, prima, il regista di Lolita e altri grandi film dichiarò che il libro di King era schifezza e salvava solo il soggetto. Ora io credo che, anche per spirito di amore proprio, se qualcuno definisse una cagata il nostro lavoro, qualsiasi esso sia, noi lo difenderemmo a spada tratta, così fece King con Shining, rispose guerra alla guerra, magari impuntando i piedi come un bambino capriccioso, disprezzando a priori l’opera di Kubrick, ma, per come la vedo io, a ragione. Poi non dimentichiamo che senza King Shining non si sarebbe mai fatto, quindi se vogliamo asserire che King non capisce un cazzo di cinema, dobbiamo aggiungere che forse Kubrick non capiva un cazzo di letteratura, anche perché Shining libro è ancora oggi un capolavoro. Senza nulla togliere a Shining il film.

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Negli anni 80 un film con il nome di King sulla locandina ti portava in sala, sia fosse stato il Creepshow di Romero che la Christine di Carpenter, questo lo capì il produttore De Laurentiis che mise sotto contratto lo scrittore per scrivere e supervisionare le opere tratte dai suoi libri. Nacquero esperimenti interessanti come L’occhio del gatto o Fenomeni paranormali incontrollabili, divertissement come Unico indizio la luna piena e  appunto Brivido.

Sembra che fu proprio il produttore a stuzzicare l’ego di King chiedendogli “Perché non giri tu un film?” e King che di tecnica cinematografica non sapeva nulla, non si mise a ridere, ma rispose spavaldo “Ok” spiazzando un po’ tutti. Da qui non si poteva tornare indietro.

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King aveva in mente fin dall’inizio chi avrebbe voluto come protagonista, il cantante Bruce Springsteen, ma De Laurentiis non accettò perché non trovava molto commerciale la mossa. “Chi diavolo è questo Bruce Springsteen? C’è un attore bravo che si chiama Emilio Estevez ed è il figlio di Martin Sheen, lui è la scelta giusta“. Non sappiamo se questa sia stata la mossa migliore, certo è che Brivido con Bruce Springsteen avrebbe acquistato un altra dimensione, uno stato di culto ancora maggiore. Lui il Boss che aveva cantato Born in USA contro la guerra in Vietnam,che ci aveva commosso con The river, ora davanti ad un camion gigante, armato di bazooka come un cazzo di Chuck Norris, che urlava “Lo vuoi la supposta, man?”.

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Al mio posto ci doveva essere il Boss che esclamava sexy “Te la rasi tutti i giorni” a Laura Harrington. Capisci, Goblin?

Concludere le riprese di Maximum overdrive non fu facile perchè King aveva sì entusiasmo da vendere ma dovette fare i conti con la realtà dei fatti: girare un film non è come scrivere, non puoi improvvisarti. Quindi veniva sfottuto dalla troupe perché non conosceva i termini tecnici, e, anche soltanto posizionare la telecamera, era un dilemma, così la produzione rallentava sempre più. Ad aiutarlo però ci fu il direttore della fotografia Armando Nannuzzi che durate una ripresa arrivò a perdere un occhio e ad interrompere ulteriormente le riprese di un film già nato sbilenco.

 

Sembra che l’incidente successe per colpa di King che insistette a girare una sequenza particolamente pericolosa malgrado l’avessero avvertito. La scena era quella dove un tagliaerbe impazzito insegue un ragazzino in un prato. La protezione di legno esplose e diverse schegge colpirono l’occhio del povero Nannuzzi.

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L’idea di Brivido nasce dal racconto Camion, presente nell’antologia A volte ritornano, una scelta un po’ inaspettata perché non proprio il tema che ci saremmo aspettati dall’esordio alla regia di King. Oltretutto A volte ritornano è un libro oltretutto pieno di spunti più fantastici e terrorizzanti come uomini nero, topi giganti, alieni che contaminano il DNA delle persone e vecchi compagni di scuola non proprio pacifici.  King delude nuovamente sparandone una più di Bertoldo perché, nel famoso trailer, specifica pure “Vi prometto che vi terrorizzerò” e Brivido, a discapito del titolo italiano, non fa paura. Mai.

Brivido non è comunque il brutto film che si racconta e che lo stesso King ama raccontare. E’ un film sbagliato, sbilanciato, troppo lungo, ma non un brutto film, anche con i suoi evidenti difetti. E’ un fantahorror coloratissimo, scatenato nelle battute da fumettaccio, un po’ sulla falsariga del Creepshow di Romero, e assolutamente immaginifico. Succedono, nella sua ora e mezza di film, talmente tante cose, a volte anche assolutamente assurde pure nel cotè d’irrealismo fantastico, che, tu spettatore, strabuzzi gli occhi e dici “Ma che cazzo…”. Brivido è il giocattolo costoso dato nelle mani di King bambino da un De Laurentis papà, e, come tutti i bambini, King lo distrugge, lo consuma, ci crea sopra una storia fatta di eroi senza macchia, cattivi alla Boss Hogg di Hazzard, fanciulle in pericolo e battute ad effetto. Brivido è il perfetto B movie da drive in anni 50 però con la confezione di un film da 10 milioni di budget, il cinema secondo Stephen King che non assomiglia al mondo letterario di King.

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In un mondo perfetto Brivido sarebbe stato un successone e non il disastro che incassò in America appena 7 milioni, neanche i soldi del budget, e non perché si parla di un film perfetto ma perché il grado di divertimento era altissimo. L’insuccesso di Brivido viaggia al pari passo con le promesse non mantenute del Re, sulla scelta sbagliata di girare un film troppo distante dall’universo pauroso al quale il suo pubblico era abituato, dal suo essere poco umile in quel trailer sciagurato.

Brivido è la risposta kinghiana, l’omaggio a La notte dei morti viventi e a Zombi di George A. Romero, amico e ispirazione dello scrittore. I camion del film sono come gli zombi di Dawn of the dead, sono aggressivi, fuori controllo e uccidono, ma qual è il posto dove tornano a seminare terrore? Le aree di servizio perché, come il supermercato del film di Romero, è il luogo più importante della loro non vita, dove sanno che la benzina è il loro sangue, la loro linfa vitale. Come in La notte dei morti viventi i sopravvissuti sono barricati in un luogo chiuso in attesa che l’apocalisse prima o poi li travolga. Ecco che Maximum overdrive diventa un Romero 2.0 dove la tecnologia che ci ha permesso di evolverci ora ci si rivolta contro. “Noi siamo come loro e loro sono come noi” diceva una disperata Barbara nel remake de La notte di Tom Savini. Le macchine le abbiamo costruite noi e ora ci ammazzano.

 

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Silvia Giulietti, l’operatore alla macchina più sexy del mondo

 

Brivido è un film sui camion assassini, ma soltanto perché King ad un certo punto perde di vista il soggetto. L’idea più potente è nei primi minuti di pellicola, la prima mezz’ora, dove in scena viene messa un’apocalisse di grande impatto visivo. Ad impazzire sono tutte le macchine, dai bancomat sboccati con cammeo dello stesso King (“Cara questa macchina mi sta dando dello stronzo”), alle macchine automatiche di bibite, ai videogames fino ai banali coltelli elettrici. Ci si concentra sui camion ma vediamo sullo sfondo aerei assassini e giocattoli sanguinari in bocca a cani. Ecco il difetto principe di Brivido, il non aver saputo giostrare una sceneggiatura interessante nell’insieme arrivando a concentrarsi sul dettaglio più banale. D’altronde però il racconto si chiama Camion. 

Gli echi romeriani in Maximum overdrive si possono trovare anche nella gestione di contrappasso moralistico di alcune morti. Il nero senza nome (interpretato dal mitico Giancarlo Esposito di Breaking Bad), appassionato di macchinette, viene ucciso solo quando ruba, lo stesso succede, nel finale, ad un sopravvissuto quando sfila l’orologio da un cadavere. Non dimentichiamoci che in Zombi, Peter comincia a morire quando comincia a sancire i limiti della proprietà privata. “Questo posto è nostro e ci appartiene“.

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Alcune sequenze sono girate molto bene, altre più distratte con il punto più basso nella concitata scena del ponte che si apre. Qui King sembra più impacciato che mai e i rallenti con l’urlo del motociclista che precipita rovinosamente nel fiume, sono più da comica che horror. Non si respira mai l’aria di apocalisse, di morte imminente e i modellini delle vetture sembrano appunto modellini senza vita. Una scena che poteva creare grande disagio e angoscia diventa purtroppo una baracconata solo caotica. Sarà la North Carolina che non è magica come il Maine.

Non tutte le macchine impazziscono, non si sa il motivo, anche perché i due novelli sposi vengono inseguiti da un camion infuriato mentre sono alla guida appunto di un’auto.

Altro punto dolente del film è la recitazione, tra l’atroce e il catalettico. Estevez, la star voluta da De Laurentiis, non recita, si limita a fare facce, a passare dal tranquillo all’arrabbiato senza molta differenza, con una performance diversa sia dai film che l’hanno reso famoso come Breakfast club che dalle dolci stronzate della nostra infanzia tipo Il giallo del bidone giallo. Non di meglio fa Laura Harrington perennemente imbronciata, in un ruolo che non sa mai cosa farle fare, un po’ eroina, un po’ po’ puttana, un po’ nulla se non bella statuina. Oltretutto la Harrington parte con un look da maschiaccio per poi presentarsi in versione più sexy solo per volere di De Laurentiis (“King vuole che mi vesta così” “Vestiti come dico io“). Il punto più basso toccato dalla recitazione è però la performance di Ellen McElduff nei panni di una cameriera, una cosa incredibile a vedersi quando esce dal drugstore urlando alle macchine con la mimica facciale di un spastico. Terribile. Per non parlare dell’atroce Yeardley Smith (la voce ufficiale di Lisa Simpson) nel ruolo di Connie, una gallina starnazzante. Dov’è il tasto mute sul telecomando?

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A non tutti piace la colonna sonora degli AC/DC, io la trovo gagliardissima, una delle musiche hardrock più esaltanti in un horror. Certo non è forse d’atmosfera, ma Brivido non è un film d’atmosfera, non è il prosciutto Pata negra che costa un occhio della testa, è il corrispettivo del Big mac unto e ciccioso che ti scopa la bocca caldo e al quale non puoi dire di no anche se hai speso milioni dal nutrionista. Un oggetto che doveva essere per tutti ma che è diventato di nicchia perchè non capito dagli stessi amanti del Re che avrebbero dovuto seguirlo anche nel suo essere disastro artistico alla King Vidor della serie B.

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Nannuzzi e King

King definisce Brivido come il seguito non ufficiale di Plan 9 from the outer space, lo dice scherzando, ma i suoi ricordi sul set non sono mai felici. Ad alcuni giornalisti che gli chiesero perché non girava più lui rispose “Guardate Brivido e capirete il motivo“. King afferma di essere stato perennemente ubriaco sul set e di non ricordarsi un granché soltanto che molti parlavano italiano e lui non conosceva la lingua. Per assurdo comunque come in Plan 9 from the outer space le macchine, si scoprirà nel finale grazie ad una didascalia, sono forse impazzite per via di un U.F.O.. In Ed Wood i morti, in Stephen King i camion.

La versione integrale non è mai uscita e lo scrittore la conserva a casa sua con nessuna intenzione di divulgarla. Si racconta, attraverso foto di scena, che dovesse essere più sanguinosa con grafici geyser di sangue che uscivano dalle ferite, con corpi martoriati e sequenze alternative più feroci. Non solo: alcune scene sembrano spezzate, senza molto senso logico, e questo fa pensare che la durata del film sia stata accorciata anche non solo nel reparto gore. Ad un certo punto, per esempio, il gestore del drugstore esce da una stanza abbottonandosi i pantaloni seguito dalla cameriera, ma niente, né prima né dopo, analizza il loro rapporto. Quando la censura tagliò il film, King si disse rammaricato perché la sua versione era più potente. Come non credergli?

La cosa che comunque ci si ricorda di Brivido è soprattutto il Camion del Goblin, un vero villain del film, che ad essere sincero non fa né più né meno degli altri cingolati ma ha questi occhi che si illuminano e una colonna sonora tutta sua mutuata su quella di Psycho. D’altronde, nessuno l’ha mai detto, ma Maximum overdrive potrebbe essere una strana declinazione di Hitchcock, quasi una risposta tamarrissima al suo Gli uccelli.

Brivido è stato con gli anni così vituperato, così disprezzato che è difficile non volergli bene. Noi di Malastrana vhs lo abbiamo adorato fin dal primo passaggio in tv quando la vita forse era più semplice. Belli gli anni in cui il cinema era solo intrattenimento. In questo Brivido è il cinema nella sua forma più pura.

Andrea K. Lanza 

Brivido

Titolo originale: Maximum overdrive

Anno: 1985

Regia: Stephen King

Interpreti: Emilio Estevez, Pat Hingle, Laura Harrington, Yeardley Smith, John Short

Durata: 90 min.

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La saga di Nightmare on Elm Street

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I sogni sono mondi incontrollabili dove fantasie e frustrazioni si riversano anarchicamente durante il sonno. Non esiste una ragione o un Dio che regola l’illusione di un’azione in questa landa onirica: si può volare, i nostri cari defunti posso risorgere per parlarci, l’assurdo daliano diventa realtà di tutti i giorni, e naturalmente tutte le nostre fobie prendono una forma materiale nell’irrealtà delle nostre visioni notturne.

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Freddy Krueger è l’incarnazione delle nostre paure ataviche, l’idea del buio che fa paura, del dormire senza risveglio, del baubau che vive sotto il letto. Ma non solo: Freddy Krueger è anche il sesso sporco, quello che distrugge l’idea da ragazza del principe azzurro, la rozzezza, la volgarità del maschio che al posto di essere detestata inconsciamente viene desiderata in un riappropriarsi del ruolo primordiale di femmina tolti i panni della donna pensante. Per questo forse, a differenza di Jason, il ritardato assassino di Venerdì 13, Freddy, con il suo maglione a righe e il cappello a lunghe falde, è diventato non solo un personaggio leggendario da film, ma una vera icona per i ragazzi di tutte le età: perchè è vero che Freddy è dannatamente pericoloso, ha gli artigli come un gatto e fa paura la sua voce, ma è anche tremendamente sexy nella sua mostruosità incarnando perfettamente tutto quello che detestiamo e che ameremo essere, un segreto che nascondiamo nella società delle apparenze.

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Nightmare dal profondo della notte (1984)

Alla base di A Nightmare On Elm Street (Nightmare dal profondo della notte) ci sono gli scritti di Castaneda, uno studioso che si addentrò attraverso i suoi libri nei mari inesplorati del sogno, ma anche le vicende del serial killer Albert Fish, uno tra gli assassini più infami della storia che uccise e stuprò centinaia di bambini nell’America dei primi del 900. Craven in diverse interviste poi asserì che furono fondamentali almeno due episodi della sua vita per dare forma a Freddy Krueger: l’incontro quand’era bambino con un barbone che lo spaventò a morte e le angherie subite da parte di un bulletto che si chiamava appunto come il nostro mostro dalle unghie aguzze. A questo aggiungiamo un fatto di cronaca americano dei primi anni 70 dove un ragazzo asiatico svegliò di notte la famiglia con urla terrorizzanti e morì nel sonno come se stesse lottando disperatamente contro qualcuno.

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Era una notte quando mi svegliai e guardai fuori dalla finestra: sotto c’era questo barbone che mi guardava dritto negli occhi. Era vestito come Freddy Krueger, maglione simile e portava quel sudicio cappello, doveva essere un ubriacone. Mi nascosi, contai nel buio, uno, due, tre, cento, ma quando alzai la testa lui era ancora lì e mi guardava ancora, gli occhi cattivi fissi su di me. Vidi che faceva il giro della casa e sentii che armeggiava con la porta. Svegliai mio fratello che scese con una mazza da baseball, ma fuori non c’era nessuno (…) Poi ci furono una serie di articoli sul Los Angeles Times usciti a distanza l’uno dall’altro che raccontavano episodi simili su tre persone di origine orientale che non riuscendo a convivere con i ricordi della guerra in Vietnam morivano nel sonno. Uno di questi era più interessante di altri perchè appena letto mi dissi che c’era la materia per un film: un ragazzo che era stato in un campo di riabilitazione, in Cambogia credo, viveva ora con i genitori in America e si rifiutava di dormire perchè diceva che nel sonno poteva morire. Trovarono nella sua stanza nascoste tazze che aveva riempito con il caffè: cercava in tutti i modi di non addormentarsi. Una sera i suoi tornano e lo trovano addormentato davanti alla tv, sono felici perchè sta riposando pacificamente, ma poi nel cuore della notte si sveglia e sembra che lotti con qualcuno finchè non muore. Ecco lì c’era il seme per Nightmare”. [Wes Craven]

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Il regista aveva cominciato a scrivere una sceneggiatura di Nightmare on Elm Street già verso il 1981, dopo aver finito la produzione del cinecomix Swamp Thing (1982) quando era uno degli autori giovani più promettenti sulla piazza, ma piazzare il film su Freddy Krueger non fu facile anche perché l’horror in quel periodo era visto di malavoglia ad Hollywood, e poi non dimentichiamo che si parlava di un pedofilo assassino, argomento tabù per l’America puritana. Nightmare infatti viene rifiutato dalle maggiori major e trova una via solo grazie al coraggio di una casa indipendente che alle spalle aveva poche cose importanti per di più documentari, la New Line che, ancora a distanza di anni e di grandi successi, è conosciuta dai fan come “The House That Freddy Built“.

027-a-nightmare-on-elm-street-theredlist.jpgCurioso come tra le case che si interessarono al progetto ci fosse pure la Walt Disney che voleva però un prodotto molto più edulcorato e per ragazzini. Alla fine Craven scelse di descrivere Krueger soltanto come un assassino di giovani stemperando il risvolto pedofilo (che tornerà nel remake recente). Per il ruolo di Nancy Thompson, Craven voleva a tutti i costi un’attrice non conosciuta e la scelta cadde su Heather Langerkamp che battè qualitativamente ai provini quasi 200 attrici. L’indirizzo fittizio dell’abitazione dove si svolge la vicenda è il 1428 di Elm Street a Los Angeles, California, divenuto un po’ il marchio della serie. Durante la produzione, più di 500 galloni di sangue finto furono utilizzati per gli effetti speciali: si pensi che per la famosa sequenza del geyser di sangue, si riciclò lo stesso set con stanza girevole utilizzato per la coreografica morte di Tina. Altra curiosità è su come sia stata girata la famosa scena dell’artiglio che fuoriesce dall’acqua mentre Nancy sta facendo il bagno: il set fu costruito su una piscina e fu realizzata una speciale vasca senza fondo.

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Il regista di Venerdì 13, Sean S. Cunningham, vecchia conoscenza di Craven fin dai tempi del suo primo horror, aiutò l’amico girando una secondaria scena di inseguimento: i semi perchè le due icone dell’horror, Freddy e Jason, si incontrassero c’erano quindi già agli albori delle serie. Stilisticamente Nightmare è anche la prova più matura del regista Wes Craven che veniva da almeno due cult movie del cinema del terrore, Le colline hanno gli occhi e L’ultima casa a sinistra, stupendi affreschi di un orrore brutale e primitivo, ma di fattura registica (volutamente o meno) acerba e rozza. In Nightmare, Craven può sfogare la sua fantasia, il suo gusto per la citazione (che sfocerà in tempi recenti nell’accumulo ridondante e inutile di uno Scream 3), i suoi studi filosofici da ex professore universitario, ma soprattutto avrà l’occasione di girare forse il suo capolavoro, quello capace ancora oggi, accresciuto ancor di più da un mediocre remake, di far paura a distanza di quasi trent’anni.

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Si riconoscono echi del primo Dario Argento (la preparazione degli artigli come le lame dell’assassino di L’uccello dalle piume di cristallo), ma anche influenze meramente craveriane (la scena della vasca da bagno filtrata dal poco precedente tv movie Benedizione mortale) in un contesto totalmente innovativo però per l’epoca: un universo dove la realtà e il sogno si assottigliano sempre più fino ad assomigliarsi. Restano nella leggenda del cinema horror il magistrale omicidio di Tina sotto gli occhi atterriti del fidanzato (scena omessa per la sua crudeltà da molte versioni dvd) con le artigliate sul soffitto, e il geyser di sangue surrealista della morte del ragazzo di Nancy, ma anche Krueger che allunga le braccia assurdamente come un disegno sproporzionato di un bambino dell’asilo.

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A Freddy darà il volto l’attore di teatro Robert Englund, già celebre per essere stato l’alieno buono nella serie cult V Visitors, e che da allora rinuncerà quasi per sempre al suo viso per indossare una maschera sformata di esso in seguiti e horror debitori di Nightmare. Tra gli attori fa il suo esordio la futura star Johnny Deep che non si dimenticherà di Krueger ritornando per un breve cammeo nel capitolo, sulla carta, finale della serie, Nightmare 6. Altra faccia nota è il padre poliziotto della protagonista Nancy, John Saxon, volto conosciuto dei western, ma anche cattivo dei poliziotteschi italiani tipo Italia a mano armata col compianto Maurizio Merli. Wes Craven originariamente pensò di creare per il film un finale più suggestivo: Nancy uccideva Krueger smettendo di credere in lui, ma poi risvegliandosi scopriva di stare vivendo in un incubo più complesso. Ma la New Line insistette per un altro finale dove la morte di Freddy Krueger non era data per certa aprendo quindi la strada per altri incubi. Craven era assolutamente contrario, per lui il film doveva essere un unico capitolo, ma alla fine dovette cedere, grazie a Dio, aggiungiamo noi, perché questo fu l’inizio di una leggenda che durerà ben altri 8 incubi tra remake, seguiti e spin off, senza contare fumetti e due stagioni di una serie tv.

I seguiti

Il Krueger dei seguiti è ben diverso dal Krueger originale. A poco a poco la serie, sempre di più apprezzata dal pubblico di ragazzini, si attesta sull’horror umoristico con una metamorfosi del pedofilo serial killer onirico in un clown nero e diabolico dalla battuta pronta. Se il Krueger originale parla davvero poco e uccide selvaggiamente, man mano che la serie prosegue gli omicidi si faranno più spettacolari, assurdi e così surreali da non fare neppure paura commentati dalla volgare e cinica ironia del mostro di Elm Street. L’inizio di questa tendenza si ha col capitolo più odiato da tutti i fan della serie, quel Nigtmare 2 la rivincita (1985) che anarchicamente se ne fregherà della mitologia craveriana e dei suoi personaggi per creare una storia orientata verso il filone delle case maledette che da Amityville in avanti stavano vivendo un momento di nuova vitalità. Artefice dell’opera il giovane Jack Sholder che ha all’attivo uno slasher atipico con Jack Palance, Soli nel buio, con tre pazzi mascherati al prezzo di uno, e girerà nel futuro un cult della fantascienza horror, L’alieno.

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Umori omosex si mischiano a scene di morte spettacolari: corpi squartati e usati come involucri per il passaggio di Freddy nel mondo onirico a quello reale con un’idea di carnalità sessuale quasi barkeriana. Eliminato il personaggio di Nancy entra in scena quello di Jesse, il tipico ragazzo della middle class che vive in villette a schiera da American beauty con la famigliola da spot mulino bianco, fa sport ed è felicemente fidanzato con una ragazza altrettanto fasulla e asessuata. Ma sotto questa patina il regista Sholder scava, come farebbe Fred con le sue unghie, fino a trovare il marcio: un padre padrone che sottomette la moglie succube, un desiderio di massacrare tutti i cari come in Amytiville possession di Damiani, solo a colpi di artigli al posto del fucile, il desiderio represso dell’amore per un amico nascosto da una facciata di infatuazione idilliaca per una donna.

9aa54f5deccc79dae196f389f7d11b9f.png Ecco che i semi per l’arrivo – ritorno di Freddy Krueger ci sono tutti. La casa di Elm street acquista una dimensione regia in questo capitolo, quasi fosse una componente fondamentale per la resurrezione di Freddy: sotto, nella cantina, si ha la fornace dove si ipotizza che Freddy costruì i suoi guanti e dove abitò prima di Nancy, ma non solo, la casa diventa quasi un’appendice dell’inferno dove Kruger acquista una dimensione quasi luciferina (idea rinforzata dalla presenza biblica di un serpente in un sogno fatto da Jesse in classe).

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E’ l’incubo che non ha bisogno più del sonno per prendere forma: un pacifico uccellino diventa un impazzito predatore per esplodere, i dischi si sciolgono quasi come in quadro di Dalì, il desiderio di essere maschio stride attraverso la penetrazione della carne da parte di Krueger, le urla femminee, i balli cripto gay con mossettine, il disgusto del sesso femminile e la ricerca di un corpo maschile per i propri desideri sessuali sfociano in una strage che grida soltanto desiderio di essere accettati. Nightmare 2: la rivincita è un potente horror, svolta originale nel concept di Craven, così decisivo da essere odiato dal suo creatore che cercherà dal terzo capitolo di riappropriarsi della saga, ma anche un capitolo dai sottotesti così complessi e profondi, mai banale, da esigere una rivalutazione meno superficiale da parte di una critica troppo frettolosa a liquidare un sequel e da un pubblico cieco verso le novità.

hothorrorrusler.jpgNightmare 2 di Sholder è anche il debutto di Freddy Krueger come superstar che, in una scena entrata nella leggenda, sciorinerà il suo amore per il pubblico di fan, “Siete tutti figli miei”, frase che potrebbe pure essere interpretata con l’idea di un male latente nel passaggio tra fanciullezza e maturità. L’idea del pullman guidato da Freddy era un’idea scartata da Craven nel finale del primo capitolo sostituita dall’auto con il tettuccio a mò di maglione kruegeriano. Sembra che sul set (ma alcune voci vogliono il fatto spostato nel capitolo successivo) fu rubato il famoso guanto icona di Freddy e questo giustificherebbe l’assenza dell’arma in molte scene della pellicola.

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Il film, come il precedente, è un successone e passano solo due anni per il terzo capitolo scritto (tra gli altri) questa volta da Wes Craven, Nightmare 3: i guerrieri del sogno (1987). Torna ancora Nancy Thompson, la protagonista del primo capitolo e ci si dimentica del finale negativo che chiudeva quella pellicola: la ragazza ora è cresciuta, fa la psicologa e si interessa ad un gruppo di ragazzi che apparentemente si stanno suicidando in un centro di cura mentale per adolescenti. In realtà neanche a dirlo è Freddy Krueger che li sta uccidendo ad uno ad uno nei sogni. In questo nuovo capitolo, rispetto al precedente, più che la storia contano gli effetti speciale e Freddy diventa a tutto tondo il pagliaccio scuro amato dai fan.

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Si racconta che fu un’idea di Englund di improvvisare la frase leggenda “Welcome to prime time, bitch” al posto di una più inefficace “Ora sei dentro la tv”. Lo script originale calcava molto più la mano sul tema dei suicidi abbassando l’età dei giovani protagonisti, e alla base di questa sceneggiatura iniziale fu scritta la trasposizione letteraria The Nightmares on Elm Street Parts 1,2, 3: The Continuing Story di Jeffrey Cooper con un finale diverso quindi, personaggi che muoiono a differenza della versione filmata, e un’idea aderente molto di più al concept iniziale di Craven. A farla da padrone sono soprattutto, come già detto, gli effetti speciali e le grandiose scene di morte: oltre alla ragazza con la testa infilata a forza da una Krueger tv è bene ricordare il ragazzo marionetta con le vene al posto dei fili, la morte di una ex tossicodipendente con un overdose di eroina iniettata dal guanto del killer con siringhe al posto di lame, un combattimento omaggio agli argonauti di Harriausen con tanto di scheletro animato a passo uno e naturalmente il nuovo dissacrante umorismo kruegeriano a commento di tutto.

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Il film risulta divertente, ma anche molto prevedibile, ancorato banalmente alla formula del primo capitolo che sarà plagiata da tutti i capitoli successivi fino al sei. E’ però un Nightmare importante per la sua componente introspettiva nel passato di Krueger, figlio di una suora stuprata da una un centinaio di folli maniaci (tra cui lo stesso Englund senza maschera), storia fondamentale per il capitolo più minimale spettacolarmente, il numero 5 dove l’assassino ustionato ha desiderio di paternità.

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Nel cast spiccano almeno tre volti noti: la futura star Patricia Arquette (Una vita al massimo), Craig Watson fresco fresco di Omicidio a luci rosse di Brian De Palma e il grande Lawrence Fishburne ancora lontano sia da CSI che da Matrix. Meglio va con Nightmare 4: il non risveglio (1988) del finlandese Renny Harlin: stessa formula del tre, ma ritmo più veloce, puro divertissement pieno di grandiosi effetti speciali, ma con la consapevolezza di essere un giocattolone senza pretese di nessun tipo. Lo scettro di protagonista passa dalla Kristen di Patricia Arquette (qui sostituita dalla poco efficace cantante Tuesday Knight) alla carrolliniana Alice della bellissima Lisa Wilcox.

1088021974Morti spettacolari e alcune finezze di sceneggiatura (firmata dal geniaccio di Hollywood Brian Hegeland) come l’idea di un tempo onirico in loop. A firmare gli effetti speciali il leggendario Screaming Mad George, che trovò con Brian Yuzna il suo massimo apice di espressione artistica (Society), e che qui si scatena soprattutto in una delirante metamorfosi kafkiana di un’adolescente in uno scarafaggio gigante. Alice più della Nancy del prototipo diventa l’eroina per antonomasia della serie: non più vittima, ma protagonista capace di tenere testa a Krueger, portatrice e custode dei sogni altrui, quando Freddy invece li uccide, incarnazione perfetta di un sesso femminile forte che nella Hollywood degli anni 80 aveva visto il suo massimo apice con la Sigourney Weaver di Aliens scontro finale. Bella oltretutto la metaforfosi di Alice da nerd a guerriera del sogno man mano che qualche caro muore.

Nightmare5.jpgCon Nightmare 5: il mito (1989) la serie comincia a decadere. Alla regia il talentaccio australiano Stephen Hopkins, mal sfruttato da una sceneggiatura debole e stanca che ripropone in maniera patetica il personaggio della madre di Krueger, Amanda, e offre le morti meno originali della serie. Se il motociclista cyborg fa un certo effetto (ma la scena attenzione è stata tagliata in fase finale) lo stesso non si può dire delle altre trovate che quando non scopiazzano dai capitoli precedenti si inventano idee patetiche (Super Freddy).

In più una fotografia scura tendente al blu ed effetti specali più poveri del solito non aiutano neanche l’ottima perfomance della brava Lisa Wilcox per la seconda volta nei panni di Alice, qui da semplice antagonista di Krueger a madre di un bambino ambito dal mostro. Interessante, ma anche qui non molto sviluppata, l’idea che un feto possa sognare. Englund è sempre più senza controllo e le sue battute sono un continuo Puttana di quà puttana di là a mò di Figaro del Barbiere di Siviglia.

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Peggio si va con Nightmare 6: la fine (1991) della produttrice Rachel Talalay, purtroppo pessima autrice dietro la macchina da presa qui come in altre occasioni (Killer machine). Nello script originale del film il protagonista doveva essere il quindicenne Jacob Johnson, figlio della Alice dei due film precedenti. Peter Jackson scrisse (con l’idea di poterla girare) una sceneggiatura alternativa di Nightmare 6, che venne scartata, dal titolo di A Nightmare on Elm Street: The Dream Love. Freddy era diventato così debole nel mondo dei sogni che gli adolescenti si vendicavano di lui entrando nel suo universo e torturandolo. Da questo incipit poi partiva la rivincita di Freddy e il viaggio onirico di un ragazzo per salvare il padre dalle grinfie del mostro di Elm Street.

Purtroppo la sceneggiatura ufficiale accettata dalla Dimension sarà peggiore delle due scartate con in più il rimpianto di cosa avrebbe potuto creare a livello visivo un talentaccio come Peter Jackson. Il livello di stupidaggine in Nightmare 6 è sopra il livello di guardia (Krueger sulla scopa a citare il classico Mago di Oz di Victor Fleming), il pubblico al quale si rivolge è quello under 14 anni con tanto di morti cartoon, scene alla game boy e tanto basso umorismo demente. Il film è impreziosito dal finale girato in 3d dove si cerca di mettere fine alla saga di Krueger con un escomotage abbastanza puerile. A interpretare il padre del giovane Fred la star dell’heavy metal Alice Cooper, ma non basta per salvare una saga giustamente arrivata alla fine.

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Ma mai dire mai ed ecco che nel 1994 Wes Craven gira il più grande insuccesso commerciale della storia della serie, Nightmare nuovo incubo, ma per assurdo anche uno dei capitoli più interessanti e complessi. Si ha proprio qui la genesi del metacinema che sarà alla base del successo dei 4 Scream sempre di Craven, finzione e realtà si mischiano, gli attori interpretano loro stessi, Krueger esiste nella maschera engluniana come nell’inedita versione realista. Il creatore della serie si riappropria della sua creatura, la incupisce, gli regala una nuova mitologia, si autocita ripercorrendo le morti del primo Nightmare arricchendole però di un inaspettato realismo surrealista (vedere la morte della babysitter con stavolta Krueger presente e non più presenza invisibile come con Tina). Si citano le fiabe (Hansel e Gretel e il forno della strega) e lo stesso film diviene a sua volta una fiaba da raccontare a un bambino per stavolta esorcizzare gli incubi. Nightmare diventa l’ossessione che lega i protagonisti, l’ironica idea craveniana che Krueger ha bisogno di un seguito per sopravvivere, proprio il regista che era contrario ad un seguito fin dal primo capitolo. In questo caso, a differenza dei capitoli precedenti, non sono gli effetti speciali, ma proprio la storia a farla da padrone in una sorta di biografia fittizia dei vari interpreti e creatori di Nightmare dal profondo della notte, con legami sentimentali inesistenti nella realtà, ma possibili nell’idea di un cinema che mima la realtà, ma non è la realtà. Con questo capitolo, non capito, non amato, troppo complesso per il pubblico teen che seguiva Freddy Krueger che la saga definitivamente si spegne, ma non il personaggio di Freddy che vede in improbabili scontri e in nuovi remake una nuova linfa vitale. Difficile uccidere lo zio Fred, vero?

Lo spin off

L’idea di un film che unisse le icone dell’horror moderno (Jason Vorhees di Venerdì 13, Michael Myers di Halloween, Pinhead di Hellraiser, Letherface di Non aprite quella porta e, appunto, il Freddy Krueger di Nightmare) era nell’aria da molto tempo, ma le varie case non trovarono mai un accordo sullo sfruttamento dei vari personaggi, preoccupate su chi tra queste creature sarebbe stata l’effettiva star. Vogliamo stendere un velo pietoso su cosa l’industria in tempi moderni ha creato con la stessa idea in chiave parodistica con l’invedibile Horror movie, villipendio al buon gusto e all’intelligenza dei fan del cinema di paura.

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L’idea che sembrò più fattibile fu appunto un Freddy vs Jason soprattutto dopo che i diritti del mostro con la maschera da hockey passarono alla New Line visto l’insuccesso di Jason a Manhattan. Si preparò il crossover con il finale di Jason all’inferno dove l’artiglio di Kruger prende la maschera del gigante di Cristal lake e a commento la famosa musichetta di Nightmare con la diabolica risata di Freddy. Si vagliarono diverse sceneggiature e le più accreditate furono soprattutto 2: The millenium massacre, in cui Freddy si scopre era uno dei sorveglianti di Jason quando affogò, e Fred teste dove una setta vuole sacrificare una bambina a Krueger, ma la sorella maggiore mette il cuore del suo fidanzato morto nel corpo di Jason per impedire questo. Alla fine la sceneggiatura finale utilizzò i migliori momenti delle due, ma trattò un’altra storia. Alla regia troviamo il regista di Hong Kong Ronny Yu da poco migrato con successo in America con La sposa di Chucky, meraviglioso capitolo della saga della Bambola assassina creata da Tom Holland (Ammazzavampiri).

d78d0175b9c730b00ecbe685739dd70c9e462828_hq Anche Freddy vs Jason sarà un successo, ma il film alla fin fine è poca cosa, divertimento nerd per fan. Il make up di Englund è stranamente simile a quello di Nightmare il nuovo incubo, più dribblato verso un Krueger surrealista e dai tratti luciferini. Purtroppo non aiuta l’eccessiva dose di umorismo becero che pensavamo di avere abbandonato dopo i mediocri ultimi capitoli della serie e alla fin fine la storia non ha una trama abbastanza forte da giustificare l’incontro tra queste due superstar del cinema horror. A interpretare Jason viene preferito Ken Kirtzinger al posto del solito Ken Hodden (stunt man icona di Jason) sembra per una maggiore altezza del primo sul secondo, ma nella scena finale, per complicare il tutto, i panni del gigante di Venerdì 13 vengono indossati da Douglas Tait. Nel cast fa la parte della protagonista la Monica Keena del serial Dawson creek e in ruoli secondari possiamo riconoscere la star della serie Ginger snaps, Katharine Isabelle, qui ridotta al ruolo di carne da macello per Freddy e Jason. Fra le tante scene oniriche da ricordare il risveglio dei suicidi in coma e l’arrivo di un Krueger in versione Bruco di Alice nel paese delle meraviglie. Di questo film esiste una trasposizione lettararia a firma di Stephen Mano che firmò pure la novelization di The texas chainsaw massacre di Nispel. Dal romanzo al film le differenze sono poche e si riassumono nel personaggio di Will che eccitandosi si trasforma in Freddy Krueger.

Il remake – reboot

Prima che la Platinum Dunes di Michael Bay (Non aprite quella porta e Venerdì 13 di Nispel tra i molti reboot di classici della paura) si interessasse a Freddy Krueger, i produttori Toby Emmerich, Bob Shaye e Richard Brenner per la New Line avevano in mente da diverso tempo un progetto per un nuovo A Nightmare on Elm Street. Dopo gli scarsi risultati dell’ultimo capitolo i vertici arrivarono alla conclusione che si sarebbe dovuta reinventare la serie in un’altra ottica totalmente diversa. Nacque l’idea di un prequel dal titolo Nightmare: The First Kills, con John McNaughton alla regia, un film sullo stile di Henry pioggia di sangue, più maturo, vero e sanguinoso di ogni altro Nightmare mai concepito.

A-Nightmare-On-Elm-Street-9-2010.jpgLo stile documentaristico sarebbe stata la chiave giusta per narrare le vicende di Freddy Krueger, dai primi omicidi sino alla sua morte. Robert Englund, informato del progetto, si mostrò interessato a interpretare un Freddy Krueger anomalo senza nessun make up. Alla fine però questo progetto fu cassato a favore del più ricco e accomodante reboot della Platinum Dunes. Inutile dire che il remake è forse uno dei punti più bassi raggiunti dalla saga di Nightmare, più di tanti brutti capitoli, perchè tradisce in pieno il concept originale di Craven pur ripercorrendolo a volte pedissequamente. Prima di tutto a non convincere è il make up del nuovo Krueger: verosimile quanto si vuole, ispirato a veri ustionati, ma indigeribile per chi è cresciuto a pane e Robert Englund. Con questo non si vuole dire che non può esistere un Nightmare senza Englund, lo stesso si pensava con Bond senza Sean Connery, ma è indiscutibile che almeno la maschera indossata dal bravo Jackie Earle Haley (Watchmen) potesse essere un po’ più aderente al prototipo.

a-nightmare-on-elm-street-movie-image-14.jpgQuesto Kruger senza naso è francamente imbarazzante a livello visivo e, pur se simile come comportamento all’originale villain craveniano, non riesce mai ad avere il carisma che caratterizzava il Krueger fin dagli esordi. Bisogna poi dire che di fondo manca una dose di coraggio e c’è la fastidiosa tendenza di lanciare il sasso e nascondere la mano come nell’indecisione di descrivere un Freddy ingiustamente lapidato da una folla di genitori giustieri. Alla fine il male deve sempre essere pedantemente male così da rendere i nostri sogni più leggeri. A livello visivo il film è poca cosa: i momenti onirici, vera attrazione della serie, sono prevedibili, e il passaggio dell’esordiente Samuel Bayer dal mondo dei videoclip a quello del cinema è imbarazzante. Inconcepibile la mancanza di Robert Englund: neppure in un piccolissimo cammeo. In qualsiasi caso questo reboot ha incassato moltissimo, ma forse per le critiche scarse si è preferito, come già con Venerdì 13 remake, far morire qui la saga. Peccato

I fumetti

Freddy ebbe una vita alternativa anche nel mondo dei fumetti con diverse serie nate e defunte nel giro di pochi numeri, interessanti molte volte più a livello di soggetto che di effettiva resa finale. La prima a portare Krueger nei comics fu la casa delle meraviglie, la Marvel, che fece uscire a fine anni 80 due numeri in bianco e nero che raccontavano una storia inedita rispetto a quelle trasposte sul grande schermo. Dreamstalker scritto da Steve Gerber e disegnato da Rich Buckler si prendeva delle libertà rispetto ai 4 film usciti sul grande schermo, tanto da stridere con la mitologia kruegeriana in diversi punti, ma qualitativamente non era peggiore di tanti capitoli passati e futuri della serie.

noes-issue-1aIl fumetto fu un successo senza precedenti, uno dei più venduti tra le pubblicazioni in bianco e nero di questa casa, ma venne comunque interrotto. Sembra infatti che i dirigenti della Marvel, famosa per i suoi supereroi da Spiderman a Hulk, avessero paura che un fumetto dai contenuti così maturi potesse allontanare una fetta di affezionati lettori dalle loro pubblicazioni. Altre due storie scritte da Peter David avrebbero dovuto vedere la luce, ma l’interruzione della serie relegò al limbo delle idee mai pubblicate queste nuove avventure kruegeriane. Bisogna aspettare quindi il 1991 quando L’Innovation Publishing fa uscire ben tre serie di A Nightmare on Elm Street, tutte scritte da Andy Mangels e questa volta a colori. La prima serie vedeva come protagonisti molti personaggi conosciuti dai fan di Freddy, tra cui Nancy Thompson, Kristen e Alice con un arco temporale che spaziava un po’ in tutti i film di Nightmare, coprendo pure il buco narrativo tra il capitolo 5 e il 6. La seconda serie, La morte di Freddy, era un mero adattamento del film omonimo con tanto di ultima parte da leggere con gli occhialini in 3d.

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L’ultima serie, una delle più interessati, era invece un vero e proprio seguito a fumetti del sesto capitolo. Purtroppo il fallimento della casa nel 1992 ha interrotto la storia che non ha mai visto la fine, ma il suo autore Mangels ha recentemente pubblicato sul suo sito web la sceneggiatura dell’ultimo episodio inedito. Tra ristampe varie bisogna aspettare il 2005 perché Freddy infesti ancora le edicole con una miniserie di tre numeri editata dalla Avatar press, storie non molto interessanti e realizzate senza nessun nerbo. Meglio va nel 2006 quando la WildStorm Productions , una succursale della DC Comics, acquista A Nightmare on Elm Street, lancia una nuova serie regolare scritta da Chuck Dixon e disegnata da Kevin J. West, Bob Almond e Joel Gomez. La prima storia, Freddy’s War, è incentrata su un’adolescente di nome Jade, che trasferendosi a Sprinwood entra in contatto con Freddy. Aiutata dal padre, un ex ranger dell’esercito, e da una ragazza in coma, Jade inizia a fronteggiare Krueger. Altra storia interessante e dallo sviluppo non banale è Demon of Sleep, che racconta la vicenda di un gruppo di emarginati che, per non essere uccisi da Krueger, evocano un demone azteco del sonno che possa aiutarli. La serie comunque si interrompe perché la Wildstorm decide di creare dei volumi autoconclusivi incentrati sulle icone horror, oltre a Freddy pure Jason e Letherface.

2307629-anoes_04_coolidge__001 La storia su Krueger fu scritta da Christos Gage e Peter Milligan dal titolo Copycat, dove appunto un emulo del mostro di Elm Stret uccide adolescenti a Springwood. E’ questa l’ultima apparizione in solitario di Freddy che dovrà dividere la scena con altri nei due seguiti a fumetti di Freddy vs Jason ovvero Freddy vs. Jason vs. Ash e Freddy vs. Jason vs. Ash: The Nightmare Warriors, scritta da James Kuhoric e illustrate da Jason Craig, dove ai due mostri si aggiunge la presenza del protagonista caciarone della serie Evil dead di Sam Raimi. E’ questa forse la più riuscita tra tutte le trasposizioni a fumetti di Krueger, quella più fresca e sicuramente più divertente. Certo è che ognuna di queste pubblicazioni merita, anche a discapito della scarsa riuscita artistica, un recupero per leggere versioni alternative o nuovi sviluppi della serie Nightmare che abbiamo amato e che amiamo ancora.

Altri media

Nel 1988 sbarca, sfruttando l’eco del personaggio, in tv un telefilm tutto incentrato su Krueger, Freddy’s Nightmare. Composta da appena due stagioni la serie, noiosetta e estremamente frenata nei temi, vede Freddy Krueger come narratore di storie sul filone di Ai confini della realtà che solo in rarissimi casi (come per esempio i frammenti Sister’s keeper e Freddy’s Tricks And Treats) lo vedono protagonista.

freddys-nightmares-glossy-05.jpgL’episodio più interessante porta la firma di Tobe Hooper ed è il pilot, No more Mr. Nice Guy, che racconta la genesi di Krueger come assassino di Elm Street con il suo linciaggio e il relativo ritorno per vedicarsi di un poliziotto che non ha fermato la folla. Per il resto la serie, a livello narrativo e visivo, si affossa nella mediocrità più assoluta senza dire nulla di nuovo o di interessante nella mitologia del mostro daglia artigli affilati. In Italia la serie oltre che su piccoli canali privati è uscita all’epoca in qualche vhs che spacciava il collage di episodi come nuovi Nightmare in attesa del quinto episodio di lì a venire.

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Il mondo dei videogame non ha ospitato molte volte il personaggio di Krueger. Si può ricordare Nightmare on elm street (per comodore 64 e Nes) nel quale dobbiamo aiutare un gruppo di ragazzi (gli stessi di Nightmare 3) a ritrovare le ossa di Krueger per poi fronteggiarlo alla fine. Videogame tipico degli anni 80 non peccava neanche all’epoca per grafica e pathos.

maxresdefaultA ridosso dell’ultimo remake-reboot fu realizzato un gioco in rete nel quale l’utente deveva riuscire a tenere sveglia la ragazza protagonista con ogni mezzo (dal bere caffè, farsi docce, arrivando anche all’autolesionismo e altro) per proteggerla da Krueger. Poca cosa. Molto più divertente, ma folle, è stata l’idea della saga di Mortal kombact di inserire Krueger come personaggio giocabile nel 2011.

Noi, i sognatori, ti aspettiamo sempre, Freddy.

 

Andrea K. Lanza

Raiders of the lost shark

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In seguito ad alcune trivellazioni sul fondale di un golfo, dei ricercatori scoprono una caverna subacquea da cui esce un famelico squalo preistorico. Come se non bastasse uno scienziato decide di potenziarlo ulteriormente per dar vita ad una vera e propria arma inarrestabile: un megalodon volante.

Partiamo con gli aspetti positivi del film: il titolo, spassoso gioco di parole con riferimento a Riders of the Lost Ark (I predatori dell’arca perduta) e la locandina, davvero spettacolare. Fine.

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Cioè davvero vi aspettavate questo?

Passiamo al resto.

Faccio davvero fatica a scrivere qualcosa di interessante su questa “pellicola” perché è il vuoto più totale.

Il film è stato sceneggiato da Brett Kelly, regista di Jurassic Shark, che ripropone praticamente la stessa vicenda con la differenza che qui il megalodon vola.

Dal titolo speravo in una tamarrata nosense ed invece non c’è assolutamente nulla che richiami ad Indiana Jones. Mi sarebbe bastato poco, magari giusto un paio di scene come quelle viste in Shark in venice: un tesoro da trovare, qualche trappola lungo il percorso ed il gioco era fatto. Ed invece il nulla assoluto.

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Qui si sente la mancanza pure della sorella cessa di Scarlett Johansson

Niente di ciò che si vede nella locandina è presente nel film: né elicotteri, né motoscafi, né belle fighe.

Sì perché nello squallore generale rientrano pure le attrici, una più brutta dell’altra.

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Niente belle fighe

L’intera vicenda si trascina in una noia ed un desolazione insostenibile fra esterni orrendi, girati fra terreni brulli e secchi con elettrodotti e capannoni sullo sfondo, ed interni totalmente spogli. Addirittura alcune stanze sono imbiancate a metà e da certe angolazioni si può notare che il pavimento non è stato piastrellato. La povertà più totale.

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Gli attacchi dello squalo sono quanto di più triste e sciatto si possa immaginare, molti dei quali avvengo sott’acqua senza che si veda assolutamente nulla: si intravedono dei denti acuminati e la vittima di turno scompare, cola a picco senza lasciare dietro di sé la benché minima traccia di sangue. Emozionante.

Le squalo è in una CGI vergognosa, bidimensionale e a malapena articolato; a volte balza fuori dall’acqua per ingoiare intero il bagnante senza sollevare un solo schizzo e quindi vi rientra, con la superficie che rimane piatta e senza la minima increspatura. Verso il finale hanno voluto pure strafare ed in qualche scena lo squalo in computer grafica è sostituito da un pupazzetto di gomma. Una cosa che ti lascia morto dentro come un addio improvviso o un lutto che non ti aspetti.

Squalo di gomma

Squalo di gomma

Inutile parlare di regia e recitazione perché siamo al livello di un porno amatoriale. Il budget stimato è 350k dollari ma io veramente non riesco a capacitarmi di dove siano finiti quei soldi. In droga e puttane probabilmente perché altrimenti la cosa non si spiega.

Un paio di scene in particolare rimangono impresse per la bruttezza e la poracittudine che irradiano.

Prima fra tutte, la romantica gita sulla spiaggia della ragazza afro americana insieme al fidanzato, dove quest’ultimo viene divorato al volo dallo squalo che plana a pochi centimetri da terra. Assolutamente indimenticabile l’espressione esilarante della ragazza mentre urla: “Flyyyyying shaaaaaark!!”. Uno dei momenti più significativi della pellicola.

flying shaaark

Flyyyyying shaaaaaark!!

Un altro momento di grande cinema è la gita in barca col marinaio pazzo, forse il momento più simpatico per l’ingenua idiozia con cui è reso.

Il personaggio più simpatico, nonché l’unico, è proprio il marinaio che conduce i ragazzi sull’isola proibita, che ha la stessa mimica facciale del capitano dei Simpson. Si lascia pure sfuggire un “Arr!” ad un certo punto, non potevo crederci

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Dopo aver colpito qualcosa con la barca il marinaio si sporge verso l’acqua per vedere che succede e quando si rialza, dove prima c’era la testa ora vediamo qualche vertebra sporca di ketchup. Tom Savini scansati proprio.

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Il megalodon colpisce nuovamente la barca e una delle ragazze viene sbalzata in acqua. Quanto potrà essere caduta lontano? 1 metro? 2 al massimo? Sembra invece che la tipa sia stata proiettata dall’altra parte della baia: continua a nuotare e nuotare senza mai raggiungere l’imbarcazione. Ma perché? Lo squalo ha curvato lo spazio tempo? Non ci è dato saperlo. Intanto finisce divorata.

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Al terzo assalto pure la protagonista e l’amico finiscono a bagno. A quel punto cosa fanno? Risalgano in fretta sull’imbarcazione? No, molto meglio lanciarsi in un nuotata disperata verso la lontanissima costa.

Ad aggiungere ulteriore trash al momento notiamo che in alcune riprese, mentre i protagonisti sono in acqua, si vedono persone sconosciute fare capolino dalla barca: qualche operatore che si era dimenticato di levarsi dalle palle.

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Nel gran finale troviamo lo squalo che vola sulle teste delle nostre eroine, ruggendo (?) come un leone. Se pensate che l’idea di uno squalo volante possa essere figa, beh, non è lo è, non qui almeno. Il megalodon fluttua senza muovere un muscolo, non sbatte nemmeno le pinne. È solo brutto. Ma non brutto divertente, è brutto e stop.

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La protagonista ha un piano infallibile per sconfiggere la creatura usando uno strumento che genera un campo elettromagnetico. Il dispositivo in questione non è nient’altro che una di quelle lampadine adesive che si attaccano dentro gli armadi. Ne ho una uguale rossa, presa all’Ikea, 2 euro.

Riescono alla fine a distruggerlo facendolo saltare per aria.

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In conclusione:

Raiders of the lost shark è un film brutto ma non abbastanza da essere divertente o memorabile. Ha il pregio di non prendersi sul serio (e ci mancherebbe!) ma questo non lo rende più simpatico. Sconsigliato anche agli shark addicted più accaniti.

Silvia Kinney Riccò 

Raiders of the Lost Shark

Regia: Scott Patrick

Interpreti: Dan Desmarais, Peter Whittaker, Kitty Kamieniecki, Angela Parent, Pavel Lubanski, Candice Lidstone, Jessica Huether, Kendra Summerfield, Anik Rompré, Catherine Mary Clark, Caren MacNevin, Mel Guibz, Scott McClelland, Faith Rayah, Ian Quick

Durata: 70 min.

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The Hunter’s Prayer

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Che Jonathan Mostow sia un onesto artigiano del cinema d’azione, senza troppi guizzi ma dalla mano sicura, capace di confezionare ottimi B movie scacciapensieri, è un dato di fatto, ma che, per sponsorizzare il suo The Hunter’s Prayers, si scriva sulla locandina “Dal visionario regista di Terminator 3” è quasi un assurdo e un po’ un insulto a chi davvero è visionario. Anche perché Terminator 3 – le macchine ribelle non è un brutto film, certo inferiore ai due Cameron, un buono spettacolo, ma senza traccia di genio, solo di un’abilissima mano che riesce a rendere interessante anche una trama già vista e rivista, tipo il tabacco sputato in Il dollaro d’onore. D’altronde, lo sanno anche i cani, girare un terzo capitolo è una maledizione peggio del primo sequel: lo hanno imparato a loro spese gente anche brava come Fred Dekker nel Robocop che vola.

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E adesso vola!

Jonathan Mostow non deve passarsela benissimo se è dal 2009, anno de Il mondo dei replicanti, che non gira più nulla per il cinema, e questo The Hunter’s Prayer si porta dietro la nefasta ombra di bessonata alla Taken senza comunque essere nato, fortunatamente, dalla mente del Besson imita Hollywood.

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Il visionario regista

Sfigato il film è sfigato comunque, a cominciare dall’attore protagonista Sam Worthington, star decaduta dopo appena tre film grossissimi come Terminator Salvation, Avatar e Lo scontro dei Titani degli scemi. Sarà per il suo viso perfettamente anonimo ma Worthington è intercambiabile con altri cento attori: ha dovuto mettere peso e avere un look freakissimo per essere notato nello sfortunato Sabotage di Ayer con Schwarzy. Qui è in travestimento da Ewan Mcgregor anni 90, quello di The eye, barba incolta, killer professionista dal cuore tenero che decide senza molta ragione logica di non uccidere la sua vittima, una petulante ragazzina di 16 anni modulata sul modello della Portman di Leon.

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Sam Worthington ce la mette tutta ed è convincente a tratti: sbraita, gesticola, piange, ride, ha una varietà di espressioni da manuale dell’attore davvero notevole soprattutto quando scopriamo che, oltre ad essere un sicario, è pure un padre col cuore straziato perché non vede la figlia e per questo si buca forte di eroina, tipo che nel film si fa ogni dieci minuti. Da qui capiamo che quello che lo lega all’insopportabile Odeya Rush è appunto il rapporto padre/genitore mai realmente vissuto con la vera figlia. Lo intuiamo perché la sceneggiatura del diabolico duo Michael Ferris (The net, The game ma anche Dead Rising endgame) e John Brancato (Catwoman), non va molto per il sottile, è superficialissima e non si ferma neanche un secondo ad analizzare i personaggi. E’ tutto un treno sulle spalle del povero Mostow che fa la cosa che gli riesce meglio: gira ottime sequenze d’azione. Questo è d’altronde The Hunter’s Prayer, un ottimo film scacciapensieri, scritto malissimo, interpretato sopra le righe e che, negli anni 80/90, sarebbe maturato come il buon vino soltanto in TV o in VHS, una roba con un Michael Dudikoff in forma o un Dolph Lundgren non ancora imbolsito.

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Rido, piango, sparo insomma sono un attore!

Non sappiamo come fosse il libro dal quale il film è tratto, For the dogs, ma la sceneggiatura del film è qualcosa di incredibilmente sciatta dove ci si immagina per esempio che un tossico di eroina si possa ripulire in due ore di astinenza senza più stare male o che una poliziotta possa prendere in custodia qualcuno e pensare di ucciderlo senza essere scoperta.

Se gli attori, come detto non spiccano più di tanto, a parte il volenteroso Sam, il film ha almeno molte sequenze girate ottimamente e piene di ritmo, a partire da un inseguimento su strada friedkiniano fino ad una sparatoria in un drugstore che parte con una tazza bucata da un cecchino e finisce con un corpo travolto da un auto.

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Non raggiungiamo sicuramente la qualità di un John Wick ma bisogna dare atto a Mostow che il suo piglio nel  gestire l’azione è più realista, meno astratto e influenzato dall’Hong Kong degli anni 90.

Certo i dialoghi fanno pietà, ma la tensione è a temperatura da febbre: se si scorda che il film non ha cuore né cervello ci si diverte e tanto. Peccato che non abbia incassato niente

Il film girato con un budget di soli 17 milioni, tra l’Inghilterra e l’Ungheria, era stato pensato per essere diretto da Philip Noyce, il discontinuo regista australiano de Il santo e di Ore 10 : calma piatta. Non sappiamo come sarebbe venuto con lui, ma alla fine vedere The Hunter’s player  come andare in trattoria: mangi tanto e bene, ma poi il giorno dopo neanche ti ricordi cosa.

Andrea K. Lanza

 

The Hunter’s Prayer

Regia: Jonathan Mostow

Scritto da:  Michael Ferris e John Brancato

Interpreti: Sam Worthington, Odeya Rush, Allen Leech, Amy Landecker, Martin Compston, Verónica Echegui

Durata: 96 min.

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Tette vintage: Anna Falchi

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L’estate riporta a Malastrana sempre la sua rubrica storica, Tette vintage, la stessa che l’Umberto Eco di Terra 2 aveva definito “La cosa migliore da leggere dopo Dylan Dog”. E noi a Dylan Dog vogliamo bene, che sia quello di Terra 2, 7 o 2000, perchè l’Old Boy è cresciuto con noi, lui già grande e noi bambini delle elementari/medie e ora lui ancora grande e noi ahimè più grandi di lui, Giuda Ballerino, mi sa che ci seppellirà! E poi Dylan Dog condivide un segreto con noi: ama le tette di Anna Falchi. Cioè non proprio lui ma il suo cugino italiano, Francesco Dellamorte, ma va bene lo stesso. Me li immagino quei due bischeri, con la stessa faccia da Rupert Everett, davanti al camino, mangiando delle ottime castagne di Boffalora che si raccontano le proprie conquiste, poi ad un certo punto Francesco imita il motoscafo, faccia tra le tette, come un cazzo di Boldi dei bei tempi, e Dylan, più pacato, ride e in un italiano sdentato dice “Sei tremendo, Fra. Ma davvero questa Anna Falchi aveva le tette così?”.

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Motoscafo

Si, Dylan, Anna Falchi era negli anni 90 il must della stragnocca italiana, un’attrice mediocrissima che però si difendeva per l’innata simpatia e quelle due Bombastic, per tornare in campo Vanzina, che spaccavano lo schermo e ti rompevano i pantaloni neanche fossi diventato Hulk in incognito.

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Anna Falchi ha fatto alcuni film notevoli, il migliore è senza dubbio il poetico Dellamorte Dellamore di Michele Soavi con la sua scena cult di mega scopatona tra tombe e fuochi fatui, lei fresca fresca di vedovanza che cavalca il nostro Rupert Everett che sembrava tutto meno che frocio mentre veniva rapito da quelle tette che mi muovevano ipnotiche sopra di lui, la certezza che Dio esiste nel silicone.

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Piroscafo

Certo le tette di Anna erano cambiate da quel 1993 dove aveva interpretato il malinconico Nel continente nero di Marco Risi e aveva mostrato con orgoglio le sue belle tettine, ma pochi mesi dopo nel trucidissimo Anni 90 parte seconda, vestita con cuoio e armata di frustini, ecco che le tettine erano diventate monumenti ai caduti, una quinta abbondante, e fanculo Don Buro, wow.

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Bella e senza tette

Noi, i tanti cinefili rapiti dal ben di Dio di Anna, l’abbiamo seguita dappertutto sia che si trattasse del trucidissimo S.P.Q.R. dove interpretava Poppea perchè come diceva il sommo Max Cipollino “Ci ha le poppe a pera” sia che fosse il clone di Fantaghirò, Desideria, vestitissima ma non a prova della nostra fantasia. E poi via di Festival di Sanremo tra gaffe e doppi sensi pecorecci tra il finlandese, sua lingua madre, e l’italiano, con battute tra lei e Baudo del tipo “Come si dice in finlandese Buona fortuna” “Cazzo”, la televisione che amiamo, Iside fammi una pompa, e cica cica cica tonda!

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Anna è riuscita a a rapire pure Federico Fellini, uno che di donne formose ne aveva fatto una poetica, recitando per lui uno spot.

Della Falchi eravamo così innamorati che ci siamo subiti cazzate come il Dino Risi più rincoglionito di Giovani e Belli, ma lei i registi bravi li rincitrulliva, malafemmina, e così successe per Maurizio Nichetti e l’orribile Palla di Neve, il Lizzani che non avremmo mai voluto vedere con Celluloide fino alla disfatta di Sergio Rubini con il pallosissimo L’uomo nero, lui che aveva girato il capolavoro de La stazione.

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Però quel Bava lì… secondo me…

Anna Falchi era una sirena e così ammaliava i marinai, i registi, gli attori, la sua magia era la bellezza che partiva dagli occhi, bellissimi non dimentichiamolo, e sublimava in un corpo da dea amazzone che ti tramortiva e ti faceva innamorare.

Poi però siamo cresciuti e l’abbiamo persa di vista, quello che non è mai successo con Dylan Dog perché non dimentichiamolo che le donne vengono e passano, ma gli amici quelli veri sono per sempre.

Però davvero Anna noi ti abbiamo voluto bene quando i nostri capelli erano selvaggi.

Andrea K. Lanza

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Il culo è lo specchio dell’anima

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Ovunque la guardi un monumento

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La sua pubblicità

 

Howling reborn (Il risveglio dei licantropi)

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Si sa che la saga di The Howling, L’ululato, sia una tra le più sfigate mai prodotte: da un primo film bellissimo di Joe Dante ne sono seguiti sette seguiti tra lo sbirulino e il raccapricciante.

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E’ una cosa abbastanza inconcepibile partire dal capolavoro di Dante e creare degli Howling 2, 3, 4 e via di seguito con idee così demenziali che ti aspetti solo da dei mentecatti. E invece sequel dopo sequel abbiamo uomini lupo marsupiali, suore mannare, sette piccoli indiani mannari, circhi mannari e persino biker mannari alla Sons of anarchy. 

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Suora mannara

Non parliamo poi della fattura perchè anche un regista stracazzuto come John Hough, uno che negli anni 70 aveva girato uno dei lesbo vampiri Hammer più fighi, Le figlie di Dracula, quando gira il suo Howling 4: the original nightmare, in pratica un remake del primo capitolo, lo fa di merda con un ritmo da comatoso e una regia non migliore di un esordiente. Certo poi i suoi luponi sono anche belli ed è fighissimo vederli squagliare al sole, ma è merito del reparto effetti speciali e succede tutto l’ultima mezz’ora. Come diceva Dante “Lasciate ogni speranza o voi che entrate” anche perché molto prima gli spettatori si sono addormentati.

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Più figo lui del film

Quando ho visto per la prima volta L’ululato 2 invece non ci credevo perchè era un seguito speculare del primo Ululato ma 1 fatto peggio 2 checcazzo! Philip Mora, australiano che ha girato tra l’altro uno pseudo licantropesco di tutto rispetto The beast within, qui è in modalità Fred Olen Ray e il bello è che da qui non riuscirà più a girare bene niente nella sua carriera. Quindi abbiamo un Christopher Lee rincoglionito che presenta l’opera, Sybyl Danning con le poppe al vento che frusta culi nel ruolo di Styrba la regina dei lupacci e dei cagnoni che non fanno più paura di Luni, il cartone Hanna e Barbera.

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Styrba e l’estetica da luna park

Certo il 3 era meglio ma, Dio Santo, l’ha girato ancora Mora a cazzo di cane, e soprattutto perché i produttori non l’hanno preso a calci in culo dopo L’ululato 2? Cioè ma dove sono la poesia di Joe Dante, i suoi lupi mannari da favola dei Grimm, l’ironia, la tensione?

L’unico seguito che non mi è dispiaciuto era il 5 perchè si vedeva che non avevano soldi, tutto girato in Europa dell’Est, mi ha messo tenerezza, il lupo mannaro c’è ma non si vede, eppure le idee stavolta erano buone e la tensione abbastanza alta, ma ormai la serie non era meglio di un anonimo telefilm anni 80.

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Meglio Luni di 8 seguiti de L’ululato

Questo Howling reborn è l’ottavo capitolo e il secondo reboot se si considera tale il quattro di Hough, un film sicuramente di fattura migliore dei precedenti ma ancora purtroppo lontano anche solo dalla sufficienza. Certo se si pensa che Howling 7 era un film girato con scarti di altri film, lungo la pausa caffè e con una terribile musica country di sottofondo, questo 8 sembra Kubrick, ma non lo è.

Lasciamo stare le critiche del cazzo che si leggono su internet che non hanno fondamento e suonano tutte così: “E’ Twilight”. Ma, madonna santissima, l’avete mai visto davvero Twilight? Non basta mettere in scena qualche adolescente, un cotè fanta horror e pensare che sia un clone di Twilight qualsiasi cosa. E poi aggiungo: “Ma che diavolo vi ha fatto Twilight?”. Cioè Twilight vi ha scopato la mamma? Vi bullizzava da bambini? Perchè quest’odio? Io li ho trovati indolore, non mi sono mai strappato la camicia imitando Taylor Lautner, ma tipo il terzo capito di David Slade era abbastanza figo per essere un teen horror con una battaglia tra vampiri di un certo impatto.

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Chi di loro ha toccato il culo a vostra sorella?

Qui non siamo in zona Twilight con lupetti efebici, siamo in zona teen movie che è diverso, anzi in zona Teen Wolf la serie tv. I licantropi sono abbastanza cazzuti se si chiude un occhio sulla pessima fattura della CGI che trasforma i ragazzi in mostri, ma il modello Joe Dante è palese nella raffigurazione dei lupi mannari. Anche la colonna sonora è abbastanza figa con pezzi adolescenziali orecchiabili compresa una cover di Don’t fear the reaper dei Gus. L’idea è quella di essere in una versione 2.0 di Dawson creek con l’innesto fantastico, una di quelle serie tv, alla fine la fattura non supera un buon telefilm, ideate da Kevin Williamson tipo Vampire diaries. Il regista Joe Nimziki, alla sua prima e unica prova al lungometraggio, ci prova a scrivere una storia dove i dialoghi non sembrino cretini, dove i suoi adolescenti vivano la crisi dei 16 anni col metaforone della trasformazione senza apparire troppo scemi, in parte ci riesce, in parte fallisce perché esagera con le frasi sdolcinate dimenticandosi ad un certo punto che sta girando un Ululato.

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Scuola Rick Baker

Ecco per assurdo le parti horror sono anche quelle meno convincenti, un po’ come in The Amazing Spider-man che si vedeva quanto a Marc Webb poteva fregargliene dello spettacolare Uomo ragno. Anche qui il rapporto tra i due ragazzi, Will e Elliana, è interessante e sarebbe stato forse un ottimo drama romantico ma ad un certo punto anche Nimziki si dev’essere accorto che stava svaccando  e quindi aprite le gabbie, arrivano i licantropi.

La seconda parte del film è abbastanza orribile, le scene d’azione sono mal girate, il film non sa che strada prendere e poi arrivano loro i ragazzi di Decoteau cioè ad un certo punto sembra davvero di stare in un porno teen horror gay di Decoteau, tutti senza maglietta, sguardo frocissimo che dicono al protagonista “Entra nel branco”. Che maschiacce!

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Lei davanti e loro due dietro a fare il ciuf ciuf dell’amore

A salvare capra e cavoli ci pensa Lindsey Shaw che recita una spanna sopra tutti, di una bravura e di una grinta che è inaspettata, la scena dove vuole farsi trombare e morsicare dall’impacciato protagonista per mutarsi in lupo acquista interesse proprio per lei, non si spoglia ma cazzo ha carisma, ha negli occhi l’istinto animale, è in quel momento davvero un lupo anche senza effetti speciali.

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La Robert De Niro degli Ululati

Il resto del cast è tra l’imbarazzante e l’anonimo, un peccato perchè con un po’ più di attenzione Howling reborn poteva essere uno dei seguiti migliori, ma sembra davvero tutto troppo improvvisato con un budget all’osso e un regista, Nimziki, che si perde minuto dopo minuto.

Gli agganci con il primo capitolo ci sono soprattutto per l’idea finale che non sveleremo, ma tanto in Dante questa aveva pathos quanto qui sembra di vedere un film Asylum di quelli brutti.

E contando che questo film è del 2011 forse L’ululato ha smesso di echeggiare. Se ci pensiamo bene siamo anche contenti di questo.

Andrea K. Lanza

The howling: reborn (Il risveglio dei licantropi)

Anno: 2011

Regia: Joe Nimziki

Interpreti: Landon Liboiron, Lindsey Shaw, Ivana Milicevic, Jesse Rath, Niels Schneider, Frank Schorpion, Kristian Hodko, Sean Mercado, Sacha Charles, Erin Agostino

Durata: 96 min.

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In difesa di Dracula: Castlevania – Lords of Shadow 2

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castlevania.jpgCapita di tanto in tanto di avere ottimi giochi nella tua ludoteca e, per assurdi motivi, non li provi, magari passando le ore su altri che sono qualitativamente peggiori. E’ la maledizione della playstation 1 che ci ha reso facoceri ingordi, che non ci fa gustare un titolo perchè dobbiamo buttarci su un’altro, sempre più veloci, sempre con quell’ansia da Milano che ti strombazza, muoviti stronzo. Eppure un videogioco dovrebbe essere come una bella scopata, se vieni subito ti perdi il divertimento, l’estasi, bisogna gustarlo, spolparlo perché noi siamo gli stessi eroi che muoviamo come una sorta di Avatar da salotto. Ricordo che fatica staccarmi dall’Assassin’s creed più figo di sempre, Black Flag, e i suoi tesori, i Carabi, i combattimenti all’arma bianca mentre assalti un vascello. Ecco, in quelle ore, in quei giorni passati davanti alla ps3 io non ero più Andrea Lanza ero Edward Kenway,  pirata, sbruffone e assassino  implacabile, e ancora prima, con Red dead redemption, mi sentivo un cowboy, se chiudevo gli occhi lo potevo sentire il vento della prateria mentre cavalcavo il mio cavallo, come e meglio di Westworld perchè comodo sulla mia poltrona del comando.

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Mesi e mesi nei Carabi senza uscire di casa

La pirateria, alzo la mano per primo ringraziandola, ci ha permesso di giocare a tutto senza spendere 50000 lire per un gioco e poterci fare una cultura da biblioteca del videogames tra gecki che saltavano nei televisori, le poppe di Lara Croft e cazzo i Resident Evil, i Silent hill e pure i loro adorabili cloni sfigati come Overblood. Io che all’epoca avevo in tasca forse massimo 10000 lire, le stesse che Max Pezzali ci ricordava che non ci facevi un cazzo, non ti bastavano in pizzeria, io ci compravo dal mio marocchino di fiducia, non la ganja, ma due bellissimi giochi, restando comunque un drogato del divertimento come i tossici di Strange days. Grazie al mio spacciatore senza nome ho coltivato una passione e se ora mi chiedete “Vuoi un gioco masterizzato?” vi rispondo di no perchè a me fanno schifo pure i giochi comprati sullo store della playstation, io voglio toccarlo il gioco, voglio avercelo in libreria come i migliori libri di Tiziano Sclavi o Stephen King. Io sono della vecchia scuola, preferisco la carne che la chat e le seghe me le faccio ancora con le vhs di Jenna Jameson.

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Vecchia scuola

Ultimamente ho ripreso in mano la ps3 e ho mandato in vacanza la ps4 recuperando tantissimi giochi che avevo abbandonato o mai iniziato. E’ stato il caso di Deadly premonitions, capolavoro anche con quella grafica da MSX in HD, o di Rogue, l’Assassin’s creed più sfigato ma mamma mia che ansia, ottimo comunque anche nel suo essere un clone di Black Flag dalla parte dei cattivi. E poi… poi… ho tirato fuori dal cappello Castlevania: Lords of Shadow 2, saltando di pari pari il primo reboot e non essendo neanche un grande estimatore della serie a parte l’immortale Symphony of the Night, gioco in 2d difficilissimo con musiche ipnotiche.

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Capolavoro

Per farvela breve la storia di Castlevania è semplice: tu sei un cacciatore di vampiri, vai all’interno del castello del Conte Dracula per uno degli svariati motivi, il più gettonato è salvare la tua fidanzata, e lì a suon di frustate, di colpi di spada, se non ti perdi nelle prondità del maniero, affronti nemici grossissimi e difficilissimi fino ad arrivare a lui, il principe dei vampiri. Ora i puristi mi martelleranno le palle che la storia non è sempre così, ok, ma a grandi linee si e se mi rimandate a Settembre cazzo ci giuro che colmerò questa lacuna, ma ho una frusta anch’io e non vi conviene avvicinarvi a me, smargiassi!

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Oddio

In questi anni il gioco è passato dall’essere 2d ad un 3d sempre più profondo prima con due tentativi per la PS2 (Lament of Innocence e Curse of Darkness), abbastanza deludenti, poi con questi due Lords of Shadow, il primo un successone con applausi e voti altissimi come mai prima dai tempi di Symphony of the Night, sommo capolavoro della serie.

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Eppure questo secondo capitolo non è piaciuto a nessuno. Ho letto le critiche in giro e sembra una cosaccia che neppure l’Aretino Pietro con una mano davanti e con l’altra dietro avrebbe mai soltanto ipotizzato la creazione. Tanto il primo era bello, con il suo 3d fantastico, i suoi mostri fighi, l’ambientazione gotica e orrorifica, un personaggio carismatico, Gabriel Belmont, papà dell’Alucard di Symphony, quanto il due era cacca al Diavolo senza fiori a Gesù.

Eppure, senza conoscere il precedente, io ci ho giocato e vi dirò: che gran gioco!

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La storia ti butta subito nel vivo dell’azione: sei stavolta Dracula e dei soldati bussano alla vostra porta con insistenza. Oddio bussare è un eufemismo: ve la buttano giù con un ariete. Voi li sterminate, succhiate il loro sangue plebeo e andate fuori per vedere l’apocalisse, un titano alto un miliardo di piedi che minaccia di lasciarvi senza casa. Ecco che lo dovete scalare come fareste con una montagna mentre un personaggio simile ad un arcangelo cerca di trafiggervi se già l’equilibrio precario del colosso non fosse un problema. In cima altri soldati, la vostra vita in veloce diminuzione, poi il terreno che esplode e sgnack li uccidete tutti, arcangelo, titano, gli sturmtruppen diventando un drago, una tempesta di pipistrelli finché una figura non si materializza alle vostre spalle. Stacco, giorni nostri: una famiglia con figlioletto al seguito assistono alla vostra resurrezione ed è l’ultima cosa che fanno visto che li prosciugate con gusto. Ora la battaglia diventa più ardua tra ricordi che non mettiamo a fuoco, il passaggio tra due diverse dimensioni e il più grande degli avversari, Lucifero.

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Bisogna dire che nel primo capitolo di questo Lords of Shadow, a coordinare i lavori c’era nientepocodimeno che Hideo Kojima che è uno dei geni del videogioco, il creatore di Metal gear solid, colui che ha reso interessanti anche tre ore di scene non giocabili piene di dialoghi. Qui lui non c’è e il team spagnolo dietro il progetto nuovo pare sia andato in cortocircuto con litigate, licenziamenti drastici, tensioni incredibili tra i vari settori e le sparate contro la stampa, Dio e il governo del direttore creativo Enric Alvarez. Un disastro relazionale che ha portato il gioco ad essere mal visto dalla stampa del settore (“Mi dai dello stronzo, Alvarez, vediamo chi è lo stronzo!”), a far quasi fallire la Konami che produceva il gioco e a fare un flop di vendite incredibile. Bye Bye Alvarez.

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Ricordiamoci così Alvarez

A parte questo trovo Castlevania: Lords of Shadow 2 un ottimo gioco, complesso, difficilissimo, appagante, con una storia non banale, dialoghi sì smargiassi ma non scritti male. In più abbiamo un cast hollywoodiano  a prestare le voci ai vari personaggi, a partire da Robert Carlyle nei panni di Dracula e Patrick Steward, il comandante Pickard di Star Trek, in quelli del suo pigmalione, tutti ottimi, tutti perfetti con una recitazione piena di enfasi che nobilita un settore a volte non famoso per i doppiaggi decenti.

In più abbiamo un ambiente enorme che da’ l’illusione di essere esplorabile completamente come un open world, una varietà di luoghi con un occhio attento al dettaglio più maniacale sullo sfondo. Quello che viene appagato dall’occhio poi sublima nel gameplay dove l’azione è frenetica e si passa da aree dove devi uccidere i vari nemici senza sosta ad altre dove usi un approccio più stealth, nascondendoti nell’ombra o diventando un  branco di topi famelici. Quest’ultima trovata non è piaciuta a molti ma invece personalmente a me si perché mi ha aiutato ad empatizzare con un personaggio come quello di Dracula di solito usato come boss spaccaculi fin dai tempi di Bram Stoker. Anche l’ambientazione futuristica ha fatto storcere il naso, ma il gioco mantiene sempre un’atmosfera cupa e gotica sia che ci si trovi nel castello di Dracula sia in città illuminate da luci al neon. Per capirci non siamo caduti nel tranello alla Devil may cry 2 di depersonalizzazione di un personaggio o di un brand di successo.

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Non dimentichiamo poi i nemici, uno più carismatico dell’altro, con i primis la splendida Carmilla, uscita dalle pagine di Lefanu, armata di torcia e assoluta manipolatrice del nostro vampiro eroe. Non solo: il fratello di Pan in cerca di vendetta, Medusa la gorgone, un giocattolaio senza cuore e il castello che grida vendetta a Dracula per averlo abbandonato con nemici e tentacoli che nascono dal suo sangue.

In mezzo a questo c’è lui, il signore dei vampiri, personaggio romantico che accetta di affrontare Lucifero solo grazie alla promessa della morte, lui che non può morire. Ecco che il mostro si accende di barlumi di umanità quando ricorda il figlio che è morto tra le sue braccia, la moglie che gli appare come un fantasma del Macbeth e il ricordo lontano dell’essere mortale.

Noi di Malastrana stavolta stiamo dalla parte dei vampiri e, se questa recensione vi ha fatto venire voglia di recuperare Castlevania: Lords of Shadow 2, fateci sapere se siete o non siete d’accordo con noi.

Intanto noi continuiamo a vagare nel Castello di Dracula malgrado il gioco sia finito, in quella magia che hanno solo i videogames più grandi di farci sognare, commuovere e perchè no rammaricare quando si cambia titolo.

Andrea K. Lanza

Bruiser

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Inutile dire quanto George A. Romero sia stato importante per ogni amante del cinema horror. Certo qualcuno aggiungerà non solo horror, ed è vero, ma i suoi film, nella logica commerciale di una serie B che mandava in corto circuito i generi, le classificazioni, nel cinema horror avevano (e avranno sempre) un posto regio. Romero, al pari di Carpenter, di Fulci, di Craven, era un maestro, e come Carpenter, Fulci e Craven, aveva la capacità di rendere proprio anche un brutto film, con quel metodo che mia mamma chiamava il “codin della volpeta”. Cioè qualsiasi cibo cucinato da mia madre aveva quel certo non so che, e se il piccolo Andrea le chiedeva il perchè, lei subito rispondeva “E’ il codin della volpeta”, la codina della volpe, qualcosa di così magico e illogico da avere reminiscenze tribali africane. Non credo che mia madre fosse in incognito una vice faina, ma il codin della volpeta era il suo ingrediente segreto, il suo estro, la firma.

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Non temere, mia mamma non mangiava le volpi, forse

Così anche Romero quando parlava di morti che risorgono, un tema semplice ed exploitation soprattutto con le budella in bella mostra, ti stava parlando di altro, di Marx, di proprietà privata, di consumismo e tu stupido che pensavi di vedere un film di paura, stavi vivendo al cinema una vera rivoluzione. Eh sì perchè dopo Romero i film degli zombi non sarebbero stati più gli stessi, lui era l’alpha e tutto il resto poteva solo ambire ad essere un riflesso di luce, anche cose fatte benissimo come Il ritorno dei morti viventi dell’amico/nemico John Russo o cose bestiali come Virus della premiata ditta Fragasso/Mattei e il timido sottotesto politico. Niente sarebbe stato più lo stesso dopo Dawn of the dead e Romero, ahimè, non si sarebbe più ripetuto anche facendo cose eccelse come Creepshow, I cavalieri o Il giorno degli zombi.

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Un horror con più sottotesti di Lynch

Da qualche parte ho letto in questi giorni che Creepshow è un film trash, a parte che proprio il concetto di film trash a me fa schifo, mi piace l’idea di un film brutto,e già brutto rende bene il tema, ma trash svilisce proprio il concetto di cinema che per me resta sempre una scatola delle meraviglie, ben diverso dalla pattumiera dove puoi buttarci il tampone e il risotto alla barbabietola che, santiddio, chi l’ha mai inventato. Beh prendiamo proprio Creepshow, il film trash per i fruitori di internet della Domenica, è tutto forchè un brutto film. Cominciamo dalla parte estetica, la regia, tutta colori sparati e immagini che ti riportano al fumetto, una cosa che un dilettante come Michael Gornick in Creepshow 2 voleva rifare e giudicate voi cosa ha portato a casa, poi l’ironia, il so trattenere il respiro quanto voglio, i mostri, l’orrore gratuito degli effettacci di Savini e non dimentichiamo Stephen King che riscrive lo zio Creepy. Io da bambino lo adoravo, da grande impazzisco ogni visione, Se questo è trash, io sono un cazzo di coprofilo.

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Fanculo il vostro trash

Bruiser arriva in un momento non semplice per il nostro Romero: è il 2000, sono 7 anni che non gira nulla a parte lo stupendo trailer per il videogame Resident evil 2, inizia tanti progetti ma non riesce a portare a termine nessuno, in più l’ultimo suo film, l’ottimo La metà oscura tratto da King, è considerato un po’ da tutti una merdina. Quando riesce a tirare su 5 milioni di budget, soldi in maggior parte francesi, Canal +, e canadesi,  per un nuovo film, al buon George non  deve essere sembrato vero, così esce dal suo inferno di attesa infinita per Bruiser.

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L’attore

A parte l’assurdo che uno come Romero sia praticamente disoccupato per 7 anni, che l’abbiano preso a calci in culo con il film di Resident Evil preferendo a lui Paul W. S. Anderson, purtroppo Bruiser, forse con il successivo L’isola dei morti viventi, è la sua opera peggiore.

Qualcosa stavolta non funziona nel mettere in scena una storia scritta dallo stesso regista. Sia ben chiaro l’assunto è interessante, un uomo che si umilia a tal punto da perdere non solo la dignità ma la faccia, la propria identità, uno script denso di sottotesti come i migliori Romero, ma il problema sta nella regia, nel film in tutto il suo insieme. Bruiser è un’opera annacquata, col fiato corto, quando dovrebbe decollare non lo fa mai, e si limita ad urlare, ad essere superficiale, ad essere purtroppo troppo didascalica.

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La prima parte è interessante, forse con un taglio forse un po’ troppo televisivo, ma ci può stare visto che Bruiser fa una critica abbastanza feroce verso il mondo dello spettacolo, la sua superficialità, tutto palesato dalla performance in overacting di Peter Stormare, eccessivo, grottesco, volgare come il mondo usa e getta che rappresenta. Anche la vita imbelle di Henry Creedlow, il protagonista, con una moglie figa ma zoccola, con il barboncino da borsetta da prendere a calci in culo, con amici e colleghi che gli dicono “Sei forte” e pensano che è un coglione, è reso molto bene da un Romero che agisce in sottrazione sulle musiche fantastiche di Donald Rubinstein come ai tempi di Martin. Funzionano alla grande anche le esplosioni improvvise di violenza, un po’ alla Creepshow, come quando il protagonista dell’episodio La cassa sogna lucidamente la morte dell’odiata moglie Adrienne Barbeau. Poi però arriva la maschera e tutto finisce, lentamente, nel disastro. Con buona pace di Pirandello.

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La seconda parte di Bruiser calca la mano sul grottesco, le scene di morte sono girate distrattamente e il film diventa una sorta de Il Fantasma dell’opera o de Il Dottor Phibes molto blando, poco appassionante e recitato da cani, a partire dal suo protagonista Jason Flemyng (ma l’atroce comparsa di Tom Atkins è forse peggio). Le scene finali in discoteca, con un inutile cammeo dei Misfits, gruppo amato da Romero, sono mal girate, confuse e troppo caotiche. Mai una volta che si parteggi davvero per questa sorta di Fantozzi in chiave revenge, mai che si crei una vera empatia con lo spettatore come poteva succedere con un antieroe come Darkman. Peccato.

Bruiser uscì direttamente in dvd come anonimo prodotto usa e getta, un destino che tuttosommato Romero non meritava. La terra dei morti viventi però sarebbe venuto da lì a poco, questa volta per il cinema come ogni tanto giustizia divina vuole.

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American’s Gods

Eppure anche un film poco riuscito come Bruiser è un film che porta il lutto dentro, un film prezioso e mai più ripetibile perchè uscito dalla mente di Romero, e fanculo il resto perchè ci mancherai sempre, George, per quello che hai fatto nella nostra crescita di amanti del cinema. RIP.

Andrea K. Lanza

Bruiser – La vendetta non ha volto

Titolo originale: Bruiser

Regia: George A. Romero

Interpreti: Jason Flemyng, Peter Stormare, Leslie Hope, Nina Garbiras, Andrew Tarbet, Tom Atkins, Jonathan Higgins, Jeff Monahan, Marie Cruz, Beatriz Pizano

Durata: 90 min.

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XX

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the-upcoming-horror-anthology-xxParliamoci chiaro, questo XX non è un filmone di quelli che restano per sempre nel cuore, però ha un suo fascino.

Ho sempre adorato i film horror antologici, per intenderci quelli divisi in episodi brevi slegati l’uno dall’altro. Uno dei motivi di questa passione è sicuramente il fatto che spesso la durata tipica di un film dell’orrore rispetto alla potenza della sua trama è molto maggiore, portando spesso a spettatori annoiati e poco divertiti, e dilungamenti inutili. Ma c’è un altro motivo che mi provoca quell’eccitazione saltellante quando scopro che è uscito un nuovo film antologico… ed è legato ai miei primi approcci da bambino con il genere. Come è avvenuto a molti di noi, la passione per l’horror è nata a seguito delle strane sensazioni che questo genere ci ha provocato da piccoli, quando guardare questo tipo di roba in tv era proibito, e di conseguenza attraente. Insomma, le mie prime escursioni nel mondo proibito dell’horror le devo a un telefilm antologico, fatto di episodi brevi a tema estraneante/fantascientifico che mi lasciavano quell’ansia che da un lato mi teneva sveglio e impaurito, e dall’altro mi schiaffava di fronte alla tv alla stessa ora del giorno dopo. Sicuramente si è capito che sto parlando del mitico The Twilight Zone (Ai confini della realtà).

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Appena ho potuto ho iniziato a cibarmi quotidianamente di horror e fantascienza, ma come è noto il primo amore non si scorda mai, ed è per questo che quando ho letto cosa fosse questo XX, cioè un’antologia di storie dell’orrore dirette da donne, non ho potuto resistere e l’ho immediatamente ehm… acquistato!

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Iniziamo dicendo che nonostante il titolo e la grafica, in questo film non c’è nulla di exploitation, né di sessuale, né di particolarmente legato al mondo femminile, se non forse le protagoniste delle storie. Sono 4 vicende unite tra loro da un inquietante cartone in stop motion dallo stile gotico, che a quanto leggo è stato girato da una che di cose così ne ha fatte altre (Sofia Carrillo). Tremendo. Devo dire che i racconti sono altalenanti ma si lasciano guardare, visto che hanno degli stili molto diversi tra loro. C’è lo slasher con il mostro che ammazza dei campeggiatori, semplice e dimenticabile; la signora che si accorge che le stranezze di suo figlio derivano dalla sua natura satanica, forse il più ben fatto dei cortometraggi, con la sua atmosfera tetra; la signora che nasconde il corpo del marito morto per non rovinare la sua festa di compleanno, a metà tra comedy e art-house; infine, e lo cito per ultimo nonostante sia il primo dei quattro… The Box. Questo è senza dubbio lo spezzone più originale e interessante. Un bambino smette improvvisamente di mangiare, dopo aver guardato dentro la scatola che un signore porta con sè in metro.

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Sia ben chiaro, questo film non ha nulla a che vedere con antologici con le palle tipo Three Extremes, V-H-S o persino i vari Creepshow per citarne alcuni, e inoltre come dicevo prima soffre del fatto che non sia stata data abbastanza importanza al fattore “femminile” tranne che nel titolo. Probabilmente lo si sarebbe ricordato di più se, oltre a essere diretti da 4 donne, i cortometraggi fossero stati più incentrati su aspetti della vita femminile… Queste storie potrebbero essere state girate da un uomo, o da un trans… non si sente una grossa differenza… Detto questo, non posso però non consigliare agli appassionati di film antologici di provare a dare un’occhiata a XX, perché è un antologico, perché c’è in giro di molto peggio, dopodiché la pellicola potrà giustamente essere lanciata nel dimenticatoio!

Buona visione e sogni d’oro.

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XX

Regia: St. Vincent, Jovanka Vuckovic, Karyn Kusama, Roxanne Benjamin, Sofia Carrillo

Interpreti: Melanie Lynskey Mary, Sheila Vand, Natalie Brown, Angela Trimbur, Mike Doyle

Durata: 120 min

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La prova

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C’era una volta Jean-Claude Van Damme e c’era una volta anche la mia adolescenza. Facile accostare le due cose, per il sottoscritto inscindibili, tanto che ogni volta si chiacchieri di JCVD scatta il momento nostalgia, quelle maledette epifanie che ti fanno sentire vecchio anche se tanto vecchio, in fondo, non lo sei. Ma è così, inutile negarlo, l’action man belga fa volare la mia mente a tempi più lieti, dove non avevi nulla a cui pensare se non a fare colpo sulla ragazzina dai capelli rossi che ti mandava in pappa cervello e capacità vocali. Che poi, diciamocelo, il cinema degli ottanta e inizio novanta creava esempi ammazza autostima. Sì perché noi, Van Damme, non lo siamo stati mai. Ci sarebbe piaciuto e provavamo a darci arie da grandi uomini, eroici e combattivi, ma poi qualcuno ti faceva fare il sub nella sabbia del campo di calcio oratoriale e tu ridimensionavi le aspettative. Era proprio lì, mentre respiravi il gesso delle linee, che capivi la fregatura. Come diceva Sordi ne Il Marchese del Grillo: ”Mi dispiace…ma io so’ io e voi non siete un cazzo”.

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Non siete un cazzo

Eppure esiste un film, tra l’altro diretto da JCVD in preda a velleità autoriali, dove il Nostro non è il personaggio più cool. Strano a dirlo, lo so, ma a rubargli la scena, complice un carisma attoriale d’altri tempi, è un attore inglese, Cavaliere dell’Impero Britannico, Ambasciatore UNICEF e sette volte 007. Il film è La Prova e lui, per chi non l’avesse ancora capito, è Sir Roger Moore.

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Vaya con Dios, Roger

Ebbene sì, in un film di arti marziali a spiccare è l’unico che non le pratica. A dirla tutta La Prova è uno dei film ai quali Moore era meno affezionato, nondimeno resta un punto di forza in un lavoro altrimenti piuttosto stereotipato. The Quest, titolo anglofono, vede il solito JCVD alle prese con un torneo, il Ghan-gheng, dove si affrontano i migliori lottatori provenienti da tutto il mondo. Christopher (Van Damme) si ritroverà a combattere per la vittoria e per la vita dei suoi amici. Ora, potrebbe cogliervi una lievissima sensazione di déjà-vu, ma non fateci caso, passerà. Specialmente se non avete visto Senza esclusione di colpi.

69c85ea2d0516139f78dec52a3f085b5 Sottigliezze a parte, sarebbe ingiusto affossare La Prova, siamo dopotutto nel 1996 e JCVD è ancora molto popolare, tanto da cimentarsi, come già detto, non solo nel soggetto e nell’interpretazione, ma pure nella regia. Il risultato è qualcosa che, in fondo, un poco sorprende per professionalità, cura e attenzione, facendo dimenticare in fretta la mancanza di originalità del plot. Van Damme è capace di rendere il tutto funzionale, muovendosi in bilico fra i toni seriosi di altri lavori, come appunto Bloodsport o Lionheart, e quelli più ironici, mantenendo per tutta la durata il senso epico dell’avventura.

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Jean Claude ironico

Non si gridi al miracolo, intendiamoci, qui non siamo davanti a un Hard Target e Jean-Claude non è John Woo. Occorre però dare a Cesare quel ch’è di Cesare: La Prova è invecchiato molto bene e il fatto che il box office all’epoca non l’abbia premiato non sminuisce affatto il valore della pellicola. Una pellicola impreziosita, concedetemi il termine, da un Roger Moore che appare sempre sornione e divertito da ciò che sta facendo.

maxresdefaultIl suo Lord Dobbs è un ladro, pirata, gentiluomo, l’elemento di disturbo in un mondo di guerrieri, un infido approfittatore che però non riesci a detestare. The Quest rimane uno dei lavori migliori di JCVD, dall’ambientazione esotica del Siam di inizio ‘900 ai combattimenti tra stili diversi, intriganti e ben coreografati. Altri tempi e un altro cinema, passato come la nostra giovinezza, ma sempre capace di gasarci come tanti anni fa, gli anni di che belli erano i film, gli anni del “qualsiasi cosa fai”, gli anni del “tranquillo siam qui noi”. Il tempo passa, gli uomini falliscono, gli eroi restano. Lunga vita a Jean-Claude Van Damme.

Manuel Ash Leale

La prova (The quest)

Regia: Jean Claude Van Damme

Soggetto Frank Dux e Jean-Claude Van Damme

Sceneggiatura Steven Kliven e Paul Mones

Interpreti:Jean-Claude Van Damme: Christopher Dubois,  Roger Moore: Lord Edgar Dobbs, James Remar: Maxie Devine, Janet Gunn: Carrie Newton, Jack McGee: Harry Smythe, Abdel Qissi: Khan, Kristopher Van Varenberg: giovane Christopher

Durata: 94 min.

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