Days gone e l’imperfetto animo umano

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Devo essere sincero: Days gone, l’ultima esclusiva Sony, appena provato non mi convinceva. D’altronde era un problema che, come me, avevano percepito altri giocatori, fin da quel primo trailer che, anni fa, lo aveva fatto sembrare “un Last of Us più caotico“. Davvero non si capiva che strada il gioco dei Bend studio, gli stessi del guilty pleasure Bubsy e del divino Syphon Filter, volesse prendere, se quella di un suggestivo open world horror o di uno sparatutto in terza persona cafone. Anche a giocarlo poi le pochezze erano evidenti: un mondo spoglio, mai realmente vibrante di vita animale, ogni tanto incrociavi un cervo, un orso, ma sembravano solo apparizioni generate casualmente dai programmatori, le stesse cose che, negli anni 80, su Sega master system ti facevano sorridere quando, nel tornare su uno schema già affrontato, ritrovavi i nemici resuscitati manco fossero gli estranei di Game of thrones. In quelle prime ore poi sembrava che i ragazzi di Bend avessero preso il Mad Max degli Avalanche Studios per clonarlo in chiave horror: stesse meccaniche con avamposti da distruggere, mezzi da riparare e naturalmente noiose ripetizioni. Poco Last of us quindi, ma un grande nemico che, come un masso, pesava sull’operazione: Red dead redemption 2. Se nel 2019 fai uscire un open world dopo il lavoro della Rockstar, devi essere in grado di alzare l’asticella della qualità altrimenti rischi di fallire miseramente e sembrare un gioco già vecchio anche con una grafica all’avanguardia. Mad Max era un prodotto mediocre, purtroppo, dalle grandi possibilità inespresse, e questo Days gone ne sembrava il diretto erede, il corrispettivo videoludico di uno studente svogliato che copia male il compito del compagno vicino. Eh sì perché il lavoro dei Bend era anche Dead island, Dying Light e Far cry 5 senza dimenticare spruzzate naturalmente di Last of us. Un disastro quindi infarcito di bug vari, di audio che saltava, di intelligenza dei nemici deficitaria. La storia di Deacon Saint John, biker modellato sulla farsariga del Charlie Hunnam di Sons of Anarchy, in un mondo apocalittico pieno di sette assassine, mostri furiosi e avamposti di disperati, sembrava giunto al termine.

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Solo che poi… ha nevicato.

Facciamo un passo indietro però. Credo fortemente che esistano film, libri o appunto videogames che non sono immediati, ma hanno bisogno del tempo per essere fruiti, al pari di un buon vino che invecchiando diventa eccezionale. Molti utenti, leggendo su internet, si sono lamentati per esempio della noia e della ripetitività di Red dead redemption 2 abbandonandolo dopo poche ore. Credo che tutto questo faccia parte di un terribile imbarbarimento del gusto, del trangugiare con voracità qualsiasi cosa senza distinzione di bello o brutto, una sindrome da Binge watching da Netflix che un tempo la privazione di internet ci aveva negato. Ora, in quest’epoca, bellissima senza dubbio e dalle infinite possibilità culturali, gli spettatori possono attingere a tutto: libri, film, giochi senza doverseli sudare, senza vivere l’ansia da archeologici della chicca passata, magari senza neppure vivere l’esperienza in una sala ma godersi tutto, gratis su tv 55 pollici full HD, 3d, 4k e chi ne ha più ne metta. In questa fabbrica dell’obesità culturale si ha talmente tanta scelta da non godersi più nulla, il vedere ogni cosa, consumarla come un grasso panino di plastica di Burger King e sputarla dopo un morso. Tutto superficiale, tutto noioso, gli spettatori da CB01 sono diventati irrequieti, tossici al pari degli eroinomani, mai felici e con la botta emotiva sempre più alta. Quindi anche Red dead redemption 2, bellissimo, perfetto, emotivamente devastante, diventa lento e noioso come se l’attesa, la scrittura narrativa, l’affezionarsi ad un personaggio e al suo mondo non fosse un pregio ma un difetto. D’altronde l’epoca è quella dell’azzeramento delle sceneggiature a favore di un online frenetico, semplice e scacciapensieri alla Fortnite, dimenticando però che, in passato, un Supermario o un Gex 3d erano anche loro  semplici, frenetici, superficiali ma senza rinunciare alla storia. In questo sta la differenza, la meteora che prima o poi colpirà i vecchi giocatori single player devastandoli come sorpassati dinosauri a favore di skills, danze e battle royal colorate ed esangui in pazzi Candy crush multiplayer ad alta definizione.

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Days gone compie lo stesso identico percorso di Red dead redemption 2: matura, cresce, diventa opera d’arte man mano che lo si vive, lo si subisce e comincia ad assumere una forma non originale forse, ma assolutamente potente e unica. Il gioco resta lo stesso, buggato, imperfetto, con i suoi ambienti a volte spogli e a volte popolati, ma si rivela anche un gioco scritto benissimo, nel quale i personaggi da semplici macchiette assumono la dimensione umana di amici e compagni d’avventura.

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Se Red dead redemption 2 aveva un budget da blockbuster hollywoodiano, lo stesso non è per Days gone che, pur essendo un prodotto importante, da tripla A, deve fare i conti con una produzione, non così ricca, che riflette evidenti difficoltà tecniche. Questi problemi vengono cancellati però dalla fantasia dei suoi creatori, capaci di creare potenti escamotage narrativi e visivi, in barba al Dio denaro, con la creatività al potere, pulsante e vivida. Così capita che tu, giocatore, magari lo stesso che pensava male di Days gone, possa all’improvviso sentire come tua quella moto di pixel, indossando emotivamente i panni di Deacon Saint John. Ecco che la magnifica e struggente Hell or High Water di Billy Raffoul arriva dritta al tuo cuore, nota dopo nota, come se il lungo viaggio da centauro attraverso lande infestate da feroci infetti e spietati esseri umani fosse davvero il tuo. E’ in quel momento, di assoluta sincronia tra te e quel mondo che non esiste, che arrivi a capire quanto grandioso sia il lavoro dei Bend studio.

Ed è ora che arriva la neve.

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Quando ormai il gioco ti ha conquistato, quando fai missioni all’apparenza uguali ma che ti fanno stringere in mano forte il joypad, ecco che il mondo cambia. E’ un’esperienza che a raccontarla svilisce il tutto ma quando accade, giuro, ha lo stesso effetto dirompente di un tramonto vissuto dal vivo, improvviso, inaspettato e dai colori così vividi che non credi sia possibile esista davvero. Ad un certo punto mentre cavalchi la moto comincia a nevicare, la musica aumenta e ti trovi lì, idiota e spaesato, a perderti in un nuovo infinito d’immensa bellezza, uno sguardo leopardiano ad un mondo che capisci è solo in apparenza statico, ma si muove, pulsa e nasconde più segreti di quelli che all’inizio avevi dato per scontato. Quella neve è il tocco d’arte, il bicchiere di brandy che degusti davanti al camino con un ottimo libro, il tic che rende umano un personaggio inventato, l’imperfezione che ti permette di amare un altro essere umano.

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Days gone è divertente, vario, lunghissimo e appassionante in ogni sua forma, nelle missioni principali e in quelle secondarie, capace di non farti staccare dall’avventura, un mangia ore come quando da ragazzino ti perdevi con la prima playstation. Durante l’avventura si incontrano molti personaggi, ognuno con un suo background non banale, merito di una storia che non lascia indietro nessuno e affronta, con la stessa veemenza e passione riservata al suo personaggio principale, il destino dei suoi comprimari, fosse solo un cane scodinzolante o una bambina alla ricerca dei genitori.

In più abbiamo un gioco che affronta con originalità, questo sì, il tema dei morti viventi nella declinazione di infetti alla 28 giorni dopo. Affrontare le orde di simil zombi è un’esperienza unica, al cardiopalma, velocissima e precisa, nella quale senti davvero il fiato sul collo dei mostri come fossi dotato di casco VR. Non si tratta di sparare alla cieca su un gruppo di cadaveri che ti vengono incontro, ma di pianificare un percorso offensivo studiando l’ambiente da vero stratega, pena per i più frettolosi una morte crudele con gli arti smembrati.

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E’ questa un’altra grandezza del gioco: mangiare, digerire e riproporre in chiave nuova idee già viste al cinema o in altri videogames rendendo l’esperienza un riciclo creativo dal forte impatto emotivo. Quindi eccoci, pad alla mano, nel mondo di Walking dead, di World z, in uno strano spin off che porta in terra d’apocalisse i bikers di Sons of Anarchy, una cosa che magari sognavi da spettatore ma che non credevi fosse possibile prima di ora.

A neanche un mese dal suo lancio, Days gone è il miglior gioco di questo primo semestre dell’anno, sbaragliando illustri concorrenti come gli zombi di Capcom o i samurai di From Software. E’ anche un prodotto che, per scelta, rinuncia all’online rendendocelo già solo per questo simpatico, che rilascia patch continue per correggere i frettolosi bug e che promette, da spettacolo popolare come è, di regalare schemi e sfide gratis nel mese di Giugno.

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Senza dimenticare che Days gone è anche, soprattutto, una struggente storia d’amore  per veri uomini, quelli che non piangono mai, gli stessi capaci però di perdersi negli occhi di una donna nei Ponti di Madison County, duri e fragili come d’altronde lo saremmo noi riabbracciando chi amiamo in un mondo che muore, urla, cerca di inghiottirci, ma mai ci avrà. Perché Days gone come noi ha un cuore e quello neanche la morte riuscirà mai a portarcelo via.

Andrea Lanza

 

 

 

L’infiltrato

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Trama:

Il poliziotto Don Saxon odia le bande dei motociclisti e quando nella sua città arriva quella di Blood, lui non si fida degli accordi di non belligeranza intercorsi fra il suo capo e quello dei rombanti ospiti e si infiltra nel campo dei “nemici”. Il piano, malgrado qualche intoppo, funziona e Dan potrà filarsela con la bella giornalista Renée Jackson.

Ho scoperto solo per caso che Charlie Sheen, all’epoca del Platoon di Oliver Stone, aveva appena 21 anni, io che gliene davo dai 25 ai 30. Invece il nostro, giovanissimo, ha macinato un successo dopo un’altro lavorando con autori del calibro di John Milius o del grande Clint Eastwood. In più è stato protagonista di B movie gagliardi come Il replicante e Navy seals, ha interpretato un crime movie di tutto rispetto come La fine del gioco, poi Young guns, Hot Shot!, senza dimenticare lo spietato I ragazzi della porta accanto. A parlare dei suoi successi tra il 1984, anno di Alba rossa e il 1990, anno de La recluta, ci si perderebbe, in una stagione durata appena 6 anni, dai 20 ai 26 anni. Dopo per Sheen ci sono stati pochi alti e tanti bassi, il periodo dei B movie, dei film televisivi e poi delle serie tv con risate preregistrate, la tomba della carriera per qualunque artista.

MV5BZGE2ZWMxZTAtOTNjNi00YmViLTg2YWQtOTJjZjEzYjNkMTY4L2ltYWdlXkEyXkFqcGdeQXVyMjI3ODYyNDU@._V1_Non che lui si sia fatto aiutare in questo viale del tramonto: difficile come carattere, omofobo, razzista, iracondo, distrusse nel 2010 una camera di un hotel mentre era in compagnia di una pornostar, dipendente dalla cocaina, una vita spericolata che è culminata qualche tempo fa con la terribile notizia che il nostro aveva contratto l’HIV.

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L’infiltrato arriva nel 1992, un periodo di film neanche disprezzabili ma assolutamente incolori come I tre moschettieri o Terminal velocity. Da noi, come in molti paesi, esce al cinema ma negli States arriva diretto in tv, anche se, sia dato atto, si tratta di un film spettacolare, ben ritmato e che con la televisione aveva davvero poco a che fare.

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L’idea per il film nasce quando allo sceneggiatore Larry Ferguson (Alien³, Caccia a Ottobre Rosso, Il presidio – Scena di un crimine, Beverly Hills Cop II – Un piedipiatti a Beverly Hills IIHighlander – L’ultimo immortale) capita tra le mani un articolo di Playboy, nel quale si raccontava la carriera sotto copertura di un poliziotto, tale Dan Black. E’ una storia così pazzesca che L’infiltrato diventa per Ferguson il suo esordio alla regista, una carriera che conterà un altro titolo oltre a questo.

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Con la cifra di 18 milioni di budget il nostro mette in scena un buon film, cafone quanto si vuole, musicato da schitarrate rock schizofreniche, pieno di motociciclette e bikers, come nel poco precedente Forza d’urto di Craig R. Baxley, uno spettacolo coatto ma avvincente. L’infiltrato ha una storia che funziona solo quando è spensierata, ma che fallisce miseramente quando Ferguson cerca di inserire tocchi più seri alla sceneggiatura e dimensioni psicologiche credibili a personaggi che non sono oltre la commedia dell’arte.

Charlie Sheen nei panni del poliziotto Dan, sotto copertura come Sid, è abbastanza convincente anche quando esagera a strabuzzare gli occhi e a fare il motociclista pazzo. Meglio di lui Michael Madsen, lo stesso anno del cult Le iene di Quentin Tarantino, in un ruolo, quello del capo biker Blood, che gli permette di scatenarsi in grandi scene da psicopatico come quando uccide a sangue freddo una commessa asiatica in un drugstore.

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A fare però la parte del leone è Leon Rippy, un caratterista mai assunto a star, perfetto soprattutto quando sbarella in pieno overacting. Il suo Virgil è uno di quei personaggi assurdi che non si dimenticano, una sorta di nonno del Trevor di GTA 5, occhi da pazzo e idee stramboidi, capace di pisciare sulla giacca del bietolone Sheen per renderla più credibilmente vissuta e di creare assurde prove per “formarlo come perfetto biker”, sempre ovviamente con la sua risata da pazzoide.  E’ probabilmente il personaggio peggio scritto di tutta la sceneggiatura (arriva e scompare senza molta logica narrativa) ma anche il più divertente, asservito da un’interpretazione incredibile del suo interprete.

A completare il cast ci pensa Linda Fiorentino, in pieno apogeo di sfolgorante bellezza: il suo è un personaggio sicuramente accessorio che rispetta i canoni dell’action macho e maschilista dove la donna è solo bella da vedere. La nostra Linda, due anni dopo, sarà la protagonista del cultone L’ultima seduzione, apparirà in un Friedkin minore, Jade, nel blockbuster Man in black e nel pazzesco Dogma di Kevin Smith, per poi riciclarsi come produttrice. La ricordiamo in uno dei suoi ultimi ruoli, il coraggioso Liberty Stands Still a fianco dell’imbolsito Wisley Snipes, uno strano action ambientato all’interno di una cabina telefonica.

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Il film, come detto, è spettacolare, dal ritmo scatenato, una variazione con motociclette del classico canovaccio alla Point Break con poliziotti che legano pericolosamente coi delinquenti. Tra inseguimenti in auto o in moto, scazzottate, duelli anomali a colpi di siringhe, è davvero difficile annoiarsi, nell’ambito, ovviamente, di una onesta serie B.

A non funzionare è il frettoloso e didascalico finale dove un atroce voice over ci ricorda che il film è “ispirato a fatti realmente accaduti” e in quel momento, nell’irruzione brusca del reale in una storia che sembrava di fantasia, tutto diventa meno divertente e più banale. Negli ultimi venti minuti il film, col piede sull’acceleratore, si dimentica per strada personaggi, banalizza altri e punta, come in una sveltina di 5 minuti, solo al cum shot eiaculatorio, il finale. L’ultima sequenza con Sheen che si denuda e vaga solitario nel deserto, senza meta, è micidiale, fa pensare, pericolosamente, ad una parodia di Rambo 2 – La vendetta e quindi all’immortale Hot Shot!

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L’infiltrato uscì da noi, oltre che al cinema, in vhs prima per la Skorpion e poi in un dvd per la  01 Home Entertainment, entrambi molto buoni. Non fu mai un film di culto e proprio l’uscita per la Skorpion, una casa che di solito faceva uscire titoli non di punta, lo testimonia. Il doppiaggio però era molto buono, senza quel fastidioso effetto da film abbandonato da tutti. Negli States fu distribuito come Beyond the Law, ma circolò in molti paesi col titolo Made of Steel.

Non è un film imprescindibile, ma una visione la merita. Certo è che L’infiltrato era uno di quei B movie a base di tette, scazzottate e moto che, a metà anni 80, non avresti mai creduto potesse avere come protagonista Charlie Sheen, ma che nel declino dei 90 lo permetteva. Forse con un Brian Bosworth stoccafisso, come in Forza d’urto, sarebbe stato oggetto di culto, ma con Sheen risultava troppo strano, troppo popolare, troppo indefinito.

Andrea Lanza

L’infiltrato

Titolo originale: Beyond the Law (conosciuto anche come Fixing the Shadow e Made in Steel)

Anno: 1993

Regia: Larry Ferguson

Interpreti: Charlie Sheen, Linda Fiorentino, Michael Madsen, Courtney B. Vance, Leon Rippy, Rip Torn, Dennis Burkley, Lyndsay Riddell, Rino Thunder, Ed Adams

Durata: 108 min.

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Il corvo 2

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Il giovane meccanico di motociclette Ashe Corven (Vincent Perez) viene ucciso insieme al suo figlioletto Danny (Eric Acosta) dal capo dei criminali Judah (Richard Brooks), signore del crimine, e dai suoi scagnozzi per aver assistito ad un omicidio. I due vengono uccisi a colpi di pistola e gettati in mare .Un’antica credenza dice che quando qualcuno muore, un corvo porta la sua anima nella terra dei morti. Ma quando la morte è particolarmente triste o dolorosa, il corvo fa resuscitare l’anima per poter regolare i conti. Così accade ad Ashe.

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L’eredità de Il corvo, film cult diretto da Alex Proyas, era un macigno molto pesante, soprattutto perché nel cuore dei fan, molti, della pellicola nessuno poteva prendere il posto del giovane Brandon Lee morto durante le riprese. Eppure lo sfortunato attore aveva, sembra, già firmato il contratto per interpretare altri due The crow, e la fama del film, piccolo fenomeno a basso budget, cresceva giorno dopo giorno.

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Un Corvo 2 quindi doveva essere fatto per forza, le tasche dei produttori lo richiedevano, ma bisognava trovare un modo per girarlo senza inimicarsi nessun appassionato. Come diceva Tommasi Di Lampedusa ne Il Gattopardo “Bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla”, quindi si attuò la politica, semplice e coerente con la filosofia da sequel, di fare un film fotocopia del primo capitolo cercando solo di cambiare la posizione degli addendi; per assurdo questo fece sì che The crow: city of angels fosse proprio quel seguito odiato dai fan tanto sfuggito. Peccato perché la pellicola di Tim Pope, pur nei binari risaputi di un’opera derivativa, non era male e per certi versi riusciva persino ad essere originale, risultando alla fine un film ancora adesso ingiustamente sottostimato. Il corvo 2 era l’unico modo per girare un seguito del film di Proyas, almeno il più intelligente: non si resuscitò Eric Draven, il personaggio di Lee, non si usò una storia d’amore come sfondo, e la città degli angeli ora non era più battuta da una pioggia eterna. Eppure, come detto, il film aveva lo stesso plot: una morte violenta e una vendetta ultraterrena in un contesto di dark decadente. Proprio l’assenza di una storia d’amore fu uno dei motivi maggiori dell’insuccesso della pellicola: si era mancato il target del pubblico adolescenziale pecorone che vedeva l’amore unicamente nella coppia, e che non comprendeva l’importanza del legame tra un padre e un figlio. Non contò nulla che il nuovo personaggio, Ashe, iniziasse un rapporto d’affetto con la tatuatrice Sarah, ex bambina narratrice de Il corvo, si era infranta inesorabilmente l’empatia tra gli spettatori e il climax del film. A lavorare alla sceneggiatura fu chiamato il giovane David S. Goyer (i tre Batman di Nolan e i tre Blade), all’epoca un signor nessuno con nel curriculum poche cose di scarso conto come un seguito del Kickboxer con Van Damme. Il suo lavoro a livello di sceneggiatura, come già detto, fu molto buono: studiò i cliché del primo film per riproporne alternative.

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Per esempio si notò che Los Angeles era piena di cocci di vetro frantumati per le strade che riflettevano in  maniera innaturale le luci artificiali, si ampliò questo concetto, d’accordo con il regista, per creare un film irradiato in maniera innaturale, anche grazie a delle tonalità violentissime e surreali, come in un videoclip anni 80. D’altronde era proprio nell’ambito misicale che Tim Pope si era fatto le ossa, girando per i The Cure lavori sublimi come Charlotte Something, e aspettando il momento buono per fare il salto con un lungometraggio. Le sue idee per Il corvo 2 erano prettamente visive con la straordinaria intuizione del parallelismo tra la morte dell’eroe per affogamento e il guizzo di girare un’opera che ricordasse per colori una specie di mondo sommerso. La sceneggiatura fu scritta almeno due volte prima di diventare quella definitiva: all’inizio il film era concepito come un vero seguito con tanto di riesumazione del primo storico cattivo, Michael Wincott, in un’idea azzardata di corvo buono contro corvo cattivo. Il personaggio di Judas era presente in entrambe le versioni e sembra si trattasse proprio del Giuda Escariota del Vangelo, colui che tradì Gesù Cristo, in una reincarnazione moderna, anche se nello script definitivo di questa intuizione resta poco più di un dialogo (“Va all’inferno” “Ci sono già stato e mi è piaciuto”). Più difficile fu la scelta del personaggio che avrebbe dovuto rivestire il ruolo del nuovo The crow: si vagliarono i nomi di John Bon Jovi, di Keanu Reeves, di Brad Pitt, per poi rivolgersi ad un viso poco noto e quindi cercare di replicare il miracolo di successo dello sconosciuto Brandon Lee.

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L’attore scelto fu Vincent Perez, francese e dal forte carisma, che sembrò perfetto per la parte di Ashe Corven. Il comparto attori d’altronde in The crow 2 è eccellente e pieno di nomi pronti ad esplodere da lì a poco, dalla bellissima Mia Kirshen nel ruolo triste di Sarah, la ragazza dalla ali tatuate come retaggio di ali un tempo reali, al Thomas Jane di The Mist e The punisher nel ruolo di Nemo, tossico alle dipendenze di Judas. Il personaggio che si ricorda di più è senza dubbio quello di Iggy Pop, cantante estremo votato di tanto al cinema (The dead man), con il suo corpo emaciato e la recitazione sopra le righe, ma nel reparto cattivi anche i meno noti Richard Brooks e Thuy Trang (morta nel 2001) regalano performance crudeli ad alto livello. Il difetto de Il corvo 2, che regala almeno due scene strepitose (il finale tra le maschere e la chiusura ciclica grazie al dipinto realizzato da Sarah), è di arrivare per secondo, di essere alla fin fine l’ombra del primo film, non per la mancanza di qualità dell’opera si badi bene, ma perché Il corvo non aveva bisogno di seguiti come dimostreranno gli orribili capitoli 3 e 4 e l’ancor più brutta serie tv. Il trucco di Vincent Perez, attore nettamente più valido del compianto Brandon Lee, si differenzia da quello del primo film per essere molto più vicino a quello di una maschera carnevalesca da Pierrot e soprattutto avere un abito che ricorda quella sacrale dei cenobiti barkeriani. Il corvo 2 è un ottimo seguito, che rispecchia l’idea di sequel cara a James O’ Barr, l’autore del fumetto ispiratore, ovvero una serie di storie con personaggi sempre nuovi resuscitati da un corvo. Sicuramente un film da riscoprire.

Andrea Lanza

Il corvo 2

Titolo originale: The crow – City of Angels

Anno: 1996

Regia: Tim Pope

Sceneggiatura: David S. Goyer

Interpreti: Vincent Perez, Mia Kirshner, Iggy Pop, Richard Brooks, Tomas Jane, Thuy Trang

Durata: 90 min.

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Birth rite – Dono di sangue

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Amanti del cinema caciottaro, scoreggione, paraculo ecco per voi il pane degli angeli: Birth rite di Devin Hamilton. Difficile trovare titolo peggiore, peggio girato o peggio recitato. Nulla davvero funziona in questa storiella di magia nera e streghette puttanelle, nulla che anche per un nanosecondo faccia pensare per sbaglio a qualcosa di buono. Per cominciare abbiamo una protagonista alta un metro e un puffo, brutta come la morte, cicciottella persino, che si ostinano tutti come un mantra a dirci durante il film di quanto sia appetibile sessualmente.

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Tette come il pecorino sulla cattiva cucina per fregare il palato

Meglio sicuramente la sorella maggiore, una specie di pornostar di trent’anni con due tette paura che il coraggioso regista vuole spacciare per una diciottenne o giù di lì, ma che per forza di una sceneggiatura scema come poche nessuno durante il film cagherà neppure di striscio. Tutti invece con la bava in bocca a cercare di infilarsi nelle mutandine della bonzona strega sanguinaria. Abbiamo poi un antagonista che agisce come un idiota che in una scena regala un diadema alla protagonista dicendole che l’indomani cominceranno i suoi poteri e subito dopo si materializza nella sua stanza in boxer attillati per ucciderla senza che ci sia ragione logica. Ma di incongruenze la pellicola è tappezzata: una ragazza va in bagno a fare i suoi bisogni senza togliersi i jeans, la protagonista attraversa un sentiero di impiccati che muovono palesemente le mani pur essendo morti, dopo un omicidio in piena lezione gli altri studenti si fanno i fatti loro. E’ un continuo di scemenze infarcite da dialoghi stupidissimi, di velleità da regista che Hamilton vorrebbe avere e non ha, di zoomate senza senso, di combattimenti di karate coreografati come una recita delle elementari. Non si sa se ridere o se piangere, ma ci si chiede soprattutto come diavolo ha fatto la Mediafilm a distribuire film tanto brutti? Fastidiosamente dilettantesco, tanto che già 311 parole sono fin troppe.

Birth rite – Dono di sangue

Titolo originale: Birth Rite

Anno: 2003

Regia: Devin Hamilton

Interpreti: Natalie Sutherland, Danny Wolske, Laura Nativo, Kyle Lupo, Ronnie Gene Blevins, Skye Stafford

Durata: 82 min.

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Madhouse

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Madhouse fa parte di quegli slasher che non si sa perché non sono mai usciti in Italia. Eppure, all’epoca, la pubblicità nostrana avrebbe potuto puntare la sua campagna con titoloni alla Cannibal Holocaust come “L’horror che non vi vogliono fare vedere!” o “Così shockante da essere vietato“, visto che in Inghilterra questa pellicola era stata inserita nei video nasties ovvero quei titoli troppo violenti e disturbanti per essere proiettati nelle sale britanniche.

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Invece nulla: nel 1981, anno di Madhouse, abbiamo fatto la figura dei fessacchiotti non distribuendo non solo questo film, ma anche opere notevoli come The Burning di Tony Maylam, Final Exam di Jimmy Huston, Nightmare in a Damaged Brain di Romano Scavolini e naturalmente lo slasher degli slasher, sua maestà Hell Night.

A girare questo feroce slasher è Ovidio Assonitis, produttore tra i più difficili esistenti sul Pianeta Terra, noto per aver diretto più film di quelli effettivi. Infatti era sua consuetudine che, se un regista si dimostrava lento o incapace, lui lo licenziava e finiva il lavoro da solo. Era successo con James Cameron sul set di Piranha Paura (“troppo inesperto e bisognoso di appoggio“), ma la lista è lunghissima, piena di autori rivelatisi meno bravi del previsto. Per lui ovviamente.

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Come regista il suo capolavoro è il mefistofelico Chi sei? del 1974, ma è indubbio che il nostro avesse sempre e comunque un occhio particolare nel girare gli horror anche quando erano cose molto brutte come The train del 1989, sulla carta di Jeff Kwintny ma in realtà suo o per lo meno da lui ultimato.

Il cinema di Assonitis è un cinema ambizioso, italiano soltanto nella produzione, ma assolutamente americano nella concezione spettacolare, fatta di cast altisonanti scippati dagli ospizi di Hollywood. Come non ricordare, come summa di questo concetto, il terribile Tentacoli, una velleitaria imitazione de Lo squalo che vantava però interpreti al pari di John Huston, Shelley Winters, Bo Hopkins e Henry Fonda?

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Madhouse è, tra i film diretti da Assonitis, uno dei meno sfarzosi, un onesto B movie slasher con un cast semisconosciuto. Lo stesso regista non ne parlava poi così bene. “Si è trattata di una sbrigativa operazione commerciale che ho diretto per la Warner Bros con un budget attorno ai due milioni di dollari. Era un film destinato, oltre al mercato cinematografico, a quello home video e, tutto sommato, ebbe degli incassi discreti” come dichiarò sull’indispensabile tomone di interviste Spaghetti nightmares di Luca M. Palmerini e Gaetano Mistretta.

Madhouse non è un brutto film, solo un film che sarebbe potuto uscire meglio, diviso tra scene ottime ed altre, non solo narrativamente ma anche registicamente, sciatte.

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Come slasher è prevedibile: l’assassino lo si scopre quasi subito senza fatica, cosa che per un thriller è la morte assoluta. Se alcuni momenti ti fanno però pensare ad un’opera elegante (l’arrivo della protagonista all’ospedale con un palpabile atmosfera di terrore, un po’ alla Suspiria), altri cadono in eccessive lungaggini. In più è incredibile come la sceneggiatura sia a tratti scadente soprattutto quando, per creare tensione, si inventa escamotage narrativi insensati. Chi sarebbe quel fesso che, avendo la possibilità di scappare da un killer, barricandosi in casa, decide di nascondersi in un altro appartamento, aperto e senza possibilità di essere chiuso? Vale l’immortale regola craveniana di Scream e delle scelte stupide prese negli horror.

Un  peccato perché l’idea di un assassino che uccide non solo a colpi di coltello ma soprattutto grazie ad un ferocissimo cagnaccio era di quelle potenti, quelle che fanno la differenza quando, con gli occhi allampanati, racconti il film ai tuoi amici del liceo che pendono increduli ora dalle tue labbra, manco stessi raccontando di una scopata alla God of war. Però anche qui le potenzialità da cinema estremo non vengono sviluppate del tutto: basti pensare alla morte del bambino al parco, momento solo intuito senza essere messo in scena. Una scelta del genere te l’aspetti da un  qualsiasi film, non da uno slasher che ha la fama di video nasty, quello che è l’equivalente del pornazzo che guardi con una mano sul joystick nella speranza di non essere beccato dai tuoi.

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Sul versante gore ci siamo però: quando il cagnaccio si scatena è un piacere, con il sangue scorre, le gole recise e gli omicidi di una certa presa spettacolare. Certo gli effetti sono quel che sono ed è chiaro, nella scena più estrema, la trapanazione del cranio dell’animale, che siamo davanti ad un pupazzone fatto anche malino. Questo non inficia l’opera ma sicuramente fa crollare la tensione a favore della risata involontaria.

Così come è improponibile, se non si è in una parodia, l’assurda morte di Morgan Most, l’amica della protagonista, che, prima di essere massacrata, inciampa al rallenti almeno tremila volte, sbaglia strada e rimane pure impigliata comicamente con la camicia. Se non fossimo in un horror serio potremmo pensare di essere davanti ad una sequenza di Wacko, uno slasher comico degli anni 80.

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Il punto forte dell’opera è sicuramente la performance della protagonista, Patricia Mickey, qui celata sotto il nom de plume di Trish Everly, attrice di cose risibili, per lo più televisive, ma qui ottima, espressiva e convincente. Il resto del cast invece è tra il mediocre e il pessimo con la punta massima nell’atroce interpretazione gigionesca di Dennis Robertson, nei panni dello zio prete.

In fin dei conti Madhouse, conosciuto anche come There Was a Little Girl, si lascia guardare soprattutto per curiosità, ma è una grande occasione sprecata e uno dei titoli  più trascurabili di Assonitis, con l’aggravante di un finale che clona l’analogo di Compleanno di sangue, festa e cadaveri compresi. Certo entrambi i film sono dello stesso anno, ma il paragone tra i due è infelice: forse più banale nell’assunto, lo slasher di Jack Lee Thompson risulta più divertente e meglio confezionato.

Un peccato perché come assassina, o probabile tale, Mary Sullivan, faccia sfigurata, risata divertita mentre pugnala le persone e fedele cagnaccio assassino al suo fianco, era davvero efficace.

Andrea Lanza 

 

Madhouse

Titolo originale: There Was a Little Girl (Aka: “And When She Was Bad”; “Flesh and the Beast”; “Scared to Death”)

Anno: 1981

Regia: Ovidio G. Assonitis

Interpreti: Trish Everly, Michael MacRae, Dennis Robertson, Morgan Hart, Allison Biggers, Edith Ivey, Richard Baker, Don Devendorf, Jerry Fujikawa, Doug Dillingham, Joe Camp, Janie Baker, Huxsie Scott

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Killer Party

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Da vent’anni una casa è abbandonata (ha una fama spaventosa: vari delitti sono stati consumati fra le sue pareti). Ed è proprio lì che un gruppo di ragazze decide di dare la festa annuale degli studenti. Data la nomea della casa, hanno promesso un vero “party della morte”. Ma se ne pentiranno.

Sono da sempre un grande fan degli slasher, soprattutto di quelli anni 80, tutti ragazze seminude e sangue versato da improbabili emuli di Michael Myers. Tra i miei preferiti ci sono senza dubbio, senza scomodare l’inflazionata  saga di Jason, il feroce Rosemary’s Killer di Joseph Zito e il cultissimo Hell Night con la meravigliosa Linda Blair.

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Lo slasher è un sottogenere semplice ed economico: prendi un gruppo di ragazzotti, li filmi mentre bevono, fumano e a scopano come ricci, poi ti inventi una maschera stramba, la fai indossare ad un killer, e via con la mattanza. Più facile di così? In più la sceneggiatura può essere anche improvvisata, ma quello che non deve mancare, e che rende divertente il tutto, è soprattutto la varietà di omicidi e l’alto tasso di emoglobina.

Questa cosa non dev’essere stata molto chiara alla MGM che, al momento distribuire Killer party, decise di tagliare tutte le scene più sanguinose, inficiando il senso narrativo dell’opera. In parole povere: ora, nel cut vulgato al popolo, non si capisce nulla!

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Quindi una merda, penserete voi, giustamente. Invece per strane alchimie che solo la serie B possiede, il film è uno spasso, una cosa che la guardi e ti sorprende, ti cade la mascella e, tra un “Ma che cazzo!” di rito, capisci di essere in un luna park del terrore, con quei ribaltoni incredibili di plot che non ci credi ma accadono.

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Scena tagliata

Per tre quarti il film è un blando slasher con  due morti in croce (una donna presa a martellate e un professore fulminato con la corrente elettrica), oltretutto, per le maglie della censura, tutto fuori campo come in un mondo alla Black Mirror dominato dal MOIGE. Quando però si arriva all’ultima mezz’ora succede l’inaspettato: regista, sceneggiatore e attori  giureresti che si sono fatti  di droghe pesanti!

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Lo slasher, se non ha derive soprannaturali, alla fine è un giallo più hardcore dove sotto la maschera c’è un picchiatello che uccide per le ragioni più varie. In Killer Party questo non succede: ad un certo punto, a tipo trenta minuti dalla fine del film, arriva un omicida vestito da palombaro e comincia in pochi minuti ad uccidere tutto il cast in maniera fantasiosa (chi con un tridente, chi soffocato in una vasca, chi impalato mentre è seduto su una griglia, che poi cazzo ci fa tra l’altro una griglia in una casa?). “Wow!” direte voi, solo che ad un certo punto il palombaro sparisce, nessuno ne parla più e, colpo di scena, la protagonista si trasforma in una sorta di Regan dell’Esorcista con voce gutturale, bava alla bocca, che cammina sul soffitto mentre, meschina e maledetta, ride da sola con la lingua serpentesca.

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Killer party è quello slasher anarchico che fa come cazzo vuole, ride delle regole rigide del genere e si permette persino di atteggiarsi alla Alfred Hitchcock trasfigurando la figura della virginea eroina, prima facendola accoppiare con un ragazzo poi tramutandola lei, la figura cardine di ogni slasher, nel mostro, nella bestia sanguinaria, in una maledetta puttana sputata dall’inferno.

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Certo la MGM con i suoi tagli ha incasinato il tutto ed è probabile che proprio questi abbiano reso impossibile da comprendere l’intreccio della vicenda. In più nel film regna una confusione incredibile a cominciare dagli abiti dei protagonisti: durante la prima parte siamo, cappotti che lo testimoniano, in autunno, anche quando tutti si stanno preparando per lo scherzo del Pesce d’Aprile.

Su questo horror poi c’è la leggenda, confermata da imdb, che Killer Party fu iniziato nel 1978, si interruppe per motivi di budget, per poi essere ripreso nel 1986. Su un sito internet dedicato interamente alla pellicola questo viene smentito da un’intervista ad una delle attrici protagoniste, Elaine Wilkes, che afferma che il film fu girato senza pause, a  metà degli anni 80, con l’unico problema dei cambi incredibili della sceneggiatura. Sembra infatti che una delle ragazze che arriva ai titoli di coda, Sherry Willis-Burch, si sorprese perché la sua Vivia sarebbe dovuta morire all’inizio!

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A girare l’opera, con mano sicura, è il William Fruet di alcuni B movie efficaci: suo infatti l’incredibile Spasms con Oliver Reed contro Peter Fonda e un serpentone assassino, ma anche il divertente Il mio scopo è la vendetta con un reduce dal Vietnam che si bomba la Tisa Farrow di Zombi 2 e combatte un cinese killer esperto di kung fu. Robe da cestone da supermercato, senza dubbio, ma girate bene, dannatamente bene.

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Colpevole invece del delirio narrativo è Barney Cohen che due anni prima però diede alla luce uno dei copioni su Jason Vorhees più belli di sempre, il capitolo finale, diretto dal sempre mai troppo apprezzato Joseph Zito.

Il cast fa la sua porca figura e abbiamo tutti interpreti efficaci e mai stranamente impacciati anche nell’interpretare un horror da cassetta. Nel cast poi spicca il grandissimo Paul Bartel, regista di cult come Cannonball, Anno 2000 – La corsa della morte e soprattutto Bambole e sangue, nella sua lunga carriera di attore/comparsa divertita (ben 91 ruoli su 14 regie).

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La già citata Elaine Wilkes, già conosciuta per ruoli in commedie romantiche come Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare di John Hughes e Who’s That Girl di James Foley accanto a Madonna, abbandonò la carriera di attrice nel 1989. Si riciclò come esperta naturologa con libri di grande successo tra le masse come I messaggi segreti della natura, un tomone di 340 pagine arrivato anche da noi.  Ma non ha mai rinnegato il suo passato di attrice, cosa che le rende sicuramente onore.

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La palma d’oro però di miglior interprete però spetta ad Alice Fleer che riesce ad incutere un certo disagio nel suo passaggio da vittima sacrificale a demonio incazzato, una roba che è seconda solo a Linda Blair in L’esorcista.

Per il resto Killer Party è un’opera sicuramente stramba ma tremendamente divertente che vive lo stato di grazia anche di una magnifica colonna sonora orecchiabilissima anni 80. D’altronde come non volere bene ad un film che presenta ben due intro finti, prima di Wes Craven e Scream 4, dei quali uno è un vivace videoclip dei White Sister, You’re No Fool, con degli zombi assassini che ballano con una ragazza sulla falsariga di Thriller di Landis. Giuro succede anche questo e non solo questo perché ci saranno, durante la visione del film, tante cose che metteranno a dura prova la vostra incredulità come una sequenza dove dei simpatici buontemponi liberano delle api per vedere scappare nude delle ragazze. Gli stessi poi si vestiranno da aponi giganti per essere giustamente uccisi dal palombaro killer che forse passava solo di lì solo per caso.

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Girato in Canada con il titolo di lavorazione di April Fool’s Day, come il precedente Jolly Killer di George Dugdale, dovette cedere il titolo all’omonima pellicola di Fred Walton, Pesce d’aprile. Del trietto dei film nati con lo stesso nome però questo è sicuramente quello che preferisco.

Da noi è uscito prima in vhs MGM poi in un dvd Quadrifoglio dall’audio italiano ridondante ma dal video perfetto in widescreen. Purtroppo Killer party non ha mai avuto la fama che si meritava: un po’ un cane rognoso che a prima vista non accarezzeresti mai, ma che se impari a conoscerlo ti conquista. Noi gli vogliamo bene.

Andrea Lanza

Killer Party

Anno: 1986

Regia: William Fruet

Interpreti: Martin Hewitt, Ralph Seymour, Elaine Wilkes, Paul Bartel, Sherry Willis-Burch, Alicia Fleer, Woody Brown, Joanna Johnson, Terri Hawkes, Deborah Hancock, Laura Sherman, Jeff Pustil, Pam Hyatt, Howard Busgang, Jason Warren

Durata: 91 min.

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Contamination – Alien arriva sulla terra

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Luigi Cozzi ha dato una bellissima definizione dei suoi film:  pellicole d’imitazione. Cioè prodotti che seguono la moda del momento e li ripetono in piccolo, sicuri di un incasso decisamente buono. Il pubblico vuole super eroi? E noi imiteremo il loro film di maggiore successo economico,  la gente abbocca. In questo ragionamento c’è la storia e la caduta dell’industria cinematografica di genere italiana. Con queste premesse si evince che da una parte si giudica il pubblico un po’ un ammasso di individui a cui basta dar qualcosa di raffazzonato e via,  quello se lo beve. Due, non si investe nel creare un immaginario nostro, forse non siamo in grado e così ci adattiamo a scimmiottare gli altri. Forse il mio giudizio è fin troppo sbrigativo e  severo, nondimeno veniamo da decenni in cui abbiamo giudicato fin troppo positivamente ogni esperienza del e nel genere italiano. Proprio in onore ai grandi maestri e agli artigiani che hanno fatto la storia del cinema italiano non possiamo essere troppo generosi con tutti.  Cozzi dalla sua ha un carattere che in parte ammiro. Sa vendersi bene, sa raccontare con gusto la sua storia, tanto che tu alla fine davvero credi che Star Crash sia un film imperdibile. Tutto questo è possibile perché lui ha una grandissima passione per la fantascienza e il fantastico e riesce a trasmetterla agli altri. Peccato non capiti (quasi) mai attraverso i suoi film, ma per la persona provo tanto rispetto.

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Il leggendario Cozzi

Dopo il successo di Star Crash, Cozzi decide di far un film che fosse l’imitazione di Alien.  Un’opera di pura fantascienza con l’attacco degli alieni ambientata in una grande città. Purtroppo i produttori pensarono bene di spingere il tutto verso le atmosfere alla James Bond, boicottando in vari modi le istanze legate alla fantascienza: il risultato è un film che è un ibrido, a volte indigesto .

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Effettivamente la seconda parte, quella nella foresta sudamericana con la Spectre dei poveracci è una parte debole e lo sviluppo della trama stenta a dar soddisfazione.

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Il film potrebbe funzionare bene nella prima parte.  C’è abbastanza mistero, decenti effetti splatter, un certo mestiere che rende godibile il tutto. La storia raccontata è quella di un’invasione aliena attraverso delle strane uova che una volta toccate creano una reazione nel corpo delle vittime facendole esplodere il loro stomaco.  Il tutto viene scoperto perché a New York sta transitando una nave alla deriva. Una volta a bordo i poliziotti e il personale medico scopriranno l’agghiacciante verità.

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L’unico sopravvissuto, un poliziotto loquace e divertente, dovrà collaborare con una serissima scienziata per poter salvare il mondo. In loro aiuto un ex astronauta, ormai ridotto uno straccio, tornato cambiato da un viaggio su Marte.

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Non siamo nei paraggi di una “cozzata” stile Paganini Horror, qui si sta nei confini della decenza filmica. Cozzi usa sapientemente l’uso del chiaroscuro per rendere credibili gli effetti speciali, compie un duro lavoro affinché il mostro che appare nel finale non ci induca a ridere a crepapelle.   Per questo forse l’opera è una delle sue pellicole migliori (ma stiamo parlando di un regista che di pellicole migliori non ne ha fatte nessuna). Però ammiro il durissimo lavoro e l’impegno che chiaramente mette nelle sue cose. Non mi piacciono i suoi film e non lo reputo un regista fondamentale per il genere, applaudo alla tenacia, alla passione che mette in gioco. Ho seguito la vicenda abbastanza interessato e tutta la prima parte credo sia anche valida. C’è mistero, sangue, un disegno rudimentale ma efficace dei personaggi. Paga la sua natura di film a basso budget e gli scontri con la produzione. Sicuramente è datato, superato, ma una visione la consiglio.

Davide Viganò

Contamination – Alien arriva sulla terra

Titolo alternativo: Alien contamination

Anno: 1980

Regia: Lewis Coates (Luigi Cozzi)

Interpreti: Ian McCulloch, Louise Marleau, Gisela Hahn, Marino Masè, Siegfried Rauch, Carlo De Mejo, Carlo Monni  

Durata: 95 min.

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Time Walker

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Al cinema alcuni mostri funzionano più di altri. Dracula è stato protagonista di un bel centinaio di film, ed è riuscito, tra un morso e l’altro, ad avere spose, amanti, figli e combattere persino contro i leggendari 7 vampiri d’oro. Anche per Frankenstein la vita è stata lunga con nel curriculum anche una commedia teen dove, tutto fiero, mostrava il suo poderoso ammennicolo alle ragazze intrippate di un college. Solo che la vita non è stata così generosa con tutti i mostri.

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Io ho scopato

Il mondo dei cattivi, si sa, è spietato: né l’uomo lupo né le streghe sono mai riusciti ad avere una filmografia lunghissima, ma la più sfigata resta la mummia. A lei nessuno vuole bene. Se esistono fan club per licantropo, uno che sotto sotto quando non sbrana ha la libido di Rocco, e le streghe piacciono alle ragazzine goth, la mummia invece non ha presa per nessuno. Brutta è brutta, sexy non è sexy, oltre a puzzare è un mostrone non molto inventivo neanche nelle sue gesta malvagie: quando uccide, si limita a strozzare. Che noia, che barba. Per questo hanno cercato di svecchiarla con gli avventurosi di Brendan Fraser o Tom Cruise, ma non era più lei, c’era al suo posto un pelatone muscoloso o una figa incazzata. L’unica mummia, non si scappa, è quella avvolta in bende vecchie che sembrano carta igenica sporca di merda. Con un curriculum così non è che fai molta strada.

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Pose da mummie

Certo in passato c’è stata la Hammer e prima ancora la Universal a dare il lustro a questo vecchio mostro, muto e lento più degli zombi, ma, siamo sinceri, a a parte i capolavori di Karl Freund e Terence Fisher, il resto era tra il mediocre e il pessimo. I più potranno dire “Ma c’è Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore (Blood from the Mummy’s Tomb) che è bello!” è vero, poi io sono un fan delle tettone di Valerie Leon, ma nessuna mummia claudicante, solo maledizioni egizie, un altro campo da gioco.

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Tette e mummie

Gli anni 80 poi ci hanno provato a farla resuscitare ma le produzioni erano scalcagnate, Scuola di Mostri a parte. D’altronde come non pensare di avere toccato il fondo davanti ad una cosa come Dawn of the mummy del 1981, una coproduzione tra Italia e USA, così brutta che da noi, pur avendoci messo i soldi, non è mai uscita. Il regista Farouk “Frank” Agrama, uno che aveva girato il King Kong degli scemi, Queen Kong (non quello con la Nappi), durante la visione di Zombi di Romero, aveva sicuramente avuto l’idea di una vita, quella che ti porta nell’Olimpo dei grandi, spostati Carpenter. “Perché non girare un film simile con le mummie al posto dei morti viventi?“. Risultato: un pasticcio gore girato col culo, con una perenne musica fastidiosa a cazzum, una cosa che sembra uno scherzo brutto alla Conte Mascetti più che un film.

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Le mummie più brutte di sempre

Time Walkergirato col titolo di lavorazione di Pharoah, arriva un anno dopo, nel 1982, a dire la sua sulle mummie. Da noi ha persino una distribuzione limitata, in vhs per la Antoniana/DB Video, con un doppiaggio allucinante che traduce l’intraducibile. Così abbiamo giochi di parole tra mummy e mommy (mamma) riproposti tali e quali in italiano dentro frasi senza senso come “Scomparve una ragazza, restò per 9 mesi in una tomba e la scoprirono mummia“. Ehhhhhhhhh??????

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Forte delle frasi di lancio “Nulla può fermarlo neppure la storia” o “Per milioni di anni attraversarono le Galassie: Per secoli uno di loro è rimasto intrappolato nella tomba di un faraone. Ora è libero” ci si aspetta un bell’horrorazzo archeofantascentifico con un alieno mummia incazzato che fa stragi a destra e pure a mancina, manco fosse Svicolone. Si e no, più no che sì, soprattutto perché il film è di una mosceria incredibile.

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Time Walker non calca mai la mano sul sangue, i nudi sono pochissimi (una ragazza che si spoglia) e non riesce ad essere mai troppo spaventoso, un disastro per un film che vanta una sceneggiatura di rara dabbenaggine e non può contare neanche sul divertimento coatto.

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Si aprono mille sottotrame, amori tra i personaggi, un giro di merce rubata all’università e soprattutto una muffa assassina che fa marcire gli arti. Solo che, con lo scorrere dei minuti, nessuno di questi spunti viene portato a termine, con il risultato che anche anche il tocco della mummia, mortale come l’ebola fino ad un secondo prima, verso l’epilogo non fa più nulla, solo perché il regista, anche inetto sceneggiatore, probabilmente se l’è dimenticato.

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Io poi voglio dire: ma, Tom Kennedy, vuoi girare un film horror su una mummia al college, sei negli anni 80, l’epoca dello splatter, ma mettici due morti, dico, due almeno che mi fai dire, a me spettatore, wow, che cazzo, non ci credo. Invece la mummia arriva su dei pattini, o almeno l’effetto è quello, e tocca le sue vittime, puf, morte, e poi se ne va. Ma che diavolo, è come se, in un porno vintage con Ginger Lynn, ad un certo punto la musica è quella giusta da porcone, cia cia cia, ma gli attori al posto di darci dentro, di fare vedere la mercanzia e cominciare la danza degli assatanati, oh yeah, fuck me, bitch, si danno solo due bacini e poi a nanna, tutti a casa propria, domani ci si alza presto. Come come come? Tom Kennedy, già stai girando un film di merda, ma almeno fai merda divertente!

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Forse si tromba, forse no

Gli attori sono o improponibili o sprecati in ruoli subliminali, a cominciare dalla Shari Belafonte di La notte di Halloween, anche bravina, ma inserita a forza nel contesto. Ad un certo punto salta fuori il grande James Karen de Il ritorno dei morti viventi, un vero attore in mezzo a tanti cani. Peccato che per lui valga la stessa storia di Shari: il suo personaggio dice due frasi di circostanza, batte i pugni sul tavolo, ghigno di repertorio e poi scompare per riapparire solo nel finale. Tempo sullo schermo: 5 minuti scarsi. Oh my god!

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Cani più attore bravo in mezzo

Time Walker poi vorrebbe essere più ricco di quello che è, ma, col suo budget esiguo, non ha la possibilità di girare neanche un finto intro in Egitto. Quindi due immagini di repertorio delle piramidi e voci fuoricampo di due archeologi che affrontano il pericolo. L’effetto è comicissimo e poverissimo nel contempo, un cinema mai così vicino alla radio.

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Non voglio poi fare il pretestuoso, non ho mai studiato archeologia, ma non mi sembra la cosa più furba del mondo quella di aprire un sarcofago chiuso da millenni senza neanche una mascherina protettiva. Oltretutto dove vai a trafugarlo? Dalla celeberrima e maledettissima tomba di Tutankhamon. Cioè con questo faraone si muore dal 1923! Non lamentarti poi delle conseguenze!

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Time Walker cerca, fallendo, una certa originalità nel riproporre il solito canovaccio sulle mummie assassine con innesti di fantascienza, ma non riesce mai ad essere né convincente né davvero innovativo. Nel finale poi tenta una corrispondenza delirante con il quasi contemporaneo ET di Spielberg, soprattutto quando capiamo le ragioni dell’alieno/mummia: vuole solo tornare a casa. Cioè fatemi capire, questo EBE dagli occhioni grandi sotto le bende, che uccide con il tocco muffoso la gente, che ha nel petto una pietra lunare accecante, che insegue sui pattini ragazze terrorizzate, che sfonda tetti di un’ascensore e che ha la visione verde come un cazzo di Predator salviniano, era bravo???? E che cazzo ho visto prima?

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Alieni bravi

Micidiale poi il “TO BE CONTINUE” prima dei titoli di coda, nell’idea assassina di un Time Walker 2 che, grazie a Dio, non si farà mai.

Giustamente Tom Kennedy firmerà qui la sua prima e unica regia, anche se il film incasserà abbastanza a livello regionale.

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Time Walker fu distribuito negli USA dalla New World Pictures, la stessa di Slumber party massacre, uno slasher dello stesso anno nettamente superiore. 

Che dire d’altro di un film soporifero, stupido e poco divertente? Nulla a parte che siete stati avvertiti, se volete vederlo e vi fa schifo non prendetevela poi con noi!

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NB Il film fu al centro di un episodio della serie Mystery Science Theater 3000 che proponeva film brutti con il commento dissacrante dei protagonisti, un astronauta e due robot. La conclusione del trio era che Time Walker fosse uno dei film più brutti mai visionati, per essere precisi più terribile dei già terribili ” Il terrore viene d’oltretomba, The Side Hackers, Ator 2 – L’invincibile Orion, Catalina Caper, Visitors – -I nuovi extraterrestri, The Hellcats, Daddy-O, Rocket Attack U.S.A., La vendetta del ragno nero, Ring of Terror, Il conquistatore del mondo, Il continente scomparso, Luna zero due, Le donne del pianeta preistorico, Time of the Apes, Wild Rebels, Stranded in Space, King Dinosaur, Mighty Jack, RX-M Destinazione Luna, Santa Claus Conquers the Martians, The Unearthly, Adolescente delle caverne, Soyux 111 Terrore su Venere, Abbandonati nello spazio, The Giant Gila Monster, I cavalieri del futuro, War of the Colossal Beast, I giganti invadono la Terra, Fugitive Alien, Star Force: Fugitive Alien II, Master Ninja I, Gamera, Il ritorno di Godzilla, Gamera vs Zigra, Gamera vs Barugon, and Gamera vs Guiron” e persino dell’imbattibile franchiano “Il castello di Fu Manchu“. Comunque, nella versione Mystery Science Theater 3000, Time Walker è spassosissimo. 

Andrea Lanza

Time walker

Anno: 1982

Regia: Tom Kennedy

Interpreti: Ben Murphy, Nina Axelrod, Kevin Brophy, Robert Random, James Karen, Sam Chew Jr., Melissa Prophet, Austin Stoker, Gerard Prendergast, Shari Belafonte, Antoinette Bower, Darwin Joston, Greta Blackburn, John Lavachielli, Clint Young, Ken Gibbel, Gary Dubin, Greta Stapf, Michelle Avonne, Vanna Bonta, Warrington Gillette, Alan Rachins, Allene Simmons, Jason William

Durata: 83 min.

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Ritorno dalla morte (Frankenstein 2000)

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Gli anni 80 sono stati un periodo di estrema creatività per il cinema fantastico italiano, una decade che ha visto in poco tempo l’ascesa e la caduta di maestri del genere, dai Fulci e Argento migliori e quelli più sbirulini, poi i grandi Mattei che coincidevano nel miserabile, i Lamberto Bava pre Melevisione, senza dimenticare i Lenzi e le tette di Zora Kerowa, e quei nomi che nessuno cita mai come Marcello Avallone e l’immenso Maya.

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Il mitico Aristide

Aristide Massaccesi ha girato nella sua carriera milioni di film, stando a imdb ben 197, ma contando le regie non accreditate, quelle incerte come il dubbioso Jailbird Rock del 1988, la lista sicuramente lievita. Il più delle volte dalla critica più nobile viene ricordato solo come un prolifico artigiano, a volte un eccellente direttore della fotografia, di certo non un bravo regista e questo è sbagliato. Non che i suoi film, la maggior parte, non fossero tirati via, con errori, più che di inefficienza, di mancanza di tempo, di frettolosità, una cosa giustificabile quando, come nel 1980, devi portare a casa 8 film. Quello che però differenziava il cinema di Massaccesi era soprattutto la potenza delle immagini, l’anarchia preponderante di un cinema più di pancia che di cervello. Quando mettevi la vhs di un suo film sapevi che sarebbe stato come andare alla trattoria sotto casa, soddisfatto e panciuto alla faccia di Sadler 5 stelle michelin.

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Chi lo sa se questo dance movie sporcaccione è di Massaccesi

Massaccesi non era Bruno Mattei che di capolavori ne faceva per i motivi sbagliati, non era certo neanche Lucio Fulci che aveva invece l’aria snob di un cinema popolare alto, ma era senza dubbio bravo. Forse col tempo si era rotto, forse alla fine prevale solo lo stile quando un giorno giri uno sbudellamento e lo stesso giorno un pompino in un altro set, ma nella sua carriera c’era almeno un grande film, elegante, sinuoso, complesso, La morte ha sorriso all’assassino, una ghost story che anticipava Storie di fantasmi di  Irving assomigliandogli più del libro omonimo di Straub. Coincidenze sicuramente, allo stesso modo de I guerrieri dell’anno 2072 con L’implacabile di  Paul Michael Glaser, certo, ma sono quelle coincidenze che ci fanno sognare che Dan O’ Bannon vedendo Terrore nello spazio abbiano pensato ad Alien. Plausibile ma anche no.

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Il suo capolavoro, La morte ha sorriso all’assassino

La morte ha sorriso all’assassino, un insuccesso commerciale purtroppo, è stato l’unico film firmato Aristide Massaccesi. Dopo, il suo nome si è annullato in tanti pseudonimi diversificati per genere: dalla morte di Aristide Massaccesi regista sono nati, come nello Split di M. Night Shyamalan, molti altri Massaccesi registi. Così abbiamo avuto Joe D’amato per l’horror e il porno, David Hills soprattutto per i film fantastici, poi i vari Peter Newton, Michael Wotruba, Alexandre Borsky e persino dell’orientale Robert Yip per le zozzerie cinoromane. Ognuno di questi nome de plume però portava solo e sempre a lui, Aristide Massaccesi, l’uomo che pirandellianamente indossava così tante maschere da poter vantare di non girare nessun film facendone però anche 10 alla volta.

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Conan dei poracci

Ho conosciuto Massaccesi attraverso le pagine di Nocturno quando ero ancora un ragazzo e mai avrei pensato che un giorno avrei scritto anch’io per quella rivista che, con la defunta Amarcord, aveva plasmato il cinefilo che sono. Su Nocturno scoprivo un sottomondo incredibile, film così folli da non essere per forza mai girati, come Sbirulino, che però, lovecraftianamente, invece erano esistiti, anche se rari e introvabili. E se qualcosa di Joe D’amatob porno e, nella mia versione AVO FILM, non lo era, ora invece riscoprivo non un singolo film, ma una vera poetica cinematografica, eccessiva e affascinante, anche nei tanti capitomboli.

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Oltre Kim Basinger

Massaccesi più di un Fabrizio De Angelis con Il ragazzo dal kimono d’oro faceva un cinema, soprattutto negli anni 80, di contrabbando: per esempio i suoi Eleven night eleven days erano il 9 settimane e mezzo meno patinato e più carnale, con una Jessica Moore/Luciana Ottaviani non bella come Kim Basinger ma di certo più accessibile nell’idea, già qui decantata, di cinema trattoria.

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Se La morte ha sorriso all’assassino, come detto, era stato un flop, lo stesso non fu però con Buio Omega, remake di un vecchio thriller con Franco Nero, che lanciò il nome di Joe D’Amato nell’olimpo dei miti horror. Echi a Psycho, un erotismo con toni di necrofilia esasperata, scene trucidissime come le unghie strappate a forza ad una sventurata e le musiche potentissime dei Goblin contribuivano al successo di un film disturbante come pochi nel cinema italiano, terribile e necessario per il nostro orgoglio patriottico di ragazzacci ghiotti di budello e carnazza.

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Dio benedica Genova

Non male neanche Antropophagus con la scena cult del feto divorato dal cannibale o Rosso Sangue, firmato però come Peter Newton, che decodificava l’Halloween di Carpenter in una chiave di violenza hardcore. Poi però Aristide si focalizzò in altri generi, i Conan dei poveri, la fantascienza dei Mad Max straccioni, gli erotici e soprattutto i porno che a fine anni 90 lo impegnarono per la maggiore, con film girati questa volta male e distrattamente, divertenti solo per la varietà delle parodie sexy, da Robin Hood a il poco pasolianiano Le 120 giornate di Sodoma. Si percepisce come al regista non fregasse più nulla di quello che stava facendo, perciò, quando girò nel 1991 questo horror, dovette essere per lui la boccata di aria fresca, l’occasione per tornare a fare qualcosa che amava.

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Freddy Krueger, un mostro generico,Dracula e la creatura di Frankenstein

Frankenstein 2000, poi reintitolato Ritorno dalla morte, fu presentato in un Fantafestival di inizio anni 90 ma non fu accolto molto positivamente dal pubblico, anzi sembra che gli spettatori accompagnarono la proiezione proprio con fischi e risate. Eppure Massaccesi aveva ambizioni, a cominciare dal titolo originale che echeggiava il capolavoro letterario di Mary Shelley, ma come spesso accade, per milioni di motivi, le aspirazioni non corrispondono alla resa finale.

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In un’intervista a Nocturno il nostro dichiarava “Quello doveva essere un Frankenstein (infatti al Mifed lo pubblicizzammo come Frankenstein 2000), poi abbiamo avuto delle remore a chiamarlo così. Però c’erano moltissime citazioni dal romanzo di Mary Shelley che nessuno ha capito. E poi il protagonista, Donald O’ Brien, aveva dato una prova magistrale, anche se io l’avevo scelto un po’ egoisticamente. Mi spiego: lui è caduto in bagno, anni fa, battendo la testa e rimanendo paralizzato nella parte destra del corpo e quindi  aveva questo modo innaturale di procedere claudicante e una mano rattrappita. Quando girammo in una discoteca, un ragazzo disse “Ammazza quanto è bravo ‘sto qui! Cammina proprio come Frankenstein!”. Invece poveraccio era proprio così”.

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Ritorno dalla morte purtroppo, (mostro di) Frankenstein umano o no, è un brutto film, girato male e noioso. Non si riesce davvero a salvare nulla, a parte una splendida fotografia dai colori saturi (sempre il regista con lo pseudonimo di Frederico Slonisko) e le musiche suggestive di Piero Montanari.

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Del Massaccesi elegante de La morte ha sorriso all’assassino non c’è traccia, ma neanche del Joe D’Amato gagliardissimo e trucido dei Buio Omega e Antropophagus: gli effetti speciali cruenti ci sono ma così fatti male  da generare solo imbarazzo o risate. Questo è sicuramente tragico per un horror che ricerca l’atmosfera ed è invece solo lento, che si vorrebbe feroce e mette in scena teste di bambolotti poco somiglianti alla controparte umana, un po’ come i film miserabili di Andrea e Mario Bianchi presentati da Lucio Fulci. C’è da dire però che almeno una volta, nell’omicidio del medico legale, Massaccesi alza la testa girando una scena montata discretamente e dalla buona tensione, ma è un istante in un film di un’ora e 33, lento come il valzer delle palle di Fra Giulio.

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La sceneggiatura, da un’idea di Michele Soavi, poi è il punto più basso di tutta l’opera, aggiustata malamente da un Antonio Tentori mai a suo agio nei panni di sceneggiatore, che prosegue per accumuli stupidi e insensati (i sogni di Georgia/Cinzia Monreale che non portano a nulla), fino al look del moderno mostro di Frankenstein, di un certo impatto visivo, suture alla testa come il classico Karloff, ma poi ci pensi e ti chiedi perché? Non ha senso che il medico legale  gli abbia aperto il cranio e non il ventre nel fargli un’autopsia. Così abbiamo un Frankenstein poser, bello da vedere, inquietante nell’interpretazione non interpretazione di O’ Brien (che si muove uguale anche quando il suo personaggio è vivo però), ma che è forzatamente shelliniano ( o whaliniano) solo per un’idea originale probabilmente tradita da una riscrittura inetta.

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Costumi di Laura Gemser

In più Massaccesi si autocastra quando dovrebbe magari calcare la mano come nella sequenza dello stupro della Monreale, casto e senza neanche il nudo di rito, che si vorrebbe rifare ad  Arancia Meccanica, come le inquadrature di un poster vorrebbero fare intendere, ma poi il massimo della cattiveria è pestare un bambino con l’effetto audio di una sberla di Bud Spencer in Bomber senza gli Oliver Onions.

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La Monreale poi è bellissima ovviamente come moltissime genovesi benedette dal mare e da Dio, ma recita da addormentata anche prima di cadere in un vero coma e citare il suo ruolo regio in Buio Omega che però diviene, in questo caso, una rilettura molesta e fastidiosamente autocelebrativa.

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Il resto del cast, ad esclusione di un convincente Riccardo Acerbi, già visto come professore porcone di Aenigma di Fulci, è tra il dilettantesco e l’inappropriato con manzi da monta hardcore che si aggirano imbarazzati sul set. Anche un veterano come Maurice Poli, in quegli anni perso in produzioni italiane miserabili, si limita a strabuzzare gli occhi e pregare di uscire fuori scena il prima possibile.

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Nazisti e Rio De Janeiro

Il film poi, pur avendo le “citazioni non capite di Mary Shelley” a detta di Massaccesi, ricorda più che altro il Patrick di Richard Franklin o il già citato Aenigma di Fulci con la vendetta di una persona in coma.

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Qui oltretutto la nostra Cinzia Monreale si vendica di tutti, anche di chi non sapeva fosse coinvolto nella sua aggressione.

Il dvd Raro video poi è qualcosa che deprime ancor di più la visione con la scelta di inserire come pista la traccia inglese, recitata sembra da filippini che leggono male il copione, pieno di fuori sincroni col labiale e un accento improbabile e devastante. Così abbiamo frasi come “Help, iu a mosta!” o “Ai loviù” che ti lasciano addosso un senso di disagio e inadeguatezza incredibile.

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effetti brutti

Da imdb si legge che i costumi sono curati dall’ex Emanuelle nera, Laura Gemser, ma gli attori sembrano tutti vestiti con il primo capo preso dall’armadio.

Frankenstein 2000, girato non come Joe D’Amato ma come David Hills, è il simbolo di un cinema morente che cercava a tutti i costi di resistere, ma rantolava, agonizzava, fino a cadere cadavere, puzzolente e maleodorante. Da lì a poco i giochi sarebbero finiti per tutti con il bellissimo Dellamorte Dellamore, spartiacque tra il cinema horror italico in pellicola e le produzioni digitali amatoriali. Neanche Massaccesi sarebbe stato più lo stesso: La Iena, girato nel 1997, è altrettanto orribile come lo sarà il Top Girl dello stesso anno o l’ultima opera del 1999, il semi porno I predatori delle antille. Il cinema hardcore, del quale Aristide era stato un pioniere, gli aveva tolto la scintilla artistica, un po’ come quei voyeur che, ossessionati da troppe visioni segaiole, si scoprono impotenti.

Andrea Lanza

Ritorno dalla morte – Frankenstein

Anno: 1991

Regia: David Hills (Aristide Massaccesi)

Interprete: Cinzia Monreale, Donald O’Brien, Robin Tazusky, Riccardo Acerbi, Dun Dustman, Mark Frank, Mark Quail, Maurice Poli, Valter Travor, Massimo Pittarello, Max Tazusky, John Wood, Robert Milton, Susan Baker, Emy Valentino

Durata: 93 min.

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Occhi nella notte

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Questo Occhi nella notte è un classico del B movie sui topastri assassini, uno di quei filmacci da vhs confezionati bene, divertenti e da sciallo atomico sul divano. Quindi non si spiega perché la maggior parte della critica sia così spietata nel parlarne, a cominciare dal Dizionario dei film horror di Rudy Salvagnini che lo bolla come “tutto prevedibile e già visto” affibbiandogli la stelletta dell’infamia.

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Che sia prevedibile e già visto ok, ma Occhi nella notte fa il suo sporco lavoro di horrorazzo d’intrattenimento con scene feroci (muore persino male un neonato), belle ragazze di rito (la generosa Lisa Langlois in versione Lolita da sturbo, mutandine attillate annesse) e una regia dal ritmo concitato e ansiogeno.

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Che altro volere di più da una pellicola sui topi assassini? Oltretutto le scene di impatto non si contano, come per esempio l’assalto dei ratti all’interno di un cinema (il film proiettato è sempre del regista, L’ultimo combattimento di Chen). Quindi immaginatevi uno spettacolo popolare che distrugge la quarta parete, ben prima dei Demoni di Lamberto Bava, di Mr Rorret di Fulvio Wetzl o dell’Angoscia di Bigas Luna, nel quale tu spettatore la senti davvero sulla pelle quella sensazione di disagio, puoi ripeterti quanto vuoi, alla Wes Craven, “E’ solo un film“, ma il dolby stereo, che riproduce quegli osceni squittii , ti fa gelare la pelle. Nulla di più terrorizzante del vedere al cinema un horror ambientato al cinema, senza dubbio. Anche se da noi purtroppo Occhi nella notte uscì solo in vhs (Futurama) privandoci dell’impatto emotivo di questa (grandissima) sequenza.

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Questo il momento che preferisco, con la gente terrorizzata che corre mentre i topi banchettano con le loro chiappe manco fossero ad un banchetto, escamotage necessario per eliminare, prima del finale, il personaggio della Langlois, troppo zoccolesco per essere una final girl. Povera la nostra Lisa, innamorata fino al limite dello stalking del suo professore universitario, tanto da infilarsi nel suo letto e supplicare di essere scopata, ma nel mondo dei ratti mannari le studentesse da paginone centrale di Playboy vengono schifate come fossero appestate. Iene, Viviani, Toffa e compagnia bella, nell’universo degli horror stavolta siete disoccupati: nessun docente porcone da sgamare con le vostre microcamere!

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Robert Clouse, al suo secondo film sugli animali incazzati dopo Il branco del 1977, non si perde in molti fronzoli confezionando un ottimo spettacolo da drive in con momenti di eccelso terrore. Il regista è sempre stato un abile artigiano, capace di dare il massimo con prodotti anche non di fino, garantendo il giusto divertimento ignorante ai suoi spettatori sia che si trattasse di un Jackie Chan importato negli USA (Chi tocca il giallo muore) che di un Robert Mitchum sbarcato ad Hong Kong (Poliziotto privato: un mestiere difficile). E’, non ci stancheremo mai di ripeterlo, quel cinema popolare che non esiste più, bellissimo e scriteriato, quello che ci manca di più, in Italia come negli States.

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C’è da dire che Occhi nella notte non ebbe un grande culto, fu odiato con tutte le forze dallo scrittore James Herbert, suo il romanzo ispiratore Rats, e, come detto all’inizio, di solito neanche gli estremisti del brutto miserabile, quelli che hanno in cameretta, a 56 anni, il poster dei topi mutanti di Mattei e Fragasso, lo ricordano con piacere.

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Certo è che il film non è esente da difetti, tanto gagliardo nelle parti horror quanto debole in quelle più intimiste che vedono i tormenti amorosi di un professore di mezz’età (lo stesso fesso che schifa Lisa Langlois). A questo aggiungiamoci una storia che plagia il solito plot de Lo squalo con tanto di sindaco ottuso che non blocca un’inaugurazione ad un passo dalla tana dei ratti, e un bambino, il figlio dell’insegnante, da pedate nel culo da quanto è antipatico, con la saccenteria da nano che in Dungeons & Dragons, 200 lire al circolino di Marchirolo, avrei affettato con gusto. Però se la parte conclusiva con i topastri affrontati a fiamme ossidriche, che vede gli attori più spaesati che spaventati, non è un granché, abbiamo invece un cattivissimo finale dove un roditore insanguinato si lancia con foga contro un vetro generando il bu che non ti aspetti.

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Gli effetti speciali sono abbastanza schifosi anche se non eccedono mai nel gore e nello splatter. Per mettere in scena i topi giganti i truccatori fecero indossare delle tute con orecchie e denti finti a dei bassotti. Il risultato fu certamente efficace ma purtroppo uno degli animali soffocò dentro la tuta. Un peccato perché l’idea alla fine, in un film che non doveva peccare di alto budget, era certamente geniale.

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Due orecchie finte, una codona e voilà il topo cattivo

Gli attori non spiccano per eccessiva bravura, a cominciare dall’insipido protagonista Sam Groom, più a suo agio in tv (Dimensione alpha, Quincy) che al cinema. C’è però da segnalare la presenza di Scatman Crothers, il cuoco dell’Overlook hotel in Shining di Kubrick, che, anche se interpreta un piccolo ruolo da vittima, risulta il migliore del cast.

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Occhi nella notte non è un bel film, ma è un film divertente, non invecchiato di un solo giorno dal 1982, quasi quarant’anni fa. Non una cosa che capita a tutte le pellicole, riuscite o meno che siano.

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Fu curiosamente prodotto, tra gli altri , anche dalla Golden Harvest Company di Hong Kong, la stessa di molti film di Clouse, ma a differenza di altre coproduzioni simili tipo l’hammeriano Un killer chiamato Shatter, coproduzione con gli Shaw brothers, non abbiamo nel cast significative quote orientali o momenti kung fu.

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Con i topi assassini si farà peggio negli stessi anni 80 con il tremendo Denti assassini di Damian Lee, seguito del cultone Il cibo degli dei di Bert I. Gordon. A tutti quelli che si lamentano di Occhi nella notte farei subire l’atroce visione di questo delirante horror che cerca di terrorizzare il pubblico con un bambino mutante alto mille metri, tipo King Kong, cattivo come solo Baby Birba potrebbe essere.

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Che paura, arriva Baby Birba!

NB Il film è canadese man fin dalla copertina con le torri gemelle sullo sfondo, è spacciato per una produzione USA. In realtà è girato e ambientato a Toronto.

Andrea Lanza

Occhi nella notte

Titolo originale: Deadly Eyes

Titoli alternativi: Night Eyes, The Rats

Anno: 1982

Regia: Robert Clouse

Interpreti: Sam Groom, Sara Botsford, Scatman Crothers, Cec Linder, Lisa Langlois, Lesleh Donaldson, James B. Douglas, Lee-Max Walton, Joseph Kelly, Kevin Foxx, Jon Wise, Wendy Bushell, Charles Jolliffe, Dora Dainton, Michael Fawkes

Durata: 87 min.

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