Vinci Chili con Malastrana vhs

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Voglia di vacanza, di mare e belle donne? Ti capiamo, amico/a nostro/a, e capiamo anche che i soldi sono pochi. Per questo Malastrana vhs vuole venirti incontro e regalarti il grande cinema a casa tua dove il mare, le vacanze e le belle donne saranno in versione cinematografica. Vogliamo che tiri fuori il tuo estro e scegli un film stracazzuto, di qualsiasi genere, lo recensisci in un italiano gagliardo e dopo averci mandato la tua critica ci fai pure un video dove ci spieghi perché la tua recensione è migliore delle altre e dovresti essere tu il malastrano con i cojoni più grossi dell’Aretino Pietro, sì lo stesso che fuggiva con una mano davanti e l’altra dietro. Valgono i video parlati, i video ballati, i video dove fai sabba cattolici, tutto. Il vincitore avrà una scheda Chili tv da 250 euro, mica 5 euro, che siamo, figli del popolo? Ricapitolando: recensione mai pubblicata da nessuna parte, minimo 3000 battute, video motivazionale, condivisione della pagina facebook di Malastrana sul tuo profilo con annesso mi piace e il 7 Luglio potresti essere tu a vincere questa scheda, senza neanche cacciare un soldo, solo il sudore della tua fronte. Naturalmente il giudizio è insindacabile e delle recensioni che ci manderete ne tireremo fuori tre l’ultima settimana e starà a voi votarle. Facile no? Ah l’indirizzo mail dove mandare il tutto è andreaklanza@yahoo.it Le recensioni non vincitrici, se valide, saranno comunque pubblicate sul sito più stracazzuto dell’universo. Buona fortunaharomony-korine-spring-breakers-sequel-01-480x320

Artigli di tigre il ritorno

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Esistono film che bisogna recensire senza l’apporto di imdb, dizionari o cazzi mazzi, tanto quello che devi sapere è nel tuo passato da ragazzino divora stronzate o nella tua fantasia. Ma facciamo un passo indietro…

Artigli di tigre il ritorno altri non è che il seguito, sempre diretto da una scimmia che si crede Corey Yuen, grandissimo regista di So close e The transporter, del capolavoro dell’infimo ma sublime Kickboxers vendetta personale, recensito qualche anno fa. Per ricordarvi bene è il film che ha consacrato tanto Van Damme, nei panni di un russo sbruffone, quanto Buana, un negretto con tendenze gayose ai danni di uno psicotico schizofrenico con il pallino di Bruce Lee.

Purtroppo No retreat, no surrender 2: Raging thunder (il titolo originale) non ha né Buana né Van Damme né tantomeno lo spirito di un cinese che si traveste da Bruce Lee solo per dare scappellotti ad un americano cretino. E vi aggiungo, so che sarete in lacrime, mancano pure Dino ”Spaccaossa” Ramsey e il mitico cicciobello mangiahumburger. Se non sapete chi sono vi invito con un sonoro calcio rotante a ripassare il primo film, uno dei fondamentali caposaldi del kung fu scoreggione.

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Jean Claude grande assente

Questo film è la risposta ebete al classico capolavoro norrisiano Missing in action così come il primo lo era di Karate kid. Come avrete immaginato nella pellicola non c’è traccia di nessun Artigli di tigre né tantomeno è spiegato questo fantomatico personaggio da dove sarebbe ritornato. Forse, e dico forse, la produzione italiana ha cercato stavolta di attaccarsi non a Kickboxers ma a Copgirl – artigli di tigre del 1991 con il quale condivide la stessa attrice, solo che No retreat, no surrender 2: Raging thunder è del 1988! Macchine del tempo? Alieni burloni? Buana che urla strizzando il culetto? Misteri del bis miserabile delle arti marziali.

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Prima di proseguire però è bene conoscere alcune dritte per sopravvivere in Thailandia e in Cambogia, almeno seguendo i dotti consigli del film:

  • Se andate in un ristorante potreste mangiare prelibatezze come occhi di scimmia, feci di camaleonte, iguane alla tartarre e così via, tanto per dire “Spielberg, a noi Indiana Jones e il tempio maledetto ci fa un baffo”.
  • Se siete un politico morirete in un modo assurdo, ma tutto sommato buffo: un vietcong spunterà dal tombino per crivellarvi di colpi per poi tornare a ridere tutto contento nascosto tra la cacca e la pipì.
  • I cambogiani sono dei figli di puttana incredibili, non tanto per quello che fanno, ma perchè sono amici dei russi e i russi si sa sono come Satana. Si racconta che si sciacquino le palle con la vodka per stupire gli amici con gettate di fuoco.
  • I russi sono strane creature, almeno per la scimmia che si crede Corey Yuen mentre questo è a puttane a Bangkok, e sono capitanati da un tipo alto tre metri che ha il vizio di ridere per ogni cosa che lui reputa malvagia perché è da Chobin il principe delle stelle che ogni cattivo che si rispetti deve avere la risata in random.
  • I cambogiani, a loro volta, sono capitanati da un cretino che fa urletti da checca isterica e pensa di essere Bruce Lee e viene pure menato da una donna scippata da Footloose.
  • I coccodrilli, si capisce, sono come i lupi per i vampiri, servi fedeli. In più occasioni il Generale Buttiglione dei russi trascina i nemici nella fossa dei rettili e ridendo li guarda morire con battute senza senso del tipo “Sei libero: te l’avevo promesso”.
  • Sia i russi che i cambogiani nelle battaglie sanno solo avanzare, come in un brutto videogame, pur sapendo che avanti ci sono fili con delle bombe tipo nucleare collegate.

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Sapendo ora queste nozioni possiamo tornare all’appassionante film. Leggenda vuole che, appena finito il primo No retreat, no surrenderCorey Yuen, tornato dal suo puttan tour, avesse chiesto quando si sarebbe cominciato a girare. Con un’abile mossa uno dei produttori, temendo nel talento dell’autore, lo portò al ristorante con la scusa di parlare dei vari storyboard, permettendo all’abile scimmia di riuscire a girare questo secondo capitolo nella pausa pranzo. Sembra anche che fu spedito il copione a Van Damme per riprendere i panni del cattivo e al ragazzo psicotico per quelli dell’eroe, ma la risposta serafica di entrambi fu:
AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH
Che poi fa riflettere perchè Gianniclaudio era pur sempre Gianni Claudio, ma Sticchio Michia non che avesse molti ingaggi dopo il primo Kickboxers. Ma tantè…

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Non fate incazzare Cynthia

Qui comunque abbiamo un protagonista nuovo tale Loren Avedon, nei panni di Scott, un rachitico figuro che ha pessimi gusti in fatto di donne tanto da fidanzarsi con la thailandese più cessa degli anni ’80, una cosa inguardabile, un quadro astratto quasi fantozziano, e ve lo dice chi si farebbe a seduta stante l’83 per cento delle orientali a cominciare da quel bocconcino di Shu Qi. E se non sapete chi è Shu Qi diamine ragazzi, vi devo mandare contro lo spirito di Amedeo Nazzari e del suo “Che peste vi colga”.

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Neanche Shu qi è presente ma è sempre un bel vedere

Comunque la thai-cesso si chiama, nella finzione, Sullin Nguyer e, se vi chiedete perchè diavolo ha un cognome in un film di personaggi senza spessore, sappiate che il padre è un noto mafioso locale, il Signor Nguyer temuto da tutti, ma che la figlia reputa un bonaccione filantropo. Scott e Sullin sono legati da amore decennale, ma, misteri del film, lei non l’ha mai presentato ai genitori e lui per amore il fine settimana si fa in aereo Los Angeles – Bangkok solo per vederla.
Tutto procede bene finché il ragazzo non decide di portare la morosa nell’albergo dove soggiorna per darle due sacrosanti colpi di spatola.

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Spendiamo qualche parola sull’hotel: una stella, gestito da Aldo (di Aldo, Giovanni e Giacomo) vestito da cinese che, all’inizio del film, proverà la gang di portare al ragazzo delle puttane bruttissime proprio mentre questi è al telefono con la sua “bella” generando una gustosa commedia degli equivoci, tanto apprezzata in Oriente quanto non capita in Occidente. Quindi o sei un cretino o un ritardato se vuoi portarci la tua fidanzata, ma Scott non è che sia un mostro di intelligenza e voilà ecco che piovono dal cielo mafiosi thai a mò di polpette e rapiscono Sullin. Il governo locale è corrotto e vogliono accusare del misfatto proprio il nostro eroe che, potenza del caso, incontrerà mentre fugge un altro americano, un avventuriero di nome Mac Jarvik (il cognome stavolta e superfluo), che lo accompagnerà in Cambogia per farsi vendetta. Al loro fianco una tappetta peperina che non la smette di fare battute, ex di Mac, con un gusto terribile nel vestirsi (è lei la ragazza in stile Footloose). Ad interpretare l’iron girl la futura star anni 90 dei film mena-tutti di Italia uno, la celebre Cynthia Rothrock, un nome che è già un programma della serie “Sono una donna e se ti avvicini ti prendo a calci nelle palle”. I tre si aggirano in Cambogia armati di tutto punto e, pur ribadendo più volte che pullula di nemici, non ne incroceranno neanche uno. Ma ecco che, per chiedere informazioni su dove si trova il campo di concentramento gestito dai russi (che sappiamo nascondono Sullin), i nostri eroi avranno la brillante idea di fermarsi da un gruppo di monaci shaolin assolutamente pacifici. Ma ‘sti figli del sol levante non sono altro che cambogiani travestiti da monaci e, trappola dopo trappola, catturano i tre con coreografie appunto da scimmia che si crede Corey Yuen. Ma essendo cambogiani, e quindi di riflesso stupidi perché amici dei russi, verranno facilmente eliminati dai tre a colpi di karate, kung fu o di asciugamani sulle chiappe.

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Uccide più la tetta che la spada

Ecco che però, visto che siamo in un film macho, le donne sono contorno, voilà che con una scusa del tipo “Sono inciampata” la prode Cynthia viene fatta prigioniera dai cattivi. Da notare che il russo la pesta con facilità estrema per poi commentare “Sei molto forte complimenti” toccando toni di non sense quasi hellzapoppiniano. Intanto i nostri eroi camminano nella Cambogia pullante nemici senza incrociarne nessuno e, complicandosi la vita in azioni inutili di amicizia virile come scalare una montagna quando di fianco c’è una funivia e condividere in cima una birra, arriveranno all’accampamento nemico. Intanto il russo, cattivo come Maga Magò, decide che sia Sullin che Cynthia devono morire, ma solo appena verrà costruita una forca perché si sa che i malvagi devono complicarsi la vita.

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La morte delle ragazze è una cosa complessa: le due vengono legate e messe a penzolare sulla fossa dei coccodrilli mentre dei pesi che si svuotano sempre più le conducono a morte certa. “Sei un misto tra un culo di scimmia e un serpente” apostrofa Cynthia il russo mentre la fine è sempre più vicina. Ma, tatà, Scott si è messo una benda rossa in testa e pensa di essere in Rambo 2 la vendetta: spara frecce infuocate, trapassa nemici con il machete, prepara complesse trappole dove mitra radiocomandati sparano ai soldati cattivi, lancia bombe a km di distanza, e tutto per permettere a Mac di salvare le due.

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Ma, attenzione, un figlio di un limone avariato non è morto e falcia a colpi di mitra la povera Cynthia che prima di cadere secca l’infame con schizzi di sangue splatter ovunque. A lei e a Mac va il dialogo finale più bello e commovente:

MacSei sempre la solita, non stai mai ferma (e piange)
Cinthia (ferita e agonizzante): Se me l’avessi chiesto tu mi sarei fermata (colpi di tosse carichi di sangue)
MacE cosa ti ha fatto pensare che non te l’avrei chiesto? (e piange)
CinthiaE cosa ti ha fatto pensare che io l’avrei fatto? (e spira)
Mac (piangendo) Sei sempre la solita, vuoi avere l’ultima parola (lacrime e forse scena necrofila tagliata dalla versione italiana)

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Ma il russo non è morto e credendosi Van Damme si strappa la maglietta, ma non è Van Damme e lo si capisce da come si muove con la velocità di un toro zoppo. Ingaggia una lotta incredibile con Scott in versione Rambo dei poveri che lo colpisce con ogni cosa mentre quello sbadiglia e ogni tanto ride malvagio. Ma ecco che Scott da buon americano usa un quadro di Lenin per ferirlo e lo avvolge nella bandiera russa instupidendolo, poi lo lega alla jeep e lo lancia nella fossa dei coccodrilli. Per Confucio, però, il generale bolscevico pur con le gambe dilaniate dai morsi degli animali cerca di trascinare il veicolo del ragazzo verso morte certa ottenendo solo di trovarsi schiacciato dal mezzo. Allora Scott spara alla jeep mandando al creatore russi, coccodrilli e pure la scimmia di Corey Yuen che sarà sostituita da un macaco per No retreat, no surrender 3 (American Shaolin). Al disperato Mac che piange la morte di Cynthia, Scott, limonando Sullin, dirà: “Sii felice, era una brava ragazza in gamba”.

E sticazzi no?

Andrea Lanza

Artigli di tigre – Il ritorno

Titolo originale: No Retreat, No Surrender 2: Raging Thunder Dati: Anno: 1987Genere: arti marziali (colore)

Regia: Corey Yuen

Interpreti: Loren Avedon, Max Thayer, Cynthia Rothrock, Patra Wanthivanond, Matthias Hues, Nirut Sirichanya, Jang Lee Hwang, Perm Hongsakul, Chesda Smithsuth, Grisapong Hanviriyakitichai, Roy Horan, Bunchai Im-arunrak, Opisok Praechaya, Sanchai Martves, Suang Sosretananant

Durata: 105 min.

Aka “La vendetta dei maestri di kickboxing”, “Raging Thunder”, “American Champion No 2”, “No Retreat, No Surrender 2”, “Karate Tiger 2”. 

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The Adventurers – Gli Avventurieri

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Vi siete mai soffermati su quanto sia dura invecchiare? Potrebbe sembrare una domanda retorica, la classica esca per imbastire discorsi filosofeggianti sulla precarietà dell’esistenza, ma noi over trenta siamo ormai talmente disillusi che non filosofeggiamo più nemmeno per farci belli e ingannevolmente profondi davanti a una ragazza. No, noi il precariato lo respiriamo da troppi anni, decenni di lotta per i resti di una pizza cestinata e contesa con un immigrato clandestino del botswana. Se ci va bene la smezziamo, se ci va male parte il kumite che neanche Van Damme con i suoi calci magici potrebbe fermarci. E, mentre combattiamo selvaggiamente contro Black Panther, si svela dinanzi a noi il senso della vita: se a cinquant’anni vuoi fare Tom Cruise assicurati di potertelo permettere.

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Andy Lau Tak-Wah, conosciuto solo come Andy Lau, ha cinquantasei anni.
Se non sapete di chi sto parlando cospargetevi il capo di cenere e pregate per la vostra anima, Lau è una delle superstar di Hong Kong più famose del mondo. Attore, cantante, produttore, ha lavorato con gente del calibro di Sammo Hung, Wong Kar-wai nel suo film d’esordio As tears go by, Wong Jing, Jackie Chan, Johnnie To, Zhang Yimou e chi più ne ha più ne metta. E, cosa importante, è stato il protagonista di Infernal Affairs, gioiello hard-boiled oggetto di remake da parte di Scorsese con il suo The Departed.

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Essere John Woo

Insomma, Lau è il sogno proibito di migliaia di casalinghe cinesi, ma anche delle loro figlie, nonne, zie, zii, mariti, fratelli e animali domestici. Non guardatelo troppo a lungo o catturerà anche voi.

Tuttavia, nel corso degli anni, qualcosa è cambiato. Il buon Andy si è messo a cantare Toilet Bowl e poi ha fatto una scelta oltremodo curiosa: diventare testimonial di Ho Cheng Group, azienda di servizi igienici. In pratica entravi in un cesso di Taiwan e ad accogliere il tuo mal di pancia c’era la faccia di Lau appiccicata ai muri e, dicono, anche a qualcos’altro.

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Quando alla cacca vuoi dedicare una carriera

Immaginate: il Nostro eroe davanti allo specchio di casa, il suo riflesso che mostra un uomo affascinante e carismatico, ma poi un pensiero gli oscura il volto, la scellerata comprensione che non è solo quello specchio, ma pure quelli dei bagni pubblici in tutta la dannata Cina, tutti mostrano il suo viso ammiccante. E la fantasia vaga, tra quello che sbaglia mira apposta, quello che si fa un selfie infame e lo pubblica in rete venendo poi arrestato perché si è dimenticato di essere in Cina e quello che, inquietantemente, si adopera in un lavoro certosino per staccare l’adesivo e portarselo via.

Ecco, è in quel momento che capisci come la tua vita abbia imboccato una bizzarra direzione. Se non fossi Andy Lau probabilmente ti ritireresti a vita monastica, ma lui è pur sempre un bravissimo attore, giustamente osannato per decadi, quindi the show must go on.

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Shu Qi, me cojoni

Sfortunatamente, però, non sta invecchiando come probabilmente vorrebbe. The Adventurers è il tiepido remake di Once a Thief, action comedy del 1991 diretto da John Woo. L’attore protagonista, Chow Yun-Fat, all’epoca della sua interpretazione aveva trentasei anni. Fate i vostri conti, il risultato darà il senso a tutta l’operazione.

Diretto da Stephen Fung, attore e regista di Enter the Phoenix e Tai Chi Hero, Gli Avventurieri vorrebbe essere un film brillante e vivace, colmo di trovate movimentate, viaggi, azione, vorrebbe essere Mission: Impossible e invece è solo una trascurabile puntata di Lupin. Che, tra l’altro, non tarda a richiamare con la figura del ladro gentiluomo e dello sbirro che lo insegue da sempre.

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Boldi francese

Infatti, il granitico poliziotto Pierre Bissette tiene d’occhio lo scaltro Dan Zhang non appena uscito di galera, dove ha scontato anni a causa di un tradimento post furto. Deciso sia a scoprire chi l’ha incastrato che a portare a termine l’ultimo colpo, Zhang riunisce la banda e si lancia in giro per l’Europa alla ricerca dei preziosi che formano Gaia, gioiello d’inestimabile valore.

Nei panni di Zhang, Lau dimostra una volta ancora il suo charme e con lui Eric Tsang, Shu Qi e Tony Yang ce la mettono tutta per farti credere che ti stai godendo una gran bella avventura.

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Shu Qi e Dio esiste

Peccato gli sforzi siano vanificati da personaggi poco caratterizzati, da coreografie dimenticabili, scene banali, colpi di scena scontati e, in generale, da una sceneggiatura svogliata.

Come svogliato appare forse l’interprete di Bissette, un Jean Reno che probabilmente è qui solo per un cospicuo assegno. A lui il personaggio più stereotipato e patetico, ma dopotutto va per i settanta, con un infarto alle spalle, non si può permettere certo di fare l’action man.

Quello che fa male al cuore, in realtà, è la consapevolezza di avere davanti un film vuoto, con una bella confezione, cool, attori famosi, tecnologia, ma la sostanza è tutto fumo e niente arrosto. The Adventurers è un discreto successo in patria e un DTV nel resto del mondo, cioè un film che forse apprezzano in Cina ma che in occidente non è meglio di una ben più umile produzione bulgara con JCVD, Adkins o Dolph Lundgren. Con l’unica differenza che i loro film sono decisamente più onesti.

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Vi ho già parlato di Shu Qi?

Quando vuoi fare Tom Cruise, che a cinquant’anni si appende agli aerei in decollo, penzola all’esterno di grattacieli o, primo attore a farlo, si esibisce in un HALO jump, non solo deve puzzarti la vita, ma devi anche avere alle spalle una produzione che sa come valorizzare un uomo di mezza età con istinti suicidi. E con l’intelligenza di capire come uscire dal tritacarne dello star system per continuare a fare il suo lavoro, offrendo allo spettatore un grande e reale intrattenimento. Se Andy Lau sta cercando di recuperare la scintilla perduta questo non è il modo e, forse, dovrebbe puntare su ben altri copioni, che valorizzino il suo talento e il suo innegabile carisma anche a cinquantasei anni.

Gli Avventurieri scoppia in una bolla di sapone, innocuo e rilassante. Se volete adrenalina e vera avventura dovrete purtroppo cercare altrove.

Manuel “Ash” Leale

The adventurers – Gli avventurieri

Titolo originale: Xia dao lian meng

Anno: 2017

Regia: Stephen Fung

Interpreti: Andy Lau, Jean Reno, Qi Shu, Jingchu Zhang, Eric Tsang, Karel Dobrý, Tony Yo-ning Yang

Durata: 140 min.

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Professione giustiziere

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I criminali devono rispondere alla legge, il più crudele carnefice al mondo dovrà rispondere a Bronson

Questa volta con Professione giustiziere parleremo di uno dei titoli meno conosciuti del periodo senile di Charles Bronson, un film che viene di solito confuso con i 255 Death wish interpretati dall’attore con o senza la regia di Michael Winner. Pellicola abbastanza mediocre a dire il vero, ma non esente da spunti interessanti.

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Per l’occasione ci si inventa che in America Latina viva un certo Dottore, boia e torturatore al soldo del governo, che commette il terribile sbaglio di uccidere un amico giornalista di Bronson, killer in pensione esiliatosi volontariamente su un’isola in mezzo all’oceano. E’ chiaro che l’orrore dei vari crimini perpetrati dal Dottore riporti alla mente altri orrori, soprattutto quelli nazisti, e la sua figura non possa non ricordare quella del celebre Mengele che compì un vero genocidio di ebrei con la scusa della ricerca medica.

J. Lee Thompson, nell’ultima fase della sua carriera, mostrava una certa propensione per la violenza e le scene forti, basti pensare al poco celebre Soggetti proibiti, sempre col fidato Bronson, dove si metteva in scena una storia di pedofilia e omicidi a sfondo poliziesco. Un amico critico tempo fa parlandomi di Michael Winner mi diceva che “era regista più di mannaja che di fioretto”, ma, ancor di più, si può far calzare il paragone proprio a Thompson che era passato da un sofisticato Il promontorio della paura negli anni 60 allo slasher di Compleanno di sangue con spiedini mortali e tette in bella vista, ma soprattutto ad una serie di film giustizialisti che non andavano molto per il sottile in nefandezze o scene forti. Un esempio su tutti: lo stupratore nudo di 10 minuti a mezzanotte.

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Purtroppo il problema è che Professione giustiziere non appassiona mai, troppo stereotipato in cliché poco interessanti a partire dal suo personaggio principale, e senza avere il coraggio di colorare la vicenda di tragedia come succedeva nei gloriosi Winner anni 70. A turbare sono soprattutto le scene di tortura, anche solo raccontate attraverso un televisore dalle vittime del Dottore, con un tale assortimento di nefandezze (una testa cucita nello stomaco di una donna, vetri fatti mangiare, stupri con bottiglie) da fare invidia ad un qualsiasi De Sade.

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Thompson calca molto la mano sulle brutalità fin dai primi minuti quando assistiamo alla morte del giornalista amico del protagonista, ucciso a scariche di corrente elettrica con vistose perdite di sangue. E’ la lezione che il Mengele di turno, faccia da bonaccione con i baffi a nascondere la sua natura ferina, impartisce ad alcuni soldati: “Oggi vi insegnerò a torturare”. Ad accompagnarlo è la sorella, lesbica e sadica, che commenta l’ultima opera del fratello con “Dovevi farlo soffrire di più quel maiale”. In questo mondo dominato dai mostri l’unica soluzione è per forza scatenare un altro mostro, il killer Bronson, il migliore nel suo lavoro. Ecco quindi che, abbandonati i panni del pensionato in eterna villeggiatura (“Leggo finché c’è il sole poi vado a dormire e la mattina mi lavo con l’acqua della cascata”), l’assassino, cambiato nel fisico e la mente, si rimette per l’ultima volta in azione.

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Non convince la storia d’amore che viene ritagliata tra il protagonista e la moglie del suo amico, dapprima diffidente (“Gli manca l’anima.”) per poi esserne affascinata fino ad un forzatissimo happy end naturalistico.

Il problema risiede in Charles Bronson che, negli anni 80, si avvicina ai 60 e risulta fuori parte quando afferra, per esempio, i testicoli di un energumeno e lo malmena. E’, per farvi capire, come se il vostro pacioso nonnettino sfidasse a duello un Van Damme qualsiasi per vincere: la cosa fa anche un po’ di tenerezza. Però, pensionato o meno Bronson, uccide i suoi bersagli con una certa varietà, a colpi di coltello o con fucilate in faccia, sempre con il solito sorriso sornione nel volto.

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Thompson gira, come già detto, in modo più che egregio e regala al pubblico un buon inseguimento in auto che ricorda per certi versi quello finale del Cobra di Cosmatos.

Nei credits possiamo trovare, non però come attrice, l’amore della vita di Bronson, quella bella e fragile Jill Ireland che morendo per un cancro si porterà via la luce negli occhi di Charlie.

Il titolo inglese The evil that men do è migliore e sembra derivi dalla frase del Giulio Cesare di ShakespeareThe evil that men do lives after them; The good is often interred with their bones”. Peccato che questo Professione giustiziere non riesca davvero a convincere, pecchi di facilonerie narrative e sprechi anche la, potenzialmente, bella sequenza finale, con le vittime ridotte a freak che fanno a pezzi il Dottore, in uno sviluppo troppo sciatto e frettoloso, come se Bronson e Thompson volessero tornarsene a casa.

Come ho detto una visione la merita, ma nulla di più.

Andrea Lanza

Professione giustiziere

Titolo originale: The Evil That Men Do

Anno: 1984

Regia: Jack Lee Thompson

Interpreti: Charles Bronson, Theresa Saldana, Joseph Maher, José Ferrer, René Enriquez, John Glover

Durata: 90 min.

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Il Sapore della paura

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Il dimenticato film francese del buon professionista Serge Leroy, è stato un po’ uno dei principali precursori di tutti i film di “rape & revenge” con protagonisti giovani donne coinvolte in “tranquilli week-end di paura”, o “winneriani” “dirty weekend”, ma con un’aura di cinismo e una costante tensione realistica, mai declinata e alla fine “svaccata” in “lotta tra macchine indistruttibili e vendicatrici” quali spesso sono diventate le eroine femminili del cinema contemporaneo di propaganda femminista, il quale spesso crea dei mondi irriconoscibili e che non esistono, nelle quali le protagonista di 60 kg. hanno quasi sempre la meglio e sbaragliandoli nei corpo a corpo, di masnade di uomini ovviamente bruti, di più di 100 kg., e facendoli sempre molto male nei modi più fantasiosi e tirati per le lunghe.

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Qui no, siamo ancora nel 1975 e quindi in una visione del mondo certo amaramente cinica ma anche “verista”, e in cui la docente inglese Helen si adatta a trascorrere un periodo in un capanno da caccia nella foresta della provincia francese, dove può trascorrere le sue vacanze e guadagnarsi una breve lontananza a debita distanza da tutto. Allo stesso tempo, un gruppo di borghesi illustri, e rispettati cittadini del vicino paese, sta conducendo nella foresta una battuta di caccia al cinghiale. Tra loro, due commercianti di ferro già piuttosto ubriachi che incontrano casualmente Helen a visitare alcune rovine, e la violentano. Ma il più timido fra gli idioti del villaggio dimentica lì il suo fucile, che la donna in seguito userà per sparare ad uno dei suoi violentatori nello stomaco. Inizialmente, il più moderato del gruppo (che rappresenta uomini di un po’ tutti gli strati della società, e a nessuno di loro, verrà comunque ila decisione di andare dalla polizia) vuole portare la situazione a una conclusione pacifica, ma poiché fra di loro vi è anche il candidato a sindaco e pio filantropo, e affinché questo loro sporco segreti non divenga noto a nessuno al di fuori della battuta di caccia, fa si che un’altra caccia venga aperta e spinta alle estreme conseguenze, quella ad Helen.

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Film indubbiamente legato agli attacchi apportati da Chabrol alle gerarchie piccolo-borghesi e provinciali, il film affascina per le sue magnifiche interpretazioni (in particolare Mimsy Farmer, che ha sempre considerato questo, e non ad esempio Quattro mosche di velluto grigio, o Il Profumo della signora in nero, o ancora Macchie solari, come in assoluto il film migliore a cui abbia mai preso parte), i luoghi autunnali e la tensione implacabile. E riuscendo addirittura a finire persino in maniera inaspettata, che quasi sovrasta tutta la procedura già nota e consona agli spettatori delle altre varianti di The Most Dangerous Game, tale che preferirei non descriverla in alcun modo dichiarato, così da non rovinarla in alcun modo, ma non è possibile. Già, perché se la stessa caccia è ancora condotta con mezzi comuni d’azione, il finale è puramente un momento di “non-azione”: dal momento che nessuno vuole dargli il “colpo di grazia” e quindi rendersi più colpevole degli altri del gruppo, tutti restano a guardare, mentre la ferita Helen che grida disperatamente aiuto, annega lentamente in un fiume. Poi un colpo di spugna su tutto quello che è successo, come sempre.

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Penso che Il Sapore della paura abbia avuto forte influenza dal quasi contemporaneo Cane di paglia (Straw Dogs) (1972) di Peckinpah, e abbia poi avuto un impatto molto più grande su tanti film francesi e non dello stesso filone, in particolare su Calvaire ancora di più che rispetto ad un vero caposaldo del filone “survivalista” come Deliverance (Un Tranquillo week-end di paura), non solo per le simili ambientazioni. La Farmer è eccellente, centrale nel film anche se non la unica protagonista, di un cast interamente molto buono, e sicuramente l’intera pellicola è per lei un ottimo veicolo. Ma parimenti eccellenti sono tutti gli uomini Michel Constantin, Michel Lonsdale, Philippe Léotard, Paul Crauchet, Michel Robin, Georges Géret, Michel Fortin, e Jean-Pierre Marielle (di nuovo assieme alla Farmer dunque, come in Quattro mosche di velluto grigio). Al risultato finale concorrono la quasi totale assenza di musica di fondo, e la magnifica fotografia dei selvaggi luoghi della Normandia in cui il film venne girato, ad opera di Claude Renoir (Barbarella), che proprio quello stesso anno avrebbe firmato anche la fotografia de Il Braccio violento della legge II (French Connection II), di John Frankenheimer. Un thriller survivalistico dal ritmo narrativo e dell’azione in cui si può riconoscere un mondo ancora realistico, ben fatto e ancora molto moderno. Dimenticato e mai uscito in home video italiano, oltre che da tantissimo tempo mai più trasmesso in tv, nonostante nel 1975 fosse uscito nelle nostre sale con buon riscontro critico e di pubblico, oltre ad essere una delle tantissime italiche co-produzioni con la Francia, che si realizzavano a quel periodo.

Napoleone Wilson

Il sapore della paura

Titolo originale: La traque

Anno: 1975

Regia: Serge Leroy

Interpreti: Mimsy Farmer, Jean-Luc Bideau, Michael Lonsdale, Michel Constantin, Jean-Pierre Marielle, Philippe Léotard, Paul Crauchet, Michel Robin, Gérard Darrieu, Françoise Brion, Georges Géret, Michel Fortin

Durata: 90 min.

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Che mi dici di Willy?

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Che mi dici di Willy? è un film coraggioso, magari non riuscito, ma capace di parlare della malattia e dell’amore in maniera universale, semplice e diretta.

E’ una pellicola pionieristica, sicuramente con dei limiti, come d’altronde tutti gli instant movie nati a ridosso di un evento, in questo caso l’AIDS. Ha comunque la sua fama di cult movie, tanto da essere ricordato come uno dei migliori film sull’argomento.

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Che mi dici di Willy? è una delle pellicole a tematica gay più fruibili che siano state fatte, anche per un pubblico etero o inconsapevolmente omofobo. La sua forza è di raccontare la storia di un gruppo di uomini, dei loro amori, con la stessa formula di un dramma dai toni agrodolci che potremmo trovare in una qualsiasi produzione hollywoodiana, con la variante che qui si parla di coppie omosessuali. Che mi dici di Willy? è un film che affronta senza arzigogoli la morte, in maniera cruda, poco poetica, con i malati agonizzant ripresi come in un horror, d’altronde la vita non regala sconti.

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Sono 8 anni di storia sotterranea, di terrori fondati e di sopravvissuti a quella che fu definita “la peste del XX secolo”, da una notizia letta con ironia sul New York times (“E’ un’invenzione per farci scopare di meno“) fino ad un letto dove ci si caga addosso e si spira tra i pianti dei propri cari. In mezzo a questo la forza di lottare quando si è compagni di trincea contro una malattia infame e bastarda. Resta un film, per forza di cose, interrotto, senza una vera soluzione che non fosse sperimentale, dolorosa e costosa come le pastiglie di AZT. L’AIDS negli anni 80 fu una ecatombe che sembrava decimasse solo “froci”, “drogati” e “sessualmente disinibiti”, quasi fosse la collera di un Dio da vecchio testamento.

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Il titolo italiano è meno efficace di quello originale, Longtime Companion, compagni da tanto tempo, come infatti erano definiti nei necrologi, privati dal potersi sposare, i patner degli omosessuali che morivano per questa terribile malattia.

Il film non riesce però a non scadere a volte nel didascalico, pagando il peso di una regia a volte televisiva, senza un momento che non possa far pensare ad un buon tv movie trasposto al cinema, più cattivo sicuramente della media ma anestetizzato sul piano tecnico, cosa che non sarà per esempio l’altro film importante sull’Aids, Philadelphia.

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E’ anche vero che Longtime Companion è il primo film mainstream sul tema, un film attraversato da personaggi sfaccettati (lo stesso protagonista in una scena ha un attacco di panico per la paura del contagio) e capace di sdoganare un argomento così delicato alle grandi masse. C’è certo il precedente del notevole Una gelata precoce, con i limiti maggiori di una produzione tv che si compiace ancor di più della tragedia, e troppo prematura, correva l’anno 1985, per parlare con cognizione di causa dell’AIDS.

La parte più emozionante, in un film tutto sommato troppo veloce e quindi emotivamente freddo, è il finale, dove Willy, uno dei pochi sopravvissuti alla malattia, rivede, in una sorta di parata, i suoi vecchi amici morti. E’ lì che l’uomo recita la frase clou “Voglio esserci quel giorno” ipotizzando un tempo in cui la malattia sarà vinta.

Uno dei limiti di Che mi dici di Willy? è di essere un film che parla comunque solo di una classe sociale specifica, medio alta, sceneggiatori, attori, avvocati, e non concentra quasi mai l’attenzione sull’altra faccia dell’AIDS, quella dei meno abbienti. E’ anche vero che il regista Norman René morì lui stesso a 45 anni, proprio della stessa malattia, e probabilmente questa pellicola è più autobiografica di quello che sembri.

Il cast è ottimo con un gruppo di attori affiatato, soprattutto il protagonista Campbell Scott, da lì a poco malato terminale, sempre per per finzione, nell’intenso Scelta d’amore di Joel Schumacher. La quota femminile è data alla frizzante Mary-Louise Parker, anche lei destinata alle peggiori sfighe su grande schermo come nel caso dello splendido A proposito di donne di Herbert Ross.

Il film in Italia non uscì mai in dvd, fu visto poco in tv e l’unico modo per reperirlo nel nostro idioma è una vhs edita dalla Columbia prima a noleggio e poi nella sua versione home video “Winner”. La qualità di entrambe le edizioni, a livello visivo, è orribile con una qualità del dettaglio insignificante che impedisce molte volte di riconoscere chi c’è in scena.

Il poster del film subì una curiosa censura: fu cancellata una figura su una maglietta, due marinai che si baciavano, forse per rendere più appetibile a livello commerciale un film a tematica gay che, leggendo la frase di lancio, doveva essere “Il grande freddo degli anni 90”, non assomigliando neppure per sbaglio al film di Kasdan. La strana censura però non si limitò a questo perché, questa volta senza nessun motivo logico, rimise la barba al personaggio di Spino che, proprio in quella sequenza fotografata, l’aveva tagliata. Omofobia repressa che nascondeva una passione per gli omaccioni barbuti?

Andrea Lanza

Che mi dici di Willy?

Titolo originale: Longtime companion

Anno: 1989

Regia: Norman Renè

Interpreti: Campbell Scott, Patrick Cassidy, John Dossett, Mary-Louise Parker, Stephen Caffrey, Tanya Berezin, Welker White, Michael Piontek, Bruce Davison, Mark Lamos, Dermot Mulroney, Michael Schoeffling, Brian Cousins

Durata: 90 min.

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The Strangers: Prey at night (The strangers 2)

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Non sono mai stato un grande fan di The strangers, opera prima di Bryan Bertino, un regista che confermò la sua mediocrità in seguito sia con il bizzarro Mockingbird – In diretta dall’inferno che con il terribile The monster del 2016.

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Certo i gusti cambiano, a volte ho amato film in precedenza odiati, e forse dovrei dare una seconda visione all’home invasion con Liv Tyler e Scott Speedman ma all’epoca, nel 2008, scrissi:

Non si può dire che “The strangers” sia un film riuscito. E’ sì un film ottimamente confezionato, che sa raccontare con stile nervoso una tesa storia di assedio, ma è materia pesantemente deja vu, che arranca asfittico verso il crudele finale, che non riesce a dire nulla di nuovo e forse neanche ci tenta. La storia frulla in maniera spudorata “Ils” di David Moreau e Xavier Palud con “Vacancy” di Nimród Antal aggiungendoci persino una spruzzata di “Funny games” di Haneke. Di spunti non originali alla base di film originali ne è piena la storia del cinema, anzi le filmografie di Lucio Fulci o Brian De Palma (per prendere due esempi eclatanti) sono pieni di opere che saccheggiano a piena mano il lavoro di altri registi (Hitchcock, Romero, Argento) per creare vera fantasia al potere, qualcosa di simile al modello e nel contempo estremamente diverso. Ma qui siamo ad una filosofia un po’ alla Nintendo Ds: non puoi pretendere di diventare un ottimo cuoco copiando perfettamente le ricette di cucina, ogni cosa ha bisogno di fantasia che è l’anima che rende una torta buona ed una ottima. “The strangers” sembra un film zombi, costruito a tavolino per piacere: tutto perfetto, dalla regia ispirata agli attori in pare, ai tocchi surreali nel rappresentare questi villain come creature soprannaturali fino al finale che più gelido e cattivo di così non si può. Quindi ottimo? Non proprio perché manca una cosa importante: l’anima, la scintilla primordiale che rende il film un’opera e non solo un diligente compitino di uno studente svogliato“.


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Quando l’home invasion ha raggiunto il punto più basso

Con gli anni il genere home invasion non si è mai davvero affermato, probabilmente la punta di diamante è stato quel gioiellino di You’re next di Adam Wingard, ma poi abbiamo avuto a memoria soprattutto cose abbastanza imbelli come Jackals di Kevin GreutertWolves at the Door di uno dei peggior registi di sempre, J. R. Leonetti,  o Mercy, micidiale produzione Netflix. Certo sarebbe ingiusto dimenticare il tesissimo Secuestrados, il concitato Mother’s day di quella promessa mancata di Darren Lynn Bousman, il primo La notte del giudizio e il recente Better Watch Out di Chris Peckover, ma diciamo che noi umani tendiamo a ricordare, come durante le storie d’amore finite, solo i momenti brutti, e gli indigesti home invasion, anche con le derive incredibilmente action di un film bulgaro con Dolph Lundgren o Scott Adkins, sono davvero una legione.

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Come dicevo comunque non mi aspettavo moltissimo da questo The strangers: Prey at night o comunque non mi aspettavo un film di così ampio respiro, sul modello del gagliardo Kristy di Oliver Blackburn, dove la claustrofobia si disintegra in una nuova location simile agli slasher classici alla Jason.

D’altronde la produzione è stata travagliata e il successo del primo capitolo avrebbe dovuto generare subito un seguito (sempre scritto dallo stesso regista) e con ancora Liv Tyler tra i protagonisti, ma qualcosa è andato storto, la produzione non è mai partita e l’ex reginetta degli Aerosmith ha preferito, ai massacri da home invasion, qualche produzione magniloquente di Sarajevo. Così per quasi dieci anni, fino a questo capitolo 2 senza il 2, senza Bertino e senza Miss Tyler ovviamente.

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Se i personaggi di Strangers: Prey at night sono assolutamente insapori e basta a caratterizzare una ragazzina ribelle con una maglietta dei Ramones e la sigaretta, motherfucker yeah, in bocca, lo stesso non si può dire della trama che, a metà film, ha un ribaltone notevole trasformando i tre assassini immortali e micidiali del film precedente in tre deficienti con scritto “Uccidetemi”, al pari e più delle loro vittime.

Il lavoro di tensione che svolge Johannes Roberts, uno che nella sua carriera ha girato cose tra l’orribile e l’ancora più orribile, è notevole, non proprio roba che trovi in un prodotto da discount. Il regista non si limita a girare un facile remake del primo film, ma rielabora il plot ampliando, come ogni buon seguito vuole, gli esponenti, dal numero delle vittime, alla quantità di sangue fino alle scene di spavento. Siamo, a differenza dell’opera originale, in un film da spettacolo popolare, un horror slasher vecchio stampo dove il campeggio per ragazzini alla Venerdì 13 si trasforma in un campo caravan e il killer mascherato, come nel classico Soli nel buio di Jack Sholder, si moltiplica in più assassini mascherati.

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A fare la parte del leone però è la travolgente colonna sonora del film che musica le scene più concitate con hits anni 80 come Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler o I Think We’re Alone Now di Tiffany. Il bello dell’opera di Roberts è di non cadere nel facile giochino vintage alla Stranger Things del cinema horror, ma di essere un genuino horror anni 80 girato semplicemente nel nuovo millennio. Molte opere, impresentabili ora come 40 anni fa, si fanno forza di un passato solo ascoltato attraverso playlist di vecchi DJ rincoglioniti, assolutamente imbelli nella loro dimensione carta carbone e dimenticabili, come nel caso della serie Ash vs Evil dead, dopo le grandi risate da riunione di classe, che palle, guarda che botte la figa della classe.

Qui invece quando Tiffany canta a squarciagola in piscina e il sangue colora il cloro in una splendida sequenza di morte, potremmo essere nel Wes Craven più ispirato di Scream, quello a metà tra passato e presente, tra nostalgia e voglia di novità.

E’ vero che i tre villain fanno meno paura della pellicola precedente, ma questa è un’opera proprio in antitesi all’idea intimista di cinema che aveva Bryan Bertino. Il terreno dell’opera di Roberts è quello della multisala, dell’applauso a scena aperta, della ragazzina che abbraccia il compagno di classe tappandosi gli occhi, lo stesso terreno commerciale che baciava l’opera slasher di Sean S. Cunninghan, Venerdì 13. Se si capisce in quale campo di gioco si sta giocando stavolta, il divertimento è sicuramente assicurato.

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Come d’altronde potere parlare male ci un horror che finisce citando a piene mani il Texas Chainsaw massacre di Tobe Hooper?

Noi che l’abbiamo visto siamo sazi come dopo una mangiata della pizza di Chicago che qualcuno, magari un campano verace, potrà obiettare che non è la vera pizza, che a Napoli la si mangia meglio, e al quale noi rispondiamo panciuti e soddisfatti, vai a Napoli e non romperci i coglioni.

D’altronde la madre dei criticoni è sempre incinta, no?

Andrea Lanza

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Titolo originale: The strangers: Prey at night

Regia: Johannes Roberts

Interpreti: Christina Hendricks, Martin Henderson, Bailee Madison, Lewis Pullman, Emma Bellomy

Durata 85 minuti.

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Revenge

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Lo dico all’inizio, salvo equivoci: Revenge non è solo un bel film, è una delle cose migliori, più esaltanti e, perché no, divertenti viste in questo placido 2018. Talmente wow che ho abbandonato momentaneamente la recensione del validissimo The Strangers: Prey At Night per parlarvi di questo.

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Ho detto divertente, solo a patto che non siate suore di clausura uscite fresche fresche dal convento, non lo siete vero?, perché Revenge parla di stupri e di vendetta e fa così tanto male ai suoi personaggi che la stessa regista ha dichiarato che gli effettisti si sono trovati a secco di sangue artificiale.

Non si parla di un gore o di uno splatter, ma di una pellicola che inizia come un film di Harmoni Korinne, soprattutto il suo Spring breakers, in una magnifica orgia di colori violentissimi e innaturali, gli occhiali a specchio che riflettono il paesaggio, gli orecchini rosa flou, le pareti blu metallico, per poi sporcare il pop gay trasgender alla Gregg Araki di viscere e schizzi di geyser rosso. Tutto stilosissimo senza essere però maniera, tutto così selvaggio senza aver bisogno molte volte del dettaglio anatomico da horroraccio remore del porno, ma che quando deve colpire, come nell’insostenibile sequenza dove uno degli stupratori deve schiacciare il pedale dell’auto con una ferita aperta sul piede, fa male, Dio se fa male.

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Non sappiamo nulla dei vari personaggi, se non accenni o deduzioni, tre uomini di successo, francesi forse, che decidono, per esigenza, di dare la caccia alla ragazza di uno di loro, sposatissimo, come nel classico Pericolosa partita (The Most Dangerous Game) o, per noi ragazzacci, Hard target con Van Damme al servizio di sua maestà John Woo. Solo che le cose precipitano e lei non muore: viene buttata da un dirupo, si infilza con un albero e non muore, Il sangue che cola, il dettaglio delle formiche, la ferita che sanguina, ma lei, che fino ad allora era solo la ragazza dal bel culo, diventa l’angelo della vendetta. E sono cazzi per tutti.

Lei muore e rinasce, si fa di peyote e usa, per saturare la sua orribile ferita, una birra messicana in lattina, bollente. Eccola la magnifica revenant che risorge come Cristo dalla grotta con un tatuaggio a forma di fenice nera, inciso nella carne, e la scritta “mexican beer”, armata di fucile, pistole e rabbia in un contesto di serie A che altrove sarebbe stato Ravenhawk di Albert Pyun con la massiccia Rachel McLish.

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Si potrebbe assimilare questo bignè, almeno stilisticamente, al recente The Bad Batch, con la variante che il pretenzioso film di Ana Lily Amirpour, sempre coloratissimo come un video anni 80, non era sincero e presto pagava con la noia il suo plot postnucleare di cannibali e vendetta. Si perché è l’effetto Jan Kounen: non puoi affrontare un genere non credendoci, non amandolo e soprattutto cercando di parlare soltanto di altro. Blueberry ne è l’esempio più eclatante e per certi versi Revenge, con il suo viaggio psichedelico tra stupratori iguane, può ricordarcelo, in meglio.

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La potenza del film di Coralie Fargeat è di essere sincero, non rinunciare alle ambizioni, riuscendo però a sporcarsi con la materia da film di cassetta, godendone come un bellissimo orgasmo proletario tra servi e padroni. La rivalsa di Jennifer, non a caso lo stesso dell’opera simbolo del genere I spit on your grave, è quello di una donna contro un sistema di uomini predatori, tanto che alla fine il suo ex amore/amante le urlerà contro “Le donne devono sempre affrontare una fottuta lotta“.

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D’altronde lo stupro ai suoi danni si è consumato nel più totale disinteresse: uno dei compagni ha alzato la tv, l’altro, quello che doveva essere il suo fidanzato, le offre soldi per stare zitta perché, è sottinteso, che le donne devono subire da sempre e quella non è stata che una bravata. Quello che non sanno i tre è che Jennifer si è rotta, la bambolina Malibu Stacy è ora un delirio di fuoco e cenere di uno scultore punk, una stacazzutissima femmina che perde un lobo di un orecchio ma dilania la carne dei suoi aggressori con coltelli, fa saltare a colpi di fucile spalle dei nemici e ha la sua vendetta in una casa alla quale manca solo il colore rosso che viene schizzato con forza sulle pareti.

I maschi non ci fanno davvero una bella figura in questa pellicola: abietti, animaleschi soprattutto quando abbandonano le vestigia da yuppies di un lavoro imprenditoriale per trasformarsi in uomini delle caverne ai quali manca solo la clava per accentuare l’ovvietà. Così la nostra Jennifer, in mutandine attillate e maglietta inguinale, regredisce allo stato primordiale di un matriarcato stuprato da un mondo di uomini e lo prende a calci, pugni in una rivoluzione non solo narrativa ma storica.

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Revenge è baciato da una regia perfetta e da attori in stato di grazia, soprattutto la magnifica Matilda Anna Ingrid Lutz, italianissima, già vista nel mucciniano L’estate addosso e nel terribile Ring 3. Merito grandissimo però della sua riuscita è dato dalla fotografia mozzafiato di Robrecht Heyvaert, una vera gioia per gli occhi.

Da noi uscirà a fine anno per Koch media e il mio consiglio, se potete, è di aspettare di vederlo su grande schermo perché è quella il formato giusto per un film come questo, la dimensione delle grandi opere, quelle che su schermi tecnicolor facevano impazzire i nostri padri mentre James Stewart cavalcava in valli dimenticate dagli uomini.

Andrea Lanza

Revenge

Paese/Anno: Francia 2017

Regia: Coralie Fargeat

Sceneggiatura: Coralie Fargeat

Fotografia: Robrecht Heyvaert

Montaggio: Bruno Safar, Coralie Fargeat, Jerome Eltabet

Interpreti: Guillaume Bouchède, Kevin Janssens, Matilda Lutz, Vincent Colombe Produzione: Charades, Logical Pictures, M.E.S. Productions, Monkey Pack Films, Umedia Durata: 108 min.

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Terrifier

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Terrifier è il filmaccio che spegni dopo cinque minuti scegliendo produzioni più importanti, gli squali in CGI brutti di Deep sea blue 2, lo spaventone bubusettete della Blumhouse, l’ennesima patacca uscita al cinema d’estate, e poi, grazie alle notti insonni, lo riprendi e capisci, come il principe di Bel Air, che tanto male non è.

Di Damien Leone, regista indie dall’infama celebrità, uscì un po’ di tempo fa un horror brutto come la morte impestata a Pisa, All Hallow’s Eve: tre episodi poveri, girati col culo, noiosi dove primeggiava soltanto lo spaventoso clown Art. Per noi, fan del cinema bello ma sgarruppato, la carriera del regista poteva soltanto concludersi con una prigionia in Siberia, sotto zero, a cercare per i nazisti la lancia di Longino, in eterno, sotto le frustate di Ilsa la belva umana.

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Damien Leone e Art il Clown

E sbagliavamo perché Terrifier è sì un film con i limiti di una produzione girata con i soldi dati dalla mamma per il Buondimotta della ricreazione, ma anche uno dei parti più spaventosi e genuini degli ultimi anni.

Damien Leone capisce che il punto forza del suo precedente lavoro è solo lui, Art il clown, e gli dedica un intero, cattivissimo, sanguinoso film.

Art non è Pennywise, non ha battute, non è simpatico, non ha nessun background triste da empatizzare, è la morte pura e semplice che un giorno di Halloween, come Michael Myers, esce per le strade e richiede il suo pagano tributo di sangue.

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Per certi versi Terrifier ricorda, con i dovuti limiti, Inferno di Dario Argento: la sua scatenata danza di morte su scenari che vengono bombardati da luci violente, gli omicidi fantasiosi e quel senso di favola per bambini ormai adulti che è perenne, dappertutto. Certo Inferno è quel capolavoro che Terrifier non sarà mai, ma questo non leva all’opera di Leone di essere altrettanto riuscito nelle atmosfere, una cosa, ricordiamolo, non da tutti con il budget ridotto che si è trovato tra le mani il regista.

Ovviamente Terrifier ha le sue lacune, grandissime, come il ritmo e soprattutto la sceneggiatura che, per forza di cosa, pena il finale dopo dieci minuti, fa fare cose cretine ai suoi personaggi che neppure in Scooby Doo. Vi faccio l’esempio più grande: se siete imprigionati in balia di serial killer che vi sta per uccidere e, per grazia di Dio, riuscite non solo a liberarvi, ma anche a dargli una mazzata bella forte, che fate? Scappate o infierite finché lo stronzo non è a terra in una poltiglia di cervello spappolato? La seconda ovviamente, beh non tanto ovvio perché le vittime di Terrifier scelgono sempre  la via più impervia, danno uno sbuffetto sul coppino del pagliaccio come monellacci e poi corrono verso la futura morte certa perché sai che Art il clown presto o tardi si rialzerà e farà loro molto male.

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Gli omicidi nel film di Leone sono davvero tantissimi e tutti fantasiosi: pizzaioli bruciati come la zucca di Jack-o’-lantern, ragazze segate a metà dal pube alla testa con le viscere che cadono, teste riempite di piombo, visi mangiati, donne spellate e indossate come in un capitolo apocrifo di Non aprite quella porta; è una sagra dello splatter più ignorante e genuino. Il bello, quello che fa la differenza però, rispetto a produzioni altrettanto povere e gore come Hazard Jack, è la confezione perché Damien nostro crede al suo film e lo cura con effettacci vecchia scuola ben fatti, quelli che un tempo avresti visto in un film di Joseph Zito con la complicità di Tom Savini.

Non siamo fortunatamente però in un gioco vintage che piange sugli anni 80 come Hatchet, no qui si fa sul serio, si usano i cellulari per chiamare e fare selfie e non c’è spazio, tra una morte e l’altra, per una frase maschia perché quando si muore, qui, si muore malissimo.

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Notevole il cast femminile soprattutto la splendida Jenna Kanell, alla quale spetta un ruolo da pseudo protagonista, omaggio questo sì alla struttura di Psycho.

Terrifier, come detto, riesce nel difficile compito di turbare, spaventare e disgustarti, una cosa che in un cinema così laccato e pulito come quello horror americano moderno sembra davvero una specie di miracolo. Per questo benediciamo Damien Leone e vi consigliamo il film, a patto, ovvio, che siate disposti a sporcarvi di sangue e budella calde perché Terrifier è imperfetto ma delizioso, povero ma ricco di idee, non un blockbuster ma forse l’esempio più genuino di bloodbuster nuovo millennio.

Andrea Lanza

Terrifier

Anno: 2017

Regia: Damien Leone

Interpreti: Jenna Kanell, Catherine Corcoran, David Howard Thornton, Margaret Reed, Katie Maguire, Samantha Scaffidi, Pooya Mohseni, Sylvia Ward, Gino Cafarelli, Kamal Ahmed, Michael Leavy, Julie Asriyan, Xiomi Frans-Cuber, Erick Zamora

Durata: 90 min.

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Cold Prey 3 (Fritt vilt 3)

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Siamo una nicchia di poche persone forse, ma sicuramente intenditrici, una piccola schiera che adora il cinema del terrore norvegese e gioisce ogni volta può godere di un altro frutto sanguinoso. Dire Fritt vilt significa parlare della saga horror più interessante uscita fuori da questo minuscolo Paese: nulla di così innovativo da far strappare i capelli, ma, come nel nostro bel cinema di genere ormai morto, c’è una tecnica, un senso del ritmo e della suspense da far dimenticare che in fondo in fondo si parla di un ennesimo slasher alla Venerdì 13.

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Al terzo capitolo l’esordiente Mikkel Brænne Sandemose (ma ogni film di questa serie porta una firma diversa alla regia) e i due sceneggiatori Lars Gudmestad e Peder Fuglerud cercano una strada nuova per raccontare le gesta di questo misterioso killer, Geir Olav Brat, tornando indietro di quasi trent’anni rispetto ai fatti avvenuti nei primi due capitoli. Fritt vilt 3 è infatti un prequel, usa questo escamotage per districarsi dall’assoluto finale del film precedente così da potere rimettere in piazza il nostro serial killer preferito senza bisogno di resurrezioni occulte alla Michael Myer o Jason Vorhees.

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Diciamo subito che questo è sicuramente il capitolo più debole, anche perché manca il personaggio cardine di tutta la serie, quello di Jannicke interpretato dalla straordinaria Ingrid Bolsø Berdal che sta a Fritt Vilt come Sigourney Weaver sta ad Alien. Qui purtroppo non abbiamo un personaggio altrettanto forte ed empatico né sul versante maschile né su quello femminile: alla fin fine i giovani protagonisti fungono da anonima carne da macello senza scossoni neppure nel twist finale.

Però non pensiate che Fritt Vilt 3 sia brutto, no è solo un onesto slasher che non raggiunge mai i livelli aurei dei capitoli precedenti, roba però che Marcus Nispel e compagnia brutta dovrebbero invidiare a vita. La nostalgia abbonda come ogni buon prequel richiede: i walkman che mangiano le cassette, i primi prototipi di telefoni senza filo grandi come cocomeri, poi la musica, norvegese o meno, dal taglio anni 80. Siamo in un viaggio nel tempo che riporta lo slasher alle sue radici quando Sean S. Cunnighan girò quel Venerdì 13 che fu da base (più del riuscito Halloween) per tutte le mattanze future cinematografiche: là come qui i boschi, il senso di pericolo imminente, gli omicidi coreografici e sanguinosi. Nulla di nuovo, ma riproposto con una certa freschezza della messa in scena che è difficile trovare in altri prodotti nostalgia, anche ora che il vintage con Netflix e il suo Stranger Things la fa da padrone.Quello però che rende diverso il film di Mikkel Brænne Sandemose è il suo essere retrò portando in scena un serial killer moderno ed è qui che Fritt Vilt 3 diventa potente: l’assassino non cammina con passo zombesco, ma corre, usa armi da fuoco come fucili, non ha bisogno di maschere, e alla fine non c’è neanche bisogno di un finale consolatorio perché, arrivati al terzo capitolo, sappiamo che la serie deve ancora iniziare e che presto nevicherà .

Avremmo certo sperato in un’umanizzazione maggiore dell’assassino protagonista che non fosse solo un pretesto per rimetterlo in pista, ma probabilmente un capitolo introspettivo sarebbe stato poco apprezzato dai fan. In Fritt vilt 3 ci sono cose notevolissime come gli omicidi dal sapore onirico sotto la luna e altre un po’ tirate via come i soliti echi a Non aprite quella porta con i cadaveri appesi come quarti di manzo, ma c’è soprattutto la voglia di raccontare una storia del terrore, convenzionale che sia, con uno stile, un vigore, un’onestà di essere un prodotto d’intrattenimento che non può non far ricordare i Fulci o i Bava dei tempi passati.

E questo a noi tanto basta per essere sazi e felici.

Andrea Lanza

Cold prey 3

Titolo originale: Fritt vilt III

Anno: 2010 – Norvegia

Regia: Mikkel Brænne Sandemose

Interpreti: Ida Marie Bakkerud, Kim S. Falck-Jørgensen, Pål Stokka, Julie Rusti, Arthur Berning, Sturla Rui, Endre Hellestveit, Terje Ranes

Durata: 90 min.

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