Mandy

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Dopo Beyond The Black Rainbow, incipit evanescente, vanesio e stralunato della carriera registica di Panos Cosmatos, ci si poteva aspettare di tutto, tranne un buon film. Eppure Mandy funziona. Lento e diluito come un orgasmo alcolico, appesantito da una foschia emotiva dolomitica, eppure alla fine le cose funzionano.

Screenshot-33.pngA basarsi sulla trama poteva venir fuori un buzzurro exploitation di ritorno e invece è un imploitation elegante e venefico. Un uomo che vendica la morte dell’amata, bruciata viva da una setta di fanatici cristiani. Poteva andar bene per Chuck Norris e il papà di Panos alla regia, nel 1987 ma qui siamo in una dimensione altra. In un certo senso sono gli anni 80 della ditta Cosmatos ma dopo uno stravolgimento implacabile fatto di droghe e sogni perduti. Nicholas Cage barbuto, bolso e sopra le righe sembra quasi sobrio e controllato, rispetto a tutto quello che lo circonda. Le interpretazioni dei cattivi sono ancora più esasperate e quella di Mandy (Andrea Riseborough) è impenetrabile: è una dama in pericolo così abbruttita e sgualcita da sembrare la figlioccia di Shelley Duvall dopo un frontale con Marty Feldman.

bcr3jhxTW3A04ZqPLxrOeDlZVKC’è un momento in cui è lei la cosa più inquietante dell’intero film. Nicholas la osserva con lo sguardo da un milione di canne a colazione tipico di tutto il film e sembra rimanerne turbato. L’inquadratura torna sul primo piano di lei e vi si immerge fino all’annegamento: c’è qualcosa che scava dentro di noi dal viso di Mandy, in quello sguardo leggermente sghembo, gli occhi torbidi. Forse la cosa più spaventosa è anche la più spaventata. Il volto di uno spettro ci gela il sangue ma non sarà mai gelato come il suo.

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Magari i due amanti, in quel frangente notturno, mentre fanno il bagno e si rilassano, captano la tragedia che immane, o forse vivono uno di quei rari momenti macabri del quotidiano vivere amoroso. L’amore è un demone che gli uomini vorrebbero portarsi in casa, addomesticarlo e sperare che faccia il bravo, e non li divori nel sonno. Illusi.

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Se possiamo permetterci un parallelo tra cinema e musica, il film di Cosmatos potrebbe essere paragonato a un disco degli Electric Wizard, ovvero un macigno stoner-doom metal che rotola nella nebbia fino al fondo di un lago pieno di morti. Il fattore che ha trasformato Mandy in un capolavoro rispetto a Beyond The Black Rainbow è la semplicità e l’immediatezza della trama. Il desiderio di vendetta, la rima baciata del taglione, mentre nell’esordio del regista, oltre allo stile plumbeo e affaticante, c’era una storia che sarebbe stata difficile da capire anche in mano a Thomas Greengrass. Se la struttura è robusta, solida, Cosmatos può volteggiarci intorno come uno pterodattilo con scarse cognizioni di volo e poca voglia di imparare.

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Mandy è un film fortemente autoriale e non tutti lo apprezzeranno. Diciamo che è un tipo di cinema da stupefacente. L’errore che si fa con l’arte stoner è credere che sia come la psichedelia degli anni 60: ingerire allucinogeni così da percepire appieno e godersi il vero senso di quella musica ripetitiva e noiosa per una mente troppo lucida e frenetizzata dalla realtà. In questo caso è diverso, però. L’arte stessa fa da alterante mentale. E non si esagera a dire che alla fine del film di Cosmatos ci si senta come dopo un lungo sogno intenso fatto all’aria aperta, di notte. Ci si ridesta con il sudore mescolato alla brina e non si ricorda nulla, a parte il sogno. La storia inizia come un qualsiasi horror-movie di frontiera e dopo il rogo si trasforma in una specie di Excalibur boormaniano strascicato sulla piastra da un George Miller d’annata. Se dopo questa definizione ancora non siete convinti di correre a vederlo non saprei cos’altro inventare.

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È un film che sa di terra. C’è la persecuzione puritana, l’idillio adamitico del paradiso terrestre, i seguaci di Dio che rompono tutta la pace portandovi il fuoco e buttandoci sopra a cuocere la mela proibita. È la vendetta biblica di un uomo che segue la rabbia come un faro, così da tirarsi via dalla palude di dolore e stordimento dovuti alla perdita, allo shock e il trauma di aver visto il barlume più folgorante della sua esistenza di ottuso boscaiolo sensibile, esaurirsi fino alla cenere.
Difficile capire in tutto questo spossante lucore, nella tetra e lugubre selva che Cage attraversa in cerca di demoni motorizzati e altre creature da vecchio drive-in, dove finisca il talento di Cosmatos e prosegua il suo sferragliante apprendistato di regista. Ogni cosa qui sfugge ai canoni del buon racconto. Ritmo, chiarezza, misura. Solo un elemento è rintracciabile e indiscutibile. Visivamente siamo a livelli di potenza evangelica. Se non fosse per la motosega e le stupide motociclette a quattro ruote, potremmo anche parlare di Antico Testamento, con Conan al posto di Mosè, ovviamente.

Francesco Ceccamea

 

Mandy

Regia: Panos Cosmatos

Interpreti: Nicolas Cage, Andrea Riseborough, Linus Roache, Bill Duke, Richard Brake, Clément Baronnet

Durata: 120 min.

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Halloween 5 – The revenge of Michael Myers 

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Un anno dopo il “Ritorno”, arriva puntuale la “Vendetta” di Michael Myers. Salvato da un eremita dopo la sparatoria che chiudeva il precedente capitolo, l’uomo in nero carpenteriano continua implacabile a dare la caccia alla nipote Jaime.

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Strano oggetto questo quinto Halloween della svizzero Dominique Othenin-Girard. Sembra percorrere vie note ed arcinote per poi avventurarsi in territori inusuali per il genere, o meglio, per questo specifico franchise. Nessuna rivoluzione strutturale a ribaltare un plot collaudatissimo, questo no, ma difficile non notare come il regista non sia minimamente interessato al lato slasher della pellicola. Il bodycount, pur presente per contratto perché altrimenti un film del genere non avrebbe ragione d’essere, è mero espediente utilizzato da Girard come collante per una versione riveduta e corretta del Frankenstein di Mary Shelley, in cui Michael Myers riveste ovviamente i panni della creatura, mentre il Dott. Loomis (ancora una volta l’immarcescibile Donald Pleasence) è in tutto e per tutto incarnazione vecchia, claudicante, sconfitta dello scienziato “pazzo”.

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Già dall’inizio si capisce che le ambizioni di Girard sono, o vorrebbero essere, più alte della media del genere; Michael, colpito a morte dai poliziotti (gli abitanti del villaggio in rivolta contro il “mostro”), finisce per cadere nelle acque salvifiche di un fiume che lo porta dritto nelle mani di un vecchio eremita che vive in una baracca con un pappagallo (omaggio non troppo velato ai film Universal e al capolavoro di Mel Brooks del 1974 con Gene Wilder). Dopo un anno, The Shape sente irrimediabilmente il richiamo della notte di Halloween, uccide il povero vecchio (fu girata effettivamente anche una versione in cui il personaggio in questione era interpretato da un attore più giovane, nel ruolo del “Dr. Death”, con contorno di rune ed altra simbologia esoterica) e fugge in direzione della solita Haddonfield in cerca della nipotina Jaime (Danielle Harris, già giovanissima Scream Queen).

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La bambina, che ha perso l’uso della parola in seguito ai tragici fatti dell’anno prima, è ricoverata presso un ospedale psichiatrico, non ancora ristabilitasi dopo l’accoltellamento ai danni della matrigna. Lo script originario di Shem Bitterman prevedeva che la ragazzina diventasse effettivamente un personaggio “cattivo”, soluzione poi accantonata dal produttore Moustapha Akkad (detentore unico dei diritti di sfruttamento della saga) che fece riscrivere il tutto da Micheal Jacobs e dallo stesso Othenin-Girard, scelto da Debra Hill per occuparsi della regia, che optarono invece per una sorta di “collegamento telepatico” tra i due personaggi principali. Grande rilievo viene ancora una volta donato alla figura del Dott. Loomis, ormai totalmente assorbito/ossessionato dalla “sua” creatura tanto da vivere unicamente in funzione della distruzione totale della stessa. A monte di tutto il sub plot con i ragazzi cazzari alla festa e conseguente inseguimento/carneficina, i motivi di interesse della pellicola risultano proprio essere quelli relativi al rapporto-scontro tra Loomis e Michael (interpretato da Don Shanks), attirato dal dottore nella vecchia casa di famiglia e (quasi) convinto a deporre il coltellaccio dopo una scena che sembra davvero essere una versione horror della stessa sequenza finale di Rambo con Sly e il Colonnello Trautman.

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Il Dottor Loomis/Frankenstein riuscirà con uno stratagemma (invero prevedibile) ad incatenare il Mostro/Michael nella villa assicurandolo nelle mani della giustizia; ma niente è come sembra. Per tutto il film si è intravista una figura sfuggente e minacciosa in stivali ed abito nero che si trasformerà in realtà mortale alla stazione di polizia dove ucciderà tutti gli sbirri e libererà il Male dalla sua gabbia d’acciaio. Twist finale assurdo e improbabile, tuttavia segno di una volontà di costruire qualche cosa che esuli dallo slasher ottantesco che non può non essere apprezzato. Sicuramente il vecchio Rob Zombie ha raccolto e messo da parte atmosfere e intuizioni di questo piccolo film, non troppo fortunato ai tempi, che merita senza dubbio una riscoperta anche in virtù del fatto che fu l’unico episodio a rimanere inedito nel nostro paese. Effetti speciali del K.N.B EFX Group non troppo in vista, anche per via dei tagli inferti per i soliti problemi di rating, ma godibili nella loro rozzezza artigianale (specialmente il rampino conficcato in testa al tipo nel garage). Non lasciatevi ingannare dalle apparenze, la notte di Ognissanti di Girard (che mise pure le mani in un’altra saga famosa, quella di “The Omen” nel capitolo quarto, che condivise con Jorge Montesi in quanto abbandonò il set) merita sempre e comunque una visione. Incompreso.

Domenico Burzi

Halloween 5 – The revenge of Michael Myers 

Anno: 1989

Regia: Dominique Othenin-Girard

Interpreti: Danielle Harris, Don Shanks, Donald Pleasence, Wendy Foxworth (Wendy Kaplan), Jeffrey Landman, Ellie Cornell, Beau Starr, Tamara Glynn, Jonathan Chapin, Matthew Walker, Troy Evans, David Ursin, Max Robinson

Durata: 96 min.

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Halloween VI – La maledizione di Michael Myers

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Michael Myers è scomparso insieme alla nipotina Jamie. I due sono stati presi segretamente in custodia da una setta misteriosa. Sei anni dopo, Jamie (J.C. Brandy) partorisce e, con l’aiuto di una donna della setta, fugge dalla fabbrica abbandonata dove viveva con Michael. L’assassino la seguirà uccidendo ogni persona sul suo cammino fino alla resa dei conti con la sua nemesi, il Dottor Loomis.

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Parlare di Halloween 6 è trattare un film mai vulgato al grosso pubblico, di una serie di idee interessanti stuprate senza pietà, di un capitolo che poteva essere eccezionale e viene ricordato dai più come disastroso. La pellicola di Joe Chapelle arriva subito dopo l’abominio artistico dei precedenti capitoli 4 e 5: difficile sperare in qualcosa per lo meno sufficiente dopo che “L’ombra della strega” è stato relegato al rango di un Jason Vorhees qualsiasi; la fantasia, l’estro, la suspense che sovrasta il sangue hanno ceduto il passo a slasher dozzinali dove i personaggi principali scimmiottano senza verve gli eroi e antieroi carpenteriani. Chapelle, è bene dirlo, gira benissimo, forse con Phantoms, la sua migliore prova prima dell’oblio infernale dei seguiti per dvd e dei telefilm thriller per il pubblico di Italia uno, ma la figura del leone la fa soprattutto lo sceneggiatore Daniel Farrands nel difficile compito di rimettere insieme i pezzi della saga di Michael Myers dopo capitoli staccati e lacunosi nella continuity.

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Lo scopo viene raggiunto pienamente: Halloween 6 risulta il capitolo più originale, quello che punta maggiormente la carta dell’esoterismo senza rinunciare, come il sottovalutato terzo episodio di Tommy Lee Wallace, alla sua icona per antonomasia, il gelido assassino dalla maschera del capitano James T. Kirk. Daniel Farrands, da sempre un fan della serie, aveva lo specifico intento per Halloween 6 di colmare ogni buco narrativo, risolvere ogni questione rimasta irrisolta nei precedenti capitoli per far decollare il franchise, ormai agonizzante, verso un futuro nuovo ricco di spunti per i sequel. Per far questo aveva scritto diverse bozze per il film, undici per la precisione, prima di arrivare alla definitiva, originariamente chiamata Halloween 666. L’innovazione più grande, a livello di script, la si ha con la spiegazione esoterica del perchè Michael Myers uccida e della sua immortalità. Ripreso dal quinto capitolo il “Simbolo di Thorn”, un marchio magico, lo sceneggiatore riportava ad esso (e ad una setta di druidi) la furia omicida del nostro assassino. Peccato che questo concetto sia stato incenerito nella versione arrivata in tutto il mondo nelle sale: uno dei produttori, Paul Freeman, decise infatti che lo script non era buono e decise di far rigirare completamente alcune sequenze, cambiare il montaggio, escludere parti fondamentali e, a seguito di uno screener non gradito al pubblico , di uccidere definitivamente il personaggio del Dottor Loomis.

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La versione vulgata, pur potendo contare su una fotografia ottima e un’altrettante buona regia di Chapelle, risulta insulsa per la cripticità degli eventi, non ultimo il finale intuito, insoddisfacente, e giocato tutto sulla urla fuori campo. Se qui semplicemente Michael uccide la sua nemesi e si prepara all’ennesimo sequel, nel girato non modificato la storia si faceva più interessante: lo stesso Dottor Loomis, l’uomo che rappresenta il bene, si tinge dei colori più scuri diventando il mentore di un bambino futuro Michael Myers nell’idea di una maledizione che non può morire, ma passa da generazione in generazione.

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Non solo: gli omicidi risultano più sanguinosi e meno castrati nella concezione originale di Farrands, ma anche questo dovette essere modificato per non incorrere nella censura. A discapito dei suoi disastri interni di produzione Halloween 6 incassò quasi 15 milioni di dollari costando appena 5. Dopo questo capitolo, con le sue rivoluzioni interne, i simboli magici che muovono astri e omicidi, la strada da intraprendere poteva essere solo quello di tornare nei canoni più classici. Miner con Halloween H20 cancella i capitoli dal 3 al 6 e riparte da capo. Era forse nel destino che Michael Myers dovesse, per il simbolo di Thorn o meno, reincarnarsi più volte, passando dal classico al rock più pesante di un Rob Zombie che sotto sotto non si dimenticherà nel suo insulso Halloween 2 la lezione di Farrands.

Andrea Lanza

Halloween VI – La maledizione di Michael Myers

Titolo originale: Halloween – The curse of Michael Myers

Anno: 1995

Regia: Joe Chappelle

Interpreti: Paul Rudd, Marianne Hagan, Mitchell Ryan, Donald Pleasence, Kim Darby, Bradford English, Keith Bogart, Mariah O’Brien, Leo Geter, J.C. Brandy, Devin Gardner, Susan Swift, George P. Wilbur, Janice Knickrehm, Alan Echeverria, Hildur Ruriks, Sheri Hicks, Tom Proctor

Durata: 87 min.

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Halloween (2018)

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Quante volte la saga di Halloween è morta, data per spacciata e poi resuscitata come una cazzo di fenice fumante?

Abbiamo più reboot di qualsiasi altra serie horror compresi i Freddy, i Jason o i vari Lethearface. Sì perché in Halloween non si prosegue solo con dei seguiti, ma si fa alla maniera dei fumetti DC: un fulmine, una cometa, vai a capirlo, e Michael Myers torna sulla piazza, dopo aver fatto piazza pulita di ogni sequel o remake.

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Se vogliamo fare i filologi a tutti i costi, esistono almeno quattro diverse linee narrative, quattro diverse Terre dove il nostro assassino dalla maschera di William Shatner agisce:

  • Terra 1, dove il nostro non si è fermato la notte del 31 ma ha proseguito la sua scia di sangue nell’ospedale vicino per uccidere una povera babysitter, Laurie Strode, che, tra l’altro, scopriamo essere pure la sorella. In questo universo parallelo, il killer da’ la caccia, anni dopo gli eventi narrati nei primi due film, anche alla figlia della poveretta, interpretata con estrema efficacia da una Danielle Harris bambina. A partire da Halloween 4 via l’iconica Jamie Lee Curtis: Laurie Strode muore, come una povera bastarda, in un incidente statale. Le regole dei telefilm, arrivati a fine corsa, sono sciorinate al cinema: né più né meno di quando uno dei protagonista va in Europa, landa del non ritorno, e viene sostituito subito, alla modalità Don Siegel, da un parente clone.
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    Ma se siamo fratelli perchè mi spingi il pacco, Michael?

    A dirla tutta però è proprio l’attrice che non ne vuole sapere di ritornare al ruolo tanto da chiedere, in ginocchio, ai produttori di farla crepare così da non essere più resuscitata in nessun Halloween a venire. Cosa che, come vedremo, è più facile a dirsi che ad attuarsi. In questo universo poi le cose si complicano quando la piccola Strode viene catturata da una setta che venera Michael Myers: diventata grande darà alla luce un bambino, Danny, nuova ossessione del killer, combattuto stavolta non solo dal Dottor Loomis (il sempre immenso Donald Pleasence), ma anche dal moccioso, diventato grande, del primo film di Carpenter, Tommy Doyle, e da una cugina mai sentita prima d’ora, Kara, da noi chissà perché ribattezzata Sarah. I film coinvolti sono Halloween di John Carpenter, Halloween – Il signore della morte di Rick Rosenthal, Halloween 4 – Il ritorno di Michael Myers di Dwight H. Little, Halloween 5 – La vendetta di Michael Myers di Dominique Othenin-Girard, Halloween 6 – La maledizione di Michael Myers di Joe Chappelle. Il 3 di Tommy Lee Wallace, come tutti i fan sanno, è una storia a parte, dai toni soprannaturali e senza assassini armati di coltello alla ricerca di sorelle da infilzare in onore di uno splatter incestuoso.

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l’adorabile piccola nipotina Myers

  • Terra Due, dove Michael è scomparso dopo la terribile esplosione dell’ospedale in Halloween – Il Signore della morte, e per vent’anni non si è saputo nulla di lui. In questa linea temporale, Laurie è ancora viva, non si è mai sposata con un certo Jimmy Lloyd (forse l’infermiere conosciuto nel numero 2), non ha una bambina di nome Jamie, ma ora fa la preside di una scuola e ha un figlio, John. Sempre su Terra Due, Michael tornerà per uccidere la sorella, dopo vent’anni, e ci riuscirà persino, per poi, stavolta, dimenticarsi che dovrebbe far fuori anche il nipote. Si  concentrerà invece su un gruppo di scemi, senza arte né parte, che hanno deciso di girare un reality a casa sua. Come dargli torto? I film sono Halloween 20 anni dopo e Halloween la resurrezione e in entrambi figura, come Laurie Strode, Jamie Lee Curtis che chiederà ancora ai produttori di essere uccisa, all’inizio del secondo capitolo, per evitare di tornare in possibili sequel. Povera ingenua.
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Di nuovo faccia a faccia dopo vent’anni

  • Terra Tre, dove non esiste nessun film di Halloween e si riparte da zero in due nuovi capitoli diretti, ma soprattutto scritti, in modo scriteriato da Rob Zombie. Si parla di Halloween – The Beginning e Halloweeen 2. Per rendere le cose più confuse torna anche Danielle Harris in un altro ruolo, ma stavolta Laurie è la giovane Scout Taylor-Compton.
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Il punto più basso della saga di Halloween: Rob Zombie che vuole essere Fellini

Ed eccoci ora su Terra Quattro con il nuovo Halloween che vuole fare piazza pulita, ancora, di ogni seguito possibile, compreso il numero 2 di Rick Rosenthal, scritto di malavoglia da Carpenter che lo definì all’epoca “emozionante come una puntata del telefilm Quincy“. A Carpenter tra l’altro non andava giù la storia del legame di sangue tra i due antagonisti, Laurie e Michael, e perciò, coinvolto nell’operazione come produttore esecutivo (oltre che come compositore musicale), riesce a renderli ancora due perfetti sconosciuti.

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E’ questo però uno dei punti deboli dell’Halloween 2 nuovo: tolta questa motivazione, che per quasi 10 pellicole, ha mosso le gesta dell’assassino dalla maschera bianca, si elimina anche l’unica labile spiegazione per l’ossessione maniacale verso Laurie (e la sua famiglia). Non siamo più d’altronde nell’originale di Carpenter dove la ragazza era solo una delle tante vittime che incrociano il cammino di guardone e serial killer di Michael, ma in un  seguito che rimette i due sulla stessa strada, a distanza di ben 40 anni senza una valida ragione. Se non è più il richiamo del sangue, se Michael non è guidato dal desiderio di terminare la strage compiuta nel 1978, alla fine tutto si riduce ad uno slasher, un po’ alla Venerdì 13. Oltretutto la tanto sbandierata resa dei conti tra i due si era giù avuta un ventennio fa nel film di Miner, Halloween H20, un’operazione a dirla tutta studiata meglio di questa. Quindi niente di nuovo sotto il sole.

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Dottor Loomis c’è anche lei?

A scanso d’equivoci il film di David Gordon Green non è un brutto film, è soltanto un film innocuo che vorrebbe essere Carpenter ma ci riesce allo stesso modo di Rosenthal, solo nella buonissima fattura. Tutto perfetto, le riprese, le atmosfere, le luci persino che, già nel 1978, sembravano guardare il quasi contemporaneo Suspiria, ma mai davvero un sussulto, un brivido, come succedeva, e succede, a guardare il capostipite. E’ come se ci trovassimo davanti ad una splendida Monnalisa ad opera di un ottimo imitatore di Leonardo Da Vinci: difficile emozionarsi allo stesso modo.

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In più si cerca di calcare sulla violenza, come succedeva ancora una volta nel capitolo aborrito Halloween 2, e questo stride con il suo essere “un sequel in perfetta linea col primo film“, di certo più d’atmosfera che di ventrazza. Non siamo in territorio Jason, ma poco ci manca a dire il vero, con quest’assassino che in questa pellicola, come nei capitoli post Carpenter più crepuscolari, dal quattro al sei, è indistinguibile, per efferratezza rozza, al maniaco di Cristal Lake. Nel già citato Halloween H20 era tornato ad essere Michael Myers, in una storia che stavolta sì riportava in grande stile la saga, forse è vero sporcata dal recente successo di Scream, ma con una palpabile suspense che dopo 20 anni ancora c’era e che a quaranta invece latita. Anche gli escamotage di sceneggiatura, soprattutto il colpo di scena riguardante il nuovo Dottor Loomis, interpretato con estrema gigioneria da Haluk Bilginer, sono prevedibili e si capisce dove vanno a parare con estremo anticipo. In cosa quindi questo film risulta vincente? Nelle singole scene (spettacolare la morte del ragazzo grasso o l’assalto del bus) che però non si amalgamano mai nell’interezza di un film un po’ scemo che procede per inerzia come fosse un porno.

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Torna ancora una volta Jamie Lee Curtis con stavolta dei capelli da mago Galbusera: il ruolo di Laurie è ripreso si vede con grinta, ma la svolta macho action del personaggio è fuori tempo massimo dalla moda delle donne cazzute post Terminator 2. Sembra che David Gordon Green, regista di un bellissimo dramma montanaro, Joe, non sia proprio a suo agio con il cinema dell’orrore e si limiti, da studente svogliato a ricalcare l’Halloween originale senza metterci quel lepre che, per Fulci, era l’anima di un film, il guizzo un po’ guappo capace di salvare capra e cavoli in horrorazzi di merda come Sodoma’s ghost. Incomprensibile invece la sceneggiatura che, da una parte, non vuole avere niente a che fare con ogni altro capitolo della saga e poi riempie il film di citazioni che arrivano a ricostruire nel dettaglio la stazione di servizio vista in Halloween 4.

Peccato perché dal trailer ci aspettavamo moltissimo e invece ci siamo trovati nell’ennesima operazione di sequel/reboot che, da Non aprite quella porta ad Hellraiser, nel nuovo millennio, sembra castrare ogni buona intenzione con  fotocopie incolori dei film che abbiamo amato. Sono sicuro che ci sarà chi apprezzerà, e il box office da’ ragione a loro, ma speriamo che stavolta Michael Myers riposi all’Inferno con buona pace di Jamie Lee che, siamo sicuri, sarà già pronta, dal prossimo sequel, a pregare il produttore di farsi ammazzare. Provaci ancora Laurie.

Andrea Lanza

 

Halloween

Regia: David Gordon Green

Interpreti: Jamie Lee Curtis, Judy Greer, Will Patton, Haluk Bilginer, Virginia Gardner

USA, 2018, durata 109 minuti.

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Allarme rosso

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La trama

Con Allarme rosso non stiamo parlando del bel thriller sottomarino di Tony Scott, ma di un misconosciuto (e interessante) horror (quasi) zombesco del 1985.

Devo dire che, pur avendo affittato milioni di vhs negli anni 80/90, di questo film, uscito all’epoca per la CBS FOX, non ne ho nessun ricordo, probabilmente non mi capitò mai tra le mani.

Quindi, su invito dell’amico Andrea Bianchi, ho deciso di recuperarlo grazie ad un ottimo dvd della Koch Media dalla copertina non proprio invitante.

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Diciamo pure che la copertina dvd fa schifo

Non sapevo che aspettarmi ed è stata una sorpresa trovarmi davanti ad una pellicola a suo modo anticipatrice di umori che saranno alla base di cult futuri come il 28 giorni dopo di Danny Boyle.

Nulla mi toglie dalla testa che più che più che al The crazy (La città verrà distrutta all’alba) di George A. Romero,  con la stessa idea di un virus che rende folli le persone, il regista Hal Barwood con lo sceneggiatore Matthew Robbins, abbiano guardato al lenziano Incubo sulla città contaminata. Idea non sballatissima, forse, visto che il serrato horror nostrano del 1980 sbarcò, stando a credere a IMDB, negli USA il 18 Novembre 1983 come Nightmare city. In più questi pazzi assassini e sadici che usano come armi le asce antincendio per far fuori le persone sono proprio, casualità o meno, figli proprio di quegli infetti assetati di sangue, comandati in entrambi i film  da uno scienziato ancora più fuori di testa.

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Quello però che differenzia Allarme rosso da un clone di Lenzi o Romero è l’idea brillante di creare uno strano mix tra elementi eterogenei: uno figlio di questa corrente zombi non zombi, l’altra invece parto, o aborto, di pellicole più realiste come Silkwood di Mike NicholsAndromeda di Robert Wise. Per farvi capire meglio: mentre fuori c’è un dispiegamento di militari che cercano di arginare la minaccia batteriologica con un approccio serio alla Virus letale di Wolfgang Petersen, dentro, nel laboratorio, dove l’epidemia si è moltiplicata, c’è una vera Notte dei morti viventi con questi infetti che a volte sono veloci e a volte camminano più lentamente di un resuscitato del 1943 di Jacques Tourneur.

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Il mescolone però è stranamente saporito: non annoia nelle parti seriose, ed è abbastanza emozionante in quelle horror con personaggi non proprio tagliati con l’accetta e dialoghi per lo meno scritti con un certo gusto. Ad un certo punto, per esempio, lo sceriffo protagonista, interpretato tra l’altro da un Sam Waterston (Urla del silenzio di Joffè) spaesato (e fuori parte) come pochi, mostrerà tutta la sua umana codardia, lui che dovrebbe essere l’eroe, quando, nel calarsi attraverso un impianto d’aerazione verso, forse, morte certa, tentennerà non poco con frasi come “Non ce la faccio“o “Ho paura“. Contando oltretutto che la missione è quella di recuperare la fidanzata prima che dei pazzoidi la facciano a pezzi, non è che questo gli renda particolare onore. Però il suo comportamento certo dona al personaggio un’inaspettata (e simpatica) umanità. In quanti ci saremmo d’altronde cagati addosso all’idea di addentrarci in un luogo pieno di assassini, amore o non amore? Per dirla alla Gialappa’s: “Chi non alza le mani è un  sacripante”, io per primo.

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La regia di Hal Barwood è molto buona e tanto deve però, come resa finale, alla straordinaria fotografia color pastello di Dean Cundey, uno che qualche anno prima aveva lavorato per cult horror incredibili come Halloween, La cosa e Fog di John Carpenter.

Gli attori sono, a parte il già citato Waterston, tutti abbastanza in parte. Fa sorridere però, soprattutto per chi è fan di Scuola di polizia, la presenza di G.W. Bailey, il sergente Harris del cult di Hugh Wilson, in un ruolo serio. Siamo sempre in attesa che urli sguaiatamente “Proctor, razza di imbecille, dove ti sei cacciato!“. Cosa che per fortuna non accade, ma si sa, come nel caso di Leslie Nielsen, alcuni ruoli sono per sempre, anche quando sei portato per essere un bravo attore drammatico.

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Proctor!!!!

Sul versante sangue siamo scarsini, ma la produzione sembra più alta, sia come ambizioni che come budget, di un qualsiasi horror splatter di cassetta dell’epoca. Peccato perché si fosse più calcato la mano sulla violenza, un po’ sulla scia del modello di Lenzi, il film ne avrebbe sicuramente guadagnato.

Leggenda vuole che nella sceneggiatura la ditta di fertilizzanti, scenario della vicenda si chiamasse Biotech, ma per evitare casini con aziende omonime, la si ribattezzò Biotek.

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Noi di Malastrana vi consigliamo il recupero di questo film. Un probabile cult purtroppo mai diventato cult che meriterebbe maggiore fama. Fateci sapere poi se vi è piaciuto.

Andrea Lanza

Allarme rosso

Titolo originale: 

Anno: 1985

Regia: Hal Barwood

Interpreti: Sam Waterston, Kathleen Quinlan, Yaphet Kotto, Jeffrey DeMunn, Richard Dysart, G.W. Bailey, Jerry Hardin, Rick Rossovich, Cynthia Carle, Scott Paulin, Kavi Raz, Keith Szarabajka, Jack Thibeau, J. Patrick McNamara, Tom McFadden

Durata: 99 min.

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Una vita spericolata

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Roberto è un meccanico trentenne sull’orlo del fallimento che si reca in banca per ottenere un prestito per salvare la sua attività. Ma quello che doveva essere un semplice prestito si trasforma grottescamente in una rapina con tanto di ostaggio. Quando si scopre che i soldi portati via non sono della banca ma di un gruppo di malviventi, Rossi, assieme al suo migliore amico BB, ex pilota di rally, e l’ostaggio Soledad, famoso idolo per adolescenti, si danno alla fuga attraversando tutta l’Italia. La rocambolesca fuga dei tre ragazzi, tra inseguimenti e sparatorie, attirerà l’attenzione dell’opinione pubblica che li farà diventare dei piccoli eroi moderni.

Maurizio Ponti per noi della Generazione X, ovvero quelli che adesso hanno dai 40 ai 50 anni, è stato un vero mito: il suo Santa Maradona era la risposta, fresca, spiritosa, travolgente, al successo di Clerks – Commessi di Kevin Smith, uno di quei miracoli che non ti aspetti, ma accade, anche in Italia.

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Un altro mondo, il 2002

Per chi non lo vide al cinema, come il sottoscritto, fu una sorpresa incredibile recuperarlo poi in videocassetta: battute scatenate, due attori affiatatissimi, Accorsi e De Rienzo, ma soprattutto, nei tuoi vent’anni che lentamente andavano ai trenta, con l’università e gli esami perenni, le ragazze che non ti filavano come avresti voluto, i soldi sempre pochi, era impossibile non immedesimarsi totalmente nei protagonisti. Non male per quello che sembrava un sotto Muccino e che invece era l’equivalente, per te, di un John Woo in un cinema americano tutto perfettino, pulito ed esangue.

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Naturalmente come molte promesse non mantenute, la carriera di Ponti non bissò il successo di quel primo film: a partire dall’indigesto A/R Andata + Ritorno del 2004 con il solo, bravo Libero De Rienzo a sostenere il peso di un film intero, lui più adatto ad essere una spalla. Il resto, in due decenni, è tra il dimenticabile e l’anonimo, quasi una condanna divina per chi era sembrato una sorta di Messia nello sterile panorama italico dell’epoca.

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Se non si è Oliver Stone si punta all’imitazione scema, Love and 45

Ora, a distanza di quasi vent’anni da quell’esordio che fece guadagnare al suo autore un David di Donatello per il miglior regista esordiente 2002Ponti ci riprova: resetta tutto e, come allora, scrive, sceneggia, firma il soggetto di una nuova commedia schizzata, Una vita spericolata, figlia, a partire dal titolo, di True Romance (Una vita al massimo) di Tony Scott.

Ovviamente è un disastro totale.

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Quanti danni, Quentin!

Negli anni la regia di Ponti è diventata davvero anonima: cerca di guardare stavolta non al Danny Boyle di Trainspotting, come in Santa Maradona, ma a Le belve, figlio degenere di un Oliver Stone che non esiste più, quello inventivo e schizofrenico di U-Turn. A livello visivo Una vita spericolata è risaputo, vecchio, si è visto di meglio, in un cinema ormai, nell’era Netflix, che non può essere più televisivo senza essere anche cinematografico. Ecco il film di Ponti è per assurdo quasi suicida nel suo voler essere Natural Born Killer quando invece non raggiunge neppure l’estetica derivata di un Love & una 45. Per dirla in parole povere: è televisivo nell’asserzione più deprimente, quella di un prodotto anni 90 da Canale 5, tutto preciso, perfetto secondo il manuale delle giovani Marmotte del cinema, ma così privo di anima, al pari di un Lamberto Bava che da Demoni è finito per filmare le poppe della Falchi a bordo di un galeone pirata.

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La cosa più micidiale però non è tanto la regia ma la storia che non  funziona mai, che presenta personaggi stupidi, che piuttosto che scegliere la verosimiglianza si butta in situazioni assurde, nonsense, impossibili anche se fossimo dentro Tiramolla special. Così abbiamo poliziotti che non rispondono mai al fuoco dei rapinatori, inseguimenti, un po’ alla Cinque matti contro Dracula, senza sirene ululanti, senza spari alle gomme, la variante di una gita tra guardie e ladri in un utopico mondo di Teletubbies, ma sopratutto tre personaggi che non crescono mai realmente e fanno cose solo perché lo dice il copione demente.

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Matilda e le tette da Oscar in Youtopia

Se tutto questo fosse accompagnato da una storia potente e da attori per lo meno decenti, forse sorvoleremmo, ma i due protagonisti maschili, Lorenzo RichelmyEugenio Franceschini, anche se possono vantare, nel loro curriculum vitae, interpretazioni in produzioni internazionali del calibro di Marco Polo e I medici, sono cagnacci come pochi, belli, vuoti e privi di talento come un Big Jim Mattel.

Diverso discorso per la giovane Matilda De Angelis, generosa in una scena di sesso dove mostra delle inaspettate tette da oscar delle seghe, che urla e biascica sì come ogni giovane attore che non sa recitare ancora perfettamente, ma ha carisma, grinta e un physique du rôle che la poterà in altri lidi migliori. D’altronde soltanto aver dato il due di picche al borioso youtuber Yotobi le rende un onore da parata spartana dopo una battaglia di saccheggi e razzie.

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Due di picche, Karim, non ci sono cazzi.

Un disastro come detto, ma un disastro che, man mano che il film prosegue, alla fine ti diverte. Certo quello di Ponti è un veicolo scassato, arrugginito e che puzza da paura, ma che riesce ad assestare inaspettatamente almeno una sequenza azzeccata come quella della sparatoria western all’interno del bar, che mischia in un sol botto Sergio Leone, Antoine Fuqua e Red dead redemption.

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Così come meritevole di lode è l’interpretazione di Massimiliano Gallo, nei panni di uno schizofrenico commissario di polizia, che non può non ricordare, deliziosamente, quella analoga di Tchéky Karyo nell’immenso Dobermann del compianto Jan Kounen.

Poca roba direte voi e non possiamo darvi torto, ma questo non esclude che il film sia veloce, mai noioso e che, quando ci si mette, ti fa ridere, talmente, in quelle sequenze, da non rimpiangere Santa Maradona.

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Si dice d’altronde che i tempi cambiano, ma che tristezza quando ipotizzi un film che non esiste, con magari Stefano Accorsi e Libero De Rienzo (inutile il suo cameo qui),  cresciuti e allo sbando in un mondo che, ora come nel 2002, non sentono più loro. Di quell’idea, magari neanche mai accarezzata da Ponti, qui restano le briciole in un film che magari la seconda volta crescerà, ma che alla prima visione sembra un camposanto di idee e intenzioni.

Andrea Lanza

Una vita spericolata

Regia: Marco Ponti

Interpreti: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini, Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo

Italia, 2018, durata 102 minuti

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Riflessi di sangue

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Alec Mills era principalmente cameraman, un bravo cameraman in produzioni di una certa importanza come Octopussy – Operazione piovra, Il ritorno dello Jedi, Solo per i tuoi occhi, Alla 39ª eclisse e Moonraker – Operazione spazio. Ad un tratto però, non si sa come o perché, diventò anche regista in due produzioni australiane, questo Riflessi di sangue e un poco appassionante Sonno senza fine con una Linda Blair in fase annoiata.

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Riflessi di sangue non ha una bella fama, tanto da non essere presente neppure all’interno dell’essenziale Dizionario dei film horror di Rudy Salvagnini, eppure siamo davanti ad una pellicola di medio livello, quei prodotti ben confezionati ma che tendi presto a dimenticare. Di certo si è visto di peggio, ma ovviamente anche di meglio.

Di questo film avevo un ricordo confuso, credo di non averlo neanche visto finire all’epoca della mia fama bulimica di cinema durante l’adolescenza. Rimembro la copertina e l’idea, falsata dagli anni, che si trattasse di un horror sui licantropi, nel quale il mostro, al posto di azzannare le vittime, massaggiava le loro tette. Detto così sembra un capolavoro dell’infimo, ma, in realtà, vedendolo non c’è traccia di uomini lupi con la mano lunga. Esiste, ad onor del vero, una sequenza di seni giocherelloni ma relegata in un normalissimo amplesso tra future vittime in fregola.

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Alec Mills fa quello che meglio gli riesce: confezionare un horror visivamente interessante. E’ la sceneggiatura a non essere all’altezza: confusa, indecisa se intraprendere la strada del soprannaturale o del thriller, finisce  per accumulare finti colpevoli, inquadrati poi con la faccia truce durante il film, quando anche il più beota degli spettatori ha capito, anni luce prima, chi è il killer.

Anche sul piano dello splatter non andiamo bene: omicidi fuori campo che inficiano il lavoro delle luci, innaturali e fiabesche, tendenti al blu metallico, che si proiettano nel bosco, scenario dei vari omicidi. Eppure in almeno un momento, quando l’assassino viene scoperto a metà pellicola, che il film ha un’impennata di ferocia deliziosa: il bruto spacca la testa ad una studentessa, sbattendole la capoccia, più e più volte, contro un banco.

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Non voglio dire che il gore sia necessario in un thriller/horror, ma lo è quando non si riesce a creare la minima empatia con i personaggi e si scarseggia di suspense, essenziale per non creare una sequela di sbadigli alla Yorick con la ganascia spalancata in rigor mortis.

Alec Mills è più interessato a spogliare le sue belle vittime, a mostrare agli spettatori le loro favolose grazie che ad ucciderle in modo creativo. Purtroppo però non siamo davanti ad un film erotico e, anche in quel caso, il regista non calca abbastanza la mano per accendere davvero la nostra fama di impenitenti voyeur come invece faceva un filmaccio come I morti viventi sono tra noi (Revanche des Morts Vivants) di Pierre B. Reinhard.

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In più ad un certo punto, si tenta una sterzata alla teen movie anni 80, con gli scherzi tra un gruppo di studenti viziati ed altri di ceto più modesto (chiamati nella versione italiana “Burini”). Durante il ballo della scuola, sembra di assistere ad un’imitazione di Karate Kid , con tanto di inseguimento tra il protagonista e i riccastri che finisce però non a colpi di arti marziale, ma più goliardicamente in quello che sembra un geyser di piscio e merda. Naturalmente questa sottotrama non viene approfondita e presto finisce nel dimenticatoio.

Ad onor di cronaca, proprio durante questa sequenza, ascoltiamo la metal Keep Holding On, interpretata live dai Vice. Potrei fare il figo e dire “Grandi Vice” ma ignoro chi siano e internet, di solito pozzo di scienza per pigri, tace.

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I vice, il gruppo più cool dell’Australia

C’è da dire che, se si sorvola all’accento smaccatamente australiano, si può pensare di stare assistendo ad un B movie adolescenziale americano, parente povero del Phenomena di Dario Argento o del Cosa avete fatto a Solange di Massimo Dallamano, con le sue ninfette sempre nude pronte ad essere uccise brutalmente.

Curioso lo strumento che usa il killer per uccidere le sue vittime, una specie di collare fatto di filo spinato, sulla carta probabilmente un richiamo alla luna piena, ma che il film non spiega né motiva mai.

Riflessi di sangue uscì da noi sia incredibilmente al cinema che in una vhs Penta video molto buona.  Una visione, come detto, la vale, anche solo per l’ottimo commento musicale ad opera di Brian May, ma non aspettatevi, purtroppo, lupi mannari palpeggiatori.

Andrea Lanza

Riflessi di sangue

Titolo originale: Bloodmoon

Anno: 1990

Regia: Alec Mills

Interpreti: Leon Lissek, Christine Amor, Ian Williams, Helen Thomson, Craig Cronin, Hazel Howson, Suzie MacKenzie, Anya Molina, Brian Moll, Stephen Bergin, Christophe Broadway, Samantha Rittson, Tess Pike, Jo Munro, Michelle Doake, Christopher Uhlman, Justin Ractliffe, Damien Lutz, Warwick Brown, Gregory Pamment, Sueyan Cox, Narelle Arcidiacono, Michael Adams, Sue Lawson, Jonathan Hardy

Durata: 100 min.

VHS: Penta Video (FILM PER TUTTI)

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Red Christmas

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E se un aborto rifiutasse di morire? E se un fanatico religioso lo portasse via con se e a forza di preghiere e frustate lo facesse crescere fino a trasformarlo nella rossa mano della vendetta di Dio? Il film di Craig Arderson è inverosimile, folle, ma si rifiuta di averne la consapevolezza, neanche per un secondo. A realizzare un film come Red Christmas bisogna essere momentaneamente tutti folli e guardare solo al traguardo. Giusto così è possibile raccontare una storia tanto scema e rischiare persino di commuovere lo spettatore.

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L’arrivo di Cletus sa tanto di fantasma dei natali passati. Si presenta con il look di un Nazgul e l’andatura claudicante di un lebbroso, è anche coperto di bende e parla come un mago saggio di qualche allucinante programma TV per bambini degli anni 80. Lui va dalla sua famiglia e la sua famiglia è non meno stramba di lui. In effetti Red Christmas sorprende per l’ottima scrittura dei personaggi. C’è la pregnant girl allupata e il prete guardone e onanista, c’è la passionaria che nonostante l’età si ostina a volere un figlio secondo i precetti cristiani e non usufruendo della gravidanza assistita, c’è il ragazzo down in fissa con Shakespeare e un vecchio zio abbastanza passivo, fatto e torvo che è impossibile non volergli bene. Su tutti la regina indiscussa della casa: la matriarca Dee Wallace.

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Autentica scream-mom fin dai tempi in cui poteva anche permettersi il ruolo di finale-girl, la signora Wallace ha difeso la propria famiglia da gente come il piccolo e insopportabile E.T., i Critters, Alligator II, Cujo e se l’è vista brutta anche con i licantropi di Joe Dante e Rob Bottin. Cletus è con lei che ha un conto in sospeso. Lui del resto non vuole vendetta. Non siamo davanti al classico slasher in cui l’assassino arriva e non ha altro in testa se non uccidere e farla pagare a tutti. No, lui vuole soltanto il posto che gli spetta, essere riammesso in famiglia, perché tutti possono sbagliare. Una madre magari decide di abortire e poi se ne pente. Pensate che bello se l’aborto tornasse adulto a casa e offrisse (e chiedesse) un’altra possibilità per tutti.

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Purtroppo per lui mamma Dee non vuole saperne e caccia il povero mostro da casa intimandogli di non tornare più. Gli lancia in testa persino un grosso barattolo di vetro pieno di noccioline (tanto le noccioline che in casa non possono stare perché una delle figlie è allergica). A quel punto però Cletus prima si rifugia nel bosco d’intorno a piangere come una riedizione miniata di Grendel. Poi torna indietro e inizia a uccidere tutti, inarrestabile quanto un Jason Voorhees diretto da James Cameron.
Gli omicidi sono la cosa più surreale che ci sia. Somigliano a quelli del film Killer Clown From Outer Space e in un certo senso Cletus è una specie di finta mammoletta come i pagliacci marziani. Tutti lo dileggiano. Un tipo oltre a insultarlo e percuoterlo finisce per urinargli pure addosso. Quando però lui poi attacca, spolpa, spezza, sventra ed evira alla grandissima, allora non ride più nessuno. Se il bodycount è quasi comico, bisogna che vi prepariate all’altalena straniante degli attori. Talvolta sembra che la loro recitazione sia diretta da Lloyd Kaufman e a un certo punto invece sembra che subentri Wes Anderson. A momenti si ghigna davanti agli scherzi e i bisticci tra figli e quando meno lo si aspetta ecco la tragedia. Allora cazzo, questi fanno sul serio, non si stava ridendo? No, perché se una madre trova il cadavere della figlia, sebbene sia quella adottiva, è sempre una mamma che ha perso una bambina e allora giù, lacrime e urla, con la musica scritta da Helen Grimley a mettere un’enfasi degna di un Padrino. Quindi, non c’è un cazzo da ridere e non solo noi siamo seri, ma nemmeno voi riderete!

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Cletus rifiuta di morire e basta. In fondo ha una tenacia quasi divina, come tutti i serial killer super-dopati degli anni 70/80 e nonostante la signora Dee cerchi di eliminarlo ancora e ancora, lui torna a battere cassa, anzi carezze. La donna non vuole saperne del povero aborto. Ribadisce l’odio e il rifiuto. Ecco che dai e dai viene fuori però una verità ben più cupa sull’affettuosa e indefessa casalinga capace di badare a tutto e tutti. E come per lei, ne vengono fuori un po’ per tutti, di verità imbarazzanti e indecenti. In fondo il Natale è la festa che rende tutti peggiori, almeno per un giorno. Quante scene madri, litigate sanguinarie e scannamenti imbarazzanti ha portato Babbo Natale sotto l’albero! Red Christmas è rosso sangue ma prima che tutto sia sbudellato a dovere, il Natale fa il suo dovere di festa delle verità scomode e delle ipocrisie svelate.
Il film non vuole convincere gli abortisti a cambiare idea. In fondo si tratta di un horror con elementi da comedy dosati benissimo seguendo gli insegnamento della vecchia e grande scuola canadese degli slasher anni 80. Però quando il ragazzo down offre il fucile a sua madre e gli dice di ucciderlo perché in fondo era quello che voleva fare all’inizio, sapendo che sarebbe venuto fuori anormale come Cletus, eccoci davanti a uno spot pro-life di rara efficacia.

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Resta da svelare il misterioso finale; con la scelta di inquadrare solo i piedi di tutte le vittime in un silenzio pesante che riporta alla mente la chiusa di un altro natale, che in quel caso era inghirlandato a nero.

Francesco Ceccamea

Red Christmas

Regia: Craig Anderson

Interpreti: Dee Wallace, Geoff Morrel, David Collins, Sarah Bishop

Durata:82 minuti/Australia 2016

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Slender Man

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Nell’era di internet praticamente tutto lo scibile umano è alla portata di ciascuno. Storia, scienza, filosofia, il sapere è pronto per essere gustato. Assaporato. Amato.
E snobbato.

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Come mai potranno la fisica quantistica, la nascita di una nazione, lo spazio profondo competere con gattini pucciosi, teorie del complotto e video con gente che muove le sedie e poi incolpa il fantasma di nonno Gino? Risposta: non possono. Perché se è vero che il web ha consentito l’accesso a un mondo più vasto e, conseguentemente, a un numero maggiore di teorie, metodi e prove, è altrettanto vero che ha spalancato le porte di nuovi misteri. Il problema, con questi misteri, è che diventano tali anche quando non lo sono affatto. Slenderman, fantomatica creatura rapitrice di bambini, è il prodotto della fantasia di Victor Surge, nome d’arte di Eric Knudsen, creato per un concorso fotografico su Something Awful. Un semplice lavoro di ritocco fece esplodere il mito: creepy pasta, fan art, cortometraggi, web series, film. Tutto nella norma, anche accattivante in termini evocativi, non fosse che, nel 2014, l’evocativo ha leggermente esagerato causando tre casi di tentato omicidio in diverse zone degli States. Le quasi omicide erano tutte ragazzine dai dodici ai quattordici anni e la motivazione era la stessa: è colpa di videogiochi, musica metal e film violenti. No, sto scherzando, in realtà erano ossessionate da Slenderman, ma nella guerra “videogiochi VS mia figlia potrebbe avere dei problemi”, i videogiochi vincono sempre.

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Con tutto questo alle spalle è comprensibile l’interesse che ha portato un nuovo film a esordire nelle sale, nonostante le polemiche nate da uno dei genitori delle ragazze coinvolte nei crimini sopra citati. D’accordo o meno con quello che il signor Bill Weier afferma, cioè che si “spettacolarizzi una vera e propria tragedia” e che ciò sia “qualcosa di assolutamente deprecabile”, a Hollywood se ne sono sbattuti altamente le palle, perché se c’è un’idea che può essere vincente si va dritti alla meta. E Slenderman è un’idea dannatamente vincente: una creatura soprannaturale vestita come un Men in Black, alta, senza volto, con tentacoli neri, poteri occulti e rapitore di bambini. Con una cosa del genere fra le mani quasi non ti serve una trama, la sola atmosfera ti fa vincere facile. Per sbagliare un film con questa premessa dovresti farcirlo di stereotipi, jump scare inefficaci, brutti effetti speciali e ragazzini protagonisti in un mondo senza adulti. Insomma, un teen movie. A nessuno verrebbe in mente un suicidio artistico simile.
Ok, a questo punto è palese che sto per girare la frittata, vero? Lo sapete voi e lo so io, ma non posso fare altro. Posso solo apprezzare il grosso impegno che ci hanno messo per mandare a quel paese un villain interessantissimo, con una vera e propria mitologia nata sul web. Immagino le notti insonni passate da Sylvain White, regista, e David Birke, sceneggiatore, intenti a capire come rovinare un film con buone potenzialità.

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Slenderman è un horror scialbo, privo di qualsivoglia personalità, sorretto da una sceneggiatura scontata quando non pretestuosa e giocato sullo spavento facile che provoca più noia che paura. Il plot di fondo è il solito topos di mille altri film: un gruppo di adolescenti decide di seguire un tutorial su internet ed evocare Slenderman, portando il mostro soprannaturale a irrompere nelle loro vite, sconvolgendole con orrore. Sorvolando sul fatto che possa esistere un tutorial per evocarlo, che lo schema sia reiterato fino alla nausea, che i rapporti fra le protagoniste siano abbozzati, che i personaggi non seguano una logica, che alcuni elementi vengano buttati nel mucchio senza mai essere approfonditi, sorvolando su tutto questo e molto altro, cosa resta? Pianti, urla, cotte adolescenziali, CG di scarsa qualità e un senso di inutilità che, questo sì, fa davvero paura. Birke probabilmente si dimentica come fare il proprio lavoro e costruisce un’impalcatura traballante e superficiale, mancando non solo la valorizzazione dell’antagonista, ma anche una caratterizzazione degna delle protagoniste.

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Le ragazze sono modellate in modo che il target di riferimento del film possa identificarcisi, tuttavia si sono dimenticati la benché minima identità psicologica, sono macchiette, cliché ambulanti che non vedi l’ora finiscano tra le grinfie del mostro. Mostro che non sa nemmeno lui che ci sta a fare lì in giro, che penetra nelle case avvisando le vittime con un video in diretta sullo smartphone. Avete capito bene: suona lo smartphone e arriva un video messaggio, in diretta, dove si vede la soggettiva di qualcuno che entra in casa e si avvicina alla malcapitata di turno. Non ci è dato sapere se Slenderman usa un iPhone oppure si connette al cellulare della vittima in qualche modo bizzarro, ma in qualunque caso il disagio è talmente allo stremo da richiamare a sé tutti gli improperi, gli insulti, le maledizioni creando una bomba atomica di parossismo feroce, in procinto di esplodere con furia vendicativa.

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Cos’è successo? Volevano davvero un PG13? Un bell’horror per famiglie senza violenza, sangue, angoscia, atmosfera, praticamente senza orrore. Slenderman è un quieto e innocuo miscuglio di nulla cosmico, costellato da interpretazioni dimenticabili e da scelte narrative ridicole, quando non imbarazzanti. Se vi stuzzica l’idea di fondo pensateci comunque bene: sicuri di non avere davvero qualcosa di meglio da fare?

Manuel “Ash” Leale

Slender Man

Anno: 2018

Genere: horror

Regia: Sylvain White

Interpreti: Joey King, Julia Goldani Telles, Jaz Sinclair, Annalise Basso, Alex Fitzalan, Taylor Richardson, Javier Botet, Jessica Blank, Michael Reilly Burke, Kevin Chapman, Miguel Nascimento, Eddie Frateschi, Oscar Wahlberg, Danny Beaton, Gabrielle Lorthe

Durata: 93 min.

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Starry Eyes

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Starry Eyes è un film che vorrebbe farci riflettere su quanto la smania di raggiungere il successo possa diventare una sorta di abnegazione religiosa, una specie di delirio sacrale. La protagonista dopo l’ennesimo fallimento, un provino andato male, si pugna, strappa i capelli e vomita insulti non verso il mondo che non vuole permetterle di realizzare il proprio sogno di grande attrice, ma verso se stessa per aver mancato l’occasione ancora una volta. E in tutto questo c’è una specie di martirio a puntate, rifiuto dopo rifiuto, umiliazione dopo umiliazione. Il flagello non è più dedicato a un dio e a un ideale di castità. Ora è versato ai piedi della propria ambizione “che tutti abbiamo ma solo in pochi scelgono davvero di seguire fino in fondo” come spiega uno un diavolo tentatore che vi presenteremo più avanti. Status pubblico che renda mitologica la propria persona e la elevi al di sopra della piccola moltitudine di celebrità da social, ormai alla portata di chiunque.

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Da un suggestivo e credibile ritratto di destabilizzazione mentale, Starry Eyes allarga l’obiettivo su un incubo concreto di perdizione e condanna. È l’incubo che spesso prende il posto del sogno che non vuol realizzarsi, così come è il Diavolo a rispondere alle richieste di aiuto degli uomini e non Dio. E sebbene l’uomo capisca che non è la risposta giusta, è pur sempre una risposta. Un’attenzione che è riuscito finalmente a ottenere da qualcuno che sappia di eterno. La protagonista, Sarah, è talmente bramosa di rendere materia le proprie illusioni e illusione la propria carne, che come Alice, pur di fuggire dalla strettissima dimensione di mediocrità e invidie in cui è imprigionata, si accontenta di masticare l’unico fungo in grado di aiutarla a evadere; pazienza se si tratta dell’ammannite falloide.

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Il Cinema è pronto ad accogliere la sua tossicità, le sue crisi. Registi, produttori, addetti al casting, vogliono vederla urlare in terra come una posseduta, vogliono guardarla mentre si strappa i capelli e li lascia cadere ai piedi del mostro divino che la povera ragazza ha creato al posto di un Dio morto da troppo per ricevere ancora la fustigazione fisica come tributo di fedeltà. L’impero dei sogni chiede una dedizione sacrificale monastica: il sangue, il tessuto lacerato diventa una fessura da cui liberare la crisalide via dal bozzolo, materia per altra materia, illusione per altra illusione.
È così doloroso vedere una ragazza denutrita, costretta a inventarsi acconciature sempre più fantasiose per coprire le chiazze lasciate dai capelli strappati, è tangibile il nervosismo logorante, anoressico, la stressante fatica di tenere insieme un’illusione di bellezza che non basta mai per giungere a destinazione. Loro dicono a Sarah di essere semplicemente se stessa ma è esattamente il contrario che vogliono. Desiderano che odi se stessa, così da tormentarsi e infliggersi sempre nuove pene distruttive. In un certo senso nel provino andato bene, quando cade in terra lasciando fluire per la prima volta su richiesta le sue intime crisi consumate nel buio di un cesso o nella cameretta tappezzata di volti cinematografici femminili, si pensa più a L’Esorcista che a una prova istrionica alla All That Jazz.

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Viene in mente Suspiria e il suo epigono più riuscito: Masks, grande horror del tedesco Andreas Marschall, uscito nel 2011. Anche qui la protagonista è pronta a tutto pur di farsi accettare da una piccola élite artistica, superando una selezione crudele e spietata a ogni costo. E alla fine il successo offre diritto al godimento di un sortilegio che trasforma Sarah in una specie di strega putrida e pronta a trucidare vite in cambio dell’eternità. Streghe con un coltello, come la madre che tutti sentiamo nell’angolo più remoto del nostro cuore. E anche l’ingresso dello studio di produzione, dove spesso si ritrova a sospirare la protagonista stessa, rimanda allo stile liberty della scuola di danza di Friburgo.
Il produttore, interpretato da Louis Dezseran, ha lo stesso sorriso feroce e allucinato di Alida Valli. E non si fatica a vedere nel pallido e incerto volto di Alex Essoe una versione più provata dai nostri tempi votati all’auto-consumismo industriale, di Jessica Harper. Impossibile non pensare poi ai recenti scandali dell’orco Weinstein della Miramax quando la povera attricetta frustrata rinuncia alla parte pur di non “darla via” al produttore. E alla fine ci offre la risposta più logica e coerente sui perché di chi accetta di scendere così tanto a compromessi pur di realizzare i propri sogni: “se devo lavorare in una panineria per vivere è già vendere l’anima, tanto vale darla per qualcosa che si ama davvero”. E ovviamente Sarah ha solo bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare la decisione più grave della propria vita: offrire il proprio pezzetto di Paradiso piuttosto che sopportare le battute dell’amica invidiosa, gli sguardi compassionevoli dei compagni e l’aria viscida del suo titolare, che le offre una seconda possibilità al lavoro, anche se lei ha mostrato poca riconoscenza e rispetto per un impiego sicuro e con la paga buona, che per Los Angeles significa né più né meno che respirare.

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Peccato per l’eccesso di violenza e sangue. Lo splatter e il gore una volta erano una sfida, un assalto creativo dal sapore politico, oggi sono solo ostentazioni muscolari di facile effetto, per un pubblico ipernutrito di scene repellenti e al limite della sopportazione. Nel panorama cinematografico indipendente anche il più piatto degli horror mostra le viscere e le teste fracassate ma non c’è più nulla di coraggioso in questo. Ora sarebbe il momento di rinunciare; questo significherebbe avere le palle, ormai.
Starry Eyes non avrebbe bisogno di legittimare le suggestioni inquietanti che ci suscita con la bassa macelleria. La trasfigurazione di Sarah poi diventa fin troppo evidente sul piano fisico e ricorda Contracted. Ed è da lì che il film perde quota; anche se i bigattini in un certo senso riconducono ancora una volta a Suspiria.

Francesco Ceccamea

Starry Eyes

Anno: 2014

Genere: horror (colore)

Regia: Kevin Kolsch, Dennis Widmyer Interpreti: Alex Essoe, Amanda Fuller, Noah Segan, Fabianne Therese, Shane Coffey, Natalie Castillo, Pat Healy, Nick Simmons, Maria Olsen, Marc Senter, Louis Dezseran, Danny Minnick, Spencer Baik, Denis Bolotski, Marcus Bradford

Durata: 98 min.

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