Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

In evidenza

Tag

, , , , , , ,

E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, a Paola Petrella, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su a.lanza@email.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Raging Fury (Hell High) – Furia incontrollata

Tag

, , , , , ,

Trama (dalla vhs):

Dopo un fin troppo acceso scontro con Miss Storm, sua insegnante di biologia, Dickens decide di vendicarsi con la complicità dei suoi amici. L’appuntamento è per la notte, ma la notte ha in serbo per loro delle sorprese.

Che belle che erano le vhs! Non per la qualità del supporto magnetico, ma per il catalogo infinito che ti permetteva di scegliere se noleggiare l’ultimo blockbuster o il film più miserabile. Una cosa che  il mercato dvd non è mai riuscito davvero a fare e ancora, per fortuna o sfortuna di Malastrana, molti titoli editati nel passato sono purtroppo invisibili.

1

Le videoteche erano templi coloratissimi, caotici, pieni di ogni genere di film, dagli horror più assurdi ai pornazzi di D’Amato. E c’erano questi raccoglitori di copertine, perchè lo spazio era poco e le vhs non andavano al macero, dove riposavano i film più vecchi che non venivano esposti, gli orrori della Avo o i deliri della Eureka film.

Ecco che un luogo di passaggio diventava quasi una Bisanzio della scienza, con i videotecari che non capivano un cazzo di cinema, ma a te, ragazzino, riuscivano a rifilarti pure un barboso thriller con Liam Neeson in bianco e nero spacciandotelo per un giallo sulla scia di Dario Argento.

Un film palesemente alla "Dario Argento"

Un film palesemente alla “Dario Argento”

Nel mio passato di archeologo delle nefandezze più assurde, la mia arca dell’alleanza, il mio sancho, il mio El Dorado era la videoteca Da Franco di Ponte Tresa con quasi 10 mila titoli in esposizione e ogni domenica ero lì pronto al noleggio. Ecco che in quel caso la scelta del film diventava una ricerca verso non il bello, ma il non visto, e il fatto che esistevano questi faldoni raccoglitori dava uno spessore culturale al tutto. Si perchè l’approccio era da biblioteca, leggevi la trama, toccavi con mano il prodotto e ti immaginavi come poteva essere il film che avresti visto.
Era il sesso telefonico della generazione vhs, l’immaginare l’oggetto del desiderio senza vederlo, e restare, molte volte, come ogni incontro al buio, deluso.
D’altronde il detto “la realtà supera la fantasia” è una stronzata.

Raging fury è stato uno di quei film che mai ho noleggiato.
Magari affittavo un tre o quattromila volte uno Zombi 3, ma mai che mi venisse voglia di prendere un Raging Fury.
Il problema era l‘Eureka video che, tra un assurdo Evil in the woods o un terribile Gli invincibili fratelli Maciste, sapeva essere il peggio del peggio del mercato, grazie anche a queste vhs dalla qualità video penosa.
Raging fury però aveva però una bella copertina con questa donna urlante che sembrava sputata dall’inferno e una mano fatta di radici d’albero a tenere stretta una casa.
Eravamo visivamente nel plagio più totale di Evil dead, ma ad impatto visivo era francamente una bella locandina.
Eppure a quattordici anni fiutavo già l’odore di stronzatona.

A chi dici, stronzatona?

A chi dici “stronzatona”?

Raging fury lo vidi tempo dopo, su Odeon tv, col titolo Furia incontrollata, credo nel ciclo I bruttissimi e mi sembrò davvero di un brutto totale. Nessun mostro, uno slasherino blando e noiosetto. Peccato.

A rivederlo ora dopo tanto tempo Raging fury è rimasto sì brutto, ma ha acquistato anche una certa bellezza sotterranea, quello che l’occhio di un ragazzino non può vedere.

Diciamo che per tre quarti non succede quasi nulla nel film, scherzi, battute alla Porky’s, tante tette, massaggiate, mostrate, sognate dietro le finestre come in un erotico di Sergio Martino, ma, alla fin dei conti, del sangue, del budello e della tensione, quello che ogni buon horror/slasher dovrebbe vantare, nulla o poco più. Come dei preliminari fantastici finiti in un’eiaculazione di tre secondi.

hell-high-couple

Le parti horror sono condensate in due tronconi del film.
1 – nel brutto incipit dove una bambina arrabbiata, vestita come una cretina, butta in faccia del fango a due bikers, una ragazza e il suo fidanzato, rei di avere staccato la testa ad una bambola, e causando la loro morte. I due cadono su degli spuntoni di ferro vomitando sangue mentre la bambina corre lontano dopo un’espressione comica che dovrebbe essere di terrore.
2- nel finale, dove a 58 minuti dall’inizio (il film ne dura 85 minuti scarsi) la professoressa di sveglia e decide di farsi giustizia con sassi, matite e coltelli.

hell-high-1986-impaled-victim

Siamo davanti, oltretutto, ad un rape & vengeance senza lo stupro, con solo la vendetta. Anche perchè è vero che il gruppo composto da Dickens e i suoi tre sfigatissimi amici penetra nella casa della povera professoressa, la terrorizza a morte, e gioca con lei sessualmente ma non arriva mai al dunque. Quindi anche la vendetta successiva è un colpo di genio della sceneggiatura perchè assolutamente esagerata al danno.
Non siamo davanti alla violenza animale perpetrata ai danni della Jennifer di I spit on your graves, no qui siamo davanti a quattro deficienti che, per passare la serata, hanno deciso di rompere le palle ad una professoressa, e per questo vengono trucidati.
Si finisce per respirare un’aria ambigua, quasi fastidiosa, perché è difficile parteggiare per queste specie di primati umani ma anche per la povera professoressa che, fin da piccola, non ha mai peccato di eccessiva simpatia.

hellhigh34bs

La sceneggiatura di Leo Evans e dello stesso regista Douglas Grossman non pecca molto di originalità e trasuda demenzialità da ogni poro, soprattutto nel proporre idee da parodia in maniera seriosa.
Le carriere dei due d’altronde non hanno dato altro oltre a Raging Fury, solo Grossman ha avuto un momento di tarda celebrità nerd per aver scritto un filmaccio con qualche idea come Zattere, pupe, porcelloni e gommoni di Robert Butler.
D’altronde come restare seri davanti a dei veri imbecilli che pensano che sia più importante rubare una maglietta di un compagno antipatico per incolparlo di un suicidio/omidicio (in che modo poi visto che il suddetto ha passato la serata con amici in un luogo pubblico???), che preoccuparsi di cancellare le prove, occultare il cadavere e darsela a gambe levate. Invece questi fenomeni della sceneggiatura se ne stanno tranquilli, cercano di pulire sì le loro tracce ma solo per lasciarne di nuove, dormono nella casa del misfatto o piagnucolano frasi cretine. Il ciccione della compagnia dei debosciati d’altronde è un personaggio quasi da commedia dell’arte, presente in centinaia di film americani anni 80, molesto, antipatico, capace solo di mangiare o di lamentarsi imbellamente davanti al pericolo. Forse dovrebbe fare ridere, ma regala agli spettatori solo insofferenza.

Dicesi molesto e fastidioso

Dicesi molesto e fastidioso

Ma parliamo dei quattro antieroi della pellicola.
Il ciccione, ovvero Smiler, è stato già presentato, ma mancano all’appello Dickens ovvero il capo banda, John John, un ex giocatore di football accusato di vigliaccheria dai compagni, e Queenie, la bella della combriccola, dalla natura bicuriosa un po’ perversa.

Difficile che Douglas Grossman abbia visto L’ultimo treno della notte di Aldo Lado, ma il personaggio di Queenie, interpretato dalla bella Millie Prezioso, ricorda a tratti la Macha Méril del rape and vengeance italiano, soprattutto per come, ad un certo punto, cerca di spingere il pedale sullo stupro della professoressa, prendendo lei le redini del gioco. E’ solo un abbozzo della sceneggiatura comunque che cambia repentinamente registro e, come molte volte accade, i rimandi sono solo nella nostra testa di cinefili malati. Curioso però come in un film di basso profilo, girato si racconta in 18 giorni soltanto, per mostrare un nudo della Prezioso ci si sia rivolti ad una controfigura. Più plausibile quando lo si fa con Maureen Mooney, la carnefice/vittima professoressa Brooke Storm, al momento delle riprese con l’inizio di un pancione da mamma futura. Cosa abbia spinto la Mooney, attricetta di fama passata da soap opera, a ritrovarsi in uno slasher senza futuro fa parte comunque dei grandi misteri del mondo.

hell-high-teacher-strips

Per il resto i due personaggi maschili di questa specie di Arancia meccanica dei miserabili sono ancora più incolori del ciccione Smiler. Christopher Stryker si limita a rivestire con apatia il ruolo di un personaggio sulla carta fortissimo, amorale, psicologicamente deviato, che arriva a minacciare con un coltello un giocatore di football infortunato. Peccato che la sceneggiatura non gli dia lo spazio maggiore di una macchietta rendendo il carattere abbozzato solo ambiguo ma anche superficiale, ricordando senza volerlo i personaggi ellisiani di American Psycho e Meno di zero. Christopher Cousin, uno che avrà una certa visibilità con la serie Breaking Bad interpretando l’amante di Skyler White, è l’attore migliore del lotto, anche perché la sceneggiatura da’ più spazio al suo personaggio, il più tormentato del gruppo. E’ in alcuni momenti che il film sembra vertere in una dimensione più profonda, soprattutto quando si concentra sulla noia di una città di provincia americana, con questi ragazzi senza futuro che si trovano a parlare di fianco ai binari di una ferrovia. Così in alcuni momenti, quando Christopher Cousin si confessa alla appena conosciuta Queenie, regalando alcuni dialoghi meno imbecilli del solito, con la musica incalzante azzeccata, che ci credi quasi di stare davanti ad un film che crescerà davvero in qualcosa di buono. Purtroppo poi rientra sul set Douglas Grossman dopo la pausa pranzo, da’ uno schiaffo all’aiuto regista, neanche fossimo in Boris, e dopo la domanda “Cazzo fai, imbecille?”, urla a Millie Prezioso “Su cara ora mostra le tette”. E la magia finisce.

Magia delle tette!

Magia delle tette!

Eppure, sia dato a Cesare quel che è di Cesare, Raging fury non è diretto male, è diretto in maniera distratta che è una cosa diversa. In alcune scene, come quella lunghissima della palude, riesce a trasmettere un po’ di ansia, ma purtroppo è proprio la sceneggiatura ad essere troppo sciatta e uccidere in momenti buoni. Peccato. D’altronde stiamo parlando di un film che cerca di essere la variante slasher di Carrie e cambia il sangue di maiale in fango, mette in scena comunque una perdente con smanie omicida e fa finire il tutto come nel film di De Palma tratto da King. Senza purtroppo essere neanche l’ombra di King o De Palma, s’intende. Anche se in campo slasher cerca di essere a volte dissacrante, magari non riuscendoci, ma avendo il coraggio di ribaltare il genere facendo indossare delle maschere orribili e spaventose non all’assassina effettiva, ma alle sue vittime.

14vib6t

Il reparto effetti speciali purtroppo è disastroso, con scene di morte davvero maldestre, una su tutte la testa di Queenie schiacciata con un sasso, una cosa che non riesci a vedere da tanto male è fatta, ti lascia addosso il disagio tipico dell’amatorialità, una cosa imperdonabile al cinema. Si sprecano anche idee come quella della vivisezione del capo banda da parte della folle professoressa, forse perché non c’erano soldi per gli squartamenti in bella vista.

La vhs Eureka da’ il colpo di grazia con una stessa doppiatrice a rivestire ben tre personaggi (!!!!!) e un adattamento scandaloso dall’inglese. Per farvi capire ad un certo punto arriva Smiler da Dickens urlandogli “John John non c’è! E’ caduto in azione”. Caduto in azione??? Ehhhhhhhh?????

vlcsnap-2015-04-13-22h45m40s109

A suo modo comunque Raging Fury è una pellicola maledetta: bloccato per via della morte di Christopher Stryker per AIDS, fu distribuito solo nel 1989, tre anni dopo la fine delle riprese, senza fare un minimo di successo. Un film strambo, orribile, girato in tre licei diversi senza avere nessuna autorizzazione, è l’emblema di un cinema miserabile con punte di sublime, una perla avvizzita di un cinema che non esiste più, quello che poteva essere serie C divertente e incredibile, uno spettacolo medio da drive in fruito in vhs. Senza vhs però si è perso questo gusto ancient, il dvd e la sua perfezione hanno spostato la lancetta verso un cinema di belli e di brutti, dove la via di mezzo non esiste (quasi) più e anche il divertimento nerd è diventato solo acredine hipster che infesta blog, siti e riviste. Hasta la vista alla videoteca Da Franco e alla giovinezza che nessuno ci ridarà più. Nevermore.

Andrea Lanza

Raging fury

Anno: 1986 (distribuito nel 1989)

Regia: Douglas Grossman

Interpreti: Christopher Stryker, Maureen Mooney, Christopher Cousins, Millie Prezioso, Jason Brill

Durata: 84 min.

Dvd: Storm video

q01u Raging_Fury-963240-full raging_fury hellhigh4 raging20

Detective Stone

Tag

, , ,

Difficile, se non addirittura ingrato, è il compito di recensire un film come Detective Stone. Questo perché spesso il ricordo che si ha di un opera è interamente figlio dell’epoca e dell’età in cui la si vede per la prima volta. Split Second, titolo originale della pellicola di Tony Maylam, è del 1992 e rivederlo oggi ha un certo sentore di masochismo. Non tanto per la trama a tratti sconclusionata, quanto invece per i palesi difetti, già all’epoca evidenti come il sole, che la giovane età desiderosa di azione serrata e violenta aveva prontamente e inconsciamente snobbato.

Detective-Stone-Split-Second-streaming-di-Tony-Maylam-e-Ian-Sharp-con-Rutger-Hauer-Kim-Cattrall-Alastair-Duncan-Michael-J.-Pollard-Alun-Armstrong-Pete-Postlethwaite-Ian-Dury-1

Il sottobosco di produzioni action era florido in quegli anni, ma questo portava inevitabilmente una conseguente marea di prodotti perlopiù indecenti. E se per caso ci fossero dubbi riguardo la veridicità di questa affermazione, basti pensare all’Undefeatable di Godfrey Ho, datato 1993, una pellicola la cui visione causa voglia irrefrenabile di farsi una doccia. Dopo certo cinema ci si sente sporchi dentro.

Detective Stone è il tentativo di creare un connubio tra Arma Letale e Predator senza avere un soldo per farlo realmente, un frastornante mix di cliché a buon mercato con una sceneggiatura scritta probabilmente sotto acidi. Eppure non è mai caduto nel dimenticatoio, un barlume qualsiasi della sua visione resta impresso nella memoria e chiunque l’abbia visto ne conserva un ricordo. Magari nascosto, magari sepolto, ma citate Stone e una lampadina si accenderà, illuminando l’angolo buio della mente dove si annidano quelle cose che entrano senza chiedere il permesso e da lì non se ne vanno più. D’altronde, un film così come potrebbe cadere nell’oblio? Violenza senza alcuna pietà, splatter come non esistesse un domani, armi a profusione, esoterismo spiccio, le tette di Kim Cattral e, soprattutto, un Rutger Hauer che prima ti appende al muro e dopo ti chiede cosa c’è che non va. Impossibile non diventare un cult, nonostante i difetti e i limiti, che lasciano sempre sul filo del rasoio il gradimento dello spettatore. Gary Scott Thompson, che sarà sceneggiatore del primo capitolo di Fast and Furious, si perde però nella sua stessa immaginazione, dando vita ad una trama contorta, fatta di momenti in cui non è ben chiaro se è la storia ad essersi arenata nelle secche della fantasia di David Lynch o è il nostro cervello che si è preso una vacanza a base di crack. In questo caso la linearità, con le premesse espresse poco sopra, avrebbe indubbiamente giovato, considerando anche il fatto che la regia di Tony Maylam è quanto di più anonimo si possa vedere. Non c’è autorialità, non ci sono spunti personali, tutto è asettico, neanche il regista si fosse preso una pausa caffè lunga tutte le riprese. Ma forse è proprio questo il marchio di fabbrica di Maylam, da The Riddle of the Sands a The Burning e Phoenix Blue, la mediocrità, e dire di più è come sparare sulla croce rossa armati di atomica. Sinceramente sarebbe stato meglio se un film del genere fosse finito tra le mani di un regista differente, uno come Albert Pyun, il cui stile viene pure in qualche modo richiamato alla mente dall’ambientazione e dalla storia.

vlcsnap-2013-03-17-21h18m21s133

Storia che non si allontana dalle dinamiche di un qualsiasi buddy cop movie, condita però di incredibili colpi di scena esoterici e fantascientifici, cose che neanche Fox Mulder infarcito di cocaina si sarebbe immaginato. Tra un buco di trama e l’altro, il plot racconta infatti di Harley Stone, poliziotto grezzo e duro, sull’orlo di una crisi di nervi a causa di un misterioso serial killer che, tra le altre vittime, ha ucciso anche il suo amico e collega. A Stone viene affidato un nuovo compagno, il preciso e intellettuale Durkin, e insieme scoprono la natura mostruosa del killer, il suo legame con l’esoterismo e il sanguigno collegamento con lo stesso Stone.

Il personaggio di Hauer è stereotipato come molti degli eroi della precedente decade, ma ciononostante tiene il passo, si distingue in modo personale e grazie all’interpretazione dell’attore olandese non sfigura, anzi, diventa un buon badass. Con lui gli altri personaggi, seppure abbozzati e senza troppi fronzoli, fanno il loro lavoro, muovendosi in una Londra del futuro costantemente allagata, scenario che incredibilmente risulta povero e accattivante allo stesso tempo.

Detective-Stone-Split-Second-streaming-di-Tony-Maylam-e-Ian-Sharp-con-Rutger-Hauer-Kim-Cattrall-Alastair-Duncan-Michael-J.-Pollard-Alun-Armstrong-Pete-Postlethwaite-Ian-Dury-monster

Detective Stone è il contorto incubo di chi ha tante, confuse idee, e contemporaneamente pochi mezzi per metterle in pratica, creando così un film senza infamia né lode. Una delle tante pellicole che per molti restano nella Terra di Mezzo delle occasioni sprecate. Una cosa giusta solo in parte, perché se è vero che Stone non sarà mai all’altezza di Arma non Convenzionale o delle pellicole a cui in parte sembra ispirarsi, è altrettanto vero che resta un cult, forse proprio per il suo essere B-movie e, di conseguenza, per il suo essere imperfetto.

Manuel “Ash” Leale

Detective Stone

Regia: Tony Maylam

Interpreti: Rutger Hauer, Kim Cattrall, Neil Duncan, Michael J. Pollard, Alun Armstrong.

Titolo originale Split Second

Durata 85 min. – USA 1991.

detective_stone

La Piramide (The Pyramid)

Tag

, , , , ,


Ci sono aspetti della vita che non vanno sottovalutati, emozioni da cullare e riscoprire per far scudo alle bruttezze di quest’epoca. Sto parlando della tenerezza o, se preferite, di quella pietas, ricordata anche dal maestro Kim Ki- duk nel suo recente capolavoro, che in un senso etico più che moralistico dovrebbe distinguerci dai bruti, dai tagliagole, dai Camiti, dai Barbari, da Geronimo, Godzilla, Il Grinch, Hitler e Boss Hog.

Ed è proprio umana pietà che si prova dopo aver visto un film come questo, senza sarcasmo, senza ironia o doppi sensi. Una pietà compassionevole che nasce dall’overdose recente di portatori di luce in salsa kolossal con cathechesi  pseudo divulgativa annessa dell’Antico Testamento, come il lisergico e avveduto Noah di Aranofsky o il Mosè ruffiano e macho-epic di Ridley Scott. Sarà questo o sarà che il Milan fa cagare e col Diavolo con la febbre intestinale  meglio guardare ad altri lidi più salubri, fatto sta che vedendo Pyramid con tanto di pasta in bianco del campione e portacenere pret- a- porter, ho svuotato l’anima dallo stress per concedermi un’ora e mezza di umana empatia verso questa boiata degna, in altri momenti, di violenta stroncatura. Premessa. Pyramid è un esordio. Si tratta infatti dell’opera prima di Gregory Levasseur, feticcio di Alexandre Aja, suo fido collaboratore in fase di scrittura in Maniac, Alta Tensione, Le Colline Hanno Gli Occhi, Piranha 3D e -2 Livello Del Terrore.

pyramid-man

Qui Aja produce e il buon Gregorio tenta la strada irta e scoscesa della regia sotto l’occhio vigile di mamma Fox, stavolta indulgente come  Babbo Natale innanzi a un paziente ipoglicemico. E’ un esordio, dicevamo e come tutte le prime qualche passaggio a vuoto ci può stare. Qualche. Qui il francese sente una sorta di complesso d’ inferiorità paragonabile a quello di un cinese nella sauna con Rocco e nel mostrare le sue grazie alla Statua della Libertà soffre il contesto extraeuropeo come pochi. Mi spiego: se è pur vero che il pubblico americano vuole un horror più pop corn e meno vin rouge trovo delittuoso adattarsi al contesto produttivo snaturando l’essenza cattiva e zero patinata tipica del cinema horror francese contemporaneo. Qui si lavora più per confusione che per sottrazione mischiando clichè rubati da Goonies, vari Indiana Jones, The Blair Witch Project, Alien, Lo Squalo, Riddick e altri classici dell’animal horror. Se c’è una cosa che non manca quasi mai ai francesi  è il buon gusto nel riproporre il già visto. Evidentemente, come già visto, fuori casa si gioca per lo zero a zero e alla fine si prende l’imbarcata. Peccato.

screen-shot-2014-08-26-at-11-20-15-am-620x400

E l’Egitto? Beh.. la premessa è buona ma non approfondita, ovvero le manifestazioni antimilitariste di piazza Tahrir al Cairo due anni dopo la caduta di Mubarak (e dell’elevazione alle cronache della presunta nipote olgettina)… Poi cliché su cliché a iniziare con il collega e trombamico della protagonista, americano di origine egiziana che ovviamente muore per primo perché entra per primo nella piramide (che poi piramide non è ma è un tetraedro, altra mossa inspiegabile.. perché se non c’entrano gli alieni che motivo c’era di discostarsi dalla storia reale dell’architettura egizia? Mah..). Inciso. Chissà perché nei film di Hollywood a salvarsi sono quasi sempre o le fighe svampite fino a metà film, poi illuminate dall’istinto di sopravvivenza, o i ragazzi un pelo meno pompati dello strafigo- tamarro- arrogante che muore per primo o per secondo al più tardi. Per neri, asiatici, obesi, occhialuti, maghrebini e cessi in genere non c’è speranza per voi ch’entrate. E così è anche stavolta.

20121001_Site_ouarzazate_3389.CR2Il nerd maghrebino perde il robottino prestatogli (!) dalla NASA e decide di entrare a recuperarlo nonostante il bordello al Cairo, l’ordine di evacuazione conseguente e “pericolosissimi” gas solfurei da affrontare rigorosamente con maschera anti gas salvo poi toglierla dopo cinque minuti di film. Ovvio che la figa svampita, il padre archeologo e la classica troupe documentaristica non perdano l’occasione di seguire il furbone e di rimanere intrappolati. E li si parte con la fiera del già visto, soffitti che crollano, caduta massi con frattura, trabocchetti, geroglifici portatori di oscuri presagi e la classica presenza minacciosa. Pausa. Ora, a me sta bene che i mostri siano antichi gatti cannibali e ferocissimi, ma se i fuffi in questione dilaniano e lacerano la carne di Sunni, la ricciola milfona della troupe, magari sarebbe parsa buona creanza sviluppare meglio la scena e sempre magari evitare di riprendere giusto la sequenza dopo il corpo della vittima con poco più di un graffio che a confronto il bambino della Pic Indolor sembra un soldato della Lutwaffe internato in un Gulag siberiano. Vogliamo parlare dei dialoghi da sit com bulgara?O della caratterizzazione dei personaggi rasoterra?

2

O ancora dell’incongruenza fra l’emozione ansiogena della situazione contingente e la recitazione rilassata e paciosa?Meglio di no. Ma la pietas direte voi? Che fine ha fatto la pietas? Sull’onda del ricordo della visione stavo tornando fumantino e solfureo senza accorgermene. Chiedo venia. E allora salviamo qualcosa in questo Pyramid, come il villain originale e simpatico, quell’Anubi che a pronunciare il suo nome in italiano si rischia la scomunica, specie di licantropo ruttante dalle movenze ingessate e innaturali, tipiche della smania da green screen imperante (quanto mi manca Rambaldi) che ha almeno il merito di mettere sul piatto (quello della bilancia per pesare le anime dei morti nello specifico) un po’ di carnazza gore e di brutalità infantile che non guasta mai. Peccato che al posto di mettere terrore con i suoi urli bestiali ricordi più un pastore sudtirolese nell’atto della digestione dello strudel ma pazienza, ricordiamoci la pietas. Pietas anche per la costruzione degli ambienti magari non fedelissima, ma comunque claustrofobica e pietas per i tempi scenici abbastanza giudiziosi. Pietas anche per il finale cattivello, che oramai non è più una novità assoluta ma che fa sempre piacere. Anche i movimenti di macchina non sono terribili soprattutto nella sequenza della fuga a gattoni dai gatti (scusate il gioco di parole). Peccato per la scelta di mescolare presa diretta (e conseguente allusione al mockumentary..ecchepalle..) con un girato classico nell’ennesimo cocktail annacquato fra finto vero e vero finto sperando che vada presto fuori moda e fuori tempo massimo. Pietas esaurita. Buona visione.

Stefano Paiuzza

La piramide

Regia: Gregory Levasseur

Interpreti: James Buckley, Denis O’Hare, Ashley Hinshaw, Christa Nicola, Amir K.

Durata 89 min.

Uscita dichiarata: 18 febbraio 2015

The_Pyramid_(film) the_pyramid_poster_a_p protectedimage anubi due anubi piramyd

Roadracers

Tag

, , , , , , , , ,

Robert Rodriguez è un regista strano.

Amato oppure odiato, il suo cinema sembra volteggiare in un mondo a parte, ora commerciale ora autoriale, senza apparente logica se non quella di un ragazzino che si è ritrovato fra le mani il giocattolo che sognava da una vita. E con questo giocattolo il regista di origini messicane fa quello che gli pare, rovesciando schemi e sorridendo sornione davanti a quelli che lo criticano aspramente, conscio, forse, che nonostante i detrattori lui segue comunque la propria strada. Il suo cinema viaggia contemporaneamente sulle note di Malagueña Salerosa e su quelle di Shoot to Thrill, creando connubi che il più delle volte affascinano per la loro sboccata visionarietà. E qualche volta, invece, provocano uno stentato sorriso di circostanza. Ma d’altronde, la genialità di un’artista passa anche attraverso i suoi passi falsi e le sue cadute di stile.

p269701244-3

Uno stile fatto di spaghetti western, action e horror, tra Sergio Leone, John Carpenter e Lucio Fulci, passando, perché no, da Chaplin, quello di Rodriguez è un modo di fare cinema citazionistico, ma anche assolutamente personale. Così è stato fin dal primo lungometraggio, El Mariachi (1992), girato con 7000 dollari e attori non professionisti, una piccola perla che varcò ben presto i confini messicani, aprendo possibilità fino ad allora nemmeno sperate. Tra queste, nel 1994, un anno prima di Desperado, c’è Roadracers, un film per la TV creato come primo episodio di Rebel Highway, serie di lungometraggi ispirati ai B-Movie da drive-in degli anni cinquanta.

roadracerscapimg3_1334916461

Da non confondersi con l’omonimo film del 1959, Roadracers dipinge un vivido ritratto dell’epoca, neanche troppo romanzato, a differenza di altre pellicole dal diverso target, e lo fa prestando più attenzione ai personaggi che non alla trama, di per sé infatti molto semplice. Il plot racconta di Dude Delaney, ragazzo ribelle che sogna di lasciare la sua città per diventare un musicista rockabilly. Nonostante il sostegno della fidanzata, Donna, una faida con il locale sceriffo fa scivolare il suo futuro in un buco nero, dal quale potrebbe non esserci ritorno.

p298169666-3

Lasciando da parte il fatto che Dude non è un nome, ma una parola colloquiale che oggi indica una persona cool, usata come appellativo o persino in esclamazioni di sorpresa, il protagonista è un personaggio anticonformista, in un periodo dove questa parola significava realmente qualcosa: fumatore incallito, amante della velocità e avvezzo a cacciarsi nei guai con spirito da fuorilegge. Si potrebbe definire un antieroe, non fosse che Dude non solo è un cliché ambulante, ma oltretutto è pure antipatico negli atteggiamenti. Per sua fortuna, peggio di lui c’è la gang rivale, capitanata dal figlio dello sceriffo, un trio di dementi con patologie psicologiche, che nella realtà finirebbero in una trasmissione della De Filippi senza battere ciglio. In questa gara a chi irrita di più, la trama scorre rapida, ricca di violenza, azione e ottima musica rock, da Gene Vincent a Johnny Reno, perfetta co-protagonista, indispensabile per rendere al meglio non solo le scene ma anche l’ambientazione.

roadracerscapimg3_1334916461

Non siamo certo al meglio delle capacità di Robert Rodriguez, dopotutto è il suo secondo lungometraggio, e la sensazione che il brodo sia stato eccessivamente allungato persiste un po’ per tutta la durata. Ciononostante, Roadracers è un B-movie solido, dal ritmo sostenuto e dalle scene ricercate, sicuramente imperfetto, e non si stenta a credere che possa essere considerato noioso e insoddisfacente, ma lontano dalla patinatura e dalla malinconia di film come Grease (1978) e American Graffiti (1973). Riesce a regalare divertenti trovate, in una rudezza generale che sfocia nel finale intenso e senza compromessi. Questo, da solo, lascia intravedere il Rodriguez che sarà, ed è una delle cose migliori in una pellicola energica, di puro divertissement senza troppe pretese. Ben interpretata da un convincente David Arquette, il cui viso da schiaffi è strafottente, duro e a tratti rassegnato, e da una giovane Salma Hayek, la cui bellezza latina emana dolcezza e sensualità a ogni sguardo. E non potrebbe essere altrimenti dalla donna che, due anni più tardi, vestirà i succinti panni di Santanico Pandemonium e che, con una sola scena, diverrà eccitante sogno proibito di erotismo e lussuria. Il biglietto da visita ideale per conquistare i cuori di tanti maschietti dalla forbita manualità.

roadracers-09

L’opera seconda del texano è rimasta sconosciuta ai più per molti anni, sepolta nelle sabbie mobili delle produzioni televisive. La fama ottenuta in seguito dal regista tuttofare ha contribuito solo in parte alla riscoperta della pellicola e infatti, ancora oggi, qualcuno si sorprende nel conoscere la sua esistenza, nonostante l’alone cult che il film ha guadagnato. Roadracers, però, è puro Rodriguez in ogni sua parte, dall’azione violenta a quella divertente, nella grande musica e nelle scelte obbligate da un low-budget che pochi sanno sfruttare meglio. Persino nei clichè, spogliati di negatività dal Grindhouse Style che ormai è marchio di fabbrica. Forse è il caso di accantonare Sharkboy e Lavagirl, nella sua filmografia Roadracers merita decisamente di più.

Manuel “Ash” Leale

Roadracers

Anno: 1994 (USA)

Regia: Robert Rodriguez

Sceneggiatura: Robert Rodriguez, Tommy Nix

Interpreti: David Arquett, John Hawkes, Salma Haye, Jason Wiles, William Sadler, O’Neal Compton, Christian Klemas, Aaron Vaughn, Tammy Brady Conrad, Mark Lowentha, Karen Landry, Lance LeGault, Tommy Nix, Gina Mari, Boti Bliss

Fotografia Roberto Schaefer

Montaggio: Robert Rodriguez

Musiche: Paul Boll, Johnny Reno

Scenografia:Brian Kasch, Kathleen M. McKernin

Costumi: Susan L. Bertram

Produttore: Lou Arkoff, David Giler, Debra Hill, Willie Kutner

Casa di produzione: Spelling Films International

Durata 95 min, INEDITO IN ITALIA (Prima visione Prima TV Stati Uniti d’America 22 luglio 1994 Rete televisiva Showtime Networks)
(NdR. Roadracers ha in realtà avuto un paio di passaggi televisivi italiani, doppiato, su Raimovie e La7, in orari da nottambuli e in pieno Agosto. Il modo migliore per far notare un film…) 

zVs1G4B8WbkPzEsYWmXies0Hs3U Roadracers_(1994) roadracerscapimg_1334917059 kinopoisk.ru

Barbarians & CO

Tag

, , , , ,

Fra il tempo in cui l’oceano inghiottì l’Atlantide e il sorgere dei figli di Aryas, vi fu un’era aldilà di ogni immaginazione. L’era in cui vissero…i gemelli David e Peter Paul.

Molti, fra quelli che hanno già spento qualche decina di candeline sulla torta, si ricorderanno dei Barbarian Brothers, una coppia di bodybuilders del Connecticut divenuti famosi negli anni ’80 per il loro fisico massiccio e per una manciata di film, la maggior parte commedie. La loro irruente simpatia, e soprattutto la naturale predisposizione ad essere quanto più buzzurri possibile, li rese prede irresistibili della storica e mitica Cannon, casa di produzione americana famosa per film a basso e medio budget. All’epoca gestita dai lungimiranti Menahem Golan e Yoran Globus, la Cannon riusciva a vedere oro dove tanti altri vedevano letame e questo portò non solo alla creazione di perle come Revenge of the Ninja, The Delta Force, American Ninja e Cobra, ma anche alla produzione di un curioso film, un sword and sorcery caratterizzato da comicità dozzinale, muscoli e tanta cafonaggine: The Barbarians & Co.

ti100326_large 

In un mondo fantasy non meglio identificato, la tribù girovaga dei Ragnik percorre in lungo e in largo il regno, unici depositari di un potere che ha regalato loro il dono della felicità. Tra saltimbanchi, nani e giocolieri, ci sono anche due piccoli gemelli, Kutchek e Gore, adottati dalla regina Canari, la custode del potere e guida della tribù. Il loro viaggio prosegue senza limiti o vincoli, fino a quando il malvagio Kadar li attacca, rapendo la regina e trasformando in schiavi i gemelli. Ma divenuti adulti, la loro rivalsa non si farà attendere.4619470_l3

Raccontare in questo modo Barbarians & Co. potrebbe fuorviare lo spettatore sul reale valore di questa pellicola, se di valore si può parlare, e causare un fraintendimento. Qui c’è solo parvenza di normalità e di già visto, perché in realtà questo film è un grezzo vademecum di barbarica demenza, un potpourri di cialtroneria e, contestualizzato negli anni d’uscita, una perla grossa quanto i bicipiti dei gemelli Paul, nel panorama dei B-Movie. Era il 1987, e nell’anno in cui Bertolucci arriva nelle sale con L’Ultimo Imperatore, la Cannon sfodera la risposta a Conan e all’insuccesso di Yado (Red Sonja), affidando la regia all’italianissimo genio di Ruggero Deodato. Dopotutto erano gli scoppiettanti eighties, e si sa che in quel periodo la specialità cinematografica italiana era replicare film di successo con un budget di molto inferiore. Un’arte, in tutto e per tutto, e guardando la direzione intrapresa dal cinema nostrano negli ultimi anni, un’arte da rimpiangere. Ma questa è un’altra storia.

barbarians5

Deodato viene caricato a bordo a giochi già iniziati, ma si rende subito conto di quali sono i punti di forza che può sfruttare, a partire dal budget statunitense, superiore a quello cui è abituato. Dopo L’Inferno in Diretta (1985) si trova nuovamente a lavorare con Richard Lynch e Michael Berryman, volti noti con esperienza da vendere e con alle spalle film come Scarecrow, The sword and the sorcerer, Qualcuno volò sul nido del cuculo e Le colline hanno gli occhi, ma soprattutto intuisce immediatamente come sfruttare la goliardia di David e Peter Paul, lasciandoli praticamente a briglia sciolta. I gemelli sentono il profumo di libertà e si scatenano come un manipolo di rugbisti ubriachi, mandando a quel paese decenni di Actor’s Studio con una selva di suoni gutturali e rozzezza allo stato brado. Non cercate recitazione nella performance dei due, troverete solo la pura espressione di loro stessi, in una manciata di scene così stupide da essere d’irrinunciabile visione: che stiano trombando l’harem del nemico o abbaiando con una testa di licantropo mozzata in mano, i Barbarians creano un casino assurdo, utilizzando gli stilemi del Genere come pretesto per divertirsi. Persino la presenza di una giovanissima e splendida Eva LaRue, al suo esordio e ancora lontana dalla fama di CSI: Miami, passa quasi in secondo piano. Tutto il resto è un contorno costruito con più qualità di quanto non si direbbe a una prima visione. Una qualità mediocre, certo, non stiamo comunque parlando di una produzione Fox e De Laurentiis con John Milius al timone, ma costumi e scenografie fanno il loro lavoro, creando abbastanza atmosfera da godersi maggiormente la demenza puerile dei gemelli. Peccato solo per qualche creatura eccessivamente posticcia ma, come disse un famoso scribacchino cinquecentesco, sarà così la vostra fantasia a vestire di sfarzo i nostri re, a menarli dall’uno all’altro luogo, saltellando sul tempo, e riducendo a un volger di clessidra gli eventi occorsi lungo diversi anni.

The-Barbarians-mutant

Sospensione dell’incredulità, e per citare Shakespeare parlando di questo film ce ne vuole davvero molta.

Siate grezzi, siate beceri. Barbarians & Co ve lo permette.

Manuel “Ash” Leale

http://www.youtube.com/watch?v=6aV1Sj2AC0Q

 The barbarians & Co.

Anno: 1987

Regia: Ruggero Deodato

Interpreti: Peter Paul, David Paul, Richard Lynch, Eva LaRue, Virginia Bryant, Sheeba Alahani, Michael Berryman, Franco Pistoni, Raffaella Baracchi, Pasquale Bellazecca, Luigi Bellazecca, Wilma Marzilli, Giovanni Cianfriglia, Angelo Ragusa, Nanni Bernini

Durata: 90 min, DVD STORM

barbarians-1987-poster

L’invasione zombie secondo l’Asylum: Z nation

Tag

, , , , , , ,

image

Diciamocelo chiaramente: l’Asylum non è che ha mai sfornato chissà quali capolavori. Stiamo parlando d’altronde di una casa cinematografica famosa per i figli mongoloidi dei blockbuster. Una cosa che può piacere a Fin il benzinaio del Texas che sputa cicche di sigaretta, ride sparando ai cartelli stradali e sogna le tette di Mary Lou Parker mentre si inchiappetta il suo chihuahua. L’Asylum piace ai senza Dio, alle meretrici di Babilonia, a Cicchetto e Tiramolla, ai due fan di Gordon Link, a quelli che cazzo il Corvo 2 l’ha girato il regista dei Cure, ma non a chi ama un cinema con almeno uno stile che faccia la differenza. Certo perchè mai uno dovrebbe sbavare per l’uscita di Atlantic Rim, con un’ora di chiacchiere e poco altro, quando può vedersi comodo comodo un Pacific Rim pieno di mazzate, di mostri ben fatti e stronzatone da fumettaccio stracazzuto alla Ishirō Honda? Per nessun motivo perché Transmorpher non vale Transformer, pure nella sua totale imbecillità, perché I am Omega non è I am a legend anche se il titolo è simile, perché lo Sherlock Holmes dell’Asylum è divertente i primi dieci minuti, ma non è cinema nè mai lo sarà, è la scoreggia di un mediocre che copia i grandi, qualunque essi siano. D’altronde ci sarà un motivo perché al Louvre non spicca una bellissima copia della Monna Lisa con lo sfondo di un cielo azzurrissimo ma quella di Leonardo? E non scomodiamo i nostri Bruno Mattei, Aristide Massaccesi o Claudio Fragasso perché è vero che la loro filmografia è piena zeppa di imitazioni basse, da John Milius a James Cameron da John McTiernan a George A. Romero, ma un conto è copiare senza estro, un conto è rielaborare la materia in una forma inaspettata, anche nel plagio, seguendo la regola del lepre fulciano che fa capolino quando pensi di avere visto tutto. Eppure un segnale di cambiamento si è percepito anche in territorio Asylum: Sharknado, Zombie night di Joel Gullagher e Hansel & Gretel sono stati il primo passo per raggiungere la decenza cinematografica in una selva di orrori brutti da fare spavento. Sempre filmacci si intende, ma nella media di un prodotto di cassetta, una cosa che sembra una manna dal cielo visto i precedenti. Certo i Bikini Spring breakers alla faccia di Harmony Korine vengono (e saranno sempre) sfornati, ma le rivoluzioni si cominciano sempre con un piccolo, flebile movimento.

Znation_bat

Z nation è la risposta Asylum a Walking dead di Robert Kirkman, il serial zombie più visto di sempre, e come risposta/fotocopia ne ricalca lo schema on the road e gran parte dei personaggi. Solo che stavolta accade l’imprevisto, il guizzo da guappo, quello che doveva essere un disastro diventa un piccolo miracolo. Sia chiaro: Z nation non vale neppure l’unghia di Walking dead, ma a suo modo è comunque un capolavoro, un prodotto così ferocemente oltre gli schemi da trasformare la cretineria in genio. In 13 episodi si assiste a talmente tante cose, situazioni, idee che diventa difficile soffermarsi sulla stronzata, che comunque esiste, ma ci si lascia coccolare dalla sostanza, da quello che Z nation alla fine è, fantasia al potere, anarchica, molesta fantasia. Ecco stavamo parlando di rivoluzione e Z nation è la cosa che si avvicina più ad essa, dove la dignità di essere un prodotto fruibile al grande pubblico diventa realtà. Ecco che nasce inaspettato lo stimolo per l’iperbole, l’esagerazione, con quel gusto molto pulp dello scazzo rielaborato che manca ai prodotti deviati e derivati. Ecco se Walking dead è un ristorante stellato, Z nation è la trattoria di Trastevere dove il vino scorre sempre e comunque e sai che alla fine ti alzerai sazio, cambiano i modi ma la sostanza è la stessa, la soddisfazione. E’ alla fine un problema di scelta, di essere schizzinosi, di eiaculare o sborrare, di romanticismo o sesso selvaggio: volete zombi li avrete, volete una bella sceneggiatura siete sulla strada sbagliata, ma anche qui il tiro viene aggiustato dalla follia e dalle invenzioni inaspettate.

Z_nation_63271

Prendiamo per esempio il sesto episodio “Resurrection Z” dove nel finale muore un personaggio fino ad allora cardine, un po’ l’equivalente del Rick Granes di Walking dead. Impossibile, o per lo meno improbabile, che la Fox attui la stessa scelta nel suo serial zombesco salvo poi trovarsi davanti agli studi kamikazen di fan in delirio omicida. Eppure in Z nation quest’idea della precarietà del ruolo da protagonista diventa un’arma vincente, già attuata nel pilot dove l’antipaticissimo Harold Perrineau di Lost e Oz, uno dei due o tre volti noti al grande pubblico del serial, muore prima del finale. Ecco che la serie B o C o Z annienta le certezze del mainstream e non lascia addito alla prevedibilità che il nome di, che so, Brad Pitt in Z world ti rassicura, perché lo sanno pure i sassi, le star non muoiono nelle produzioni importanti. Certo poi esistono eccezioni come il Ben Affleck di Smocking Aces, ma sono appunto eccezioni.

37

In Z nation gli attori sono brutti, cagnacci e non spiccano per simpatia, sono l’equivalente umano delle comparse zombi, un po’ meno truccati ma la linea recitativa è sempre di grugniti e di approccio fisico. Le ragazze che dovrebbero essere le fighe della produzione hanno le imperfezioni da video gonzo porno, con il culone da mangia hamburger, il corrispettivo della tua vicina di casa se scoppiasse davvero l’apocalisse ZOMBI. In questo il pubblico si trova trasportato in un contesto, almeno attoriale, da reality, annullando tutta l’artificiosità da fiction, con i corpi scolpiti dalla palestra e le frasi più belle e ad effetto. Qui vige invece la scorrettezza, i cannoni fumati in faccia agli zombi, i dialoghi che pronunceresti anche tu davanti ad un mangiacarne incazzato e quest’atmosfera incredibile da torture porn bulgaro. Sarà la fotografia smarmellata, saranno le ambientazioni da Sarajevo post atomica, ma ogni puntata di Z nation ti fa respirare una sensazione di morte e distruzione incredibile, di fame e miseria quasi da combact film, un po’ come succedeva per il nostro sfortunato e abominevole Zombi 3.

ztbtoo

Ma Z nation non è solo follia e scazzo, anche se alcune invenzioni come gli zombi radioattivi sono davvero oltre l’umana concezione, ma anche il tentativo di portare temi alti in una produzione bassa. Se bisogna fare uno sforzo biblico per non spegnere la tv fino a Home Sweet Zombie dove il classico plot Asylum di tornadi e squali diventa l’assurda variante zombi e tornadi, già a partire dall’episodio 6, Resurrection Z, il prevedibile diventa inaspettato e giù di sette suicide, di sparatorie western, di mandrie di zombi che si comportano come nel giochino per IPHONE Zombie tsunami, mangiando ogni cosa gli si pari davanti, in un cammino di devastazione dalle connotazioni surreali. Ecco Z nation dal sesto episodio è un crescendo di WOW e applausi, di popcorn sgranocchiati e rutti liberi, ti riporta più di una madeleine proustiana agli anni della tua infanzia quando anche Zombi horror di Andrea Bianchi era genio. Poi arrivano quei due episodi che ti lasciano spaziato, Zunami e Die Zombie Die… Again, dove il gruppo viene lasciato in disparte e ci si focalizza solo su tre personaggi. In questi due frammenti si parla del tempo, dei paradossi, dell’ineluttabilità del destino, la trama arriva a toccare corde di sensibilità inaspettata quando arriva a concentrarsi sull’umano più che sul superficiale. Certo la struttura è da episodio di Star Trek, soprattutto in Zunami, ma si denota un tentativo apprezzabile di non essere solo un prodotto fotocopia.

z-nation2-keith-allan

E poi naturalmente c’è Murphy. Si perchè è vero che Walking dead è Rick, DarylMichonne, e non basta mettere ad una ragazza di colore una spada per rapire il cuore dei fan, ma Z nation ha Murphy che è uno dei personaggi più belli degli ultimi anni. Murphy è il paperino dei fumetti, il pusillanime che non vorremmo mai essere, ma è anche una vittima degli eventi. Si trova suo malgrado coinvolto nel ruolo di salvatore del genere umano, è stato morso dagli zombi ma grazie ad un vaccino non si è tramutato, quindi nel suo sangue ha la cura. Il serial lo segue mentre il suo carattere si evolve, mentre assistiamo ad una trasormazione anche fisica che gli fa mutare pelle, mentre si trova costretto a dover scegliere da che parte stare, i suoi amici improvvisati o i morti viventi che gli assomigliano sempre più. In Welcome to the Fu-Bar morsicherà un umano, in Zunami farà entrare uno zombi in uno stabile a divorare la moglie e la figlioletta, ma salverà più volte i suoi compagni da morte certa. Murphy non è un uomo, è una nuova specie, a metà tra la nostra e quella dei cadaveri, nè buono nè cattivo, solo incazzato come lo saremmo noi se qualcuno ci avesse fatto il regalo di un ruolo che non abbiamo richiesto. Jena Plinsken invocherebbe la fine del mondo: come dargli torto?

znation3

La figura di Murphy, più che l‘Eugene di Walking dead, ricorda molto il Gary Fleck della trilogia letteraria sugli zombi di  David Wellington, anche lì come qui un personaggio che si trova suo malgrado ad essere protagonista di un’evoluzione/rivoluzione dell’epidemia zombi.

Altro punto di merito di Z nation è la presenza come regista (gli episodi migliori sono i suoi) di John Hyams, figlio del Peter di Atmosfera Zero e Timecop, e famoso per essere uno dei migliori autori di action testosteronici degli ultimi anni. Hyams è riuscito nell’impresa disperata di dare dignità alla serie degli Universal soldier, diventando il Re Mida del film d’azione del nuovo millennio. Iil suo tocco autoriale in Z nation lo si percepisce prepotentemente: quando gira lui ecco che la serie davvero acquista una dignità inaspettata.

ginger-zombie

Mentre scriviamo la serie è stata confermata per la seconda stagione, ma in Italia resta purtroppo ancora inedita. Noi potremmo dirvi di aspettare che prima o poi la trasmetteranno anche da noi, ma che cazzo, esiste internet, siamo nel nuovo millennio, Z nation è strafiga, che aspettate a scaricarla? Z nation è lì per sorprendervi. A noi è successo.

Andrea Lanza

 

 

Come ti rovino l’Egitto: i seguiti de La mummia di Terence Fisher

Tag

, , , , , , , , , , ,

La mummia di Terence Fisher è senza dubbio uno dei migliori Hammer del periodo d’oro, ma anche uno dei remake più riusciti della storia del cinema, non tanto però La mummia di Karl Freund con Boris Karloff, quanto del suo seguito low budget, The Mummy’s Hand del 1940. Sicuramente più suggestiva per la gotica Hammer doveva essere l’idea di mettere in scena una mummia sanguinaria piuttosto che la reincarnazione vivente e parlante di essa. Comunque remake o meno, La mummia del 1959, per chi scrive, e potete pure lapidarmi, è l’unica Mummia della storia del cinema che riesce ad appassionarmi e scaldarmi con i suoi colori accesissimi, un prodotto che sublima il modello comunque eccellente, un’eccezione che ha soltanto memoria per il cinefilo in La cosa di John Carpenter nel suo scontro con il bianco e nero di Hawks e Nyby.   yvonne furneaux cushing1Certo Peter Cushing con i suoi 46 anni nella parte del giovanotto protagonista era incredibile, ma gli omicidi dall’atmosfera quasi fiabesca, la regia di Terence Fisher, gli occhi della bellissima Yvonne Furneaux quando guardano, badate bene, non urlando ma rapiti la mummia Christopher Lee, sono da scorticarsi le mani dagli applausi. In più La mummia era uno di quei film che ti potevano fare innamorare da bambino quando, nell’Estate di una vita fa, potevi vederlo in prima serata con mamma e papà. Sulla carta questa magia doveva generare per forza magia, magari una magia meno potente, ma sempre uno spettacolo da gustarsi nei seguiti dei seguiti. Ecco, questo teorema mai tanto con La mummia è stato fallace nella storia del cinema. Cioè è vero che di solito il capostipite è il migliore, poi i capitoli a venire sono sempre stanchi, campano di luce riflessa ma non dicono molto di più di quello che già si sapeva prima. Pensiamo all’Ammazzavampiri di Tom Holland e al suo pregevole ma inutile seguito di Tommy Lee Wallace, o ancora ai tanti Venerdì 13 o Non aprite quella porta. Certo per fare un signor numero 2 devi chiamarti James Cameron , oppure arrivare quando una saga è morta per far vedere quanto lungo ce l’hai, un po’ alla Wes Craven, ma sono casi isolati, purtroppo. Così è e così va anche bene, ma una cosa così mediocre come i figli de La mumma si ha solo con cosacce come L’ululato 2 o Cimitero vivente 2, il peggio del peggio con un patrimonio genetico di prim’ordine.

the-mummys-curse-1944In più Il mistero della mummia (1964) e Il sudario della mummia (1967) non sono mica girati da anonimi shooter, ma da registi che hanno nel passato almeno un’opera di tutto riguardo, Michael Carreras e John Gilling. Cominciamo con il primo sequel, appunto quello diretto dal produttore Carreras, che aveva già dimostrato di sapercela fare dietro la macchina da presa con un bellissimo Il maniaco, ma che qui purtroppo risulta stanco e annoiato tanto quanto questo mediocre (quasi) numero 2. Via Chris Lee, via Peter Cushing, sostituiti da anonimi caratteristi da B movie. Certo, sia dato atto, che la protagonista Jeanne Roland è bella assai, ma non regge il confronto con la stupenda Furneaux, così come le sue frivolezze sentimentali sono imparagonabili alla passione, quasi ultraterrena, della precedente eroina per la mummia Kharis. Però Carreras riesce a piazzarli due momenti riusciti, soprattutto nell’omicidio, bellissimo, da una rampa di scale, del cinico impresario Alexander King (Fred Clark), o nel finale inaspettatamente tragico. Peccato che in mezzo ci sia un’ora dove non succede nulla, dei dialoghi deliranti, una sceneggiatura sconnessa e un trucco non proprio esaltante del mostro vivente. Alla fine però quello che salva dal disastro Il mistero della mummia sono dei colori da fumetto pop e un certo ritmo anche nella placida calma.The.Curse.of.The.Mummy's.Tomb.1964.DVDRip.xvid.CG.avi_snapshot_00.31.34_[2011.09.05_21.47.15] Peggio invece si ha con Il sudario della mummia che vantava però delle copertine strafighe con mummie giganti in procinto di stritolare avvenenti biondone. John Gilling era stato un grande, suoi i bellissimi La lunga notte dell’orrore e La morte arriva strisciando (ma non solo), qui però è al minimo sindacale, con una regia che definire disastrosa è un complimento. Mai un guizzo nelle riprese, mai un’inquadratura che abbia il lepre fulciano, quello che fa risaltare il genio nell’immondizia, siamo nella peggiore delle opere mediocri, quelle piatte e senza motivo d’esistere. Si parte con un incipit di agghiacciante pochezza, in un Egitto di cartapesta dove si combatte una guerra tra due o tre comparse, dove i fendenti delle spade sono più finti della già tragica ambientazione.

tumblr_lezadtspTz1qaun7do1_500

Il resto è un intreccio che scimmiotta i precedenti di Fisher e Carreras, ma senza avere nè il genio del primo nè la scioltezza spettacolare del secondo. In più la mummia, il piatto forte della vicenda, indossa una tuta! Cazzo sì, una tuta, non bende, una cosa così incredibile che bisogna vederla per crederci. Cioè il truccatore gli ha fatto dei guanti con le bende, ma il resto è una tuta, anzi sembra di vedere una mummia con dei mutandoni, una mummia con il pannolone! Si vede chiaramente che il budget è sotto le scarpe stavolta, ma Il sudario della mummia è un film che vive momenti di tragica ironia involontaria, di colpi di scena indecenti ed altri che vedono il mostro vivente prendere i panni di un ninja, attaccando le vittime velocemente da dietro un angolo cieco. Difficile salvare qualcosa in questo pasticcio, forse l’omicidio del segretario miope o i momenti con la strega sdentata, ma sarebbe solo una tragica caccia al tesoro in un deserto arido e senza vita. Come il precedente Il mistero della mummia poi, anche questo Il sudario mette in scena il suo villain a mezz’ora dalla fine, cosa imperdonabile in un film che dovrebbe avere proprio nel suo mostro il punto di forza. Per un altro film sul tema, giustamente la Hammer rifletterà per ben 5 anni, e, con il notevole Exorcismus – Cleo, la dea dell’amore, deciderà comunque di non usare nessuna mummia vivente. Così riposò Kharis nei secoli dei secoli senza mai più tornare per colpa di un gruppo di figli sgangherati e coi mutandoni. Peccato.

Andrea Lanza

4SVE1h61Fo3jruz1IGuigHypo1_400

I mutandoni, cazzo!

La bambola di cera

Tag

, , , , , , , , , ,

Quattro uomini vengono barbaramente assassinati da un misterioso omicida il quale, dopo aver compiuto l’assassinio, lascia vicino al corpo una piccola bambola somigliante alla vittima. Il commissario Holloway indaga sugli omicidi.

Non se ne sente parlare poi un gran bene di questo La bambola di cera, sia in rete sia nei vari dizionari del cinema horror o non. Dirige con mano sicura Freddie Francis, un nome che è tramandato ai posteri più come direttore della fotografia che come regista. Eppure, senza nulla togliere ai suoi lavori più tecnici (Dune è da infarto!), come dimenticare horror del calibro de Le cinque chiavi del terrore o Il teschio maledetto?

the-psychopath-movie-poster-1966-1020391421

Certo che il nome del Francis regista non è mai stato associato ad un capolavoro del genere, come potrebbe essere per esempio con Dan Curtis e la sua Ballata macabra o, azzardando, un Michael Carreras con Il maniaco, ma a pellicole di grande mestiere, con il difetto però di mancare di personalità, ed essere confuse con altre analoghe, nel mare magnum delle produzioni Amicus e Hammer anni 60 e 70. Sfortuna vuole poi che Francis abbia diretto uno dei Frankenstein con Cushing meno amato dal pubblico dei fan, La rivolta di Frankenstein, un discreto prodotto invero, nato però già disgraziato nel suo tentativo di classicismo dopo una serie di pellicole fisheriane di grandissima rivoluzione. Così, opera dopo opera, Francis è entrato suo malgrado, nella storia del cinema del terrore, come un onesto mestierante, nè più nè meno di un Alan Gibson o di un Jimmy Sangster regista, colpa di occasioni sbagliate ma anche di non essere riuscito a catturare quel film che fa la differenza, la pellicola di una vita, l’Eldorado per ogni regista di genere, quello che potrebbe essere il Paura nella città dei morti viventi di Fulci o il Society di Brian Yuzna.

psy-4

Questo La bambola di cera, uscito in Italia in una pessima edizione dvd, castrata di tutti quei colori che dovevano rendere il film una meraviglia per gli occhi, è uno dei suoi lavori più interessanti, forse solo inferiore all’altro grande film del regista, Il terrore viene dalla pioggia. Quindi cinema ad altissimo livello, soprattutto in campo thriller, in un periodo, il 1966, dove il giallo argentiano non aveva visto ancora la luce e Mario Bava aveva diretto da pochissimo il suo ferocissimo Sei donne per l’assassino. Francis purtroppo non cala la mano come dovrebbe sulla violenza, elemento che avrebbe reso ancora più preziosa la sua pellicola, ma si limita a mostrarci morti fantasiose è vero, un omicidio con fiamma ossidrica e uno strangolamento in pieno giorno con un cappio, ma velocissime, quasi subliminali. A suo favore però possiamo dire che La bambola di cera è un film che, anche se castrato in sadismo, possiede un’impagabile atmosfera di grande tensione.

the-psychopath-movie-poster-1966-1020391420Robert Bloch, autore della sceneggiatura, rielabora il suo Psycho cercando di confondere le carte in tavola: il tema della tassidermia qui diviene l’hobby di un’anziana signora di costruire bambole così come si gioca, ancora, sul ruolo madre/figlio in maniera non dissimile, alla fine, dal capolavoro hitchcockiano. D’altronde il titolo originale, non per nulla, è Psycopath,e in Italia questo non è passato proprio inosservato visto che per doppiare John Standing si sono affidati a Pino Locchi, già voce di Anthony Perkins per Norman Bates, scelta che, senza spoilerare troppo, ha il suo perchè. Il problema di La bambola di cera è di avere un assassino che riesci a riconoscere appena entra in scena, cosa rimproverabile per un giallo, ed è per questo che la produzione dovette appiccicare un altro finale che ribaltasse un po’ la prevedibilità della soluzione. Per assurdo è proprio il nuovo epilogo ad essere uno dei punti forti della pellicola con passaggi segreti e bambole umane, un passo dal confine con l’horror senza mai varcarne i limiti, deliziosamente terrorizzante e blochiano nella sua follia inaspettata e deflagrante.

the-psychopath-movie-poster-1966-1020391418 Psycopath però vive un vero stato di grazia di regia con invenzioni visive di grande impatto (la casa delle bambole di cera fa il suo effetto nel 2014 come nel 1966), impreziosito anche da una colonna sonora a cura di Elisabeth Lutyens che anticipa i Goblin e l’uso di essi nel cinema thriller. Quindi a suo modo La bambola di cera, vituperato e non amato molto, anticipa il cinema giallo a venire, soprattutto quello italiano di Argento ed emuli. Se il cast, con Patrick Wymark e la bellissima Judy Huxtable su tutti, è eccellente, i dialoghi, ironici ed intelligenti, sono un valore aggiunto per un thriller da riscoprire con gusto. 

Andrea Lanza

La bambola di cera

Titolo originale: The psychopath

Anno: 1967

Regia: Freddie Francis

Interpreti: Patrick Wymark, Margaret Johnston, Alexander Knox, John Standing

Durata: 90 min.

6a00d83451d04569e201a73d9548e3970d-500wi psychopath_1966_poster_02 psychopath psychopath_1966_poster_03 psychopath lc 6a00d83451d04569e201a5118a1ddc970c-500wi 6a00d83451d04569e201a73d9548ee970d psychopath_66_d b70-14313 blogger-image--1672491308 6a00d83451d04569e201a51185ef7a970c-500wi 6a00d83451d04569e2017ee837a649970d-500wi the-psychopath-movie-poster-1966-1020391415 the-psychopath-movie-poster-1966-1020391416 psycho margaret

 

 

L’uomo puma

Tag

, , , , ,

 You’ll believe a man can fly. Crederete che un uomo può volare.

La famosa tag-line, che campeggia potente sulla locandina del Superman di Richard Donner, è stata portavoce di un’incredibile miracolo cinematografico. Il realismo con cui il compianto Christopher Reeve spiccava il volo valse al film un Oscar per i migliori effetti speciali, nel 1979, e tutto il lavoro di Roy Field, Derek Meddings e compagni, negli effetti visivi, restò nella storia del cinema.

Finalmente qualcuno aveva sdoganato i supereroi sul grande schermo, con qualità e dignità mai ottenute in precedenza, tanto da essere apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Come resistere quindi all’onda di tale successo? Di certo non ha resistito Alberto de Martino, regista e sceneggiatore romano, che seguendo la scia del kryptoniano decise di mostrare al mondo che anche l’Italia può dire la sua in fatto di supereroi. Purtroppo però, quando gli italiani fanno gli americani non tutto va per il verso giusto e L’Uomo Puma ne è un esempio fin troppo perfetto.

3552b

Spunto di tutta l’operazione pare essere la famosa e famigerata Teoria degli antichi astronauti, l’ipotesi riguardante il presunto contatto tra civiltà extraterrestri e, tra le altre, civiltà precolombiane, come Maya e Aztechi. Che visitatori di un altro pianeta abbiano passato le ferie natalizie sulla Terra, o che vi abbiano ambientato i loro festini genetici, poco importa, se non per il fatto che De Martino sfrutta l’incipit per dare vita al più improbabile degli eroi. Infatti il protagonista, Tony Farms, è discendente diretto del primo uomo puma, alieno giunto in Sudamerica per copulare e dare vita a una stirpe di esseri superiori votati alla giustizia. Tralasciando l’imbarazzante astronave con la quale questi extraterrestri viaggiano, un incrocio tra la Morte Nera e un lampadario, se tutti i discendenti sono scaltri e intelligenti come il nostro novello superman, si capisce perché il mondo sta ancora uno schifo. Paleontologo amante del jogging, Tony si trova coinvolto, suo malgrado, nella battaglia contro Kobras, criminale senza scrupoli in possesso di un’antica maschera donata agli aztechi dai visitatori alieni. Il manufatto dorato consente di controllare la mente delle persone e l’unico ostacolo all’ascesa inarrestabile di Kobras al potere è, inutile dirlo, l’Uomo Puma. Con l’aiuto di un sacerdote azteco, Vadinho, Tony imparerà ad usare i suoi poteri per sconfiggere il cattivo e salvare il mondo, restituendo la maschera all’isolamento degli altipiani sudamericani.

2244175894_122695c7c1

Purtroppo, il riassunto della trama non è in grado di svelare le trovate geniali che L’Uomo Puma è capace di regalare. Trovate che si snodano tra un tempo morto e l’altro, lungo una storia sicuramente lineare, ma pregna di elementi così scalcagnati che per tutta la durata del film tenerezza e indignazione si alternano senza sosta. E davvero non potrebbe essere altrimenti, visto il supereroe in questione, con la sua incapacità cronica di pensare ad un piano sensato per sistemare la situazione e l’imbarazzante costume da impiegato del mese, con tanto di pantaloni casual e mantellina. Ma soprattutto, con i suoi incredibili poteri, ovviamente derivati dall’animale di cui ostenta il nome. Infatti, Tony può volare, teletrasportarsi attraversando le pareti e fingersi morto per dieci minuti. Esattamente come il puma.

De Martino e sceneggiatori dovevano avere le idee un po’ confuse.

puma

Mal criticato e spesso deriso, The Pumaman, com’è conosciuto negli States, vanta una pochezza visiva e narrativa che riesce nell’impresa di affossare l’unico elemento positivo dell’operazione, quel Donald Pleasence che per l’ennesima volta si trova ad interpretare un cattivo caricaturale e macchiettistico. Nemmeno lui solleva le sorti di un film che fa acqua da tutte le parti, dove è l’aiutante Vadinho a pensare e a fare il lavoro sporco mentre l’eroe di turno, scandalosamente inutile, si becca la gloria e la pomiciata finale con la bella Sydne Rome, doppiata da sé stessa con risultati scioccanti.

Come scioccanti sono gli effetti speciali, che tra voli e teletrasporti lasciano letteralmente a bocca aperta lo spettatore, incapace di credere a ciò che sta guardando: Tony compie traiettorie inumane e impossibili, mentre finge di volare appiccicato allo sfondo in movimento, mandando a quel paese la prospettiva e qualunque parvenza di almeno un minimo sindacale di realismo. Non stupisce che l’inespressivo Walter George Alton, l’Uomo Puma, abbia lasciato il mondo del cinema per dedicarsi alla carriera di avvocato. Con la speranza che in tribunale non abbia bisogno di un Vadinho a risolvere la situazione.

DzlItem931

Siamo nel 1980, anno di Incubo sulla città contaminata, Apocalypse domani e L’Impero colpisce ancora. L’Uomo Puma gioca la sua partita, ma rimane forse troppo, volutamente, puerile, per far presa su di un pubblico ormai smaliziato e abituato ad una rivoluzione inarrestabile in campo visivo. Questo decreta l’insuccesso di un film a suo modo curiosamente divertente, come solo un opera tanto brutta da diventare bella può essere. Ma badate bene di pesare attentamente queste ultime parole, un fraintendimento può essere l’inizio della fine.

Manuel “Ash” Leale

L’uomo puma

Anno: 1980

Regia: Alberto De Martino

Interpreti: Walter George Alton, Donald Pleasence, Sydne Rome, Miguel Angel Fuentes, Silvano Tranquilli, Benito Stefanelli, Guido Lollobrigida

Durata: 90 min.

VHS: MVP

 28518 luomo-puma IMG_13021

Giovani, belle… probabilmente ricche

Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

Non c’è niente di peggio di un film comico che non fa ridere. Giovani, belle… probabilmente ricche ha il triste primato di essere una tra le commedie meno divertenti che io ricordi, soprattutto per il suo accumulo di situazioni patetiche e insistentemente banali. Purtroppo esistono film che ti fanno sentire sporco come dopo uno stupro, macchine cinematografiche inventate forse dal Diavolo, e in questo il film di Tarantini ne è uno degli esponenti più eloquenti. Eppure l’inizio non prometteva male, soprattutto quando la vicenda, raccontata da una voce over femminile, faceva sperare in una commedia brillante sofistica.

b2508239e0ab1afad0b728eb30ed1124

Ok bisogna essere grulli epocali, con i calzoni da monellaccio e la bocca sporca di gelato al cioccolato, per sperare in Billy Wilder davanti ad un film che sfoggia con vanto cabarettisti prestati al cinema e spogliarelli come se non ci fosse un domani. Certo che la carriera di Tarantini è costellata più di tonfi che di balzelli, ma è anche vero che quei buoni film sono buoni davvero, basti pensare al grandissimo Poliziotti violenti con Henry Silva e Antonio Sabato, stilisticamente una vera gioia per gli occhi. Probabilmente il senso dell’umorismo di Tarantini è fermo alla sua fase anale con il dito sporco di cacca e la risata molesta, ma sia dato atto che se, esiste un terribile La moglie in bianco… l’amante al pepe, di contro c’è un caposaldo come La liceale, stupidello quanto si vuole ma godibilissimo anche ai giorni nostri. Giovani, belle… probabilmente ricche fallisce anche sul piano voyeuristico, uno dei punti di forza del genere, una cosa che ti fa smettere di credere in Dio perchè, se sai che la Terra è rotonda, sei anche convinto che una commediaccia deve essere generosa di nudi. Cioè io mi dico: scritturi tre topolone galattiche al pari di Carmen Russo, tette mitologiche, Nadia Cassini, culo epico, e Olinka Hardiman qui Link, una che è stata generosa fino al giorno prima con l’hardcore, e non le spogli nemmeno? Le lasci in mutandine?

gi7

Dico, Tarantini, ma che cazzo fai? In più il film è un continuo accumulo di situazioni cretine che non fanno ridere mai, lasciano sgomentati da quanto sono stupide con l’aggravante della ripetizione, del ridondante, della gang ripetuta perché forse considerata riuscita. E’ il caso del marito di Carla (Carmen Russo), interpretato da Sergio Leonardi, romanissimo ma qui in versione siciliana, protagonista della gag meno ispirata di tutta la pellicola: sul momento di scoprire l’adulterio della moglie casca da una finestra finendo come un Willy il coyote Warner su un camioncino che lo porta lontano. Ecco, questa scena viene riproposta almeno tre volte, non facendo ridere purtroppo mai. Bisogna dire però che Tarantini ha un gusto non comune nel nonsense: i suoi personaggi, un po’ in tutte le commedie, vivono una dimensione quasi da folle cartoon alla Tex Avery, con travestimenti e martellate, soprattutto nel terribile Crema, cioccolata e pa…prika. Peccato che in Tarantini ci sia il guizzo mai esploso, le idee che potrebbero essere geniali ma vengono svilite da una messa in scena da pulciaro, una sagra della mediocrità che è questa sì imponente. A scrivere questa sciocchezza si sono messi in tre: oltre al regista, il grande Tito Carpi, che nella commedia ha dato un capolavoro come Per amare Ofelia, e Francesco Milizia, una penna che ha fatto la storia del genere “chiappa e spada”.Tra gli attori si segnala il mai troppo apprezzato Gianfranco D’Angelo e il Gianni Ciardo di tanti Sergio Martino con Gigi e Andrea anni 80, senza dimenticare il cammeo di due caratteristi straordinari come Franco Diogene e Nello Pazzafini. Sarà poi l’occhio che mi si chiudeva più volte, ma leggo su imdb anche la presenza della mitica Carla Gravina dell’Anticristo, un cameo che non ricordo proprio. Di notevole Giovani, belle… probabilmente ricche ha soprattutto come scenario la bellissima città di Orvieto, ma per il resto, tra inseguimenti noiosissimi e una totale assenza d’idee, il film è da evitare come la peste. Il Tarantini migliore resta fuori dal genere dove è diventato famoso, cosa curiosissima.

Andrea Lanza

Giovani, belle… probabilmente ricche

Titoli alternativi: Amiche mie, Le fichissime

Anno: 1982Regia: Michele Massimo Tarantini

Interpreti: Carmen Russo, Nadia Cassini, Olivia Link, Michele Gammino, Lucio Montanaro, Gianfranco D’Angelo, Gianfranco Barra, Franco Diogene, Nino Terzo, Nello Pazzafini, Gianni Ciardo

Durata: 90 min.

$(KGrHqJHJCgE9!MFGW2FBPZl+uBvCg~~60_57 Giovani-belle-probabilmente-ricche-cover-vcd-retro la-locandina-di-giovani-belle-probabilmente-ricche-54995

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.242 follower