Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Fantasma dell’opera

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Negli incubi di Nightmare ROBERT ENGLUND era “Freddy”

(Frase di lancio)

Il fantasma dell’opera è sicuramente uno dei romanzi più conosciuti di Gaston Leroux, anche per chi non l’ha mai letto, ma lo conosce attraverso una delle trecentomila trasposizioni cinematografiche, dagli apici di Terence Fisher agli abomini di Dario Argento fino ad arrivare ai musical schumacheriani.
Quello di Dwight H. Little non è uno dei migliori, ma neanche uno dei peggiori, vive un suo stato artistico di mediocrità innocua, qua e là ravvivato da tostissimi momenti splatter, a volte fuori luogo e insensati.

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Fantasma dell’opera è sicuramente in primis un film girato intorno a Robert Englund e al suo desiderio di sdoganarsi dal Freddy Krueger che gli ha dato fama rifugiandosi, per assurdo, in un altro Freddy Krueger.
Dwight H. Little non era forse il regista più adatto al servizio di una storia che ha la sua forza nell’alchimia tra amore e repulsione, più che negli omicidi e nele nefandezze sanguinarie del villain. D’altronde si sta parlando di un regista che ha dato il meglio in action testosteronici (il sottovalutato Drago d’acciaio soprattutto) e che, quando si è cimentato nell’horror puro, tipo Halloween 4, è sempre stato sottotono. Non che Little sia un virtuoso della macchina da presa, ma anche nella sua dimensione di puro artigiano, senza toccare gli eccessi anche involontari di un Pyun, di un Wynorski o di un Decoteau, ha quasi sempre portato a casa opere ben confezionate e divertenti.

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I momenti migliori del Fantasma dell’opera sono quando la storia svacca completamente negli eccessi, nella pornografia horror che devasta i volti, che sventra gli stomaci e diventa puro veicolo per il gigionismo di Englund che passa senza cognizione di causa dalla recitazione più pacata a quella urlata e fuori controllo. Davanti a questo delirio di overacting anche la graziosa Jill Schoelen, che altrove emergeva anche duettando con ottimi attori come Terry O’Quinn, è spenta, messa nell’ombra, incapace di trasmettere la minima scintilla di vita in un personaggio apatico e bidimensionale.
Non l’aiuta, a lei come al resto del cast, un doppiaggio italiano mediocre quando non fastidioso.
Eppure questa versione dell’opera di Leroux, forse in altri mani, avrebbe potuto essere buona se non memorabile a cominciare dall’escamotage del viaggio nel tempo fino all’epilogo che risistema l’asse dell’azione dal passato al presente. Solo che, come detto, tutto è lasciato allo sbando della fortuna, senza interessarsi di curare i dettagli, i personaggi, solo tentando la strada più facile, quella degli eccessi che rendono questo Fantasma dell’opera un vero horror di serie B come tanti se ne facevano a fine anni 80.

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Dispiace ancor di più perché la cornice storica era efficace, con una Londra ottocentesca baciata da una luce iperrealista e da fog innaturali, ma sono i tanti momenti di vorrei ma non posso sacrificati in onore della scelta più commerciale, qui incarnata nella raffigurazione di un Fantasma dell’opera, in alcuni momenti vicino alla follia di un anarchico Dottor Jeckill di Kikoine, imbastardito purtroppo dall’eterna maschera di Freddy Krueger e dalla sua terribile ironia a commento dei troppi omicidi.
Delle puttane che infestano la Londra del 1881, dei suoi topi, del suo demonio nano pronto a stipare poco fruttuosi patti di vita eterna, che importa se scippato dal Fantasma del palcoscenico, resta poco nei ricordi così come di una storia d’amore maledetta che riesce a diventare persino ridicola nell’osceno finale che si vuole a sorpresa.
Questo film non è mai stato pubblicato in dvd, ma solo in vhs e resta una bizzaria da raccontare più che da vedere, qualcosa che puoi arricchire con la tua fantasia nel parlarne all’amico curioso.
Ecco quindi che la poco fruibile vhs diventa, in mancanza di supporti digitali, qualcosa di mitico e miticizzato, al pari dell’arca dell’alleanza del film di Spielberg, qualcosa che in questo caso faremmo meglio a non aprire per scoprirne l’orrore celato.

Andrea K. Lanza

Fantasma dell’Opera

Titolo originale: The Phantom Of The Opera

Anno: 1989

Regia: Dwight H. Little

Interpreti: Robert Englund, Jill Schoelen, Alex Hyde-White, Billy Nighy, Stephanie Lawrence, Terence Harvey

Durata: 90 min. 

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L’amico che non c’è più: Tomas Milian

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Ho chiesto a Manuel di scrivere un pezzo su Tomas Milian, a lui e soprattutto a lui, perché Manuel Ash Leale è una delle penne che sono più orgoglioso di avere in questa landa desolata di disperati chiamata Malastrana vhs. Dico questo perché Manuel ha ancora la candidezza di un bambino, sa ancora emozionarsi davanti ad un film e considerare un attore, anche se mai conosciuto, come un amico. Purtroppo, con i miei 40 anni suonati e l’essere più puttana di una Marina Ripa Di Meana interpretata da Carol Alt, io non ne sono più capace, purtroppo. Manuel ha scritto questo sentito pezzo due mesi fa, ma io ho voluto congelarlo perché sulla morte di Milian si è scritto davvero tanto e non volevo che questo restasse un pezzo scritto per l’occasione e basta. Eccolo quindi il saluto a Tomas Milian che si merita da Malastrana vhs, il saluto ad un amico scomparso con il lutto che davvero il tempo non può cancellare. 

Andrea Lanza

Tomas Milian se né andato e io, sinceramente, non avevo intenzione di scrivere nulla in proposito. Volevo restare in silenzio, lasciar passare la doverosa marea delle esequie e salutarlo a modo mio, tra un film, una birra e una lacrima. Perché Milian è un altro pezzo di cuore che se ne va e, come Bud Spencer prima di lui, lascia un dannato vuoto. Volevo davvero restare chiuso in me stesso, ma quando mi è stato chiesto di scrivere questo editoriale è scattato qualcosa, ho mandato a quel paese la reticenza e mi sono messo a pensare. Avrete ormai capito che qui si va sul personale, quindi se volete leggere vita, morte e miracoli dell’attore cubano andate pure sul sito di un qualunque quotidiano e troverete tutto quello che cercate. Se restate accontentatevi del mio ricordo, vi assicuro che è scritto con il cuore.

Sapete però ch’è difficile mettere in mostra i propri ricordi? Un po’ per la memoria, non sempre perfetta, e un po’ per quel senso di possesso e gelosia che circonda le cose preziose. Ecco, Milian per me è prezioso, perché aldilà di gusti, film riusciti o non riusciti, personaggi e piccoli ruoli, è uno degli attori che ha permesso alla mia percezione cinematografica di maturare. Certo, ne capivo gran poco la prima volta che lo vidi, in Vamos a matar compañeros, al fianco di Franco Nero, ma quella pellicola rimase impressa, il mio battesimo del fuoco allo spaghetti western. Da quel momento ogni suo film, non li vidi mai in ordine cronologico, segnava un tassello: Tepepa, dove il Nostro fronteggiava un sadico Orson Welles, La resa dei conti, insieme a Lee Van Cleef, Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci e poi ancora i lavori con Martino, Lenzi, Hopper, Chabrol, Bertolucci, Antonioni, fino alla proficua collaborazione con Bruno Corbucci e alle parti minori alla corte di Spielberg, Soderbergh, Stone, Pollack.

Di un attore così che cosa si vuol dire? Che cosa si può scrivere? Il suo lavoro parla da sé e la sua filmografia è la dimostrazione di come il Cinema possa essere grande in ogni forma, da quella considerata più alta, il cosiddetto cinema “impegnato”, a quella considerata bassa, il “trash”, le commedie più becere. Milian è passato attraverso tutto questo rifiutando ogni etichetta, ogni incasellamento. I suoi personaggi, le maschere che l’hanno caratterizzato e reso famoso sono entrate nella storia del cinema italiano, tanto quanto il Fantozzi di Villaggio o Totò. E così Er Monnezza, il maresciallo Nico Giraldi, il Gobbo, non sono da meno del Gino Migliacci di Un giorno da Leoni (Nanni Loy, 1961) o del Michele Ardengo de Gli Indifferenti (Francesco Maselli, 1964). Impegnato o popolare, tutto si unisce senza differenze, senza mai fare a gara con le emozioni, in un unico grande amore: quello per il cinema. Questo e molto altro era Tomas Milian, il cubano de Roma, città che l’ha adottato e a cui lui ha dato anima, corpo e cuore. Quel cuore pulsante che questo editoriale non riuscirà pienamente a onorare, ne sono certo. Ma per quello, come scritto all’inizio, la ricetta giusta è una sola: film, birra, amici e ‘na bella padellata de cazzi vostri!

Manuel Ash Leale

Sinister Squad

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Stroncare un film dell’Asylum è obiettivamente semplice, come “sparare sulla croce rossa”, per usare una similitudine famosa. È così semplice da risultare perfettamente inutile. In che modo critico un film brutto e sopra le righe scritto, diretto e interpretato esattamente per essere tale? Si rischia di fare la figura del critico velleitario, di quello che si erge a difensore del buongusto scadendo poi nel ridicolo. Perché la casa di produzione californiana non fa segreto del suo modus operandi e questa onestà intellettuale è disarmante, bisogna concederglielo. A differenza di altri crea bruttezza con il preciso fine di farlo, non solo per mancanza di mezzi ma anche perché è diventato un marchio di fabbrica. Questa consapevolezza può cambiare totalmente la prospettiva di uno spettatore, ma persino nella vasta filmografia targata Asylum ci sono film più brutti del brutto. Non è proprio una definizione tecnica, me ne rendo conto, ma concedetemela in nome dello sforzo che sto facendo.

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Uno sforzo enorme, credetemi, poiché personalmente nei confronti dell’Asylum ho una sindrome di Stoccolma considerevole. Le sue produzione violentano la mia intelligenza critica, tuttavia non posso fare a meno di amarla e il perché è presto detto.
Prendete Sharknado, la sua creazione più famosa. Brutto, siamo tutti d’accordo, ma allora da dove arriva il successo che ha ottenuto, tanto da consentire tre sequel? Dall’assurdità della proposta e dalla conseguente, folle messa in atto. Sharknado è il divertissement ignorante di una serata fra amici, il pretesto becero per birra, pizza e risate idiote. Magari stanno esagerando con quattro capitoli, ma certamente il capostipite non è passato inosservato e la formula ha vinto. È quindi con cuore pesante che mi accingo a rovistare nel fondo melmoso e maleodorante delle produzioni patetiche per estrarre un film imbarazzante persino per gli standard Asylum: Sinister Squad.

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Ovviamente ispirato al ben più famoso Suicide Squad, e non vi sfugga l’eufemistico “ispirato”, è scritto e diretto da Jeremy Inman, attore, regista, sceneggiatore, produttore, addetto agli effetti speciali, editor, d.i.t., uno che fa un sacco di cose e tutte con il culo. Eppure male non era partito, la sua commedia Super Hero Party Clown (2010) è un piccolo film grazioso e ben fatto, ma a giudicare dal resto qualcosa, nella sua carriera, a un certo punto probabilmente è andato storto. Non ci sono altre spiegazioni, nessuna mente lucida avrebbe potuto partorire una simile idea, raggruppando personaggi tratti dalle fiabe e piazzando Alice a capo di un team di villain fiabeschi assemblati per combattere la Morte. Aspettate, ve lo riscrivo: Alice a capo di un team di villain fiabeschi assemblati per combattere la Morte. Lo sentite? Riuscite a percepirlo? È l’odore del genio. Sinister Squad è la versione ignorante di Once upon a time, il prodotto di menti libere da catene e raziocinio, è il risultato di un giorno di ordinaria follia concluso con il solo desiderio di fare del male a qualcuno. Povertà è la parola che meglio si associa a tutta l’operazione, che consiste in un pugno di attori e una singola location a fare da sfondo per quasi tutta la durata. Sinister Squad scatena un horror vacui che fa sanguinare l’anima, provoca ansia e disagio, è talmente povero di qualsiasi cosa debba esserci in un film, anche pessimo, da lasciare inebetiti. Non un singolo elemento funziona, a parte forse l’interpretazione di Johnny Rey Diaz nei panni di Tremotino, fastidioso, palesemente ripreso dal Joker di Leto, ma perlomeno funzionale e dignitoso.

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Un film come Sinister Squad, per essere sinceri, te lo aspetti dall’Asylum. Scarso, con attori sconosciuti o mummie riesumate da una carriera autodistruttasi, con effetti speciali indegni e una sceneggiatura delirante, queste cose sono punti fissi, sono ciò che sai di stare per guardare, approcciandoti ai suoi film. Ma miseriaccia non così. Qui non siamo all’indipendente, siamo all’amatoriale, ai filmini delle recite da oratorio, ai video dei genitori al saggio di danza della figlia. Va bene tutto, davvero, vanno bene gli squali volanti e quelli meccanici, coccodrilli, serpenti, mega piranha e brutte copie di film famosi, va bene persino Tara Reid, che più la guardi recitare e più ti sanguinano gli occhi, tutto. Ma una cialtronata come Sinister Squad no. Triste, tecnicamente a livelli miseri, noioso. Indegno pure per casa Asylum. Coraggio, sapete fare cose molto, molto più brutte. E orribilmente divertenti.

Manuel “Ash” Leale

Sinister Squad

Regia: Jeremy M. Inman

Interpreti: Johnny Rey Diaz, Christina Licciardi, Lindsay Sawyer, Isaac Reyes, Fiona Rene, Nick Principe

Durata: 1h 30m

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Horror per cellulari

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I giochi per cellulare sono un po’ la serie Z dei videogiochi perché percepiti come puri scacciapensieri senza pretese, un passatempo tra una stazione e l’altra del treno o in pausa cacca al lavoro.

Eppure mi sono trovato più volte a scaricare giochi per il mio Android che inaspettatamente avevano più materia grigia di quanto mi aspettassi, scritti e pensati con un rigore ben lontano dall’idea stereotipata dell’evoluzione del Gig Tiger dei miei tempi.

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Questo mondo oscuro, questa selva inesplorata è stata raramente recensita anche dal più accanito nerd, un po’ tutt’ora come molte delle nostre amate vhs. Perciò ho pensato di dedicare un piccolo spazio, una parentesi che tornerà di tanto in tanto, per parlarvi dei giochi più strani, interessanti o orribili per il vostro amato cellulare.

Una volta un segnalatore per la trasmissione dove lavoro, Striscia la notizia, mi aveva contattato per parlarmi di un telefonino indemoniato. Diceva, parole sue, che emetteva “vibrazioni impercettibili” che col passare del tempo si tramutavano in mal di testa e poi forse in tumore. Il famigerato telefono del demonio era cinese, una marca misconosciuta, ma il tutto si rivelò alla fine una, scusate il francesismo, stronzata. Però mi affascina il pensiero di Satana che vive tra le nostre parole, del demonio che possiede un mezzo comune come un cellulare per fare quello che riesce meglio, il male.

Cosa quindi meglio di due giochi horror per osannare il male sempre in agguato?

Il primo è Distrait: Pocket Pixel horror, un’avventura 2 d a scorrimento orizzontale, molto particolare.

La storia segue le vicissitudini di un rampante neo impiegato di una società di recupero crediti: per fare carriera deve pignorare gli immobili a tre personaggi.

Niente di più facile se non fosse che il gioco si apre con la frase “Avevo dannato la mia anima” e il primo pignoramento è ai danni di una vecchia adorabile, la signora Goodwin, che non smette di piangere per la disperazione.

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Il resto è tutto da scoprire, una vera discesa all’inferno fatta di colori, musica e follia inaspettata alla David Lynch. Distrait è un gioco maturo che arriva a inquietare più di tanti fratelli blasonati di console, che arriva a dire la sua anche in ambito di moralità e non ha paura ad essere cattivo in un finale ciclico e cannibalico.

E’ vero che dura poco, ma non è nè un gioco semplice né un gioco superficiale, ogni momento della storia, scritta benissimo, è goduria narrativa e appagamento mentale. Merito al creatore Jesse Makkonen che disegna e dipinge a mano i meravigliosi fondali e i personaggi grottescamente umani.

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Peggio va con una cosa davvero incredibile: Jill’s nightmare.

Cioè una casa di sviluppo per videogames, la Chring Eclipse, prende Resident evil, lo plagia nella confezione e produce un gioco che è una merda incredibile.

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A livello di trama riprendiamo più o meno Resident Evil 3 con tanto di nomi veri dei personaggi coinvolti, Carlos, Nemesis e appunto Jill Valentine, ma, al posto di trovarci in una città in fiamme come The last escape, ci aggiriamo nella Spencer manson del primo Resident. Solo che mica abbiamo solo zombi, ragnacci o serpenti giganti ma pure pagliacci, vampiri, mega morti viventi e la sfortuna di avere comandi che non rispondono mai al momento giusto.

La grafica poi è un altro incubo: fumettosa e iper colorata, una cosa che mal si adatta ad un plagio di Resident Evil che vorrebbe toni più oscuri e paurosi.

Ci chiediamo perché l’avida Capcom non abbia chiesto i danni, ma crediamo che non se ne sia neanche accorta, anche perché qui il furto è palese con tanto di musiche e suoni presi pari pari da Resident Evil 2. Fatto sta che la Chring Eclipse ha pubblicato pure altri due plagi ispirati a Dragon Ball, brutti naturalmente come la morte e ingiocabili.

Il mondo dei plagi però è un altro argomento da viscerale anche alla luce di un terribile Bat vs Spider, il crossover videoludico tra un Batman senza orecchie da pipistrello e un uomo ragno poco propenso a lanciare ragnatele.

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Alla prossima!

Andrea Lanza

L’isola dei morti viventi

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Mi accorgo stasera che, malgrado la mia innata Sindrome di Peter Pan, sto invecchiando.

E’ una verità scomoda, forse anche più difficile dell’accettare di essere gay se lo fossi, perché la vecchiaia, purtroppo, è una sentenza di morte vicina.

Eh sì, amici miei, non serve parlare con lo slang giovane, fare selfie a manetta o raccontare che ti stai trombando la modella 22enne, perché, come dice il grande Max Pezzali, “il tempo passa per tutti lo sai nessuno indietro lo riporterà neppure noi”, qualunque cosa questo significhi.

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Saggio Max

Vi dico questo perché ho capito di avere perso il senso sacrosanto del wow, del critico che ama i brutti film, quello che Pascoli chiamava “l’innocenza del fanciullino”.

Posso asserire questo con certezza perché stasera sto per affrontare il penultimo film di Bruno Mattei, “L’isola dei morti viventi”, uscito con dieci anni di ritardo in dvd nel nostro Bel Paese.

Un film che (forse) solo pochi anni fa avrei adorato, ma che ora invece mi appare troppo pieno di insuperabili difetti.

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Amo e ho amato i ripoff truffaldini di Bruno Mattei del passato, anche i più spudorati, come Virus, Robowar o Terminator 2, ma, plagi o mano, quelle pellicole erano cinema in odore di atomica,  con la passione da tutti i pori.

Cosa che L’isola dei morti viventi non può sfoggiare.

Galeotto dev’essere stato l’incontro tra il produttore Giovanni Paolucci e Bruno Mattei, nel 1993 con Attrazione pericolosa, e proseguita, fino alla morte del regista, nel 2006, con Zombies the beginning.  Più di dieci anni di filmacci di tutti i generi, dall’erotico, al poliziesco mafioso fino a resuscitare filoni ormai morti e sepolti come il cannibal movie deodatiano o l’horror zombesco. Prodotti nati disgraziati, girati in digitale, paurosi e appassionanti come baracconi da luna park, purtroppo.

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Mattei in questo periodo neanche ci provava più a girare decentemente, si limitava ad assemblare film su film di inenarrabile sciattezza. La poesia cinematografica da guappo era inesorabilmente sfumata.

Certo L’isola dei morti viventi se lo raccontate ad un amico è una cosa incredibile: vampiri, zombi e fantasmi su un’isola, poi arti che ricrescono e, cazzo, uno zombi che suona il liuto! Vi prego però di credermi: L’isola dei morti viventi è una palla di proporzioni colossali, qualcosa di così moscio, noioso e fastidioso da essere quasi masochismo.

In questa pellicola il grado di wow viene presto superato dal senso incredibile di presa per il culo: i nostri protagonisti vedranno più volte gli zombi cannibali, ma ogni volta, entrati in una stanza, come una sorta di puntatona di Scooby Doo, si dimenticheranno di essi, per spaventarsi, come la prima volta, ogni volta!

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Scooby Doo

Poi quest’Isola dei morti viventi è davvero trafficata perché Mattei e il suo sceneggiatore Tentori, saggista di ben altra caratura, sono indecisi su che mostri mettere in scena e in un solo film, a random, vediamo zombi, vampiri e fantasmi, ma anche una cosa stranissima, dei zombavampiri ovvero dei morti viventi coi canini da Dracula!

In più sempre l’isola che fa da scenario, da copione, dovrebbe essere deserta, ma qua e là, se stiamo bene attenti, vediamo in ordine, sullo sfondo, una città, dei motoscafi che fanno ciao ciao e qualche barca. Il film poi non si cura di essere credibile neppure nella scelta delle comparse usando per la maggiore attori filippini, così abbiamo pirati e zombi dai tratti incredibilmente orientali. La pellicola, ambientata nei Caraibi, fu girata appunto nelle Filippine, un’ambientazione nota ai nostri film di genere degli anni 80, il Vietnam più appetibile in circolazione dai tempi di Apocalipse Now di Coppola. Non si capisce la scelta però di non ambientarlo direttamente in quelle località come per esempio l’affascinante Zombi 3. Certo i Caraibi sono mozzafiato, ma è come cercare di girare a New York quando dietro di te hai il bazar di Gigi lo scorreggione a due passi da Cologno Monzese.

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Lei è la comparsa più usata in almeno 800 parti

I protagonisti sono una squadra di cacciatori di tesori che, capitati per caso su quest’isola degli orrori, si comporteranno né più né meno come in una parodia del genere horror con l’aggravante che non si tratta di una parodia. Si capisce che che il loro destino è scritto sulla faccia: “Carne da macello”.

Il film è una lunga e ininterrotta sequela di citazioni di altre più nobili opere, da Fog di John Carpenter (con la stessa idea di nave maledetta e di nebbia perenne) a House of the dead di Uwe Boll, con tanto di Capitano Kirk e morti viventi conquistadores chiacchieroni. Naturalmente nel percorso non manca né George Romero con la famosa frase “I morti ti prenderanno!” da La notte dei morti viventi né l’intuizione di usare il karatè per battere questi zombi cenciosi da After death di Claudio Fragasso, dal quale scippa pure la sequenza della lettura del libro maledetto ritrovato (e quindi di riflesso anche l’Evil dead raimiano). La parte del leone però nei furti/citazione la fa Lucio Fulci dove il suo Zombi 2 viene ripreso sia nell’incipit con i cadaveri chiusi nei sacchi ai quali viene fatta saltare la testa, ma soprattutto nella scena famosa della scheggia di legno infilza occhio.

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Sono sposata col produttore e torno nel seguito

Mattei poi si cita e si ricita da solo riproponendo intere sequenze girate ex novo dal suo classico Virus con tanto di prete zombi o la battuta “Vuoi la coscia o il petto?” rivolta ad un gruppo di zombi affamati. In più è proprio da Virus una delle scene più sceme di tutta L’isola dei morti viventi quando, davanti ad un cadavere putrefatto e pieno di sangue, una delle protagoniste chiederà “Signore sta male? Signore parla la nostra lingua?”. In più in questo film scopriamo che le barche, udite udite siori e siore, sono fornite di un pulsante di autodistruzione!!!!

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Zombavampiri!

Quello che lascia interdetto però non è il livello di coglioneria, che ci stava pure dentro il bellissimo Rats notte di terrore, ma la fattura sciatta che neanche si ricorda le regole più basilari del montaggio, una cosa imperdonabile per Mattei che era appunto anche un ottimo tecnico. Le scene, sempre con quell’aria insopportabile da fiction terzomondista, non si amalgamo mai, sono scollegate, dilettantesche nella loro consecutio e donano al film, già disgraziato per conto suo, una lentezza che solo un montaggio frenetico forse avrebbe salvato dal fallimento completo.

Gli attori poi, a parte Gaetano Russo nella parte del Capitano Kirk, sono incredibilmente cani, qualcosa che sublima anche l’idea di attori cani che uno si fa nell’approcciarsi ad un film di Bruno Mattei. Nel cast è bene citare poi la presenza di Lilia Cuntapay, caratterista storica del cinema filippino, vista anche in produzioni americane come Bagkok senza ritorno di Jonathan Kaplan, e qui nelle vesti di un fantasma zombi poco incline al cannibalismo. La Cuntapay tra l’altro ci ha lasciato quest’Estate a 81 anni. La palma però di peggiore recitazione va senza dubbio a Ydalia Suarez, attrice già nota per la sua pessima performance in  Nella terra dei cannibali sempre del nostro Bruno, e che scopriamo essere cantante (ancora più terribile) di un certo culto, anche in Italia, con l’album “Sei mio uomo, w le donne”.

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Di lei possiamo leggere su internet questa raccapricciante biografia:

Ydalia Suarez ritorna alla musica, suo originale amore sin da quando era bambina. Nella sua vita, infatti ha sperimentato diversi tipi di arte tra cui la danza e il cinema.

Candela 2k16 è il brano da cui parte il nuovo progetto discografico di Ydalia;  è in uscita su tutte le piattaforme digitali a partire dal 22 luglio. E’ solo l’inizio: il progetto proseguirà con la realizzazione di un album di brani inediti che prevede la collaborazione di grandi firme autorali.

Era il 1999 quando la portoricana Noelia lanciò Candela.

Il singolo, utilizzato come stacchetto nella trasmissione Striscia la notizia, ha conosciuto una straordinaria popolarità in Italia nel 2001 arrivando fino alla quarta posizione della classifica dei singoli più venduti e diventando un vero e proprio tormentone estivo entrando nella Top 5 dei singoli più venduti.

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E’ il 2016: la cubana Ydalia affida a Nick Peloso la rivisitazione del singolo. Una re-edit con suoni attuali dopo i 18 anni dalla sua uscita originale. E’ un brano dalle sonorità avvolgenti, fresco, attuale e ballabile, Candela 2k16 si propone di diventare un successo e un tormentone dell’estate in versione completamente diversa grazie a Nick Peloso, che regala al singolo nuova vita, alla voce di Ydalia, e al ritmo che fa battere il cuore di chi lo ascolta anche ricordando la versione originale riportando quindi oltre ai “ricordi” anche forti emozioni.

Il buon lavoro svolto la premia, ed alcuni brani sono richiesti per fare parte della colonna sonora di “Stars Gate” un film di produzione italiana ma destinato solo al mercato internazionale. Uno di questi brani “Stars in love” diventa tema del film.

Nel 2015 è stata protagonista femminile del nuovo film di Claudio Fragasso “La grande rabbia”, film che è stato presentato al David Di Donatello“. Film che aggiungiamo è prodotto sempre da Paolucci.

Difficile davvero salvare in questo Isola dei morti viventi qualcosa e le uniche cose che ci possono venire in mente sono la sequenza, già citata, dove un morto vivente suona un liuto per un fantasma che danza o un delirante momento dove ad un morto vivente cresce spontaneamente un arto, ma sono poche cose e anche sviluppate e rese male in un contesto davvero cretino dove i fucili hanno colpi infiniti o, per risparmiare, si fa interpretare due statue a due attori!

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Signore, parla la nostra lingua?

A firmare la fotografia il Luigi Ciccarese di Aenigma e Demonia di Fulci, non al suo massimo. Gli effetti speciali e di make up invece sono buoni grazie anche alla bravura della veterana Cecille Baun, nota per i suoi lavori in Platoon e Hamburger Hill. Nel film di Mattei tra l’altro non si eccede mai in sequenze sanguinose o di sventramento, a discapito del titolo, e quindi il grosso del lavoro si è concentrato sul rendere decenti questi zombi, a volte benissimo a volte no, ma in generale dando dignità ad un prodotto miserabile.

Dispiace davvero perché credo fortemente che negli anni 80 con un altro spirito, un’altra resa tecnica, questo L’isola dei morti viventi sarebbe stato ottimo per una visione tra amici, invece davvero si capisce perché non è mai stato distribuito nel nostro paese per così tanto tempo.

Bruno Mattei qui si firma come ai tempi d’oro con il nom de plume di Vincent Dawn, e, prima di congedarsi dalla vita e dal cinema, ci regalerà un seguito di questo film, Zombi la creazione, scippando, come ai tempi di Terminator 2, il plot di Aliens scontro finale.

Ci piacerebbe parlare bene almeno di quest’ultima opera, ma la verità è che il cinema di Mattei è un morto vivente, ha ciondolato per anni dopo la fine dei generi credendo di essere ancora vivo, non capendo invece di essere solo una carogna maleodorante.

Peccato perché noi, malgrado quello che stiamo scrivendo, amiamo Mattei e siamo cresciuti coi suoi classici, a volte amandoli più dei veri classici. RIP in pace Bruno.

Andrea Lanza

L’isola dei morti viventi

Titolo originale: Island of the living dead

Regia: Bruno Mattei (Vincent Dawn)

Interpreti: Yvette Yzon, Alvin Anson, Ronald Russo, Ydalia Suarez, Miguel Franco, Jim Gaines, Thomas Wallwort

Durata: 90 min.

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Come passare male Santo Stefano guardando film

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Natale è ormai finito, oggi si assestano gli ultimi colpi bassi allo stomaco, i pranzi e le cene luculliane sono ancora all’ordine, ma ormai si parla di cibi riscaldati, avanzi di giorni fa, forse domani si lavora, che palle, ho fatto tombola zio Chiattone.

Per questo, per farvi compagnia mentre come lottatori di sumo vi ingozzate per sopravvivere meglio alla fase finale del Natale, il boss, Santo Stefano, quel giorno che per molti è il Natale bis e che ha lasciato sulla sua infamante via molti prodi giovani panciuti come figli dell’America partiti per il Vietnam, noi vi abbiamo stilato la lista dei peggiori film per passare questo Lunedì.

Io ce l'ho fatta, ma non altri giovani panciuti.

Io ce l’ho fatta, ma non altri giovani panciuti.

Quindi siamo esenti da Babbi Natale perché a Santo Stefano si fa sul serio, si accettano colpi sotto la cintola e strozzamenti di tette, basta Poltrone per due, La vita è meravigliosa, i film che devono essere visti oggi sono schifezze forse non nate brutte, ma con il Dna del brutto, come il nostro riflesso davanti allo specchio oggi.

Domani si riapriranno le palestre, inizierà il tram tram della vita quotidiana, ma per oggi Malastrana è lo specchio del nostro ego post eccessi perché a tutti piacciono i complimenti, ma la verità la dice anche il saggio Paulie di Rocky, la vita fa più schifo della merda. Amen, fratello, amen.

1- Hobgoblins – una stirpe da estirpare

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Joe Dante nel 1984 ci fa emozionare, spaventare e ridere con quel gioiellino chiamato Gremlins, ma genera, come i suoi mostriciattoli, una stirpe bastarda di cloni malconci e pulciosi. I registi che pensano che basti un Furby mosso coi fili per creare un simil gremlins sono molti, a qualcuno è andato bene, vedi i Critters, a qualcuno benino, vedi i Ghoulies, qualcun altro ha rasentato la follia, i troll fragassiani, ma nessuno ha mai raggiunto vette di sublime letame come gli Hobgoblins di Rick Sloan. I mostri di questo film neanche li provano a muovere, sono stoccafissi doppiati alla meno peggio con vocine alla ciuffetto bianco, con mani nascoste che simulano il movimento, raccapricciante nei momenti concitati di terrore. Hobgoblins è davvero una stirpe da estirpare, come dice il titolo, ci prova a buttarla sul ridere, forse parodizzando la scifi anni 50, ma è solo micidiale, come la scoreggia che ti parte quando stai per scopare finalmente e capisci che la vie e rose è sfumata, adieu l’amour e le madeleine, cazzo. Rick Sloan proverà a girare un seguito nel 2009, ma con l’idea di fare apposta una cazzata, solo che i grandi film miserabili non si creano a tavolino, e Hobgoblins 2 sarà solo brutto, non “brutto cazzo che cosa ho visto ora vi racconto”. In Italia Hobgoblins esordì in vhs e poi se ne persero le tracce, etichetta Avo film con questi Hobgoblins nel tratto di Sciotti o di un suo emulo, fighissimi, che volavano su un’astronave, cosa che mai si vide nel film. Se volete che i vostri figli vi odino a morte, fategli vedere questa cosa al posto di Gremlins.

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2- Il principe delle donne

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Cioè lo sappiamo tutti: Natale è anche Eddie Murphy con quel capolavoro che è Una poltrona per due, e, negli anni 80 e 90, il nostro Eddie è stato un grande con commedie su commedie da spanciarsi a crepapelle. Certo ci sono stati film moscissimi, come Un poliziotto a Beverly Hills 3, ma Eddie pre professore matto era uno spasso sempre e comunque. Beh quasi sempre visto che Il principe delle donne, in America Boomerang, è uno di quei film che non fa mai ridere, ti genera un vuoto esistenziale alla Brett Easton Ellis, guardi la tv e non ci credi, gang su gang una più moscia dell’altra, razzistissimo, maschilista, qualunquista, cazzo che merda. Il titolo italico nasce per accalappiare gonzi, quasi spacciandolo per un seguito del Principe cerca moglie di Landis, ma naturalmente non ci riesce. In America però nel 1992 Boomerang si piazzò bene, a noi piace solo Halle Berry che qualsiasi film faccia noi la amiamo.

Ridiamo solo noi

Ridiamo solo noi

3- Le avventure di Rocky e Bullwinkle

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Eccolo il grande De Niro vestito come uno scemo nazista in questo film dove un alce e un castoro gli rubano la scena. Fa quasi tenerezza il buon Bob, perché lui si vede qui, più che in altri film, che è stanco, lo fa solo perché deve mangiare tra uno Scorsese e l’altro, ma capisce anche lui che, dopo i froci stereotipati di Schumacher e questa cosa indecorosa, il fondo è stato bello che toccato e riemergere è impossibile. Inutile dire che Le avventure di Rocky e Bullwinkle non fa mai ridere come magari uno Space Jam, è una cosa che i bambini schifano perché fuori dal loro mondo e gli adulti non capiscono, un prodotto nato per scontentare tutti, folle nel pensiero di cavalcare l’onda di un cartone animato non trasmesso da secoli, un po’ come tentare di sbancare il botteghino con la versione live de Le avventure del Signor Bonaventura.

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4 – Mamma ho allagato la casa

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Avevamo lasciato la saga del piccolo Kevin McCallister con quei due gioiellini che sono Mamma ho perso l’aereo (Home alone) e il 2 a New York, ma forse tanti non sanno che le avventure del piccolo biondo pestifero figlio di genitori con l’alzhaimer è continuata, purtroppo, sul piccolo schermo. Kevin stavolta ha allagato la casa, in un film che fa pesare l’assenza di Macaulay Culkin (troppo grande nel 2002), Joe Pesci e tutto il cast originale. Ad interpretare il bambino è il poco noto Michael Andrew Weinberg, faccette buffe al servizio di una storia che non appassiona mai. Non che Mamma ho allagato la casa (Home alone 4) sia peggio di Mamma ho preso il morbillo (Home alone 3) o Mamma ho visto un fantasma (Home alone 5), ma almeno negli altri film si è cercato di non riportare in vita il piccolo Kevin che sarà sempre e comunque Macaulay Culkin, un po’ come cercare di dare un altro volto a Rambo o Rocky.

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5- Casper e Wendy

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Vi ricordate che caruccio che era il Casper con Christina Ricci? Tenero, a tratti pure romantico, quasi burtoniano nelle intenzioni, ma anche lui vittima dei famigerati direct to video che hanno infettato anche marchi decorosi come La famiglia Addams e Hazzard,  generando seguiti e pseudo seguiti deliranti, mal scritti e girati e soprattutto agghiaccianti nella loro pochezza. Questo seguito è pure delirante perché mette in scena uno scontro tra fantasmi e streghe con la divetta della tv Hillary Duff al suo primo ruolo importante, si fa per dire. In Italia non lo voleva nessuno questo film, tanto che sbarcò anni dopo sulle reti satellitari. Questo è il secondo seguito, il primo era Casper un fantasmagorico inizio, brutto uguale, ma con  Steve Guttenberg che almeno è simpatico.

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Casper, cazzo, non toccarmi il culo

6- In the name of the king

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Avete voglia di fantasy, di streghe, draghi, duelli in mortal tenzone, di appassionanti storie di armi e amori beh girate i tacchi e comprate il cofanetto de Il trono di spade. Uwe Boll al suo apice massimo di masochismo riesce ad avere la licenza di un videogame coi controcazzi e butta alle ortiche il budget miliardario che qualche folle gli ha dato in mano, per fare una cosa miserabile, brutta, mai appassionante, girata davvero col culo, lui che almeno a mestiere fino ad allora c’era. Nel pasticcio ci cadono Jason Statham, Claire Forlani, Ray Liotta più altri trecento volti noti del grande schermo. Sembra davvero uno scherzo di cattivo gusto e non importa che dopo Boll girerà almeno due capolavori, Rampage e Stoic, qui si è sputtanato per sempre. La cosa assurda è che lo stesso regista girerà da questa cosa altri due seguiti, brutti come la morte comunque, ma per lo meno poveri e senza pretese. In the name of the king è pure scarso in quanto a wow, figa seminuda (eppure c’era Kristanna Locken) ed effetti speciali, insomma senza giri di parole è una merda

Gruppo di attori smarriti nella selva

Gruppo di attori smarriti nella selva

7- Jackpot

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Noi ad Adriano Celentano vogliamo bene e, dopo il flop di Joan Lui, desideravamo comunque un altro delirio musical su nostro signore Gesù o almeno cazzo una commedia divertente tipo quelle dirette per lui da Castellano e Pipolo. Si era capito comunque che tirava una brutta aria nella sua carriera quando uscì Il burbero, un film che si presentava stanco e moscio in maniera inverosimile. Forse solo un film davvero bello avrebbe salvato la carriera del nostro dalla morte, ma questo film bello non arrivò mai, e Joan Lui fu l’onda che spazzò tutto. A ridosso del suo album Il re degli ignoranti, Celentano accettò di partecipare a Jackpot, diretto dallo stracazzutissimo regista di Mamba, Mario Orfini. Il disagio nel vedere una storia così banale, così intrisa del celentan pensiero peggiore, doppiata di merda, mai divertente e disarmante dopo i primi 10 minuti, per non parlare della stupidità di fondo, è cosa davvero senza paragone. Adriano nostro così si congeda dal cinema, indecorosamente invecchiato e petulante.

Christopher Lee la foto non l'ha voluta fare

Christopher Lee la foto non l’ha voluta fare

8- Nick lo scatenato

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Stallone è un mito, su questo non ci piove, anche quando ha interpreto cosine che sono diventate comunque immense grazie a lui. Eppure c’è una mosca bianca nella sua filmografia, qualcosa che non è neanche noioso come FIST o fuori dai suoi schemi come Lo specialista, no qui siamo in campo brutto forte. Stiamo parlando naturalmente di Nick lo scatenato, una commedia che non fa mai ridere come tante riportate qui, un musicarello con canzoni atroci, costumi kitsch e una patner, Dolly Pattorn alla fine della sua carriera di cavalcate, sfatta e invecchiata con solo due bocce notevoli. Sly è perso e fa male leggere il nome del mitico Bob Clark alla regia di questa cosa.

Sei Rocky e Rambo, passerà Sly anche questa

Sei Rocky e Rambo, passerà Sly anche questa

9- Un poliziotto sull’isola

Chissà cosa tiene in mano Schwarzy?

Uscì in vhs nel 1993 con il faccione di Schwarzenegger in primo piano, fotoshoppato da The Last action hero, ma, appena il film iniziava, partivano le madonne fino al cielo. La comparsata di Schwarzy era di qualche secondo, con immagini che sembravano rubate di nascosto, il protagonista era il terribile Franco Columbu, allenatore di body building e amico di Arnold nostro. Il film terribile, mal girato, uno spottone da Rete 55 o Telecapri su un’isola della Sardegna, con la presenza imbarazzante di Jo Champa che all’epoca mi aveva pure ispirato due o tre pipponi, è oltre il brutto. Fortunatamente il film circolò poco, ma era una truffa vera e proprio. Me lo ricordo rieditato tempo dopo con il faccione di Columbu più grande di quello di Schwarzy in copertina. Quando uno parla di egocentrismo.

Giura, Franco, che non mi stai riprendendo

Giura, Franco, che non mi stai riprendendo

10- Gesù un regno senza confini

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Che Santo Stefano sarebbe senza un buon cartone animato e soprattutto senza un’opera che ci racconti della storia di Gesù Cristo? Io ogni Natale mi vedo volentieri Ben Hur versione figa ovvero quello del 1959 o Il re dei re perché a me il Tecnicolor gasa, poi la grandiosità delle produzioni hollywoodiane di quegli anni non si batte. Anche Il Gesù di Zeffirelli è un classico, ma una cosa come Gesù un regno senza confini non l’avevo mai vista. Immaginate di pensare ad un cartone animato su Cristo e vi chiamate Jung Soo Yong e magari neanche siete cattolici. Gesù un regno senza confini è una produzione coreana di una palla abissale, con tipo trecento puntate animate malissimo e piena di tutta quella retorica che solo uno sceneggiatore che si è dovuto leggere il bigino del Vangelo può avere. Lo importa da noi la Mondo di Corradi Orlando, famoso per Samurai cop e tanti cartoni brutti copie di famosi brand tipo Il libro della giungla. Questo è materiale per forgiare le giovani menti di maniaci religiosi futuri con il gatto a nove code pronto a frustarvi il cazzo se passa una bella donna. Gesù in questo serial coreano fa più cose di bertoldo e ha più poteri di Superman. Dicono che chi ha visto per intera tutta la stagione ha cominciato a sanguinare sangue dagli occhi come in Paura nella città dei morti viventi di Sir Lucio Fulci.

Taglio giusto per una persona perbene

Gesù col taglio giusto per una persona perbene

E con questo, buone feste da Malastrana! Ora io vado a bermi un caffè con lo scrittore più in del pianeta Terra, Luigi Pellini, ingannando l’attesa per il pranzo. Alla prossima, se non esplodo!

Andrea Lanza

Testimone poco attendibile

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Attenzione prima di cominciare la lettura.

Per i più deboli di cuore: in questo film Shannon Tweed non si spoglia.

Non vedrete mai queste:

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Se volete sapere perchè, dopo anni di onorata carriera, questa famosa attrice del thriller scollacciato ha deciso di ritrovare una sua verginità proseguite pure la lettura.

Qualcosa dev’essere andato storto in fase realizzativa con questo Night Visitor, da noi uscito come Testimone poco attendibile in un dvd ai limiti della vhs edito dalla Avo Film.

Eh sì perchè il cast con nomi altisonanti, tra star e starlettes, non solo del cinema horror, lasciava presupporre un’opera meno superficiale, più appassionante e sicuramente realizzata almeno decentemente.

A nulla serve però avere come attori il grande Elliott Gould (da M.A.S.H. a Capricorne One fino ad American History X), il nostro Shaft preferito, Richard Roundtree, e poi il magnifico Michael J. Pollard. l’alcolizzato de I 4 dell’apocalisse di Fulci, e ancora l’Allen Garfield de La conversazione di Coppola, se poi li sprechi al pari dei peggiori caratteristi, che comunque infestano la pellicola, nè più nè meno spaesati delle vere star hollywoodiane.

Basti pensare che la performance di Elliott Gould, per dirne uno, non è migliore nè peggiore di quella di Brooke Bundy, conosciuta ai fan del cinema horror per essere la mamma di Nancy in Nightmare di Craven, e anche qui mamma, in  una recitazione catatonica e frastornata, sotto il livello di guardia.

Almeno però a Gould, impacciato detective che muove comunque simpatia qua e là nella pellicola, è andata meglio che a Allen Garfield e Michael J. Pollard, forse nelle loro peggiori interpretazioni di sempre, che si vorrebbero ironiche e che invece sono sempre tra il pecoreccio e l’indecente.

Per i più impressionabili abbiamo optato un Garfield meno imbarazzante vestito da diavolo

Per i più impressionabili abbiamo optato un Garfield meno imbarazzante vestito da diavolo

Basti pensare alle miridiadi di facce gratuite che i due fanno, alle terribili battute che si trovano a ripetere, ai momenti di imbarazzo per lo spettatore quando simulano un rapporto di coppia incestuoso tra fratelli camuffato da battibecchi alla Robinson.

E poi la tutina rossa da diavolaccio di Garfield presa da Moreno dove tutto costa meno che fa tanto Polselli ma cazzo Polselli almeno due o tre cose carine ce le ficcava dentro nei suoi film…

Davvero vedere Testimone poco attendibile ti insegna l’umiltà, ti fa capire che anche Al Pacino può essere schiacciato attorialmente dal Christian De Sica d’oltreoceano, Adam Sandler, se si muove in un campo non suo, il cinema di merda. Testimone poco attendibile è una dura lezione assestata tra il cuore e lo stomaco, tipo un uppercut di Ryu: gli attori non fanno grande un film, lo fanno anche loro, ma ci vuole un lavoro di squadra che purtroppo qui non c’è.

Colpa principe del non regista, Rupert Hitzig, produttore di cose molto più graziose come Lo squalo 3, Wolfen o il divertente L’ultima sfida con la strafigona Vanity e il grandioso Scott Glenn. La regia , siamo chiari, è qui di più limpido non ci può essere nulla, non è il suo campo, e lo si vede, senza giri di parole, da come mette in scena gli omicidi che dovrebbero essere l’humus di un’opera horror se non sei capace di buttarla in suspense.

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Cazzo ti ridi, Rupert?

Ogni tanto un’intuizione buona c’è, qualche luce sparata su scenografie non peregrine, ma poi non esiste un’idea di montaggio, di costruzione del terrore, di neanche il guizzo di buttarla sullo splatter. No solo due schizzi di sangue su un vetro come un eiaculatore precoce di Krypton, tutto qui, checcazzo, Rupert.

Si perchè poi vogliamo parlare del reparto figame? No cioè nel cast c’è Shannon Tweed, una bionda che ha reso grande il thriller/horror/erotico di Olen Ray e tutta la serie B gloriosa americana con le sue belle e sode tette, e tu cosa fai, signor Hitzing, neanche sfrutti l’idea voyeuristica del vicino spione, no tu la mostri sempre vestita e quando la uccidi riprendi le nuvole come uno svitato giovane filmaker con intenzioni. No perchè voglio dirtelo: a me della poesia di un sacchetto di plastica non importa una sega, io voglio le minne di Shannon Tweed!

Anche perchè, mi dico, sarà la censura, magari faccio finta che Testimone poco attendibile sia un film fatto per la televisione, cosa che non è, solo che poi, qualche scena dopo, assisto ad un altro brutto omicidio dove una prostituta viene uccisa e spogliata. Spogliata cazzo. Allora mi sovviene, signor Hitzing, che  tu sia un po’ come quel cretino che non ha mai scopato tutta la vita poi si trova una donna, l’unica disperata che gliela da’, con fatica pure perchè è vergine e di sani principi, senza sapere che prima si era passata tutta la città. Ecco, sarò crudele, Shannon Tweed non era vergine e le tette gliele hanno viste tutti. Scusa, Rupert, ma dovevi saperlo. Sei stato l’unico che ci ha creduto.

Shannon che sogna di essere sposata da Rupert Hitzig, produttore/regista di belle speranze

Shannon che sogna di essere sposata da Rupert Hitzig, produttore/regista di belle speranze

Testimone poco attendibile però mi ha fatto venire pure un dubbio atroce: ma un’anguria può rompere il vetro di un’auto? No cioè io mi immagino che il vetro di un’auto, e qui riemerge tutta la mia ignoranza, non sia semplice da rompere, ci dev’essere un oggetto sparato con grande velocità per creparlo, tipo i famosi sassolini in autostrada, o qualcosa di davvero pesante. Ad un certo punto il protagonista inseguito dal satanista cattivo si difende tirandogli sul parabrezza una grande anguria e gli sfonda il vetro. Ecco questa scena mi ha messo un po’ in crisi perchè non so se catalogarla come cretina o come verosimile, anche se opterei sulla prima ipotesi visto il film.

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Torniamo al nostro horror/thriller demoniaco però.

Testimone poco attendibile è figlio di Ammazzavampiri di Tom Holland che a sua volta era figlio de La finestra su cortile di Hitchcock. Stesso plot rivisitato: un ragazzo bugiardo, da qui il titolo alternativo Never cry devil che gioca con il classico “Non gridare al lupo”, spia con un cannocchiale dalla finestra una vicina sexy, solo che una sera un killer vestito da caprone la uccide. Elemento non trascurabile il killer è il professore del ragazzo e nessuno gli crede, neppure i suoi due amici.

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Ecco se Holland la butta nei vampiri e crea una storia piena di atmosfera che rilegge tra l’altro il Dracula di Stoker, Hitzing invece sceglie il verismo, il soprannaturale non fa mai capolino, ma l’orrore è il vicino di casa, il professore all’apparenza pacifico che ha dentro di sè la bestia, Satana.

Girato probabilmente da Holland il film avrebbe avuto una chance, ma bisognerebbe anche valutare quanto valida fosse la sceneggiatura di Randal Viscovich alla radice, se Hitzing l’abbia cambiata o no. Certo che così, alla luce di una realizzazione indecente, di attori poco carismatici, di personaggi che nascono e muoiono senza senso, di effetti speciali invisibili, Testimone poco attendibile è un film di rara piattezza.

Ad ampliare il tutto un dvd Avo che, come detto all’inizio, non migliora la qualità dell’opera con un doppiaggio raffazzonato e una fotografia granulosa.

Però qualcuno, almeno in America, ci deve aver creduto perchè Testimone poco attendibile è stato distribuito con il marchio MGM, mica la prima sotto label.

Qualche curiosità:

  • il film uscì in Italia come Testimone poco attendibile in dvd e, prima ancora, come Il sospiro del diavolo in vhs per la CDI. Non ho idea se il doppiaggio sia lo stesso. Esiste comunque per incasinare le cose un’altra vhs, sempre CDI, dal titolo Testimone poco attendibile con appunto il nostro film.
  • Il film fu girato a Venice in California negli stessi luoghi di Slumber party massacre.
  • Uno degli amici del protagonista si chiama Sam Loomis in onore al capolavoro di Carpenter, Halloween.

Andrea Lanza

Testimone poco attendibile

Titolo originale: Never cry devil, Night visitor

Titolo alternativo: Il sospiro del diavolo

Regia: Rupert Hitzig

Sceneggiatura: Randal Viscovich

Interpreti: Derek Rydall, Allen Garfield, Kathleen Bailey,  Rupert Hitzig, Derek Rydall, Allen Garfield,  Jovanni Brascia, Elliott Gould, Richard Roundtree, Shannon Tweed, Michael J. Pollard

Durata: 90 min.

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La collina dell’onore (Platoon Leader)

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I nostri più fedeli lettori lo sanno: noi di Malastrana vhs viviamo a Marchirolo, il paese più freddo del pianeta Terra, scenario è vero per un ipotetico sequel de La cosa, ma anche steppa rigida brulicante di orsi famelici. Per questo dopo l’Estate, per salvarci la vita, stiamo nascosti nelle nostre cantine precipitando in un vero letargo biologico che solo lo scampanellio del Natale fa sfumare, magicamente.

Quindi, eccoci qui, col nostro bel pellicciotto da vichinghi lombardi, a recensire un film che forse fa venire solo a noi l’idea di festa, Platoon leader o meglio La collina dell’onore per il nostro Bel paese.

Il mio accostamento pellicole sul Vietnam e Natale nasce probabilmente dal fatto che, fin da bambino, uno dei film che vedevo più spesso, in questo periodo, era Rambo 2. Ecco, a me l’idea di napalm il mattino fa venire una fame chimica ed è proprio in questo periodo che guardo con diffidenza vicini e amici perchè, lo ricorda anche il saggio Walter de Il grande Lebowsky “Non ci si può mai fidare dei Charlie, sono dappertutto”.

Il saggio Walter

Il saggio Walter

Non so da quale inferno ho tirato fuori Platoon leader, la vhs era ricoperta da uno strato di polvere secolare, non veniva infilata in un videoregistratore da millenni, per un secondo ho temuto esplodesse come una bomba di qualche muso giallo, ma tic tac ce l’ha fatta. Sempre sia ringraziato James Braddock perchè è un po’ grazie a lui che abbiamo (ri)visionato questo mancato capolavoro.

Tutti, anche i sassi, conoscono Chuck Norris. Cioè dovete essere stati esiliati nella terra ai confini della città delle scimmie, avere una mano bloccata da una roccia, essere nati a Silent Hill, per non aver mai sentito parlare di Chuck Norris, l’uomo baffuto che ha reso magnifica la serie B action anni 80, il Walker Texas Ranger che anche se mai l’hai visto sai cos’è, l’unico che è riuscito a battere Sonic ad una gara di corse, insomma un mito che ha anche sublimato una resa attoriale granitica, di quelle che tu produttore diresti “E’ un cagnaccio” ma è per questo che ora giri film con Gabriel Garko, cazzi tuoi.

Platoon Leader è girato da Aaron Norris, fratello di Chuck, e uomo di fiducia del nostro, ben 11 regie tra film e episodi tv di Walker, di cui 10 con il Norris del nostro cuore.

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Dopo l’esordio registico di Aaron con il fracassosissimo war movie Braddock: missing in action 3, ci si aspettava da questo Platoon leader, opera seconda, un’altra sotto rambata con battute ad effetto e molte arti marziali, visto la presenza nel cast del grandissimo Michael Dudikoff (American ninja, I cacciatori della notte).

Invece sarà il cambio di produzione, la Cannon distribuisce soltanto, ma Platoon leader gioca più in sottrazione che in accumulo cercando di raccontare una storia dai toni veristi e commoventi, un po’ come il quasi contemporaneo Platoon di Oliver Stone, fallendo si intende, ma non miseramente.

La regia di Aaron Norris non spicca come nel film precedente, l’intro di Braddock era da scorticarsi le mani poi è vero il film era quello che era ma cazzo quell’intro, qui non si tenta mai di andare oltre a livello stilistico, di un ottimo telefilm degli anni 80, ma mancano i movimenti di macchina e tutte quelle chincaglierie registiche che avevano anche i nostri peggiori Bruno Mattei quando si buttavano nell’inferno verde del Vietnam.

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Nel film purtroppo di elicotteri ce n’è solo uno spacciato per cento

Sia dato atto, non mi fraintendete, Platoon leader non è un film girato male, è un film girato come un compitino, una pellicola che cerca di non alzare troppo i toni per paura di strabordare e così facendo perde tutta la magia che le produzioni di serie B o C più becere avevano.

Il titolo poi viene cambiato in fase di distribuzione da Nam a quello che conosciamo proprio per accaparrarsi i fan del film di Stone, ma, per assurdi casi del destino, questo nuovo titolo è azzeccatisimo con la pellicola, Stone o meno.

Leggiamo infatti su wikipedia:

Un platoon leader è l’ufficiale al comando di un plotone . Questa persona è di solito un giovane ufficiale – un secondo o primo tenente o un grado equivalente“.

Appunto nell’intro del film vediamo il giovanissimo Jeffrey Knight, interpretato dal nostro Dudikoff, che arriva fresco di nomina a ufficiale, in un avamposto in Vietnam. Qui cominceranno i suoi guai perchè, malvisto da tutti, dovrà guadagnarsi sul campo la fiducia dei suoi uomini arrivando a perdere quasi un occhio in un’imboscata.

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Già le prime scene del film fanno respirare un’aria seriosa alla Apocalipse Now con il viaggio in elicottero verso la base e le poche battute scambiate da Knight/Dudikoff ad uno dei suoi uomini sotto una luce inverosimilmente rosso fuoco.

Knight: “Perchè vi chiamano il sogno?”

Soldato: “Perchè la mattina ti svegli, mangi, vai a pisciare, combatti e poi ti svegli ancora ed è tutto uguale. E’ tutto un fottuto sooooooooooooooooogno”.

L’impresa più faticosa da compiere per Knight sarà non vincere la guerra, una guerra impossibile e spietata, ma far capire a tutti i suoi uomini il valore di una squadra. Infatti come gli ricordano i suoi uomini “il vecchio tenente stava chiuso nel suo ufficio per giorni, usciva a dare gli ordini e via così, finchè non è tornato a casa”. Solo che Knight non è di quella pasta, lui la guerra la vuole sfidare viso a viso e comincia ad uscire con i suoi uomini, restando ferito e tornando ancora a combattere.

Il film non cerca di dare una visione antimilitarista del Vietnam, cerca uno sguardo distaccato, anche se è risibile la simpatia di regista e sceneggiatori per i soldati americani che si trovano quasi per caso in un inferno terribile. Ai soldati americani vanno infatti le scene madri, quelle che sfiorano il patetismo, come la morte del soldato Bacera che, trovato cadavere dai compagni per un’overdose di eroina, sarà crivellato a mitragliate post mortem perchè “ora può tornare da eroe a casa”. O ancora la lunga scena che presenta il soldato Hayes e la sua simpatia per una ragazza locale, stuprata e mutilata di un braccio e in seguito scannata perchè (forse) spia del governo USA. Una sequenza che culmina con una vendetta catardica verso il gruppo di assassini Charlie con forse uno delle pochi rallenti del film.

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Si ha però sempre la sensazione che non si sia lavorato tantissimo sullo script che è nato dalle esperienze di un vero reduce, James R. McDonough. Sulla sceneggiatura ci hanno lavorato ben 4 sceneggiatori, tra cui il terribile Rick Marx di tanti, troppi orroracci straing to video, senza purtroppo  avere la sensibilità giusta per raccontare dei veri drammi di guerra. I comportamenti dei personaggi nascono e muoiono in pochi attimi in un semplicismo imbarazzante: se faccio vedere il tipo A subito dopo a questo succederà qualcosa. Per dirlo in parole povere, in Platoon leader il processo di umanizzazione porta sempre a tragedie, fin quando i soldati stanno in ombra non gli succede nulla.

Dall’altro canto sappiamo davvero pochissimo dei nemici che affontano: sono vietcong, si muovono in gruppo e sono cattivi. Questo probabilmente perchè il film è raccontato attraverso gli occhi di un soldato americano e i tempi di Tra cielo e terra di Oliver Stone sono ancora lontani. Volendo dei viet sappiamo anche che hanno un villaggio pacifico ai piedi del’avamposto composto da donne, bambini e contadini e che diventerà l’atto vile di guerriglia nel tragico finale. Infatti i nemici, capendo di essere in difetto, arriveranno a trucidare proprio i locali, come monito per gli yankees,  mentre Dudikoff ferito in un occhio pronuncerà la frase “Non è questa la guerra, non è un ucciderci tra di noi”.

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Come detto però il film nasce già disgraziato perchè vuole essere serio e poi chiama il suo protagonista Knight come un eroe da action movie, piazza come star un attore di tanti action marziali non proprio famoso per essere espressivo, e non resce mai a fare appassionare alle vicende di questi soldati che lo script probabilmente voleva umanissimi. Questo è un raro caso di serie B con pretese ma senza avere il coraggio o la possibilità alla fine di mettere in scena con efficacia le pretese.

C’è da aggiungere che il film fu girato in Sud Africa e non nelle inflazionate Filippine e che in produzione c’era il mitico Harry Alan Towers di tanti brutti e bei Jesus Franco anni 70, ma anche dell’indecente American ninja 3, quindi non proprio un nome aureo nell’action anni 80.

Andrea Lanza

La collina dell’onore

Titolo originale: Platoon leader

Regia: Aaron Norris

Musica di George S. Clinton

Distribuito da Cannon Films

Interpreti: Michael Dudikoff, Robert F. Lyons, Michael DeLorenzo, Jesse Dabson, Daniel Demorest

Durata: 97 minuti – VHS WARNER

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Police Story – Lockdown

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Nella vita arriva, prima o poi, il momento in cui ti rendi conto di essere invecchiato. E non c’entrano i capelli bianchi, le rughe o le occhiaie di quello che non regge più le nottate alzato fino all’alba. Non c’entra nemmeno il mal di testa mattutino causato dalla baldanzosità con cui affronti le maratone horror notturne, quando invece alle dieci e mezza hai così sonno che crolleresti persino davanti a uno spogliarello di Faye Reagan. No, capisci di essere davvero invecchiato quando ti trovi di fronte a un film di Jackie Chan e l’unica cosa a cui pensi è: Jackie non si sta spaccando le ossa come faceva anni fa. È in quel momento, quando il tuo eroe d’infanzia ci va più cauto con gli stunt, che ti rendi conto di quanto lo specchio infame abbia ragione sul tuo conto. Sei vecchio.
Inutile perdere tempo a lagnarsi o a pensare come ribaltare l’ordine naturale delle cose, piuttosto si cerchi di trarre il meglio da ogni età che si riesce a vivere. Come fa il nostro buon Jackie, che probabilmente si è stancato di fracassarsi ogni santo film e tutela i suoi sessantadue anni con pellicole meno forsennate. Police Story – Lockdown è decisamente una di queste.

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Non credo di dovermi soffermare a spiegare chi sia Jackie Chan, ma se fra voi c’è qualcuno che ha vissuto su di un altro pianeta negli ultimi trent’anni è presto fatto: Chan è Dio. Molto semplice, vero? Classe 1954, attore, regista, artista marziale, stuntman, produttore, lui è tutto e può fare tutto. Con più di cento film alle spalle, il suo stile action-comedy inconfondibile è volato ben oltre i confini cinesi, conquistando il mondo e facendo scuola. Vi basti sapere questo: Jackie ha sempre eseguito da sé gli stunt dei suoi film, rompendosi più volte svariate ossa del corpo e ancora oggi porta una placca nel cranio a causa di un grave incidente occorso durante Armour of God. Se questo non vi basta per credere nella sua divinità tornate pure alle crisi di mezza età delle star hollywoodiane e tanti saluti.
Inventiva e follia sono sempre stati un marchio di fabbrica, ma il tempo passa per tutti e l’esuberante propensione a snobbare la propria incolumità è stata indubbiamente ridimensionata. Il nuovo capitolo di Police Story prosegue i toni seriosi del precedente, New Police Story, dimenticando del tutto i primi film che hanno aperto la saga, capolavori dello stile spettacolare a cui l’artista cinese ci ha abituati. Forse il problema, se di problema si può parlare, è proprio l’abitudine. Dopo film come Supercop, Armour of God, Project A o Terremoto nel Bronx, quello che ti aspetti da Jackie Chan è sempre un circo di invenzioni spericolate, ma ci si dimentica di aggiungere all’equazione l’età e la mole di incidenti subiti negli anni. Jackie non è Tom Cruise, che all’alba dei cinquanta si proclama tuttofare e inizia a viaggiare sugli aerei appeso fuori dal portellone, no, perché quello che tanti attori fanno oggi in tutta sicurezza, lui lo ha già fatto in passato. E il più delle volte senza cavi, materassi o altre cose in grado di salvargli la pelle. Tenendo presente tutto questo, Lockdown assume contorni differenti e si può valutare per quello che è: un dignitoso film d’azione, con una star conscia di ciò che può fare oggi. Tagliando i ponti con l’ispettore Kevin Chan Ka Kui dei primi quattro episodi, qui troviamo un nuovo personaggio, Zhong Wen, poliziotto dal passato dedito al lavoro più che alla famiglia, deciso a riallacciare i rapporti con la figlia. Verranno entrambi sequestrati e tenuti in ostaggio in un locale, dove il rapitore ha ordito un piano per vendicarsi di un torto subito.

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Niente voli da altezze siderali, schianti su vetrate o acrobazie armato di scala, JC interpreta sobriamente un uomo stanco e invecchiato, e non stento a credere che gli sia riuscito facile, dove persino nel combattimento sembra avere la peggio contro un ragazzo più giovane e forte. Niente commedia, quindi, spazio invece al melodramma con finale macchinoso, ritmato da un Ding Sheng, scrittore e regista, non proprio in stato di grazia. Se, come ho scritto poco sopra, Lockdown è un film dignitoso, è altrettanto vero che la narrazione altalenante non sempre tiene lo spettatore sul vivo, provocando dei cali di tensione che, in un simile plot, rischiano di inficiarne la qualità. Si nota inoltre la presenza cinese, in termini produttivi, oltre a quella di Hong Kong e questo porta a un palese risalto di alcuni elementi che non possono assolutamente essere trattati male o risultare in chiaroscuro. La polizia, infatti, è vista come portatrice di grandi valori, retta, inflessibile verso i criminali, pura nel suo far rispettare la legge e nel credo che ogni vita è preziosa. Fa sorridere, indubbiamente, ma è un difetto minimo su cui si può anche sorvolare.

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Police Story 2013, titolo originale, riparte quasi da zero e i suoi difetti, comunque presenti, non affossano la godibilità e quello che c’è di buono nella regia e nella sceneggiatura di Sheng. Nulla di originale, certo, e se cercate i fasti di un tempo potete tranquillamente pescare a piene mani nella filmografia dal 1978 al 2000, perché qui non troverete un capolavoro, ne spettacolarità o emozioni forti. Ma queste cose Jackie Chan le ha già create innumerevoli volte, per cui sono convinto gli si possa concedere, in una lunga filmografia, anche qualche lavoro che sia semplicemente un sufficiente prodotto d’intrattenimento.

Manuel Ash Leale

Police Story – Lockdown

Titolo originale: Ging Chat Goo Si (Police Story 2013)

Anno: 2013

Durata: 110 min

Regia: Ding Sheng

Scneggiatura: Ding Sheng, Alex Jia

Cast: Jackie Chan, Ye Liu, Tian Jing, Rongguang Yu

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House of Blood

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Vedere “House of blood” è un po’ tornare bambini con videocassette immonde, logore che sanno di un tempo purtroppo ormai passato. Ricordo le nottate a sedici anni da solo o con amici a vedere robe immonde come “I ragazzi del cimitero” o “Spookies” o, la spazzatura della spazzatura, filmacci sotto label come “Eureka”, “Antoniana”, cose che mai sotto tortura oggi guarderesti. Eppure allora ci si esaltava con poco, i parametri di bello e brutto erano azzerati, te ne fregavi se un regista girava un horror nel giardino di casa e lo chiamava Amazzonia, non ti sentivi preso per scemo, semplicemente accettavi anche l’inaccettabile.

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Erano gli anni che magari rubavi la videocamera di tuo padre o di tuo zio e ti cimentavi tra zoom selvaggi e succo d’amarena a credere di essere Fulci o Romero, poi magari la tua pseudo troupe non si presentava e grazie a Dio non finivi il tuo insulto al Dio del cinema. “House of blood” è quel film che da ragazzino non hai terminato, è la videocassetta che avresti potuto vedere da adolescente assetato di film, è l’incubo più nero di ogni critico che si autodefinisce esteta. E proprio per questo suo essere oltre, oltre il buon gusto, oltre la più giusta delle logiche, posizionandosi fuori dal mondo, “House of blood” è un capolavoro come non se ne vedono da anni. Cioè tutto è sbagliato, dalla scelta della videocamera, una pessima dvd cam forse, agli attori ridicoli che sono comici quando fanno i duri, ai dialoghi tremendi che vogliono unire frasi cazzute ad altre di più aulico pensiero.

HouseOfBlood_comingtogetyouPoi voi penserete “il livello di fregna sarà almeno alto”, cioè deve esserlo per forza se tutto sulla carta fa schifo perchè è un legge cosmica che muove gli equilibri dei brutti film: ad ogni scena sciatta il regista, quasi come il miglior illusionista, ci infila due scene a tette nude, e tu, comese ci fosse l’ipnorospo,  dimentichi il resto. Invece no, poche ragazze, vestitissime, e quella che interagisce col resto del cast è pure un cesso mica male che si scopre essere nientepocodimeno che la moglie di Ittenbach, il genio autore di “House of blood”. Allora, mi direte voi dove, ti sei rincoglionito, dove diavolo è il capolavoro? Ci arrivo, ci arrivo, miei cari. Per cominciare tecnicamente il film è incredibile, girato con un budget tipo le mille lire delle Elementari per un succo di frutta e la focaccina, ha però la dignità di una grossa produzione.

Olaf Ittenbach's House of Blood (2006) Chain Reaction

Ittenbach fa cose folli con quei tre soldi, muove la telecamera sopra tetti, osa persino carrellate, nobilita combattimenti tra uomini e demoni con rallenti o soggettive di proiettili perforanti. Mica male dico io ora. Poi cazzarola lo splatter è estremo e ben fatto, gli attori mutano in un batter d’occhio in demoni e, come “Dal tramonto all’alba”, il poliziesco diventa horror e giù di facce ridotte in poltiglie, di teste aperte come un melone, di operazioni ai testicoli con dovizia di particolari, di arti amputati. Chi più ne ha più ne metta. Poi, fattore di cazzata non indifferentemente divertente, è che questi mostri saltano come acrobati da circo e picchiano come karatechi. Applauso a scena aperta senza dubbio. “House of blood” è una giostra malferma, un luna park scalcinato che risulta alla fine più divertente di Gardaland. Sarebbe interessante vedere Ittenbach girare un horror con qualche soldino in più, magari ne uscirebbe un nuovo Robert Rodriguez, visto che il vecchio ormai ha perso da tempo l’estro. L’importante, sia ben chiaro,  non fare scrivere al regista, mai, una sceneggiatura. Non è proprio capace!

Andrea Lanza

House of Blood
Regia: Olaf Ittenbach
Sceneggiatura: Olaf Ittenbach, Thomas Reitmair
Interpreti: Christopher Kriesa, Martina Ittenbach, Simon Newby, Luca Maric, Mehmet Yilmaz
GERMANIA 2006/90 min.

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