Malastrana vhs apre lo shop

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Breve spazio pubblicitario.

Malastrana apre il suo shop su questo indirizzo http://www.w55shop.com/malastranavhs

Registrandovi potrete acquistare con vistosi sconti, o con punti da convertire in denaro per i vostri acquisti, da siti come ebay o altri marchi di spicco.

Tutto gratis ovviamente, come sempre è la politica di Malastrana vhs.

Quindi se ora volete comprare il costume alla vostra fidanzata su Yamamay o la peggiore videocassetta di Jesus Franco sentendovi non solo ricchi d’animo ma anche di portafoglio ora non avete scuse.

Per il resto ci vediamo sempre qui per nuove recensioni.

 

 

Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

House of Blood

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Vedere “House of blood” è un po’ tornare bambini con videocassette immonde, logore che sanno di un tempo purtroppo ormai passato. Ricordo le nottate a sedici anni da solo o con amici a vedere robe immonde come “I ragazzi del cimitero” o “Spookies” o, la spazzatura della spazzatura, filmacci sotto label come “Eureka”, “Antoniana”, cose che mai sotto tortura oggi guarderesti. Eppure allora ci si esaltava con poco, i parametri di bello e brutto erano azzerati, te ne fregavi se un regista girava un horror nel giardino di casa e lo chiamava Amazzonia, non ti sentivi preso per scemo, semplicemente accettavi anche l’inaccettabile.

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Erano gli anni che magari rubavi la videocamera di tuo padre o di tuo zio e ti cimentavi tra zoom selvaggi e succo d’amarena a credere di essere Fulci o Romero, poi magari la tua pseudo troupe non si presentava e grazie a Dio non finivi il tuo insulto al Dio del cinema. “House of blood” è quel film che da ragazzino non hai terminato, è la videocassetta che avresti potuto vedere da adolescente assetato di film, è l’incubo più nero di ogni critico che si autodefinisce esteta. E proprio per questo suo essere oltre, oltre il buon gusto, oltre la più giusta delle logiche, posizionandosi fuori dal mondo, “House of blood” è un capolavoro come non se ne vedono da anni. Cioè tutto è sbagliato, dalla scelta della videocamera, una pessima dvd cam forse, agli attori ridicoli che sono comici quando fanno i duri, ai dialoghi tremendi che vogliono unire frasi cazzute ad altre di più aulico pensiero.

HouseOfBlood_comingtogetyouPoi voi penserete “il livello di fregna sarà almeno alto”, cioè deve esserlo per forza se tutto sulla carta fa schifo perchè è un legge cosmica che muove gli equilibri dei brutti film: ad ogni scena sciatta il regista, quasi come il miglior illusionista, ci infila due scene a tette nude, e tu, comese ci fosse l’ipnorospo,  dimentichi il resto. Invece no, poche ragazze, vestitissime, e quella che interagisce col resto del cast è pure un cesso mica male che si scopre essere nientepocodimeno che la moglie di Ittenbach, il genio autore di “House of blood”. Allora, mi direte voi dove, ti sei rincoglionito, dove diavolo è il capolavoro? Ci arrivo, ci arrivo, miei cari. Per cominciare tecnicamente il film è incredibile, girato con un budget tipo le mille lire delle Elementari per un succo di frutta e la focaccina, ha però la dignità di una grossa produzione.

Olaf Ittenbach's House of Blood (2006) Chain Reaction

Ittenbach fa cose folli con quei tre soldi, muove la telecamera sopra tetti, osa persino carrellate, nobilita combattimenti tra uomini e demoni con rallenti o soggettive di proiettili perforanti. Mica male dico io ora. Poi cazzarola lo splatter è estremo e ben fatto, gli attori mutano in un batter d’occhio in demoni e, come “Dal tramonto all’alba”, il poliziesco diventa horror e giù di facce ridotte in poltiglie, di teste aperte come un melone, di operazioni ai testicoli con dovizia di particolari, di arti amputati. Chi più ne ha più ne metta. Poi, fattore di cazzata non indifferentemente divertente, è che questi mostri saltano come acrobati da circo e picchiano come karatechi. Applauso a scena aperta senza dubbio. “House of blood” è una giostra malferma, un luna park scalcinato che risulta alla fine più divertente di Gardaland. Sarebbe interessante vedere Ittenbach girare un horror con qualche soldino in più, magari ne uscirebbe un nuovo Robert Rodriguez, visto che il vecchio ormai ha perso da tempo l’estro. L’importante, sia ben chiaro,  non fare scrivere al regista, mai, una sceneggiatura. Non è proprio capace!

Andrea Lanza

House of Blood
Regia: Olaf Ittenbach
Sceneggiatura: Olaf Ittenbach, Thomas Reitmair
Interpreti: Christopher Kriesa, Martina Ittenbach, Simon Newby, Luca Maric, Mehmet Yilmaz
GERMANIA 2006/90 min.

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Brotherhood 3: giovani demoni

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Se David Decoteau non esistesse, probabilmente dovremmo inventarlo.
David è un po’ come la scorreggia sonora e deflagrante che ti scappa quando sei lì lì per farti la ragazza dei tuoi sogni, lo zucchero buttato nella pasta per sbaglio al posto del sale, è il film atteso da vent’anni che non l’ammetti ma fa schifo.
Ecco, David nostro bello esiste per quelle strane leggi di compensazione che vogliono il male spuntare sempre quando c’è il bene, che hanno creato l’invasione delle cavallette quando ero solo in vacanza in Egitto, insomma la legge di Murphy incarnata in un uomo.

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Il genio del male

Esistono film brutti, qui ne recensiamo a milioni, ma per fortuna esistono anche i film brutti e divertenti, quelli che fanno bene al cuore perchè nulla ti rilassa di più di un film che magari è nato storto, sgarruppato, incazzato col mondo, e tu ci vedi del bello in quegli occhietti disgraziati. Questo mette in pace col Dio del cinema. Purtroppo i film di Decoteau sono brutti e neanche divertenti, sono una tortura per le palle incredibile, ma hanno anche quella strana malia che tu spinge a guardarli, come incantato davanti al suono delle sirene, perchè sono il nulla, la fine dei sensi, sempre caro mi fu quest’ermo colle quando ti lasci andare sereno verso la morte.

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A David non piacciono le tette

A David non piacciono le tette, lui scappa davanti alla passera come Reagan mentre Padre Karras impugna il crocefisso, a lui, sia chiaro, garba il chupito bevuto alla goccia con quei monellaci di Mark e Joe. David è gay ma uno di quei molesti perchè non è in pace con se’ stesso, ridotto a girare film etero in un mondo interiore che urla Like a Virgin, Paparazi e Amooore proontooo, quindi è come la Jenni di Vasco, pazzo, e a suo modo un terrorista.

I film di Decoteau sono subdoli perchè non danno mai quello che promettono. Lui disgraziatamente è rimasto ancorato al Craven di Scream, diventando, anche in questo 2016, la risposta più scellerata allo slasher anni 90.

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Purtroppo

In copertina David nostro ci mette quasi sempre una figona e dietro, quasi fosse un porno, sei o più maschi a petto nudo e arrapati. I suoi horror teen, sulla carta, sono roba per fare sgrillettare le adolescenti, ma in realtà sono horracci zozzi pieni di gente stupida che fa roba stupida in attesa della scena clou, ovvero un ragazzone che in mutande bianche fa la doccia mentre qualcuno, sempre uomo, lo guarda per i più svariati motivi che non sono mai quelli palesi.

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In Italia, fino a qualche anno fa, hanno cercato di farci piacere per forza Decoteau: non uscivano film horror decenti, ma la Mediafilm buttava a dozzine i chiappa e sangue del buon David. In più accompagnati da scritte attira gonzi come “Dalla mente perversa del genio di Decoteau” neanche fossimo davanti a Cronenberg o Lynch.

Per fortuna poi la Mediafilm ha smesso, forse fallita, forse chi se ne frega, l’importante è che nessuno più poteva cadere nella subdola trappola del genio Decoteau. Certo che il complotto che ha visto decine di film di questo regista arrivare in Italia in pompa magna, con cerimonie degne di un vero autore, ha del folle e una ragione che trova risposta solo nella massoneria o negli ufo, nell’omicidio di Kennedy e nella verginità di Brooke Shields.

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Brotherhood 3 è uno dei suoi dvd peggio distribuiti, quelli che trovi di meno tra le bancarelle del marocchino di Brignole a Genova, ma anche uno dei suoi film più esemplari in quanto a cazzimma verso il genere.

Brotherhood 3 è il terzo capitolo di una saga che conta ben sei capitoli, di cui quattro sbarcati in Italia a volte in versione deluxe due dvd. Il primo nonchè il migliore raccontava di un ragazzo che, appena arrivato in un liceo, si trova a fronteggiare la minaccia di una congrega di stregoni in mutande e patta sbarazzina. Tutti gli altri sono una variazione del tema, magari cambiando scenario, non più il liceo, o magari, come nel quinto, buttandoci una scena omo più calcata, ma la minestra resta la stessa.

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Ci sono dei geroglifici a forma di cazzo. Genio!

Colpevole di questi crimini contro l’umanità e il cinema, oltre a Decoteau, è stato lo spezino Ryan Carrassi, che all’epoca della Mediafilm era il nome più vicino al regista. Carrassi è stato l’artefice di un’odio smisurato verso i cartoni animati dell’epoca Bim bum bam, colpevole di tagliare ed edulcorare temi scabrosi o situazioni ambigue in serie come Sailor moon o Piccoli problemi di cuore. Coi film di Decoteau fa lo stesso: aggiusta i dialoghi, tagliuzza di qua e là, rendendo meno gay il tutto ma mandando dallo psicologo diversi spettatori. “Dottoressa, vedo la gente frocia!!!”.

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Oltretutto Carrassi e Decoteau, su varie riviste, tipo Horrormania, Nocturno, persino Film tv, nel 2005, avevano indetto un concorso per trovare comparse per un imminente Pool 2, il seguito di un film tedesco, stavolta girato però a quattro mani dal nostro genio americano e da un regista italiano, Tiziano Pellegris, su produzione e distribuzione Mediafilm.

The pool 2 restò un sogno, possiamo trovare su internet un brutto backstage, e sembra fosse un film frakenstein, ovvero 20 percento storia nuova di produzione italiana e 80 per cento dell’americano Vuoi sapere un segreto?, altro capolavoro distribuito da Mediafilm, con il taglia e cuci di Carrassi, a fronte di un budget di un milione a 200, a credere ad imdb. Cosa ci fosse dietro questa produzione, dal riciclo di capitali, alla versione gay del fake agent, è uno di quei misteri che forse non sapremo mai, ma che ci fanno percepire la natura arruffona di questi prodotti.

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Brotherhood 3 è il capitolo slegato di tutta la saga, come ogni buon terzo capitolo vuole dai tempi di Halloween 3, ma non per questo il migliore.

Stavolta il campo da gioco è diverso, sempre un liceo, ma siamo in ambito giochi di ruolo. Ogni Venerdì sera, il film immagina, che un gruppo di ragazzi usi la scuola come scenario per giocare una partita live ad una specie di Dungeon and dragons con i partecipanti vestiti da scemi, chi da elfi, chi da cavalieri.

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Non serve far pronunciare ad un personaggio “Sono un guerriero errante” se gli metti in testa un secchiello da sabbia! Non sei un illusionista, quello resta sempre uno scemo col secchiello in testa, al di là di cosa dica.

In questo liceo, che non è mai chiaro del perchè non abbia un custode, oltre a loro si aggira un misterioso figuro, vestito da cavaliere ma dal volto coperto, che spia i ragazzi docciarsi, poi al posto di ucciderli, si fa fare un pompino, trasformandoli in demoni, anzi giovani demoni come recita il sottotitolo.

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Al di là dei make up miserabili, dell’assenza di sangue e del fatto che gli aiutanti di questo cattivone sono vestiti come degli schiavi da film porno bondage, il film è girato quasi completamente al rallenti. Cioè una cosa incredibile, durebbe a velocità normale forse tre quarti d’ora, ma, con uno strano escamotage. David dissemina il film di gente che corre a velocità ridotta, senza un motivo logico, senza la minima suspense, senza una musica piena di tensione, senza nulla che non sia la fuga al rallentatore di questi scemi inseguiti da un ancora più lento cattivone medioevale.

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Ecco quando dicevo che i film di Decoteau sono ipnotici, questo ne è l’esempio. Tu lo guardi e speri che succeda qualcosa, ma quel qualcosa non succede, allora alla quarta scena senza ritmo, senza logica, ti lasci andare e sei perso, encefalogramma piatto, dottore non c’è più speranza, è morto.

Decoteau cerca di rendere misteriosa l’identità di questa creatura assassina, che i ragazzi non vedono mai anche se si nasconde con l’agilità di un bradipo eccitato, ma è un segreto di pulcinella che solo i più puri di cuori non hanno capito. Certo David nostro ci mette dentro deliri che fanno gridare al cielo tipo l’introduzione a cazzum degli immortali Ramses e Anubis, chiamati affettuosamente Ramsey e Any, con tanto tra l’altro di Anubis bravo, che dimentichi presto come d’altronde il film.

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Oltretutto è facile confondere questa pellicola con un’altra analoga dello stesso regista, sempre distribuita da Mediafilm come The game (ma in precedenza editata come Prison of dead da un’altra etichetta), che racconta una storia simile con però l’aggiunta di alcuni frocissimi zombi. Stessa merda, per intenderci.

Il cast è composto da non attori così come la regia è, oltre il discutibile rallenti, quanto di più imbelle possa capitare di vedere. Peccato perchè a noi di Malastrana vhs, una delle prime opere di Decoteau, Dreamaniac, era anche piaciucchiata, ma credetemi, alla soglia del 2017, con 125 film sul groppone, David nostro ha girato solo cose brutte, tra le più brutte e meno divertenti mai viste. Se leggete il suo nome su un dvd o qulacuno, per fare l’alternativo, vi dicesse “C’è questo autore che spacca” con in mano il dvd di Brotherhood 3, voi scappate più veloci che potete, nella speranza non lo stiate facendo al rallenti perchè sennò, cazzi vostri, ingoiate e vestitevi da paggetti del male.

Andrea Lanza

Brotherhood III – Giovani demoni
Titolo originale: The Brotherhood III: Young Demons
Anno: 2003
Durata: 82 min
Regia:David DeCoteau
Soggetto: David DeCoteau e Matthew Jason Walsh
Sceneggiatura: Ryan Carrassi e Matthew Jason Walsh
Interpreti: Kristopher Turner, Paul Andrich, Ellen Wieser, Julie Pedersen, Andrew Hrankowski, Landon McCormick: Matthew Epp, Carl Thiessen

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Dominator

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Exterminator era un film sfilacciato ma interessante, dove uno psicopatico Robert Ginty trucidava, nei modi più violenti, i criminali di turno, in una sorta di Il giustiziere della notte con il pedale accellerato sull’iperbole. Non era un grande film, meglio si sarebbe fatto, sulla falsariga di Bronson/Winner, per esempio con il notevole Vigilante di William Lusting, ma sia dato atto al regista James Glickenhaus di essere riuscito a girare un solido B movie dalla resa spettacolare di un film hollywoodiano. In più Exterminator è uno di quei noir action che vengono più miticizzati dai fan del genere, vuoi perchè è difficile trovare un’altra pellicola con un eroe, John Eastland, che si comporta peggio dei vari aguzzini uccidendo cani e triturando mafiosi come quarti di bue, vuoi perchè James Glickenhaus è uno che gira distrattamente, ma quando si tratta di mettere in scena una sequenza d’azione, come il lungo incipit nel Vietnam, diventa il Francis Ford Coppola del cinema popolare.

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Di Dominator, il suo seguito, invece se ne parla poco, e, quando lo si fa, i termini non sono poi così lusinghieri.

Eppure è una di quelle pellicole che esaltano il sottoscritto.

Quattro anni dopo Exterminator, in un 1984 utopico dove la violenza è all’ordine del giorno, un misterioso vigilante, bardato da una tuta ignifuga e armato di un lanciafiamme, purifica le strade della peggiore teppaglia. Qui facciamo la conoscenza di un altro John Eastland, sempre interpretato da Robert Ginty, ma totalmente agli antipodi del personaggio visto nel film precedente. Se l’Eastand di Exterminator era un personaggio poco simpatico e taciturno, questo, pur mantenendo lo stesso nome e cognome, è una sagoma, spigliato e ciarliero. In più ha una ragazza, ballerina di lap dance, che sogna di sfondare nei musical di Broadway.

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La sua vita sembra perfetta finchè non incontra Bee Gee (Frankie Faison), un ex commilitone del Vietnam, che di lavoro guida il camion della nettezza urbana. Quello che il buon Ginty non sa è che poche ore prima l’amico ha salvato un poveraccio torturato da un gruppo di teppisti e questi gli hanno giurato la morte.

Contando che i novelli guerrieri della notte conoscono del loro nemico solo il camion che guida, quando vedono Ginty tornare a casa con la fidanzata, proprio a bordo del mezzo tanto odiato, pensano di avere trovato l’autista ricercato, iniziando la rappresaglia ai due innamorati.

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Ora, se conoscete il genere, sapete che, se sei la ragazza di un personaggio di un Sotto Giustiziere della notte, devi stare zitta e non dire la frase “Da grande voglio fare la ballerina” perchè la cosa più buona che può capitarti è romperti la caviglia. Si sa che in questo genere di film, però, la cosa che capita non è mai la migliore.

La ragazza di Ginty verrà pestata a sangue, ridotta in fin di vita con la spina dorsale spezzata, all’inizio, poi in seguito, stuprata e ammazzata. Non serve altro per scatenare la vendetta. “Non posso salvarla, ma sterminare questi stronzi si”.

E così sia.

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Le scene d’azione sono vivaci, con una metropoli che sembra l’inferno, una sorta di Gotham city più violenta e senza l’appoggio di nessun Batman. Per questo, quando il misterioso vendicatore irrompe sulla scena, sputando fuoco come fosse un soldato in Vietnam, il tono è quello di uno strano cinecomix iperviolento.

Siamo in anticipo sulla città de Il giustiziere della notte 3, popolata da ladri, assassini e stupratori. La New York di Dominator è un vespaio della peggior specie di deliquenti, gente che vediamo uccidere per due spiccioli e poi, sempre per quei due spiccioli, accoltellarsi tra di loro.

Il film non si tira indietro davanti alle scene più crude come quella che vede una coppia di vecchietti uccisa a colpi di pistola, barbaramente, con i proiettili che dilaniano la carne con squarci rossi e dolorosi, tra le risate dei criminali.

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Più che esseri umani, questi teppisti, sono ratti, vivono nelle fogne e quando attaccano qualcuno hanno dell’inumano, quasi famelico, che li rende mostri da horror movie, quasi moderni cannibali metropolitani. In generale poi la città sembra davvero uscita da incubo romeriano o da un post atomico alla Castellari. Merito anche della fotografa che predilige i colori più accesi e innaturali anche nelle tante scene notturne.

Stupisce poi per il basso budget, la resa potentissima di alcune sequenze, impensabili in un film Cannon che a prima vista sembra girato al risparmio, con studi di dottori improvvisati in stanzini. Qui viene persino fatto esplodere un elicottero in una scena di grande impatto, una cosa che a livello concettuale è assurda, anche perchè viene usato un razzo segnalatore, ma è comunque wow, un momento di grande cinema popolare, stupidello ma gagliardo.

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Gli attori invece sono una roba che non ci credi. Robert Ginty se la cava, è più simpatico che nel film precedente, ma uno stoccafisso come pochi, con la sua faccia alla Nicolas Cage ultimo periodo che ha due uniche espressioni impareggiabili da tontolone. E’ comunque il migliore del cast che vanta una Deborah Geffner che dovrebbe essere la figa del film ed è una racchietta, e Frankie Faison che recita forse la peggiore performance della carriera, non riuscendo mai a dare spessore al suo personaggio, un ex reduce del Vietnam incattivito e psicolabile. Qui lo vediamo per il 70 per cento delle volte ridere e fare battutacce, il restante 30 impugnare un mitra senza motivo e morire come uno stronzo.

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Il peggiore però è senza dubbio Mario Van Peebles, figlio del grande Melvin, e qui ad inizio carriera, prima del suo Posse o del gagliardo Gunmen, in una parte importante, quella di X il villain della vicenda. Già dal look, con i capeli cotonatissimi, e dalla sua preferenza per gli abiti di pelle neri aderenti, neanche fossimo in Cruising, con quella X sul petto che dovrebbe fare paura e invece fa ridere, capisci che qualcosa non va. Van Peebles recita male, ma così male che ti commuove persino, gesticola, fa le facce, salta come un ballerino, sembra un pessimo attore in over acting sotto cocaina pesante. Il suo X ricorda per ferocia il Zed di Scuola di Polizia 2, ed è tutto dire.

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A girare stavolta non è più James Glickenhaus, ma il produttore del film precedente, Mark Buntzman, alla sua unica regia visto il disastro combinatogli dalla Cannon per questo film, che tra poco paleseremo.

Mark Buntzman gira con nerbo, abusa di rallenti come nel caso della scena di aggressione a Deborah Geffner, ma in generale è bravo, tanto che, a differenza di Glickenhaus, non rende interessanti solo le scene spettacolari, ma si sofferma sui personaggi, sul loro background, riuscendo a rendere vivaci anche quelle sequenze romantiche ti fanno spingere il fastfoward.

E’ questo il problema che ha spinto la Cannon a distruggere l’opera di Buntzman, dilaniandola e riempendola di sequenze nuove girate senza Ginty, ma soprattutto senza l’approvazione del regista. Il cut originale sembra purtroppo perduto, ma il film, stando alle parole del suo autore, era più intimista e meno fracassone.

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Sia chiaro Dominator, anche in questa versione, è gagliardo, soprattutto quando il finale sembra impazzire: la scena di stupro è di pochi secondi, quasi subliminale, in antitesi con le regole del genere, come un cancro impazzito sulla pelle, una chiusa schizzata perchè riflette la disperazione del suo personaggio. Ti lascia davvero una strana sensazione di follia, di incompiutezza, di frenesia e rabbia, ecco che, arrivato alla resa dei conti, diventi tu, spettatore, John Eastland.

Questi pregi però sono il frutto di un montaggio arbitrario, voluto dalla Cannon, che definì disastrosa la visione della pellicola ultimata. Nel film originale infatti non esisteva nessun giustiziere che bruciava i criminali, tutte le sequenze con il lanciafiamme, compreso il finale, sono interpretate da una controfigura, quando il regista aveva già mandato tutti a fanculo.

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Così anche i buchi di sceneggiatura, come i teppisti che scoprono casualmente dove abita Ginty e la sua donna, sono il risultato di scene eliminate o di sequenze spostate da un minutaggio all’altro. La famosa sequenze dell’elicottero per esempio era più lunga, con il pilota che urla tra le fiamme, e Van Peebles che incontra faccia a fiaccia Ginty puntandogli il dito contro e lanciandogli una sentenza di morte. Infatti i due si erano già visti prima, quando Bee Gee travolge con il suo camion i teppisti, non da solo come il nuovo cut, ma aiutato appunto da Ginty che affronta i vari criminali (in una foto di scena si vede l’attore tirare un copertone di un’auto a qualcuno). In seguito poi sempre il protagonista e la fidanzata, al ritorno a casa, dovranno fronteggiare la gang di Van Peebles in una scena eliminata dal nuovo montaggio. Visto così la narrazione sembra meno stupida, anche perchè nel film vulgato fa quasi ridere che questi teppisti si vendichino così a random con qualcuno principalmente mai visto e solo riconosciuto da uno dei tanti camion della nettezza urbana di New York.

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Ruolo importante poi aveva anche il night club dove lavorava la Geffner che, per via dell’esplosione dell’elicottero, veniva distrutto con i suoi bei morti e feriti. Sempre grazie alle foto di scena possiamo ricostruire la sequenza con l’attrice intenta a curare i feriti.
Il finale originale poi era molto più lungo e articolato con Ginty che sbaragliava la gang di X, aiutato anche dalla polizia (in una foto di scena un poliziotto punta un fucile contro Van Peebles inginocchiato). La resa dei conti stavolta vedeva in scena anche la sua ragazza sulla sedia a rotelle (in originale non moriva) armata di pistola. La fine del cattivone era in puro stile truce Cannon con il camion della nettezza che triturava l’infame. Non male no?

C’è da dire però che la sequenza di breakdance, terribile e lunghissima, voluta probabilmente dalla Cannon che in quel periodo avrebbe fatto uscire Breakin’ 2: Electric Boogaloo di Sam Fisterberg, è sicuramente girata da Buntzman, visto che in scena ha sia Ginty che la Geffner.

A girare le nuove sequenze è lo sceneggiatore William Sachs che in diverse interviste parla abbastanza male del regista originale dicendo che era un vero incompetente. A suo dire, quando i tecnici chiedevano a Buntzman dove posizionare la telecamera, lui rispondeva “Dove volete voi”. L’idea della maschera da saldatore è venuta a Sachs quando, nel cercare di salvare l’opera, si accorto che Ginty nel modificare il camion dell’immondizia, indossava una maschera da saldatore. Visto che Ginty se n’era andato col regista, quale migliore escamotage che girare le scene nuove, non avendo la star del film, con un nuovo attore mascherato?

Oltretutto, a conti fatti, non è mai chiaro, chi fosse il vigilante brucia stronzi, prima del finale, se Eastland o Bee Gee.

In qualsiasi caso, Dominator, chissà poi il perchè del titolo sadomaso affibbiatogli in Italia, è un film gagliardo che, qualsiasi cut vi troviate, risulta sempre una visione piacevole. Da noi è circolato solo in vhs, edizioni Multivision, con un bel doppiaggio, cosa strana ma buona.

Da recuperare.

Andrea Lanza

NOTA: Il trailer presenta scene alternative al cut vulgato che vengono dalla prima versione de regista:

Dominator
Titolo originale: Exterminator 2
Anno: 1984
Regia: Mark Buntzman (e William Sachs)
Cast: Robert Ginty, Mario Van Peebles, Deborah Geffner, Frankie Faison, Irwin Keyes
Durata: 90 min.
VHS: MULTIVISION

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Doppio spettacolo da Drive in: La dea cannibale/Il cacciatore di uomini

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Anche Jess Franco, nella sua prolifica e quasi bulimica attività di cineasta, si inserisce nel filone cannibalesco con due film “gemelli” del 1980, La dea cannibale e Il cacciatore di uomini: “gemelli” perché girati in economia, contemporaneamente, sfruttando le stesse location e con lo stesso protagonista – Al Cliver (alias Pierluigi Conti) – prassi parecchio in voga all’epoca e finalizzata al risparmio (due film al prezzo di uno). Se “El tìo” Jess ha dato il massimo negli horror erotico/onirici (Un caldo corpo di femmina, Vampyros lesbos, per citare i più famosi), nei cannibal-movie non è decisamente a suo agio, e i due film sono entrambi di qualità abbastanza scadente.

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Sarebbe troppo facile attribuire la responsabilità allo scarso budget: teniamo presente che Franco, anche con pochi mezzi, ha realizzato prodotti che possono piacere o non piacere ma sono comunque notevoli; e, nello stesso tempo, vari cannibal-movie italiani (Emanuelle e gli ultimi cannibali, Mangiati vivi!) sono stati realizzati in maniera low-budget ma con ben altro effetto. L’impressione è che a Jess Franco, in fondo, importasse poco o nulla di questo filone, ed è probabile che vi si sia inserito per motivi puramente commerciali: manca tutta l’ispirazione presente nei suoi film vampireschi ed erotici, manca l’atmosfera, e spesso i film concedono ampio spazio alla noia.

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Va detto, inoltre, che gli horror cannibaleschi sono un genere squisitamente italiano, mentre La dea cannibale e Il cacciatore di uomini hanno ben poco di italiano – solo una quota produttiva e qualche interprete. Al Cliver, attore molto conosciuto nel cinema di genere italiano (ricordiamo alcuni film di Fulci come Zombi 2, L’aldilà, Black cat), è il protagonista di entrambe le pellicole, e garantisce la consueta professionalità ma senza entusiasmo. Dimentichiamoci quindi i cannibal-movie selvaggi della pura tradizione made in Italy e affrontiamo questi due film come horror avventurosi senza pretese.

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La dea cannibale è probabilmente il peggiore fra i due, vista anche l’assoluta banalità della storia: il dottor Jeremy Taylor (Cliver), durante una spedizione in Amazzonia insieme alla famiglia, viene aggredito da una tribù di cannibali che uccidono e divorano la moglie, gli tagliano un braccio e rapiscono la bambina. Riuscito a fuggire e tornato negli Stati Uniti, il professore – ripresosi dallo shock – organizza una spedizione nella giungla per ritrovare la figlia: raggiunto il villaggio dopo varie peripezie, Taylor scopre che la ragazza ormai adulta (Sabrina Siani) non solo è diventata la sposa del capo-tribù, ma viene anche venerata dai cannibali come la loro “dea bianca”.

devil-hunter-2.png Si tratta di una co-produzione fra Spagna, Italia e Francia, in cui c’è la mano della famigerata Eurociné – responsabile di varie nefandezze cinematografiche spesso dirette proprio da Franco: la quota produttiva italiana si limita però ai due interpreti (Cliver e la Siani) e alle musiche (anonime e dimenticabili) di Roberto Pregadio, mentre il resto del cast tecnico e artistico è interamente spagnolo e tedesco (e tutto di bassa qualità). Vedere La dea cannibale richiede una sospensione dell’incredulità veramente alta, fra personaggi ridicoli, situazioni sgangherate, indios e paesaggi decisamente poco credibili. La componente gore/splatter non manca, ma è girata in maniera incredibile, e viene da chiedersi il perché di questa scelta inusuale: gli svisceramenti e i pasti a base di interiora sono inquadrati così da vicino che quasi non si capisce cosa stiamo vedendo, “ripresi in primissimo piano e in destabilizzante slow-motion, anche sonora” (Adriano Di Gaspero, Nocturno Cinema).

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 Dunque, dettagli su budella e bocche ripresi al ralenti e dilatati all’inverosimile, tanto che l’elemento macabro e disgustoso esaspera la pazienza dello spettatore. L’inizio del film contiene già in nuce le sue caratteristiche fondamentali: vediamo il lungo banchetto antropofago ai danni della moglie e il pasto (più riuscito) col braccio di Cliver, mentre ci accorgiamo subito di come siano assolutamente ridicoli i cannibali (semplici attori pitturati) e le location (qualche albero, un fiume e una radura). Ma si va ancora oltre quando entra in scena l’incredibile parata di personaggi, ai limiti del demenziale, che si aggrega alla spedizione (solo per divertimento, come scopriremo alla fine): già, perché senza curarsi della consequenzialità logica e temporale, Franco mette in scena subito dopo un Al Cliver praticamente identico a prima nonostante siano trascorsi parecchi anni – visto che la bambina si è “trasformata” ormai nell’adulta e sensuale Sabrina Siani. La spedizione, fra qualche scena di sangue, altri banchetti umani al ralenti e sgangherati rituali indigeni, prosegue nella noia quasi totale, a causa anche dei personaggi poco interessanti – persino Cliver è sottotono rispetto al solito.

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Va leggermente meglio (si fa per dire) con Il cacciatore di uomini: la trama, ancora una volta, non brilla per originalità e il film è diretto male e svogliatamente come l’altro, ma almeno la narrazione introduce un personaggio weird (lo zombi/cannibale gigante) e può contare sulla partecipazione dell’inconfondibile Werner Pochath nel ruolo caratteristico di villain psicopatico. Trattasi, anche in questo caso, di una co-produzione – in cui a Spagna, Italia e Francia si aggiunge la Germania: la partecipazione italiana è comunque scarsa, limitandosi alla presenza del solito Al Cliver come protagonista, mentre il resto del cast artistico e tecnico è per lo più spagnolo; ancora una volta c’è la mano dell’Eurociné, e si vede (non dimentichiamo infatti che sono due film realizzati insieme).

1065_LA_DEA_CANNIBALE5 Ne Il cacciatore di uomini troviamo una bella attrice bionda (Ursula Fellner) che in Amazzonia viene rapita da quattro malviventi per chiedere un riscatto: il produttore della ragazza invia sul posto un avventuriero (Cliver) per liberarla, ma sia lui che i banditi dovranno fronteggiare una minaccia comune – un gigantesco zombi cannibale di colore che abita nella foresta cacciando prede umane e di cui anche gli indigeni hanno paura. L’elemento di maggiore interesse nel film è proprio questo assurdo personaggio, in cui la fantasia di Franco sembra conoscere un guizzo di vitalità – più nelle intenzioni che nella realizzazione: il “cacciatore di uomini” del titolo si riduce infatti a un robusto nero truccato con due occhi enormi e sporgenti (molto artigianali), che avanza incespicante e ansimante proprio come un morto vivente e di cui spesso vediamo le inquadrature in soggettiva.

devil-1.jpgQuesto elemento soprannaturale (e indefinito) può sorprendere per come è inserito quasi casualmente in un cannibal-movie, ma in realtà è più franchiano di quanto sembra: come spiega Roberto Curti su Nocturno Cinema, “il gigantesco cannibale dagli occhi mostruosi è una sorta di versione colored di Morpho” – il servo forzuto e demente che ritorna più volte nella sua filmografia, fin dal Diabolico dottor Satana. Per il resto, c’è poco da salvare: il ritmo è lento, esasperante, e in mezzo ad alcune discrete sequenze horror e avventurose c’è solo il tempo di annoiarsi; gli effetti speciali sono ridotti al minimo: la testa mozzata di Pochath, un’eviscerazione, un uomo infilzato su dei pali di legno, sempre con brevi inquadrature, per non parlare delle scene di cannibalismo che – come ne La dea cannibale – si riducono a dettagli ravvicinati di poltiglia rossa. È chiaro, ancora una volta, che a Jess Franco non interessa nulla del genere: tecnicamente piattissimo, scenografie raffazzonate e rappresentazione degli indigeni al limite della parodia involontaria.

the-devil-hunter Al Cliver è ancora al di sotto delle sue possibilità espressive, surclassato palesemente da Werner Pochath – di sicuro il migliore dell’anonimo cast. Attore austriaco molto attivo in Italia e dotato di un volto spigoloso e inconfondibile, compare spesso nel ruolo di “cattivo”, perennemente tarantolato e sadico (Joko invoca Dio…e muori, La ragazza del vagone letto, Il cacciatore di squali, solo per ricordare alcuni fra i più famosi): nel Cacciatore di uomini interpreta con efficacia il suo consueto carattere (è uno dei quattro banditi), peccato solo che l’unico personaggio ben caratterizzato venga ucciso abbastanza presto.

Davide Comotti

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La dea cannibale
Titolo originale: Une fille pour les cannibales
Aka “Cannibals”, “Mondo Cannibal”, “White Cannibal Queen”
Anno: 1980
Regia: Jesús Franco
NOTA: All’uscita in Italia è stato attribuito a Julio Tabernero (regia di) e a Franco Prosperi (un film di).
Interpreti: Al Cliver, Sabrina Siani, Silvia Solar, Jérôme Foulon, Lina Romay, Shirley Knight, Anouchka, Antonio Mayans, Jesús Franco

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Il cacciatore di uomini
Titolo originale: Chasseur d’hommes
Anno: 1980
Regia: Jesus Franco
Aka “Sexo caníbal”, “Devil Hunter” e “The man hunter”.
Interpreti: Ursula Buchfellner, Al Cliver, Antonio Mayans, Antonio de Cabo, Burt Altman, Gisela Hahn, Muriel Montossé, Werner Pochath, Melo Costa, Aline Mess, Claude Boisson, Tibi Costa, Óscar Cortina, Ana Paula

I spit on your grave 3: Vengeance Is Mine

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I film di stupri e vendetta sono armi a doppio taglio: in pochi riescono a mantenere un equilibrio tra disgusto per la violenza e il compiacimento di essa. D’altronde alla fine, pur con tutte le giustificazioni del caso, la vittima diventa sempre carnefice.

Il canto del cigno del genere è stato firmato da quel Micheal Winner che divenne famoso per Il giustiziere della notte, con una pellicola che più nera, cupa e disperata non si poteva, Uno sporco Week end, dove il giustiziere Paul Kersey/Charles Bronson cede il posto ad una splendida donna, Lia Williams, dal concetto un po’ distorto di giustizia. Sotto le attenzioni di questo angelo della morte cadono soprattutto innocenti, magari incauti avventori che la avvicinano al bar perchè carina. La vendetta questa volta quindi non è riservata solo al colpevole, lo stupratore che la perseguita all’inizio del film, ma diventa una sorta di castrazione preventiva, attuata con la morte, verso tutto il genere maschile. Quest’idea, già recondita nel primo Giustiziere, dove Bronson attuava una vendetta utopica nei confronti degli aguzzini della figlia e della moglie, è il seme di questo I spit on your grave 3: Vengeance is mine.

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Il primo I spit on your grave era un remake aggiornato del classico anni 70 Non violentate Jennifer di Meir Zarchi con la bellissima Camille Keaton. In questo rifacimento Jennifer, interpretata da Sarah Butler, viene ancora brutalmente stuprata da un gruppo di rozzi bifolchi, ma a cambiare stavolta è la vendetta, più complessa ed arzigogolata, fatta di trappole e torture che nulla hanno da invidiare all’Enigmista di The Saw. Il film, comunque bellissimo, è girato con buona mano da Steven R. Monroe, che 3 anni dopo, nel 2013, bissa la storia con un seguito scollegato, altrettanto bello e selvaggio. In I spit on your grave 2 a subire indicibili violenze è stavolta Katie (Jemma Dallender) che viene rapita nel proprio appartamento a New York per essere portata in un paese dell’Est Europa e diventare carne da macello. Quando scappa, la vendetta  è terribile tra testicoli fatti esplodere in morse d’acciaio e ferite purulente lasciate a marciare.

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Il terzo capitolo vede ancora la Jennifer Hills del remake, interpretata sempre da Sarah Butler, che decide, per superare il trauma passato, di partecipare ad un gruppo di sostegno per vittime di violenza. Qui inaspettamente intreccia un’amicizia con una ragazza, Marla, che la inizia la una strana terapia riabilitativa a base di violenza verso il genere maschile. La sete di vendetta ritornerà più forte che mai quando Marla verrà uccisa brutalmente dal fidanzato violento.

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Ora però il dilemma è un’altro: se il colpevole dell’omicidio viene brutalmente ucciso da Jennifer a neanche metà film, come può proseguire la vicenda? La risposta è semplice: I spit on your grave 3 diventa Uno sporco week end e così la protagonista si trasforma in una predatrice sessuale che uccide e tortura ogni probabile stupratore che gli si para davanti. Il problema, non sottovalutabile, è che, dopo un po’, i maniaci scarseggiano e lei prova a scannare chiunque, basta che sia un uomo.

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A girare stavolta è R.D. Braunstein, un onesto artigiano che viene dal mondo Asylum, qui alla sua opera migliore. Il passaggio tra il bravo Steven Monroe e il nuovo regista è indolore, a convincere meno è forse la sceneggiatura di Daniel Gilboy, già produttore dei primi due capitoli. Il film pecca purtroppo di intenzioni, cosa abbastanza imperdonabile per un film intitolato “Sputerò sulla tua tomba” e che promette due cose essenziali, sesso e morte. Se in Uno sporco weekend il delirio omicida della mantide Bella aveva un crescendo psicologico che portava lo spettatore a comprendere anche le ragioni della sua immotivata vendetta, qui invece il passaggio tra prima parte e seconda è abbastanza sbrigativo, non ci si sofferma mai realmente sulla psiche di Jennifer e del perchè arriva a sbroccare.

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In un contesto così diverso dai primi film, si corre il pericolo di parteggiare per i cattivi perchè Jennifer diventa una sorta di pervertito Jason Vorhees con belle tette al posto dei muscoli. Lo stesso vale per il suo modus operanti che una giustificazione, da legge del taglione, aveva nel primo capitolo, ma che qui risulta gratuita con peni tagliati in due dopo una fellatio e tubi di ferro infilati a colpi di mazza nel culo. L’idea di un Saw mutato nel mondo dei rape and vengeance fallisce perchè fallisce la costruzione dell’intreccio, il parteggiare per la vittima anche quando scanna uno perchè lei poverina e lui bastardo. Qui lei arriva, uccide un cattivone a gratis, senza che questi gli abbia fatto realmente nulla, solo in virtù del fatto che lei è convinta sia uno stupratore, ma, cara mia Jennifer, il mondo è pieno di certezze labili, valgono come le pentole senza coperchi del diavolo.

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Daniel Gilboy poi scrive una prima parte verbosa, fatta di dialoghi il più delle volte inutili, e cerca di renderci vicine due psicolabili, Jennifer e Marla, che amano trascorrere la sera a pestare uomini o a fargli scherzi più o meno pesanti. Parteggiare per loro è un po’ come prendersi a cuore la sensibilità di un bullo o di un lupo sanguinario.

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Anche il finale scade per eccesso di velleitarismo, con una chiusa onirica un po’ stupidotta che ci insegna che il terapista è già uno stupratore, a cominciare dal nome, therapist – the rapist. L’idea di un numero 4 è francamente spaventosa se queste sono le premesse.

Il film ha forse l’unico pregio nella regia di R.D. Braunstein che riesce a far dimenticare a livello visivo e spettacolare tutto quello che masochisticamente Gilboy ha mal scritto. Il segreto d’altronde per apprezzare I spit on your grave 3 è spegnere il cervello e godersi le belle scene di violenza come si farebbe davanti ad una scopata in un film porno. D’altronde, inutile negarlo, il fruitore del genere torture porn ama il sadismo e le violenza, non che questo sia un male ovviamente, questo sottogenere non è roba per palati fini ma per anime semplici. In questo sbaglia Gilboy cercando una strada intellettuale ad un genere che vive di umori più che di cervello, che richiama la rabbia più atavica, quella della rivalsa e della vendetta.

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Sarah Butler si spoglia di meno e tenta rovinosamente di recitare davvero, risultando perfetta solo quando imbraccia il coltello. Il resto del cast è composto da facce anonime e non molto convincenti, a cominciare dal poliziotto interpretato maldestramente da Gabriel Hogan.

Alla fine, se si ama il genere, il film diverte e scorre liscio, ma è uno strano ibrido di rape and vengence senza mai il rape, lo stupro, ad innescare la violenza, sempre che non si voglia infilarlo come fanalino di coda del primo remake, in una sorta di I spit on your grave di 3 ore. Forse così acquisterebbe senso e compostezza.

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Se vi volete buttare su un film bello che tratta lo stesso tema, senza essere troppo stupido o gratuito, vi consiglio il bel Reversal – la fuga è solo l’inizio. In alternativa anche Julia, recensito qualche settimana fa, ha il suo perchè.
Questo I spit on your grave 3 è invece solo per completisti.

Andrea Lanza


I Spit on Your Grave 3: The Vengeance is mine
Anno: 2015
Interpreti: Sarah Butler, Gabriel Hogan, Doug McKeon, Karen Strassman, Jennifer Landon, Corey Craig, Lony’e Perrine, Joshua Kovalscik, Bobby Reed, Heath McGough, Alissa Juvan, Christopher Hoffman
Durata: 90 min./Inedito

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Note: l’amico Lucius Etruscus parla di Jennifer 3 con toni meno lusinghieri dei miei già poco lusinghieri. La recensione, con spunti interessantissimi, la potete trovare sul sempre gagliardo Zinefilo, la Bibbia della serie Z

Blood rage

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Di slasher se ne sono prodotti una quantità industriale da quando Sir John Carpenter ha girato il suo Halloween. Magari non tutti i film sono stati eccellenti, ma se c’è un genere che riesce a camuffare la mancanza di fantasia con il divertimento è proprio questo.

Blood rage è un thriller violentissimo, ma anche involontariamente demenziale, roba che a vederlo ti sbellichi dalle risate. Non che sia girato male, cioè neanche bene, siamo nella media dei prodotti standard della serie B anni 80, ma la sua forza è di essere un film davvero folle per le idee e lo sfregio del buongusto nella messa in scena.

Immaginate che la ricetta perfetta per buon thriller violento, sul modus che so di Brian De Palma, dovrebbe essere il mix sapiente di suspense e effettacci al servizio di una trama intrigante.

Non però per John Grissmer, regista di Blood rage, alla sua seconda e ultima opera: a lui la cucina sofisticata non piace, a lui piacciono i sapori selvaggi magari mischiati a salse e formaggi, racchiusi nella sapiente cucina da Macdonald texano. Quindi via di sangue, frattaglie, tette e buchi di sceneggiatura. Ecco che il piatto può sembrare orribile alla vista, ma nel gustarlo la varietà di saporacci è quasi paradisiaca. Giuro.

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Sembra merda, ma è buonissimo

Tutto comincia in un drive in, dove la mamma dei gemellini di neanche deci anni Todd e Terry decide di darci dentro con l’occasionale amante approfittando che i due pargoletti dormono. Niente di più sbagliato. I due ragazzini sgattaiolano dall’auto girovagando per il cinema all’aperto fino a che, senza un motivo logico se non la follia, Terry, armato di accetta, uccide brutalmente il lui di una coppietta in un’orgia di sangue e tagli. Ora voi giustamente penserete: il bambinetto è sporco da capo a piedi di sangue e lo arresteranno. Macchè, ingenui lettori, ad essere arrestato è Todd perchè lo scaltro Terry, sempre coperto di sangue ovviamente, gli fa una carrezzina sporcandogli un poco il viso, gli cede l’accetta e urla “E’ stato lui”. Al povero Todd in shock spetteranno ben dieci anni di reclusione in manicomio.

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Da questo momento le idee purtroppposcarseggiano e al povero John Grissmer non rimane altro che prendere il plot di Halloween e capovolgerlo: Se Michael Myers fosse innocente e nel tornare a casa scoprisse che sua sorella Laurie è il killer?

Così Todd, ormai adulto, scappa dalla casa di cura e, per tre quarti di film, si nasconde, cerca di parlare con della gente che terrorizzata chiederà aiuto a Terry, morendo male ovviamente.

Il modus operanti del maniaco è particolarmente bizzarro, una specie di mossa Kansas city del cinema horror: il più delle volte lui è pacifico, magari passeggia con un’amico, parla male del fratello, poi strabuzza gli occhi e scrutando il vuoto alle spalle della sua vittima dice “Eccolo!!!”. Allorchè l’incauto accompagnatore si volta e ualà Terry lo uccide, ridendo sardonico.

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Terry l’amicone

La causa scatenante della Blood rage, rimasta latente per dieci anni, nel cervello del buon Terry non è il ritorno del fratello, ma un più shockante annuncio, durante la festa del ringraziamento: Mammà si sposa! Oddio gli occhi diventano spiritati, lui tace, poi poco convinto fa un brindisi alla novella coppia, ma la prima vittima è proprio il fidanzato della madre, decapitato. Anche perchè, diciamolo, la mamma di Terry e Todd è una gran zoccola, che beve come se non ci fosse un domani e si struscia e bacia i figli in maniera ambigua, anche perchè John Grissmer non è uno da sottigliezze alla Hitchcock.

Il film, girato in gran economia, con effetti rozzissimi ma efficaci di Ed Fench, ha dalla sua un’ambientazione interessante, ovvero un residence popolato dalla peggio gentaglia d’America: ragazzi decelebrati, ragazze madri incerca del pollo da spennare, imprenditori imbranati e così via. Quando Terry li uccide, quasi quasi parteggi per lui, perchè diciamolo il ragazzo è pazzo come un’anguilla sotto crack ma è simpatico forte. Ad un certo punto, dopo aver scannato una delle intercambiabili vittime, assaggia il suo sangue esclamando “Giuro che non è sciroppo di lampone!”

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Se gli attori sono scarsini, bisogna dire che Mark Soper, l’interprete dei due gemelli, è scatenatissimo, in pieno over acting sfrenato, fa le facce, gigioneggia monologhi, è tutto ciò che di più sbagliato ci può essere in buon film, ma qui è perfetto forse perchè il film perfetto non è.

Non so se consigliarvi questo filmaccio, come avete capito è brutto forte, ma compensa bene la sua natura deleteria con l’essere involontariamente divertente. Un film così folle da chiudersi in modo inaspettato e quasi tragico, in antitesi con tutto quello che c’era prima.

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Il film fu girato nel 1983 con il titolo conosciuto (quello di lavorazione era Slasher), ma non trovò distribuzione fino al 1987 dove rispuntò come Nightmare at Shadow Woods, tagliatissimo e con scene di dialogo extra a tappare i buchi splatter mancanti. L’edizione blu ray della Arrow presenta tutte e due le edizioni, naturalmente in inglese perchè da noi il film è purtroppo inedito.

Andrea Lanza

Blood rage
Regia: John Grissmer
Sceneggiatura: Bruce Rubin (come Richard Lamden)
Stars: Louise Lasser, Mark Soper, Marianne Kanter, Julie Gordon,
Jayne Bentzen, Bill Cakmis, Dana Drescher, James Farrell
Durata: 87 min.

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Il mio scopo è la vendetta

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Senza ombra di dubbio questo film, sulla carta, è una bomba atomica. Mischiare Kung fu con Vietnam è già una botta di genio, roba da mascelle sganasciate alla mode Yorick di Amleto, poi se in più tu regista decidi di scegliere come protagonista la Tisa Farrow di Zombi 2 e L’ultimo cacciatore, beh hai il mio voto nel caso mai ti candidassi come presidente, stai certo.

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Tisa Farrow nella sua carriera ha interpretato pochi film, ma quei pochi, almeno quelli fatti in Italia, sono film non solo importanti, ma seminali per la storia del nostro cinema di genere. I film girati con Fulci, De Martino, Massaccesi e Margheriti sono pezzi del nostro cuore, cult movie che hanno reso grandissimo il nostro (almeno il mio) amore per il cinema in senso totale. Quindi quando vedo Tisa Farrow, tassisara e attrice per caso, sorella della più famosa Mia, io penso al cinema e non posso fare altro che volerle bene.

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Il mio scopo è la vendetta di William Fruet arriva lo stesso anno di Zombi 2, ma sembra anticipatire, per messa in scena e senso di grande spettacolo al risparmio, la stagione dei nostri Vietnam movie che proprio l’anno dopo, con Margheriti e appunto L’ultimo cacciatore, inizieranno ad essere prodotti.

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La regia di Fruet è rozza ma efficace, e questo è probabilmente, a livello spettacolare, il suo miglior film, contando che viene dall’orribile Un violento Week end di terrore ed è proiettato verso un altrettanto nauseabondo Killer party.
Tra i suoi film più decenti, anche se non riuscitissimi, è bene però citare il divertente biscia movie Spasms dal cast stellare e il violento Trapped con un gruppo di fighetti da college pronti a combattere contro uno zoticone arrabbiato e assassino, sorta di risposta teen ad Un tranquillo week end di paura.

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Fruet non è un grande regista, ma qui è comunque in stato di grazia e le scene d’azioni sono nervosamente efficaci con almeno una scena di inseguimento memorabile, quela tra Don Stroud e Jong Soo Park, iniziata a colpi da arma da fuoco e finita a calci alla Bruce Lee.

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La cosa comunque assurda è che Don Stroud sembra molto più abile a combattere rispetto a Jong Soo Park, che nella vita non girerà più un film da co-protagonista, ma che era un vero maestro di arti marziali anzi uno 12 Maestri Fondatori del Taekwondo. Probabilmente però non era nato per fare l’attore e la sua recitazione granitica, accompagnata da un certo imbarazzo nel recitare, hanno inficiato anche le sue performances marziali. Peccato perchè il suo personaggio, un killer vietcong mosso da vendetta verso lo squadrone americano che l’aveva abbandonato e con il quale collaborava, è pieno, almeno sulla sceneggiatura, di sfumature che mal si abbinano al faccione senza espressioni dell’attore coreano.

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Di certo Il mio scopo è la vendetta non è uno di quei film che guardi per la recitazione dei suoi interpreti perchè di brutte e svogliate interpretazioni ne è pieno, a cominciare dalla lodata Tisa Farrow in coma da Valium fino al protagonista Perry King ancora lontano dal successo tv di Riptide.
La parte del leone la fa sicuramente il grandissimo George Kennedy, uno che potrebbe fare un cammeo di dieci secondi e salvare un film orribile, qui nel ruolo minore di un commissario.

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Il mio scopo è la vendetta è comunque divertentissimo con sparatorie selvagge tra la folla che sembra davvero spaventata (e forse lo era), coltellate a poliziotti come uno slasher, assati negli ospedali e l’inedita cornice delle cascate del Niagara a fare da sfondo ad un action sicuramente anomalo.

La città che ospita le famose cascate poi è una specie di pacchiana Las Vegas più piccola, con i marchi visibili di un castello del conte Dracula, di una casa di Frankestein e di un museo delle cere, e dona quel tocco di bizzarria, come scenario, alla pellicola.

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Fa sorridere invece la ricostruzione della guerra in Vietnam con quattro piante riprese a notte e un laghetto, la stessa ambientazione, questa volta di giorno, che scopriamo essere un boschetto vicino alle cascate.

Eppure Il mio scopo è la vendetta non è un film privo di animo e in alcuni punti, incredibilmente, arriva a commuovere. La scena straziante dove Perry King va a trovare l’amico ferito Don Stroud è di quelle che lasciano il segno: immobilizzato, con la schiena a pezzi per via del combattimento con Jong Soo Park, Stroud chiede di essere ucciso. “Che cosa posso fare qui ora? Guardare il soffitto per sempre”.

C’è anche una palese presa di posizione contro la guerra quando il protagonista ricorda alla sua fidanzata il perchè hanno deciso di abbandonare Jong Soo Park in mezzo alla giungla, in un dialogo che ricorda e anticipa quello finale di Rambo.
“Non ci hanno inseganto a fermarci, a spegnere l’interruttore. Forse avremmo dovuto salvarlo e non lasciarlo lì, ma non era uno di noi, era un vietnamita. Le cose laggiù andavano così, e nessuno pensava a cosa era giusto o sbagliato, eravamo tutti così confusi. E poi perchè avremmo dovuto salvarlo? Ci sbattevano giù, in mezzo alla giugla, e ci facevano fare quello che volevamo. Ed è sempre quello che abbiamo fatto e nessuno ci ha mai detto niente, nessuno ci ha fatto mai domande. La nostra filosofia era una: scova e distruggi. E sai una cosa: mi piaceva, mi entusiasmava, quella era la mia vita ideale e mi dispiace che sia finita”.

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Il mio scopo è la vendetta uscì da noi in vhs Ricordi con una buona resa video, in America è facile trovarlo in dvd abbinato ad un altro action thriller con John Saxon, Il guanto, perla da noi abbastanza introvabile.

Se vi capita, visto che circola in uno smagliante mux, non perdetelo.

Andrea Lanza

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Il mio scopo è la vendetta
Titolo originale: Search and Destroy
Regia: William Fruet
Interpreti: George Kennedy, Don Stroud, Perry King, Jong Soo Park
Durata 94 min. – Canada 1981 – VHS: RICORDI HOME VIDEO

The omen (Il pilot del 1995)

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Il Presagio di Richard Donner è uno di quei film che hanno reso importante mio cammino cinefilo. Amore al primo fotogramma. senza dubbio.
Se devo dirla tutta, nel mio immaginario, Il Presagio batte L’Esorcista come film sul Maligno, pur adorando il film di Friedkin/Blatty. Sarà la storia del bambino puro con il DNA di Belzebù, una cosa che, nella testa di un ragazzino, può risultare come “Ehi potrei essere anche io il figlio di Satana!”. Perchè, diciamolo, essere la puttana di Satana fa cagare, vedi Reagan che vomita bile verde, ma essere il figlio di Satana è un po’ come essere Superman, solo un po’ più cattivo.

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Solo un po’ più cattivo

I seguiti de Il Presagio oscillavano tra il mediocre (il secondo) e il pessimo (il terzo), ma erano comunque vedibili in quegli anni in cui anche I ragazzi del cimitero ti sembrava bello, soprattutto perchè, anche nel disastro, il personaggio di Damien Thorn, che fosse un cadetto o il Presidente degli Stati Uniti D’America, era sempre figo. Insalvabile invece il remake di John Moore, uno che aveva appena alzato la patta dei pantaloni dopo avere stuprato un bel gioco come Max Payne, e si apprestava a farsi un giro anche con il figlio del diavolo. Il remake de Il Presagio era come una di quelle lattine che trovi al supermercato di mojito analcolico, lo bevi, magari gli ingredienti sono gli stessi che userebbe un barista, ma cazzo fa più schifo del tuo alito il mattino dopo la pasta aglio, olio e peperoncino. E non solo perchè manca l’alcol, qui si parla di anima, una cosa più complessa.

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A John Moore non piace la fregna

Lo sceneggiatore David Seltzer ci aveva anche provato, nel 2005, a portare su piccolo schermo una storia di Demoni e presagi, ma la tv allora forse non era avanti come ora, e la miniserie Rivelations di sei episodi, con Bill Pullman mattatore, si era persa nella noia.
Ultimamente poi è stata creata una nuova serie tv su Damien Thorn che funge da seguito del primo film di Donner così da fare tabula rasa del secondo, terzo e pure quarto film con una pestifera bambina anticristo. Sulla miniserie (sempre 6 episodi) su Damien mi astengo dal giudizio, in attesa di vederla, ma mi dicono, speriamo, che sia molto bella e vicino, come spirito, all’originale di Donner.

 

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In questa serie io non ci sono

Eppure non è la prima volta che qualcuno prova a trasporre su piccolo schermo Il presagio. Ci avevano già provato, nel 1995, in un pilot morto senza mai vedere la luce di una serie tv.

Tutti i cultori di cinema, soprattutto chi adora Tarantino, sanno cos’è un pilot. In Pulp fiction, Uma Thurman parla di Volpe forza cinque, una serie strafiga a base di donne a karate che purtroppo non si è sviluppata oltre la punta pilot. Il pilot, in parole povere, è quella puntata prova, la prima, che si gira per vendere il prodotto alle reti. Se piace si da’ il via alla serie completa, se non piace resta solo quella puntata. Di solito le reti approvano anche la merda, ma non sempre. Esempi di pilot mai diventate serie tv ce ne sono a bizzeffe come quello di Zombieland o di Fargo fatto nel 2003, o ancora l’idea di fare una Justice League senza Superman e Batman. Tutte teste mozzate, idee non capite, a volte assurde, a volte troppo avanti coi tempi, tra questi, gli esclusi, c’era anche The omen.

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Cinque sfigati, la Justice league

Nel 1995 la serie più cool in voga era senza dubbio X-files, quindi allo sceneggiatore John Leekley gli dovette sembrare strafiga l’idea di fare un simil X-files da The Omen. Leekey poi dev’essere un anarchico perchè non era la prima volta che cercava di resuscitare un brand morto con dubbie scelte narrative. Suo Knight Rider 2010 che passò alla storia per essere un brutto Supercar, ambientato nel futuro prossimo, che si fregiava di non avere nel cast il Michael Knight di David Hasselhoff. Anche in questo caso The Omen non aveva Damien e con Il presagio c’entrava come il pecorino sugli spaghetti allo scoglio.

Quindi se voi avete dei soldi da buttare e volete, che so, fare una nuova miniserie su Hulk, chiamate chiunque, il vostro barbiere, il vostro giardiniere, ma non usate John Leekley come sceneggiatore perchè inforcherebbe i suoi occhiali da divo di Hollywood e vi direbbe sornione: “Ehi man, ma se la serie la facessimo senza Hulk?”.

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Un film su Damien senza Damien. Geniale.

Così succede in The Omen, con tanto di benedizione come produttore esecutivo di sua maestà Richard Donner: di Damien non si parla e il plot è una variante soprannaturale di X- files.

A girare il prodotto un sempre bistrattato Jack Sholder, uno anche bravo, ma che, oltre a L’Alieno, viene sempre rcordato per essere il regista del Nightmare più odiato, il 2, che comunque a noi di Malastrana vhs piace molto. Nel 1995 la sua stella non brilava molto, tra serie tv fallimentari e prodotti mediocri, e presto avrebbe visto l’apogeo di miserabilità con Wishmaster 2 e la regia salvatutto di Supernova di Walter Hill, fino ad abbandonare la carriera cinenatografica nel 2004, come un vecchio cowboy stanco.

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Il presagio della fine di Jack Sholder a pochi minuti dall’inizio del pilot

In The Omen, Sholder è comunque scatenato, forse credeva nel progetto o forse gli gustava di girare una serie tv che pescasse a pieni mani dal suo L’alieno con il demonio che passava di bocca in bocca come una sorta di virus. Quindi le inquadrature di The Omen, quasi tutte le scene d’azione, la parte tecnica, in parole povere, è eccellente. Siamo senza dubbio in un prodotto sopra la media, al quale possiamo perdonare alcune ingenuità come la sequenza d’inseguimento durante la parata di San Patrizio con le comparse visibilmente non a loro agio e una bambina che assiste ad un accoltellamento e poi bellamente riprende a sorridere.

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Ehi, bambina, lo vuoi il virus nello zuchero filato?

Il cast è molto buono con il tris di protagonisti, Chelsea Field (la bellissima moglie di Bruce Willis in L’ultimo Boyscout), Brett Cullen (Lost e Person of interest) e Will Sandler (Die Hard 2), perfetti e molto capaci. Oltretutto tutti e tre questi attori vivranno post The Omen una brillante carriera, magari non da star, ma di fiorenti comparse tv, a volte protagonisti di solidi B movie, in quella hall of fame fatta dalle facce che riconosci senza ricordarti il nome o il ruolo. Nelle seconde file poi troviamo la fighissima Julie Carmen, la Regina di Ammazzavampiri 2, nel breve ruolo della sorella della Field, Rita.

Cosa non funziona in The Omen allora?

In primis la storia che vede tre persone eterogenee, un medico, un’infermiera e un reporter, unirsi per fronteggiare la minaccia del Maligno che passa, come detto, da un corpo ad un altro, e cerca di portare il mondo all’Apocalisse. In questa puntata il Satanasso, tra voci gutturali e pessima computer grafica ante litteram, cercherà di rubare un virus mortale, non riuscendoci ma giurando vendetta ai tre malcapitati.

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Momento originale dove Chelsea Field parla come la Reagan de L’esorcista

La sceneggiatura poi vive momenti di incredibile imbecillità dove ci vogliono fare credere che, per studiare un virus letalissimo, gli scienziati più all’avanguardia dell’esercito usino lo scantinato di un ospedale, sorvegliato da tipo tre soldati addormentati. Il problema però sta all’apice del problema, quello che avrebbe dovuto fare alzare dalla sedia Richard Donner e dire “Cazzo Jack, cazzo John, ma che stiamo facendo? Chiamare The Omen, l’X- files del Maligno non è propriamente un’idea geniale”. Eppure Richard sta zitto perchè era nell’aria, già dal suo primo film su Damien, che i seguiti sarebbero dovuti essere una cosa scollegata. Sta zitto perchè tanto pensa “Cazzo me ne frega, tanto il produttore esecutivo vale come il due di picche ad Hollywood”.

E così The Omen giustamente muore. Viene trasmesso l’8 Settembre 1995 in tv e lì dimenticato.

Alla fine nei suoi 45 minuti di durata non annoia mai, ma è davvero fatto per fare incazzare i fan, una cosa così vicina al suicidio che fa quasi commuovere nella sua ingenuità e nella speranza impossibile di essere un cult. Non è successo ad una fighissima serie su donne e karate, come poteva succedere a Il presagio senza Damien? Siamo seri, John Leekley, dai.

Andrea Lanza

Il pilot in inglese:

The omen

Regia: Jack Sholder     

Sceneggiatura: John Leekley

Interpreti: Brett Cullen , Chelsea Field, William Sadler , Norman Lloyd , Julie Carmen, Steven Williams

Musica: J. Peter Robinson    

Durata: 46 min.

Videogames vintage: Rise of Nightmares

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Il 2016 è un anno importante per tutti gli appassionati di videogames: grazie a sistemi come la Playstation VR su Ps4 potremmo vivere in prima persona l’esperienza ludica, diventando padroni del mondo virtuale. Girarsi, abbassarsi,muoversi saranno percepiti dal nostro cervello come veri movimenti in una realtà arricchita e mai così fantasticamente vivida.

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Anni fa questo sembrava una storia di fantascienza e il cinema ha attinto a piene mani da queste suggestioni con pellicole come Il tagliaerbe, Brainscan o l’Arcade di Albert Pyun. Di solito in questi film valeva la regola di Nightmare on elm street, trasportata però nel cyberspazio: se muori nel virtuale, muori davvero. Come dire che ci trovavamo in un mondo affascinante, ma anche pericoloso, forse perchè impossibile da raggiungere. D’altronde luoghi leggendari coe l’Edorado sono, nella fantasia, portatori di tragedie,e il segreto della vita eterna è relegato a scienziati pazzi che incontrano prima o poi la morte. E’l’hubrys che ci porta vicino al sole e scioglie le nostre ali insieme ai nostri sogni impossibili ma eccitanti.

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Quei mondi fatti di pixel, cavalcati anche da serie tv come Automan o Max Hedrum, non erano senza dubbio alla portata dell’uomo, almeno quello degli anni 80. A creare caschi che arricchissero la realtà e ci facessero entrare nel vivo dell’azione, ci avevano provato case come la Nintendo, nel 1995, con il mitico Virtual boy, ma, più che farti calare nel videogioco di turno, con le uniche tonalità di rosso e nero, ti regalava solo un forte mal di testa. Non il massimo della libidine, per dirla alla Jerry Calà, e anche un grande flop.

Tutti gli appassionati del survival horror hanno provato il recente Resident Evil 7 della Capcom, pensato proprio per la realtà virtule, un piatto goloso di terrore e ansia come non si percepiva da anni, angosciante ora senza Playstation VR e sicuramente ancora più terrorizzante dopo, indossando il casco del virtuale, faccia a faccia con l’orrore. Sempre se ne abbiamo il coraggio.

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Nel 2011 però sbarcò sulle console della concorrenza, l’Xbox 360 e il suo Kinect, un gioco che aveva in se’ già i semi di questa virtualità in un modo mai percepito fino a quel momento.

Rise of nightmares era sviluppato dalla SEGA, e in particolar modo dagli stessi autori di House of dead, e riusciva come mai nessun gioco prima (e dopo) a capire e comprendere le potenzialità del Kinect.

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D’altronde per questo sistema abbiamo avuto giochi su binari, allenamenti sportivi, battute di caccia in emulazione del fratello fortunato della Wii Nintendo, ma è proprio l’essenza da survival horror a cambiare le carte in tavole e a mostrare un gioco come Cristo comanda. Ripeto: un gioco, non uno scherzo.

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In Rise of nightmares si spara e ci si spaventa, si vive una storia surreale e terrorizzante fatta di fantocci viventi, zombi cannibali e mostruosità edipiche. Rise of nightmares è una vera esperienza di terrore, con la grafica che fa il suo sporco lavoro anche a distanza di 5 anni, con la capacità di immergerti, quasi sporcandoti, nel terrore più gelido.

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Esiste ancora la quarta parete, è vero, il televisore, ma la sensazione di muoversi senza pad e di girarsi in quel mondo virtuale con assoluta libertà,  è qualcosa di davvero irripetibile.

Ogni schema diventa un’esperienza da superare, i pugni che tiri al vuoto fanno male ai mostri, è puro cinema che ti succhia dentro il suo schermo e non ti accorgi che sei fuori perchè stai vivendo il tuo incubo dall’interno.

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Il problema di Rise of nightmares è uno solo, quello più invalicabile, che lo rende un titolo ostico proprio nel suo pionierismo. Il Kinect non è infallibile, anzi, e capita più le volte che cammini contro i muri tipo ubriaco o che, nello stare in bilico su delle casse, precipiti inghiottito dal mare. Ecco che la frustrazione prende il sopravvento e la tentazione di spegnere tutto è grande. Peccato perchè proprio la sua anarchia, il volersi liberare delle catene del pad, dei binari imposti, è lì a cozzare con un sistema non infallibile, il Kinect.

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Pensiamo a Rise of nightmares cosa sarebbe stato ora, benedetto da un Oculus rift, da una realtà virtuale che dovrebbe essere perfetta, quale dimensione di terrore potrebbe portarci tra prigioni maledette, zingare vendicative e quel finale, quasi alla Wizard of gore, che sconvolge nella sua geniale e paurosa assurdità.

Non lo sapremo mai, ma tanto di cappello ad un gioco dimenticato e che, armati di pazienza e coraggio,  possiamo riscoprire malgrado il maledetto Kinect.

Andrea Lanza

 

 

Tette vintage: Phoebe Cates

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Saranno mille anni che non scrivo un Tette vintage ovvero la rubrica di Malastrana vhs dedicata alle star(lettes) che, nel passato, hanno usato le tette come sacra arma di battaglia per la loro carriera. Lo sanno anche i sassi che noi di Malastrana vhs siamo pro tette. Un film può essere scemo, brutto, ignobile, ma le tette possono essere quella polverina che trovi al supermercato che trasforma il tuo piatto malcucinato in un manicaretto che sembra fatto da mammà. Le tette sono l’ingannasapore, quello che anestetizza l’odore di merda facendoti credere che hai cagato violette e invece, amico mio, nonsei un minipony,è  spray preso al Tigotà. Ecco perchè Tette vintage è una rubrica della quale siamo fieri perchè le tette hanno addolcito per anni le visioni più brutte delle nostre notti insonni di cinefili mannari.

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Sembra violetta, ma ho fatto la cacca

E’ anche vero che, in questo sito, siamo pigri di natura, abbiamo nell’indole il DNA dei messicani, a noi piace la siesta e la pancia piena, quindi questa rubrica è stata più volte rimandata per via di una patologia, che noi abbiamo battezzato, “La sindrome di Rossella O’Hara”. ovvero del domani è un altro giorno. Peccato che il domani sia sempre il giorno dopo in un loop infinito. Sarà però che abbiamo finito le tortillas e la tv ha smessso di produrre il nostro telefilm preferito, Blue Montain State, quindi alle 4 del mattino, un po’ come Guccini ma senza vino, abbiamo deciso di resuscitare tette vintage.

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Ci manchi, Blue Montain State

E con quale attrice possiamo ricominciare meglio di Phoebe Cates?

Il cinema più mainstream la conosce per Gremlims, il capolavoro natalizio di Joe Dante, dove aiutava il tontolone Zack Galligan a combattere la minaccia di un gruppo pestiferi mostricciattoli, ma la sua carriera per noi catecumeni delle tette, non ci voglia il buon Dante, è focalizzata su tre film: American college, Paradise e Fuori di testa.

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Phoebe e la scimmia che si masturba

Paradise era un bieco rifacimento di Laguna Blu con più scene scollacciate, una scimmietta che si masturbava che avrebbe dovuto fare ridere e invece faceva solo senso, una canzone scema ma orecchiabile e la Brooke Shields della serie B ovvero la nostra Phoebe Cates.

Purtroppo, in Paradise, Phoebe fu configurata nelle scene più hot, ma volete spiegarlo ad un ragazzino che. in piena tempesta ormonale, ti trova questo filmaccio su Italia uno e può guardarlo impunito perchè tua mamma sta piangendo davanti alla storia d’amore?

Se le tette comunque non erano sue al cento per cento, la canzone scema ma orecchiabile, Paradise, era cantata al centodieci per cento dalla nostra Phoebe che, per farsi perdonare di aver distrutto i nostri timpani, mostrò le tette per davvero nei suoi lavori seguenti.

 

La scena di Fuori di Testa dove esce dalla piscina e si slaccia il reggiseno rosso al rallenti è a tutti gli effetti una delle sequenze  più da mano d’oro che ricordi nella mia adolescenza. Tanto bastò per promuovere Phoebe Cates ad attrice che da grande avrei sposato.

Dopo American college (più culi che tette) però ci fu l’oblio delle grandi produzioni e l’incontro un po’ canaglia con il futuro marito Kevin Kline che la allontanò dale scene, almeno quelle che interessano a noi.

Come avete immaginato, Phoebe Cates non me la sono sposata io, ma nel 1996 successe che io e lei… Scusatemi però, questa è un’altra storia.

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Questa è un’altra storia

Ma eccovi a voi Phoebe e le sue tette, mentre andiamo a fare la nanna, lettori di Malastrana, all’alba delle 5 e 30.

Ad una delle prossime domeniche per un altro Tette vintage.

Andrea Lanza

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