Riflessi di sangue

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Alec Mills era principalmente cameraman, un bravo cameraman in produzioni di una certa importanza come Octopussy – Operazione piovra, Il ritorno dello Jedi, Solo per i tuoi occhi, Alla 39ª eclisse e Moonraker – Operazione spazio. Ad un tratto però, non si sa come o perché, diventò anche regista in due produzioni australiane, questo Riflessi di sangue e un poco appassionante Sonno senza fine con una Linda Blair in fase annoiata.

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Riflessi di sangue non ha una bella fama, tanto da non essere presente neppure all’interno dell’essenziale Dizionario dei film horror di Rudy Salvagnini, eppure siamo davanti ad una pellicola di medio livello, quei prodotti ben confezionati ma che tendi presto a dimenticare. Di certo si è visto di peggio, ma ovviamente anche di meglio.

Di questo film avevo un ricordo confuso, credo di non averlo neanche visto finire all’epoca della mia fama bulimica di cinema durante l’adolescenza. Rimembro la copertina e l’idea, falsata dagli anni, che si trattasse di un horror sui licantropi, nel quale il mostro, al posto di azzannare le vittime, massaggiava le loro tette. Detto così sembra un capolavoro dell’infimo, ma, in realtà, vedendolo non c’è traccia di uomini lupi con la mano lunga. Esiste, ad onor del vero, una sequenza di seni giocherelloni ma relegata in un normalissimo amplesso tra future vittime in fregola.

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Alec Mills fa quello che meglio gli riesce: confezionare un horror visivamente interessante. E’ la sceneggiatura a non essere all’altezza: confusa, indecisa se intraprendere la strada del soprannaturale o del thriller, finisce  per accumulare finti colpevoli, inquadrati poi con la faccia truce durante il film, quando anche il più beota degli spettatori ha capito, anni luce prima, chi è il killer.

Anche sul piano dello splatter non andiamo bene: omicidi fuori campo che inficiano il lavoro delle luci, innaturali e fiabesche, tendenti al blu metallico, che si proiettano nel bosco, scenario dei vari omicidi. Eppure in almeno un momento, quando l’assassino viene scoperto a metà pellicola, che il film ha un’impennata di ferocia deliziosa: il bruto spacca la testa ad una studentessa, sbattendole la capoccia, più e più volte, contro un banco.

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Non voglio dire che il gore sia necessario in un thriller/horror, ma lo è quando non si riesce a creare la minima empatia con i personaggi e si scarseggia di suspense, essenziale per non creare una sequela di sbadigli alla Yorick con la ganascia spalancata in rigor mortis.

Alec Mills è più interessato a spogliare le sue belle vittime, a mostrare agli spettatori le loro favolose grazie che ad ucciderle in modo creativo. Purtroppo però non siamo davanti ad un film erotico e, anche in quel caso, il regista non calca abbastanza la mano per accendere davvero la nostra fama di impenitenti voyeur come invece faceva un filmaccio come I morti viventi sono tra noi (Revanche des Morts Vivants) di Pierre B. Reinhard.

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In più ad un certo punto, si tenta una sterzata alla teen movie anni 80, con gli scherzi tra un gruppo di studenti viziati ed altri di ceto più modesto (chiamati nella versione italiana “Burini”). Durante il ballo della scuola, sembra di assistere ad un’imitazione di Karate Kid , con tanto di inseguimento tra il protagonista e i riccastri che finisce però non a colpi di arti marziale, ma più goliardicamente in quello che sembra un geyser di piscio e merda. Naturalmente questa sottotrama non viene approfondita e presto finisce nel dimenticatoio.

Ad onor di cronaca, proprio durante questa sequenza, ascoltiamo la metal Keep Holding On, interpretata live dai Vice. Potrei fare il figo e dire “Grandi Vice” ma ignoro chi siano e internet, di solito pozzo di scienza per pigri, tace.

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I vice, il gruppo più cool dell’Australia

C’è da dire che, se si sorvola all’accento smaccatamente australiano, si può pensare di stare assistendo ad un B movie adolescenziale americano, parente povero del Phenomena di Dario Argento o del Cosa avete fatto a Solange di Massimo Dallamano, con le sue ninfette sempre nude pronte ad essere uccise brutalmente.

Curioso lo strumento che usa il killer per uccidere le sue vittime, una specie di collare fatto di filo spinato, sulla carta probabilmente un richiamo alla luna piena, ma che il film non spiega né motiva mai.

Riflessi di sangue uscì da noi sia incredibilmente al cinema che in una vhs Penta video molto buona.  Una visione, come detto, la vale, anche solo per l’ottimo commento musicale ad opera di Brian May, ma non aspettatevi, purtroppo, lupi mannari palpeggiatori.

Andrea Lanza

Riflessi di sangue

Titolo originale: Bloodmoon

Anno: 1990

Regia: Alec Mills

Interpreti: Leon Lissek, Christine Amor, Ian Williams, Helen Thomson, Craig Cronin, Hazel Howson, Suzie MacKenzie, Anya Molina, Brian Moll, Stephen Bergin, Christophe Broadway, Samantha Rittson, Tess Pike, Jo Munro, Michelle Doake, Christopher Uhlman, Justin Ractliffe, Damien Lutz, Warwick Brown, Gregory Pamment, Sueyan Cox, Narelle Arcidiacono, Michael Adams, Sue Lawson, Jonathan Hardy

Durata: 100 min.

VHS: Penta Video (FILM PER TUTTI)

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Red Christmas

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E se un aborto rifiutasse di morire? E se un fanatico religioso lo portasse via con se e a forza di preghiere e frustate lo facesse crescere fino a trasformarlo nella rossa mano della vendetta di Dio? Il film di Craig Arderson è inverosimile, folle, ma si rifiuta di averne la consapevolezza, neanche per un secondo. A realizzare un film come Red Christmas bisogna essere momentaneamente tutti folli e guardare solo al traguardo. Giusto così è possibile raccontare una storia tanto scema e rischiare persino di commuovere lo spettatore.

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L’arrivo di Cletus sa tanto di fantasma dei natali passati. Si presenta con il look di un Nazgul e l’andatura claudicante di un lebbroso, è anche coperto di bende e parla come un mago saggio di qualche allucinante programma TV per bambini degli anni 80. Lui va dalla sua famiglia e la sua famiglia è non meno stramba di lui. In effetti Red Christmas sorprende per l’ottima scrittura dei personaggi. C’è la pregnant girl allupata e il prete guardone e onanista, c’è la passionaria che nonostante l’età si ostina a volere un figlio secondo i precetti cristiani e non usufruendo della gravidanza assistita, c’è il ragazzo down in fissa con Shakespeare e un vecchio zio abbastanza passivo, fatto e torvo che è impossibile non volergli bene. Su tutti la regina indiscussa della casa: la matriarca Dee Wallace.

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Autentica scream-mom fin dai tempi in cui poteva anche permettersi il ruolo di finale-girl, la signora Wallace ha difeso la propria famiglia da gente come il piccolo e insopportabile E.T., i Critters, Alligator II, Cujo e se l’è vista brutta anche con i licantropi di Joe Dante e Rob Bottin. Cletus è con lei che ha un conto in sospeso. Lui del resto non vuole vendetta. Non siamo davanti al classico slasher in cui l’assassino arriva e non ha altro in testa se non uccidere e farla pagare a tutti. No, lui vuole soltanto il posto che gli spetta, essere riammesso in famiglia, perché tutti possono sbagliare. Una madre magari decide di abortire e poi se ne pente. Pensate che bello se l’aborto tornasse adulto a casa e offrisse (e chiedesse) un’altra possibilità per tutti.

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Purtroppo per lui mamma Dee non vuole saperne e caccia il povero mostro da casa intimandogli di non tornare più. Gli lancia in testa persino un grosso barattolo di vetro pieno di noccioline (tanto le noccioline che in casa non possono stare perché una delle figlie è allergica). A quel punto però Cletus prima si rifugia nel bosco d’intorno a piangere come una riedizione miniata di Grendel. Poi torna indietro e inizia a uccidere tutti, inarrestabile quanto un Jason Voorhees diretto da James Cameron.
Gli omicidi sono la cosa più surreale che ci sia. Somigliano a quelli del film Killer Clown From Outer Space e in un certo senso Cletus è una specie di finta mammoletta come i pagliacci marziani. Tutti lo dileggiano. Un tipo oltre a insultarlo e percuoterlo finisce per urinargli pure addosso. Quando però lui poi attacca, spolpa, spezza, sventra ed evira alla grandissima, allora non ride più nessuno. Se il bodycount è quasi comico, bisogna che vi prepariate all’altalena straniante degli attori. Talvolta sembra che la loro recitazione sia diretta da Lloyd Kaufman e a un certo punto invece sembra che subentri Wes Anderson. A momenti si ghigna davanti agli scherzi e i bisticci tra figli e quando meno lo si aspetta ecco la tragedia. Allora cazzo, questi fanno sul serio, non si stava ridendo? No, perché se una madre trova il cadavere della figlia, sebbene sia quella adottiva, è sempre una mamma che ha perso una bambina e allora giù, lacrime e urla, con la musica scritta da Helen Grimley a mettere un’enfasi degna di un Padrino. Quindi, non c’è un cazzo da ridere e non solo noi siamo seri, ma nemmeno voi riderete!

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Cletus rifiuta di morire e basta. In fondo ha una tenacia quasi divina, come tutti i serial killer super-dopati degli anni 70/80 e nonostante la signora Dee cerchi di eliminarlo ancora e ancora, lui torna a battere cassa, anzi carezze. La donna non vuole saperne del povero aborto. Ribadisce l’odio e il rifiuto. Ecco che dai e dai viene fuori però una verità ben più cupa sull’affettuosa e indefessa casalinga capace di badare a tutto e tutti. E come per lei, ne vengono fuori un po’ per tutti, di verità imbarazzanti e indecenti. In fondo il Natale è la festa che rende tutti peggiori, almeno per un giorno. Quante scene madri, litigate sanguinarie e scannamenti imbarazzanti ha portato Babbo Natale sotto l’albero! Red Christmas è rosso sangue ma prima che tutto sia sbudellato a dovere, il Natale fa il suo dovere di festa delle verità scomode e delle ipocrisie svelate.
Il film non vuole convincere gli abortisti a cambiare idea. In fondo si tratta di un horror con elementi da comedy dosati benissimo seguendo gli insegnamento della vecchia e grande scuola canadese degli slasher anni 80. Però quando il ragazzo down offre il fucile a sua madre e gli dice di ucciderlo perché in fondo era quello che voleva fare all’inizio, sapendo che sarebbe venuto fuori anormale come Cletus, eccoci davanti a uno spot pro-life di rara efficacia.

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Resta da svelare il misterioso finale; con la scelta di inquadrare solo i piedi di tutte le vittime in un silenzio pesante che riporta alla mente la chiusa di un altro natale, che in quel caso era inghirlandato a nero.

Francesco Ceccamea

Red Christmas

Regia: Craig Anderson

Interpreti: Dee Wallace, Geoff Morrel, David Collins, Sarah Bishop

Durata:82 minuti/Australia 2016

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Slender Man

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Nell’era di internet praticamente tutto lo scibile umano è alla portata di ciascuno. Storia, scienza, filosofia, il sapere è pronto per essere gustato. Assaporato. Amato.
E snobbato.

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Come mai potranno la fisica quantistica, la nascita di una nazione, lo spazio profondo competere con gattini pucciosi, teorie del complotto e video con gente che muove le sedie e poi incolpa il fantasma di nonno Gino? Risposta: non possono. Perché se è vero che il web ha consentito l’accesso a un mondo più vasto e, conseguentemente, a un numero maggiore di teorie, metodi e prove, è altrettanto vero che ha spalancato le porte di nuovi misteri. Il problema, con questi misteri, è che diventano tali anche quando non lo sono affatto. Slenderman, fantomatica creatura rapitrice di bambini, è il prodotto della fantasia di Victor Surge, nome d’arte di Eric Knudsen, creato per un concorso fotografico su Something Awful. Un semplice lavoro di ritocco fece esplodere il mito: creepy pasta, fan art, cortometraggi, web series, film. Tutto nella norma, anche accattivante in termini evocativi, non fosse che, nel 2014, l’evocativo ha leggermente esagerato causando tre casi di tentato omicidio in diverse zone degli States. Le quasi omicide erano tutte ragazzine dai dodici ai quattordici anni e la motivazione era la stessa: è colpa di videogiochi, musica metal e film violenti. No, sto scherzando, in realtà erano ossessionate da Slenderman, ma nella guerra “videogiochi VS mia figlia potrebbe avere dei problemi”, i videogiochi vincono sempre.

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Con tutto questo alle spalle è comprensibile l’interesse che ha portato un nuovo film a esordire nelle sale, nonostante le polemiche nate da uno dei genitori delle ragazze coinvolte nei crimini sopra citati. D’accordo o meno con quello che il signor Bill Weier afferma, cioè che si “spettacolarizzi una vera e propria tragedia” e che ciò sia “qualcosa di assolutamente deprecabile”, a Hollywood se ne sono sbattuti altamente le palle, perché se c’è un’idea che può essere vincente si va dritti alla meta. E Slenderman è un’idea dannatamente vincente: una creatura soprannaturale vestita come un Men in Black, alta, senza volto, con tentacoli neri, poteri occulti e rapitore di bambini. Con una cosa del genere fra le mani quasi non ti serve una trama, la sola atmosfera ti fa vincere facile. Per sbagliare un film con questa premessa dovresti farcirlo di stereotipi, jump scare inefficaci, brutti effetti speciali e ragazzini protagonisti in un mondo senza adulti. Insomma, un teen movie. A nessuno verrebbe in mente un suicidio artistico simile.
Ok, a questo punto è palese che sto per girare la frittata, vero? Lo sapete voi e lo so io, ma non posso fare altro. Posso solo apprezzare il grosso impegno che ci hanno messo per mandare a quel paese un villain interessantissimo, con una vera e propria mitologia nata sul web. Immagino le notti insonni passate da Sylvain White, regista, e David Birke, sceneggiatore, intenti a capire come rovinare un film con buone potenzialità.

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Slenderman è un horror scialbo, privo di qualsivoglia personalità, sorretto da una sceneggiatura scontata quando non pretestuosa e giocato sullo spavento facile che provoca più noia che paura. Il plot di fondo è il solito topos di mille altri film: un gruppo di adolescenti decide di seguire un tutorial su internet ed evocare Slenderman, portando il mostro soprannaturale a irrompere nelle loro vite, sconvolgendole con orrore. Sorvolando sul fatto che possa esistere un tutorial per evocarlo, che lo schema sia reiterato fino alla nausea, che i rapporti fra le protagoniste siano abbozzati, che i personaggi non seguano una logica, che alcuni elementi vengano buttati nel mucchio senza mai essere approfonditi, sorvolando su tutto questo e molto altro, cosa resta? Pianti, urla, cotte adolescenziali, CG di scarsa qualità e un senso di inutilità che, questo sì, fa davvero paura. Birke probabilmente si dimentica come fare il proprio lavoro e costruisce un’impalcatura traballante e superficiale, mancando non solo la valorizzazione dell’antagonista, ma anche una caratterizzazione degna delle protagoniste.

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Le ragazze sono modellate in modo che il target di riferimento del film possa identificarcisi, tuttavia si sono dimenticati la benché minima identità psicologica, sono macchiette, cliché ambulanti che non vedi l’ora finiscano tra le grinfie del mostro. Mostro che non sa nemmeno lui che ci sta a fare lì in giro, che penetra nelle case avvisando le vittime con un video in diretta sullo smartphone. Avete capito bene: suona lo smartphone e arriva un video messaggio, in diretta, dove si vede la soggettiva di qualcuno che entra in casa e si avvicina alla malcapitata di turno. Non ci è dato sapere se Slenderman usa un iPhone oppure si connette al cellulare della vittima in qualche modo bizzarro, ma in qualunque caso il disagio è talmente allo stremo da richiamare a sé tutti gli improperi, gli insulti, le maledizioni creando una bomba atomica di parossismo feroce, in procinto di esplodere con furia vendicativa.

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Cos’è successo? Volevano davvero un PG13? Un bell’horror per famiglie senza violenza, sangue, angoscia, atmosfera, praticamente senza orrore. Slenderman è un quieto e innocuo miscuglio di nulla cosmico, costellato da interpretazioni dimenticabili e da scelte narrative ridicole, quando non imbarazzanti. Se vi stuzzica l’idea di fondo pensateci comunque bene: sicuri di non avere davvero qualcosa di meglio da fare?

Manuel “Ash” Leale

Slender Man

Anno: 2018

Genere: horror

Regia: Sylvain White

Interpreti: Joey King, Julia Goldani Telles, Jaz Sinclair, Annalise Basso, Alex Fitzalan, Taylor Richardson, Javier Botet, Jessica Blank, Michael Reilly Burke, Kevin Chapman, Miguel Nascimento, Eddie Frateschi, Oscar Wahlberg, Danny Beaton, Gabrielle Lorthe

Durata: 93 min.

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Starry Eyes

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Starry Eyes è un film che vorrebbe farci riflettere su quanto la smania di raggiungere il successo possa diventare una sorta di abnegazione religiosa, una specie di delirio sacrale. La protagonista dopo l’ennesimo fallimento, un provino andato male, si pugna, strappa i capelli e vomita insulti non verso il mondo che non vuole permetterle di realizzare il proprio sogno di grande attrice, ma verso se stessa per aver mancato l’occasione ancora una volta. E in tutto questo c’è una specie di martirio a puntate, rifiuto dopo rifiuto, umiliazione dopo umiliazione. Il flagello non è più dedicato a un dio e a un ideale di castità. Ora è versato ai piedi della propria ambizione “che tutti abbiamo ma solo in pochi scelgono davvero di seguire fino in fondo” come spiega uno un diavolo tentatore che vi presenteremo più avanti. Status pubblico che renda mitologica la propria persona e la elevi al di sopra della piccola moltitudine di celebrità da social, ormai alla portata di chiunque.

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Da un suggestivo e credibile ritratto di destabilizzazione mentale, Starry Eyes allarga l’obiettivo su un incubo concreto di perdizione e condanna. È l’incubo che spesso prende il posto del sogno che non vuol realizzarsi, così come è il Diavolo a rispondere alle richieste di aiuto degli uomini e non Dio. E sebbene l’uomo capisca che non è la risposta giusta, è pur sempre una risposta. Un’attenzione che è riuscito finalmente a ottenere da qualcuno che sappia di eterno. La protagonista, Sarah, è talmente bramosa di rendere materia le proprie illusioni e illusione la propria carne, che come Alice, pur di fuggire dalla strettissima dimensione di mediocrità e invidie in cui è imprigionata, si accontenta di masticare l’unico fungo in grado di aiutarla a evadere; pazienza se si tratta dell’ammannite falloide.

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Il Cinema è pronto ad accogliere la sua tossicità, le sue crisi. Registi, produttori, addetti al casting, vogliono vederla urlare in terra come una posseduta, vogliono guardarla mentre si strappa i capelli e li lascia cadere ai piedi del mostro divino che la povera ragazza ha creato al posto di un Dio morto da troppo per ricevere ancora la fustigazione fisica come tributo di fedeltà. L’impero dei sogni chiede una dedizione sacrificale monastica: il sangue, il tessuto lacerato diventa una fessura da cui liberare la crisalide via dal bozzolo, materia per altra materia, illusione per altra illusione.
È così doloroso vedere una ragazza denutrita, costretta a inventarsi acconciature sempre più fantasiose per coprire le chiazze lasciate dai capelli strappati, è tangibile il nervosismo logorante, anoressico, la stressante fatica di tenere insieme un’illusione di bellezza che non basta mai per giungere a destinazione. Loro dicono a Sarah di essere semplicemente se stessa ma è esattamente il contrario che vogliono. Desiderano che odi se stessa, così da tormentarsi e infliggersi sempre nuove pene distruttive. In un certo senso nel provino andato bene, quando cade in terra lasciando fluire per la prima volta su richiesta le sue intime crisi consumate nel buio di un cesso o nella cameretta tappezzata di volti cinematografici femminili, si pensa più a L’Esorcista che a una prova istrionica alla All That Jazz.

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Viene in mente Suspiria e il suo epigono più riuscito: Masks, grande horror del tedesco Andreas Marschall, uscito nel 2011. Anche qui la protagonista è pronta a tutto pur di farsi accettare da una piccola élite artistica, superando una selezione crudele e spietata a ogni costo. E alla fine il successo offre diritto al godimento di un sortilegio che trasforma Sarah in una specie di strega putrida e pronta a trucidare vite in cambio dell’eternità. Streghe con un coltello, come la madre che tutti sentiamo nell’angolo più remoto del nostro cuore. E anche l’ingresso dello studio di produzione, dove spesso si ritrova a sospirare la protagonista stessa, rimanda allo stile liberty della scuola di danza di Friburgo.
Il produttore, interpretato da Louis Dezseran, ha lo stesso sorriso feroce e allucinato di Alida Valli. E non si fatica a vedere nel pallido e incerto volto di Alex Essoe una versione più provata dai nostri tempi votati all’auto-consumismo industriale, di Jessica Harper. Impossibile non pensare poi ai recenti scandali dell’orco Weinstein della Miramax quando la povera attricetta frustrata rinuncia alla parte pur di non “darla via” al produttore. E alla fine ci offre la risposta più logica e coerente sui perché di chi accetta di scendere così tanto a compromessi pur di realizzare i propri sogni: “se devo lavorare in una panineria per vivere è già vendere l’anima, tanto vale darla per qualcosa che si ama davvero”. E ovviamente Sarah ha solo bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare la decisione più grave della propria vita: offrire il proprio pezzetto di Paradiso piuttosto che sopportare le battute dell’amica invidiosa, gli sguardi compassionevoli dei compagni e l’aria viscida del suo titolare, che le offre una seconda possibilità al lavoro, anche se lei ha mostrato poca riconoscenza e rispetto per un impiego sicuro e con la paga buona, che per Los Angeles significa né più né meno che respirare.

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Peccato per l’eccesso di violenza e sangue. Lo splatter e il gore una volta erano una sfida, un assalto creativo dal sapore politico, oggi sono solo ostentazioni muscolari di facile effetto, per un pubblico ipernutrito di scene repellenti e al limite della sopportazione. Nel panorama cinematografico indipendente anche il più piatto degli horror mostra le viscere e le teste fracassate ma non c’è più nulla di coraggioso in questo. Ora sarebbe il momento di rinunciare; questo significherebbe avere le palle, ormai.
Starry Eyes non avrebbe bisogno di legittimare le suggestioni inquietanti che ci suscita con la bassa macelleria. La trasfigurazione di Sarah poi diventa fin troppo evidente sul piano fisico e ricorda Contracted. Ed è da lì che il film perde quota; anche se i bigattini in un certo senso riconducono ancora una volta a Suspiria.

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Starry Eyes

Anno: 2014

Genere: horror (colore)

Regia: Kevin Kolsch, Dennis Widmyer Interpreti: Alex Essoe, Amanda Fuller, Noah Segan, Fabianne Therese, Shane Coffey, Natalie Castillo, Pat Healy, Nick Simmons, Maria Olsen, Marc Senter, Louis Dezseran, Danny Minnick, Spencer Baik, Denis Bolotski, Marcus Bradford

Durata: 98 min.

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Tau

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Opera prima del regista uruguaiano Federico D’Alessandro  e distribuita da Netflix, Tau è una godibile pellicola di fantascienza in bilico tra omaggio al passato e  messinscena moderna.

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Un prodotto in cui la confezione molto curata serve per donare al pubblico una storia tipicamente horror anni 30/40 con tanto di scienziato pazzo, una creatura che si ribella al suo creatore e naturalmente la bella in pericolo. Ovviamente la sostanza della storia viene rielaborata e filtrata attraverso altri omaggi a generi e sottogeneri, cercando di offrire al pubblico dei “cinefili de internet”, incapaci di accontentarsi di una storiella ben narrata, delle immagini suggestive, eleganti, con un lavoro sulle luci che cerca di rimandare a Neon Demon ma è chiaro che non siamo nemmeno nei paraggi di un Refn.  Tuttavia questo contrasto tra narrazione e messa in scena genera un certo interesse intorno alla pellicola. Uno scontro/incontro tra decenni di cinema di genere, un discorso a volte frammentario e subliminale, col fine di lasciare spazio all’idea centrale, non originalissima a dire il vero, che ha il merito però di rendere godibile un film altrimenti confuso.

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Ancora una volta è il come e il chi porta in scena un’opera. La fissazione per una narrazione originale o, peggio ancora, alternativa alle regole del genere ha – di fatto- creato una serie di critici che vedono il cinema come prodotto tecnico fine a sé stesso e di spettatori che -ahimè e mortacci loro- si reputano troppo intelligenti e furbi, per poter star in silenzio e godersi uno spettacolo. No, ma che scherziamo? Così devono parlare di montaggio, di long take,  e far parallelismi inopportuni. Costoro vi diranno che Tau è robetta da poco, un filmino davvero pleonastico e poi prenderanno l’occasione per parlare male di Netflix, madre di ogni sciagura che si abbatte sull’industria cinematografica.

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Tau è un filmino, segue strade già battute e ha forse dei problemi in fase di scrittura che son ben evidenti in alcune scene, a volte è inverosimile con qualche forzatura narrativa di troppo, tuttavia ha dalla sua un ottimo Gary Oldman che dona a Tau una toccante e a tratti commovente potenza e credibilità. Il film diviene la scoperta del mondo, della vita,  da parte di un’intelligenza artificiale, ma non solo questo: Tau diventa cosciente di essere vivo. Certi tentennamenti. stupori, suppliche al padrone mostrano una fragilità infantile, da parte di questa intelligenza artificiale, verso la quale ci è impossibile rimanere indifferenti.

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Il rapporto tra Julia e Tau è ricco di sfumature. C’è alla base la manipolazione da parte della donna, che scopre la curiosità di quella intelligenza artificiale per il mondo e la vita fuori dalla casa in cui entrambi sono “prigionieri”, che man mano la pellicola procede diventa anche un rapporto di amicizia e sostegno. L’evoluzione del progresso scientifico- tecnologico è talmente avanzata che, forse, un domani sarà difficile dire con sicurezza cosa è umano e cosa no. Quanto contano i sentimenti, le sensazioni, le emozioni in un essere umano? Per me moltissimo. Sono tutti quegli elementi che ci rendono vivi e perciò anche imperfetti. Eppure senza di essi saremmo solo dei robot, automi che ripetono gesti e vivono attraverso delle formule, razionalmente ma senza sporcarsi e mettersi in gioco.  Tau è il fratello ottimista di HerD’Alessandro non è Refn ma nemmeno Spike Jonze e dove questi autori mettono dubbi, dolore,  riflessioni anche alte, egli normalizza attraverso il genere puro. Pur giocando attraverso la mescolanza di generi passati e presenti ( si parte dai classici Mad Doctor Movies ad accenni di torture porn fino alla fantascienza legata alla scoperta della vita da parte delle macchine, fino al cinema di sequestro e quello di fuga) il discorso non diventa mai una riflessione profonda sul genere, la contaminazione, la ricerca di elementi classici dietro un modo moderno di far cinema.

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Tau è un semplice film su un’intelligenza artificiale che scopre cosa sia la vita. Per farlo c’è bisogno che esista uno scienziato folle- il quale vista la nostra epoca tecnologica e computerizzata è una sorta di Steve Jobs diabolico, feroce, disumano, uno di quei cattivi puri e anche tanto pirla, che mancavano da un po’ di tempo nel cinema di genere- il quale rapisce delle persone per sottoporle a un esperimento che sovvertirà il mondo. No, non è vero. Non sovvertirà nulla. Ma a esser sinceri la parte in cui il film diventa un po’ l’Hostel dei poveracci è francamente dimenticabile. Come gran parte delle scene che vedono all’opera il cattivissimo anche cretinissimo e Julia, il personaggio principale, una donna dalla vita difficile ( si lascia intuire un passato di violenze e soprusi) che vivacchia facendo la borseggiatrice. Un brutto giorno viene rapita da Alex, mi par si chiami così il cattivo di questo film,  per essere sottoposta a un brutale esperimento. La ragazza non si dà per vinta e insieme ad altri prigionieri cerca di evadere. Ovvio che il piano finisca in una carneficina ad opera di un robot che pare uscito da Robocop o un film anni 80. Da questo momento fino alla conclusione, Julia cerca in tutti i modi di evadere da questa casa-prigione gestita da un’intelligenza artificiale: Tau. La donna intuendo che esso è interessato alle cose del mondo, all’arte e alla cultura -ed è convinto di essere “vivo” nello stesso identico modo di Julia-  sfrutta questa debolezza della macchina per poter fuggire. Nondimeno tra i due nasce una tenera amicizia.

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In conclusione: Tau è un film assai godibile, un puro prodotto del cinema medio, ostenta un estetica fin troppo legata a un certo modo di far cinema ma questo non impedisce al film di esibire la sua natura di puro B movie. Concentratevi sulla performance di un ottimo Oldman e gustatevi l’evoluzione della storia d’amicizia tra Julia e Tau. Poi andate a ripescare i classici con gli scienziati pazzi e il cinema di prigionia.

Per quanto mi riguarda attenderò di valutare meglio il lavoro di D’Alessandro con la prossima pellicola. Per me, ora, è un buon regista. Spero possa migliorare nelle sue prossime opere.

Davide Viganò

Tau

Anno: 2018

Genere: fantascienza

Regia: Federico D’Alessandro

Sceneggiatura: Noga Landau

Interpreti: Maika Monroe, Ed Skrein, Fiston Barek, Ivana Zivkovic, Sharon D. Clarke,Ian Virgo, Paul Leonard Murray

Note: La voce di Tau è di Gary Oldman

Durata: 97 min.

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One-Eyed Monster

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Nel 2018, superati i 40 anni, non pensavo di sorprendermi più di nulla. Eppure ho visto davvero tantissime cose bizzarre, dalle vagine dentate di Teeth (Denti) passando per il preservativo assassino di Killer condom fino ai pompini killer di The Killer Tongue, ma questo One-Eyed Monster arriva davvero inaspettato, una pellicola del 2008 della quale non sapevo nulla.

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La trama è più o meno la solita dello slasher: un pazzo uccide un gruppo di malcapitati in uno chalet. Scusate ho scritto male: non un pazzo, un cazzo. Sì un pisello assassino lungo 25 cm, quello del pornoattore Ron Jeremy, che si stacca di netto impossessato da un alieno malvagio e va in giro a scopare a morte le donne o ad infilarsi tra le natiche delle sue vittime per muoverle come marionette. Brr.

Il bello è che, se pensate di trovarvi davanti ad un film parodistico, sul modello Troma, vi sbagliate perché One-Eyed Monster è serissimo anche nelle sue evidenti cazzate. Il ritmo è teso, le battute più cretine sono recitate con la convinzione di stare facendo un grande horror (“Aiuto la mia amica ha un cazzo in bocca?” “E qual è la novità?”) e la fattura è professionale, lontano dallo scherzone amatoriale.

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E’ evidente che il regista stia facendo una grande supercazzola allo spettatore: le scene demenziali, i momenti assurdi non si contano così come i tanti personaggi stralunati, su tutti Charles Napier, il Murdock di Rambo 2 – La vendetta, che ci regala il momento più cult della pellicola, un assurdo monologo sul vietnam dove racconta le origini del pene killer.

Una notte io e il comandante eravamo al posto di guardia, e ci stavamo facendo una canna… roba thai. 
Sto totalmente fatto e, d’improvviso, vediamo un raggio di luce… 
E sembrò come atterrare a, forse, a circa due Km, a nord-est del campo. 
Allora il capitano dice: 
“Vado a controllare”. 
“Vai avanti amico!”, più erba per me, capisci? E così se ne va. 
Ah… possono essere passati dai dieci minuti alle due ore. Non saprei, ero fatto. 
Ma torna indietro e mi accorgo che è strano. 
E ora, beh… nessun problema, è solo quella roba thai che fa effetto. 
Beh, amico, in un attimo comincia a saltare dappertutto come se i suoi pantaloni fossero in fiamme. 
Non ti sto prendendo per il culo, sai. 
E poi… gli esce dalle mutande. Le strappa. 
Strappa via le sue mutande. 
E così mi ritrovo col capitano in piedi, di fronte a me tutto nudo dalla cinta in giù. 
E poi è successo qualcosa percui, amico, non mi hanno preparato al campo di addestramento. 
L’uccello del tipo, il suo cazzo, si è strappato dal corpo, e si è indirizzato ai tendoni. 
Così il capitano comincia a strillare come un pazzo! 
Presto non lo sento più perché le urla ora vengono dai tendoni. 
Vuoi sapere cosa diavolo sentivo? 
Sentivo come… trenta uomini massacrati da un cazzo! 
E così mi sono nascosto dietro una roccia per circa un’ora e ho dovuto ascoltare il mio intero plotone venire ucciso. 
Ed ho sentito un tipo sparare un colpo, ma poi ho sentito che veniva ucciso. 
Così, dopo, tutto tacque. 
Sono entrato con cautela, credimi, nel tendone per chiedere soccorsi via radio, e… vedo il cazzo, sdraiato lì sulla branda. 
E sembra come mi stia guardando anche lui. 
Ma ti guardava come, sai, come se fosse stanco, amico. 
E se ne stava tutto così, accartocciato, e avrei potuto ucciderlo lì, ma ero così fatto da aver paura di mancarlo. 
E, d’altrocanto, sapevo che era soltanto questione di tempo, prima che tornasse di nuovo in azione. 
Così, senza togliergli gli occhi di dosso, prendo una radio e chiedo di spedire in elicottero due troie di Saigon. 
Così, nella mezz’ora successiva, tengo sotto mirino questo cazzo. 
Ora, pensavo che non sapesse che ero fatto, così non mi salta addosso. 
Così l’elicottero atterra appena in tempo, grazie a Dio, perché ora il cazzo stava per tornare grande e duro. 
Così ho detto alle due troie: 
“Guardate, farò di tutto, cavolo, vi porto in America, qualsiasi cosa se solo ve ne state lì sdraiate e aprite le vostre gambe per me.” 
Beh, credo che America fosse la parola magica, perché non ho mai visto due zoccole levarsi di dosso le mutande così in fretta. 
Ora, il cazzo deve aver odorato la cena perché… si precipita sulle due troie. 
E così io guardo. 
E aspetto, e guardo. 
Finalmente… finalmente esplode il suo carico… 
L’ho afferrato e sono andato fuori, e l’ho lanciato in un bunker. 
Dio, Gesù Cristo… 
Circa dieci secondi dopo rincorre quindici musi gialli! 
E avrei potuto fotterli uno per uno ma… no: ho preso una decisione prioritaria, lanciare una granata! 
Fuoco nel buco! Ba-booom… 
Sta piovendo cazzi…. Sì, sta piovendo cazzi. 
Sono strisciato dentro una bottiglia di whiskey una volta tornato in America, e ci sono rimasto da allora…

Come detto però è l’approccio a spiazzare, il camuffare la comicità involontariamente volontaria dietro un cotè da fantahorror cupo, nel quale il cazzo assassino si muove e agisce come il più furbo e spietato degli Alien.

Situazioni grottesche come la macchina cattura peni si intervallano a momenti trucidissimi come un uomo tagliato a metà dal fallo o la soggettiva di una testa forata dopo un mortale blow job. Senza dimenticare gli ammiccamenti ai classici del genere come Lo squalo (“Serve un tampone più grande” al posto della barca più grande) che rinforzano la consapevolezza che la sceneggiatura sia meno abborracciata di come sembri a prima vista.

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Per assurdo One-Eyed Monster è un film che puoi apprezzarlo solo quando non lo prendi però sul serio, quando lo vivi come un B movie parodistico di tanti B movie della fantascienza del terrore, sulla scia più degenere del metacinema craveniano. A suo modo è un divertissement, una satira non solo dello scifi ma anche del porno che ad un certo punto fa dire a Ron Jeremy che interpreta Ron Jeremy frasi amare sulla degenerazione del settore hardcore (“Un tempo avevo battute, ero un attore, ora sono costretto a recitare banalità e puntare sulla scopata“).

Il regista Adam Fields, più famoso come compositore di colonne sonore, da Dawson’s Creek a Buffy l’ammazzavampiri, al suo primo lungometraggio, è discretamente bravo, non inquadra quasi mai il micidiale ammennicolo ma ci regala raccapriccianti dettagli e soggettive suggestive, sfruttando intelligentemente il poco budget a disposizione.

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Tra gli attori, tutti dignitosi, spiccano le due star del porno anni 70, la Veronica Hart di tanti porno anni 70, qui visibilmente sciupata dall’età, e Ron Jeremy, l’anti John Holmes, sempre panciuto e fuoriforma ma dal pisellone celebre. D’altronde come dice l’hacker serissimo “Ogni giorno nello spazio gli alieni captano segnali e il 70 per cento di quelli è pornografia, ma quei film sono per la maggior parte interpretati da Ron ovvio che il suo cazzo sia per loro l’arma più micidiale“.

In un ruolo minore troviamo un’altra attrice hardcore, la giovane Carmen Hart di “capolavori” come Big Cocks in Her Little BoxI Love Big Toys 2: prima di essere uccisa, la vediamo arrabbiarsi perché non si ricorda le battute del porno che dovrà recitare da lì a poco, frasi come “Oh yeah” o “Fuck me” ma affrontate con la dedizione di un Orson Wells con Shakespeare.

I fan di Buffy l’ammazzavampiri riconosceranno nel cast Amber Benson, famosa per aver interpretato Tara, la fidanzata di Willow, uno dei primi ruoli dichiaratamente omosessuali della tv per adolescenti.

One-Eyed Monster è un film molto divertente, a suo modo intelligente e che si lancia in letture non banali sull’industria del sesso filmato, risultando a tratti un amaro ritratto di un settore che baratta la calda pellicole di capolavori come Devil in Miss Jones per il digitale usa e getta di youporn. Se non ci fosse un pene assassino che diventa vulnerabile solo quando è moscio, penseremmo persino ad un docufilm sulla scia di After Porn Ends.

Andrea Lanza

One-Eyed Monster

Anno: 2008

Regia: Adam Fields

Interpreti: Amber Benson, Jason Graham, Charles Napier, Jeff Denton, Caleb Mayo, Bart Fletcher, Jenny Guy, Veronica Hart, John Edward Lee, Carmen Hart, Frank Noel, Ron Jeremy

Durata: 84 min.

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Viaggio vintage nel videogame horror su Ps2

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Ben 4 anni fa (e qualche mese sulle spalle) scrivevo uno degli articoli che adoro di più: Viaggio vintage nel videogame horror su Ps1, nel quale parlavo di tutti i giochi del terrore usciti per la mitica console di casa Sony.

Stasera voglio parlare di videogame, in un appuntamento che voglio riprendere anche in futuro con altre console, ma questa volta voglio concentrarmi con la mitica playstation 1 e con il mio genere preferito il survival horror. Naturalmente sto scrivendo per Malastrana vhs e perciò tralascerò titoli ormai troppo celebri come i bellissimi Resident Evil e Silent hill, ma mi concentrerò su giochi meno famosi, magari da noi neppure usciti, ma che sarebbe bello qualche stronzone della Sony decidesse di ristampare magari in Hd“.

Il futuro finalmente è arrivato, certo vi ho fatto aspettare anni e anni, ma stamattina, mentre correvo, mi è venuta la voglia di riprendere le file del discorso interrotto nel 2014 e quindi passare alla PS2 con la sua grafica più definita restando però sempre nel territorio del terrore.

Stavolta farò un’eccezione: parlerò anche di Resident Evil e Silent Hill, ma non dei capitoli classici, ma delle incarnazioni meno decantate, gli Outbreak per esempio, tutti quegli spin off o episodi principali che Capcom o Konami avrebbero voluto, a volte stupidamente, non avere mai prodotto.

E se ve lo state chiedendo: no, ancora a distanza di 4 anni, la Sony non ha buttato in HD i gioiellini dispersi della sua PS1. Sti stronzi!

Silent Hill – The Room/ Silent Hill – Origins

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A Silent Hill ci piace spiare

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Incominciamo con il capitolo della saga di Silent Hill più sfigato in assoluto, il The room, quello che nella HD collection per PS3 non hanno neanche calcolato. Questo quarto segmento è visto in casa Konami come il diavolo impestato, la troia di paese, il sindaco pescato con le mani nelle casse del comune, tanto da aver segnato la fine del glorioso Team Silent, creatori dei primi mitici episodi.

Cosa c’è che non va in questo titolo? Sicuramente la monotonia di alcune meccaniche di gioco come il dover tornare sempre, come base operante, alla stanza che da’ il nome al l’opera. Ad ampliare la non fruibilità del titolo poi c’è una certa difficoltà, non  paragonabile ai precedenti capitoli, che rende il tutto molto ostico. Non cose poi così insormontabili, per capirci Forbidden Siren è più tosto, ma diciamo che non siamo davanti ad un gioco poi così facile, motivo principe perché non vendette tanto.

Di buono però ci sono tantissime cose e invenzioni: in primis la visuale che passa dalla terza persona alla prima a seconda che ci si trovi in casa o nelle dimensioni parallele. Poi ci sono molti mostri, alcuni completamente nuovi, e un intreccio thriller che si impone sul classico storyline lovecraftiano della serie. Silent Hill: The room è anche il capitolo più claustrofobico, ansiogeno e con le uccisioni più tragiche dai tempi della morte dell’infermiera Lisa Garland.

Al’uscita il gioco ebbe critiche contrastanti, a volte ferocissime da parte dei suoi giocatori. Si racconta, ma la cosa è stata smentita più volte dalla stessa Konami, che The room non nacque come Silent Hill, ma come un titolo autonomo chiamato Room 302. Questo potrebbe spiegare perché è l’unico capitolo a non essere completamente ambientato nella città della nebbia, ma in una località adiacente, Ashfield. Era comunque un titolo interessante che, oggi come nel 2004, meriterebbe di essere giocato. In più le bellissime e struggenti musiche di Akira Yamaoka impreziosiscono un gioco forse troppo avanti nel tempo come meccaniche ma che, all’epoca, fu comunque lì lì per vincere l’ambito Best Adventure Game di GameSpot, andato però al più canonico Mist IV: Revelation.

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Tre anni dopo, con un altro team di sviluppatori, i Climax Studios, la Konami resuscita Silent Hill con un prequel del primo capitolo chiamato appunto Origins. Pensato per la piccola e sfortunata console di casa Sony, la PSP, uscì nel 2008 anche per la PS2, purtroppo in una mediocre versione. Il porting era abbastanza deludente, con una grafica che in piccolo sembrava grande ma sui televisori rivelava la sua miserabilità, in più la mancanza di poter ruotare a 360 gradi la telecamera e i comandi non proprio fluidi completavano il disastro. Un peccato perché il gioco, pur se più tradizionale di The room, era davvero molto buono, spaventoso e con una trama interessante che rivelava alcuni dettagli rimasti oscuri dai tempi del primo capitolo. Solo che giocarlo su PS2 era il male, davvero.

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Se Origins centrava il bersaglio, almeno su PSP, così non fu per il capitolo successivo, sempre per le due console, la piccola e la grande, di casa Sony. Silent Hills: Shattered Memories ambiva di essere un remake del primo episodio, ma falliva su tutta la linea: ripetitivo, con l’idea folle, che anticipava Outlast, di scappare senza difendersi mai dai mostri, non faceva paura neanche per scherzo. La grafica poi era buona sulla PSP mentre, sulla più potente PS2, orribile. Ci si avviava lentamente all’inizio della fine: le incarnazioni successive, su PS3, sarebbero state ancora peggiori con l’aggravante di un Silent Hill: Downpour scritto benissimo ma confezionato così male da essere scambiato per una produzione indipendente per kickstarter. Deplorevole.

Resident Evil: Outbreak 1 e 2

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I due Resident Evil Outbreak dovevano essere il contentino per tutti i fan SONY che non avrebbero mai avuto modo di giocare, almeno così si credeva, ai Resident Evil ufficiali, il 4 (2004), lo 0 (2003)e il remake (2002), esclusive Nintendo per il suo Cube. In più visto che il quarto capitolo rinunciava agli zombi in favore dei Las plagas, infetti veloci e parlanti, i puristi pensarono “Fanculo Resident Evil 4! In questo Outbreak ci sono i morti viventi, c’è il vero Resident Evil!“. In Giappone uscì a fine 2003 e aveva una cosa importantissima per essere goduto, avanti mille anni nel tempo, il multiplayer, un’idea suggerita da quel geniaccio di Shinji Mikami, creatore della serie. Così potevi divertirti, insieme agli amici, a sparare agli zombi, ad uccidere elefanti putrefatti in scenari strafighi, ripercorrere i luoghi amati dei capitoli classici della serie, una cosa incredibilmente divertente. Purtroppo in Europa, nel 2004, 9 mesi dopo il Giappone e gli USA, lo fecero uscire senza online. Risultato: il gioco faceva schifo e non poco, una merda ad un passo dall’ingiocabile. Immaginatevi un videogame che punta tutto sul cooperativo dove però i tuoi amici, comandati dal computer, fanno cose sceme nei momenti meno consigliati: combattere disarmati i mostri, non aiutarti quando sei in pericolo o fare una strana gara podistica contro il muro. In più in Europa i caricamenti erano lunghissimi. Frustrante. L’anno dopo (2004 per il Giappone e 2005 da noi) ripararono il malfatto con Resident Evil Outbreak File #2: praticamente un’espansione del gioco precedente ma con l’online anche da noi. Il gioco così era fighissimo ma nel 2007, causa le cattive vendite, spensero i server facendo finire la pacchia e relegando il gioco in quella dimensione di coglioneria e cretineria videoludica che aveva contraddistinto il precedente Outbreak, con la gioia sadica però di poter condividere stavolta questa fetenzia anche con i giapponesi. Come diceva Snake Pliskeen in Fuga da Los AngelesBenvenuti nel mondo della razza umana“.

Resident Evil: Survivor 2 Code: Veronica/Resident Evil Dead Aim

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Sembra la PS1 e invece è la 2

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Raccapriccio

Con Resident Evil: Survivor 2 Code: Veronica siamo davanti invece ad uno dei Resident Evil più brutti mai creati, non solo per la serie classica ma anche per il suo spin off sparatutto con pistola di plastica alla mano. In questo titolo, uscito nel 2001, la Capcom riesce a superarsi nel peggio: prende uno dei suoi titoli migliori, Codename Veronica, quarto capitolo spurio della serie, e lo peggiora con grafica scadente, dialoghi scritti da un babbuino con un ictus cerebrale, longevità di un Gig Tiger e tanto mal di testa post pixel da prima persona. Non che il primo capitolo dei Gun Survivor fosse bello, ma per lo meno era giocabile. Questo sembra persino un insulto al gioco ispiratore, concepito da un programmatore che probabilmente neanche ha mai giocato al Codename Veronica originale. Anche come shooter puro e semplice fa schifo: monotono, mai adrenalinico, con solo l’intuizione di mischiare arcade con lo sparatutto e passare dalla terza persona (quando si esplora) alla prima (durante le sparatorie).

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Nettamente migliore la grafica

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Fortunatamente nel 2003 entrano in scena i Cavia, quelli del meraviglioso Nier Gestalt/Replicant, e sviluppano Resident Evil: Dead Aim, lo sparatutto Capcom più gagliardo della PS2. Stavolta siamo in un gioco vero con una storia ben scritta, una grafica all’altezza e una dose di ritmo e divertimento ben bilanciato. Niente STARS, niente personaggi classici come Chris, Claire o Jill, la storia di Resident Evil Dead Aim porta in scena per la prima e unica volta le avventure di Bruce McGivern, agente della US-STRATCOM (United States Strategic Command), alle prese con il recupero del T- Virus su una grande imbarcazione. La Capcom deve essere molto affezionata ai transatlantici o comunque agli scenari navali visto che, in più occasioni, ha fatto muovere all’interno di essi i suoi personaggi, dal vetusto Resident Evil Gaiden per Gameboy ai più recenti Resident Evil Revelations e Resident Evil 7. Le vicende di Bruce McGivern convincono: il personaggio è simpaticamente strafottente e la sua comprimaria Fong Ling, mutuata sul carattere di Ada Wong, è sexy, letale e tosta. In più Dead Aim è un’avventura in terza persona che diventa in prima solo quando si punta la pistola addosso ad un nemico, in un riuscito mix, stavolta, tra avventura classica e shooter selvaggio. Anche i mostri sono vari e spietati: in poche parole, una figata. L’unica cosa che purtroppo non si può fare è spaccare tutto a colpi di pistola: gli scenari restano intonsi, sia che si tratti di una porta che di un semplice vaso. Un peccato visto la bellezza della grafica e soprattutto l’esistenza di un titolo sparatutto per PS2 come Black che faceva del realismo da demolizione il punto forte. I Cavia torneranno alla saga di Resident Evil con i riusciti Umbrella Chronicles per WII e svilupperanno per XBOX 360 un gioco non riuscito ma dalle grandissime potenzialità, Bullet Witch, che vi invito a recuperare.

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Siamo OT ma quanto bella è Bullet Witch?

Extermination

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Immaginate di essere così fan di Resident Evil da voler a tutti i costi giocarne ad un altro anche quando non è in programmazione nessuno. Nel 2001 ci è venuta in soccorso la Deep Space con Extermination, un progetto concepito dal mitico Tokuro Fujiwara di Ghosts ‘n Goblins , Commando, Bionic Commando, Sweet Home e naturalmente del suo quasi remake, Resident Evil. Siamo davanti ad un clone fatto benissimo del survival horror Capcom: mostri, munizioni scarse e inquadrature fisse di telecamere invisibili. La formula Resident Evil viene anche migliorata con l’idea, ripresa poi in Oubreak, di un virus che infetta il giocatore, il quale se, se non curato, morirà in breve tempo. Extermination ha un impianto più da fantahorror e si ispira chiaramente a La cosa di John Carpenter con un’aria ansiogena unica che rende questo titolo un gioiellino di scrittura e gestione sapiente della suspense. A non renderlo un capolavoro è solo il personaggio principale, Dennis Riley, esperto agente operativo e membro della unità RECON, che è un cliché vivente di altri eroi già visti. Certo anche Chris Rendfield non era poi il protagonista più caratterizzato psicologicamente della storia dei videogames, ma Resident Evil giocava la carta della demenzialità da B movie horror che Extermination non ha. E’ un gioco comunque da recuperare: splendido da vedere e divertente da giocare.

Project zero 1, 2 e 3.

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Qui siamo davanti a tre capisaldi del genere survival horror, i Project zero, titoli dall’atmosfera di grandissimo terrore, baciati da un comparto tecnico eccellente. Il primo titolo, uscito in America come Fatal frame e in Giappone semplicemente come Zero, mette le basi per quello che sarà la punta apice della serie: il due, Crimson butterfly. E’ il 2001 e la Tecmo ha l’intuizione di scalzare il dominio incontrastato dei Resident Evil e dei Silent Hill nel territorio dei giochi horror, non aumentando gli elementi conosciuti, ma sottraendoli. In Project Zero c’è un ritmo molto lento, quasi da gotico ottocentesco, con però una inusuale tensione che tiene il giocatore incollato allo schermo, spaventato da ogni rumore, ogni porta che scricchiola, in attesa del prossimo fantasma bramoso di vendetta. Se i due colossi del survival guardavano modelli occidentali, dagli zombi di Romero alla letturatura di Lovecraft, il gioco della Tecmo invece si rifà al folklore giapponese con spettri rancorosi dai lunghi capelli neri, gli stessi che hanno fatto la fortuna del The ring di Hideo Nakata e del Ju-On- The Grudge di Takashi Shimizu. In più il giocatore non comanda il solito poliziotto spaccaculi ma una ragazza senza pistole o fucili, armata solo di una macchina fotografica, capace però con essa di catturare e uccidere i fantasmi che la perseguitano. Grazie a questo espediente, che amplifica il concetto di Silent Hill dove il protagonista è un uomo comune senza addestramento militare, possiamo conoscere anche i cattivi, gli spettri, attraverso la loro storia di sofferenza e dolore, un’esperienza unica nel genere.

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z3magad3z3magad2z3magad1ff3_magadzero4madad414imagen-i1228-pgeCosì è per Project zero 3 (2006), un gioco eccezionale ma che paga il suo essere uscito dopo il secondo capitolo. Eppure l’idea dei tatuaggi che coprono il corpo della fotografa Rei Kurosawa è ottima con il disegno che diventa man mano più grande fino a forse ricoprirla tutta e quindi ad ucciderla. La canzone che fa da colonna sonora a quest’avventura è Koe (voce) composta dall’artista Tsukiko Amano che racconta di una donna diventata pazza dopo la morte del suo amante tanto che non ne ricorda più, appunto, la voce. Da brividi.

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La saga su PS2 finirà qui ma continuerà con due ottimi capitoli, Zero: Tsukihami no kamen (2008, WII) e Project Zero: Maiden of Black Water (2014, WII U), su Nintendo, il primo solo per il mercato giapponese, il secondo anche per l’America. Inutile dirlo: in Italia non arriverò nessuno dei due.

Per onor di cronaca esistono due spin off di Project zero, entrambi molto scadenti: Real: Another Edition per cellulari e Spirit Camera: Le memorie maledette per Nintendo 3DS. In più di Project zero 1 e 2 esistono due versioni per XBOX migliorate graficamente con un’opzione prima persona per il secondo e tanti nuovi bonus. Da recuperare.

Kuon

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Quando la From Software non era ancora la casa dei difficilissimi Bloodborne o Dark souls, nel 2004 si mosse timidamente nei meandri del survival horror con un gioco non molto fantasioso, ma dalle dinamiche interessanti. Con Kuon abbiamo un clone smaccato di Project zero, ma dall’anima leggermente più action che sostituisce le macchine fotografiche con gli incantesimi inserendo anche la possibilità di affrontare i mostri a colpi di armi bianche. Non temete però anche qui ci sono scene di tensione e spaventi molto ben riusciti, in questo Kuon sa essere un ottimo esponente del genere. La From Software per rendere difficile il suo gioco inserì delle idee alquanto sadiche: se non bastava che i personaggi perdessero energia correndo, complicarono la vita aggiungendo l’increscioso handicap della barra di sanità mentale, potenziando un’idea già presente in Clock tower 3 e in Eternal Darkness: Sanity’s Requiem. Kuon era un gioco fortemente giapponese, ambientato nell’epoca Heian a Kyoto, tanto che in Italia non fu neppure tradotto con buona pace di chi non conosceva l’inglese. Il giocatore poteva comandare, durante la storia, tre personaggi diversi: una ragazza, Utsuki, in visita ad un tempio maledetto con la sorella, una giovane esorcista, Sakuya, e un sacerdote, Abe no Seimei, tre vicende correlate che componevano i tre schemi del titolo, la fase Yin, la fase Yang e la fase Kuon. I mostri erano vari: si affrontavano fantasmi, simil zombi, ibridi di più corpi e boss feroci come nel caso di due gemelli particolarmente ostici e malvagi. La grafica appariva molto buona per l’epoca e il titolo, pur non raggiungendo vette di eccellenza per la sua natura derivativa, viene ricordato come un buon esponente del survival horror. Malgrado le non ottime vendite, per anni si ipotizzò un Kuon 2, ma non vide mai la luce.

Michigan: Report from Hell

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Un titolo del 2004 considerato poco, ma davvero molto interessante. Michigan: Report from Hell è un azzardato tentativo di trasportare nel regno del survival horror il genere mocku, diventato famoso qualche anno prima al cinema, nel 1998, con Blair Witch Project. Con una storia che anticipa Cloverfield, il gioco metteva il giocatore nei panni di un cameraman alle prese con un’invasione di alieni in una grande città. Un’idea semplice, ma dal grande impatto emotivo: un horror visto attraverso gli occhi della videocamera, una cosa assolutamente innovativa per un videogioco. In Michigan: Report from Hell a morire non è chi riprende, ma la bellissima inviata di turno. In una struttura originale quindi fallire non voleva dire finire il gioco, ma semplicemente passare ad un altra parte della città con un’altra splendida cronista tv: così però la storia, mancando di alcuni tasselli, diventava lacunosa. Purtroppo una grafica non proprio buona e la mancanza di una parte action consistente, rendevano il titolo non proprio fruibile al grande pubblico, pur restando un videogame a suo modo epocale.

Bloodrayne 1 e 2

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Bloodrayne è un gioco del 2002 pazzesco, il sogno di ogni fan del cinema di serie Z trasportato nel magico mondo dei videogiochi: vampire sexy, combattimenti selvaggi e nazisti cattivissimi come nel classico Wolfenstein. La trama non è gran cosa, la grafica non raggiunge livelli eccelsi ma il divertimento è ai massimi livelli: un titolo che non annoia mai, esagerato, sanguigno e con un gran comparto di nemici, boss e cose da fare. La dhampira Rayne, metà metà umana e metà succhiasangue, ha carisma da vendere e in un mondo perfetto avrebbero avuto non uno ma mille seguiti, come una sorta di Lara Croft delle tenebre.

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Bloodrayne 2 fu parzialmente geolocalizzato in italiano ed è un titolo molto raro

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Sequel non eccelso, ma Rayne spacca e la grafica è migliorata

Invece abbiamo solo due sequel non memorabili, Bloodrayne 2 (2002, PS2), discreto titolo che sposta però l’azione di 70 anni nel futuro rinunciando così al folle divertimento di una seconda guerra mondiale  distopica, e BloodRayne: Betrayal (2011, PS3), un gioco 2d a scorrimento laterale abbastanza mediocre, tanto da segnate ingloriosamente la fine della serie.

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più manga, ma meno divertente

Nel corso del 2005 Majesco annunciò un Bloodrayne per PSP definendolo “un titolo che non deluderà i fan, nel quale i cattivi dei capitolo precedenti resusciteranno per dare filo da torcere a Rayne“. Questo non successe mai e la rossa dhampira tornò solo in tre film folli, scriteriati e assurdi di Uwe Boll, uno ambientato nel medioevo, uno nel west e uno, stranamente il peggiore, durante la seconda guerra mondiale. Ad interpretare la nostra eroina ci fu, nella prima pellicola, la bellissima Kristanna Loken, la Rayne perfetta, e, nelle due restanti, la stupenda Natassia Malthe, un po’ meno a suo agio però nel ruolo della sexy vampira mezzosangue.

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Bloodrayne nacque dalle ceneri di un progetto degli stessi sviluppatori, i Terminal Reality, purtroppo cancellato, ovvero Nocturne 2, seguito di un gran gioco horror del 1999 su PC. In questo secondo capitolo la dhampira Svetlana Lupescu, dall’aspetto molto simile alla nostra Rayne, avrebbe dovuto essere la protagonista assoluta: purtroppo non successe e il titolo fu trasformato appunto in Bloodrayne. Per la nostra gioia.

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Svetlana Lupescu

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Natassia Malthe

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Kristanna Loken

Obscure 1 e 2

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Quando nel 2004 la francese Hydravision Entertainment sviluppò Obscure, il genere era un po’ inflazionato, ma il gioco graficamente si impose sul mercati soprattutto per una grafica impressionante. Non c’era differenza tra i filmati di presentazione e la parte giocata, la stessa strabiliante qualità visiva. Obscure mischiava la fantascienza anni 50 con il teen horror di fine millennio alla Wes Craven, sopratutto il The faculty di Robert Rodriguez. La trama vedeva un gruppo di studenti fronteggiare una minaccia indefinita in un liceo, un pericolo sotto forma di spore nere che, come si desumeva dal titolo, si nutriva di oscurità. I personaggi giocabili erano cinque, dal giornalista in erba all’atleta, ognuno con le sue capacità, tutte essenziali per superare il gioco. Infatti Obscure era un videogame che dava il meglio di sé soprattutto in cooperativa, giocandolo con un amico che controllava il secondo giocatore, evitando così l’effetto Resident Evil Outbreak di aiutanti con deficit mentali mossi dalla console. Tra i personaggi spiccava Stanley “Stan” Jones, lo studente più ribelle del gruppo, un pluriripetente con il fiuto per gli affari poco onesti, palesemente plasmato sul modello Josh Hartnett di The Faculty e il suo Zeke Tyler. Obscure non raggiungeva l’eccellenza soprattutto per un gameplay a volte ostico e comandi non perfetti, ma era comunque un discreto survival horror pieno di momenti paurosi e con nemici ispirati e tosti. In più come voler male ad un gioco che, su alcuni volantini all’interno della scuola, presenta la scritta “Fulci lives“?

Ultimamente sono saltate fuori alcune immagini e persino un video di Obscure in versione BETA con vestiti alternativi dei nostri eroi, personaggi secondari che sarebbero dovuti essere i protagonisti e persino mostri dall’aspetto diverso.

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Obscure 2 è del 2007 e ci presenta i sopravvissuti del primo capitolo questa volta all’università. Naturalmente la grafica risulta ancora più spettacolare ma non sono purtroppo stati eliminati i problemi di gameplay. Un peccato perché i ragazzi di Hydravision Entertainment si concentrano ancora di più sul ritmo e Obscure 2 è più vario, ampio da esplorare e con personaggi più interessanti. Solo che alla trentesima volta che devi schiacciare il tasto salta e il tuo personaggio resta fermo a decantare Kant, la pazienza viene a meno. Si racconta che molti joypad siano volati nel paradiso delle bestemmie contro il muro, una fine giusta per un gioco capace di uccidere la pazienza del giocatore più serafico. Sembra che il titolo ebbe non pochi problemi di sviluppo e vennero persino eliminate intere aree di gioco per farlo uscire il prima possibile in un periodo dove la PS2 era già data per morta. Questo lo si può vedere confrontando il gioco finito con la demo della versione BETA che presenta persino la possibilità di scegliere quali personaggi far morire e quali tenere fino alla fine.

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Obscure 3 non si farà mai, ma, come capitò con Bloodrayne, divenne un gioco terribile in 2d per la PS3 dal titolo Final exam, qualcosa di così sottilmente brutto da far pensare ad una nuova invasione di spore nere, non più in una scuola, ma direttamente nel nostro cervello.

Un triste finale per una serie che ricordiamo con affetto.

Cold fear

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Immaginate un gioco come Resident evil revelations ma fatto una decina di anni prima: zombi cattivissimi su navi lì lì per affondare. Cold fear arriva nel 2005 sulla nostra amata PS2 e, fin dai primi gameplay, è roba da spaccare le mascelle. Purtroppo una cosa importantissima giocava a suo sfavore: la mancanza di tensione, micidiale per un survival horror. Cold fear è figlio della virata action di Resident Evil 4, più attento all’azione che alla costruzione della paura, non un problema se, ad aggiungersi alle magagne, non ci fosse anche una storia striminzita e un personaggio, Tom Hansen, un po’ troppo insipido. E’ comunque il primo gioco horror Ubisoft per la console di casa Sony e una delle cose più impressionanti a livello visivo viste in un survival, con la nave che sembra davvero colpita dalle onde e gli oggetti che rispondono ad una fisica realistica. Cold fear fu sviluppato dai francesi Darkworks, già famosi per un altro titolo del terrore, Alone in the Dark: The New Nightmare. Ci furono per anni voci di un seguito imminente ma nulla di fatto: le modeste vendite bastarono per fermare l’epidemia degli infetti più della pistola di Tom Hansen. E’ un gioco comunque che, pur con i suoi difetti, è invecchiato molto bene, molto divertente se si lo affronta come uno sparatutto in terza persona a tema morti viventi incazzati.

Rule of roses

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Rule of roses è un ottimo gioco: pieno di atmosfera, dalla trama ben scritta e dal gameplay divertente. Eppure se lo chiedete a qualsiasi profano del videogame dall’ottima memoria vi dirà che è un brutto gioco, magari aggiungerà, come la mia cara zia Ivonne che di survival ne capisce quanto Bertoldo con la passera, che è pure per deviati mentali. Colpa di Panorama che, all’apice di giornalettismo da Novella 2000, intitolò un suo articolo “Vince chi seppellisce viva la ragazza“, riferendosi appunto a Rule of Roses. Colpevole di tanta nefandezza fu Pietro Calabrese che probabilmente neppure aveva una PS2, ma il suo brutto pezzo, lacunoso e urlato, fece il suo effetto da pubblica gogna per il popolino della tv che ora sapeva anche leggere.

E’ vero che Rule of roses tratta temi non facili, ma lo fa con la crudeltà di una favola dei Grimm, con la spietata delicatezza di un Henry James e del suo Giro di vite, un gioco sicuramente non facile, ma dal fascino unico. Di certo non era il Carmageddon di turno, il giochino sadico che si divertiva a seppellire viva una ragazza: crederci equivaleva a  liquidare Arancia meccanica come blanda pornografia.

In Rule of Roses scottano, come ferite ancora fresche, i fantasmi del bullismo, della pedofilia, della bulimia su anime non ancora convinte di essere morte, ma che ripetono in eterno un teatrino tragico dove vittime e carnefici alternano i ruoli. Un titolo che dimostra quanto un gioco può essere maturo, spietato e fare davvero male. Con Silent Hill 2 siamo davanti ad una delle cose più belle mai viste, non solo su console ma in senso assoluto nell’arte. E’ con Rule of Roses che il media videogame viene crocifisso davanti alle masse e ucciso inesorabilmente senza nessun peccato da mondare.

La Punchline, casa di sviluppo del gioco, fallì pochi anni dopo il rilascio questo titolo. Per i fortunati che lo comprarono all’epoca (ora una copia introvabile è pagata peso d’oro) fu un’esperienza indimenticabile, merito anche delle malinconiche note di Yutaka Minobe, soprattutto la struggente A love suicide.

Certo si può imputare che alcune meccaniche di gioco (l’aiuto del cane per esempio) non siano proprio originalissime, già viste nel precedente Haunting ground della Capcom, ma la forza di Rule of roses è la grandezza della sua maestria nel raccontare, qualunque cosa racconti, facendoci sentire, a 16 anni come a 40, ancora bambini in attesa della fiaba del nonno davanti al focolare.

Alone in the dark : The New Nightmare/Alone in The dark

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Alone in the Dark: The New Nightmare arrivò sulla ps1 nel 2001 ed era davvero un bel vedere, forte di una grafica pazzesca che spingeva al massimo la console di casa Sony. Quando fu annunciata anche una versione per PS2 si sperò che quella riuscisse a migliorare il migliorabile. Purtroppo il nuovo Alone in the Dark: The New Nightmare era uguale alla vecchia versione, un banale porting senza abbellimenti di nessun tipo. Non era comunque l’unico difetto del gioco che rinunciò in fase di sviluppo al numero 4 per diventare reboot definitivo della serie più longeva del survival horror. Il gioco cercava di svecchiare la formula ansiogena classica con inneschi di action puri, scopiazzando un po’ dal Nightmare creatures di Kalisto, ma lo faceva con un gameplay ostico, nemici non ispirati e una storia troppo contorta. Un peccato perché è grazie al primo capitolo di questa saga, l’Alone in the dark del 1992, ideato dal francese Frédérick Raynal, che tutto il genere horror videoludico, come lo conosciamo ora, nacque. Questo reboot sarebbe dovuto essere il primo di una trilogia che però morì lì colpa di un gioco non brutto ma anonimo e dai molti problemi tecnici.

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alone-in-the-dark-ps2-02 La visuale passava dalla terza persona alla prima quando si usavano le armi

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Per questo, nel 2008, la serie tornò con un altro Alone in the dark che dimenticava The New Nightmare senza molto rimpianto. Non più castelli gotici, isole infestate da creature lovrecraftiane, ma un horror sulla falsariga di Alan Wake (con tanto di struttura episodica clonata) ambientato nella suggestiva cornice moderna di Central Park. Purtroppo anche in questo caso abbiamo un gioco pieno di difetti che, sulla PS3, cerca di riparare le magagne viste in precedenza sull’XBOX 360 con telecamere meno sbarazzine e nemici più attivi. Questa versione, per contraddistinguerla da quella Microsoft, fu chiamata Inferno, ma era alla fine comunque lo stesso disastro. Nel contempo però ATARI cercò di non perdere gli ancora tanti giocatori che erano rimasti fedeli alla PS2 (e alla WII) e presentò lo stesso anno una versione in piccolo del gioco. Mentre Eden Games sviluppava il titolo per PS3Hydravision Entertainment lo faceva per il vetusto sistema, generando in questo caso un gioco ancora peggiore: scarso di grafica, senza free roaming, con telecamere ancora più indecenti e una trama che dimenticava personaggi strada facendo, questa versione di Alone in the dark era oltre il brutto, un oltraggio sciacallesco sviluppato in fretta e furia. Un lavoro indegno della Hydravision Entertainment che poco tempo prima ci aveva regalato un gioiello come Obscure e che lentamente agonizzava prima di morire.

Underworld: The eternal war

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Ah i giochi presi dalle licenze cinematografiche! Se non sono brutti è un miracolo, ma, anche in quel caso, è raro che superino la sufficienza. Underworld: The eternal war non faceva difetto: breve, graficamente scadente e monotono nei combattimenti. Lo spirito fracassone e romantico del film con Kate Beckinsal non veniva echeggiato neanche per scherzo: si trattava di un brutto shooter in terza persona dove si ammazzavano nemici sempre uguali, sia che fossero vampiri o licantropi. In poche parole una noia. Underworld: The eternal war uscì nel 2004 e sembrava vecchio  di almeno cinque anni: l’ideale per finire nel cestone dell’Iper a 5 euro, tutti comunque strapagati.

Van Helsing 

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Con Van Helsing abbiamo un’altra licenza cinematografica trasposta in videogame, ma, rispetto a Underworld: The eternal war, siamo davanti ad un gioco gradevole, breve ma divertente. Si tratta di uno smaccato clone di Devil May cry con un Van Helsing/Hugh Jackman più simile, come acrobazie, al Dante di Capcom che al cacciatore di vampiri visto al cinema. Se si è di bocca buona, e si passa sopra ai soliti nemici cretini, c’è da divertirsi con schemi ispirati (Notre Dame su tutti) e soprattutto un ritmo concitato. Van Helsing è il corrispettivo di un seguito di un blockbuster che esce solo in dvd: povero ma gagliardo.

Haunting ground

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Capcom si riconfermava, nel 2005, la casa di videogames più abile e incline all’horror grazie a questo Haunting ground, uscito in Giappone come Demento. La lezione di Clock tower 3, sempre Capcom, veniva assorbita, rielaborata e sublimata in questo gioco dalle forti note sadiche, molto ansiogeno e dalla grafica spettacolarmente gotica. D’altronde Haunting ground sembra che fosse nato appunto come Clock tower 4, diventando poi, per motivi a noi sconosciuti, questo nuovo titolo. Protagonista del’avventura era la bella Fiona che si risvegliava seminuda nelle segrete di un castello: da lì a poco la sua vita si sarebbe ingarbugliata con giganti dementi dalle strane voglie, cameriere psicopatiche e un fedele cane pronto a tirarla fuori dai guai. Se la trama sembra stupida, il gioco non lo è: si respira tensione e paura per tutta la durata dell’avventura soprattutto perché la nostra Fiona è davvero in balia dei suoi aguzzini, inerme, senza possibilità di salvezza in uno scontro. L’unica soluzione è nel trovare un nascondiglio e far perdere le proprie tracce: più facile a dirsi che a farlo. Prima di Outlast il survival horror giocava già a nascondino e lo faceva in maniera egregia senza l’uso della prima persona e soprattutto non barando coi jumpscare. Nello sviluppo del gioco si perse una componente interessante per ogni buon voyeur: i vestiti della bella Fiona si distruggevano sempre più ad ogni incontro con i nemici finché non restava nuda o quasi. Slurp!

Clock tower 3

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Clock tower è del 2001 e si pone come reboot di tutta la saga precedente imbastendo una nuova storia di varchi temporali e pericolose eredità. Per 2 terzi tutto funziona egregiamente, il gioco tocca punte di crudeltà inaspettata, la storia è appassionante e la tensione è ai massimi livelli. Poi, nel finale, l’impianto crolla con una protagonista che si tramuta in una specie di angelo e spara frecce al suo antenato malvagio: qualcosa di così delirante e inopportuno da distruggere tutto quello che di buono c’era prima. Ma che diavolo si erano fumati gli sviluppatori? E’ un peccato perché alla regia dei filmati non giocabili c’era il veterano Kinji Fukasaku di tanti polizieschi giapponesi anni 70 e soprattutto dell’iconico Battle Royal. Il suo apporto al titolo è qualcosa di incredibile: raramente in un videogioco si sono visti intermezzi in CGI così spettacolari e cinematografici, scorretti e violenti. Basti pensare all’arrivo di un nemico, Il corrosore, che entra in scena inaspettatamente, durante un intermezzo molto dolce, nel quale un ragazzo copre con uno scialle le spalle della vecchia madre. La scena è sconvolgente: il serial killer coperto da una maschera antigas spruzza dell’acido sulla faccia dei due, li colpisce selvaggiamente e ridendo li scioglie ancora vivi in grosse taniche. Il gioco presenta come personaggio principale una ragazza, Alyssa (come in Clock tower 2 ma dal cognome diverso), con l’unica possibilità, per salvarsi la vita, di trovare un nascondiglio sicuro. Torna il nemico storico della serie, l’uomo forbice, questa volta accompagnato da una gemella, più psicopatica di lui e con lo stesso amore per le cesoie giganti. Se si ignora il finale è un gioco eccezionale, ma, proprio per colpa dell’epilogo così dissonante, non è perfetto come Haunting ground.

Di Clock Tower esiste comunque un capitolo 4 dal titolo Nightcry su regia del notevole regista horror Takashi Shimizu: si tratta di un brutto gioco, disponibile solo su PC, scarso di grafica, di gameplay ma soprattutto di cuore.

The Thing

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Eccoci davanti all’eccezione: un gioco tratto da un film che risulta però buono. In The thing si ritrovano tutte le cose che abbiamo amato nel fanta horror di John Carpenter: ambientazione sotto zero, alieni che simulano gli umani e un senso di paranoia sempre altissimo che ti fa dubitare di tutto e tutti. Il gioco è un proprio un seguito di quel film, non un riadattamento videoludico della stessa vicenda, con una nuova squadra che arriva ad indagare sui luoghi conosciuti in La Cosa entrando in contatto con l’organismo alieno ancora presente. The Thing aveva tre misuratori importanti per proseguire nell’avventura: fiducia, paura e assideramento. Il personaggio giocabile JF Blake doveva guadagnare la stima dei suoi uomini e soprattutto cercare di non far alzare la loro barra del terrore per non causare gesti avventati quali aggressioni o suicidi. In più se si esplorava l’ambiente esterno, bisognava starci il meno possibile, pena il congelamento. The Thing fu approvato dallo stesso John Carpenter che lo definì “il seguito ufficiale de La cosa“. Era un titolo davvero buono, ma che non manteneva le premesse per tutta l’avventura, diventando nella seconda parte un po’ più action a discapito della tensione.

Forbidden siren/Forbidden Siren 2

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Keiichirō Toyama è uno quindi dei pionieri del survival horror, il creatore della famosa saga di Silent Hill. Dopo il successo del primo capitolo, decise però di non interessarsi ai seguiti della serie horror Konami, ma di unirsi alla SCE Japan Studio per i tre Forbidden Siren di Sony (2003-2006-2008). L’innovazione di questi giochi è di mostrare per la prima volta in un videogame horror un’innovativa visuale in prima persona, non dei nostri personaggi giocanti ma proprio dei mostri lanciati alla nostra ricerca. Al posto dei classici zombi troviamo gli shibito e, nel numero 2, gli yamimibito, simili a feroci fantasmi della tradizione giapponese. Sono giochi molto ben fatti, più difficili della media dei survival horror in commercio, dalla trama non molto articolata ma dalla grafica discreta. Enormi, suggestivi e tetri appaiono invece gli scenari sullo sfondo: nel primo un villaggio abbandonato e nel secondo un’isola. Esiste un omonimo film giapponese ispirato a Forbidden Siren 2, del 2006, non molto interessante purtroppo: prova ulteriore che da un buon videogame non per forza deve nascere un buon film. Il terzo capitolo venne sviluppato per PS3 risultando però il segmento più debole: troppo facile e senza la vivida tensione che accompagnava i precedenti Forbidden Siren.

The Suffering/The Suffering: Ties That Bind

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The Suffering è un gioco sviluppato dalla Surreal Software per Midway nel 2005: in esso rivestiamo i panni di un detenuto, Torque, mentre cerca di fuggire da un carcere dalle connotazioni infernali. Il titolo è molto divertente, dalla grafica non eccezionale, ma velocissimo e denso di frenetiche e sanguinose scene di morte. Prima di Infamous, The Suffering ci poneva dei bivi morali, chi uccidere e chi no, se restare umano o se far scatenare una bestia sanguinaria generata dalla nostra follia, in base a queste decisioni il gioco portava ad un finale tragico o meno. I mostri erano abbastanza vari, l’intelligenza del nemico accettabile: un validissimo survival horror in chiave action.

Nel 2005 viene pubblicato il capitolo 2, The Suffering: Ties That Bind, migliorato sul piano della giocabilità soprattutto aggiustando le telecamere del primo titolo, non sempre precise. Anche la grafica è più dettagliata e il gioco risulta più elaborato a livello di trama: un prequel che nulla ha da invidiare all’originale, pronto a reclamare il nuovo scettro di horror su console. Purtroppo The Suffering: Ties That Bind si rivela un flop colossale e castra ogni altro proseguimento, sia un numero 3 che un film che avrebbe portato la firma del compianto Stan Wiston.

I due The Suffering avevano la possibilità di scegliere se giocare totalmente in prima o in terza persona, una cosa abbastanza innovativa per l’epoca.

Echo Night: Beyond

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Della serie ne abbiamo parlato nella prima parte del nostro viaggio vintage sulla ps1 con parole entusiastiche. Questo segmento, Beyond, è il terzo e abbraccia per la prima volta ,in questa saga, la fantascienza. Si tratta di un ottimo titolo in prima persona, purtroppo non tradotto in italiano, che mischia temi quali la solitudine e l’abbandono con un impianto scifi horror che anticipa per certi versi il Dead space di Visceral Games. Siamo però davanti ad un gioco che rinuncia alle armi da fuoco per cercare una strada più introspettiva, uno strano gotico con fantasmi che infestano astronavi al posto di castelli. La grafica è discreta, il titolo ha carattere, unica pecca è il ritmo molto lento e a tratti frustrante. E’ un gioco però che fa anche dei suoi difetti la forza diventando pioniere di un genere che allora non esisteva, i walking simulator, titoli che subiscono la storia più che viverla. A suo modo un cult che all’epoca non fu capito.

The X-Files: Resistence or Serve 

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X-Files è stata una saga cult della televisione, ma altrettanto cult non sono stati i videogiochi tratti da essa, tutti tra il pessimo e il mediocre. Questo Resistence or Serve del 2004 è un filino meglio degli altri, soprattutto per l’idea, pubblicizzata all’epoca, di portare su console tre episodi mai girati della settima stagione della serie, Renascence, Resonance e Reckoning. Figlio bastardo di Resident Evil dal quale copia le telecamere fisse e l’impianto da survival horror, il titolo, ben sceneggiato, paga una grafica orribile e un sistema di comandi disastroso. Un peccato perché se Vivendi, la casa di sviluppo, l’avesse curato meglio avremmo avuto un piccolo gioiellino invece di un aborto ingiocabile.

Zombie zone/Zombie hunters/Zombie Hunters 2

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maxresdefault (2) Tette e zombi anche su PS4

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Su PS4 il divertimento è lo stesso ma con la banana al posto dei pixel!

Per noi poveri italiani questi tre titoli da cestone puzzavano di merda da discount lontano un miglio. Tipo quella schifezza di Zombie Virus, sempre per PS2, dove dovevamo guidare un’ambulanza in una città infestata da zombi, un titolo brutto come pochi altri.

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Il male puro e semplice

Non sapevamo però che con Zombie zone, Zombie hunters e Zombie hunters 2 eravamo davanti ad una serie bellissima e folle, quella degli OneeChanbara, la fantasia più vicina all’orgasmo per un nerd. Immaginatevi una trama ridotta all’osso, morti viventi ributtanti ma soprattutto delle tettone strafighissime vestite da cosplayer intente a tagliare i nemici a colpi di katana, col sangue che sporcava le boccione sballonzolanti. Non un gioco di grande spessore, ma a suo modo un cult brutto e nel contempo bellissimo che generò un milione di altri titoli per ogni console immaginabile. Per la cronaca Zombie zone (2004) era The OneeChanbara, il primo capitolo, Zombie Hunters (2005) invece The OneeChanpurū: The Onechan Special Chapter, una versione aggiornata del precedente titolo, e Zombie hunters 2 (2006) naturalmente The OneeChampon: The Onechan 2 Special Chapter ovvero una nuova edizione di OneeChambara 2, mai uscito in Occidente. Naturalmente, ma stavolta non era un problema, nessun titolo era tradotto in italiano.

Glass Rose

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Capcom produsse questo strano survival horror nel 2003 resuscitando per console il vetusto genere dei punta e clicca. Impersoniamo un ragazzo, piombato dal futuro, che deve risolvere un intricato mistero in una villa del 1922. Certo Glass Rose non fa mai paura, a differenza di altri punta e clicca horror come Clock tower o D, ma riesce a tenere vivo l’interesse per le indagini grazie a personaggi ben scritti. Per gli appassionati del genere è un gioco sicuramente da riscoprire. Unica pecca per gustarlo è sapere l’inglese, sola lingua presente.

Curse: The Eye of Isis

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Questo titolo uscì per PS2 solo in Europa restando una esclusiva Xbox e Microsoft nel resto del mondo. Non una cosa della quale vantarsi però visto che questo survival horror ambientato nell’800 era un disastro totale: corto, orribile a vedersi e terribile a giocare. Curse: The Eye of Isis scimmiottava Resident Evil per l’uso delle telecamere ma il confronto, in ogni campo, col titolo Capcom si fermava qui. Peccato perché la storia che trasportava le maledizioni egiziane in una Londra passata era sulla carta interessante. Nel 2003 quando uscì però sembrava un titolo sviluppato per la PS1 nel 1996.

Run Like Hell

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Parliamo di un gioco uscito nel 2002 dalla lavorazione travagliata: ben 5 anni di sviluppo, più volte abortito e alla fine editato in una forma diversa dalle intenzioni originali. Secondo i piani del team creativo avremmo dovuto avere un Resident Evil nello spazio, ma alla fine si optò per uno sparatutto, influenzato sì dagli zombi Capcom ma senza un briciolo di tensione. Nel pasticcio di grafica scadente e di una storia, pensata come una trilogia, inevitabilmente incomprensibile, si riconoscono le voci dei grandi Lance Henriksen (Aliens, Pumpkinhead) e Brad Dourif (La bambola assassina), in un labiale comicamente fuori sincrono. Un disastro.

Con questo titolo finisce la nostra carrellata di titoli horror per PS2. Mancano volutamente all’appello titoli come Devil may cry e Onimusha per via dell’impianto più action rispetto all’horror. Un grande assente è anche il bellissimo Shadow of memories, ma purtroppo non era abbastanza horror. La saga di Evil dead su console invece è stata presentata in un altro articolo che potete trovare qui.

A noi non resta che darci appuntamento per una data indefinita con un nuovo speciale che affronterà stavolta il Dreamcast. Curiosi? Speriamo di sì.

Andrea Lanza

 

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– Lanza quando parlerai di me? – Mai, Dino caro!

 

Young guns 2: La leggenda di Billy the Kid

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Il 14 Luglio del 1881, Henry McCarty, alias Henry Antrim, alias William H. Bonney, alias Billy the Kid, venne ucciso a Fort Sumner colpito a morte da un colpo di pistola dello sceriffo Patrick “Pat” Garrett. Prendendo elementi storici reali e inserendoli in una drammatizzazione in bilico tra serio e scanzonato il film, scritto nuovamente da John Fusco e diretto da Geoff Murphy, prende il via da un fatto vero accaduto nel 1950: l’avvocato William Morrison scoprì che nella città di Hico, in Texas, esisteva un uomo che dichiarava di essere Billy the Kid, tale Brushy Bill Roberts, scampato alla morte. Da qui il film prosegue, con la voice over del vecchio cowboy che racconta gli ultimi periodi della leggenda di Kid e quello che successe alla sua banda, dalla latitanza al tradimento di Garrett, fino alla presunta uccisione a Fort Sumner. Controverse, in realtà, le dinamiche legate alla morte di Kid e studi dei primi anni duemila attestano quella da sempre più accreditata come falsa. Ciononostante la storia di McCarty e del suo amico e avversario Pat Garrett è entrata di diritto nelle leggende del vecchio West, ispirando opere, romanzi e lasciando un segno anche nel cinema. Da Furia Selvaggia (1958) di Arthur Penn a Pat Garrett e Billy Kid (1973) di Sam Peckinpah, fino a rivisitazioni più moderne, tentativi di portare il western sotto gli occhi di una generazione più giovane, come Young Guns. Quando il primo capitolo dell’esperimento post moderno di John Fusco e Christopher Cain venne alla luce, nel 1988, venne vietato agli under 17, segno che l’idea di usare giovani attori promettenti in uno script con piglio da commedia ben si sposava alla violenza che si decise di mettere in atto. Young Guns colpì nel segno non tanto nella critica o nella massa di spettatori, dove ebbe un riscontro altalenante, quanto piuttosto nel portare alle nuove generazioni di allora un Genere ormai secondario, per non dire defunto. Due anni dopo quest’incursione dall’atteggiamento rivoluzionario, le Giovani Pistole imbracciarono nuovamente le armi per un secondo capitolo e visto che gli adattatori italiani amano i sottotitoli, perché probabilmente vogliono salvarci dalla nostra stupidità, ecco l’aggiunta essenziale: Young Guns 2 – La leggenda di Billy the Kid. Ringraziate, massa di ignoranti.

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Il 1990, anno d’uscita del film negli States, è anche l’anno in cui Kevin Costner portò al cinema la sua opera più famosa, vincitrice di sette premi Oscar e campione d’incassi: Balla coi lupi. In quello stesso anno uscì pure Carabina Quigley, con Tom Selleck e da lì in avanti il Western parve mandare nuovi segnali di vita notevoli, considerando che le annate successive sfornarono Conagher, Gli Spietati, il Geronimo di Walter Hill, Jonathan degli orsi e via così. Young Guns 2 si discosta dai suoi colleghi di Genere, provando a mantenersi sulla stessa lunghezza d’onda del suo predecessore. Inutile dire che, questa volta, la miscela riesce solo a metà ed è facilmente intuibile dal PG-13 assegnato come il film di Murphy viaggi su di un binario simile ma parallelo, incrociando la corsa del primo capitolo in qualche occasione.

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Questa non venga però intesa come una pecca: Young Guns 2 brilla di luce propria, con tutti i pregi e i difetti della sua regia particolare e della volontà produttiva di non tagliare il target di riferimento. Ogni cosa è fatta per attirare il pubblico giovane, dagli attori, di nuovo capitanati da un frizzante Emilio Estevez, alla musica di Jon Bon Jovi che proprio in quell’anno si dedicò alla carriera solita con Blaze of glory, peraltro colonna sonora del film. Ed è impossibile decontestualizzare tutto ciò, specialmente per uno che, in quegli anni, viveva la sua adolescenza. Il dittico di Fusco è goliardia e sangue, sogni e disillusione, libertà e anticonformismo, è il canto della ribellione di un pugno di ragazzi sotto i trenta che, in barba ai mostri sacri del Western, si prendono il loro spazio con l’energia sconsiderata della gioventù.

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Meno violento, ma anche più cinematografico del predecessore, il film di Murphy perde per strada qualche caratterizzazione che sarebbe stato interessante approfondire, come il Chisum di James Coburn, tuttavia guadagna con l’incipit la possibilità di rielaborare la storia e concederle un respiro più ampio. Il viaggio della banda è ritmato in modo solido e pulito, adagiato sulla musica prepotente di Alan Silvestri e sì, diciamolo pure, tutto è più forte anche per il ricordo che abbiamo del film.

Perché Young Guns 2 non è il capolavoro, parola abusata ormai svalutata, non è l’opera che ha ridefinito o rinnovato il Genere. Non è nulla di questo. Ma sfido chiunque a dire che non ha un cuore grande quanto la leggenda del far west.

Manuel “Ash” Leale

 

Young Guns 2 – La leggenda di Billy the Kid

Titolo originale: Young Guns II

Anno: 1990

Regia: Geoff Murphy

Interpreti: Emilio Estevez, Kiefer Sutherland, Lou Diamond Phillips, Christian Slater, William Petersen, Alan Ruck, R.D. Call, James Coburn, Balthazar Getty

Durata: 104 min.

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Romina

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Se esistessero i Razzie Award di Malastrana, Romina avrebbe sicuramente fatto man bassa di premi in questo 2018 non ancora finito. E tutti voi lettori sapete quanto noi di Malastrana siamo a volte generosi con i brutti film, ma esiste un brutto che piace e un brutto che fa schifo, Romina è il secondo caso.

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Uscito a sorpresa direttamente sulla piattaforma Netflix, in Italia come in tutto il mondo, il film girato con mano sifulina dallo sconosciuto Diego Cohen è qualcosa di incredibilmente insensato, gratuito e stupido.

Peccato perché il film parte bene, la regia non sembra neanche malvagia quando mostra, su una partitura classica, i corpi orribilmente devastati di un gruppo di ragazzi, e una giovane che, coperta di sangue, ferma un’auto.

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Sono i restanti 75 minuti a non funzionare con una storia che non sa che strada prendere, piena di colpi di scena prevedibili, aggravata da un gruppo di attori che non fanno altro che urlarsi contro le peggio cose e dovrebbero essere amici. Aggiungiamo poi tanto scenario naturalistico ripreso solo per fare metraggio e l’inserimento  come colonna sonora dell’aria Lascia ch’io pianga di Händel come presupponente omaggio a Lars Von Trier.

Ad un certo punto c’è persino uno stupro che dovrebbe essere il motore della vendetta della Romina del titolo, ma non lo è: succede e basta. In più quella è una scena girata con tutta la miserabilità del mondo: telecamera fissa da lontano, tenda che si muove, urla di protesta della ragazza e stop. Sì ma stop anche l’empatia per la vittima, stop il dramma di un atto così becero come succede invece nel film di Wes Craven L’ultima casa a sinistra, in Non violentate Jennifer, ma anche in un qualsiasi B movie sciacallo sul tema! Lo vediamo il messicano Diego Cohen che insegue le farfalle, si rotola nella merda come un cane randagio e poi, occhi da pazzo, dice alla troupe “Giriamo una scena di violenza ma come gireremmo il volo dello struzzo del Perù“. I tecnici si guardano sconcertati e uno osa “Maestro, ma nella sua magistrale sceneggiatura, questi due sacri fogli scarabocchiati, non c’è nessuna sequenza di stupro, e poi che senso ha?“. Diego ride, unico depositario di un sapere assoluto, poi tace, alza la mano e sussurra “Lo sentite? Questa è la ragione, esta è la razón”. Si, amici miei, la razón, qualunque cosa essa sia.

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Il maestro

Leggendo un intervista al regista ci viene spiegato che Romina è tratto da un fatto di cronaca: un gruppo di ragazzi di buona famiglia messicana, chiamati Los Porkys sui social network, stuprarono una minorenne in un campeggio. Il problema è che se l’intento di Cohen era quello di analizzare quell’atto bestiale, di sensibilizzare il pubblico, non ci riesce mai e questo spunto ai fini della trama è influente perché, come  già detto, nulla della mattanza finale ha correlazione con esso.

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Il maestro ancora che imita lo struzzo del Perù

Romina sembra un film suicida, capace di scontentare tutti: è uno slasher dove la maggior parte degli omicidi sono fuori campo, senza ritmo, con protagonisti oltre l’antipatico, con effetti scadenti e una trama che fa acqua da tutte le parti anche quando tira le somme.

In più il maestro Diego decide di ambientare le vicende del suo capolavoro al Crystal Lake di Venerdì 13 senza che ci sia una ragione oltre la sua assoluta razón di folle.

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L’unica a sopperire ad una scarsa recitazione con una prorompente fisicità è Francisca Lozano, la folle Romina del titolo, ma è la sola cosa, e le sue tette non salvano stavolta il tutto, di un film che dura 77 minuti e sembra una Quaresima.

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Tette ma riprese da lontano, non sia mai

Romina è per i catecumeni delle frustate sui coglioni, i fedeli chierichetti della Santa Chiesa della merda cinematografica. Per tutti gli altri anche un video su youtube di un comico francese che imita un T-Rex è meglio.

Andrea Lanza

Romina

Regia, soggetto e scenegiatura: Diego Cohen

Messico, 2018

Interpreti: Francisca Lozano, Roberto Beck, Walter Berch

Durata: 77 min.

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Tarek che fa il dinosauro è molto meglio!

Young guns (Giovani pistole)

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“Sulla sua tomba qualcuno incise una sola parola, amici”.

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1878, Nuovo Messico. John Tunstall assolda un gruppetto di giovani pistoleri per farli lavorare al proprio ranche, ma anche per insegnare loro a leggere e renderli degli onesti cittadini. Tuttavia l’uomo rappresenta anche un serio ostacolo agli affari del ricco rancher Murphy, suo concorrente nella vendita di bovini. Proprio per tale ragione, Tunstall viene ucciso dagli uomini di Murphy Nonostante l’evidenza dell’accaduto il giudice Wilson si dimostra incapace di fare giustizia, dato che il corrotto sceriffo Brady è uno degli uomini di Murphy. Decisi comunque a vendicarsi, cinque dei giovani accolti da Tunstall, guidati da William Bonney, decidono di farsi giustizia da soli e diventano degli eroi e William viene soprannominato “Billy the Kid”. Tuttavia i cinque giovani dovranno vedersela da un lato con l’esercito che è sulle loro tracce e dall’altro con gli uomini del feroce Murphy, decisi a ripristinare l’ordine.

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Quest’anno Young Guns (o col titolo porno italiano Giovani pistole) compie ben 30 anni, ma sarà difficile che qualcuno festeggi il suo compleanno perché di solito il film di Cristopher Cain, pur avendo avuto un buon successo commerciale all’epoca, viene ricordato poco o male.

Ed è un peccato perchè questo anomalo western, girato in un periodo dove il western ormai era morto, è davvero un esperimento interessante, un’opera postmoderna dal sapore steampunk che trasuda non solo amore per il genere ma rabbia giovane di rivoluzione cinematografica.

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Di solito si ricorda Young Guns solo per essere stato la vetrina di un mucchio di giovani promesse, molte non mantenute, del cinema, alcuni, come Emilio Estevez o Kiefer Sutherland, appartenenti al movimento brat pack ottantino, del quale questo film potrebbe essere un anomalo esponente.

Giovani pistole però non è solo questo: si tratta di un western modernissimo che tenta la carta giovane per svecchiare un genere snobbato dai giovani. Lo fa con l’azzardo di schitarrate rock nei duelli, con un’ironia più marcata che sembra uscita da una commedia di John Hughes, ma soprattutto promuovendo a protagonisti dei ragazzini con soltanto l’accenno di barba. E funziona.

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Il film è girato con energia da Christopher Cain, un autore  interessante soprattutto per quel gagliardo The principal dell’anno precedente, una Scuola della violenza con un inaspettato James Belushi che insegna, a suon di calci nel culo e colpi di pistola, ad un gruppo di teppisti in una scuola, come si vive (o si muore).

Aiutato anche da una bella sceneggiatura di John Fusco che ha l’intuizione di raccontare la storia di Billy the Kid nell’inedita cornice delle sue prime avventure, il regista compie il miracolo di mettere in scena una storia piena di violenza (uccisioni brutali improvvise, massacri dove i corpi vengono crivellati letteralmente dai proiettili) con un piglio guascone e scanzonato. In questo strano mix ben shakerato che ha il rispetto per i grandi classici, da Leone a John Ford, ma li guarda come un’azzardata rilettura pulp pre Tarantino, emerge, in un bel gruppo di attori, soprattutto Emilio Estevez. Il suo Billy The Kid è straordinario, qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altro Billy The Kid sullo schermo, da Kris Kristofferson a Paul Newman, una sorta di simpatico psicopatico con la risata sempre pronta nelle più disparate occasioni, sia che uccida a sangue freddo che si diverta con i suoi fratelli/compagni di avventura.

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Buone anche le interpretazioni dei suoi colleghi, da un  giovanissimo Kiefer Sutherland nei panni di Doc Scurlock a Lou Diamond Phillips che interpreta con trasporto l’indiano/messicano Chavez y Chavez, ultimo della sua tribù dopo il massacro del Sand Creek. Meno convincente Charlie Sheen, visibilmente a poco agio nei panni del cowboy, uno dei personaggi più antipatici per un attore che non ha mai peccato di simpatia.

Se invece doveste chiedervi chi diavolo fossero Dermot MulroneyCasey Siemaszko, all’epoca anche loro giovani promesse, beh credo che il non ricordarveli è già una risposta sufficiente al segno che hanno lasciato al cinema.

Compongono il cast due vecchi mostri sacri, Jack Palance e Terence Stamp, in due ruoli subliminali ma di un certo impatto: il primo è il cattivissimo L. G. Murphy, il secondo interpreta John Tunstall, mentore e padre putativo della giovane banda.

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In Young Guns si affronta la battaglia di Lincoln county, uno degli eventi probabilmente meno conosciuti al grande pubblico, una guerra tra allevatori che causò non pochi morti e che coinvolse personaggi entrati nella leggenda del western movie come il Chisum di John Wayne.

In un ruolo minore possiamo trovare l’imbalsamato figlio del Duca, Patrick, che fortunatamente nel seguito, come Pat Garrett, verrà sostituito dal più efficace William Petersen.

Giovani pistole è una pellicola da riscoprire, mai noiosa, moderna, ora come trent’anni fa, e che poteva essere un’idea per far rinascere il genere western dopo i fallimenti di Silverado e prima dell’araldo Balla coi lupi.

Due anni dopo, nel 1990, un seguito godibile ma fracassone, spettacolare ma superficiale, distruggerà completamente una serie come quella di Young Guns, perfetta per un solo memorabile capitolo.

Andrea Lanza

Young Guns (Giovani pistole)

Anno: 1988

Regia: Christopher Cain

Interpreti: Emilio Estevez, Kiefer Sutherland, Lou Diamond Phillips, Charlie Sheen, Dermot Mulroney, Casey Siemaszko, Terence Stamp, Jack Palance, Terry O’Quinn, Geoffrey Blake, Alice Carter, Brian Keith, Patrick Wayne

Durata: 90 min.

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