La casa delle ombre lunghe

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Giri a sinistra fuori dalla stazione, due miglia e poi giri a destra all’incrocio. Segua sempre dritto. Il maniero maledetto le apparirà allora nella sua tragicità”.

Con queste indicazioni, che ai più potrebbero rimembrare le strofe iniziali de L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, inizia l’avventura tragicomica che vedrà il nostro protagonista catapultato in una sorta di “Story within a story”.

Kenneth Magee è un giovane rampante scrittore dalle sembianze yuppie: giacca e cravatta, capelli cotonati con taglio alla “mullet”, barba ben curata. Se la pellicola fosse ambientata nella Milano da bere anni 80, rappresenterebbe il classico stereotipo del Paninaro.

E se un paninaro fosse il protagonista di un gotico?

Cinico al punto giusto, si troverà impelagato in una scommessa, alla quale il suo ego smisurato, non potrà tirarsi indietro: scrivere un romanzo nel tempo limite di 24 ore all’interno di un vecchio maniero in aperta campagna, disabitato da quarant’anni.

Pellicola basata totalmente sui dettami e i clichè del genere gotico anni ’60-’70, è un’opera che sorride ad un horror ormai posticcio e datato, quasi ritenuto ingenuo, come il Ciclo di Corman-Poe o i film della Hammer, per aprire a nuove mode, tendenze e commistioni. Consideriamo infatti, che la casa di produzione è una costola Made in England dell’ Americana Cannon Films, colpevole di aver prodotto film come The Corpse nel 1971 o Godsend nel 1980.

La trama richiama la classica scommessa già vista in film come La casa dei fantasmi del 1959 o Danza macabra del 1964. Ad attendere il nostro protagonista, oltre ad un insolito ed improvviso acquazzone già visto in Il castello maledetto del 1932 o in The Rocky Horror Picture Show del 1975, troveremo due stagionati custodi dai modi burberi e per nulla ospitali intenti a nascondere una sorta di oscuro segreto.

Con il calar delle tenebre, una giovane ragazza e tre loschi figuri si recheranno alla dimora apparentemente abbandonata. Ognuno porterà con sé misteri e bugie che solo a metà dell’opera saranno in parte svelate.

Se per la prima durata della pellicola, si poteva sospettare che il gruppo di ospiti fossero fantasmi o appunto “ombre” come il titolo prova a suggerirci, la scoperta di una camera sigillata contenente un maniaco rinchiuso per oltre quarant’anni in isolamento, stravolge le nostre considerazioni e ci proietta verso uno svolgimento di trama più realistica, dissipando ogni tipo di dubbio riguardo i presenti.

Veniamo a scoprire che gli invitati appartengono alla stessa famiglia. Una famiglia che possiede da secoli, un malsano obbligo morale di condannare i propri componenti se questi commettono reati.

Coincidenza del fato, il prigioniero scappa e inizia a seviziare i malcapitati presenti.
Le morti si susseguono a metà strada tra L’ombra del gatto (1961) e Dieci piccoli indiani (1945); non manca di certo la componente gore: assisteremo ad un omicidio con il vetriolo che ricorda Il castello maledetto del 1963.

Il preludio al finale stravolge ulteriormente i ruoli, rimischiando totalmente le carte in tavola e lasciando gli spettatori (come direbbe Renè Ferretti) totalmente basiti.

Il risultato è un’opera tragicomica che mette in scena, sullo stesso palco, antiche glorie del passato, con neofiti attori semisconosciuti che non reggono il confronto. Gli stili di recitazione vanno a cozzare, quasi come fosse una lotta generazionale o tra due sottogeneri in conflitto: tra chi vuol mantenere la corona e chi vuol far abdicare la vecchia guardia. La presenza della sacra trinità hammeriana (Peter Cushing, Vincent Price, Christopher Lee), utilizzata come cornice, anche se lascia ammutoliti gli spettatori per il registro aulico che utilizza, non basta: le nuove leve, che qui ricoprono ruoli principali, non raccoglieranno il testimone ed abbandoneranno il cinema, di lì a poco.

Così, come accadde per il ciclo Universal, in cui le vecchie glorie di Karloff, Lugosi e Lon Chaney Jr. venivano ripescate come parodie di loro stessi a reinterpretare quei vecchi ruoli prima autorevoli, ormai privati di qualsiasi forma orrorifica nelle commedie di Abbott e Costello (da noi Gianni e Pinotto); anche qui, lo zoccolo duro della Hammer, si presenta come siparietto aulico che si accosterebbe perfettamente con una puntata di Scooby-Doo, ambientata in un’anonima casa stregata.
E’ un film che, come fu per Il cervello di Frankenstein, disgrega tutti i canoni che avevano guidato l’orrore su celluloide fino a quel momento per poi rimodellarli in chiave satirico-grottesca.

Questa operazione non può che far da spartiacque tra due ere: rappresenta le Colonne d’Ercole per artisti dal calibro di Vincent Price, che da film come La tomba di Ligeia, si ritroverà in pellicole dal calibro di Il Club dei mostri. Senza nulla togliere a quest’ultimo, ma giusto per far riflettere su come il modo di intendere l’orrore fosse cambiato nel tempo: ormai la casa stregata e il nobile che la ospitano non spaventano più. Non dopo aver assistito alle immagini di guerriglia provenienti dal 38° parallelo o dopo aver contemplato gli effetti del napalm sulle persone durante la guerra in Vietnam.

E mentre la società e il cinema horror cambiano influenzandosi reciprocamente, allo stesso tempo, rimodellano i gusti oggettivi degli spettatori: il New Horror (nato ormai da circa 15 anni prima dell’uscita de La casa dalle ombre lunghe) detta nuove leggi su ciò che deve spaventarci, e le immagini proiettate tramite tubo catodico direttamente all’interno delle sicure dimore, ci mostrano come la realtà spaventi molto di più che una sceneggiatura fittizia, seppur realistica.

Luca Caponi

La casa delle ombre lunghe

Titolo originale: House of the long shadows

Anno: 1983

Regia: Pete Walker

Interpreti: Vincent Price, Christopher Lee, Peter Cushing, Desi Arnaz Jr., John Carradine, Sheila Keith, Richard Todd,Julie Peasgood, Louise English, Richard Hunter, Norman Rossington

Durata: 102 min.

Dolemite is my name

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Essendo italiano non posso che esser cresciuto con la cultura americana. Ascoltare la loro musica, veder i loro film,  lodare senza motivo un Kennedy a caso. Noi italiani siamo una garanzia nell’immedesimarci nello stile di vita delle popolazioni che ci occupano o ci vengono a salvare.  Crescendo mi son fatto delle idee molto chiare sull’America e su quale parte della loro storia mi interessi.

Sicuramente non la leggenda costruita da costoro per vender meglio all’estero il prodotto U.S.A., voglio dire: il sogno americano, la terra delle possibilità,  delle libertà. Che se proprio vogliamo parlare di “freedom”, niente era meglio della Casa delle Libertà, dove ognuno faceva un po’ quel cazzo che ci pare.

Tuttavia la storia degli afro-americani è diventata per me una vera e propria passione, da quando a dodici anni ho letto Ragazzo Negro di Richard Wright.  Nella mia libreria e tra i miei film preferiti non mancano opere che parlano di segregazione, razzismo, repressione contro una fetta importante di cittadini americani. Non è bastato nemmeno l’elezione di un presidente afro-americano per porre fine a certe questioni, basterebbe vedere come il sistema giudiziario colpisca duramente neri e poveri.

Tuttavia la storia delle persone di colore non è legata solo al loro dolore, sofferenze e lotte importantissime per i diritti civili.  Costoro sono fondamentali per la miglior macchina di propaganda americana, mi riferisco a Hollywood.

Certo hanno faticato tantissimo per aver ruoli di rilievo, per recitare personaggi complessi, uscire dai luoghi comuni ed evitare di entrare in altri dove l’imborghesiscono peggio della famiglia Bradford. Tuttavia cosa sarebbe la musica americana e mondiale senza il blues e il jazz? Cosa sarebbe il cinema senza le opere meravigliose di Spike Lee o attori come Sidney Poitier? Tanto per far alcuni nomi.

Per motivi di età il mio primo impatto con una star del cinema afro americana avviene nei primi anni 80. In quel momento la celebrità più famosa era sicuramente Eddie Murphy ( o Eddi Murr per mio padre).

Tutti ricordiamo la sua risata cristallina e scanzonata, ad esempio.  Murphy ha fatto la leggenda del cinema comico ( e non solo basta vedere 48 ore) americano. Ogni amante del cinema rammenta film come Una poltrona per due, Il Principe cerca moglieUn piedipiatti a Beverly Hills. Peraltro il secondo capitolo è stato il primo film che vidi al cinema con i miei amichetti, invece che con i genitori.

Come avviene per quasi tutte le star, a un certo punto, arriva anche il declino.  Film sbagliati, brutti, o poco pubblicizzati.  Questo è successo anche a Eddie Murphy, tanto che l’avevo perso di vista e dato per scomparso chissà dove.

Fino a quando Scott Alexander e Larry Karaszevesky ( consonante più o consonante meno) scrivono questo ottimo film biografico che par fatto proprio per un ritorno in grande stile del noto comico americano.

Proprio leggendo i nomi dei due sceneggiatori siamo sicuri che questa volta assisteremo a un film davvero notevole, ben fatto, capace di creare non solo un’epoca ma il senso di appartenenza, amicizia, fiducia e passione che unisce un gruppo di afro americani di talento ma anche molto fuori di testa.

Infatti il film è scritto dalla coppia responsabile di opere bellissime come Ed Wood, Man on the moon e Larry Flint.

Ed è proprio la storia ad avvincere, conquistare e in alcuni punti anche commuovere. Segno che nel cinema la sceneggiatura è importante, anche se in questi anni par sia un optional, che tanto basta tener la mdp ferma per un’ora o muoverla come se fossimo sul Titanic che sta affondando per esser giudicati geni ( per esser giudicato genio della Madonna è fondamentale l’uso del fish eye, mi raccomando).

Il film narra la storia vera di Rudy Ray Mooore, un ex uomo di spettacolo che deve affrontare il fatto di non aver mai ottenuto il successo tanto desiderato. Lavora in un negozio di dischi e si lamenta della sua condizione. Un giorno dopo aver sentito per l’ennesima volta una serie di storie sconce narrate da un senza tetto, spesso ospite nel suo negozio, l’uomo ha la brillante idea di portare quei racconti sul palcoscenico di un locale dove lavora come presentatore.  In particolare ripesca la figura di Dolemite, una sorta di irriverente e scanzonato uomo di colore a metà tra l’intrattenitore e il criminale. Il successo è immediato.  Le persone dei ghetti in cui vengono confinati gli afro americani lo adorano. Tutto par andar benissimo, ma l’uomo si rende conto che non è abbastanza, nossignore! Moore vuole che tutti lo conoscano e lo amino. Per questo dopo una visione sofferta di Prima Pagina, (non fidatevi dei commenti dei fratelli, il film di Wilder è un capolavoro) decide che vuol fare un film. Un’opera comica, piena di violenza, sesso, azione, perché gli afro americani vogliono quelle cose. D’altronde è il momento di massima esplosione della blaxploitation. L’uomo investe tutto quello che possiede per far questo film, ingaggia i suoi film e un attore piuttosto noto a cui affida la regia.

Da questo momento un ottimo film biografico sul tema del comico che si esibisce con successo nei locali, diviene un atto d’amore non  tanto per il cinema, ma per “fare cinema”.  Elemento in comune con l’altra pellicola di Alexander e socio, cioè quel piccolo classico che è Ed Wood.

Certo Moore è un cantante, ballerino, comico, ha un minimo di talento in qualcosa, ma l’approccio al cinema è lo stesso.  Qualcuno potrà vederci la storia di un megalomane, uno che fa cose di cui non sa nulla, molti in piena sindrome Bucchioni si incazzeranno dicendo : “Ma come uno non laureato alla scuola del cinema che si inventa produttore, attore, e altro? ”  Può darsi che questa sia la verità, ma io ci ho visto altro. Un uomo con una terribile infanzia, che non si è piegato al dolore o allo sconforto, uno che sperava di ottenere successo e non ce l’ha fatta, che rubando il materiale a un homeless, diventa famoso e poi tenta l’azzardo, fa un passo più lungo della gamba, e inaspettatamente qualcosa succede.

Ci commuoviamo nel veder la costanza, la passione di questo uomo. Peraltro una persona sempre gentile, generosa, attaccata ai suoi amici che protegge e sostiene. Un film meraviglioso sulla vita in un set cinematografico, ma non quello perfetto e professionale della vecchia e cara Hollywood, ma quello bislacco, dilettantesco, tremendo eppure vivo, forte, vigoroso, quasi geniale.

Sono anche sicuro che gli sceneggiatori e il regista abbiano volutamente enfatizzar le doti di Moore e il giudizio sulla sua opera di debutto nel cinema, molto probabilmente  Dolemite sarà davvero quel film bruttissimo condannato dalla critica, ma amato tantissimo dal pubblico afro-americano. Tuttavia chi siamo noi per pretendere di fermare la leggenda e annoiarci con la verità?

Soprattutto quando Eddie Murphy torna a livelli di eccellenza come non succedeva da molto tempo.

Davide Viganò

Dolemite Is My Name

Anno: 2019

Regia: Craig Brewer

Interpreti: Eddie Murphy, Keegan-Michael Key, Wesley Snipes, Craig Robinson, Mike Epps, Da’Vine Joy Randolph, Chris Rock, Snoop Dogg, Tituss Burgess, T.I., Kodi Smit-McPhee

Durata: 118 min.

Robot holocaust ( I robot conquistano il mondo)

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In questi ultimi anni siamo stati testimoni dell’ascesa incontrollabile di una pletora di giovani opinionisti cinematografici. Grazie a YouTube, infatti, chiunque può dire la sua, creando video ad hoc dove esprimere giudizi su film vecchi e nuovi oppure stilare classifiche di saghe. Ovviamente è una questione di quantità più che di qualità, soprattutto per il fatto che quasi nessuno di questi creator si definisce mai “critico”, nonostante sia esattamente quello che fanno. Ma si sa, da grandi poteri derivano grandi responsabilità e quindi definirsi tali significherebbe non avere più il culo parato quando si sparano sciocchezze. Naturalmente, per la legge dei grandi numeri, qualche mosca bianca c’è e ben venga guardare i suoi video, tuttavia per la maggior parte delle volta ci tocca sentire le solite trite, ritrite, stancanti e ridicole tiritere: dall’amatissima parola “trash” ai più mainstream “americanata” o “sfottò vari a Michael Bay”, da insindacabili gusti personali che diventano verità assolute a paraculaggini varie per assicurarsi più iscritti. In fondo non c’è nulla di male, ognuno cerca di portare a casa la pagnotta come può, non fosse che la baldanzosità dello sfottò a ogni costo è tanto facile quanto, ormai, imbarazzante.

Intendiamoci, quando un film è pessimo, pessimo resta, sia che venga riscoperto come cult, sia che a interpretarlo ci sia la versione “sbarbatello” di un attore o attrice poi divenuti famosi. Tuttavia scansare la faciloneria di certi giudizi è un atto d’amore verso il Cinema, anche quando i suddetti giudizi ti dicono che Robot Holocaust è un brutto film. Insomma, lo sappiamo tutti, non è un mistero e soprattutto è come sparare sulla croce rossa. Ma il punto è un altro: è semplicissimo dire che il film è terribile, farsi due risate dando dell’idiota al regista e riempirsi la bocca di “trash”, più difficile è articolare con cognizione di causa il perché è così e rendersi conto che, nonostante tutto, Robot Holocaust è lo sciagurato figlio legittimo di un’epoca dorata. Uscito nel 1987, scritto e diretto dal super prolifico Tim Kincaid, I robot conquistano il mondo, titolo nostrano, rappresenta il rovescio della medaglia di opere come Terminator. Il film di James Cameron, 1984, dà uno scossone alla fantascienza e da quel momento in avanti se ne vedranno delle belle, o meglio delle brutte, a tema cyborg e apocalisse robot. Ecco, Kincaid si inserisce in questo filone e costruisce un poverissimo esempio di come l’artigianalità fai-da-te possa porsi al servizio delle idee. E lo possa fare nel modo più assurdo e divertente possibile.

Robot Holocaust in fondo è tutto qui, in quello che nei dolceamari anni ’80 si poteva fare con un budget da disoccupato e strumenti trovati nei sacchetti di patatine. Ma ecco cosa il film di Kincaid ha in più di tante altre produzioni milionarie attuali: becera e sciagurata fantasia. Questo lo rende un bel film? Assolutamente no. Ma volete sapere perché Robot Holocaust è considerato involontariamente comico e uno dei peggiori post-atomici? Kincaid scrisse una sceneggiatura raffazzonata e adatta a un budget nettamente superiore a quello che possedeva. Le scene appaiono spesso sconclusionate, tra personaggi che si limitano a essere macchiette stereotipate e un’inesperienza artigianale che sfocia in mani guantate da calzini che si fingono vermi mangia uomini. Sospensione dell’incredulità, prendi questa! Ogni cosa è posticcia: i costumi da villain dei Power Rangers, le pochissime e misere location che dovrebbero dare l’idea del post apocalittico, la risibile messa in scena di combattimenti o semplici dialoghi, data la nulla capacità recitativa di ogni interprete. Probabilmente si farebbe un favore alla decenza buttando tutto nel cassone dell’umido e salutando il netturbino con un fazzoletto bianco. Ma si farebbe un piccolo torto a un divertissement da pizza e birra con gli amici. Robot Holocaust è orrendo, sì, ma come tanti prodotti di quella decade croce e delizia dei cinefili è anche un divertimento puro e semplice, tanto per palati avvezzi al miserabile cinematografico quanto per quelli che vogliono solo passare una serata in allegria. Le scene assurde, i costumi da sagra della salsiccia, gli effetti speciali quanto il Gesù immortalato dai Griffin, prendete tutto questo per il verso giusto e non avrete più solo giudizi banali così ovvi da far sbadigliare, ma anche un pezzetto di eighties purissimo. C’è un tempo per la raffinatezza e uno per la goliardia, l’uno non esclude l’altro. Basta solo spogliarsi dal costume di Capitan Ovvio, evitare il semplicismo e accettare che, a volte, il Brutto è un formidabile antidoto allo stress dell’esistenza.

Manuel “Ash” Leale

Robot holocaust (I robot conquistano il mondo)

Anno: 1986

Regia: Tim Kincaid

Interpreti: Norris Culf, Nadine Hart (Nadine Hartstein), Joel Von Ornsteiner (J. Buzz Von Ornsteiner), Jennifer Delora, Andrew Howarth, Angelika Jager, Michael Downend, Rick Gianasi, George Gray (George Grey), Nicholas Reiner, Michael Azzolina, John Blaylock, Michael Zezima, Edward Mallia (Edward R. Mallia), Amy Brentano, Dave Martin, Keith Schwabinger

Durata: 79 min.

I grandi saggi di Malastrana: Rabid (remake)

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Nel remake di Rabid, il dispotico e umorale stilista tedesco Gunter, interpretato da Mackenzie Gray, pone un quesito su cui ogni artista dovrebbe soffermarsi prima di iniziare qualsiasi cosa: “Perché continuiamo a ripetere i vecchi trend? Perché diamo ancora vita al vecchio? Stiamo aggiungendo qualcosa di nuovo? Se non c’è anima, non può esserci vita. Quindi, soddisfiamo le masse o creiamo arte solo per quei pochi che osano sperimentarla?”

Le sorelle Soska dopo American Mary, film originale e personalissimo trasformatosi in una peste nociva per il loro curriculum, sono state costrette a mollare ogni ambizione autoriale e accettare un paio di lavori alimentari.

Poi, insperabilmente un giorno si sono trovate a mettere tutte se stesse in quello che è il classico remake commissionatogli da alcuni giovani produttori che a malapena sanno chi sia David Cronenberg.

Il film che loro amano di più del vecchio maestro canadese è La Mosca. E La Mosca è un remake ma allo stesso tempo uno dei film più personali e sentiti di Cronenberg. Quindi il loro Rabid è diventato, almeno nelle intenzioni delle Sorelline, un tentativo di riallacciare il filo con se stesse e la propria poetica.

Il personaggio di Gunter secondo me è un po’ David Cronenberg. Le Soska invece si esprimono attraverso la protagonista, la timida Rose Miller (Laura Vandervoort).

Non fatevi confondere dal loro cameo delle due perfide “malabimbe”: tutta la frustrazione e l’insicurezza delle registe è in Rose; e l’ambiente della moda è il grand guignol di questa autobiografica lotta per sopravvivenza alimentare e soprattutto creativa.

Una sfilata in rosso

Anche dove la femminilità dovrebbe regnare incontrastata, secondo lo stereotipo sessista dei vestiti e della bellezza, le donne si vedono detronizzate da questi esseri ambigui, gli stilisti, che sovente si sentono donne ma hanno pur sempre un pene da farsi invidiare.

David Cronenberg del resto è anche lui un maschio e, certe sue scelte di regia ce lo mostrano chiaramente se lo guardiamo con gli occhi attenti delle due sorelle. In un’intervista, non ricordo quale delle due gemelle lo citi, ci parlano di un momento emblematico nel Rabid originale: “La scena in cui Marilyn Chambers si alza dal letto e va all’armadio. Lei ha solo le mutandine e vuole uscire in caccia, quindi cerca qualcosa da mettere addosso. Ed ecco che vediamo i suoi seni scoperti. David poteva indugiare sulla schiena e non farceli vedere. Un regista donna probabilmente avrebbe evitato di mostrarli perché non c’era ragione. Lui no, in fondo ha ritenuto giusto non risparmiarli perché è pur sempre uomo e un uomo trova in linea di massima valido far vedere un seno, anche quando non ha nessuno peso nella narrazione”.

Le pepate sorelline non vogliono certo confliggere con il loro maestro, ma capiscono che il rifacimento, che è essenzialmente un atto d’amore verso il cinema di Cronenberg, può anche e soprattutto essere l’occasione per dare al pubblico un punto di vista di altro “gender” sulla medesima storia.

E guarda caso è proprio dove la trama aderisce di più all’originale che avviene questa traduzione femminile dei fatti. Mi riferisco alla scena della piscina, per dire. Nel Rabid originale c’è un siparietto un po’ lesbico in stile lotta di donne nella piscina, tra la Chambers e Terry Schonblum. Nel remake le Soska preferiscono mettere nell’acqua un bel “sirenetto” (Stephen Huszar) convertendo il prototipo di “carne da macello” della classica ragazza prosperosa al muscoloso e botulinico attore da fiction pomeridiana.

Siamo ciò che mangiamo

Rose è vegetariana e non mangerebbe mai qualcosa di morto o da uccidere per il proprio sostentamento. Lei soffre nella lotta per sopravvivere in un mondo di grande competizione, la giungla della moda. La sua scelta di cibarsi di cose “organiche” pur di non infliggere dolore al prossimo è coerente ma se non mangi vieni mangiato e la ragazza il più delle volte si lascia mordere e succhiare da colleghe arriviste e un superiore che si diverte a umiliarla quando non la ignora completamente. Sarà la sua trasformazione da brutto anatroccolo a tigre, che porterà Rose, non solo a conquistare terreno negli ingranaggi sociali dominati dalla mascolinità, ma anche a esprimere in pieno se stessa come designer.

Un passeggero oscuro che vuol sopravvivere…

La carne e il sangue aiuteranno Rose a mettere a fuoco l’essenza del tema della collezione di Gunter, lo Schadenfreude, parola tedesca che non ha equivalente da noi, e che significa “godere delle sventure degli altri”.

Da principio Rose è vittima del suo stesso, terribile passato. I genitori sono morti in un incidente d’auto quando lei era piccola. Già all’inizio del film vediamo che nemmeno lei è granché alla guida del suo motorino. Distratta, isolata nel proprio mondo, avanza in mezzo al traffico rispettando il luogo comune della “donna al volante”.

Fuggendo dalla festa dopo essersi resa conto che l’appuntamento con l’avvenente Brad (Benjamin Hollingsworth) è stato combinato per pietà dall’amica Chels (Hanneke Talbot) la povera Cenerentola scappa sul suo motorino e si sfracella addosso a un furgone.

La costante degli incidenti nel film delle Soska è per fare l’occhiolino a Crash, l’abbiamo capito, ma è anche funzionale alla storia.

Badate: potete divertirvi a cogliere nel remake di Rabid gli ester-eggs e gli ammicchi, ma vi assicuro che ogni riferimento sta lì per arricchire la vicenda, è ben integrato alla storia e non si tratta mai di un corollario di strizzatine ruffiane e sterili al fandom del regista.

E riguardo le collisioni tra Rose e le macchine, gli incidenti sono le tappe fondamentali che la porteranno da vittima designata, in uno sposalizio tra carne e tecnologia, a diventare l’iniziatrice di una nuova specie superiore dall’irrefrenabile rapacità parassitica.

Umano per nulla umano

Il luminare dottor Burroughs, interpretato da Ted Atherton, dice che “l’umano” è un concetto di cui bisogna liberarsi se si vuole esprimere il vero potenziale della specie. Non è un caso, però: a mano a mano che Rose passa dalla nuova carne (ormai un po’ frollata come i vecchi articoli di Canova degli anni 90) alla super-carne, ecco che la nostra “umana comprensione” verso di lei viene meno.

Proviamo pietà per Rose prima e dopo l’incidente. Disgrazie, umiliazioni, perdite, malattia e sfregio non possono che sollecitare la nostra pietà verso di lei. L’occhio lacrimevole dell’amica Chelsea è il nostro. Ma non c’è niente come quello sguardo per farla sentire davvero uno schifo.

Poi Rose diventa un essere pericoloso e infettivo, vomita sangue e mastica le chiappe agli estranei; e la nostra empatia nei suoi confronti cala e finiamo per prenderne le distanze. Capiamo che lei non ci riguarda più. È oltre l’umanità. Oltre noi. E di conseguenza ci minaccia.

Il Transumanesimo e la super-carne

La metamorfosi avviene non grazie alle insufficienti tecniche chirurgiche rappresentate dall’ordinario dottor Keloid (Stephen McHattie) ma per merito del Transumanesimo “andante” del brillante e raffinato dottor Burroughs.

Ironica la scelta dei nomi di questi due esemplari “moleriani” all’opposto nella missione chirurgica: Keloid, come il cheloide, ovvero l’ostacolo insuperabile di un intervento plastico, e Burroughs che invece richiama un certo Pasto Nudo e una letteratura che va oltre le allucinazioni con cui convenzionalmente minimizziamo gli scorci oltre le fessure della nostra misera realtà.

Ma è proprio Keloid a contattare Burroughs e comunicargli il caso di Rose; così dice il secondo, ammesso che sia vero. Perché è chiaro che il luminare racconta un sacco di balle, e affianca subito lo spettatore dietro lo specchio/schermo.

Sui miracoli che promette a Rose però non mente. Basta una pastella di cellule staminali avanzate et voilà, la ragazza ha un nuovo volto e un futuro in cui non solo riguadagna la sua integrità facciale ma non ha più nemmeno bisogno dei suoi occhiali da vista. “Ok, spider man!” le dice Chels sgomenta, quando passa a prenderla alla clinica.

La morte di dio e l’eternità staminale

Vi pongo un quesito. Se qualcuno scoprisse il segreto dell’immortalità, credete davvero che i potenti della terra gli lascerebbero diffondere questo elisir a tutti? Certo che no. Il mercato si regge interamente sulla morte; eliminandola ci sarebbe un totale capovolgimento.

Per questo motivo e molti altri che non ci spiega nel dettaglio, il dottor Burroughs è costretto a mettere in scacco il mondo, salvando prima l’aspetto di Rose ma inculcandole il male che lei diffonderà. Non è il miracolo delle cellule staminali avanzate a farlo gioire quando la congeda dalla sala operatoria, ma la consapevolezza che il suo messaggero di morte è pronto; il vampirismo e la pandemia non sono effetti collaterali volti a punire la boria deistica dello scienziato pazzo. È tutto parte di un piano.

Nel film di Cronenberg il Transumanesimo è sotteso, mai citato.

In quello delle Soska è sbandierato alla grande e alla fine trionfa pure. È la magia vera che trasforma una Cenerentola sfigurata come Rose in una dea dei Carpazi.

Secondo Burroughs e i veri transumanisti, la scienza e alla tecnologia sono i soli mezzi che possano rendere l’uomo evoluto oltre i limiti carnali e sapienziali che anche ora, in una società cinica e decadente, continuano a essere mantenuti al loro posto da una putrida morale, un fastidioso idealismo naturalistico e da una dilagante ignoranza.

Per il folle dottore è ora di smetterla di pensare al volere di un Dio superiore che non esiste ma accettare che noi uomini siamo il solo dio e che autorizzando noi stessi, nel profondo e una volta per tutte a sondare l’abisso, potremo sconfiggere la morte e diventare noi i figli dell’eterna notte che future specie caduche e inferiori adoreranno.
E Rose Miller, speculare a una certa Carrie White per troppe questioni che non posso analizzare in questa sede, è la nuova Eva della distruzione e della rigenerazione eterna. Bum!

Francesco Ceccamea

Rabid

Anno: 2019

Genere: horror Regia: Jen Soska, Sylvia Soska

Interpreti: Laura Vandervoort, Stephen Huszar, Greg Bryk, Stephen McHattie, C.M. Punk, Hanneke Talbot, Jen Soska, Benjamin Hollingsworth, Mackenzie Gray, Avaah Blackwell, Lynn Lowry, Sylvia Soska, Lily Gao, Tristan Risk, Ted Atherton

Durata: 107 min.

Nightmare Beach – La spiaggia del terrore

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Fui subito in contrasto con il produttore americano, in quanto ritenevo la storia troppo simile a quella del mio Sette orchidee macchiate di rosso per cui, già prima di cominciare, stabilimmo che non avrei firmato il film e, una volta terminate le riprese, lo avrei lasciato al suo destino. Si è trattato di un mero apporto tecnico: Nightmare beach (La spiaggia del terrore) è da considerarsi a tutti gli effetti un’opera di Harry Kirkpatrick, simpatico sceneggiatore che abita in Florida e con il quale ebbi cordiali rapporti“.

(Umberto Lenzi intervistato da Luca M. Palmerieri e Gaetano Mistrella per “Spaghetti Nightmare – novembre 1998 – M & P edizioni)

Ah che cosa sublime il cinema di genere! Pure quando i mezzi non c’erano e si annaspava agonizzando verso la morte certa.

Abbiamo parlato un paio di giorni fa di Rage – furia primitiva e nel citare questo Nightmare beach – La spiaggia del terrore le nostre parole non sono state proprio gentili. “Fratello scemo” si è usato per descrivere una pellicola girata back to back con quella sorta di Demoni 2.0 che era appunto l’horror virale di Vittorio Rambaldi.

Se Rage puntava al gore e allo splatter più viscerale, Nightmare beach tentava un’operazione diversa, più sottile, forse ardita: trasportare il nostro thriller argentiano, anzi d’imitazione argentiana, nel panorama slasher alla Venerdì 13. Ne usciva un’opera sbilenca, piena di difetti, ma anche, rivista dopo tanto tempo, preziosa e unica.

Gira stavolta Umberto Lenzi, uno dei nostri registi più ruspanti e sanguigni, anzi NON GIRA visto che, fino alla sua morte sopraggiunta purtroppo il 19 Ottobre 2017, ha giurato e spergiurato di non avere nulla, o quasi, a che fare con questo film. Salvo poi dichiarare a Nocturno “Le cose per quanto riguarda Nightmare Beach andarono in questo modo: era un film che io ho girato ma alla fine delle riprese ho lasciato tutto in mano alla produzione perché non volevo né vedere né sentire più nessuno”.

Quindi nessun Harry Kirkpatrick come i credits affermano, ma solo il lavoro di Umberto Lenzi, negato, odiato, troppo simile nella risoluzione al classico Sette Orchidee macchiate di rosso. Ad aiutarlo troviamo il poco celebre James Justice, autore di tre sceneggiature, Rage, Nightmare beach e un tv movie del 2006, Lesser Evil. Probabilmente è a lui che Lenzi si riferisce quando afferma che Harry Kirkpatrick era lo pseudonimo di “un simpatico sceneggiatore che abitava in Florida” e con il quale collaborò nella pellicola.

Eppure nella regia svelta, nei dettagli, nel ritmo indiavolato, molto di più che in ogni slasher scaturito davvero in suolo americano, si percepisce prepotente la mano del regista di cult horror come Cannibal ferox, Incubo sulla città contaminata o dei meravigliosi polizieschi alla Napoli violenta degli anni 70. Certo la sceneggiatura perde se confrontata con quella scritta dallo stesso regista con Roberto Gianviti per il giallo gagliardo del 1972 Sette Orchidee macchiate di rosso, del quale però, sia dato atto, “copia” solo il colpevole, a sua volta depredato da Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci scritto, tra gli altri, dallo stesso Gianviti. Un cinema uroboro quindi che cannibalizza la propria forma in nuove riletture di sé stesso, digerite, vomitate, assorbite nei decenni.

C’è da dire però che Nightmare beach, sorta di folle incontro tra lo slasher e il cinema balneare alla Dove stanno i ragazzi di Hy Averback, ha idee potenti da vendere, soprattutto quando il sole cala e il nostro killer ha sete di sangue. L’idea di una motocicletta con incorporata una sedia elettrica è di quelle che fanno trasalire per il genio pulp: una cosa che poteva uscire da un Tarantino folle, lì lì per girare il suo episodio di A prova di morte con lo stunt pazzo Kurt Russel, o ancora meglio dalla metà oscura di Stephen King, Richard Bachman, l’anima da ragazzaccio dello scrittore del Maine.

Abbiamo quindi un assassino che si veste come ne Il replicante di Mike Marvin o in Robowar di Vincent Dawn/Bruno Mattei, che cavalca una moto folgorante e che predilige proprio il fuoco o la corrente per sterminare le sue vittime. L’idea di una vendetta ultraterrena da parte di questo capo bikers, Diablo, è improponibile, non ci si crede mai, ma la presenza scenica del killer è di grande impatto con i corpi delle vittime ridotti in scheletri fumanti.

C’è poi Claudio Simonetti alla colonna sonora con delle potenti melodie metal, urlate ad alto volume quando le morti vengono crudelmente esibite. Non si svirgola nello splatter, come nel gemello Rage, ma c’è proprio un’idea di sadismo lenziano nella messa in scena degli omicidi, questi sì figli dei suoi thriller più selvaggi.

Stupisce, in un film di comunque basso profilo, come l’esecuzione sulla sedia elettrica di Diablo sia assolutamente in sottrazione: niente escamotage drammatici alla Sotto shock o La casa 5 con teste fumanti, ma solo il corpo che si contorce nella morsa della morte per pochi secondi e poi il nulla.

Sulle giacche dei bikers poi troneggia il marchio “Demons” con lo stesso font usato nei cartelloni dell’opera di Lamberto Bava. Un omaggio ad un film cult che lo stesso Lenzi avrebbe proseguito con un capitolo spurio nel 1991. Questo davvero orribile e che, per strani casi della vita, il regista considerava benissimo dichiarando in alcune interviste “senza dubbio il mio capolavoro”.

Nightmare beach, pur avendo momenti felici ed intuizioni brillanti, paga purtroppo il peso di una cattiva gestione degli attori: inappropriati, impacciati e grotteschi nella recitazione. Sarah Buxton, bellissima e presente pure in Rage, sembra sperduta, così come i veterani John Saxon e Michael Parks si limitano alle solite facce, ghigni compresi, da caratteristi, altrove bravi qui cagneschi oltre misura.

Gli effetti speciali di Alex Rambaldi sono rozzi ma efficaci e il film, come il suo gemello, non ha virate verso il sexy anche se, la location di Fort Lauderdale, meta dello Spring break ovvero le vacanze primaverili a base di sesso, droga e mare per gli studenti statunitensi, offre momenti rubati come la gara di Miss maglietta bagnata.

Tra i doppiatori si può riconoscere Pino Insegno, intento a prestare la voce al terribile Rawley Valverde nei panni del festaiolo (e sfortunato) Ronnie. Da segnalare però tra gli attori Nicolas De Toth, incolore protagonista ma figlio dell’Andrè De Toth regista di cult come La maschera di cera del 1953. La sua carriera di interprete conta solo 4 film, dei quali questo è l’ultimo, ma da lì a breve si specializzerà come ottimo montatore in pellicole importanti al pari di Stoker di Park Chan-wook.

Nightmare beach – La spiaggia del terrore è una visione disimpegnata e appagante, soprattutto quando l’estate avanza, il caldo ci soffoca e non c’è nulla di meglio di un horror da spiaggia. Malgrado il feedback negativo dategli una possibilità: Umberto Lenzi e James Justice, celati dietro lo pseudonimo di Harry Kirkpatrick potrebbero stupirvi.

Andrea K. Lanza

Nightmare beach – La spiaggia del terrore

Regia: Harry Kirkpatrick (Umberto Lenzi e James Justice)

Interpreti: Nicholas De Toth, Sarah Buxton, Michael Parks, John Saxon, Rawley Valverde, Lance LeGault, Ben Stotes, Kristy Lachance

Durata: 90 min.

Robot Ninja

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“Sono Robot Ninja, e ricordatevi ragazzi: la droga fa male!”

Gli anni ’80 sono al centro di un revival nostalgico che ormai pare infinito. Eppure nel 1989, quando il celebrato decennio stava giusto per concludersi, il bizzarro film di un bizzarro regista, Robot Ninja di J. R. Bookwalter, faceva già a suo modo i conti con le contraddizioni e i deliri di quell’epoca, e della sua tanto decantata cultura pop. Tra l’altro, presentando nei suoi primi minuti la battuta citata poc’anzi, all’interno di un episodio televisivo fittizio che cita e deride i siparietti morali: una pratica effettivamente molto comune nei programmi americani per ragazzi dell’epoca. Mostrandoci nella fattispecie uno spot antidroga tanto diretto quanto inefficace, dunque scopertamente ipocrita. Uno spot piazzato lì solo per rassicurare i genitori dei giovani telespettatori dello show, a giustificazione della sua action violenta.

Nella finzione del film, Robot Ninja è infatti un fumetto indipendente che ha travolto il mercato USA con la sua ultraviolenza. Ma dal fumetto è stata tratta anche un’omonima serie televisiva decisamente più contenuta e commerciale, della quale “ammiriamo” la sostanziale forzatura. Dulcis in fundo, nella dimensione propria al racconto filmico, stiamo per vivere la totale degenerazione psicotica dell’immaginario fumettistico nella “realtà”. Allorché l’autore di Robot Ninja, Leonard Miller (Michael Todd), ha la non felicissima idea di incarnare il proprio (anti)eroe, lottando in prima persona contro una gang di sadici teppisti dall’omicidio facile.
Fumetto, televisione, cinema: con un notevole guizzo, Robot Ninja afferra e mette in relazioni tre dei pilastri dell’immaginario pop dell’epoca.

Una scelta ardita. Che in tempi in cui il metacinema – o meglio la meta-arte, coinvolgendo altri due media – non è ancora così abusato, vorrebbe comunque andare oltre il mero esercizio stilistico. Parlandoci appunto del dark side degli anni Ottanta, che talvolta pulsa nascosto sotto gli strati rassicuranti del mainstream, ma esiste eccome. Limitandoci ai soli comics, una realtà rappresentata per esempio dalla rilettura tragica e sociopatica di Batman, attuata da Frank Miller (non a caso lo stesso cognome del nostro Leonard) in opere quali Il ritorno del Cavaliere Oscuro (1986) e Batman: Anno Uno (1987); dagli antieroi distopici ed esistenzialisti di Alan Moore in Watchmen (1986/’87); e più in generale dal successo di protagonisti controversi come Wolverine o il Punitore, nati il decennio precedente con ruoli decisamente più defilati.
Da qui in poi i supereroi luminosi di un tempo lasceranno sempre più spazio agli antieroi e ai vigilanti. Una tendenza che è sintomo di disincanto e pessimismo, intorno alla società, ai suoi mali e alle possibilità di riscatto giustizia.

Robot Ninja ha dunque un potenziale assolutamente enorme, arrivando tra l’altro l’anno in cui il cinecomic più moderno e avanzato – ancora Batman, ma quello di Tim Burton – aveva appena visto la luce. Pur non essendo catalogabile propriamente come tale, in quanto soggetto originale (esiste un fumetto, ma è l’adattamento del film, non viceversa), la pellicola di Bookwalter presenta tematiche e intuizioni davvero avanti anni luce, intorno a tutto ciò che riguarda fumetto e cultura pop nel cinema.
Purtroppo il cineasta, che aveva esordito pochi mesi prima con il mediocre The Dead Next Door, coprodottogli anonimamente da Sam Raimi, conferma con questo suo secondo lungometraggio di avere in comune con il suo mentore giusto la passione. Robot Ninja è un epico disastro, diretto e scritto malissimo, recitato peggio, e complessivamente insalvabile nonostante le idee interessanti e l’alibi del budget risicatissimo (15000 dollari, secondo IMDb).

Probabilmente Bookwalter intendeva realizzare un film alla Evil Dead, giocando sulla transizione grottesca tra humour e orrore. In realtà un gioco molto difficile da attuare: qualcosa di simile, per quanto stilisticamente differente da Raimi, avviene per esempio nel recente Tusk (2014) di Kevin Smith, e anche qui non senza problemi. In Robot Ninja il discorso, al di là della povertà generale dei mezzi del film, è proprio impostato male sin dall’inizio. Così le ragioni che spingono Miller a diventare il suo personaggio (in superficie: non essendo chiaramente né ninja, né tantomeno robot), che sospese tra idealismo e narcisismo sarebbero state molto interessanti da approfondire, restano invece incerte. Perdendosi ulteriormente nel confronto con caratterizzazioni ugualmente piatte e monocordi (i villain in particolare sono pessimi e niente affatto credibili), e attraverso dialoghi banali e mai divertenti.
Per esempio, risulta molto difficile angosciarsi per la perdita umana nel primo scontro del neo vigilante; dopo che quel ragazzino, e la baby sitter che si ritrova a piangerlo, ci sono stati introdotti in maniera tanto anonima e superficiale. Eppure dovrebbe essere il primo tassello di una tragedia totale in fieri: il fallimento dell’essere eroe, della possibilità stessa di incarnare la giustizia; con in filigrana la caduta di un artista e del suo mondo. Che vedrà il nostro improvvisato Robot Ninja buscarne tantissime, sino a un finale in sé stesso stupefacente per intelligenza e novità, ma irrimediabilmente narcotizzato dal pessimo sviluppo dell’opera.

Bookwalter alla regia

Un gran peccato davvero. Basta un’analisi veloce dei riferimenti diretti presenti in Robot Ninja, per apprezzare come le idee – grandiose, ribadisco – ci fossero, ma siano state espresse in modo davvero troppo imperfetto. Tre icone fumettistiche vengono citate in particolare: il già menzionato Batman, citato apertamente a proposito del celebre telefilm anni Sessanta, nonché dalla presenza tra gli attori di Burt Ward, che in quella serie aveva incarnato Robin. Abbiamo già detto di come, in quegli anni, il Crociato Incappucciato della DC Comics, e modello antico e originale di ogni vigilante, avesse subito un’evoluzione in senso decisamente dark.
Vengono poi nominate le Teenage Mutant Ninja Turtles, le Tartarughe Ninja nate violentissime nel fumetto underground del 1984 di Kevin Eastman e Peter Laird, salvo poi essere rilanciate come eroi buoni e rassicuranti in un celebre show animato di pochi anni dopo (e tra i loro alleati milita Casey Jones, un vigilante raffazzonato che ha parecchio in comune con il nostro Larrie/Ninja Robot).
Infine c’è un riferimento esplicito a Swamp Thing, eroico ma mostruoso essere della DC Comics, perciò destinato a essere temuto vivendo al margine della civiltà. Ridefinito in modo brillante da Alan Moore da un importante ciclo di storie che risalgono – indovinate un po’ – agli anni Ottanta, è citato da un personaggio del tutto analogo realizzato, nella finzione del film, sempre da Leonard Miller.
Insieme, queste citazioni tracciano un percorso affascinante dall’ideale al nichilista, dallo splendente al mostruoso, prefigurando così il destino di Leonard. Che, come osservato lucidamente da Andrea Lanza in una recente live, avrà persino una sequenza tra il body horror e il cyberpunk (decenti il gore e gli effetti speciali, a proposito), in cui Leonard interviene su una profonda ferita innestandovi dei rottami, che presenta un’affascinante analogia con il Tetsuo di Shinya Tsukamoto, uscito giusto qualche mese prima.

In conclusione, la visione di Robot Ninja è oggi assai amara: e non tanto per il destino del suo protagonista, quanto per la consapevolezza di quello che questo film poteva essere. Lo slogan “So bad, it’s good!” che campeggia sulla recente, ottima edizione in DVD di Freakavideo/Home Movies, pubblicizza il vero. Preso con lo stomaco giusto il film è un serie Z divertente, da serata birra e pizza con gli amici.
Ma quel “bad” è davvero tanto “bad” rispetto al brillante “good” che, tra una vaccata l’altra, s’intravede nel lungometraggio di Bookwalter. E l’occasione persa non può non rattristare parecchio.

Alessandro Bruzzone

Robot Ninja

Anno: 1989

Regia: J.R. Bookwalter

Interpreti: Michael Todd, Bogdan Pecic, Maria Markovic, Floyd Ewing Jr., Bill Morrison, James L. Edwards, Michael Kemper, Jon Killough, J.R. Bookwalter, Rodney Shields, Michael ‘D.O.C.’ Porter, Lori Kozar, Steve Rossiter, Jennifer Mullen, Michael J. Giffin, Burt Ward, Linnea Quigley, Scott Spiegel, David DeCoteau, Kenneth J. Hall, Mike Shea, Mike Render, David Lange, Bernie Keister, Hans Kenneth Hammerstrom, Jeffrey W. Scaduto, David P. Barton, Brock Baughman, Tina M. Bookwalter, Joe Contracier, Joe Demangeant, Mike Deterling, David Donutmaker, John Edwards, Kelly Killough, David Kuehls, Scott P. Plummer, Christine Prete, Paul Pumpsquat, Mitch Rearick, Susan Rothacker

Durata: 82 min DISPONIBILE IN DVD

Rage – Furia primitiva

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Nel 1988 il cinema italiano del terrore non se la passava benissimo. Dopo l’exploit di Demoni, tutto quel meraviglioso mondo di immaginifica imitazione era proiettato verso la fine, la grande esplosione, il buio più totale, quello della tv che non ha bisogno dei sogni. Così maestri come Lucio Fulci si buttavano in produzioni miserabili, girate per il terzo mondo, ed altri al pari di Argento agonizzavano con il pubblico sempre meno presente. In quegli anni però gli artigiani meno considerati, quelli che non erano mai assurti a maestri, tiravano fuori le unghie e, in questa zona del Crepuscolo prossima all’Armageddon, confezionavano opere di un certo pregio come Marcello Avallone con il suo Maya o Luigi Cozzi con The Black Cat – De profundis, seguito sciagurato e sublime di Inferno e Suspiria.

In quest’ultimo viaggio verso l’estremo Omega si affacciavano anche dei giovani talenti: i migliori, mai sbocciati realmente, furono Fabrizio Laurenti (La casa 4, La stanza accanto), Gianfranco Giagni (Il nido del ragno) e Dario Piana (Sotto il vestito niente 2).

Tra i meno fortunati, al pari dell’Alessandro Capone di Streghe, ci fu anche Vittorio Rambaldi, figlio del Carlo stimato effettista speciale e premio Oscar per produzioni miliardarie come il King Kong di John Guillermin. Il suo Rage, dalla locandina fantastica che vedeva una ragazza spaventata, un mutante incazzato e una scimmia poco amichevole, fu una cocente delusione fin dalla sua uscita in vhs per la Playtime. La frase di lancio “Dalla magia di Carlo Rambaldi, i tre volti del terrore” creò un fortissimo hype, anche se nessuno chiarì mai, pure a film ultimato, quali fossero questi “tre volti del terrore”.

Il cut della videocassetta, e del dvd successivo della Storm video, rivelava un film d’imitazione statunitense, ben girato, persino ben interpretato, ma assolutamente imbelle, privo di mordente, di splatter o di un qualsiasi effetto speciale che potesse scomodare il nome del Rambaldi senior.

Figlio degli horror di Lamberto Bava nell’idea di un virus che trasformava e trasfigurava i suoi infetti in rabbiose creature assassine, Rage si glorificava delle musiche tamarrissime di Claudio Simonetti che mischiavano dance ed heavy metal. Quasi un Demoni 2.0 con le stesse atmosfere di scatenato sadismo spostate da un cinema claustrofobico ad un campus universitario. Una gioia d’attesa che si scontrava purtroppo con una serie di omicidi castrati, iperviolenti solo nelle intenzioni, insoddisfacenti come un coitus interruptus.

Questo almeno nella vhs e nei dvd, ma ignoro di come Rage – Furia primitiva fosse alla sua uscita nei cinema con il divieto ai minori di 14 anni. Grazie all’apporto dell’amico Akuma e di un suo mux da dvd americano, è saltato fuori un altro film, questa volta notevole, appagante e finalmente degno delle sue premesse.

Il film di Vittorio Rambaldi nel suo taglio uncut è un’opera divertente, che omaggia alla perfezione il Demoni di Bava con un’orgia di sangue e violenza hardcore: crani scarnificati, vittime che spruzzano sangue come fontane e decapitazioni ben dettagliate. E’ cinema perfetto per gli amanti dell’horror metal anni 80, non indegno degli epigoni americani, figlio di un’epoca, quello dello splatter grafico, da Re-animator a Bad taste, che non aveva senso, in un’ottica commerciale d’intrattenimento, senza la violenza mostrata.

Non si parla certo di un capolavoro, ma di un film interessante che tenta pure un discorso ecologista, mille anni prima di 28 giorni dopo, con un virus che parte da una scimmia e ritrae alcuni personaggi già bestiali e animaleschi prima di subire la mutazione, come un gruppo di stupratori particolarmente viscidi.

E’ chiaro che il lavoro di papà Rambaldi sia di mera supervisione agli effetti speciali ad opera del figlio Alex, a volte maldestri come nel caso di una scimmietta particolarmente immobile, altri efficaci come quando in scena ci sono i sadici infetti.

Rage – Furia primitiva ha come forza una confezione che non ti fa mai pensare ad un prodotto italiano, ma potrebbe essere scambiato, più dei vari Filmirage d’epoca o dei Larry Ludman girati negli States, per un’opera straniera girata per l’home video. Gran parte del lavoro, insime all’ottima regia di Vittorio Rambaldi, la fanno gli attori, perfetti e in parte, tra tutti il veterano Bo Svenson nei congeniali panni da malvagio bastardo. Il film pecca però in nudi, ma a colmare il vuoto per noi poveri voyeur ci pensa la bellissima Sarah Buxton, sexy anche vestita, presente pure nel film gemello, Nightmare beach – La spiaggia del terrore di Harry Kirkpatrick ovvero James Justice (e forse Umberto Lenzi).

Quest’ultimo prodotto, girato probabilmente back to back con Rage, mostra una cattiva recitazione degli attori, Buxton compresa, e una certa timidezza nelle scene di morti, diventando il fratello scemo di un dittico a base di omicidi e città assolate. In questo caso Vittorio Rambaldi collabora alla sceneggiatura e Alex cura gli effetti speciali, tra i quali è da annoverare una sedia elettrica montata su una motocicletta.

Alla fine Rage – Furia primitiva non lo voleva nessuno: sarebbe dovuto uscire a dicembre del 1988 distribuito dalla Columbia TriStar e slittò invece fino alla primavera dell’anno dopo, senza che poi nessuno si scannasse per distribuirlo in home video. Forse fu considerato ingiustamente un prodotto scarso o comunque non all’altezza del nome di Carlo Rambaldi che veniva strillato fin dalla sua locandina.

Eppure è un film che andrebbe riscoperto, soprattutto nella sua forma primordiale, quella selvaggia ed anarchica che da sempre contraddistingue i nostri migliori e più sinceri prodotti d’imitazione. Forse, in questo caso, non si parla di alta cucina, ma non era probabilmente quello l’intento, ma di trattoria da quartiere che sazia ed appaga. Come prodotto d’intrattenimento il film di Vittorio Rambaldi è pura goduria, il pompino che non ti aspetti dalla bruttina del quartiere ma che diventa quasi amore.

Andrea K. Lanza

Rage – Furia primitiva

Titolo originale: Primal rage

Anno: 1988

Regia: Vittorio Rambaldi

Interpreti: Patrick Lowe, Cheryl Arutt, Bo Svenson, Sarah Buxton, Mitch Watson, Doug Sloan, Luis Valderrama, John Baldwin, Turk Harley, Jennifer Hingel, Barry Schreiber, Paul Bridges Thompson, Sally Carlson, Greg Schmidt, Mal Jones

Durata: 91 min.