Malastrana vhs apre lo shop

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Breve spazio pubblicitario.

Malastrana apre il suo shop su questo indirizzo http://www.w55shop.com/malastranavhs

Registrandovi potrete acquistare con vistosi sconti, o con punti da convertire in denaro per i vostri acquisti, da siti come ebay o altri marchi di spicco.

Tutto gratis ovviamente, come sempre è la politica di Malastrana vhs.

Quindi se ora volete comprare il costume alla vostra fidanzata su Yamamay o la peggiore videocassetta di Jesus Franco sentendovi non solo ricchi d’animo ma anche di portafoglio ora non avete scuse.

Per il resto ci vediamo sempre qui per nuove recensioni.

 

 

Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Horror per cellulari

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I giochi per cellulare sono un po’ la serie Z dei videogiochi perché percepiti come puri scacciapensieri senza pretese, un passatempo tra una stazione e l’altra del treno o in pausa cacca al lavoro.

Eppure mi sono trovato più volte a scaricare giochi per il mio Android che inaspettatamente avevano più materia grigia di quanto mi aspettassi, scritti e pensati con un rigore ben lontano dall’idea stereotipata dell’evoluzione del Gig Tiger dei miei tempi.

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Questo mondo oscuro, questa selva inesplorata è stata raramente recensita anche dal più accanito nerd, un po’ tutt’ora come molte delle nostre amate vhs. Perciò ho pensato di dedicare un piccolo spazio, una parentesi che tornerà di tanto in tanto, per parlarvi dei giochi più strani, interessanti o orribili per il vostro amato cellulare.

Una volta un segnalatore per la trasmissione dove lavoro, Striscia la notizia, mi aveva contattato per parlarmi di un telefonino indemoniato. Diceva, parole sue, che emetteva “vibrazioni impercettibili” che col passare del tempo si tramutavano in mal di testa e poi forse in tumore. Il famigerato telefono del demonio era cinese, una marca misconosciuta, ma il tutto si rivelò alla fine una, scusate il francesismo, stronzata. Però mi affascina il pensiero di Satana che vive tra le nostre parole, del demonio che possiede un mezzo comune come un cellulare per fare quello che riesce meglio, il male.

Cosa quindi meglio di due giochi horror per osannare il male sempre in agguato?

Il primo è Distrait: Pocket Pixel horror, un’avventura 2 d a scorrimento orizzontale, molto particolare.

La storia segue le vicissitudini di un rampante neo impiegato di una società di recupero crediti: per fare carriera deve pignorare gli immobili a tre personaggi.

Niente di più facile se non fosse che il gioco si apre con la frase “Avevo dannato la mia anima” e il primo pignoramento è ai danni di una vecchia adorabile, la signora Goodwin, che non smette di piangere per la disperazione.

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Il resto è tutto da scoprire, una vera discesa all’inferno fatta di colori, musica e follia inaspettata alla David Lynch. Distrait è un gioco maturo che arriva a inquietare più di tanti fratelli blasonati di console, che arriva a dire la sua anche in ambito di moralità e non ha paura ad essere cattivo in un finale ciclico e cannibalico.

E’ vero che dura poco, ma non è nè un gioco semplice né un gioco superficiale, ogni momento della storia, scritta benissimo, è goduria narrativa e appagamento mentale. Merito al creatore Jesse Makkonen che disegna e dipinge a mano i meravigliosi fondali e i personaggi grottescamente umani.

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Peggio va con una cosa davvero incredibile: Jill’s nightmare.

Cioè una casa di sviluppo per videogames, la Chring Eclipse, prende Resident evil, lo plagia nella confezione e produce un gioco che è una merda incredibile.

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A livello di trama riprendiamo più o meno Resident Evil 3 con tanto di nomi veri dei personaggi coinvolti, Carlos, Nemesis e appunto Jill Valentine, ma, al posto di trovarci in una città in fiamme come The last escape, ci aggiriamo nella Spencer manson del primo Resident. Solo che mica abbiamo solo zombi, ragnacci o serpenti giganti ma pure pagliacci, vampiri, mega morti viventi e la sfortuna di avere comandi che non rispondono mai al momento giusto.

La grafica poi è un altro incubo: fumettosa e iper colorata, una cosa che mal si adatta ad un plagio di Resident Evil che vorrebbe toni più oscuri e paurosi.

Ci chiediamo perché l’avida Capcom non abbia chiesto i danni, ma crediamo che non se ne sia neanche accorta, anche perché qui il furto è palese con tanto di musiche e suoni presi pari pari da Resident Evil 2. Fatto sta che la Chring Eclipse ha pubblicato pure altri due plagi ispirati a Dragon Ball, brutti naturalmente come la morte e ingiocabili.

Il mondo dei plagi però è un altro argomento da viscerale anche alla luce di un terribile Bat vs Spider, il crossover videoludico tra un Batman senza orecchie da pipistrello e un uomo ragno poco propenso a lanciare ragnatele.

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Alla prossima!

Andrea Lanza

L’isola dei morti viventi

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Mi accorgo stasera che, malgrado la mia innata Sindrome di Peter Pan, sto invecchiando.

E’ una verità scomoda, forse anche più difficile dell’accettare di essere gay se lo fossi, perché la vecchiaia, purtroppo, è una sentenza di morte vicina.

Eh sì, amici miei, non serve parlare con lo slang giovane, fare selfie a manetta o raccontare che ti stai trombando la modella 22enne, perché, come dice il grande Max Pezzali, “il tempo passa per tutti lo sai nessuno indietro lo riporterà neppure noi”, qualunque cosa questo significhi.

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Saggio Max

Vi dico questo perché ho capito di avere perso il senso sacrosanto del wow, del critico che ama i brutti film, quello che Pascoli chiamava “l’innocenza del fanciullino”.

Posso asserire questo con certezza perché stasera sto per affrontare il penultimo film di Bruno Mattei, “L’isola dei morti viventi”, uscito con dieci anni di ritardo in dvd nel nostro Bel Paese.

Un film che (forse) solo pochi anni fa avrei adorato, ma che ora invece mi appare troppo pieno di insuperabili difetti.

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Amo e ho amato i ripoff truffaldini di Bruno Mattei del passato, anche i più spudorati, come Virus, Robowar o Terminator 2, ma, plagi o mano, quelle pellicole erano cinema in odore di atomica,  con la passione da tutti i pori.

Cosa che L’isola dei morti viventi non può sfoggiare.

Galeotto dev’essere stato l’incontro tra il produttore Giovanni Paolucci e Bruno Mattei, nel 1993 con Attrazione pericolosa, e proseguita, fino alla morte del regista, nel 2006, con Zombies the beginning.  Più di dieci anni di filmacci di tutti i generi, dall’erotico, al poliziesco mafioso fino a resuscitare filoni ormai morti e sepolti come il cannibal movie deodatiano o l’horror zombesco. Prodotti nati disgraziati, girati in digitale, paurosi e appassionanti come baracconi da luna park, purtroppo.

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Mattei in questo periodo neanche ci provava più a girare decentemente, si limitava ad assemblare film su film di inenarrabile sciattezza. La poesia cinematografica da guappo era inesorabilmente sfumata.

Certo L’isola dei morti viventi se lo raccontate ad un amico è una cosa incredibile: vampiri, zombi e fantasmi su un’isola, poi arti che ricrescono e, cazzo, uno zombi che suona il liuto! Vi prego però di credermi: L’isola dei morti viventi è una palla di proporzioni colossali, qualcosa di così moscio, noioso e fastidioso da essere quasi masochismo.

In questa pellicola il grado di wow viene presto superato dal senso incredibile di presa per il culo: i nostri protagonisti vedranno più volte gli zombi cannibali, ma ogni volta, entrati in una stanza, come una sorta di puntatona di Scooby Doo, si dimenticheranno di essi, per spaventarsi, come la prima volta, ogni volta!

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Scooby Doo

Poi quest’Isola dei morti viventi è davvero trafficata perché Mattei e il suo sceneggiatore Tentori, saggista di ben altra caratura, sono indecisi su che mostri mettere in scena e in un solo film, a random, vediamo zombi, vampiri e fantasmi, ma anche una cosa stranissima, dei zombavampiri ovvero dei morti viventi coi canini da Dracula!

In più sempre l’isola che fa da scenario, da copione, dovrebbe essere deserta, ma qua e là, se stiamo bene attenti, vediamo in ordine, sullo sfondo, una città, dei motoscafi che fanno ciao ciao e qualche barca. Il film poi non si cura di essere credibile neppure nella scelta delle comparse usando per la maggiore attori filippini, così abbiamo pirati e zombi dai tratti incredibilmente orientali. La pellicola, ambientata nei Caraibi, fu girata appunto nelle Filippine, un’ambientazione nota ai nostri film di genere degli anni 80, il Vietnam più appetibile in circolazione dai tempi di Apocalipse Now di Coppola. Non si capisce la scelta però di non ambientarlo direttamente in quelle località come per esempio l’affascinante Zombi 3. Certo i Caraibi sono mozzafiato, ma è come cercare di girare a New York quando dietro di te hai il bazar di Gigi lo scorreggione a due passi da Cologno Monzese.

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Lei è la comparsa più usata in almeno 800 parti

I protagonisti sono una squadra di cacciatori di tesori che, capitati per caso su quest’isola degli orrori, si comporteranno né più né meno come in una parodia del genere horror con l’aggravante che non si tratta di una parodia. Si capisce che che il loro destino è scritto sulla faccia: “Carne da macello”.

Il film è una lunga e ininterrotta sequela di citazioni di altre più nobili opere, da Fog di John Carpenter (con la stessa idea di nave maledetta e di nebbia perenne) a House of the dead di Uwe Boll, con tanto di Capitano Kirk e morti viventi conquistadores chiacchieroni. Naturalmente nel percorso non manca né George Romero con la famosa frase “I morti ti prenderanno!” da La notte dei morti viventi né l’intuizione di usare il karatè per battere questi zombi cenciosi da After death di Claudio Fragasso, dal quale scippa pure la sequenza della lettura del libro maledetto ritrovato (e quindi di riflesso anche l’Evil dead raimiano). La parte del leone però nei furti/citazione la fa Lucio Fulci dove il suo Zombi 2 viene ripreso sia nell’incipit con i cadaveri chiusi nei sacchi ai quali viene fatta saltare la testa, ma soprattutto nella scena famosa della scheggia di legno infilza occhio.

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Sono sposata col produttore e torno nel seguito

Mattei poi si cita e si ricita da solo riproponendo intere sequenze girate ex novo dal suo classico Virus con tanto di prete zombi o la battuta “Vuoi la coscia o il petto?” rivolta ad un gruppo di zombi affamati. In più è proprio da Virus una delle scene più sceme di tutta L’isola dei morti viventi quando, davanti ad un cadavere putrefatto e pieno di sangue, una delle protagoniste chiederà “Signore sta male? Signore parla la nostra lingua?”. In più in questo film scopriamo che le barche, udite udite siori e siore, sono fornite di un pulsante di autodistruzione!!!!

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Zombavampiri!

Quello che lascia interdetto però non è il livello di coglioneria, che ci stava pure dentro il bellissimo Rats notte di terrore, ma la fattura sciatta che neanche si ricorda le regole più basilari del montaggio, una cosa imperdonabile per Mattei che era appunto anche un ottimo tecnico. Le scene, sempre con quell’aria insopportabile da fiction terzomondista, non si amalgamo mai, sono scollegate, dilettantesche nella loro consecutio e donano al film, già disgraziato per conto suo, una lentezza che solo un montaggio frenetico forse avrebbe salvato dal fallimento completo.

Gli attori poi, a parte Gaetano Russo nella parte del Capitano Kirk, sono incredibilmente cani, qualcosa che sublima anche l’idea di attori cani che uno si fa nell’approcciarsi ad un film di Bruno Mattei. Nel cast è bene citare poi la presenza di Lilia Cuntapay, caratterista storica del cinema filippino, vista anche in produzioni americane come Bagkok senza ritorno di Jonathan Kaplan, e qui nelle vesti di un fantasma zombi poco incline al cannibalismo. La Cuntapay tra l’altro ci ha lasciato quest’Estate a 81 anni. La palma però di peggiore recitazione va senza dubbio a Ydalia Suarez, attrice già nota per la sua pessima performance in  Nella terra dei cannibali sempre del nostro Bruno, e che scopriamo essere cantante (ancora più terribile) di un certo culto, anche in Italia, con l’album “Sei mio uomo, w le donne”.

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Di lei possiamo leggere su internet questa raccapricciante biografia:

Ydalia Suarez ritorna alla musica, suo originale amore sin da quando era bambina. Nella sua vita, infatti ha sperimentato diversi tipi di arte tra cui la danza e il cinema.

Candela 2k16 è il brano da cui parte il nuovo progetto discografico di Ydalia;  è in uscita su tutte le piattaforme digitali a partire dal 22 luglio. E’ solo l’inizio: il progetto proseguirà con la realizzazione di un album di brani inediti che prevede la collaborazione di grandi firme autorali.

Era il 1999 quando la portoricana Noelia lanciò Candela.

Il singolo, utilizzato come stacchetto nella trasmissione Striscia la notizia, ha conosciuto una straordinaria popolarità in Italia nel 2001 arrivando fino alla quarta posizione della classifica dei singoli più venduti e diventando un vero e proprio tormentone estivo entrando nella Top 5 dei singoli più venduti.

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E’ il 2016: la cubana Ydalia affida a Nick Peloso la rivisitazione del singolo. Una re-edit con suoni attuali dopo i 18 anni dalla sua uscita originale. E’ un brano dalle sonorità avvolgenti, fresco, attuale e ballabile, Candela 2k16 si propone di diventare un successo e un tormentone dell’estate in versione completamente diversa grazie a Nick Peloso, che regala al singolo nuova vita, alla voce di Ydalia, e al ritmo che fa battere il cuore di chi lo ascolta anche ricordando la versione originale riportando quindi oltre ai “ricordi” anche forti emozioni.

Il buon lavoro svolto la premia, ed alcuni brani sono richiesti per fare parte della colonna sonora di “Stars Gate” un film di produzione italiana ma destinato solo al mercato internazionale. Uno di questi brani “Stars in love” diventa tema del film.

Nel 2015 è stata protagonista femminile del nuovo film di Claudio Fragasso “La grande rabbia”, film che è stato presentato al David Di Donatello“. Film che aggiungiamo è prodotto sempre da Paolucci.

Difficile davvero salvare in questo Isola dei morti viventi qualcosa e le uniche cose che ci possono venire in mente sono la sequenza, già citata, dove un morto vivente suona un liuto per un fantasma che danza o un delirante momento dove ad un morto vivente cresce spontaneamente un arto, ma sono poche cose e anche sviluppate e rese male in un contesto davvero cretino dove i fucili hanno colpi infiniti o, per risparmiare, si fa interpretare due statue a due attori!

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Signore, parla la nostra lingua?

A firmare la fotografia il Luigi Ciccarese di Aenigma e Demonia di Fulci, non al suo massimo. Gli effetti speciali e di make up invece sono buoni grazie anche alla bravura della veterana Cecille Baun, nota per i suoi lavori in Platoon e Hamburger Hill. Nel film di Mattei tra l’altro non si eccede mai in sequenze sanguinose o di sventramento, a discapito del titolo, e quindi il grosso del lavoro si è concentrato sul rendere decenti questi zombi, a volte benissimo a volte no, ma in generale dando dignità ad un prodotto miserabile.

Dispiace davvero perché credo fortemente che negli anni 80 con un altro spirito, un’altra resa tecnica, questo L’isola dei morti viventi sarebbe stato ottimo per una visione tra amici, invece davvero si capisce perché non è mai stato distribuito nel nostro paese per così tanto tempo.

Bruno Mattei qui si firma come ai tempi d’oro con il nom de plume di Vincent Dawn, e, prima di congedarsi dalla vita e dal cinema, ci regalerà un seguito di questo film, Zombi la creazione, scippando, come ai tempi di Terminator 2, il plot di Aliens scontro finale.

Ci piacerebbe parlare bene almeno di quest’ultima opera, ma la verità è che il cinema di Mattei è un morto vivente, ha ciondolato per anni dopo la fine dei generi credendo di essere ancora vivo, non capendo invece di essere solo una carogna maleodorante.

Peccato perché noi, malgrado quello che stiamo scrivendo, amiamo Mattei e siamo cresciuti coi suoi classici, a volte amandoli più dei veri classici. RIP in pace Bruno.

Andrea Lanza

L’isola dei morti viventi

Titolo originale: Island of the living dead

Regia: Bruno Mattei (Vincent Dawn)

Interpreti: Yvette Yzon, Alvin Anson, Ronald Russo, Ydalia Suarez, Miguel Franco, Jim Gaines, Thomas Wallwort

Durata: 90 min.

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Come passare male Santo Stefano guardando film

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Natale è ormai finito, oggi si assestano gli ultimi colpi bassi allo stomaco, i pranzi e le cene luculliane sono ancora all’ordine, ma ormai si parla di cibi riscaldati, avanzi di giorni fa, forse domani si lavora, che palle, ho fatto tombola zio Chiattone.

Per questo, per farvi compagnia mentre come lottatori di sumo vi ingozzate per sopravvivere meglio alla fase finale del Natale, il boss, Santo Stefano, quel giorno che per molti è il Natale bis e che ha lasciato sulla sua infamante via molti prodi giovani panciuti come figli dell’America partiti per il Vietnam, noi vi abbiamo stilato la lista dei peggiori film per passare questo Lunedì.

Io ce l'ho fatta, ma non altri giovani panciuti.

Io ce l’ho fatta, ma non altri giovani panciuti.

Quindi siamo esenti da Babbi Natale perché a Santo Stefano si fa sul serio, si accettano colpi sotto la cintola e strozzamenti di tette, basta Poltrone per due, La vita è meravigliosa, i film che devono essere visti oggi sono schifezze forse non nate brutte, ma con il Dna del brutto, come il nostro riflesso davanti allo specchio oggi.

Domani si riapriranno le palestre, inizierà il tram tram della vita quotidiana, ma per oggi Malastrana è lo specchio del nostro ego post eccessi perché a tutti piacciono i complimenti, ma la verità la dice anche il saggio Paulie di Rocky, la vita fa più schifo della merda. Amen, fratello, amen.

1- Hobgoblins – una stirpe da estirpare

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Joe Dante nel 1984 ci fa emozionare, spaventare e ridere con quel gioiellino chiamato Gremlins, ma genera, come i suoi mostriciattoli, una stirpe bastarda di cloni malconci e pulciosi. I registi che pensano che basti un Furby mosso coi fili per creare un simil gremlins sono molti, a qualcuno è andato bene, vedi i Critters, a qualcuno benino, vedi i Ghoulies, qualcun altro ha rasentato la follia, i troll fragassiani, ma nessuno ha mai raggiunto vette di sublime letame come gli Hobgoblins di Rick Sloan. I mostri di questo film neanche li provano a muovere, sono stoccafissi doppiati alla meno peggio con vocine alla ciuffetto bianco, con mani nascoste che simulano il movimento, raccapricciante nei momenti concitati di terrore. Hobgoblins è davvero una stirpe da estirpare, come dice il titolo, ci prova a buttarla sul ridere, forse parodizzando la scifi anni 50, ma è solo micidiale, come la scoreggia che ti parte quando stai per scopare finalmente e capisci che la vie e rose è sfumata, adieu l’amour e le madeleine, cazzo. Rick Sloan proverà a girare un seguito nel 2009, ma con l’idea di fare apposta una cazzata, solo che i grandi film miserabili non si creano a tavolino, e Hobgoblins 2 sarà solo brutto, non “brutto cazzo che cosa ho visto ora vi racconto”. In Italia Hobgoblins esordì in vhs e poi se ne persero le tracce, etichetta Avo film con questi Hobgoblins nel tratto di Sciotti o di un suo emulo, fighissimi, che volavano su un’astronave, cosa che mai si vide nel film. Se volete che i vostri figli vi odino a morte, fategli vedere questa cosa al posto di Gremlins.

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2- Il principe delle donne

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Cioè lo sappiamo tutti: Natale è anche Eddie Murphy con quel capolavoro che è Una poltrona per due, e, negli anni 80 e 90, il nostro Eddie è stato un grande con commedie su commedie da spanciarsi a crepapelle. Certo ci sono stati film moscissimi, come Un poliziotto a Beverly Hills 3, ma Eddie pre professore matto era uno spasso sempre e comunque. Beh quasi sempre visto che Il principe delle donne, in America Boomerang, è uno di quei film che non fa mai ridere, ti genera un vuoto esistenziale alla Brett Easton Ellis, guardi la tv e non ci credi, gang su gang una più moscia dell’altra, razzistissimo, maschilista, qualunquista, cazzo che merda. Il titolo italico nasce per accalappiare gonzi, quasi spacciandolo per un seguito del Principe cerca moglie di Landis, ma naturalmente non ci riesce. In America però nel 1992 Boomerang si piazzò bene, a noi piace solo Halle Berry che qualsiasi film faccia noi la amiamo.

Ridiamo solo noi

Ridiamo solo noi

3- Le avventure di Rocky e Bullwinkle

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Eccolo il grande De Niro vestito come uno scemo nazista in questo film dove un alce e un castoro gli rubano la scena. Fa quasi tenerezza il buon Bob, perché lui si vede qui, più che in altri film, che è stanco, lo fa solo perché deve mangiare tra uno Scorsese e l’altro, ma capisce anche lui che, dopo i froci stereotipati di Schumacher e questa cosa indecorosa, il fondo è stato bello che toccato e riemergere è impossibile. Inutile dire che Le avventure di Rocky e Bullwinkle non fa mai ridere come magari uno Space Jam, è una cosa che i bambini schifano perché fuori dal loro mondo e gli adulti non capiscono, un prodotto nato per scontentare tutti, folle nel pensiero di cavalcare l’onda di un cartone animato non trasmesso da secoli, un po’ come tentare di sbancare il botteghino con la versione live de Le avventure del Signor Bonaventura.

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4 – Mamma ho allagato la casa

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Avevamo lasciato la saga del piccolo Kevin McCallister con quei due gioiellini che sono Mamma ho perso l’aereo (Home alone) e il 2 a New York, ma forse tanti non sanno che le avventure del piccolo biondo pestifero figlio di genitori con l’alzhaimer è continuata, purtroppo, sul piccolo schermo. Kevin stavolta ha allagato la casa, in un film che fa pesare l’assenza di Macaulay Culkin (troppo grande nel 2002), Joe Pesci e tutto il cast originale. Ad interpretare il bambino è il poco noto Michael Andrew Weinberg, faccette buffe al servizio di una storia che non appassiona mai. Non che Mamma ho allagato la casa (Home alone 4) sia peggio di Mamma ho preso il morbillo (Home alone 3) o Mamma ho visto un fantasma (Home alone 5), ma almeno negli altri film si è cercato di non riportare in vita il piccolo Kevin che sarà sempre e comunque Macaulay Culkin, un po’ come cercare di dare un altro volto a Rambo o Rocky.

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5- Casper e Wendy

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Vi ricordate che caruccio che era il Casper con Christina Ricci? Tenero, a tratti pure romantico, quasi burtoniano nelle intenzioni, ma anche lui vittima dei famigerati direct to video che hanno infettato anche marchi decorosi come La famiglia Addams e Hazzard,  generando seguiti e pseudo seguiti deliranti, mal scritti e girati e soprattutto agghiaccianti nella loro pochezza. Questo seguito è pure delirante perché mette in scena uno scontro tra fantasmi e streghe con la divetta della tv Hillary Duff al suo primo ruolo importante, si fa per dire. In Italia non lo voleva nessuno questo film, tanto che sbarcò anni dopo sulle reti satellitari. Questo è il secondo seguito, il primo era Casper un fantasmagorico inizio, brutto uguale, ma con  Steve Guttenberg che almeno è simpatico.

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Casper, cazzo, non toccarmi il culo

6- In the name of the king

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Avete voglia di fantasy, di streghe, draghi, duelli in mortal tenzone, di appassionanti storie di armi e amori beh girate i tacchi e comprate il cofanetto de Il trono di spade. Uwe Boll al suo apice massimo di masochismo riesce ad avere la licenza di un videogame coi controcazzi e butta alle ortiche il budget miliardario che qualche folle gli ha dato in mano, per fare una cosa miserabile, brutta, mai appassionante, girata davvero col culo, lui che almeno a mestiere fino ad allora c’era. Nel pasticcio ci cadono Jason Statham, Claire Forlani, Ray Liotta più altri trecento volti noti del grande schermo. Sembra davvero uno scherzo di cattivo gusto e non importa che dopo Boll girerà almeno due capolavori, Rampage e Stoic, qui si è sputtanato per sempre. La cosa assurda è che lo stesso regista girerà da questa cosa altri due seguiti, brutti come la morte comunque, ma per lo meno poveri e senza pretese. In the name of the king è pure scarso in quanto a wow, figa seminuda (eppure c’era Kristanna Locken) ed effetti speciali, insomma senza giri di parole è una merda

Gruppo di attori smarriti nella selva

Gruppo di attori smarriti nella selva

7- Jackpot

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Noi ad Adriano Celentano vogliamo bene e, dopo il flop di Joan Lui, desideravamo comunque un altro delirio musical su nostro signore Gesù o almeno cazzo una commedia divertente tipo quelle dirette per lui da Castellano e Pipolo. Si era capito comunque che tirava una brutta aria nella sua carriera quando uscì Il burbero, un film che si presentava stanco e moscio in maniera inverosimile. Forse solo un film davvero bello avrebbe salvato la carriera del nostro dalla morte, ma questo film bello non arrivò mai, e Joan Lui fu l’onda che spazzò tutto. A ridosso del suo album Il re degli ignoranti, Celentano accettò di partecipare a Jackpot, diretto dallo stracazzutissimo regista di Mamba, Mario Orfini. Il disagio nel vedere una storia così banale, così intrisa del celentan pensiero peggiore, doppiata di merda, mai divertente e disarmante dopo i primi 10 minuti, per non parlare della stupidità di fondo, è cosa davvero senza paragone. Adriano nostro così si congeda dal cinema, indecorosamente invecchiato e petulante.

Christopher Lee la foto non l'ha voluta fare

Christopher Lee la foto non l’ha voluta fare

8- Nick lo scatenato

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Stallone è un mito, su questo non ci piove, anche quando ha interpreto cosine che sono diventate comunque immense grazie a lui. Eppure c’è una mosca bianca nella sua filmografia, qualcosa che non è neanche noioso come FIST o fuori dai suoi schemi come Lo specialista, no qui siamo in campo brutto forte. Stiamo parlando naturalmente di Nick lo scatenato, una commedia che non fa mai ridere come tante riportate qui, un musicarello con canzoni atroci, costumi kitsch e una patner, Dolly Pattorn alla fine della sua carriera di cavalcate, sfatta e invecchiata con solo due bocce notevoli. Sly è perso e fa male leggere il nome del mitico Bob Clark alla regia di questa cosa.

Sei Rocky e Rambo, passerà Sly anche questa

Sei Rocky e Rambo, passerà Sly anche questa

9- Un poliziotto sull’isola

Chissà cosa tiene in mano Schwarzy?

Uscì in vhs nel 1993 con il faccione di Schwarzenegger in primo piano, fotoshoppato da The Last action hero, ma, appena il film iniziava, partivano le madonne fino al cielo. La comparsata di Schwarzy era di qualche secondo, con immagini che sembravano rubate di nascosto, il protagonista era il terribile Franco Columbu, allenatore di body building e amico di Arnold nostro. Il film terribile, mal girato, uno spottone da Rete 55 o Telecapri su un’isola della Sardegna, con la presenza imbarazzante di Jo Champa che all’epoca mi aveva pure ispirato due o tre pipponi, è oltre il brutto. Fortunatamente il film circolò poco, ma era una truffa vera e proprio. Me lo ricordo rieditato tempo dopo con il faccione di Columbu più grande di quello di Schwarzy in copertina. Quando uno parla di egocentrismo.

Giura, Franco, che non mi stai riprendendo

Giura, Franco, che non mi stai riprendendo

10- Gesù un regno senza confini

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Che Santo Stefano sarebbe senza un buon cartone animato e soprattutto senza un’opera che ci racconti della storia di Gesù Cristo? Io ogni Natale mi vedo volentieri Ben Hur versione figa ovvero quello del 1959 o Il re dei re perché a me il Tecnicolor gasa, poi la grandiosità delle produzioni hollywoodiane di quegli anni non si batte. Anche Il Gesù di Zeffirelli è un classico, ma una cosa come Gesù un regno senza confini non l’avevo mai vista. Immaginate di pensare ad un cartone animato su Cristo e vi chiamate Jung Soo Yong e magari neanche siete cattolici. Gesù un regno senza confini è una produzione coreana di una palla abissale, con tipo trecento puntate animate malissimo e piena di tutta quella retorica che solo uno sceneggiatore che si è dovuto leggere il bigino del Vangelo può avere. Lo importa da noi la Mondo di Corradi Orlando, famoso per Samurai cop e tanti cartoni brutti copie di famosi brand tipo Il libro della giungla. Questo è materiale per forgiare le giovani menti di maniaci religiosi futuri con il gatto a nove code pronto a frustarvi il cazzo se passa una bella donna. Gesù in questo serial coreano fa più cose di bertoldo e ha più poteri di Superman. Dicono che chi ha visto per intera tutta la stagione ha cominciato a sanguinare sangue dagli occhi come in Paura nella città dei morti viventi di Sir Lucio Fulci.

Taglio giusto per una persona perbene

Gesù col taglio giusto per una persona perbene

E con questo, buone feste da Malastrana! Ora io vado a bermi un caffè con lo scrittore più in del pianeta Terra, Luigi Pellini, ingannando l’attesa per il pranzo. Alla prossima, se non esplodo!

Andrea Lanza

Testimone poco attendibile

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Attenzione prima di cominciare la lettura.

Per i più deboli di cuore: in questo film Shannon Tweed non si spoglia.

Non vedrete mai queste:

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Se volete sapere perchè, dopo anni di onorata carriera, questa famosa attrice del thriller scollacciato ha deciso di ritrovare una sua verginità proseguite pure la lettura.

Qualcosa dev’essere andato storto in fase realizzativa con questo Night Visitor, da noi uscito come Testimone poco attendibile in un dvd ai limiti della vhs edito dalla Avo Film.

Eh sì perchè il cast con nomi altisonanti, tra star e starlettes, non solo del cinema horror, lasciava presupporre un’opera meno superficiale, più appassionante e sicuramente realizzata almeno decentemente.

A nulla serve però avere come attori il grande Elliott Gould (da M.A.S.H. a Capricorne One fino ad American History X), il nostro Shaft preferito, Richard Roundtree, e poi il magnifico Michael J. Pollard. l’alcolizzato de I 4 dell’apocalisse di Fulci, e ancora l’Allen Garfield de La conversazione di Coppola, se poi li sprechi al pari dei peggiori caratteristi, che comunque infestano la pellicola, nè più nè meno spaesati delle vere star hollywoodiane.

Basti pensare che la performance di Elliott Gould, per dirne uno, non è migliore nè peggiore di quella di Brooke Bundy, conosciuta ai fan del cinema horror per essere la mamma di Nancy in Nightmare di Craven, e anche qui mamma, in  una recitazione catatonica e frastornata, sotto il livello di guardia.

Almeno però a Gould, impacciato detective che muove comunque simpatia qua e là nella pellicola, è andata meglio che a Allen Garfield e Michael J. Pollard, forse nelle loro peggiori interpretazioni di sempre, che si vorrebbero ironiche e che invece sono sempre tra il pecoreccio e l’indecente.

Per i più impressionabili abbiamo optato un Garfield meno imbarazzante vestito da diavolo

Per i più impressionabili abbiamo optato un Garfield meno imbarazzante vestito da diavolo

Basti pensare alle miridiadi di facce gratuite che i due fanno, alle terribili battute che si trovano a ripetere, ai momenti di imbarazzo per lo spettatore quando simulano un rapporto di coppia incestuoso tra fratelli camuffato da battibecchi alla Robinson.

E poi la tutina rossa da diavolaccio di Garfield presa da Moreno dove tutto costa meno che fa tanto Polselli ma cazzo Polselli almeno due o tre cose carine ce le ficcava dentro nei suoi film…

Davvero vedere Testimone poco attendibile ti insegna l’umiltà, ti fa capire che anche Al Pacino può essere schiacciato attorialmente dal Christian De Sica d’oltreoceano, Adam Sandler, se si muove in un campo non suo, il cinema di merda. Testimone poco attendibile è una dura lezione assestata tra il cuore e lo stomaco, tipo un uppercut di Ryu: gli attori non fanno grande un film, lo fanno anche loro, ma ci vuole un lavoro di squadra che purtroppo qui non c’è.

Colpa principe del non regista, Rupert Hitzig, produttore di cose molto più graziose come Lo squalo 3, Wolfen o il divertente L’ultima sfida con la strafigona Vanity e il grandioso Scott Glenn. La regia , siamo chiari, è qui di più limpido non ci può essere nulla, non è il suo campo, e lo si vede, senza giri di parole, da come mette in scena gli omicidi che dovrebbero essere l’humus di un’opera horror se non sei capace di buttarla in suspense.

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Cazzo ti ridi, Rupert?

Ogni tanto un’intuizione buona c’è, qualche luce sparata su scenografie non peregrine, ma poi non esiste un’idea di montaggio, di costruzione del terrore, di neanche il guizzo di buttarla sullo splatter. No solo due schizzi di sangue su un vetro come un eiaculatore precoce di Krypton, tutto qui, checcazzo, Rupert.

Si perchè poi vogliamo parlare del reparto figame? No cioè nel cast c’è Shannon Tweed, una bionda che ha reso grande il thriller/horror/erotico di Olen Ray e tutta la serie B gloriosa americana con le sue belle e sode tette, e tu cosa fai, signor Hitzing, neanche sfrutti l’idea voyeuristica del vicino spione, no tu la mostri sempre vestita e quando la uccidi riprendi le nuvole come uno svitato giovane filmaker con intenzioni. No perchè voglio dirtelo: a me della poesia di un sacchetto di plastica non importa una sega, io voglio le minne di Shannon Tweed!

Anche perchè, mi dico, sarà la censura, magari faccio finta che Testimone poco attendibile sia un film fatto per la televisione, cosa che non è, solo che poi, qualche scena dopo, assisto ad un altro brutto omicidio dove una prostituta viene uccisa e spogliata. Spogliata cazzo. Allora mi sovviene, signor Hitzing, che  tu sia un po’ come quel cretino che non ha mai scopato tutta la vita poi si trova una donna, l’unica disperata che gliela da’, con fatica pure perchè è vergine e di sani principi, senza sapere che prima si era passata tutta la città. Ecco, sarò crudele, Shannon Tweed non era vergine e le tette gliele hanno viste tutti. Scusa, Rupert, ma dovevi saperlo. Sei stato l’unico che ci ha creduto.

Shannon che sogna di essere sposata da Rupert Hitzig, produttore/regista di belle speranze

Shannon che sogna di essere sposata da Rupert Hitzig, produttore/regista di belle speranze

Testimone poco attendibile però mi ha fatto venire pure un dubbio atroce: ma un’anguria può rompere il vetro di un’auto? No cioè io mi immagino che il vetro di un’auto, e qui riemerge tutta la mia ignoranza, non sia semplice da rompere, ci dev’essere un oggetto sparato con grande velocità per creparlo, tipo i famosi sassolini in autostrada, o qualcosa di davvero pesante. Ad un certo punto il protagonista inseguito dal satanista cattivo si difende tirandogli sul parabrezza una grande anguria e gli sfonda il vetro. Ecco questa scena mi ha messo un po’ in crisi perchè non so se catalogarla come cretina o come verosimile, anche se opterei sulla prima ipotesi visto il film.

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Torniamo al nostro horror/thriller demoniaco però.

Testimone poco attendibile è figlio di Ammazzavampiri di Tom Holland che a sua volta era figlio de La finestra su cortile di Hitchcock. Stesso plot rivisitato: un ragazzo bugiardo, da qui il titolo alternativo Never cry devil che gioca con il classico “Non gridare al lupo”, spia con un cannocchiale dalla finestra una vicina sexy, solo che una sera un killer vestito da caprone la uccide. Elemento non trascurabile il killer è il professore del ragazzo e nessuno gli crede, neppure i suoi due amici.

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Ecco se Holland la butta nei vampiri e crea una storia piena di atmosfera che rilegge tra l’altro il Dracula di Stoker, Hitzing invece sceglie il verismo, il soprannaturale non fa mai capolino, ma l’orrore è il vicino di casa, il professore all’apparenza pacifico che ha dentro di sè la bestia, Satana.

Girato probabilmente da Holland il film avrebbe avuto una chance, ma bisognerebbe anche valutare quanto valida fosse la sceneggiatura di Randal Viscovich alla radice, se Hitzing l’abbia cambiata o no. Certo che così, alla luce di una realizzazione indecente, di attori poco carismatici, di personaggi che nascono e muoiono senza senso, di effetti speciali invisibili, Testimone poco attendibile è un film di rara piattezza.

Ad ampliare il tutto un dvd Avo che, come detto all’inizio, non migliora la qualità dell’opera con un doppiaggio raffazzonato e una fotografia granulosa.

Però qualcuno, almeno in America, ci deve aver creduto perchè Testimone poco attendibile è stato distribuito con il marchio MGM, mica la prima sotto label.

Qualche curiosità:

  • il film uscì in Italia come Testimone poco attendibile in dvd e, prima ancora, come Il sospiro del diavolo in vhs per la CDI. Non ho idea se il doppiaggio sia lo stesso. Esiste comunque per incasinare le cose un’altra vhs, sempre CDI, dal titolo Testimone poco attendibile con appunto il nostro film.
  • Il film fu girato a Venice in California negli stessi luoghi di Slumber party massacre.
  • Uno degli amici del protagonista si chiama Sam Loomis in onore al capolavoro di Carpenter, Halloween.

Andrea Lanza

Testimone poco attendibile

Titolo originale: Never cry devil, Night visitor

Titolo alternativo: Il sospiro del diavolo

Regia: Rupert Hitzig

Sceneggiatura: Randal Viscovich

Interpreti: Derek Rydall, Allen Garfield, Kathleen Bailey,  Rupert Hitzig, Derek Rydall, Allen Garfield,  Jovanni Brascia, Elliott Gould, Richard Roundtree, Shannon Tweed, Michael J. Pollard

Durata: 90 min.

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La collina dell’onore (Platoon Leader)

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I nostri più fedeli lettori lo sanno: noi di Malastrana vhs viviamo a Marchirolo, il paese più freddo del pianeta Terra, scenario è vero per un ipotetico sequel de La cosa, ma anche steppa rigida brulicante di orsi famelici. Per questo dopo l’Estate, per salvarci la vita, stiamo nascosti nelle nostre cantine precipitando in un vero letargo biologico che solo lo scampanellio del Natale fa sfumare, magicamente.

Quindi, eccoci qui, col nostro bel pellicciotto da vichinghi lombardi, a recensire un film che forse fa venire solo a noi l’idea di festa, Platoon leader o meglio La collina dell’onore per il nostro Bel paese.

Il mio accostamento pellicole sul Vietnam e Natale nasce probabilmente dal fatto che, fin da bambino, uno dei film che vedevo più spesso, in questo periodo, era Rambo 2. Ecco, a me l’idea di napalm il mattino fa venire una fame chimica ed è proprio in questo periodo che guardo con diffidenza vicini e amici perchè, lo ricorda anche il saggio Walter de Il grande Lebowsky “Non ci si può mai fidare dei Charlie, sono dappertutto”.

Il saggio Walter

Il saggio Walter

Non so da quale inferno ho tirato fuori Platoon leader, la vhs era ricoperta da uno strato di polvere secolare, non veniva infilata in un videoregistratore da millenni, per un secondo ho temuto esplodesse come una bomba di qualche muso giallo, ma tic tac ce l’ha fatta. Sempre sia ringraziato James Braddock perchè è un po’ grazie a lui che abbiamo (ri)visionato questo mancato capolavoro.

Tutti, anche i sassi, conoscono Chuck Norris. Cioè dovete essere stati esiliati nella terra ai confini della città delle scimmie, avere una mano bloccata da una roccia, essere nati a Silent Hill, per non aver mai sentito parlare di Chuck Norris, l’uomo baffuto che ha reso magnifica la serie B action anni 80, il Walker Texas Ranger che anche se mai l’hai visto sai cos’è, l’unico che è riuscito a battere Sonic ad una gara di corse, insomma un mito che ha anche sublimato una resa attoriale granitica, di quelle che tu produttore diresti “E’ un cagnaccio” ma è per questo che ora giri film con Gabriel Garko, cazzi tuoi.

Platoon Leader è girato da Aaron Norris, fratello di Chuck, e uomo di fiducia del nostro, ben 11 regie tra film e episodi tv di Walker, di cui 10 con il Norris del nostro cuore.

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Dopo l’esordio registico di Aaron con il fracassosissimo war movie Braddock: missing in action 3, ci si aspettava da questo Platoon leader, opera seconda, un’altra sotto rambata con battute ad effetto e molte arti marziali, visto la presenza nel cast del grandissimo Michael Dudikoff (American ninja, I cacciatori della notte).

Invece sarà il cambio di produzione, la Cannon distribuisce soltanto, ma Platoon leader gioca più in sottrazione che in accumulo cercando di raccontare una storia dai toni veristi e commoventi, un po’ come il quasi contemporaneo Platoon di Oliver Stone, fallendo si intende, ma non miseramente.

La regia di Aaron Norris non spicca come nel film precedente, l’intro di Braddock era da scorticarsi le mani poi è vero il film era quello che era ma cazzo quell’intro, qui non si tenta mai di andare oltre a livello stilistico, di un ottimo telefilm degli anni 80, ma mancano i movimenti di macchina e tutte quelle chincaglierie registiche che avevano anche i nostri peggiori Bruno Mattei quando si buttavano nell’inferno verde del Vietnam.

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Nel film purtroppo di elicotteri ce n’è solo uno spacciato per cento

Sia dato atto, non mi fraintendete, Platoon leader non è un film girato male, è un film girato come un compitino, una pellicola che cerca di non alzare troppo i toni per paura di strabordare e così facendo perde tutta la magia che le produzioni di serie B o C più becere avevano.

Il titolo poi viene cambiato in fase di distribuzione da Nam a quello che conosciamo proprio per accaparrarsi i fan del film di Stone, ma, per assurdi casi del destino, questo nuovo titolo è azzeccatisimo con la pellicola, Stone o meno.

Leggiamo infatti su wikipedia:

Un platoon leader è l’ufficiale al comando di un plotone . Questa persona è di solito un giovane ufficiale – un secondo o primo tenente o un grado equivalente“.

Appunto nell’intro del film vediamo il giovanissimo Jeffrey Knight, interpretato dal nostro Dudikoff, che arriva fresco di nomina a ufficiale, in un avamposto in Vietnam. Qui cominceranno i suoi guai perchè, malvisto da tutti, dovrà guadagnarsi sul campo la fiducia dei suoi uomini arrivando a perdere quasi un occhio in un’imboscata.

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Già le prime scene del film fanno respirare un’aria seriosa alla Apocalipse Now con il viaggio in elicottero verso la base e le poche battute scambiate da Knight/Dudikoff ad uno dei suoi uomini sotto una luce inverosimilmente rosso fuoco.

Knight: “Perchè vi chiamano il sogno?”

Soldato: “Perchè la mattina ti svegli, mangi, vai a pisciare, combatti e poi ti svegli ancora ed è tutto uguale. E’ tutto un fottuto sooooooooooooooooogno”.

L’impresa più faticosa da compiere per Knight sarà non vincere la guerra, una guerra impossibile e spietata, ma far capire a tutti i suoi uomini il valore di una squadra. Infatti come gli ricordano i suoi uomini “il vecchio tenente stava chiuso nel suo ufficio per giorni, usciva a dare gli ordini e via così, finchè non è tornato a casa”. Solo che Knight non è di quella pasta, lui la guerra la vuole sfidare viso a viso e comincia ad uscire con i suoi uomini, restando ferito e tornando ancora a combattere.

Il film non cerca di dare una visione antimilitarista del Vietnam, cerca uno sguardo distaccato, anche se è risibile la simpatia di regista e sceneggiatori per i soldati americani che si trovano quasi per caso in un inferno terribile. Ai soldati americani vanno infatti le scene madri, quelle che sfiorano il patetismo, come la morte del soldato Bacera che, trovato cadavere dai compagni per un’overdose di eroina, sarà crivellato a mitragliate post mortem perchè “ora può tornare da eroe a casa”. O ancora la lunga scena che presenta il soldato Hayes e la sua simpatia per una ragazza locale, stuprata e mutilata di un braccio e in seguito scannata perchè (forse) spia del governo USA. Una sequenza che culmina con una vendetta catardica verso il gruppo di assassini Charlie con forse uno delle pochi rallenti del film.

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Si ha però sempre la sensazione che non si sia lavorato tantissimo sullo script che è nato dalle esperienze di un vero reduce, James R. McDonough. Sulla sceneggiatura ci hanno lavorato ben 4 sceneggiatori, tra cui il terribile Rick Marx di tanti, troppi orroracci straing to video, senza purtroppo  avere la sensibilità giusta per raccontare dei veri drammi di guerra. I comportamenti dei personaggi nascono e muoiono in pochi attimi in un semplicismo imbarazzante: se faccio vedere il tipo A subito dopo a questo succederà qualcosa. Per dirlo in parole povere, in Platoon leader il processo di umanizzazione porta sempre a tragedie, fin quando i soldati stanno in ombra non gli succede nulla.

Dall’altro canto sappiamo davvero pochissimo dei nemici che affontano: sono vietcong, si muovono in gruppo e sono cattivi. Questo probabilmente perchè il film è raccontato attraverso gli occhi di un soldato americano e i tempi di Tra cielo e terra di Oliver Stone sono ancora lontani. Volendo dei viet sappiamo anche che hanno un villaggio pacifico ai piedi del’avamposto composto da donne, bambini e contadini e che diventerà l’atto vile di guerriglia nel tragico finale. Infatti i nemici, capendo di essere in difetto, arriveranno a trucidare proprio i locali, come monito per gli yankees,  mentre Dudikoff ferito in un occhio pronuncerà la frase “Non è questa la guerra, non è un ucciderci tra di noi”.

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Come detto però il film nasce già disgraziato perchè vuole essere serio e poi chiama il suo protagonista Knight come un eroe da action movie, piazza come star un attore di tanti action marziali non proprio famoso per essere espressivo, e non resce mai a fare appassionare alle vicende di questi soldati che lo script probabilmente voleva umanissimi. Questo è un raro caso di serie B con pretese ma senza avere il coraggio o la possibilità alla fine di mettere in scena con efficacia le pretese.

C’è da aggiungere che il film fu girato in Sud Africa e non nelle inflazionate Filippine e che in produzione c’era il mitico Harry Alan Towers di tanti brutti e bei Jesus Franco anni 70, ma anche dell’indecente American ninja 3, quindi non proprio un nome aureo nell’action anni 80.

Andrea Lanza

La collina dell’onore

Titolo originale: Platoon leader

Regia: Aaron Norris

Musica di George S. Clinton

Distribuito da Cannon Films

Interpreti: Michael Dudikoff, Robert F. Lyons, Michael DeLorenzo, Jesse Dabson, Daniel Demorest

Durata: 97 minuti – VHS WARNER

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Police Story – Lockdown

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Nella vita arriva, prima o poi, il momento in cui ti rendi conto di essere invecchiato. E non c’entrano i capelli bianchi, le rughe o le occhiaie di quello che non regge più le nottate alzato fino all’alba. Non c’entra nemmeno il mal di testa mattutino causato dalla baldanzosità con cui affronti le maratone horror notturne, quando invece alle dieci e mezza hai così sonno che crolleresti persino davanti a uno spogliarello di Faye Reagan. No, capisci di essere davvero invecchiato quando ti trovi di fronte a un film di Jackie Chan e l’unica cosa a cui pensi è: Jackie non si sta spaccando le ossa come faceva anni fa. È in quel momento, quando il tuo eroe d’infanzia ci va più cauto con gli stunt, che ti rendi conto di quanto lo specchio infame abbia ragione sul tuo conto. Sei vecchio.
Inutile perdere tempo a lagnarsi o a pensare come ribaltare l’ordine naturale delle cose, piuttosto si cerchi di trarre il meglio da ogni età che si riesce a vivere. Come fa il nostro buon Jackie, che probabilmente si è stancato di fracassarsi ogni santo film e tutela i suoi sessantadue anni con pellicole meno forsennate. Police Story – Lockdown è decisamente una di queste.

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Non credo di dovermi soffermare a spiegare chi sia Jackie Chan, ma se fra voi c’è qualcuno che ha vissuto su di un altro pianeta negli ultimi trent’anni è presto fatto: Chan è Dio. Molto semplice, vero? Classe 1954, attore, regista, artista marziale, stuntman, produttore, lui è tutto e può fare tutto. Con più di cento film alle spalle, il suo stile action-comedy inconfondibile è volato ben oltre i confini cinesi, conquistando il mondo e facendo scuola. Vi basti sapere questo: Jackie ha sempre eseguito da sé gli stunt dei suoi film, rompendosi più volte svariate ossa del corpo e ancora oggi porta una placca nel cranio a causa di un grave incidente occorso durante Armour of God. Se questo non vi basta per credere nella sua divinità tornate pure alle crisi di mezza età delle star hollywoodiane e tanti saluti.
Inventiva e follia sono sempre stati un marchio di fabbrica, ma il tempo passa per tutti e l’esuberante propensione a snobbare la propria incolumità è stata indubbiamente ridimensionata. Il nuovo capitolo di Police Story prosegue i toni seriosi del precedente, New Police Story, dimenticando del tutto i primi film che hanno aperto la saga, capolavori dello stile spettacolare a cui l’artista cinese ci ha abituati. Forse il problema, se di problema si può parlare, è proprio l’abitudine. Dopo film come Supercop, Armour of God, Project A o Terremoto nel Bronx, quello che ti aspetti da Jackie Chan è sempre un circo di invenzioni spericolate, ma ci si dimentica di aggiungere all’equazione l’età e la mole di incidenti subiti negli anni. Jackie non è Tom Cruise, che all’alba dei cinquanta si proclama tuttofare e inizia a viaggiare sugli aerei appeso fuori dal portellone, no, perché quello che tanti attori fanno oggi in tutta sicurezza, lui lo ha già fatto in passato. E il più delle volte senza cavi, materassi o altre cose in grado di salvargli la pelle. Tenendo presente tutto questo, Lockdown assume contorni differenti e si può valutare per quello che è: un dignitoso film d’azione, con una star conscia di ciò che può fare oggi. Tagliando i ponti con l’ispettore Kevin Chan Ka Kui dei primi quattro episodi, qui troviamo un nuovo personaggio, Zhong Wen, poliziotto dal passato dedito al lavoro più che alla famiglia, deciso a riallacciare i rapporti con la figlia. Verranno entrambi sequestrati e tenuti in ostaggio in un locale, dove il rapitore ha ordito un piano per vendicarsi di un torto subito.

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Niente voli da altezze siderali, schianti su vetrate o acrobazie armato di scala, JC interpreta sobriamente un uomo stanco e invecchiato, e non stento a credere che gli sia riuscito facile, dove persino nel combattimento sembra avere la peggio contro un ragazzo più giovane e forte. Niente commedia, quindi, spazio invece al melodramma con finale macchinoso, ritmato da un Ding Sheng, scrittore e regista, non proprio in stato di grazia. Se, come ho scritto poco sopra, Lockdown è un film dignitoso, è altrettanto vero che la narrazione altalenante non sempre tiene lo spettatore sul vivo, provocando dei cali di tensione che, in un simile plot, rischiano di inficiarne la qualità. Si nota inoltre la presenza cinese, in termini produttivi, oltre a quella di Hong Kong e questo porta a un palese risalto di alcuni elementi che non possono assolutamente essere trattati male o risultare in chiaroscuro. La polizia, infatti, è vista come portatrice di grandi valori, retta, inflessibile verso i criminali, pura nel suo far rispettare la legge e nel credo che ogni vita è preziosa. Fa sorridere, indubbiamente, ma è un difetto minimo su cui si può anche sorvolare.

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Police Story 2013, titolo originale, riparte quasi da zero e i suoi difetti, comunque presenti, non affossano la godibilità e quello che c’è di buono nella regia e nella sceneggiatura di Sheng. Nulla di originale, certo, e se cercate i fasti di un tempo potete tranquillamente pescare a piene mani nella filmografia dal 1978 al 2000, perché qui non troverete un capolavoro, ne spettacolarità o emozioni forti. Ma queste cose Jackie Chan le ha già create innumerevoli volte, per cui sono convinto gli si possa concedere, in una lunga filmografia, anche qualche lavoro che sia semplicemente un sufficiente prodotto d’intrattenimento.

Manuel Ash Leale

Police Story – Lockdown

Titolo originale: Ging Chat Goo Si (Police Story 2013)

Anno: 2013

Durata: 110 min

Regia: Ding Sheng

Scneggiatura: Ding Sheng, Alex Jia

Cast: Jackie Chan, Ye Liu, Tian Jing, Rongguang Yu

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House of Blood

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Vedere “House of blood” è un po’ tornare bambini con videocassette immonde, logore che sanno di un tempo purtroppo ormai passato. Ricordo le nottate a sedici anni da solo o con amici a vedere robe immonde come “I ragazzi del cimitero” o “Spookies” o, la spazzatura della spazzatura, filmacci sotto label come “Eureka”, “Antoniana”, cose che mai sotto tortura oggi guarderesti. Eppure allora ci si esaltava con poco, i parametri di bello e brutto erano azzerati, te ne fregavi se un regista girava un horror nel giardino di casa e lo chiamava Amazzonia, non ti sentivi preso per scemo, semplicemente accettavi anche l’inaccettabile.

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Erano gli anni che magari rubavi la videocamera di tuo padre o di tuo zio e ti cimentavi tra zoom selvaggi e succo d’amarena a credere di essere Fulci o Romero, poi magari la tua pseudo troupe non si presentava e grazie a Dio non finivi il tuo insulto al Dio del cinema. “House of blood” è quel film che da ragazzino non hai terminato, è la videocassetta che avresti potuto vedere da adolescente assetato di film, è l’incubo più nero di ogni critico che si autodefinisce esteta. E proprio per questo suo essere oltre, oltre il buon gusto, oltre la più giusta delle logiche, posizionandosi fuori dal mondo, “House of blood” è un capolavoro come non se ne vedono da anni. Cioè tutto è sbagliato, dalla scelta della videocamera, una pessima dvd cam forse, agli attori ridicoli che sono comici quando fanno i duri, ai dialoghi tremendi che vogliono unire frasi cazzute ad altre di più aulico pensiero.

HouseOfBlood_comingtogetyouPoi voi penserete “il livello di fregna sarà almeno alto”, cioè deve esserlo per forza se tutto sulla carta fa schifo perchè è un legge cosmica che muove gli equilibri dei brutti film: ad ogni scena sciatta il regista, quasi come il miglior illusionista, ci infila due scene a tette nude, e tu, comese ci fosse l’ipnorospo,  dimentichi il resto. Invece no, poche ragazze, vestitissime, e quella che interagisce col resto del cast è pure un cesso mica male che si scopre essere nientepocodimeno che la moglie di Ittenbach, il genio autore di “House of blood”. Allora, mi direte voi dove, ti sei rincoglionito, dove diavolo è il capolavoro? Ci arrivo, ci arrivo, miei cari. Per cominciare tecnicamente il film è incredibile, girato con un budget tipo le mille lire delle Elementari per un succo di frutta e la focaccina, ha però la dignità di una grossa produzione.

Olaf Ittenbach's House of Blood (2006) Chain Reaction

Ittenbach fa cose folli con quei tre soldi, muove la telecamera sopra tetti, osa persino carrellate, nobilita combattimenti tra uomini e demoni con rallenti o soggettive di proiettili perforanti. Mica male dico io ora. Poi cazzarola lo splatter è estremo e ben fatto, gli attori mutano in un batter d’occhio in demoni e, come “Dal tramonto all’alba”, il poliziesco diventa horror e giù di facce ridotte in poltiglie, di teste aperte come un melone, di operazioni ai testicoli con dovizia di particolari, di arti amputati. Chi più ne ha più ne metta. Poi, fattore di cazzata non indifferentemente divertente, è che questi mostri saltano come acrobati da circo e picchiano come karatechi. Applauso a scena aperta senza dubbio. “House of blood” è una giostra malferma, un luna park scalcinato che risulta alla fine più divertente di Gardaland. Sarebbe interessante vedere Ittenbach girare un horror con qualche soldino in più, magari ne uscirebbe un nuovo Robert Rodriguez, visto che il vecchio ormai ha perso da tempo l’estro. L’importante, sia ben chiaro,  non fare scrivere al regista, mai, una sceneggiatura. Non è proprio capace!

Andrea Lanza

House of Blood
Regia: Olaf Ittenbach
Sceneggiatura: Olaf Ittenbach, Thomas Reitmair
Interpreti: Christopher Kriesa, Martina Ittenbach, Simon Newby, Luca Maric, Mehmet Yilmaz
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Brotherhood 3: giovani demoni

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Se David Decoteau non esistesse, probabilmente dovremmo inventarlo.
David è un po’ come la scorreggia sonora e deflagrante che ti scappa quando sei lì lì per farti la ragazza dei tuoi sogni, lo zucchero buttato nella pasta per sbaglio al posto del sale, è il film atteso da vent’anni che non l’ammetti ma fa schifo.
Ecco, David nostro bello esiste per quelle strane leggi di compensazione che vogliono il male spuntare sempre quando c’è il bene, che hanno creato l’invasione delle cavallette quando ero solo in vacanza in Egitto, insomma la legge di Murphy incarnata in un uomo.

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Il genio del male

Esistono film brutti, qui ne recensiamo a milioni, ma per fortuna esistono anche i film brutti e divertenti, quelli che fanno bene al cuore perchè nulla ti rilassa di più di un film che magari è nato storto, sgarruppato, incazzato col mondo, e tu ci vedi del bello in quegli occhietti disgraziati. Questo mette in pace col Dio del cinema. Purtroppo i film di Decoteau sono brutti e neanche divertenti, sono una tortura per le palle incredibile, ma hanno anche quella strana malia che tu spinge a guardarli, come incantato davanti al suono delle sirene, perchè sono il nulla, la fine dei sensi, sempre caro mi fu quest’ermo colle quando ti lasci andare sereno verso la morte.

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A David non piacciono le tette

A David non piacciono le tette, lui scappa davanti alla passera come Reagan mentre Padre Karras impugna il crocefisso, a lui, sia chiaro, garba il chupito bevuto alla goccia con quei monellaci di Mark e Joe. David è gay ma uno di quei molesti perchè non è in pace con se’ stesso, ridotto a girare film etero in un mondo interiore che urla Like a Virgin, Paparazi e Amooore proontooo, quindi è come la Jenni di Vasco, pazzo, e a suo modo un terrorista.

I film di Decoteau sono subdoli perchè non danno mai quello che promettono. Lui disgraziatamente è rimasto ancorato al Craven di Scream, diventando, anche in questo 2016, la risposta più scellerata allo slasher anni 90.

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Purtroppo

In copertina David nostro ci mette quasi sempre una figona e dietro, quasi fosse un porno, sei o più maschi a petto nudo e arrapati. I suoi horror teen, sulla carta, sono roba per fare sgrillettare le adolescenti, ma in realtà sono horracci zozzi pieni di gente stupida che fa roba stupida in attesa della scena clou, ovvero un ragazzone che in mutande bianche fa la doccia mentre qualcuno, sempre uomo, lo guarda per i più svariati motivi che non sono mai quelli palesi.

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In Italia, fino a qualche anno fa, hanno cercato di farci piacere per forza Decoteau: non uscivano film horror decenti, ma la Mediafilm buttava a dozzine i chiappa e sangue del buon David. In più accompagnati da scritte attira gonzi come “Dalla mente perversa del genio di Decoteau” neanche fossimo davanti a Cronenberg o Lynch.

Per fortuna poi la Mediafilm ha smesso, forse fallita, forse chi se ne frega, l’importante è che nessuno più poteva cadere nella subdola trappola del genio Decoteau. Certo che il complotto che ha visto decine di film di questo regista arrivare in Italia in pompa magna, con cerimonie degne di un vero autore, ha del folle e una ragione che trova risposta solo nella massoneria o negli ufo, nell’omicidio di Kennedy e nella verginità di Brooke Shields.

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Brotherhood 3 è uno dei suoi dvd peggio distribuiti, quelli che trovi di meno tra le bancarelle del marocchino di Brignole a Genova, ma anche uno dei suoi film più esemplari in quanto a cazzimma verso il genere.

Brotherhood 3 è il terzo capitolo di una saga che conta ben sei capitoli, di cui quattro sbarcati in Italia a volte in versione deluxe due dvd. Il primo nonchè il migliore raccontava di un ragazzo che, appena arrivato in un liceo, si trova a fronteggiare la minaccia di una congrega di stregoni in mutande e patta sbarazzina. Tutti gli altri sono una variazione del tema, magari cambiando scenario, non più il liceo, o magari, come nel quinto, buttandoci una scena omo più calcata, ma la minestra resta la stessa.

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Ci sono dei geroglifici a forma di cazzo. Genio!

Colpevole di questi crimini contro l’umanità e il cinema, oltre a Decoteau, è stato lo spezino Ryan Carrassi, che all’epoca della Mediafilm era il nome più vicino al regista. Carrassi è stato l’artefice di un’odio smisurato verso i cartoni animati dell’epoca Bim bum bam, colpevole di tagliare ed edulcorare temi scabrosi o situazioni ambigue in serie come Sailor moon o Piccoli problemi di cuore. Coi film di Decoteau fa lo stesso: aggiusta i dialoghi, tagliuzza di qua e là, rendendo meno gay il tutto ma mandando dallo psicologo diversi spettatori. “Dottoressa, vedo la gente frocia!!!”.

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Oltretutto Carrassi e Decoteau, su varie riviste, tipo Horrormania, Nocturno, persino Film tv, nel 2005, avevano indetto un concorso per trovare comparse per un imminente Pool 2, il seguito di un film tedesco, stavolta girato però a quattro mani dal nostro genio americano e da un regista italiano, Tiziano Pellegris, su produzione e distribuzione Mediafilm.

The pool 2 restò un sogno, possiamo trovare su internet un brutto backstage, e sembra fosse un film frakenstein, ovvero 20 percento storia nuova di produzione italiana e 80 per cento dell’americano Vuoi sapere un segreto?, altro capolavoro distribuito da Mediafilm, con il taglia e cuci di Carrassi, a fronte di un budget di un milione a 200, a credere ad imdb. Cosa ci fosse dietro questa produzione, dal riciclo di capitali, alla versione gay del fake agent, è uno di quei misteri che forse non sapremo mai, ma che ci fanno percepire la natura arruffona di questi prodotti.

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Brotherhood 3 è il capitolo slegato di tutta la saga, come ogni buon terzo capitolo vuole dai tempi di Halloween 3, ma non per questo il migliore.

Stavolta il campo da gioco è diverso, sempre un liceo, ma siamo in ambito giochi di ruolo. Ogni Venerdì sera, il film immagina, che un gruppo di ragazzi usi la scuola come scenario per giocare una partita live ad una specie di Dungeon and dragons con i partecipanti vestiti da scemi, chi da elfi, chi da cavalieri.

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Non serve far pronunciare ad un personaggio “Sono un guerriero errante” se gli metti in testa un secchiello da sabbia! Non sei un illusionista, quello resta sempre uno scemo col secchiello in testa, al di là di cosa dica.

In questo liceo, che non è mai chiaro del perchè non abbia un custode, oltre a loro si aggira un misterioso figuro, vestito da cavaliere ma dal volto coperto, che spia i ragazzi docciarsi, poi al posto di ucciderli, si fa fare un pompino, trasformandoli in demoni, anzi giovani demoni come recita il sottotitolo.

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Al di là dei make up miserabili, dell’assenza di sangue e del fatto che gli aiutanti di questo cattivone sono vestiti come degli schiavi da film porno bondage, il film è girato quasi completamente al rallenti. Cioè una cosa incredibile, durebbe a velocità normale forse tre quarti d’ora, ma, con uno strano escamotage. David dissemina il film di gente che corre a velocità ridotta, senza un motivo logico, senza la minima suspense, senza una musica piena di tensione, senza nulla che non sia la fuga al rallentatore di questi scemi inseguiti da un ancora più lento cattivone medioevale.

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Ecco quando dicevo che i film di Decoteau sono ipnotici, questo ne è l’esempio. Tu lo guardi e speri che succeda qualcosa, ma quel qualcosa non succede, allora alla quarta scena senza ritmo, senza logica, ti lasci andare e sei perso, encefalogramma piatto, dottore non c’è più speranza, è morto.

Decoteau cerca di rendere misteriosa l’identità di questa creatura assassina, che i ragazzi non vedono mai anche se si nasconde con l’agilità di un bradipo eccitato, ma è un segreto di pulcinella che solo i più puri di cuori non hanno capito. Certo David nostro ci mette dentro deliri che fanno gridare al cielo tipo l’introduzione a cazzum degli immortali Ramses e Anubis, chiamati affettuosamente Ramsey e Any, con tanto tra l’altro di Anubis bravo, che dimentichi presto come d’altronde il film.

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Oltretutto è facile confondere questa pellicola con un’altra analoga dello stesso regista, sempre distribuita da Mediafilm come The game (ma in precedenza editata come Prison of dead da un’altra etichetta), che racconta una storia simile con però l’aggiunta di alcuni frocissimi zombi. Stessa merda, per intenderci.

Il cast è composto da non attori così come la regia è, oltre il discutibile rallenti, quanto di più imbelle possa capitare di vedere. Peccato perchè a noi di Malastrana vhs, una delle prime opere di Decoteau, Dreamaniac, era anche piaciucchiata, ma credetemi, alla soglia del 2017, con 125 film sul groppone, David nostro ha girato solo cose brutte, tra le più brutte e meno divertenti mai viste. Se leggete il suo nome su un dvd o qulacuno, per fare l’alternativo, vi dicesse “C’è questo autore che spacca” con in mano il dvd di Brotherhood 3, voi scappate più veloci che potete, nella speranza non lo stiate facendo al rallenti perchè sennò, cazzi vostri, ingoiate e vestitevi da paggetti del male.

Andrea Lanza

Brotherhood III – Giovani demoni
Titolo originale: The Brotherhood III: Young Demons
Anno: 2003
Durata: 82 min
Regia:David DeCoteau
Soggetto: David DeCoteau e Matthew Jason Walsh
Sceneggiatura: Ryan Carrassi e Matthew Jason Walsh
Interpreti: Kristopher Turner, Paul Andrich, Ellen Wieser, Julie Pedersen, Andrew Hrankowski, Landon McCormick: Matthew Epp, Carl Thiessen

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Dominator

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Exterminator era un film sfilacciato ma interessante, dove uno psicopatico Robert Ginty trucidava, nei modi più violenti, i criminali di turno, in una sorta di Il giustiziere della notte con il pedale accellerato sull’iperbole. Non era un grande film, meglio si sarebbe fatto, sulla falsariga di Bronson/Winner, per esempio con il notevole Vigilante di William Lusting, ma sia dato atto al regista James Glickenhaus di essere riuscito a girare un solido B movie dalla resa spettacolare di un film hollywoodiano. In più Exterminator è uno di quei noir action che vengono più miticizzati dai fan del genere, vuoi perchè è difficile trovare un’altra pellicola con un eroe, John Eastland, che si comporta peggio dei vari aguzzini uccidendo cani e triturando mafiosi come quarti di bue, vuoi perchè James Glickenhaus è uno che gira distrattamente, ma quando si tratta di mettere in scena una sequenza d’azione, come il lungo incipit nel Vietnam, diventa il Francis Ford Coppola del cinema popolare.

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Di Dominator, il suo seguito, invece se ne parla poco, e, quando lo si fa, i termini non sono poi così lusinghieri.

Eppure è una di quelle pellicole che esaltano il sottoscritto.

Quattro anni dopo Exterminator, in un 1984 utopico dove la violenza è all’ordine del giorno, un misterioso vigilante, bardato da una tuta ignifuga e armato di un lanciafiamme, purifica le strade della peggiore teppaglia. Qui facciamo la conoscenza di un altro John Eastland, sempre interpretato da Robert Ginty, ma totalmente agli antipodi del personaggio visto nel film precedente. Se l’Eastand di Exterminator era un personaggio poco simpatico e taciturno, questo, pur mantenendo lo stesso nome e cognome, è una sagoma, spigliato e ciarliero. In più ha una ragazza, ballerina di lap dance, che sogna di sfondare nei musical di Broadway.

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La sua vita sembra perfetta finchè non incontra Bee Gee (Frankie Faison), un ex commilitone del Vietnam, che di lavoro guida il camion della nettezza urbana. Quello che il buon Ginty non sa è che poche ore prima l’amico ha salvato un poveraccio torturato da un gruppo di teppisti e questi gli hanno giurato la morte.

Contando che i novelli guerrieri della notte conoscono del loro nemico solo il camion che guida, quando vedono Ginty tornare a casa con la fidanzata, proprio a bordo del mezzo tanto odiato, pensano di avere trovato l’autista ricercato, iniziando la rappresaglia ai due innamorati.

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Ora, se conoscete il genere, sapete che, se sei la ragazza di un personaggio di un Sotto Giustiziere della notte, devi stare zitta e non dire la frase “Da grande voglio fare la ballerina” perchè la cosa più buona che può capitarti è romperti la caviglia. Si sa che in questo genere di film, però, la cosa che capita non è mai la migliore.

La ragazza di Ginty verrà pestata a sangue, ridotta in fin di vita con la spina dorsale spezzata, all’inizio, poi in seguito, stuprata e ammazzata. Non serve altro per scatenare la vendetta. “Non posso salvarla, ma sterminare questi stronzi si”.

E così sia.

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Le scene d’azione sono vivaci, con una metropoli che sembra l’inferno, una sorta di Gotham city più violenta e senza l’appoggio di nessun Batman. Per questo, quando il misterioso vendicatore irrompe sulla scena, sputando fuoco come fosse un soldato in Vietnam, il tono è quello di uno strano cinecomix iperviolento.

Siamo in anticipo sulla città de Il giustiziere della notte 3, popolata da ladri, assassini e stupratori. La New York di Dominator è un vespaio della peggior specie di deliquenti, gente che vediamo uccidere per due spiccioli e poi, sempre per quei due spiccioli, accoltellarsi tra di loro.

Il film non si tira indietro davanti alle scene più crude come quella che vede una coppia di vecchietti uccisa a colpi di pistola, barbaramente, con i proiettili che dilaniano la carne con squarci rossi e dolorosi, tra le risate dei criminali.

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Più che esseri umani, questi teppisti, sono ratti, vivono nelle fogne e quando attaccano qualcuno hanno dell’inumano, quasi famelico, che li rende mostri da horror movie, quasi moderni cannibali metropolitani. In generale poi la città sembra davvero uscita da incubo romeriano o da un post atomico alla Castellari. Merito anche della fotografa che predilige i colori più accesi e innaturali anche nelle tante scene notturne.

Stupisce poi per il basso budget, la resa potentissima di alcune sequenze, impensabili in un film Cannon che a prima vista sembra girato al risparmio, con studi di dottori improvvisati in stanzini. Qui viene persino fatto esplodere un elicottero in una scena di grande impatto, una cosa che a livello concettuale è assurda, anche perchè viene usato un razzo segnalatore, ma è comunque wow, un momento di grande cinema popolare, stupidello ma gagliardo.

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Gli attori invece sono una roba che non ci credi. Robert Ginty se la cava, è più simpatico che nel film precedente, ma uno stoccafisso come pochi, con la sua faccia alla Nicolas Cage ultimo periodo che ha due uniche espressioni impareggiabili da tontolone. E’ comunque il migliore del cast che vanta una Deborah Geffner che dovrebbe essere la figa del film ed è una racchietta, e Frankie Faison che recita forse la peggiore performance della carriera, non riuscendo mai a dare spessore al suo personaggio, un ex reduce del Vietnam incattivito e psicolabile. Qui lo vediamo per il 70 per cento delle volte ridere e fare battutacce, il restante 30 impugnare un mitra senza motivo e morire come uno stronzo.

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Il peggiore però è senza dubbio Mario Van Peebles, figlio del grande Melvin, e qui ad inizio carriera, prima del suo Posse o del gagliardo Gunmen, in una parte importante, quella di X il villain della vicenda. Già dal look, con i capeli cotonatissimi, e dalla sua preferenza per gli abiti di pelle neri aderenti, neanche fossimo in Cruising, con quella X sul petto che dovrebbe fare paura e invece fa ridere, capisci che qualcosa non va. Van Peebles recita male, ma così male che ti commuove persino, gesticola, fa le facce, salta come un ballerino, sembra un pessimo attore in over acting sotto cocaina pesante. Il suo X ricorda per ferocia il Zed di Scuola di Polizia 2, ed è tutto dire.

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A girare stavolta non è più James Glickenhaus, ma il produttore del film precedente, Mark Buntzman, alla sua unica regia visto il disastro combinatogli dalla Cannon per questo film, che tra poco paleseremo.

Mark Buntzman gira con nerbo, abusa di rallenti come nel caso della scena di aggressione a Deborah Geffner, ma in generale è bravo, tanto che, a differenza di Glickenhaus, non rende interessanti solo le scene spettacolari, ma si sofferma sui personaggi, sul loro background, riuscendo a rendere vivaci anche quelle sequenze romantiche ti fanno spingere il fastfoward.

E’ questo il problema che ha spinto la Cannon a distruggere l’opera di Buntzman, dilaniandola e riempendola di sequenze nuove girate senza Ginty, ma soprattutto senza l’approvazione del regista. Il cut originale sembra purtroppo perduto, ma il film, stando alle parole del suo autore, era più intimista e meno fracassone.

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Sia chiaro Dominator, anche in questa versione, è gagliardo, soprattutto quando il finale sembra impazzire: la scena di stupro è di pochi secondi, quasi subliminale, in antitesi con le regole del genere, come un cancro impazzito sulla pelle, una chiusa schizzata perchè riflette la disperazione del suo personaggio. Ti lascia davvero una strana sensazione di follia, di incompiutezza, di frenesia e rabbia, ecco che, arrivato alla resa dei conti, diventi tu, spettatore, John Eastland.

Questi pregi però sono il frutto di un montaggio arbitrario, voluto dalla Cannon, che definì disastrosa la visione della pellicola ultimata. Nel film originale infatti non esisteva nessun giustiziere che bruciava i criminali, tutte le sequenze con il lanciafiamme, compreso il finale, sono interpretate da una controfigura, quando il regista aveva già mandato tutti a fanculo.

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Così anche i buchi di sceneggiatura, come i teppisti che scoprono casualmente dove abita Ginty e la sua donna, sono il risultato di scene eliminate o di sequenze spostate da un minutaggio all’altro. La famosa sequenze dell’elicottero per esempio era più lunga, con il pilota che urla tra le fiamme, e Van Peebles che incontra faccia a fiaccia Ginty puntandogli il dito contro e lanciandogli una sentenza di morte. Infatti i due si erano già visti prima, quando Bee Gee travolge con il suo camion i teppisti, non da solo come il nuovo cut, ma aiutato appunto da Ginty che affronta i vari criminali (in una foto di scena si vede l’attore tirare un copertone di un’auto a qualcuno). In seguito poi sempre il protagonista e la fidanzata, al ritorno a casa, dovranno fronteggiare la gang di Van Peebles in una scena eliminata dal nuovo montaggio. Visto così la narrazione sembra meno stupida, anche perchè nel film vulgato fa quasi ridere che questi teppisti si vendichino così a random con qualcuno principalmente mai visto e solo riconosciuto da uno dei tanti camion della nettezza urbana di New York.

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Ruolo importante poi aveva anche il night club dove lavorava la Geffner che, per via dell’esplosione dell’elicottero, veniva distrutto con i suoi bei morti e feriti. Sempre grazie alle foto di scena possiamo ricostruire la sequenza con l’attrice intenta a curare i feriti.
Il finale originale poi era molto più lungo e articolato con Ginty che sbaragliava la gang di X, aiutato anche dalla polizia (in una foto di scena un poliziotto punta un fucile contro Van Peebles inginocchiato). La resa dei conti stavolta vedeva in scena anche la sua ragazza sulla sedia a rotelle (in originale non moriva) armata di pistola. La fine del cattivone era in puro stile truce Cannon con il camion della nettezza che triturava l’infame. Non male no?

C’è da dire però che la sequenza di breakdance, terribile e lunghissima, voluta probabilmente dalla Cannon che in quel periodo avrebbe fatto uscire Breakin’ 2: Electric Boogaloo di Sam Fisterberg, è sicuramente girata da Buntzman, visto che in scena ha sia Ginty che la Geffner.

A girare le nuove sequenze è lo sceneggiatore William Sachs che in diverse interviste parla abbastanza male del regista originale dicendo che era un vero incompetente. A suo dire, quando i tecnici chiedevano a Buntzman dove posizionare la telecamera, lui rispondeva “Dove volete voi”. L’idea della maschera da saldatore è venuta a Sachs quando, nel cercare di salvare l’opera, si accorto che Ginty nel modificare il camion dell’immondizia, indossava una maschera da saldatore. Visto che Ginty se n’era andato col regista, quale migliore escamotage che girare le scene nuove, non avendo la star del film, con un nuovo attore mascherato?

Oltretutto, a conti fatti, non è mai chiaro, chi fosse il vigilante brucia stronzi, prima del finale, se Eastland o Bee Gee.

In qualsiasi caso, Dominator, chissà poi il perchè del titolo sadomaso affibbiatogli in Italia, è un film gagliardo che, qualsiasi cut vi troviate, risulta sempre una visione piacevole. Da noi è circolato solo in vhs, edizioni Multivision, con un bel doppiaggio, cosa strana ma buona.

Da recuperare.

Andrea Lanza

NOTA: Il trailer presenta scene alternative al cut vulgato che vengono dalla prima versione de regista:

Dominator
Titolo originale: Exterminator 2
Anno: 1984
Regia: Mark Buntzman (e William Sachs)
Cast: Robert Ginty, Mario Van Peebles, Deborah Geffner, Frankie Faison, Irwin Keyes
Durata: 90 min.
VHS: MULTIVISION

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Doppio spettacolo da Drive in: La dea cannibale/Il cacciatore di uomini

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Anche Jess Franco, nella sua prolifica e quasi bulimica attività di cineasta, si inserisce nel filone cannibalesco con due film “gemelli” del 1980, La dea cannibale e Il cacciatore di uomini: “gemelli” perché girati in economia, contemporaneamente, sfruttando le stesse location e con lo stesso protagonista – Al Cliver (alias Pierluigi Conti) – prassi parecchio in voga all’epoca e finalizzata al risparmio (due film al prezzo di uno). Se “El tìo” Jess ha dato il massimo negli horror erotico/onirici (Un caldo corpo di femmina, Vampyros lesbos, per citare i più famosi), nei cannibal-movie non è decisamente a suo agio, e i due film sono entrambi di qualità abbastanza scadente.

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Sarebbe troppo facile attribuire la responsabilità allo scarso budget: teniamo presente che Franco, anche con pochi mezzi, ha realizzato prodotti che possono piacere o non piacere ma sono comunque notevoli; e, nello stesso tempo, vari cannibal-movie italiani (Emanuelle e gli ultimi cannibali, Mangiati vivi!) sono stati realizzati in maniera low-budget ma con ben altro effetto. L’impressione è che a Jess Franco, in fondo, importasse poco o nulla di questo filone, ed è probabile che vi si sia inserito per motivi puramente commerciali: manca tutta l’ispirazione presente nei suoi film vampireschi ed erotici, manca l’atmosfera, e spesso i film concedono ampio spazio alla noia.

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Va detto, inoltre, che gli horror cannibaleschi sono un genere squisitamente italiano, mentre La dea cannibale e Il cacciatore di uomini hanno ben poco di italiano – solo una quota produttiva e qualche interprete. Al Cliver, attore molto conosciuto nel cinema di genere italiano (ricordiamo alcuni film di Fulci come Zombi 2, L’aldilà, Black cat), è il protagonista di entrambe le pellicole, e garantisce la consueta professionalità ma senza entusiasmo. Dimentichiamoci quindi i cannibal-movie selvaggi della pura tradizione made in Italy e affrontiamo questi due film come horror avventurosi senza pretese.

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La dea cannibale è probabilmente il peggiore fra i due, vista anche l’assoluta banalità della storia: il dottor Jeremy Taylor (Cliver), durante una spedizione in Amazzonia insieme alla famiglia, viene aggredito da una tribù di cannibali che uccidono e divorano la moglie, gli tagliano un braccio e rapiscono la bambina. Riuscito a fuggire e tornato negli Stati Uniti, il professore – ripresosi dallo shock – organizza una spedizione nella giungla per ritrovare la figlia: raggiunto il villaggio dopo varie peripezie, Taylor scopre che la ragazza ormai adulta (Sabrina Siani) non solo è diventata la sposa del capo-tribù, ma viene anche venerata dai cannibali come la loro “dea bianca”.

devil-hunter-2.png Si tratta di una co-produzione fra Spagna, Italia e Francia, in cui c’è la mano della famigerata Eurociné – responsabile di varie nefandezze cinematografiche spesso dirette proprio da Franco: la quota produttiva italiana si limita però ai due interpreti (Cliver e la Siani) e alle musiche (anonime e dimenticabili) di Roberto Pregadio, mentre il resto del cast tecnico e artistico è interamente spagnolo e tedesco (e tutto di bassa qualità). Vedere La dea cannibale richiede una sospensione dell’incredulità veramente alta, fra personaggi ridicoli, situazioni sgangherate, indios e paesaggi decisamente poco credibili. La componente gore/splatter non manca, ma è girata in maniera incredibile, e viene da chiedersi il perché di questa scelta inusuale: gli svisceramenti e i pasti a base di interiora sono inquadrati così da vicino che quasi non si capisce cosa stiamo vedendo, “ripresi in primissimo piano e in destabilizzante slow-motion, anche sonora” (Adriano Di Gaspero, Nocturno Cinema).

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 Dunque, dettagli su budella e bocche ripresi al ralenti e dilatati all’inverosimile, tanto che l’elemento macabro e disgustoso esaspera la pazienza dello spettatore. L’inizio del film contiene già in nuce le sue caratteristiche fondamentali: vediamo il lungo banchetto antropofago ai danni della moglie e il pasto (più riuscito) col braccio di Cliver, mentre ci accorgiamo subito di come siano assolutamente ridicoli i cannibali (semplici attori pitturati) e le location (qualche albero, un fiume e una radura). Ma si va ancora oltre quando entra in scena l’incredibile parata di personaggi, ai limiti del demenziale, che si aggrega alla spedizione (solo per divertimento, come scopriremo alla fine): già, perché senza curarsi della consequenzialità logica e temporale, Franco mette in scena subito dopo un Al Cliver praticamente identico a prima nonostante siano trascorsi parecchi anni – visto che la bambina si è “trasformata” ormai nell’adulta e sensuale Sabrina Siani. La spedizione, fra qualche scena di sangue, altri banchetti umani al ralenti e sgangherati rituali indigeni, prosegue nella noia quasi totale, a causa anche dei personaggi poco interessanti – persino Cliver è sottotono rispetto al solito.

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Va leggermente meglio (si fa per dire) con Il cacciatore di uomini: la trama, ancora una volta, non brilla per originalità e il film è diretto male e svogliatamente come l’altro, ma almeno la narrazione introduce un personaggio weird (lo zombi/cannibale gigante) e può contare sulla partecipazione dell’inconfondibile Werner Pochath nel ruolo caratteristico di villain psicopatico. Trattasi, anche in questo caso, di una co-produzione – in cui a Spagna, Italia e Francia si aggiunge la Germania: la partecipazione italiana è comunque scarsa, limitandosi alla presenza del solito Al Cliver come protagonista, mentre il resto del cast artistico e tecnico è per lo più spagnolo; ancora una volta c’è la mano dell’Eurociné, e si vede (non dimentichiamo infatti che sono due film realizzati insieme).

1065_LA_DEA_CANNIBALE5 Ne Il cacciatore di uomini troviamo una bella attrice bionda (Ursula Fellner) che in Amazzonia viene rapita da quattro malviventi per chiedere un riscatto: il produttore della ragazza invia sul posto un avventuriero (Cliver) per liberarla, ma sia lui che i banditi dovranno fronteggiare una minaccia comune – un gigantesco zombi cannibale di colore che abita nella foresta cacciando prede umane e di cui anche gli indigeni hanno paura. L’elemento di maggiore interesse nel film è proprio questo assurdo personaggio, in cui la fantasia di Franco sembra conoscere un guizzo di vitalità – più nelle intenzioni che nella realizzazione: il “cacciatore di uomini” del titolo si riduce infatti a un robusto nero truccato con due occhi enormi e sporgenti (molto artigianali), che avanza incespicante e ansimante proprio come un morto vivente e di cui spesso vediamo le inquadrature in soggettiva.

devil-1.jpgQuesto elemento soprannaturale (e indefinito) può sorprendere per come è inserito quasi casualmente in un cannibal-movie, ma in realtà è più franchiano di quanto sembra: come spiega Roberto Curti su Nocturno Cinema, “il gigantesco cannibale dagli occhi mostruosi è una sorta di versione colored di Morpho” – il servo forzuto e demente che ritorna più volte nella sua filmografia, fin dal Diabolico dottor Satana. Per il resto, c’è poco da salvare: il ritmo è lento, esasperante, e in mezzo ad alcune discrete sequenze horror e avventurose c’è solo il tempo di annoiarsi; gli effetti speciali sono ridotti al minimo: la testa mozzata di Pochath, un’eviscerazione, un uomo infilzato su dei pali di legno, sempre con brevi inquadrature, per non parlare delle scene di cannibalismo che – come ne La dea cannibale – si riducono a dettagli ravvicinati di poltiglia rossa. È chiaro, ancora una volta, che a Jess Franco non interessa nulla del genere: tecnicamente piattissimo, scenografie raffazzonate e rappresentazione degli indigeni al limite della parodia involontaria.

the-devil-hunter Al Cliver è ancora al di sotto delle sue possibilità espressive, surclassato palesemente da Werner Pochath – di sicuro il migliore dell’anonimo cast. Attore austriaco molto attivo in Italia e dotato di un volto spigoloso e inconfondibile, compare spesso nel ruolo di “cattivo”, perennemente tarantolato e sadico (Joko invoca Dio…e muori, La ragazza del vagone letto, Il cacciatore di squali, solo per ricordare alcuni fra i più famosi): nel Cacciatore di uomini interpreta con efficacia il suo consueto carattere (è uno dei quattro banditi), peccato solo che l’unico personaggio ben caratterizzato venga ucciso abbastanza presto.

Davide Comotti

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La dea cannibale
Titolo originale: Une fille pour les cannibales
Aka “Cannibals”, “Mondo Cannibal”, “White Cannibal Queen”
Anno: 1980
Regia: Jesús Franco
NOTA: All’uscita in Italia è stato attribuito a Julio Tabernero (regia di) e a Franco Prosperi (un film di).
Interpreti: Al Cliver, Sabrina Siani, Silvia Solar, Jérôme Foulon, Lina Romay, Shirley Knight, Anouchka, Antonio Mayans, Jesús Franco

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Il cacciatore di uomini
Titolo originale: Chasseur d’hommes
Anno: 1980
Regia: Jesus Franco
Aka “Sexo caníbal”, “Devil Hunter” e “The man hunter”.
Interpreti: Ursula Buchfellner, Al Cliver, Antonio Mayans, Antonio de Cabo, Burt Altman, Gisela Hahn, Muriel Montossé, Werner Pochath, Melo Costa, Aline Mess, Claude Boisson, Tibi Costa, Óscar Cortina, Ana Paula