Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Street fighter – sfida finale

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Sì, noi di Malastrana andiamo contro tendenza. Si capisce.
Senza disdegnare i mezzi che l’attuale tecnologia ci fornisce, la VHS rimane il nostro supporto preferito e il VCR il nostro credo.
Oltretutto abbiamo un debole per quelli che la comun gentaglia definisce ‘film di merda’.
Perchè dico ciò? Semplice, perchè “Street Fighter – Sfida Finale” è unanimamente (o quasi) bocciato come film di merda. Ma come è possibile? E’ un film adorabile!
Si sappia: la mia sarà una recensione anarchica, schietta, dettata dal cuore e dalla passione.
Ok, questo sia chiaro fin da subito: io amo Van Damme. Un amore davvero profondo… un colpo di fulmine nato in una notte di mezza estate, dopo aver visto quel “Bloodsport – Senza esclusione di colpi” che noi tutti, uomini eroici e romantici, ben conosciamo.
Grazie a lui ho praticato karate per 5 anni e ho imparato a fare la spaccata tra le sedie: il proprio idolo va emulato bene, perdio!
Tuttavia penso che il karateka di Bruxelles sia stato l’eroe di molti pischelli che, come me, negli anni ’90 si ammazzavano di film d’azione e videogames, rigorosamente VS Fighting e Beat ’em up.
Ma anche ora, dopo avere abbondantemente superato i trent’anni, la mia vita è condita di film d’azione e (retro)videogames.
E guarda caso ho un debole anche per “Street Fighter II”, il marchio dal quale il nostro bel film è stato tratto.
E’ quasi inutile dirlo, ma lo dico: nel periodo tra il ’94 e il ’97 la cartuccia di “Street Fighter II Special Champion Edition” per il mio fedele Sega Mega Drive era una specie di oracolo, un faro nelle notte verso cui fare rotta per trovare calore e conforto.
Il divertimento domestico era inesauribile e quando si usciva e si faceva una tappa in sala giochi, guarda caso buona parte delle monetine finivano ad ingrassare il cabinato del videogioco di casa Capcom.
E’ quindi possibile immaginare la felicità del sottoscritto nel leggere sulla mia rivista di videogames preferita che un tale chiamato Steven de Souza avrebbe schiaffato su celluloide quel fantastico gioco, e che nel ruolo dello spazzolone Guile c’era il mio eroe, il dio degli action movie a base di arti marziali, colui il cui nome suona mitico e virilissimo: Jean Claude Van Damme.
“Wow, ecchecazzo, sì!” Così dissi il giorno in cui la notizia mi si palesò davanti.

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E infine, il gran giorno arrivò: Varese, Cinema Arca, una sabato pomeriggio dell’Aprile 1995.
Quel giorno la sala era praticamente inondata di gente. E si parla di un vero cinema, non di quelle merde di multisala che ci sono ora, ahimè dominanti in questa triste ed infelice epoca. Ma va beh.
Che ci volete fare, erano begli anni: in quel periodo sui nostri teleschermi passavano regolarmente buzzurri del calibro di Jeff Speakman, Dolph Lundgren, Don ‘The Dragon’ Wilson, Brandon Lee… e il nostro Van Damme, ovviamente: tutti personaggi di poche parole che picchiavando sodo.
Erano amici di tutti noi.
Inoltre, nel biennio ’94 – ’95 ben tre pellicole furono tratte da videogames di successo, e guarda caso del genere VS Fighting: “Double Dragon”, con il nostro bravo Mark Dacascos e il ‘T-1000’ Robert Patrick, il qui presente “Street Fighter – Sfida Finale” e il bellissimo “Mortal Kombat”, uscito nelle sale sul finire di quell’anno ’95 (e anche qui, ricordo bene, la sala era fottutamente satura di gente).

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In “Street Fighter – Sfida Finale” non vi è una regia poderosa, una fotografia commovente… ne tantomeno una scenggiatura da strapparsi i capelli dalla testa.
No, il film è ovviamente un pretesto per dare un volto ai personaggi del famoso videogioco, con la messa in scena di un contesto di guerriglia tra il malvagio dittatore di turno con il suo seguito, e l’impavido eroe a stelle e strisce con tutti i suoi alleati. Mettiamoci poi una buona dose di botte, il solito messaggio a sfondo politico con bandiera a stelle strisce dominante sulla muscolosa spalla di Van Damme, e una sana dose di grezza ironia. Risultato: un film per tutti, per grandi e piccini.
Street Fighter – Sfida Finale” è un film se vogliamo molto semplice, che si presenta al mondo con la voglia di stupire, affascinare ed incuriosire. Una mossa intelligente e un po’ fortunata… e al botteghino ha avuto ragione: il motivo di tale successo è dovuto ovviamente al marchio “Street Fighter II”, poi certamente all’attore di punta, quel Van Damme all’epoca 34 enne e ancora grande superstar dei film d’azione, in grado di richiamare in sala un buon numero di appassionati.
Sarà poi per l’ultima interpretazione di Raoul Julia, morto poco dopo la fine delle riprese del film… insomma, tutta una somma di fattori azzeccati.

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Non aspettatevi però di vedere “Hadoken”, “Shoryuken”, o mosse speciali che sfidano la forza di gravità: no, niente di tutto questo, se non pallidi tentativi. Sotto questo aspetto aveva fatto qualcosa di più Wong Jing, dalle parti di Hong Kong, quando l’anno prima confezionò il divertente e a suo modo spettacolare “Future Cops”, pellicola goliardica e fumettosa, nella quale i più grandi divi del cinema hongkongese (attori del calibro di Andy Lau, Ekin Cheng, Jacky Cheung, Aarok Kwon, ecc… ) impersonavano i personaggi del videogame “Street Fighter II”, in una produzione così folle che solo il cinema della ex colonia britannica poteva produrre.

kylie-minogue-cammyE il cast dello “Street Fighter” firmato Steven de Souza invece? Belle scelte, altre no.
In breve, per nominare qualcuno di loro: si è detto Guile che fa Van Damme… scusate, volevo dire Van Damme che fa Guile. Ok, ci sta , perchè no. Azzeccatissimo. Zangief ok, un simpatico colosso tutto muscoli e niente cervello, dalla parte di Bison perchè crede che lui sia il buono… e per il quale lavora gratis. Ok anche per Vega, il ninja spagnolo. Gli insipidi Sagat e Dalshim sono rispettivamente uno un cotrabbandiere d’armi, l’altro uno scienziato costretto al volere di Bison allo scopo di dar vita al soldato perfetto, ovvero Blanka, sul quale mi rendo conto che è meglio stendere un velo pietoso. Forse il punto davvero più basso del film, con quella parruccaccia color arancio e il corpo pitturato di verde che affonda davvero nel ridicolo. Raul Julia è sufficientemente psicopatico nel ruolo del Generale Bison, e ci piace. I suoi deliri di onnipotenza lasciano il segno.
Tralasciando quella chiattona di Chun Li, noi maschietti allupati abbiamo apprezzato moltissimo la pop star Kyilie Minogue nel ruolo di Cammy… con quelle sue labbra, quel suo fisico e quelle sue treccine bionde…
Certo, poi vedi Ryu e Ken, i veri protagonisti del videogame, e ti chiedi “Perchè?”
Ma alla fine va bene così, sono due ragazzi dal cuore d’oro e combattono per la pace e per le cose belle, come noi giovani volevamo, e quando iniziano a picchiare gli sgherri di Sagat, beh, picchiano forte e finiamo per dire grazie a Byron Mann e Damian Chapa per avere dato il volto ai due eroi principali del videogame.

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Forse ora un film come “Street Fighter – Sfida Finale” non avrebbe senso, ma 20 anni fa lo aveva. Era il periodo giusto. Bisogna filtrarlo in una certa ottica: questa pellicola è un importante tassello dei suoi tempi. In anni cupi in cui tutto cambia e muta alla velocità della luce, il film di De Souza si erge come baluardo di un cinema cazzuto, di serie B, se così si può dire, tuttavia così ‘perfetto’ nella sua sfrontata ignoranza da riempire le sale cinematografiche e, a suo modo, divenire un successo.
A distanza di anni passati, fa nostalgia pensare al faccione di Van Damme che svettava sulle locandine che tapezzavano la città. Un Van Damme che, da lì a pochi anni, avrebbe tristemente iniziato la parabola discendente della sua carriera

Bison: “Tu mi hai reso un uomo molto felice.”
Guile: “Tra poco sarai un uomo morto.”

Così fu.

RIP Raoul Julia

Daniele “Danji Hiiragi” Bernalda

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Street Fighter – Sfida finale

Titolo originale: Street Fighter

Anno: 1994

Regia: Steven E. de Souza

Interpreti: Jean Claude Van Damme, Raul Julia, Ming-Na, Kylie Minogue, Simon Callow, Wes Studi, Andrew Bryniarski, Joe Bugner

Durata: 100 min.

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Il grande freddo: Wes Craven (Cleveland, 2 agosto 1939 – Los Angeles, 30 agosto 2015)

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Era da un po’ che non scrivevamo necrologi su questa fanzine web, ma appena svegli, caffè ancora non entrato in circolo, scopriamo che Wes Craven è morto.

Craven era uno dei migliori registi (horror) ancora in circolazione e, per chi scrive, uno dei suoi registi preferiti di sempre insieme a Lucio Fulci.

Di lui ricordiamo con piacere L’ultima casa a sinistra, uno dei rape and vengeance più brutali mai girati, l’incompreso Sotto Shock con il killer zoppo Horace Pinker, l’adolescenziale Dovevi essere morta e la sua Samantha robot sanguinaria, ma anche i cult assoluti La casa nera con i suoi cunicoli claustrofobici, Il Serpente e l’arcobaleno che riportava il mito dello zombi alle origini, ad Haiti, e naturalmente Le colline hanno gli occhi con la sua famiglia di cannibali a fronteggiare una famiglia borghese.

Senza dimenticare ovviamente il suo Nightmare e i suoi Scream, forse tra le saghe horror più famose di sempre e tra le migliori cose girate dal regista.

La filmografia di Craven era altalenante: ad un ottimo film seguiva un film meno riuscito, ma nella sua carriera era riuscito a dare una dignità formale ad ogni sua opera, anche la più brutta e incolore. Se proprio nella sua carriera aveva un mostro da nascondere quello sicuramente era l’incredibile Le colline hanno gli occhi 2, un film girato così male e talmente noioso da essere mosca bianca nella sua filmografia.

Si perché anche i più brutti figli partoriti da Craven, i suoi figli mongoloidi, i vari Vampiro a Brooklyn o Cursed, avevano comunque quel guizzo all’interno, quella bravura, quella freschezza che ogni film di Craven possedeva.

Forse per questo Wes Craven era anche il regista meno miticizzato dai fan del cinema horror, per la pulizia formale delle sue opere, per non svirgolare mai nel trash o nell’iperbole cazzona, come magari succedeva ai suoi storici colleghi, da Tobe Hooper a Dario Argento.

Da tempo malato di un cancro al cervello, all’età di 76 anni, ci lascia uno dei migliori autori di sempre, un regista che sentiva stretto il cinema horror e si rifugiava nei violini di Meryl Streep, che aveva scritto un bellissimo libro dimenticato dai più, e che avrebbe potuto sicuramente regalarci un altro capolavoro.

Peccato davvero.

Andrea Lanza

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Kung Fury

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Tante le incognite dell’estate: un mattone può colpirti alla testa, puoi innamorarti di una sirena oppure vincere il caldo facendo una rapina. Se l’ultima opzione ti riesce, ecco allora che ti vedi già spalmato su un’isola tropicale, mojito alla mano e belle ragazze – tette sode – culo scolpito nel marmo, che ti rendono meno difficile l’arsura del solleone dei Carabi pirateschi. Certo poi esistono le varianti, ovvero la prigione e il tuo compagno di cella che ti guarda birichino con la saponetta in mano, o ancora peggio di finire romanticamente crivellato dai colpi incazzosi della polizia, che non sarà quella di Miami beach, ma cazzo uccidono anche loro. Quindi magari ripieghi sulla tua ps4 e su una rapina a Gta V che sicuro non ti ucciderà realmente, ma tu a quel mare ci pensi davvero e il solleone si avvicina. Dove diavolo sono le puttanelle tropicali? La vita a volte è ingiusta.

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Ah i Caraibi!

Eppure la noiosa estate, quella dei telefilm sempre uguali, degli amici che ti dicono “Stasera spacchiamo” e ti ritrovi a 40 anni a fare le stesse cose dei tuoi 18 anni, quella dei pub che mai ti ridaranno la tua giovinezza, malgrado 15 km di corsa, malgrado la fede che non ti segna più il dito, perché cazzo, ammettilo Andrea, sei vecchio… Ecco quell’estate da depressione esistenziale può riservare qualche sorpresa, e ridarti per mezz’ora quello che Dio, il governo, la grande mietitrice con la falce ti hanno rubato: i tuoi 14 anni. Gli stessi anni che andavi alle giostre per fare colpo sulla ragazza più bella del tuo paese e ti preparavi un piano perfetto, dialoghi alla David Mamet, pugno di ferro alla Van Damme per fronteggiare i probabili teppisti sulla tua strada, e finivi miseramente sullo sfondo a fare quello che meglio ti riusciva, un cazzo. Allora tornavi, coda tra le gambe, e ti buttavi in un film ed era più bello di quelli che vedi oggi, non perché lo fosse davvero, ma perché eri tu ad avere l’entusiasmo e gli occhi del fanciullino, quello che la cecità e youporn, le rotture di cazzo e la tua ex moglie, il cinema italiano e i suoi figli indipendenti faccio un film con mille lire babbo, ti hanno portato via. E lo dice anche Kaiser Soze, se il diavolo lo porta via sono cazzi.

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Ed ecco che trovi Kung Fury, arrivato per caso su passaparola di un amico che, sguardo perso da folle, ti dice “E’ bellissimo, come i film degli anni 80”, e tu ci credi e non ci credi, vuoi perché te lo dice sputando sangue e allora pensi al panfilo, allo yatch, goobye my friend, l’ultimo viaggio non lo faremo insieme, vuoi perché tutte le volte che senti la frase, “come i film degli anni 80” non è mai vero. Anche perché siamo sinceri, i film degli anni 80 si facevano negli anni 80, tutti i tentativi nuovo millennio di resurrezione di una decade che è diventata, per citare, anzi malcitare, il Leonardo Notte di 1992, “uno stato mentale”, sono falliti miseramente. Non sono I Mercenari 2 a riportarci i nostri eroi amici dell’infanzia, non è un Tulpa a regalarci un nuovo Tenebre argentiano, non sono i Vanzina con un’ultima sfilata a riempire le sale di un Sotto il vestito dal sapore di un funerale, no, i tempi giustamente sono cambiati, anche l’approccio lo è, ma soprattutto loro, i Rambo, gli Stallone, le Renèe Simonsen, gli assassini nerovestiti, sono tutte favole che mitizzi e non vuoi davvero rivedere perché è finito purtroppo il tempo delle seghe.

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Eppure Kung Fury arriva, come uno snuff, come una visione che non ti aspettavi, la doccia gelata quando sei spaparanzato sul bordo piscina. Kung fury è il telefilm mai visto nei tuoi 14 anni, che non sarebbe mai stato prodotto probabilmente, ma che tu avresti consumato puntata dopo puntata su scalcinate vhs registrate e riregistrare. In mezz’ora ti trovi catapultato in un mondo fatto di spacconate, di calci volanti e spaccate incredibili, di donne scosciate a cavallo di dinosauri, pronto ad inserire il tuo cazzo di 200 lire nella speranza che stavolta il fottutissimo Hitler, il Kung fuher, il boss finale possa essere ucciso. E dietro di te la folla di ragazzini della spiaggia. Andrea… Andrea… Ecco, giri il cappellino al contrario. Over the top, ragazzi, over the top. E arriva lui ed è allora che capisci che in palio c’è il tuo destino, ora, in una partita da 200 lire.

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Kung Fury è un corto di mezz’ora, una follia di un regista/attore svedese, tale David F. Sandberg, che decide di chiedere la cifra minima di 200 mila euro per realizzare il suo progetto, un revival folle degli anni 80, grazie al sito Kickstarter.  Pubblica il trailer e neanche 24 ore dopo arriva alla cifra desiderata, ma non solo: nel giro di un mese raggranella ben 600 mila euro, tre volte quello richiesto. Ecco allora che, grazie ad un budget “faraonico”, Sandberg realizza il suo sogno e lo fa maledettamente bene, ingaggiando persino David Hasselhoff che gli canta una canzone, terribile come tutte le canzoni dell’ex Mitch Buchannon di Baywatch, ma a suo modo commovente.

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In Kung Fury non ci sono i film degli anni 80, non c’è lo stesso spirito, ma c’è lo sforzo di analizzare gli eccessi e i cliché di una decade cinematografica, le battute ad effetto, i personaggi sopra le righe, la follia di una tecnologia non alla portata di tutti, e quell’aria ingenua anche davanti a temi forti come il nazismo. In questo Kung Fury è perfetto nella sua esimia durata di soli 31 minuti, un minuto in più era troppo, ma tutto in questo corto funziona perché è un gioco, una macchina del tempo che ti appassiona e ti fa ridere, ti ruba il tempo di una scrollata di pisello facendoti illudere che sei tornato bambino, anche se non lo sei.

Kung Fury allora diventa il film che alle elementari raccontavi e tutti gli amichetti ti guardavano con gli occhi spalancati a dirti Wow, e non importava se il film esisteva o meno, ma era necessario il momento di quel Wow che portava la tua fantasia all’apice del suo potere. Ecco allora che potevi persino infilarci nel tuo racconto un triceratopo poliziotto al fianco di Cobra, tanto il film era vietato ai 14 e sarebbe passato molto tempo prima di finire in videoteca o in tv.

Ci sono pure io, ragazzi!

Ci sono pure io, ragazzi!

Kung Fury ha tutti gli elementi che rendono grande una spacconata diventata film: i teppisti da Giustiziere della notte 3, le macchine che volano come aerei prima che Bruce Willis le usasse come proiettili in un brutto Die hard, il suo protagonista granitico come un Dolph Lundgren dei bei tempi (lo stesso regista), un capo della polizia burbero, un nerd smanettone capace di hackerare il tempo e i proiettili come neanche I ragazzi del computer, i dinosauri, le belle donne di contorno, la pubblicità invasiva, il momento melò, lo splatter e le battute, tante, come i cazzotti.

All’inizio gli intenti sono rivelati subito quando il simbolo degli anni 80, un cabinato da sala giochi, prende vita e comincia a fare casini in città, come neanche Godzilla nei migliori Honda. Da qui è tutto è crescendo, di situazioni, persino di emozioni, assurde come essere colpito da un fulmine e morso contemporaneamente da un cobra, ma geniali, che culminano in un lungo combattimento dove il film si inchina ai videogames, i vari Mortal Kombact o Street fighter, e al loro stile. Ecco che vediamo il Kung Fury combattere con decine di nemici nazisti mentre uno sfondo animato si muove, sempre uguale, con i cattivi come platea, e se avessi un dannato joystyck ora lo useresti per menare le mani anche te.

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Poi c’è lui, il Kung Fuher, Hitler, ma non l’Hitler studiato nei libri di scuola, ma la versione action, maestro di kung fu, il nemico più odiato ora, che tu sia di destra o di sinistra, che tu sia anarchico o abbia tatuato sul culo il Mein Kampf, perché arrivato a quel punto tu sei il protagonista, e hai infilato il tuo gettone da 200 lire per vedere sanguinare quello stronzo, e lo vedrai, cazzo.

David F. Sandberg capisce in pieno cosa il pubblico si aspetta e riesce a condire la sua insalata in maniera impeccabile, con i colori saturati giusti e la geniale paraculaggine quando rende uno scontro ancora più spettacolare grazie all’escamotage dei difetti da vhs smagnetizzata. Arriva poi ad osare regalandoci persino una sigla del suo pseudotelefilm che, cazzo, sembra più vera del vero, con tanto di spiagge e delfini alla Miami Vice.

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Certo non vi ho detto di Thor, dell’aquila del Fuher, degli omaggi a Terminator, ma basta raccontare, il film lo trovate qui sotto, con i sottotitoli in italiano. Se volete farci sapere cosa ne pensate scriveteci, commentate, non abbiate paura, perché Kung Fury non è un corto, è una vera esperienza. Per il resto inserite il vostro gettone e buon divertimento.

Fight!

Andrea Lanza

POLTERGEIST – Demoniache presenze

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Certi film nascono sotto stelle folli e a dir poco bizzarre. Prendete, ad esempio, codesta pellicola: Tobe Hooper e Steven Spielberg, nella stessa pellicola? Strano, ma vero. Non penso esistano due registi più diversi rispetto a questi due. Cantore dell’America macabra, selvaggia, disturbante, popolata da assassini, torturatori. Il cinema di Hooper è malsano. Spielberg invece è il cantore di un’America saldamente borghese, se vogliamo semplificare al massimo, ma con un ben preciso codice d’onore. L’eroe non è mai un vincente, ma un uomo qualsiasi che per un discorso etico e spesso comunitario, decide di sfidare “il male”. Non è buonismo, ma una visione precisa della vita, dove l’umanità è fondamentale, come i rapporti affettivi. Entrambi fanno onestamente cinema.

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Sicché lo scontro/incontro tra questi due uomini di cinema non poteva che dar la luce a un simil capolavoro.  Decisamente più spielberghiano, che Hooperiano, ma questa questione è già stata sviluppata in numerosi altri post. Non mi va di tornarci. Alla fine chi l’abbia veramente diretto non è così importante come l’effetto che codesta opera ha sul cinema fantastico e non solo da trenta e passa anni.

Una famiglia americana come tante. Lui è un po’ pirla e lo comprendi subito: legge un libro su Reagan. Simbolo dell’America che sta rimontando sulla strada del capitale, delle sicurezze del conservatorismo, abbandonando in fretta e furia il caos devastante,furioso,l’impegno politico degli anni precedenti. New Hollywood addio. La televisione non è più solo un elettrodomestico, ma “una di famiglia”, anzi una che forma cittadini e famiglie.  Tanto che par normale, a costoro, addormentarsi con la tv accesa. E lasciarla andar liberamente anche quando ormai non ci sono più immagini.

La piccola Caroline, però, in tv ci vede i suoi amichetti. Ci parla, con il candore delle bimbe . Solo che quelle presenze, quegli amici, hanno intenzioni per nulla amichevoli.

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Il film è ben strutturato: ci presenta i protagonisti attraverso lunghe sequenze e scene di vita famigliare. Non ci presentano gente troppo buona o troppo incasinata, la bravura di Spielberg è questa: metter in scena la normalità. Che esiste e non è nemmeno una cosa brutta e cattiva. Sono la maggioranza della gente che non brilla, ma sa amare i propri cari, onesti lavoratori, gente semplice.

L’orrore si manifesta con irruenza attraverso un albero che tenta di ingoiare il figlio, e che rapisce la piccola Caroline. Da quel momento i genitori faranno di tutto per riprendersi la figliola. Aiutati da un gruppo di studiosi e da una mitica medium, indimenticabile Zelda Rubenstein. Forse questa parte centrale è quella che trovo più debole, perlomeno vista con gli occhi di  uno spettatore di oggi. Tantissimo vento nei capelli, lampi, urla, ma poco stremizi. Poco spavento. Nondimeno serve per ribadire il concetto di famiglia in pericolo e l’amore dei genitori per i figli, amore che ti porta a sfidare qualsiasi cosa.

Una famiglia che deve far i conti con la trasformazione sociale, con un’idea di capitalismo selvaggio e rampante che costruisce case sui cimiteri, fregandosene del rispetto per i morti e per la morte. Una famiglia dove c’è affetto, ma par sempre che possa spezzarsi. Poltergeist è l’ennesimo potente, solido, meraviglioso, inno al potere dei sentimenti e dell’amore, che Spielberg mette regolarmente in scena da decenni, trovano estimatori e detrattori in egual misura.

Si, forse potremmo vederlo in questo modo: una storia d’amore famigliare, nel tempo del crollo delle grandi idee collettiviste, sociali, di altri stili di vita. Poltergeist ci invita a tornare a casa e cazzo pure a difenderla, perché la nostra unica casa sono quelle persone che vivono con noi: i figli e il coniuge.

Ma ora vorrete sapere cosa rimane di una pellicola, per quanto leggendaria, dopo così tanto tempo, non è vero?

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Rimangono quegli assalti di furia “horror”: lo studioso che si strappa la faccia, gli scheletri che escono dalla fottuta piscina, fottute pareti, fottuto pavimento, il clown farabutto, il corpicino di Caroline tozzo e anche comico sospeso nell’aire prima di esser inghiottita dallo sgabuzzino, le sedie che cambiano di posizione, e sopratutto un bellissimo, meraviglioso, labrador!

Poi non possiamo sottacere dei limiti che il tempo ha posto al film. In particolare nelle scene con gli studiosi ( luci e ventilatori a palla, boh…Ma forse è solo una mia idea che siano cose superate) forse qualche lungaggine che a me piace, ma sai: nell’epoca degli eiaculatori precoci, anche il film deve esser veloce, svelto, giungere a un orgasmo sbarazzino ed effimero. Cioè, ti sto spiegando il cinema secondo Micheal Bay e Soci.

Qui invece troviamo una cosa bella e fondamentale, troppo spesso dimenticata: la sceneggiatura è il film. I personaggi la sua anima e il suo cuore. Anche quando scrivi un horror devi saper creare dei personaggi credibili, seppur legati a un genere. Facile vedendo questo film immedesimarsi nei genitori, pensare a quanto soffriremmo se qualcuno o qualcosa facesse del male ai nostri bimbi. Personaggi e storia che devono render interessanti anche i personaggi secondari. Come avveniva nel vecchio modo di intender cinema. Prima dei personaggi con la battuta fica sempre e comunque, caricature degli stereotipi di genere, prima di super eroi e supercazzole marvelliane e così via.

Io amo il vecchio modo di intendere il cinema e Poltergeist, seppure con alcuni evidenti limiti, rimane una pellicola sempre molto suggestiva e appagante.

Davide Viganò

Poltergeist – demoniache presenze

Titolo originale: Poltergeist

Anno: 1982

Regia: Tobe Hooper

Interpreti: JoBeth Williams, Craig T. Nelson, Heather O’Rourke, Beatrice Straight, Oliver Robins, Zelda Rubinstein, Michael McManus, Virginia Kiser, Martin Casella, Richard Lawson

Durata: 100 min.

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Poltergeist 2 – L’altra dimensione

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Quando Poltergeist uscì nelle sale, il quattro giugno 1982, segnò l’inizio di un successo che poco spesso si associa a film horror. Da un budget di circa dieci milioni di dollari, il film riuscì a guadagnarne più di settantaquattro, conquistando tre Saturn Award, un BAFTA e tre nomination ai premi Oscar del 1983. Un successo quasi annunciato, visto che alle spalle c’erano i nomi di Steven Spielberg, Tobe Hooper e George Lucas, con la sua ILM, successo che venne sostenuto in piccola parte anche dalla famosa “Poltergeist Curse”, la maledizione che si narra abbia ucciso più di un partecipante alle pellicole della trilogia. In questo caso, fortunatamente, niente complotti governativi, rettiliani o alieni in generale, ma solo le belle e sane demoniache presenze, quelle vecchio stile. Peccato non avere sempre un Ash Williams a portata di mano.

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Ma se in effetti qualche decesso c’è stato, liberi di credere che sia dovuto a spiriti maligni o semplicemente al caso, l’unica maledizione riscontrabile in Poltergeist 2 – L’altra dimensione sono le sciocchezze infilate a forza in una trama di per sé abbastanza funzionale, nella sua linearità. Spariti Hooper e compagnia bella, in cabina di regia troviamo Brian Gibson, regista di Tina – What’s love got to do with it e Still Crazy, mentre la squadra di sceneggiatori si mantiene con Mark Victor e Michael Grais, già all’attivo nel primo capitolo. È comunque fondamentalmente inutile fare troppi paragoni con il precedente episodio, perché inevitabilmente siamo molto lontani dalla bellezza e dalla forza di una pellicola scritta con buone idee in testa. Qui l’operazione commerciale è annusabile lontano chilometri e purtroppo lo si nota fin dall’inizio.

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Dopo le vicissitudini subite a Cuesta Verde, la famiglia Freeling si trasferisce a casa di Jess, la madre di Diane. Nonostante i problemi finanziari e l’assoluto divieto di televisori in casa, la vita sembra essere tornata alla normalità. Almeno fino a quando la medium Tangina, con un gruppo di ricercatori, scopre una caverna sotterranea sotto la vecchia casa scomparsa dei Freeling e capisce che il pericolo non è scongiurato. La sinistra figura del reverendo Kane spunta infatti dal nulla per condurre nuovamente il male nelle vite di Steve e Diane, cercando il modo di impossessarsi della piccola Carol Anne.

Ecco, una trama così, istintivamente, può ispirare sentimenti contrapposti, che vanno da “mmm” a “ho il cervello che mi cola dalle orecchie”. Mi rendo conto che una frase simile è altamente poco professionale, ma è anche altamente inutile usare paroloni per descrivere qualcosa che poteva anche non esistere e nessuno se ne sarebbe accorto. Tuttavia, è altresì vero che Poltergeist 2 non è affatto un sequel da buttare, anzi, è un film con pregi da non sottovalutare. Confusi? È più che comprensibile, visto che il film ha lo straordinario potere di suscitare piacere e nervosismo alternati in modo quasi ritmico. Parte distruggendo le fondamenta sulle quali si basava il primo capitolo, ma subito introduce un personaggio tanto stereotipato quanto interessante; sbaglia semplici reazioni umani, ma crea un antagonista favoloso; termina in un finale così noioso che quasi ti ricredi sui passatempi degli anziani alle sei della mattina, ma al contempo ti vomita davanti una scena dall’impatto notevole.

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Se in principio la casa dei Freeling sorgeva sulle spoglie di un antico cimitero, infatti, ora si scopre una caverna più profonda, colma dei cadaveri di una setta religiosa suicida. La soluzione per il ritorno dei Poltergeist è un cimitero sotto a un cimitero, una coincidenza che profuma meravigliosamente di forzatura. Elementi come questo infastidiscono la visione e spesso non è facile sorvolare: effetti speciali non sempre all’altezza, trovate ridicole più che spaventose, una morale politically correct tipica degli eighties. Tuttavia gli autori, come se consapevolmente volessero in qualche modo farsi perdonare, inseriscono pure spunti, situazioni e personaggi degni di nota: dal verme della tequila all’indiano Taylor (Will Sampson), ma soprattutto il reverendo Henry Kane, interpretato da un inquietante e maligno Julian Beck, famoso esponente dell’espressionismo astratto newyorkese. Artista poliedrico, poeta, pittore e fondatore del Living Theatre, avanguardia artistica figlia del ready-made di Marcel Duchamp, Beck non stona in una pellicola che di certo artistica non è, ma anzi ne solleva le sorti, grazie all’interpretazione perfetta di un demone fanatico, affascinante nella sua insana cantilena e nel suo sguardo sgranato e trasudante follia. Sue le scene migliori e il punto più alto del film, il confronto con Craig T. Nelson.

Poltergeist 2 – L’altra dimensione va guardato con occhio poco critico e scevro da troppi paragoni con il Poltergeist di Hooper. Semplicemente non può reggerne il confronto, sebbene cerchi di portarne avanti in modo dignitoso storia ed eredità. Se ci riesce o no è soggetto al gusto personale, ma sarebbe ingiusto non dire che qui ci sono pizzichi di buon horror che vale la pena vivere.

Manuel “Ash” Leale

Poltergeist 2 – L’altra dimensione (Poltergeist 2 – The other side)

Anno: 1986

Regia: Brian Gibson

Interpreti: Craig T. Nelson, JoBeth Williams, Heather O’Rourke, Oliver Robins, Will Sampson, Julian Beck, Zelda Rubinstein, Geraldine Fitzgerald

Durata: 91 minuti polt 1

Poltergeist 3: ci risiamo

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Poltergeist è un grande film, senza ombra di dubbio, almeno per chi scrive.
Al di là della questione sempre annosa sulla paternità del film (è di Tobe Hooper? E’ di Spielberg?), quello che si palesa davanti agli occhi è un film dell’orrore ben fatto, appagante e con momenti di puro terrore non proprio comuni, capace persino di amalgamare senza acidità lo splatter con le atmosfere tipiche della favola tedesca dei Grimm.
Da Poltergeist sono nati due sequel non all’altezza certamente, ma non così disdicevoli come sono ricordati nei secoli dei secoli.

Original Cinema Quad Poster - Movie Film Posters

Il primo è Poltergeist 2: l’altra dimensione di Brian Gibson, seguito qualche anno dopo da Poltergeist 3: ci risiamo di Gary Sherman. Dei due quello che ne esce meglio è senza dubbio quello di Gibson, soprattutto per l’introduzione di un cattivo eccezionale, il reverendo Kane, interpretato con melliflua malignità dal grandissimo Julian Beck, un viso modellato a morte non dagli effetti speciali, ma da un cancro che da lì a poco si sarebbe portato via l’attore fondatore del Living Theatre. Bisogna dire però che Poltergeist 2, a parte questo e un gargantuelico verme della tequila creato da Giger, è poca cosa. Non funziona quasi nulla in un horror tendente (troppo) alla commedia, con innesti da buddy movie tra il capofamiglia Stephen e l’indiano Taylor, che precipita fragoroso verso la pagliacciata tra effetti speciali non così speciali e questa raccapricciante idea di famiglia unita, capace di vincere insieme contro le forze del male, manco fossimo in una sceneggiata di Ciro Ippolito
Eppure, chissà perché, se lo si vede da bambini , lo si ricorda sempre come un buon horror. Salvo poi, naturalmente, rivederlo.

La famiglia vince su tutto!!!!

La famiglia vince su tutto!!!!

Magia che non si ripete con il terzo film, odiatissimo da tutti.
Non che Poltergeist 3: ci risiamo (il titolo italiano è qualcosa di incredibile) sia un grande film, anzi, ma è un film che vive uno stato di grazia di grandissime invenzioni visive e una regia sopra la media di un prodotto derivativo di cassetta.
A suo svantaggio gioca l’assenza del tema di Jerry Goldsmith e il rifiuto di partecipare da parte dei due protagonisti storici della saga, Craig T. Nelson e JoBeth Williams, i genitori della piccola eroina Carol Anne.
Il motivo di queste lacune è da attribuirsi all’assottigliamento del budget prima delle riprese, il più basso di tutta la saga, che sembra essere sceso da 40 milioni a poco più di 10. Goldsmith tra l’altro scrisse interamente le musiche, ma, visto la miseria generale, non le cedette riutilizzandole in seguito per i temi di Haunting – Presenze di Jan de Bont. Due attori invece altrove molto dotati come Tom Skerritt e Nancy Allen, colpa anche di uno script confuso, sembrano spaesati e incapaci di conferire ai loro personaggi un minimo d’empatia.
Poi naturalmente c’è la piccola Heather O’ Rourke che non è proprio un bel vedere: gonfia, dall’aspetto non propriamente sano, muove alle lacrime solo perché da lì a poco sarebbe morta, a soli 12 anni, per complicazioni di una malattia intestinale, il morbo di Crohn.

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Il resto del cast, dalla quasi esordiente Lara Flynn Boyle (in Twin Peaks si chiamerà casualmente ancora Donna) alla tenera Zelda Rubinstein, sempre nei panni della sensitiva nana Tangina Barrons, sono incolori e tendenti molte volte all’overacting più spudorato.
Tra l’altro la Rubinstein ad un certo punto, causa la morte della madre, si troverà ad abbandonare il set e lasciare la produzione nella confusione più totale con un personaggio cardine che da metà film scompare per riapparire nel finale.
Vogliamo poi parlare del villain della vicenda, il redivivo Revendo Kane rispuntato senza molto senso da Poltergeist 2, e interpretato da un caratterista non molto carismatico truccato da semplice zombi amish?
Julian Beck che cantava scheletrico “Il signore è nel suo tempio al suo saluto noi ci inchiniam” faceva la sua porca scena, ma Nathan Davis che urla all’infinito “Carol Anne!” (nome ripetuto si dice 121 volte in tutta la pellicola) riesce solo ad infastidire.
In più ci chiediamo: ma perché in Poltergeist 2 il reverendo Kane non voleva andare verso la luce, quindi l’Aldilà, in quanto, parole di Taylor l’indiano, “vuole restare sulla terra perché non sa di essere morto“, mentre nel terzo film assurgere alla luce è il suo scopo ossessivo? E’ palese comunque che la serie Nightmare on Elm street sia stata una delle influenze più evidenti di Poltergeist 3, tanto che il gioco degli specchi, sulla carta, è una riproposizione a carte cambiate dell’universo onirico di Freddy Krueger. Peccato che il nuovo Kane non abbia né il carisma né la simpatia di un Robert Englund.

Un reverendo Kane più godereccio

Un reverendo Kane più godereccio

Altro elemento di demerito poi, a parte un’antipaticissima bambina tipo pel di carota, petulante e fortunatamente abbandonata quasi subito dallo script, è l’incredibile psicologo della scuola per giovani geni frequentata dalla nostra Carol Anne, il Dottor Seaton. Questo fenomeno della medicina moderna porta tesi così assurde sui poltergeist che quasi non ci si crede: tutto quello visto nel primo film non sarebbe altro che una prova dei poteri di persuasione della piccola Carol Anne sulla gente. “Ha fatto credere ad una intera cittadina” afferma pomposo davanti a dei colleghi psicologi “che c’erano dei fantasmi”. E come diavolo c’è riuscita? E le casa risucchiata nel nulla? Poi quando, davanti ai suoi occhi, una mano scheletrica, dentro uno specchio, rompe il vetro, lui urla forsennato verso gli altri dottori: “Avete visto? C’è riuscita ancora! Ha convinto me di stare vedendo un fantasma e spinto lei, dottoressa, a rompere il vetro con la tazza che ha in mano!”. Scusa??? Ehm????? Applausi generali con tanto di elogi: “Dottore lei è un genio”. Magie della sceneggiatura.

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Dicesi bambina rompicoglioni

La pellicola, tra l’altro, non incasserà moltissimo, solo 14 milioni contro i 122 e passa del primo film e i 44 del secondo, segnando la morte della saga.

Allora cosa ci può essere di buono in un film con così tanti difetti?
Come detto all’inizio, la regia di Gary Sherman che non dimentichiamo ha diretto uno degli horror più belli e innovativi degli anni 80, Morti e sepolti. Grazie a Sherman il film vive di invenzioni così meravigliose da essere sprecate in un horror di così basso profilo.
Si lavora in Poltergeist 3 molto sui doppi, in intuizioni riprese dall’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carrol, e dal suo seguito (Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò).
Lucio Fulci inseguiva un’idea analoga nel suo Quando Alice ruppe lo specchio del 1988, un violentissimo psycho thriller dal budget miserabile, asserendo nelle varie interviste:”Se Alice rompesse lo specchio uscirebbero non solo i suoi sogni, ma anche i suoi incubi“.
Ecco, i fantasmi di Poltergeist 3 vivono dentro lo specchio, in un mondo speculare al nostro, ma freddo, glaciale perché non hanno possibilità di vedere la luce, quindi il calore di un Dio.

Non esistono i poltergeist

Non esistono i poltergeist

Non importa come e perché i poltergeist cerchino Carol Anne, ma quando arrivano è uno spettacolo visionario con riflessi che vivono una vita propria, corpi che si disgregano, doppi che si confondono con i vivi e ridono di noi, quarti di bue ghiacciati che si muovono e macchine furiose in cerca di vendetta.
Non solo gli specchi ma anche una pozzanghera diventa un pericolo soprattutto quando diventa nei suoi riflessi un tramite per l’altro mondo.
La parte del leone la fa anche lo scenario, davvero bellissimo e cronenberghiano, il John Hancock Center, un grattacielo di 100 piani (e 344 metri di altezza) che sorge nella città di Chicago (Illinois, USA). La sequenza dove vediamo la famiglia protagonista lamentarsi per il freddo (vivono all’ultimo piano) e vestirsi con sciarpe e cappelli invernali, salvo poi spogliarsi per il caldo arrivati al pian terreno, è vera. Si racconta infatti che gli abitanti del palazzo devono chiamare la portineria per sapere che tempo stia facendo in quel momento per regolarsi sul come abbigliarsi.
Se nel primo film il pericolo era la televisione e bastava alla fine fare a meno della tecnologia per sopravvivere, il terzo film non presenta alternative valide per combattere il pericolo: i fantasmi abitano dove noi viviamo, nelle nostre case, negli specchi che riflettono la nostra vanità e perché no i nostri piccoli o grandi peccati.

Una delle scene più belle dove il doppio di Lara Flynn Boyle e di Kipley Wentz, ovvero la cugina di Carol Anne e Scott il suo boy-friend Scott, si baciano e lui stacca divertito un lembo di pelle di lei, in origine, nello script, doveva essere un omaggio al primo Poltergeist con i due che si facevano a pezzi i volti mostrano degli scheletri ghignanti.
Molte idee sono rimaste tra l’altro solo nella sceneggiatura come per esempio i cani demoniaci che avrebbero dovuto incontrare i ragazzi in piscina o un demone di ghiaccio che attacca Bruce/Tom Skerritt.

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Il segreto più grande del film sta però nel veloce sciatto finale che vede Pam/Nancy Allen affrontare il reverendo Kane ed essere salvata da Tangina/Zelda Rubinstein che, sacrificandosi per i suoi amici, condurrà mano nella mano il villain verso la luce. In queste sequenze, dove spicca una bellissima decapitazione di Kane, notiamo la mancanza di Kipley Wentz e l’uso di un body double per Carol Anne, ripreso sempre di spalle. L’idea più plausibile è che la piccola Heather O’ Rourke sia morta prima delle riprese, ma in realtà leggiamo che le riprese di Poltergeist 3 finirono nel Giugno 1987 e le condizioni della piccola diva si aggravarono la notte del 31 gennaio 1988. Grazie al prezioso sito http://www.poltergeistiii.com il mistero ci viene parzialmente svelato in un susseguirsi di interviste che dicono una cosa e poi la smentiscono per i più svariati motivi. Salvo restante che la perdita di Heather fu un duro colpo per tutta la troupe, e sia Nancy Allen che Tom Skerritt non rilasciarono mai interviste sul film, il regista Gary Sherman ha sempre affermato che l’unico finale sia quello vulgato perché “girato in assenza di Heather a causa della sua dipartita”. E le date allora conosciute della fine delle riprese? Il nuovo girato sembra essere stato ultimato in fretta e furia il 14 marzo 1988, questo sì dopo la morte della piccola attrice, e sembra, dalle parole del nuovo compositore Joe Renzetti, per via agli scarsi effetti speciali del precedente girato.

Non mi ricordo molto del vecchio finale ma era di certo “insoddisfacente”, sotto lo standard qualitativo. Il reparto FX e make-up era ai minimi termini, i personaggi dovevano essere congelati, ma sembrava come se fossero appena sopravvissuti ad un’esplosione di un impianto di lavorazione di uova“.

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Altra probabile scelta di rigirarlo poteva essere la possibilità di vendere il film come PG e non come PG 13 quindi aumentando la possibilità che più pubblico lo vedesse. Sherman comunque negli anni è rimasto fedele alla sua linea, negando che ci fosse mai stato un finale diverso e spostando la fine delle riprese a dopo la morte di Heather O’ Rourke.

Dopo la morte della piccola nessuno aveva intenzione di finire il film che venne congelato, ma ad un certo punto i produttori mi hanno messo davanti alla realtà. O finisci il film Gary o lo finisce qualcun altro. E’ stato allora che ho deciso di ridurre le 17 pagine dell’epilogo in appena 3. Kipley Wentz non era presente al momento, impegnato in altri progetti, per cui feci a meno di lui, ma Poltergeist 3 non è propriamente un film che amo, porta dentro troppi ricordi dolorosi“.

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Eppure, come si vede qui sopra, però esistono le foto di scena di questo epilogo “non girato” dove è presente Kipley Wentz, il giovane Scott, e quindi non si tratta di materiale scartato. Lo stesso Wentz ha dichiarato in un’intervista:

“Ho interpretato Scott nel film. So quello che Gary ha dichiarato, ma non è vero. Ero a Los Angeles, quando hanno rigirato il finale, quindi potevano chiamarmi.Nessuno mi ha detto nulla finché non ho visto il nuovo epilogo alla première, ed è stato davvero un momento imbarazzante. Per la cronaca, avrei volentieri fatto le nuove riprese se qualcuno me l’avesse chiesto. E’ un po’ frustrante che, quasi 20 anni dopo, tutti sembrino pensare che io stato tagliato dal nuovo finale, per chissà quali ragioni. Vi posso giurare che il finale originale esisteva, anche se il film è stato bloccato per sette mesi dopo la morte di Heather. Il bello è che ho lavorato fianco a fianco con i ragazzi degli speciali effetti per rendere al massimo le mie scene finali, quelle con più effetti. Hanno preso un calco della mia testa per fare la ‘Scott congelato’ che era presente nel finale originale. Ho chiesto anche al produttore che fine avesse fatto il mio personaggio, e lui mi ha rassicurato dicendo: ‘Tornerà in Poltergeist IV’. “

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Cosa che naturalmente non si paleserà mai perché dopo Poltergeist 3 dovettero passare decenni prima di vedere il punto più basso della serie, uno scialbo remake della prima pellicola, questa sì davvero insalvabile e senza una regia degna di nota.

Sherman comunque tornerà in maniera subliminale, poco tempo dopo questo Poltergeist 3, sul tema, supervisionando la gradevole serie tv Poltergeist: The Legacy che nulla ha naturalmente a vedere con le vicissitudini della piccola Carol Anne.

C’è da dire però che, sebbene Poltergeist 3 non sia un bel film, è comunque un horror divertente, tra i più divertenti e folli scatenati seguiti che si ricordini. E’ in fondo lo spettacolo zozzo che guardavi di nascosto da bambino, le tette delle ragazze coccodè, il seguito non autorizzato prodotto da Massaccesi, lo sperma versato nel fazzoletto in attesa di momenti migliori, l’amico di 12 anni che mai più avrai.

Il tempo distrugge tutto, no?

Andrea Lanza

Poltergeist III: Ci risiamo

Anno: 1988

Regia: Gary Sherman

Interpreti: Tom Skerritt, Nancy Allen, Heather O’Rourke, Zelda Rubinstein, Lara Flynn Boyle

Durata: 90 min.

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La necrofila (Love me Deadly)

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La Necrofila (1972), non è un capolavoro misconosciuto ma un filmetto tecnicamente mediocre, recitato con l’istrionismo tipico di una telenovelas caraibica e voragini di sceneggiatura quasi in territorio Seirlingiano (inteso come il papà de Ai confini della realtà, esatto). Di contro è una perlina sozza, uno schiaffo audace alle buone maniere della perversità d’autore e forse il più genuino trattato sulla necrofilia pre-Buttgereit. Non c’è molta violenza, non ci sono secchiate di sangue e tanto meno la lascivia porno soft di certo cinemino border-line con il piede nelle staffe di più generi. In un certo modo è un ritratto toccante, discreto e sentito di una bella ragazza in fissa con i cadaveri. Punto. Lindsey Finch, (interpretata da Mary Charlotte Wilcox) ha un grosso trauma da manuale psichiatrico che la riduce a bighellonare tra vecchi cimiteri e Funeral Homes fin quando una setta segreta con gusti assai simili ai suoi non le mette gli occhi addosso e un marito (Lyle Waggoner) esasperato e sospettoso non la sgama.

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Gli amplessi orali e gli sfregamenti epifanici non mancano ma tutto è gestito mantenendo una decorosa patina anni 70 da rivista di moda, tra rolls royce e cappellini con velo, ristoranti etnici e mostre d’arte elegantone. Tutto il bric a brac da catalogo Vanity Fashion è scandito da un motivo musicale talmente vetusto da scatenare la necrofilia degli appassionati musicali di colonne sonore da archivio. Il brano composto da tale Phil Moody (che non è come Wikipedia linka il leader della pop band Cowabanga ma un dimesso e forse mai esistito compositore sinfo-jazz) si intitola come lo stesso film in originale: Love Me Deadly. Si tratta di una ballata in stile Artie Kane (Looking For Mr.Goodbar) se avete presente, dove una voce femminile pregna di solitudine e scotch di classe lagna verso il sesso maschile il gran bisogno di amore che ha. Quel deadly reiterato è facilmente ribaltabile con daddy, (il babbo), unico grande amore e ossessione d(‘)annata per la povera necrofila donna/bimba.

Il film inizia proprio con una serie di flashback giallo diarrea colerica al rallentatore e ricchi di zoom indiavolati dove vediamo il perpetrarsi innocuo del rapporto incestuosamente paposo all’origine di ogni casino narrato della piccola Lindsey. Il bel papà è divertito e forse un tantino consapevole della cotta di sua figlia e magari la disgrazia che seguirà è solo la provvidenziale e moralistica punizione di lui, vero colpevole di questa devianza letale (ma è solo una supposizione modesta di chi sta scrivendo, intendiamoci.)

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Probabilmente l’autore Jacque Lacerte, che dopo un esordio così entusiasta non sembra aver dato il via a una schiva carriera al servizio del male in pellicola o delle pubblicità Amaro Ramazzotti, non era molto fiducioso nelle proprie capacità di dialoghista (ha scritto anche la sceneggiatura, sì), ecco perché una metà del film sembra quasi un vecchio muto. I personaggi si muovono, parlano e agiscono per lunghi tratti sommersi da una colonna sonora birichina e dal sapore latineggiante. Bisogna ammettere che su un piano del linguaggio filmico è anche interessante: non è frequente veder sbrogliare ettari di trama con una specie di balletto di sguardi, abbracci e passeggi consumati nell’arco di pochi minuti in cui i personaggi muovono le labbra senza dir nulla e nel mentre si seducono, familiarizzano, si lasciano, si sposano… Peccato che Jacque si faccia prendere la mano e quello che avrebbe potuto essere un modo intelligente e umile di trasformare la necessità in virtù diviene un istrionico tentativo di attirare l’attenzione su di sé.

La povera “signorabbene” finisce per sposare un uomo assai simile fisicamente al povero padre perduto ma deve concedersi sovente una cavalcata di carne cruda per sfoderare i sorrisi da perfetta mogliettina. Questo la costringe come prima del matrimonio, a una doppia vita. Il suo reale problema però non è la pratica di una mania inaccettibile per il mondo civile di cui lei dopotutto vuole essere parte (organizzando feste chic e promettendola a destra e a manca di continuo) ma la distrazione cronica! La signora Lindsey Finch infatti è davvero un disastro di rincoglionitaggine! In più di un’occasione si lascia sgamare e seguire, dimentica sinistre lettere d’invito alla sospettosa mercé del marito; si scopa un cadavere sotto gli occhi di uno sconosciuto nascosto dietro un velo trasparente; si fa sorprendere dal tipo con cui esce, di notte, mentre vaga in città a orari inscusabili verso i suoi amici cadaveri e di giorno mentre balla con un orsacchiotto tra le braccia e due dementi treccine, sulla tomba del papà defunto.

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In parte è un po’ sfigata, per carità, ma forse è tutto un inconsapevole meccanismo di seduzione da vedova nera, forse… Non è un caso che gli uomini, invaghiti di lei finiscano per seguirla fino a trovarsi poi infallibilmente su un lettino d’acciaio con dei tubi nella giugulare, davanti agli sguardi inorriditi, disperati ed eccitati della protagonista e quelli malignamente arraposi della congrega necrofila di cui, dopo un iniziale fase di dubbio ed esitazione, Lindsey diventa parte attiva.

Ovviamente, in realtà la signora Finch è così sbadona, sfiga e puttana più che altro perché Lacerte è un pessimo sceneggiatore e risolve tutti gli inghippi della trama a spese della concentrazione della sua protagonista, ma in fondo poco importa come proceda la storia. Quello che davvero vale la riscoperta di La necrofila è il garbo e la sobrietà con cui un tema sordido oltre ogni canone venga trattato in un’epoca ancora troppo lontana per simili aperture mentali alternative. Non c’è sensazionalismo e per quanto in modo terribilmente scolastico, il film è incentrato sul tentativo genuino di restituire umanità a chi fa sesso con i morti senza giudicarlo.

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Da parte della signora Finch infatti non c’è la voglia di trattenere o esaurire una simile pazzia ma soddisfarla e tenerla segreta. Questo non la conduce a una morte orribile ma al soddisfacimento assoluto di ogni suo desiderio.

Il cuore del suo papà è ancora vivo dietro la rigida coltre cicciuta di anonimi corpi e per lei è semplicemente impossibile rinunciarvi. L’inferno però è pieno di gente che amò oltre ogni ragionevolezza e a qualsiasi costo, sembra dirci Lacerte, quindi non schifate la signora Finch, vuole solo essere felice e rassicurata, come tutti noi.

La donna, nonostante i casini mentali in cui si trova, finisce per rivestire il ruolo di una moglie (ma non di una madre) solo perché la realtà è scesa a patti con lei, restituendole un clone fisico del padre che però è troppo vivo per scatenarne la libido. Lei infatti è apparentemente frigida e non si concede. E tutti gli uomini che provano a farle cambiare idea non vanno mai molto avanti nell’approccio. Anche l’amico (interpretato dall’indimenticabile mannaro Christopher Stone de L’ululato) donnaiolo brutale finisce per desistere dopo una specie di stupro estemporaneo a inizio film. Eppure la signora Finch con i cadaveri è sessualmente scatenata, di gran fame e imprevedibile. Colpisce per esempio il bacio prolungato al pizzetto barbuto di un morto, al culmine della prima scena. Ci si aspetterebbe una rapida salita verso le labbra violacee ma lei si ferma a lungo sul punto che molte donne amanti dei vivi detesterebbero: il pelame pizzicoso.

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La congrega di necrofili-satanisti (capeggiati dal becchino spregevole interpretato dall’attore) in fondo è messa lì per dare azione (il film è più un dramma puro che un horror di genere) e ribadire che in certi termini violenti anche la necrofilia va condannata e deve morire. Però rappresenta la componente retrò più figa del film, quella che farà la gioia dei malati di horror anni 70, con orge liturgiche teneramente stroboscopiche e rallentate alla uomo da seimilionididollari.

La parte che invece incute sul serio paura è quando, nel finale, tra droghe e shock vari, la protagonista è lasciata libera di vagare nel buio della propria dimora mentale, accecata dai flash della morte di suo padre e con il vecchio orsacchiotto sottobraccio, custode esoterico del segreto incestuoso, assassino e mortifero della donna/bimba. Lei cammina languida verso l’alcova nuziale mentre la colonna sonora smette di essere fracassona e melensa e fa il suo porco lavoro d’atmosfera riducendosi quasi al silenzio, se escludiamo i rimbrotti vaghi di un carillion in lontananza; ma funziona e rende le immagini ancora più sinistre. Avvertiamo, oltre l’inquietudine, un senso di pietà e immaginiamo quanto quei piedi femminili, una volta tanto, si stringano intorno a due fette maschili ancora più fredde e inerti.

Francesco Ceccamea

La necrofila

Titolo originale: Love me deadly

Anno: 1972

Regia: Jacques Lacerte

Interpreti: Mary Charlotte Wilcox, Lyle Waggoner, Christopher Stone, Timothy Scott, Michael Pardue, Dassa Cates, Terri Anne Duvalis, Louis Joeffred

Noto anche come “Amami mortalmente” o “La regina del male” (aka “Queen of evil”). 

Durata: 90 min.

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«Forse non ero tagliata per fare l’attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell’ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida»

(Laura Antonelli)

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Dedicato a Laura Antonelli, nome d’arte di Laura Antonaz (Pola, 28 novembre 1941 – Ladispoli, 22 giugno 2015)

“Malizia” fu un classico della commedia erotica sexy del 1973, Laura Antonelli era una superstar e un simbolo del sesso. 18 anni dopo, il sequel “Malizia 2000”, uccise la sua carriera.

 Ignazio/Turi Ferro e Angela/Laura Antonelli (l’ex cameriera), ora sposati da quasi 20 anni, hanno perso la scintilla nella loro vita amorosa. Ignazio sta sbavando per la sua assistente del negozio, mentre Angela è profondamente annoiata a casa. Tutto questo cambia quando un archeologo(Roberto Alpi) arriva per condurre degli scavi nelle grotte sotto alla villa. Egli porta con sé il suo figlio di quindici anni, Jimmy, che viene immediatamente colpito dalla bellezza matura di Angela. Ma Angela gli rende cristallino che non è certamente la donna giusta per lui. Il ragazzo in età puberale non vuole però semplicemente seppellire così facilmente la sua cotta. Deviato e timido allo stesso tempo, egli escogita con Angela un gioco sinistro che include anche il ferimento fisico del padre. Quando Angela realizza le sue intenzioni, ella decide di stare al gioco.

Che inutile sequel. Come tale, esso deve sopportare il confronto diretto con “Malizia”, ​​ed è una delusione sotto ogni aspetto possibile. Questo distrugge la visione generale del film, e anche un paio di scene che si potrebbero salvare. I commenti sociali con le rispettive considerazioni socio-economiche -presenti nel primo film- sono del tutto andati. La conturbante tensione sessuale del 1973, ridotta al minimo.

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Le immagini impaginate dalla bella fotografia, non esistono più, “Malizia 2000”, non possiede nulla della profondità del modello a cui si rifà. Questo è davvero scioccante in quanto tutto il cast e la troupe è (più o meno) furono gli stessi di “Malizia”, tra cui ovviamente il regista e sceneggiatore Salvatore Samperi, che ebbe anch’egli la carriera cinematografica distrutta da questo film. E’ d’altronde, è stata anche sempre ineliminabile la sensazione che probabilmente nessuno nel reparto artistico e creativo, avrebbe voluto davvero fare questo sequel.

“Malizia 2000”, offre poi una storia noiosa, dai troppo superficiali e semplificati elementi, oltretutto messa insieme senza alcun effetto raggiunto, o profondità. Il ragazzo protagonista, “Jimmy”, è puramente così mal tratteggiato che è quasi ridicolo. Per trascinare il suo gioco delle lettere d’amore con Angela, crea trappole sorprendenti che finiranno col ferimento del padre – nel corso del film il ragazzo perderà un lobo dell’orecchio, un indice, e si farà una cicatrice aperta nel volto, perché Jimmy mette una lama in più nel suo rasoio, e io proprio non capisco – questo dovrebbe essere divertente (?)-, o un qualche tentativo di commedia nera? Forse il vecchio “Malizia” aveva necessità di tali accenti da dark comedy che non c’entravano niente, per creare tensione? E che cosa vorrebbe comunque dirci Samperi, un qualche commento sul ruolo delle donne mature, come vedono se stesse, come possono o dovrebbero essere viste? Piuttosto inutile, in una sceneggiatura scritta male, senza rimpianti di sorta che sarebbe potuta essere migliore. E senza neanche avere l’intenzione di discutere i molti buchi nella trama e le altre sciocchezze che circondano quella grotta al centro dello script … 
Parlando degli attori, a salvarsi è ovviamente il buon vecchio Turi Ferro, che ha sempre avuto la mia simpatia, anche se qui è in gran parte sottoutilizzato, soltanto come attore comico a buon mercato. Luca “Jimmy” Ceccarelli – basterebbe andare in internet a cercare alcune (inesistenti) informazioni sulla sua filmografia- non merita commenti. Venne probabilmente lanciato solo perché poteva mescolare nei dialoghi alcune espressioni in inglese, ma è assolutamente patetico. E poi arriviamo a Laura Antonelli, cui questo film è stato un po’ additato da sempre come l’origine e la causa di tutte le sue successive disgrazie. 49 anni durante le riprese, una donna sempre molto attraente, con il corpo perfetto di una ginnasta per tutta la vita (c’è anche un breve momento in cui mostra ancora i seni). Ma che non è più in grado di fornire ciò che la sceneggiatura vorrebbe proporre.

vlcsnap2012091817h52m07Gli occhi tristi, la pelle pallida, le rughe profonde in alcuni primi piani, ella sembra già trasportare pesi indicibili. Come in realtà era, non essendo qui effetto di un’interpretazione d’attrice. Gli eventi prima, durante e dopo le riprese di questo film sono stati per lei davvero infami, ma questa rece non è il luogo in cui riparlarne e ripeterli. Diciamo solo che fa terribilmente male vedere la Antonelli così ridotta.
Nel complesso, “Malizia 2000”, non riuscì minimamente a ricreare la formula “magica” di “Malizia”. Il flop economico oltre che di accoglienza critica, fu totale e senza appelli. La “magia” oltre che un certo tipo di pubblico, di cinema italiano di genere erotico-soft, di pruderie ancora consistente che lo resero possibile e dal così enorme successo, erano sparite definitivamente. E per Laura Antonelli calò il sipario per sempre.

“Malizia 2000” uscì in una vhs degli “Scudi” Warner, che lo distribuì anche nei cinema del 1991, avendo avuto i diritti di sfruttamento dalla Clemi Cinematografica di Silvio e Anna Maria Clementelli.

Napoleone Wilson

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Anno: 1991

Regia: Salvatore Samperi

Interpreti: Laura Antonelli, Turi Ferro, Roberto Alpi, Luca Ceccarelli, Barbara Scoppa, Miko Magistro, Marcello Arnone, Josephine Scandi

Durata: 90 min.

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MALIZIA

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Come avvoltoi, noi recensori, arriviamo a rimembrar le umane gesta delle stelle defunte. In codesta pellicola poi dovremmo rammentare di rammentare un bel po’ di gente. Da Salvatore Samperi, a Turi Ferro, passando per Alessandro Momo e finendo con Laura Antonelli.  I divi del cinema sono tutti giovani e belli, per sempre. La loro bellezza brilla e riflette sulle nostre vite da provinciali, alla periferia di Mediaset. Con quell’erotismo casalingo, bambole gonfiabili di carne, roba da consumare in fretta, roba alla Drive In. Chissà che l’italiano medio abbia mai compreso la differenza fra Erotismo e pornografia. Chissà se gli fosse mai interessato veramente qualcosa, sarebbe da indagare.

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Potremmo dire che il cinema abbia effettivamente aiutato a liberare da frustrazioni, repressioni, bigottismi pleonastici, il popolo italico. Pensandola così, ecco, Laura Antonelli è stata una rivoluzionaria. L’unica rivoluzione possibile, perché alla fine ne giova anche la borghesia, che si vede autorizzata a sospirar indecenze e poi tornare all’ovile e alla normalità.

Eppure Malizia è una pellicola che tanto ha dato e contribuito all’immaginario erotico italico, alla liberazione di libido, seppure con un linguaggio ora di una certa raffinatezza tecnica, ora molto sodo e diretto, seppure ormai datatissimo e legato a quel periodo. Ora è un film all’acqua di rose, ma per questo ancor più godibile. Perché ci sforziamo di comprendere il legame tra i personaggi, quella naturalezza tra Laura Antonelli e il bravo Alessandro Momo. In bilico tra primi vagiti della nascita nefasta della commedia scollacciata, e una sottilissima impalpabile malinconia adolescenziale. L’età d’oro della scoperta del Femminile, dell’altra, delle pulsioni erotiche, del sesso .

20150622_100811_malizia5Ma il film è anche un acido attacco alla famiglia di stampo conservatore borghese, con questa donna contesa da padre e figli, ritratto al vetriolo di una certa efficacia. Peccato che di tutto questo oggi sia rimasto solo un inno sempre più fiacco e logoro a presunte libertà individuali, che di fatto manifestano una incapacità di relazionarsi con gli altri. Trombare e amare di più, sopratutto amare di più. Ecco cosa si dovrebbe fare.

Però se pensiamo a quel periodo, ecco: era giusto. Lotta di classe e generazionale passata attraverso le pulsioni erotiche, un discorso ridondante e naif al massimo, come tutta l’opera di codesto regista. Di cui rammentiamo la visione di Nene, Un anguilla da trecento milioni, scandalo, pellicole comunque degne di nota.

Insomma seppure invecchiato e datato, seppure della brillante luce della libertà sessuale si è passato al neon a luci intermittenti della solitudine dei single in cerca perenne di divertimento, io mi sento di dire che codesta pellicola sia da vedere. Sempre e comunque. Perché vi è tutto un pezzo di storia italica da non scordare e per via di Laura Antonelli. Sensuale ma non volgare, femminile, forse l’ultima volta che una donna seduce essendo e rimanendo donna, non un semplice corpo nudo sotto la doccia.

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Tutti noi sappiamo della triste fine di Laura Antonelli. Vittima dello star system e non solo, non mi pare il caso di andar oltre.

Ricordiamola così, in questo film.

Davide Viganò

http://www.youtube.com/watch?v=QfA7KtEkaIE  Malizia Anno: 1973 Regia: Salvatore Samperi Interpreti: Laura Antonelli, Turi Ferro, Alessandro Momo, Tina Aumont, Pino Caruso, Angela Luce Durata: 100 min. image.axd Malizia malizia_laura_antonelli_salvatore_samperi_010_jpg_xhrs

I mostruosi seguiti direct to video: Sex crimes: tette, culi e belle lesbiche

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Inizia tutto con un bel paio di tette a Blue Bay, Florida

I seguiti video dei film di successo sono una vera incognita. Non ci si capacita perché da un film di un certo culto deve nascere una mezza schifezza con attori cani e budget ai limiti dell’accettabile. Certo, si sa, i seguiti, anche quelli ufficialmente usciti al cinema, non hanno mai peccato in eccessiva bellezza. Se si tolgono dai giochi quei pochi esempi che fanno comunque eccezione, i vari Aliens, Terminator 2 Il giorno del giudizio, Die hard 3, Mad max Interceptor 2, Arma letale 2, film eccellenti con o senza il numero 1 di fianco, il resto sono purtroppo solo copie sbiadite degli originali. Ma i seguiti per il mercato home video sono un’altra roba, un diverso terreno da gioco, per dirla alla Tarantino, perché fingono d’essere ancora cinema senza esserlo davvero. Li riconosci perché non escono nelle sale, passano al massimo in seconda serata su Italia uno, sono i seguiti fuori tempo massimo di successini dell’epoca, i film che non hanno davvero mai sbancato ma che posseggono comunque un buon passaparola, un progetto che tu, produttore che guardi solo al vile denaro, non sovvenzioneresti mai per milioni, ma per qualche centinaio di dollari sì. Ecco allora che nel 1998 esce il (bel) film di Joel schumacher 8 mm e dopo ben 7 anni, nel 2005, un seguito brutto come la morte, 8mm 2 – Inferno di velluto, che nulla ha a che vedere naturalmente con il primo capitolo. Per farvi capire: in 8mm 2 siamo più dalle parti di un brutto porno soft girato da Joe D’Amato. E gli snuff? Gli omicidi? E Nicolas Cage? Non pervenuti a questo giro. Ma non solo, di esempi ne siamo pieni, dai seguiti scamuffi di Cruel intentions di Roger Kumble a quelli del Vampires di John Carpenter, alla saga dei Tremors e a quella di Dal tramonto all’alba, tutti sequel che non hanno mai beneficiato di un’uscita al cinema, prodotti della qualità appena maggiore di un pilot per la televisione, il corrispettivo di un mockbuster dell’Asylum con il beneplacito però degli autori degli originali.

Cioè, cazzo, fammi capire esiste anche un 2 del nostro film?

Cioè, cazzo, fammi capire esiste anche un 2 del nostro film?

Noi di Malastrana vhs abbiamo voluto addentrarci in questo inesplorato mondo, un po’ per cercare di trovare qualcosa di buono in prodotti nati per essere presto dimenticati, un po’ per fare luce su quali siano i finti sequel ai quali stare davvero alla larga. Perché non dimentichiamolo, molte volte si trova del buono anche rimescolando la merda, soprattutto se hai cacato diamanti.

Iniziamo quindi oggi il nostro viaggio con Sex crimes e proseguiremo di volta in volta a proporvi nuove forme di dolore cinefilo, neanche fossimo cenobiti barkeriani.

Succhiami la fava, John Carpenter!

Succhiami la fava, John Carpenter!

Sex crimes è stato tutto sommato un buon prodotto: girato da un John McNaughton ancora alla ricerca di una dimensione (mai trovata) dopo Henry pioggia di sangue, si ricorda per una sequela di colpi di scena uno più assurdo dell’altro, per una scena di sesso a tre tra una bellissima Denise Richards, una non ancora inchiattita Neve Campbell e un impacciato Matt Dillon, e naturalmente per le paludi infestate dai coccodrilli a due passi dal mare tropicale. Il titolo originale era Wild things, cose selvagge, i nostri distributori italiani, oltre a calcare la mano sul tema del crimine sessuale (tutto l’intreccio parte da un presunto stupro di una ricca ragazza da parte del suo professore), hanno voluto aggiungere a mò di iperbole il sottotitolo “Giochi pericolosi”. All’epoca Sex crimes fece incazzare non poco gli spettatori paganti perché la distribuzione italiana (la Cecchi Gori) decise così a cazzum di sforbiciare al cinema la scena dell’orgia, un vizio che aveva già commesso con Cruel intentions e un bacio lesbo. Una strategia di marketing per poi vendere la vhs con scritto “contiene le scene censurate” che non ha bisogno di parole, solo bestemmie a Vittorio bello pacioccone. Sex crimes comunque, come già detto, anche a rivederlo, non era male, forte anche di un bel gruppo di attori (Bill Murray e Kevin Bacon su tutti), e la regia di John McNaughton che era un portento, così bella da far dimenticare la demenzialità della sceneggiatura.

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Ma Sex crimes era un film che non aveva bisogno di un seguito, anche perché, pure a pensarci, come fare a produrre un seguito di un film che alla fine uccideva tutto (o quasi) il cast? Al cinema certo la risposta sarebbe stata no, ma ecco allora che nel 2004 esce Sex crimes 2 – pronte a tutto, naturalmente diritto in home video. Perché, come detto, in home video non ci sono limiti.

A girare questo seguito non seguito è Jack Perez, un regista destinato all’Asylum con perle di inenarrabile bruttezza come 666: The Child, l’imitazione brutta di The Omen, e l’ennesimo film sui mostroni, Mega Shark vs. Giant Octopus, un film così orribile da costringere lo stesso Perez a firmarlo sotto pseudonimo (Ace Hannah). A dire il vero Sex crimes 2 non è neanche girato male, ma si percepisce la povertà dell’operazione, location e movimenti di macchina, pur essendo in assoluto il seguito migliore, a livello di idee, della pellicola originale. Per la prima e unica volta si cercherà di superare l’imitazione del plot di Wild things con stupro e parte forense, concentrandosi soprattutto sull’accumulo di colpi di scena sempre più esagerati fino a sfociare nella parodia demenziale. Stavolta però il divertimento, rispetto al primo film, viene a meno, causa anche un gruppetto di attori anonimo, a parte un convincente Isaiah Washington. In più né Susan WardLeila Arcieri, pur se bellissime, valgono Denise Richards e Neve Campbell.

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Peggio si va con Sex crimes 3 – Le cattive ragazze vogliono solo divertirsi, del 2005, diretto di malavoglia da Jay Lowi, autore di un non malvagio Giovani assassini nati (Tangled), e qui alla sua seconda (e ultima) regia nei lungometraggi. Il plot è ancora più assurdo, personaggi cretini, la direzione degli attori nulla. La storia parte nuovamente da un’accusa di stupro, stavolta nei confronti di un miliardario, una macchinazione atta solo a derubarlo dei suoi averi. La parte forte dovrebbero farlo le scene sexy ma, come nel film precedente, tutto sembra così finto e costruito che alzare il livello di erotismo, come il dardo di fuoco dello spettatore voyeur, è quasi impossibile. In più il film dura pochissimo, 75 min., e ha quasi 15 minuti in appendice di scene scartate dove mostrano l’incredibile (e cretino) piano articolato dagli autori della sceneggiatura, qualcosa che sulla carta doveva essere probabilmente geniale ed invece risulta il folle disegno di un dislessico senza fantasia.

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Sex crimes 4 – Il crimine è ancora più seducente è del 2010 ed è girato stavolta da Andy Hurst, sceneggiatore dei precedenti direct to video della serie. La sostanza non cambia: solito crimine sessuale, soliti omicidi, solito piano organizzato in maniera così machiavellica da essere incredibile. La regia è un po’ meglio del precedente, almeno si percepisce meno la povertà dell’operazione. Stavolta il sesso però non è a tre, ma a 4, con una terza donna che si unisce alla solita orgia, un’idea così mal realizzata da far pensare ad una parodia alla Scary movie. Siamo in una bassa operazione che però ha dalla sua un buon ritmo e la presenza di John Schneider, il mitico Bo Luke della serie tv Hazzard, che offre una buona prova attoriale. In più abbiamo la splendida Jullian Murray, carneade del cinema, di una bellezza però folgorante, tanto basta per apprezzare Sex crimes 4 e spararcelo in vena fino alla fine senza lamento.

Stiamo per fare un'orgia in quattro!!! Cheeeseeee!!

Stiamo per fare un’orgia in quattro!!! Cheeeseeee!!

Certo è che dal buon film di John McNaughton, pur con i suoi difetti, ci saremmo aspettati una fine e un proseguo meno da miserabili. Il problema è il nostro: bisogna imparare a pensare home video. Le regole del buon cinema valgono poco in questo territorio. Conta solo l’imitazione legittima e imbruttita del bello. Siete pronti ora a Cruel Intentions 2 e 3? Un no ha senso solo al cinema, naturalmente.

Andrea Lanza

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