Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

Ash vs Evil Dead Ep.6 – Killer of Killers

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Viaggiando e provando a superare le insidie dei demoni kandariani, Ash vs Evil Dead arriva alla puntata numero sei, The Killer of Killers. Se le somme si tirano a fine stagione, è indubbio che quanto visto finora non fa che confermare le idee iniziali, siano esse contrarie oppure a favore. Chi vede in questa serie un inutile spreco di tempo o una malriuscita operazione nostalgia, continuerà tranquillamente a pensarla tale. D’altro canto, chi ha imbracciato la motosega di plastica e tentato di baciare una sconosciuta, con tanto di frase a effetto, persevererà nella visione di un continuum atteso da tanti anni. Da che parte stia colui che scrive è cosa risaputa e quindi si potrebbe anche chiudere qui, andare a farsi spillare una pinta di rossa e attendere il prossimo episodio, mentre tentiamo rovinosamente di sedurre la cameriera al suono di “dammi un po’ di zucchero, baby”.

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Ma non sarei totalmente sincero con voi, perché la verità è che la mancanza di Sam Raimi alla regia un po’ si fa sentire. El Jefe, il primo episodio, scritto e diretto dal geniaccio di Royal Oak, è finora il più frizzante, inquietante, divertente e visivamente appagante fra tutti quelli trasmessi e dispiace che il regista si sia limitato a quello. Ciononostante non fraintendetemi, questa è una critica solo in parte poiché la serie si è mantenuta su livelli che soddisfano il palato e fanno bene al cuore. Ash vs Evil Dead, dopotutto, non è un serial come gli altri, non è solo sangue e frattaglie e nemmeno superficialità sorniona: è uno stato mentale. Muovendosi nei territori già battuti degli adattamenti televisivi, la creatura di Raimi e compagni rompe tuttavia l’aura patinata che circonda serial più blasonati e con la forza anarchica dell’irriverenza continua la sua marcia verso una seconda stagione già annunciata.

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Killer of killers non si discosta dal modus operandi dei precedenti episodi e questa volta alla regia abbiamo una sorpresa. Dietro alla macchina da presa, infatti, c’è Michael Hurst, vecchia conoscenza di chi ha qualche anno in più sulle spalle e nei ’90 amava seguire le gesta eroiche di Kevin Sorbo in Hercules, dove il buon Michael interpretava Iolao. Come sempre, tutto in famiglia per la Renaissance Pictures e non mi sorprenderebbe se in qualche puntata comparissero improvvisamente Renée O’Connor o Ted Raimi. Bei ricordi a parte, prosegue il viaggio di Ash, Pablo e Kelly, inseguiti da Ruby e Amanda, lungo le strade americane, in cerca di qualcuno o qualcosa che possa fermare l’apocalisse scatenata dal Necronomicon. Dopo aver liberato Kelly dalla possessione e aver cremato il Brujo, fanno sosta in un locale per rifocillarsi e qui vengono raggiunti da Amanda, che in un primo momento riesce ad arrestare Ash, salvo poi rendersi conto che non c’è nessun altro in grado di contrastare l’avanzata del male.

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L’episodio parte piano, crescendo d’intensità quando si arriva ai minuti finali, in uno scontro d’usuale e divertente crudezza, ben coreografato e interpretato. Considerando anche una Dana DeLorenzo scatenata, una gioia per gli occhi. I personaggi crescono e le peripezie incontrate ne sviluppano man mano la psicologia, anche se a scrivere così potrei fuorviare il lettore. Ash vs Evil Dead non è The Walking Dead, tutt’altro, se ne discosta volontariamente, magari spernacchiandolo pure e sarebbe sciocco aspettarsi l’introspezione di Kirkman e soci, laddove non c’è e, forse, non è neppure necessaria. Nel proseguo della storia i caratteri si forgiano ma se da una parte ci sono Pablo, Kelly e Amanda, in un mondo terribile che si dispiega davanti ai loro occhi scioccati, dall’altra c’è Ash, che di quel mondo è simbolo e mito. E lui non ha bisogno di introspezione o di sviluppo, dev’essere sempre uguale a sé stesso, l’identico presuntuoso cazzone che tanto amiamo.

Killer of killers è consegnato ai posteri, la serie continua e per quanto riguarda il sottoscritto continua anche bene. Certo, un altro episodio diretto da Raimi non dispiacerebbe, ma bando alle lamentele, qua si gioca con la leggenda. E quando il gioco si fa duro, i duri imbracciano il boomstick. Quindi sturatevi le orecchie, idioti primitivi, Ash vs Evil Dead non è da giudicare, è da amare.

Manuel “Ash” Leale

L’assicuratrice di cazzi

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Erano anni che non recensivo un porno, da quando da adolescente iniziai la mia carriera di critico cinematografico sulle pagine della rivista Videoimpulse. Erano anni meravigliosi quelli, alla stregua dei capelli selvaggi di un film di Wong Kar Wai anni 90, dove il mio zaino da universitario si riempiva di vhs hardcore piene di fighe, donne virtuali  pronte alla mia sega solitaria in onore della settima arte.

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Devo dire che è proprio negli anni 90 che mi sono fermato, il mio cumshot si è cristallizzato sulle magnifiche tette di Jenna Jameson, il suo viso perfetto non ancora sformato dalle protesi, dal silicone e dalla vecchiaia puttana. Dopo, il nulla e mi piace in fondo restare così, ignorante, perché le cose, che ho visto dopo, erano lontane dalla mia idea di porno, di arte estrema fatta di liquidi e carne. Il resto, autori che all’epoca mi piacevano pure, è diventata col tempo noia, un vuoto pneumatico quasi alla Brett Easton Ellis.

Il porno è un mondo che non mi affascina più come da ragazzo, maledizione alla volta che ho preso l’ultima stella a sinistra e fino al mattino, sono cresciuto, ho vissuto e mi sono ingrigito come le ragazze dell’hardcore. Probabilmente non sono neanche l’Andrea Lanza del 1999 o giù di lì, sono i suoi sogni interrotti, il terrore di essere quello che si diventerà. Cos’è il porno per me ora? Un video di youporn senza trama, il tempo di un orgasmo annoiato e via a farmi un panino. Che ci volete fare? Col tempo sono diventato un viziato della carne e odio i surrogati di essa.

Andrea Lanza è diventato un borghese vizioso.

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Comunque tempo fa cercavo una vhs da recensire, un horror americano sulla falsariga di Lucio Fulci, e sono incappato in questa videocassetta che neanche sapevo di avere, senza copertina, con gli adesivi strappati dal tempo, una copia di una copia di una copia forse, e ho scoperto essere un porno dal titolo romantico, L’assicuratrice di cazzi.

Faccio partire la vhs e mi si apre un mondo di squallore quasi divino, ridivento un adolescente tra le onde ipnotiche di questo film, osceno, ridicolo, dalla visione incerta e slabbrata che solo il nastro digitale può regalare.

Il film si apre come il peggior porno di Joe D’Amato con l’immagine fissa di una casa e i titoli di testa che scorrono su uno score rubato da chissà dove. Mi ricorda con nostalgia il mitico Robin Hood la storia mai raccontata dove un castello in fermo immagine tremolante scandiva l’intro dell’opera.

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L’assicuratrice di cazzi mi appare già per quello che sarà: miserabile e divertente.

La prima scena è una doccia hot dove la rossa Simona Valli si masturba con un doppiaggio allucinante e straniante. Una scena top della commediaccia italiana trasposta in chiave luci rosse, ma dal grado di erotismo simile ad una gara podistica di foche monache.

Ma ecco che bussa alla porta un assicuratore che propone alla donna, in rigoroso accappatoio post doccia, una nuova e moderna polizza: l’assicurazione del corpo. Segue una sequela di frasi sceme dove l’uomo si rivela palesemente un truffatore, almeno nel mondo reale, ma nel mondo del porno assicurare tette e culi è una prassi comune.

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Quindi ecco che il nostro assicuratore tira fuori un metro e scrupolosamente prende le misure dei seni della donna, poi non pago vuole farle un’assicurazione sui pompini e sulle chiavate. Chiamatelo scemo!

Quello che noi non sappiamo però è che gli assicuratori di cazzi se si scopano una donna la rendono un’assicuratrice di cazzi. Eh sì, non servono scuole, diplomi, basta una scopata! Gli assicuratori di cazzi sono come i vampiri o gli zombi, ti infettano e ti rendono come loro!

Seguono lunghissimi minuti dove l’assicuratore viene lasciato da solo e mangia una mela, non un morso, ma lentamente tutta, e dove parla da solo in lunghi monologhi dal sapore di un film girato da Michelangelo Antonioni.

Ecco che senza motivo ci spostiamo all’interno di una macchina dove una delle pornostar più strafighe degli anni 90, Deborah Wells, parla fuori sincrono con un primate parzialmente pelato e dalla fronte scimmiesca. Discutono di cose senza senso, finché non capiamo che stanno andando a casa dell’assicuratore di cazzi che è anche casa della rossa Simona Valli. Quindi facendo uno più uno, oltre ad avere reso la donna un’assicuratrice di cazzi, le ha rubato pure la casa.

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Deborah è triste perché non sa se sarà all’altezza di fare l’assicuratrice di cazzi, ma il primate la ferma subito: la testerà prima lui. Quindi via di musica a cazzo e oh yeah si fottimi, quanto ce l’hai grosso, posso farcela anch’io.

Ma ecco che, a casa di Simona e dell’assicuratore, oltre a Deborah e al suo manzo, c’è un’altra coppia mai vista, lei dall’aspetto di un troione da strada, lui di un sgozzapreti stupra bambini. Parte una lezione e l’orgia è servita.

Il film finisce improvvisamente. Sarà stato così il cut? Si è smagnetizzato il nastro? Un bo grande come una casa insieme a un chi se ne frega.

Cercando su internet scopro che il regista è un certo Carlo Vallone, che non credo di avere mai sentito nominare, ed esiste pure un dvd, incredibilmente, di questo porno, venduto in alcuni siti a prezzi da criminali.

Se dovessi tornare ai miei anni 90 su Videoimpulse direi che il film è girato malissimo, interpretato da cani ed è impossibile anche solo avere un’erezione per una sega, a meno di avere fantasie verso la vostra nonna novantenne.

Le attrici, almeno le principali, sono comunque strafighe e ho paura a cercare sul web come si sono conciate negli anni. Tanto so che il tempo rende tutti diversi, il segreto sta accettarlo e non cercare l’eterna giovinezza in chirurgie plastiche, perché alla fine, anche con mille barbatrucchi, se si è vecchi si resta sempre vecchi. Non voglio vedere Simona Valli o Deborah Wells palesarsi come comparse di Society di Brian Yuzna, il viso sformato in maschere grottesche. Voglio ricordarle con le tette e il culo talmente perfetti da essere degni di un’assicurazione.

Il dubbio però che mi resta è perché si chiama l’Assicuratrice di cazzi se non la vediamo mai all’opera?

Scommetto che nella risposta c’è l’essenza di Dio.

Andrea Lanza

 

 

ash vs evil dead : ep 5 : The Host

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Come era finita? Diciamo non benissimo per il povero Ash. Tanto ha detto e tanto ha fatto che è finito legato e imbavagliato, pronto per esser esorcizzato dal zio esorcista, o brujio come si suol dire -almeno penso- di Pablo. Un demone cazzuto, spavaldo, uno di quelli che è meglio lasciar stare, tipo il peggior ras del vostro quartiere, quanto pare si è impossessato di Ash.

Quanto pare…Perché come scopriremo poco dopo, questo demone parassita si è impossessata di Kelly.

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Come fare a salvarla? Chi riuscirà a fermare il demone parassita e la sua boccaccia fucina di minacce, maledizioni, schiamazzi e ingiurie? Dio quanto parlano sti bulli delle superiori che Raimi e soci ci vogliono vendere come pericolosi demoni, che magari dovremmo pure temere.

Forse sarebbe possibile in altri lidi e con altre intenzioni, ma Ash è l’ Homer Simpson dello splatter, rivisto sotto le regole della slapstick. Quindi è la fracassonata, l’ironia greve, l’esagerazione pop a farla da padrone. Ad alcuni piace, ad altri no. Per alcuni codesta serie è un capolavoro, per altri no. Ma succede con qualsiasi serie o film. Qui vi è anche una deviazione verso il sentimento. Il mitico Pablo, dichiara il suo amore, in un certo senso, a Kelly. Un bel personaggio quello di Pablo, naif il giusto. Offre più possibilità rispetto al mr Doh con la motosega al posto della mano, ma è giusto così. Ash è un’icona dell’immaginario collettivo e così deve essere e rimanere. Per me un piccolo difetto, ma non conta un cazzo il giudizio di una persona che ha un’idea di horror lontanissima da quella di questa serie e forse anche di Raimi. Conta la leggenda che si riesce a costruire e devo dire che la saga di Evil Dead l’ha superato da tantissimo tempo. Quindi il divertimento non manca, vogliamo vedere come faranno a salvare Kelly, si vuol vedere dove e come agirà Pablo, aspettiamo la battutona di Ash. Un puro spettacolo di intrattenimento con una giusta dose di horror, un demone farabutto che dà filo da torcere ai nostri.

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La quinta puntata non deluderà i fans della serie. Questo è fuori di ogni dubbio!

Davide Viganò

Ash vs Evil dead episodio 4: Brujo

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Psichedelica,
nostalgica,
delirante,
introspettiva,
rivelatrice.

Questi sono solo alcuni degli ingredienti che ribollono nel pentolone di sangue e frattaglie ben cucinate che è la puntata quattro di di ASH VS EVIL DEAD.

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Al timone della regia troviamo un inedito David Frazee, che si occuperà di mettere in opera anche il prossimo episodio. Proprio la scelta di affidare ad ogni regista due puntate in seguito (fatta eccezione per la prima e l’ultima) ci può aiutare a capire meglio la natura di questa serie televisiva totalmente fuori dagli schemi. Il racconto all’interno di un telefilm può essere portato avanti in tre modi differenti:

1 – Puntate autoconclusive, come ad esempio i vecchi telefilm alla Supercar, A-Team.
2 – Puntate autoconclusive (detto “Il mostro della settimana”) accompagnate da una sottotrama che si snoda durante la stagione (detta Mitologia), come succede in X-Files (da cui nascono questi termini) e nella maggior parte delle serie che oggi vengono prodotte.
3 – Una unica storia divisa in più puntate che intrattiene lo spettatore come in un vero e proprio romanzo televisivo a puntate. Di questa ultima categoria possiamo elencare Il Trono di Spade e The Walking Dead.

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ASH VS EVIL DEAD appartiene con fierezza alla terza famiglia, una serie completamente mitologica, ma con le dovute distinzioni. Perché diversamente da altri prodotti con la stessa vocazione narrativa, molto più attenti a modellare le sceneggiature all’interno dello spazio televisivo e delle regole della serialità, il cucciolo catodico della STARZ ha un approccio decisamente più naif. Pettinato nel dettaglio con la motosega, anarchico e insofferente ad una certa fighetteria. Semplice, sverminato di intellettualismi parassitari, ma non privo di ambizione. Quella di Raimi non è un facile adattamento televisivo di un Film, vedi Fargo, Bates Motel, che vanno a riscrivere da zero una storia, quella di Raimi è piuttosto un seguito della Casa 2. Certo, preso a martellate per farcelo entrare nello scaffale, mozzato qua e la per renderlo presentaile, ma avrebbero potuto benissimo intitolarlo Evil Dead 3, o Army of Darkness 2 (anche se non abbiamo ancora capito se L’armata delle Tenebre è inserito nella continuità oppure incatenato al palo di qualche diritto non ceduto).

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Non la chiamerei serie, piuttosto film a puntate. Una lunga pellicola distribuita su dieci appuntamenti. Il pregio, o il difetto, della sua palingenesi è proprio questo: l’ambizione di portare sul piccolo schermo un seguito, una nuova avventura, forse un epilogo, a quasi trent’anni di distanza dalla Casa 2. Chi afferma che ASH VS EVIL DEAD non gli piace, non sta dicendo che non gli piace l’adattamento televisivo, piuttosto che non gradisce come è invecchiato ASH.
ASH sei invecchiato di merda
ASH sei il mio modello di pensionato
Data la natura particolare del film a puntate, altre possibili critiche non ne vedo. Sarebbe come proporre un taglio di capelli emo a Telly Savalas.

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Ma come detto all’inizio, e senza rivelare troppo, questo quarto segmento è stato:

Psichedelico, perché attraverso uno sciamano ASH si immergerà in un lisergico viaggio iniziatico.

Nostalgico, perché se lo scontro con il Necronomicon è stato uno di quei momenti spartiacque in cui c’è un prima e c’è un dopo, il cuore di un uomo non dimentica, riuscendo anche senza l’ausilio di una DeLorean ad azzerare il tempo.

Delirante, dove in un trip sintonizzato sugli anni ’80 la lucertola di ASH diventa il suo spirito guida, il suo animale totem parlante, la voce ancestrale della salvezza.

Introspettivo, poiché le risposte sono dentro di noi, e certe volte ruggiscono come ruggisce la fame metallica della motosega.

Rivelatrice, perché cazzo, è tutta la vita che mi chiedo ma cosa diavolo è quella roba che lo insegue nei boschi? E per la prima volta ASH si volta a guardare IL MALE PURO e noi ci voltiamo con LUI!
Succedono anche altre cose, ma qualcosa succede sempre.
Ad ogni modo, ASH sei il mio modello di pensionato.

Luigi Pellini

Albi di sangue: l’horror a Darkwood

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Zagor è il più vecchio fumetto giovane in Italia, capace di spaziare, fin dai primissimi numeri degli anni 60, dall’avventura alla fantascienza horror più pulp. Certo anche Tex aveva i suoi bei mostri, ma restando sempre ancorato ad un certo legnoso classicismo da vero western alla John Ford, malgrado le meravigliose svirgolate dei Mefisto e degli Yama.

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Zagor è invece vicino ad una certa deliziosa concezione di contaminatio dei generi che riporta sia, da una parte, le avventure de L’Uomo mascherato di Lee Falk (uno dei modelli più evidenti con il Tarzan di Edgar Rice Burroughs) che, dall’altra, i nostri esperimenti filmici più scellerati, come lo Zorro contro Maciste di Umberto Lenzi o Ercole al centro della terra di Mario Bava, una terra filmica di mezzo dove vampiri e streghe coesistevano con personaggi eterogenei della letteratura o mitologia. L’eroe creato da Sergio Bonelli, sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta, era, non dimentichiamolo, il prodotto italiano più vicino al supereroe da fumetto americano della Marvel o della DC: costume sgargiante (la casacca rossa con il simbolo dell’aquila sul petto), dotato di un’identità segreta quando quella vera, a causa di un lutto, era stata aborrita (il vero nome è Patrick Wilding), ed equipaggiato con un sacco di barbatrucchi per spaventare e cacciare i vari cattivi. Se Batman diceva “Io sono la notte”, Zagor non era da meno, e, con un urlo selvaggio, veniva temuto e venerato dalle tribù indiane come una divinità, lo Spirito con la scure. Anche perchè la sua Darkwood accoglieva volentieri minacce ultraterrene difficili da tenere a bada da un semplice uomo.

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Arrivano i mostri

A Darkwood sono sbarcati da Hollywood, clandestinamente, quasi tutti i classici della Universal, dal mostro di Frankestein (Molok) all’uomo lupo. Il più spudorato omaggio a questi celebri mostri è però l’apparizione de Il mostro della laguna nera di Jack Arnold in alcuni adrenalici albi del 1968. Spezziamo una lancia a favore della Bonelli perchè nessuna storia dello Spirito con la scure, anche quando in copertina sfoggiava personaggi noti del cinema, ha mai realmente copiato dai modelli ma anzi ha fornito varianti interessanti sul tema in contesti completamente originali, ben prima lo facesse Dylan Dog. Qui, grazie anche ai disegni fantastici del compianto Donatelli, siamo calati in un’avventura concitata che annovera sacrifici umani e persino un combattimento tra il nostro Zagor e il celebre uomo pesce.

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Non sono mancati però in territorio Darkwood altri mostri meno tipici come le tigri mannare, gli uomini rana e druidi sanguinari, senza dimenticare naturalmente di ritagliare uno spazio per le più classiche ghost story sullo sfondo di antiche magioni. Questo gusto per l’avventura più eterogenea però si può ritrovare già nei primi albi quando fanno capolino elementi da fantascienza anni 50 grazie all’invenzione del professor Helligen, il suo gigantesco robot Titan e, più avanti, di una razza di alieni supercrudeli, gli Akkroniani. Il disegnatore che meglio riesce a incarnare la fantasia nolittiana più azzardata è sicuramente il ligure Gallieno Ferri, il copertinista ufficiale della serie e l’unico con quel tocco dark horror che ben si presta alle storie più cupe. Grazie poi all’apporto del papà di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, il professor Hellingen e gli Akkroniani torneranno, a fine anni 80, con l’avventura più cerebrale e lunga della storia di Zagor (dal numero 275 al 280). Le storie horror più riuscite della serie però vedono, come antagonista del nostro spirito con la scure, il Barone Bela Rakosi, vampiro di stampo stokeriano, stavolta più vicino però al modello sanguigno Hammer che al classicismo di un Tod Browning anni 30. Forse mai come in questo caso la serie Zagor tocca vette horror altissime con un’impianto narrativo maturo fatto di trucidi morti e creature soprannaturali, genuinamente terrorizzante e poco propenso alla facile farsa, malgrado i gustosi siparietti del simpatico Cico.

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Lo Zagor di Burattini alle porte di Clive Barker

Mentre scriviamo è uscito da poche decine di giorni il numero 604 di Zagor (Zenith 655) dal titolo Mad Doctor.
Inaspettatamente gagliardo.
Non che i precedenti 4 numeri, compreso il ritorno degli alieni Akkroniani, fossero pessimi, anzi, ma mancava il lepre, il guizzo che distingue i compitini ben fatti dai capolavori.

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Moreno Burattini, con gusto quasi grindhouse, per capirci alla Tarantino e Rodriguez, riesce a resuscitare, nell’universo dello spirito con la scure, quel gusto da B movie e da fumetto sadico, un po’ alla Squalo, che ha lo stesso effetto di un montante dato dal tuo avversario quando credi di vincere. E’ una sagra dell’eccesso, una rivoluzione in un fumetto tutto sommato reazionario come Zagor, che alla Bonelli non ha paragoni odierni, neanche nel tanto inflazionato Dylan Dog.
Leggendo Mad doctor, entriamo dritti dritti in un incubo nero pece, popolato da cyborg sanguinari, da corpi spellati come in incubi cenobiti alla Clive Barker e fantasie omosadomaso di frustate e muscoli guizzanti.
Le regole da western classico alla Rock Hudson vengono abbattute: ora si muore davvero sul serio e i cattivi sparano a bruciapelo, alle spalle delle vittime, senza codice Mccarthy che tenga. Sembra di leggere uno Zagor rielaborato da Lasdale, con quel gusto referenziale e sovversivo del suo Batman letterario per esempio, una cosa che probabilmente Nolitta non avrebbe mai potuto concepire. Per questo i lettori più fedeli probabilmente storceranno il naso, ma Zagor alle soglie del 2016 sembra più vivo, giovane e  moderno di Dylan Dog, senza peraltro bisogno di rivoluzioni dal sapore di un gattopardo dormiente.
Dove lo trovate d’altronde un sessantenne tanto in forma?

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Andrea Lanza

Ash vs Evil dead episodio 3 (Books from Beyond)

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Ed eccoci alla terza puntata della serie tv che sta facendo impazzire nerd e nostalgici di bocca buona, ancora una volta con al timone il buon Michael J. Bassett e ancora un episodio perfettamente in linea con i precedenti. Ecco, lette queste prime righe già potete farvi un idea: se fino ad ora le gesta di Ash vecchio e delle sue anonime spalle vi ha fatto sganasciare accomodatevi tranquillamente e smettete anche di leggere, perchè non si fa alcun passo avanti (ne indietro) a quello che già si è visto. Se fino ad ora vi siete divertiti, continuerete a farlo con un altra mezz’ora di gore cartoonesco e la parlantina dell’imbolsito ma sempre tonto Ash e potete pure smettere di leggere perchè ogni altra osservazione che farò non potrà che trovarvi in disaccordo.

Ash-vs-Evil-Dead2Se invece siete quelli che fino al momento stanno seguendo questo “grande ritorno” con un “mah” stampato sulla faccia allora, mettetevi l’anima in pace perchè anche in questo nuovo segmento il fiato dell’intera operazione dimostra essere ancora cortissimo e anzi, rischia di segnare proprio la decisione di lasciar perdere e magari rivedersi i tre capolavori che furono di Raimi. Il povero Bassett (sempre professionale e capace di  saper giostrarsi tra virtuosismi di riporto e qualche buon momento di puro horror) non ne ha alcuna colpa, è l’operazione alla base che si dimostra assolutamente inadatta. Bruce Campbell è indubbiamente un cazzone simpaticissimo ma ha il grosso problema di non aver tendenzialmente mai smesso di essere ash dall’armata delle tenebre. Chi si è imbattuto nei suoi camei, ma sopratutto sul suo (inutile) film-manifesto My name is Bruce è impossibile che provi sorprese a rivederlo fare per l’ennesima volta le stesse espressioni, le stesse gag e le stesse (auto) prese in giro. Rivederlo nei panni di un ash imbolsito di nuovo alle prese con i mostri e porlo al centro in modo così egocentrico e pornografico era roba che al massimo poteva andare bene per un film tv. Campbell divora tutto e tutti ponendo la serie come un lunghissimo e assolutamente sfiancante one-man-show che già dopo la prima puntata dimostrava di essere assolutamente inadatto per la serialità. Inoltre si accusa tantissimo ed è palpabile che tutto sia stato costruito ed appiccicato senza alcuna cura o un minimo di buon senso arrivando alla lunga anche a risultare fastidiosa.

maxresdefaultAsh vs. Evil dead si conferma assolutamente priva di quel perfetto mix di comicità/cartoon e avventura/horror che distingueva Evil dead 2 e Army of darkness e sembra una parodia fanzinara arrabattata di corsa con la sufficienza di chi pensa che basta metterci due vagonate di sangue e un paio di occhiolini al passato che fu che portarsi a casa la pagnotta. Raimi non è un idiota e il motivo che ti tratti come tale fa ancora di più incazzare. E’ palese che non esiste alcuna motivazione per ritirare fuori sto brand se non il lucro più spudorato (con buona pace di chi si smutanda evocando “il ritorno a quello che ama fare”) fatto con la sufficienza di chi non ha più alcun amore verso quello che ha fatto ed è stato. Un precotto da microonde che tenta di dare il colpo alla botte (dopo il pietoso colpo al cerchio con l’ignobile remake di evil dead) a qualcosa che invece era giusto lasciare nel mito e che per fortuna uno scherzo al livello di una loffa in ascensore come questa, per fortuna non scalfirà mai.

Raffaele Picchio

Albi di sangue: Le zozzette del fumetto

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C’è stato un periodo, mitico e miticizzato, dove le edicole italiane si potevano riempire di avventure sciagurate e fantasiose, di piccoli divertissement che facevano del fumetto porno una vera opera d’arte. Gli anni 70 sono stati per la nostra cultura popolare una vera età dell’oro: nei cinema, nelle edicole e nelle librerie i nostri prodotti si sono colorati, ancor di più che in altri periodi, di una fantasia sfrenata e tendente molte volte al sesso. Il desiderio di emancipazione, di diritto alla pornografia aveva riempito le edicole di riviste come Le ore ma anche di fumetti con situazioni scabrose tipo Il Lando (ispirato all’attore Buzzanca ma dal volto di Celentano) o Biancaneve dove la pura eroina delle fiabe della nostra infanzia era molto meno innocente di come la ricordavamo.

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L’horror e le tette: vampire e mostri superdotati

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Bisogna dire che la pornografia vera e propria, con esposizione quindi degli organi sessuali e dei vari coiti, arriverà nelle edicole (come nei cinema) solo alla fine degli anni 70: prima le situazioni erano molto più soft. Sono però entrati nel nostro immaginario i mitici albi dello Squalo e testate dai nomi ancora oggi di culto come Zora la vampira, Jacula e Sukia. Il fautore di questa evoluzione del fumetto, che estremizzava ancora di più la thriller mania dei vari Diabolik e Kriminal (formato pocket e donne semi svestite), è stato il giornalista Renzo Barbieri che fonda l’Editrice 66 e pubblica i primi albi sexy, Isabella (ispirato alla Angelica del feuilleton) e Goldrake, un James Bond molto più propenso agli incontri sessuali che alle uccisioni. Marchio di queste testate (e delle seguenti) saranno i volti delle lascive protagoniste, ispirate alle dive del momento, da Ornella Muti a Catherine Deneuve, fantasie erotiche dell’italiano d’allora, qui palesate in avventure difficilmente filmabili al cinema. La prima storica vampira è Jacula (volto di Patty Pravo), sempre su testi di Barbieri, e con una vita editoriale abbastanza longeva: ben 327 numeri dal 1969 al 1982. In Jacula (come per le sue emule future) c’è un certo scarto tra le copertine (bellissime) e i disegni alquanto sciatti dell’interno, con nomi importanti come pittore e illustratore romano Alessandro Biffignandi ad illustrare gli (splendidi) specchietti per le allodole. In questa testata verranno affrontati temi interessanti come il ciclo di Chtulhu di Lovecraft, rivisitati, ben prima dei maliziosi giapponesi, in chiave erotica. Altra vampira di un certo rispetto è Zora, nata come risposta a Jacula, e molto più ironica nei testi, ad opera di Giuseppe Pederiali, che fanno del doppio senso morboso il punto di forza.

Goldrake247Con gli anni Zora scade tantissimo fino a proporre storie sempre più infantili e qualitativamente inferiori agli esordi, soddisfacendo la mania onanista del periodo con peni eretti e vagine slabbrate in bella mostra. Se la serie Zora in Italia termina negli anni 80 (a parte un recente exploit del disegnatore Birago Balzano), in Francia (col titolo Zara la vampire) continua per un certo periodo, visto il successo enorme, in storie inedite. Ma oltre alle successive Sukia (Ornella Muti) e Lucifera, si possono ricordare due fumetti porno horror di un certo pregio, Necron, disegnato dal grandissimo Magnus di Alan Ford, e Wallenstein, dove la protagonista era una creatura fatta di un impasto di carne viva, che si riproduceva trasudando pezzi di sangue e pelle, modellata sulla Lilith biblica. Purtroppo lo spazio è tiranno e ci sarebbero altri albi da citare e raccontare, con una certa malinconia perchè si sa il proibito attira da sempre l’uomo, e questi fumetti, piccoli e tascabili, portavano, anche con una certa ingenuità, una ventata di rivoluzione nella calma piatta dell’editoria. Un po’ come i Creepy americani o gli Splatter italiani. Non per nulla il genio per eccellenza del cinema sciagurato, Jesus Franco, sembra si ispirò a questi fumetti sconci per il suo Erotikiller che, inutile dirlo, parlava di una vampira più golosa di sperma che di sangue umano. Ullalà.

Andrea Lanza 

NB Articolo originariamente scritto per un numero mai pubblicato della rivista Horror time, con il limite di 5000 battute.

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I grandi saggi di Malastrana vhs: l’agenzia immobiliare Evil dead

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La casa da sempre è un posto accogliente, simbolo di distensione, appagamento, rifugio contro i pericoli del mondo. Non stupisce perciò che il cinema horror se ne sia appropriato, capovolgendo questo concetto in una dimensione di terrore e spaesamento. Casa quindi non come simbolo dell’istituzione familiare, ma come luogo luttuoso, violento, spaventoso. Casa come rifugio per demoni sotterranei, per le nostre paure più ataviche diventate realtà. Da sempre il cinema della paura elesse come suo scenario delle dimore maledette, fin dagli albori del cinema in bianco e nero, retaggio di una certa letteratura gotica inglese, ma forse solo con Evil dead ebbe la sua massima espressione.

Era il 1981 quando uno studente di letteratura, Samuel Raingivitz, appena 22enne, decise di ampliare un cortometraggio amatoriale, Within the Woods, dalla trama semplice, una gita nei boschi, una maledizione secolare e zombi violenti. Complici due suoi amici di vecchia data, Bruce Campbell, con velleità di attore, che aveva appena mollato il college per fare il tassista, e Robert Tapert, laureando in economia, tutti spaventati dall’idea di un futuro di calma piatta che col cinema aveva poco a che fare. La passione dei tre era la commedia, ma decisero che il genere più redditizio fosse l’horror: la chiave sarebbe stato di puntare su una pellicola da drive in calcando la mano sul gore, il sangue e un ritmo indiavolato.

I  tre si misero a studiare centinaia di film exploitation tra cui Massacre at Central High, prodotto da Russ Meyer, il regista delle tette a buon mercato, e Revenge of cheerleaders, concretizzando l’idea di uno spettacolo che avesse dentro di sè violenza e sesso. Perciò con solo 1600 dollari, pochi anni prima, i tre avevano realizzato Within the Woods, per capire se il progetto interessava a qualcuno. Il lavoro era rozzo, mal girato, ma pieno d’idee che sarebbero sublimate in seguito nell’anarchia visionaria dei futuri film del regista. In più, avanti nel tempo rispetto alla moda dei film su Lovecraft che sarebbe esplosa grazie a Charles Band, alla sua Empire e Re-animatorWithin the Woods parlava del Necronomicon, testo maledetto dei racconti del folle di Providence. La corsa ai finanziamenti per Evil Dead fu piena di porte sbattute in faccia, ma con pazienza e fatica si arrivò alla modesta cifra di 350000 dollari. Tra gli investitori ci fu Andy Grainger, amico di Tapert e proprietario di una serie di sale cinematografiche, che stimolò i giovani consigliando loro: “Ragazzi, non importa cosa vogliate fare, basta che sullo schermo scorra sempre il sangue e conquisterete tutti“. Il resto è un caposaldo del cinema del terrore.

Evil dead

Il film fu girato in 16 mm e in seguito gonfiato a 35, grazie alla fama che comunque il film stava racimolando in giro per il mondo, diventando qualcosa di più che semplice spettacolo settorializzato in un drive in. La cosa che faceva impazzire gli americani era che questo modesto low budget, dalla trama vista centomila volte prima, faceva davvero paura e non assomigliava  a nessuna cosa già vista in precedenza. Era solo di pochi anni prima il successo interplanetario di Shining che sembrava avere detto l’ultima parola sul genere “dimore maledette”. Eppure Evil dead, pur fornendo uno spettacolo più rozzo e male interpretato, aveva riaperto la strada per altre pellicole, non solo, era, senza neppure accorgersene, il primo esponente di una nuova scuola horror, una vera new wave del genere, che avrebbe trasformato gli anni 80 nel periodo più fiorente e sanguinoso del cinema del terrore. Le varie copertine e manifesti del film ingannano lo spettatore: in una di queste un villone sullo stile del cult Ballata macabra di Dan Curtis appare minaccioso con la scritta “Sembra una casa  normale… da fuori”. In realtà il film ha come scenario uno sgarruppato cottage in legno, dalle poche stanze, circondato da un bosco minaccioso. E’ l’anima exploitation del progetto che promette come spettacolo qualcosa che non ha, urlando nelle copertine tutto quello che il budget poteva solo immaginarsi. Il film fu girato nei fine settimana nel corso di un anno e mezzo, e la maggior parte degli effetti speciali e delle tecniche di ripresa del film furono improvvisate sul set e realizzate con mezzi di fortuna. Raingivitz, che firmò l’opera con lo pseudonimo di Sam Raimi, si servì per alcune riprese della shakeycam, una sorta di steadycam di sua invenzione montata su un supporto mobile, che permetteva l’effetto tremolante della macchina da presa. Lo chalet in cui fu ambientato il film era un’abitazione abbandonata che venne distrutta da un incendio poco dopo le riprese. Inoltre esso non aveva alcuna botola, per cui le sequenze con l’ingresso del seminterrato furono girate nella casa di campagna del produttore Robert Tapert mentre scene nella cantina invece vennero realizzate dentro lo scantinato dell’abitazione del regista. Sempre a causa del ridotto budget, gli attori reclutati per il film erano per la gran parte amici di Raimi e Tapert, tanto che alcune scene vennero rigirate molte volte visto che il gruppo scoppiava spesso a ridere durante i ciak.

L’invenzione primaria di Evil dead fu l’uso selvaggio della macchina da presa, il non mostrare la creatura diabolica che si impossessa dei corpi dei giovani, ma la sua visuale, la corsa folle attraverso i boschi e dentro le stanze dello chalet, creando un effetto innovativo di terrore che attraverso la soggettiva generava un clima di paura unica che nessun miliardo avrebbe potuto ricreare con effetti speciali. Si amplifica la lezione voyeuristica del meraviglioso Peeping Tom di Michael Powell: l’occhio del regista, quindi la telecamera e la sua visione, diventano il nostro punto di vista, facendoci prima tifare per i poveri ragazzi per poi farci diventare noi stessi il cattivo, il mostro che li insegue. Le regole classiche di cinema vengono sovvertite in un uso anarchico e innovativo della macchina da presa che mai prima di Evil dead è stato mai portato tanto al parossismo: il cinema e il suo sguardo annientano le barriere di set e di storia, distruggono oggetti, passano attraverso la materia per ingoiare la carne, sfaldarla, renderla quasi materia pittorica di colori acrilici, ricreando, attraverso la miserabilità di un budget pauperistico, nuove forme di linguaggio filmico che non si accontentano di urla e tagli, ma arrivano a riflettere sull’essenza stessa del cinema.

Non a caso vediamo, in una scena, un vecchio proiettore riempirsi di sangue, omaggio sì al consiglio dato da Andy Grainger, ma anche idea precisa di creare non un film sanguinoso, ma un film che sanguina, un’esperienza di terrore che parte dal cinema stesso e dai suoi classici tanto che il commento musicale (meraviglioso di Joseph Lo Duca) è quasi da film muto in contrapposizione agli orrori mostrati. Evil dead è la nouvelle vague del cinema splatter, un’opera che anticipa gli umori del cinema horror, essenziale per tessere le basi per il futuro del genere, sia una nuova carne cronenberghiana che un Demoni baviano. Si può dire quindi che se Dawn of the dead era il punto di non ritorno del cinema splatter, con il suo impegno politico camuffato da bassa exploitation, Evil dead ne è la rinascita, un cinema splatter meno politico, simbolo di un decennio, gli anni 80, di fretta consumistica, ma altamente spettacolare, pieno di effetti, capace di giocare con la bassa materia in maniera visivamente potente in una concezione di horror più di occhi che di cervello, un cinema che attinge le sue basi dalla pittura e usa storie già viste per creare nuove forme di linguaggio, l’equivalente filmica della riciclarte, dove l’immondizia o l’usato diventano materia per altra arte.

Senza falsi giri di parole Evil dead è un capolavoro, imitato, stracitato anche a distanza di più di trent’anni, ma raramente raggiunto come grandezza filmica. Il bello del film di Raimi è la capacità di appassionare, non solo di spaventare: alla fine le scene più urlate come concezione, la fuga col ponte distrutto, le frasi d’amore tra Ash e Linda, la cena prima del ritrovamento del Necronomicon, servono a farci empatizzare con questi personaggi solo abbozzati, la cui morte diventa momento dolorissimo più del loro martirio di carne e spirito.

Evil dead è il film che ogni fan del cinema horror avrebbe voluto vedere, un’orgia violenta dalla velocità di un blu tornado di Gardaland, pieno di scene fantasiose e di mostri spaventosi. Evil dead attinge la sua forza anche da paure ataviche, i boschi da fiaba ne sono un esempio, Raimi non li ripopola soltanto di nuove creature, la variante del lupo di Cappuccetto rosso, ma rende il bosco stesso un mostro senziente, con la sua essenza impalpabile, con le sue mani che diventano piante, con il suo sesso di arbusti e rami che violenta ragazze vergini, con la frase apparentemente gratuita detta da Scott all’amico “Gli alberi lo sanno Ash!”, con l’impossibilità di attraversare il bosco come in una favola scura dei fratelli Grimm.

Lo splatter fa la sua grande parte è vero e stupisce come i trucchi dell’esordiente Tom Sullivan siano tra i più inventivi visti fino ad allora nell’horror. Certo il make up è a volte posticcio, ma è il simbolo stesso di un film dal budget irrisorio, che si fa beffe dei miliardi, e riesce lo stesso con accorgimenti, invenzioni ad essere concorrenziale: come d’altronde prendere sottogamba un horror che riesce a rendere romantico uno smembramento o un finale che trasmuta la carne in una sorta di pongo malleabile? Certo molti si lamentavano delle influenze, l’Esorcista e i suoi vocioni da trans in primis, ma sfido a trovare in questo film un solo momento che sia scopiazzatura e non citazione epidermica, un po’ come il nostro Dylan Dog degli anni 80.

Tra Evil Dead e Evil dead 2 in Italia

Evil dead uscì nel 1983 in Italia come La casa per via dell’inventiva del distributore Roberto Cimpanelli che creò anche la famosa C a forma di mezzaluna della locandina nostrana. D’altronde tradurre letteralmente Evil dead come Morte malvagia sarebbe stato un bagno di sangue al botteghino, onore quindi all’inventiva italiana che nella semplicità permise al film di Raimi di incassare nel Belpaese ben tre miliardi. Certo che aspettare quasi quattro anni per La Casa 2 doveva sembrare un’eternità e perciò lo stessoCimpanelli acquistò i diritti per un’altra casa del terrore, The house, diretta da Steve Miner e da noi uscita come Chi è sepolto in quella casa? con naturalmente la stessa C del capolavoro raimiano. Era l’inizio di un’invasione di case del cinema del terrore che avrebbe visto l’inquietante Superstition diventare La casa di Mary e una serie di immobili pieni di fantasmi prodotti in Italia. Chi è sepolto in quella casa? è un ottimo fantasy dalle venature horror, fantasioso e ben diverso, sia come registro che come resa, dal capolavoro raimiano. Innanzitutto il sangue è ridotto a poco o niente, più interesse è mostrato verso una sceneggiatura densa di umorismo senza sfociare nella cretineria, che parla di porte infradimensionali e di zombi dalla consistenza di un rimpianto passato.

Modello è senza dubbio il misconosciuto The Jar di Bruce Toscano, confuso horror che anticipava tutte queste idee, ma non sapeva sfruttarle in pieno per colpa di una regia non all’altezza e un plot troppo confusionario. Al timone però qui c’è lo Steve Miner del secondo e terzo capitolo di Venerdì 13 che presto avrebbe abbracciato la commedia pura con il bel Soul man, ma che qui ancora flirtava con l’horror, in un mix sapientemente gestito, e non senza un paio di spaventi ben assestati. A interpretare l’eroe della storia il divo televisivo William Katt, fresco fresco dal successo di Ralph supermaxieroe, e qui ottimo nel ruolo del protagonista Roger Cobb, in un cast comunque eccellente e ben assortito.

Ottimi gli effetti speciali con creature mostruose variegate, e orecchiabile i commento musicale di Harry Manfredini, veterano dei Venerdì 13. Ma se il film di Miner era ottimo, lo stesso non si può dire del seguito, La casa di Helen, diretto da uno dei due sceneggiatori del primo capitolo Ethan Wiley (l’altro era Fred Dekker), dove tutte le cose buone del film precedente vengono buttate sul demenziale in un intreccio che mischia sciaguratamente passaggi infradimensionali con trovate che si vogliono buffe, ma che risultano solo patetiche. Peccato perchè i trucchi soni sempre di alto livello, ma il film resta una delusione cocente, senza quasi nessun contatto con il prototipo. Cosa curiosa è che The house 2 venne presentato sui listini dei film in uscita nella stagione 87/88  come La casa 2, per poi essere reintitolato La casa di Helen, favore personale di Cimpanelli De Laurentis che aveva prodotto il vero Evil dead 2 in uscita imminente.

Evil dead 2

Evil dead 2 arriva dopo l’insuccesso di Sam Raimi con la commedia I criminali più pazzi del mondo (Crimwaves), scritta dagli amici registi Ethan e Joel Coen. L’amore del regista per il demenziale, ma anche per i cartoni animati alla Tex Avery, viene percepito più che nel film d’esordio. Gli elementi sono gli stessi, tanto che il film a tratti sembra un remake camuffato, ma è l’approccio cartoonesco ad essere diverso: esemplare la scena dove Ash (Bruce Campbell) si amputa una mano e questa torna a sfotterlo in un’apoteosi di muri rotti come sagome di Willy il coyote, e sangue a geyser tanto irreale da non fare paura. De Laurentis, come detto, produce il tutto e lascia estrema libertà al regista, ma gli chiede soltanto il favore di non calcare la mano sulla violenza. La risposta di Raimi è un ni, ovvero il film è sempre estremo, ma il sangue è innaturalmente verde e il tutto è così grottesco e surreale da non generare il disgusto dello spettatore, tanto che la pellicola non otterrà neppure il vietato ai minori di 14 anni al cinema. L’impossibilità di riutilizzare le sequenze del primo film (proprietà di un altro produttore) fanno rigirare al regista una condensazione di Evil dead nei primi 15 minuti prima di dare il via alle danze di questo strano splatter comico, apripista per una serie di produzioni umoristiche che avranno la massima espressione nei lavori neozelandesi di Peter Jackson. La sceneggiatura originale pare prevedesse uno sviluppo dell’opera di quasi 3 ore con l’intro di quasi 90 minuti (!!!), ma alla fine si optò per un’ora e trenta scarsa di girato. Evil dead 2 all’epoca stupì un po’ tutti perché, pur essendo un sequel, non assomiglia per nulla al precedente. Tutto ne La casa 2 è folle, dalla violenza iperrealistica alle scene incredibili, Ash che ride insieme a delle lampade o a un cervo, la danza di Linda risorta con la testa mozzata a mo’ una bombetta, il finale medioevale, l’occhio che vola in bocca a una scream queen, creando quasi un impossibile musical all’Apprendista stregone Disney dove sono le immagini a dare il ritmo indiavolato al tutto. Non per niente Evil dead diventerà con l’andare del tempo anche uno spettacolo musicale di un certo successo, rappresentato in tutto il mondo, non indegno della tradizione del Rocky horror picture show.

Case in affitto

Per un Evil dead 3, ovvero L’armata delle tenebre, bisognerà aspettare il 1992, quindi ben sei anni, ovvio che il buon Cimpanelli, si fosse affrettato in fretta e furia a depositare il titolo in SIAE di La casa 3, ma inutilmente. Infatti il distributore Achille Manzotti era arrivato prima di lui, ma non solo, si era accaparrato anche l’esclusiva di la Casa 4, 5 e 6. Iniziò una battaglia legale che inaspettatamente vide perdere Cimpanelli, il quale con la coda tra le gambe prese il restante La casa 7 per un futuro film. La casa 3 (Ghosthouse), prodotta da Aristide Massacesi (il grandissimo Joe D’Amato) e la sua Filmirage, e diretta dal veterano Umberto Lenzi, uscì nei cinema italiani nel 1988, forte di una copertina che echeggiava il precedente La casa di Mary. Si pensò bene di girare l’opera nel Massachusetts e, grazie a un cast e dei credits completamente anglofoni (il regista si chiamò per l’occasione Humphrey Humbert), il film fu furbescamente venduto come horror americano, ottenendo anche un discreto successo. La casa 3, a parte il nome del fantasma Henrietta (come la moglie dell’archeologo di Evil dead 2), non ha spunti in comune con i due capitoli di Sam Raimi, anzi sembra più che altro rifarsi agli Amityville, soprattutto per l’idea di una casa grande e piena di orribili segreti,  ben lontana dalla catapecchia dove Bruce Campbell lottava contro i demoni kandariani.

Lenzi, maestro di polizieschi anni 70, gira distrattamente, il suo horror è interpretato malissimo da attori allo sbando, gli effetti speciali sono poco speciali, e il film è di noia abissale. Si salva solo la nenia del pupazzo malvagio e una certa originalità negli omicidi, più da thriller argentiano, ma è poca cosa davvero. Meglio si va con La casa 4 (Witchcraft) diretta da un bravo Fabrizio Laurenti agli esordi con lo pseudonimo di Martin Newlin, alle prese con una storia che echeggia Hellraiser non senza una certa inventiva sia di messa in scena (le morti sono da antologia) che di originalità nell’approcciarsi ad un horror tutto sommato usa e getta. Il cast, ricco e pieno di nomi famosi all’epoca, tra i quali spicca il David Hassellhoffdi Supercar e la Linda Blair de L’esorcista, riesce a conferire una certa internazionalità che il precedente diLenzi non aveva, malgrado la location americana (anche qui si è comunque in Massachussetts). La strega, interpretata dalla diva del cinema anni 50, Hildegard Knef, ha la potenza inquietante della Bette Davis di Ballata macabra, accresciuta dalla recitazione sopra le righe dell’invecchiata attrice, a sua volta fantasma di una giovinezza ormai sfiorita. Il film è sanguinoso e di buonissima fattura (a parte alcune effetti ottici risibili), tanto da essere La casa apocrifa più di successo. Questo ringalluzzì Massaccesi che l’anno dopo buttò nei cinema La casa 5 (Beyond darkness), questa volta diretto dallo specialista Claudio Fragasso dietro lo pseudonimo abituale di Clyde Anderson.

Il risultato purtroppo è insoddisfacente, non tanto per la regia elegante, ma per una storia che inizia anche bene, ma che sfocia presto nel deja vu esorcistico a buon mercato. Alcuni momenti sono inquietanti, si veda il cigno nero o l’arrivo delle megere accompagnate dalla nebbia, ma nè le interpretazioni degli attori (a parte un gigionesco David Brandon) nè il plot (in origine pensato come sequel del precedente) sono oltre il miserabile, con un budget inadeguato anche per una produzione d’imitazione americana. Questa fu il capitolo apocrifico che incassò di meno e fece fallire il progetto de La casa 6 per la regia di Edoardo Margheriti. Come detto però uscì comunque, anche senza la sei, La casa 7, terzo segmento dei The House, con la stessa cover del primo Evil dead di Sam Raimi. Questa produzione, mediocre anch’essa, vedeva alla regia lo shooter David Blyth sostituito dopo poco dal compianto James Isaac, futuro autore di Jason X e effettista per David Cronenberg, in una produzione troppo sbilanciata per appassionare. House 3: the horror show scopiazza senza pudore il plot del contemporaneo Sotto shock di Wes Craven, senza avere la sua stessa creatività nel mettere in  scena uno slasher futuristico. Dispiace vedere coinvolti in questo pasticcio il bravo Lance Heriksen e l’ottimo caratterista Brion James, ma il film vale poco o niente: mai spaventoso, spesso confuso, fa rimpiangere le case italiche più scalcagnate. Ed è tutto dire.

La saga di The house continuò con un quarto (orribile) capitolo che vedeva in scena ancora William Katt, ma stavolta si abbandonò il marchio La casa con la c a forma di falce, per un più anonimo House 4 presenze impalpabili (anche se fu annunciato col  titolo Disney Chi ha ucciso Roger? intendendo il Cobb del film di Miner non il Rabbit di Zemeckis. Infatti ormai con troppe produzioni, per lo più  scadenti, l’attenzione del pubblico era scemata e, soprattutto con l’uscita di almeno una decina di titoli truffa uno di seguito all’altro, si era fatta di ogni erba un fascio. Sia d’esempio il bel Dream Demon che uscì in Italia come La casa al numero 13 di Horror street e le uniche parole non scritte in lillipuzziano era La casa e il 13, creando l’illusione di avere perso almeno 6 capitoli e di assistere a La casa 13!

Tra le imitazioni più spudorate del ciclo si può segnalare il delirante Il bosco 1 di Andrea Marfori, oggetto di un culto scellerato postumo che sublima l’effettiva brutta qualità del prodotto.

La vera Casa 3: L’armata delle tenebre

Nel 1992 viene finalmente girato da Sam Raimi il terzo capitolo del suo The evil dead intitolato semplicemente Army of darkness, e il risultato è ancora diverso dai precedenti capitoli. Se la prima parte era un horror gore, la seconda un horror umoristico con sterzate violente, il terzo è un fantasy comico con sporadici elementi horror. Bruce Campbell diviene l’anima del progetto, il suo alter ego è protagonista assoluto di una vicenda cartonesca, simbolo di un americano medio che nei film scifi anni 50 dimostrava una stupidità superiore a quello dei pazzi cattivi. Arrogante, ignorante, pusillanime, vigliacco, truffatore, Ash è l’antieroe per eccellenza, parodia di un certo cinema muscolare che voleva battute ad effetto e tanta azione. L’armata delle tenebre è una specie di Mr smith va a Washinghton di Frank Capra in chiave fantastica dove il Candido voltairiano è stavolta un gran figlio di puttana che uccide demoni con fucili a canna mozza, seduce ragazze e quasi diventa imperatore di un regno senza nessun merito che non sia la codardaggine. La messa in scena è potente grazie anche al budget di 11 milioni di dollari (contro i 3, 5 del 2 e i 350000 del primo) così da permettere una grandiosa scena di battaglia tra uomini e scheletri che echeggia quella di Ray Harryhausen per Gli argonauti. Ma non solo, il ritmo, già spinto all’eccesso nel capitolo precedente, viene ancora velocizzato in un continuo di trovate riuscite, di combattimenti parossistici e  omaggi al cinema passato che rendono Army of darkness un divertissement che può tranquillamente mettere insieme i gusti dello spettatore medio e del cinefilo snob.

Ash vs Evil dead.

Arriva come un fulmine a ciel sereno Ash vs Evil dead, il seguito della saga Evil dead (Army of darkness è fuori per beghe di diritti), 10 episodi da 30 minuti (il pilot di 45) con Bruce Campbell come protagonista e Sam Raimi a supervisionare il tutto. A produrre invece ci pensa la Starz di Spartacus e Black Sails, una piccola realtà televisiva capace di farsi conoscere e apprezzare dal pubblico grazie alla propensione per il sangue e i nudi. Un terreno fertile per Evil dead, lontano da censure, pagando, forse, l’unico scotto del basso budget, ma è dalla miseria d’altronde che Evil dead è nato. Ash vs Evil dead mentre scriviamo è arrivato al secondo episodio, uno girato da Sam Raimi in persona e l’altro da Michael J. Basset, due frammenti buonissimi in entrambi in casi, vero cinema wow che vive d’emozione, cazzate e applausi a bocca piena. Nella settimane a seguire altri registi si affiancheranno ai due, tra i quali lo shooter Starz Michael Hurst, sperando che alla lunga, unica paura nel guardare la serie, il gioco non si spezzi e non tendi ad annoiare. Noi comunque restiamo fiduciosi anche perché stiamo parlando di  Evil dead, un film che con due lire e tanta fame era riuscito non solo ad essere un capolavoro, ma a sovvertire le regole del cinema horror, creando dal niente milioni di altre case manco fosse un’agenzia immobiliare. Tutto può essere possibile allora no?

Andrea Lanza

La casa 4 (Witchcraft)

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In una spettrale isoletta al largo del Massachussets sorge un solo edificio, in cui si dice, anni prima si rifugiò una strega incinta, per sfuggire alle persecuzioni. Per studiare questa leggenda si recano sul posto una giovane coppia, ed in seguito una intera famiglia in viaggio di affari. Qui la maledizione della strega si riversa in tutto il suo orrore sugli incauti visitatori, che uno per volta verranno sottoposti a crudeli e sanguinose torture.

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Nel pieno del boom del cinema horror raimiano, Aristide Massaccesi mette in cantiere la sua seconda de Le case apocrife per la regia di un giovane Fabrizio Laurenti. E’ il tramonto dei generi e tutto quello che di buono c’era ancora, Soavi e Deliria, Argento e gli ultimi sussulti di Opera, si stava pian piano tramutando nel linguaggio castratamente televisivo delle produzioni Rete Italia. Fortunatamente, pur con budget non milionari, le produzioni horror del compianto Joe D’Amato avevano ancora il sapore dei nostri horror truci e volgari. Era di un anno prima il disastroso La Casa 3 (Ghosthouse), firmato da un Umberto Lenzi abbastanza sciatto con il nom de plume di Humphrey Humbert, e non ci aspettava un gran film neppure da questo quarto capitolo dalla regia di un signor nessuno.

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Leggenda vuole che Laurenti, alla sua opera prima, impressionò la vecchia volpe Massaccesi grazie a un suo cortometraggio, girato a New York, incentrato su un gruppo di vampiri dal titolo The immigrants. Fece colpo talmente che fu messo al timone di quella Casa che incassò più di ogni altra prodotta in Italia. Se Lenzi aveva puntato su una sorta di La casa di Mary (Superstition) con un fritto misto di altri elementi (Inferno, Evil dead 2, Amityville horror) filtrati grossolanamente tra di loro, Laurenti, dietro lo pseudonimo di Martin Newlin, gira un prodotto, nei limiti, più raffinato, cercando di non buttare il tutto nel confusionario gore casereccio. Certo di sangue ce n’è molto, e le morti, tante e inventive, soddisfano il palato degli spettatori più truci, ma La casa 4 possiede un fascino che va oltre il budello o i massacri. Certo la storia non è delle più originali con un inizio che omaggia L’aldilà, e l’anima di Hellraiser sempre ben presente nei vari supplizi, ma è la messa in scena a fare la differenza. Laurenti si prende tutto il tempo del mondo per dare il via alle danze di morte, si sofferma sui vari personaggi descrivendoli tutti nei loro stereotipi da vittime sacrificali, la lussuriosa, l’avida, l’iracondo, la vergine, in un’introspezione anomala per un film biecamente d’imitazione. La casa che fa da sfondo alla vicenda, una grande magione abbandonata su un isola del Massachussets, possiede solo a vederla una certa atmosfera da horror terrorizzante, i lunghi corridoi, i fasci di luce, le ombre dietro le porte, lo scricchiolio delle assi marce.

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Il cast è poi ricco, con nomi di un certo richiamo per una produzione italica, il David Hasselhoff di Supercar e la Linda Blair de L’esorcista, abbastanza per sentire l’odore di Hollywood in un nostro horror, e abbastanza per portare al cinema gli sprovveduti con la finzione di una produzione americana. A rivestire il ruolo di una strega in nero, l’anziana attrice Hildegard Knef, in una parte pensata con presunzione per Bette Davis, come nell’evidente modello di Ballata macabra di Dan Curtis. La Knef gigioneggia e si aggira tra i corridoi della vecchia magione, vamp di altri tempi incurante degli anni, quasi un riflesso della decadenza della location, perfetta nel ruolo di cattiva da Viale del tramonto in salsa horror. Laurenti è al suo film migliore, azzecca i tempi, ha trovate di una certa suggestione come la radio che trasmette in tedesco o il filmato in bianco e nero accompagnato da una vecchia canzone, riesce a mettere sul fuoco talmente tante cose buone da bilanciare anche le poche cattive, che pur ci sono. Diamo pane al pane e vino al vino: terribilmente malfatti sono i momenti dove i malcapitati protagonisti precipitano in un rozzo Maelstrom con inauditi effetti speciali sovraesposti e disegnati sulle loro urla, e, senza dubbio, è ridicolo il gran finale con il fermo imagine da Gatto Mammone di Nando Cicero sulla faccia della ragazza sopravvissuta.

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L’inferno riprodotto da Laurenti è però molto suggestivo, una landa desolata popolata da streghe che riportano alla mente i quadri di Goya, vestite di stracci neri, sudice e con fantocci di bambini tra le labbra. Anche il diavolo viene rappresentato con un certo gusto, stupratore, dal corpo magro, ma la bocca di peste, diverso dal solito caprone da sabba. Ed è proprio lì, per gusto voyeuristico, nell’incontro carnale col Demonio, che possiamo goderci le meravigliose tette di Leslie Cumming, attricetta dal viso di fantasie lascive. Ecco che l’idea dantesca di contrappasso per le morti, riutilizzata dal più famoso Seven di David Fincher, è uno dei guizzi dell’opera: alla vecchia avida viene cucita la bocca e messa a penzoloni sopra un camino scoppiettante, la bella ninfomane viene “penetrata” alla gola da un pesce spada imbalsamato, il suo amante arso vivo su una croce al contrario, l’anziano iracondo soffocato dal suo stesso sangue. Il make up di Maurizio Trani è buonissimo e il film è sadico al punto giusto, cade un po’ nel finale esorcistico (ma è l’obolo da pagare per Linda Blair), restando alla fine un valido esemplare di come potevamo fare grande cinema d’intrattenimento anche arrivando a scippare le idee dagli americani. La successiva La casa 5, pur con una regia elegante e una location azzeccata, fallirà nella noia e nel deja vu, terminando il breve periodo de Le case apocrife, altro rimpianto di un tempo che non tornerà più.

Andrea Lanza

La casa 4 (Witchcraft) 

Anno: 1988

Nazione: Italia

Regia di: Fabrizio Laurenti (Martin Newlin)

Scritto da: Harry Spalding, Daniele Stroppa

Cast: David Hasselhoff – Linda Blair – Leslie Cumming – Catherine Hickland – Hildegard Knef

Uscita in Italia: 6 Agosto 1989

Durata: 93 min.

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Quando Evil dead si giocava (viaggio nei videogames con Ash)

Evil dead di Sam Raimi fu, nella mia crescita, uno tsunami emozionale, al pari del mio primo porno con Jenna Jameson. Lì le tette, qui il sangue, lì le scopate, qui le mutilazioni, terreno diverso, ma stessi bassi istinti, eros e thanatos neanche fossimo in Basic Instinct. A 13 anni ero goloso di horror, il mio genere preferito, avevo già visto, di nascosto, Non si deve profanare il sonno dei morti, bellissimo, ma una cosa come Evil dead era oltre, oltre ogni mio più spinta fantasia da bambino adolescente in piena tempesta ormonale. In La casa c’era tutto quello che si poteva chiedere ad un horror di serie B senza arzigogoli autoriali: boschi minacciosi, pulsioni sessuali a mille, secchiate di sangue, simil zombi e naturalmente Ash Williams che era un personaggio fighissimo, anche senza essere l’Ash “inghiotti questo” dei seguiti. Ricordo che Ash era il mio mito, tornavo a casa e mi guardavo La casa in random, una, cento, mille volte, ripetendo le battute a memoria, avrei voluto essere lui in questo mondo, come dice Masini, di ricchi panini, qualunque cosa volesse significare, ma è Masini e per forza deve avere ragione.

Il capolavoro!

Il capolavoro!

Certo che tra L’armata delle tenebre e il telefilm targato Starz, Ash vs Evil dead, sono passati quasi 23 anni, non uno, non cinque, non dieci, ma ben 23 anni, lasciando a bocca asciutta i fan di mezzo mondo. Anche se non è che Ash sia proprio restato nel frattempo a contare le pecorelle e rigirarsi i pollici.

In questi anni, se non lo sapevate, Ash ha combattuto contro una miriade di mostri spropositata, ha affiancato Vampirella e Darkman e ha aiutato persino la Marvel contro l’invasione zombi, non proprio una cosa da pensionato chiuso in solaio. Com’è possibile? Beh si vede che non leggete fumetti o giocate alla Playstation.

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Armatevi quindi di joypad perché è di videogiochi che parleremo oggi. In ben cinque casi, il primo risale al 1984, Evil dead è diventato un videogame riproponendo dapprima la storia originale in banali tie in e poi scatenandosi in diversi seguiti così gustosi che è un peccato non siano mai stati girati.

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Evil dead il videogame, come detto, è dei primi anni 80, uscito per Commodore 64 e Spectrum, una blanda versione a colpi di pixel del film omonimo di Raimi. Lo schema è semplice: Ash deve barricarsi in casa e combattere contro i demoni kandariani che si sostituiscono ai suoi amici. Musicato da sinfonie 8 bit, il videogioco ripropone uno schema simile a Pac Man con Ash che scappa, prende l’ascia o l’arma di rito, uccide il mostro che prima l’inseguiva e avanti fino al finale col Necronomicon. Abbastanza ripetitivo, il gioco mostrava però in versione pixel, nella schermata iniziale, la faccia mostruosa di Ellen Sandweiss.

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Per avere un altro gioco su Evil dead bisogna aspettare il 2000 con Evil Dead: Hail to the King, uscito soprattutto per Playstation, ma anche per i PC e lo sfortunato Sega Dreamcast. Gioco invecchiato meglio di come si presentava all’epoca, Evil Dead: Hail to the King è un clone neanche tanto blando di Nightmare creatures con spruzzate di Resident Evil. Quello che purtroppo manca è l’atmosfera, mai terrorizzante, con nemici troppo uguali e ripetivi, ma per fortuna  Evil Dead: Hail to the King è anche un gioco molto vario come ambientazioni e abbastanza frenetico. La grafica notevolissima poi fa la parte del leone, vista anche ora nell’orgia di pixel che i televisori 50 pollici possono palesare. Si tratta di un vero seguito de L’armata delle tenebre, ambientato parecchio tempo dopo i fatti vissuti alla fine della pellicola, con Ash che decide di tornare al vecchio cottage infestato per esorcizzare i suoi demoni. Ecco che si ripresentano però vecchie conoscenze come la mano stregata e il doppio malvagio dell’eroe in una storia che ha la forza nei colpi di scena e che ambienta la seconda parte nel medioevo. Anche il finale, pur se prevedibile, ha il tocco tipico dei capitoli precedenti con l’urlo finale del protagonista in un futuro cambiato dalla sua cretineria.

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Il nemico più bizzarro, un boy-scout mannaro

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Non si dica mai che Ash non si sceglie ragazze fighe

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Nel 2000 questo videogioco aveva una grafica bellissima

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Peggio va con Evil Dead: A Fistful of Boomstick (2003), ma solo per una resa grafica più miserabile nel passaggio con le console di nuova generazione X box e Ps2. Questa volta Ash vive il lutto della sua ragazza, rimasta uccisa dopo un incidente, ubriacandosi ogni sera al bar. Una giornalista televisiva, che ha la bella idea di far sentire al pubblico le registrazioni del Necronomicon, riporterà il mondo nel caos dei demoni kandariani. Anche in questo caso la storia è divertente e varia, con tante ambientazioni storiche dove Ash può scatenare la sua furia al ritmo di battute demenziali e GROOVY! a non finire. Purtroppo il gioco vive di eterni ambienti spogli tutti uguali e città insensatamente deserte, una grafica non al passo purtroppo coi tempi che mina il divertimento finale. Ottimo però l’epilogo che vede Ash fronteggiare le armate dei demoni alla corte di Gengis Khan.

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Nel 2003 la grafica di questo videogioco non era poi così wow

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Del 2005 è invece Evil Dead: Regeneration, uscito per Ps2, X box e Pc. Qui le cose vanno decisamente meglio e il connubio grafica e storia raggiungono il massimo apogeo. Ci si dimentica dei videogiochi precedenti e de L’armata delle tenebre facendo finta che Ash sia stato internato in manicomio dopo i fatti luttuosi di Evil dead 2. Divertente, vario di ambientazioni, non ancora esente da nemici poco caratterizzati è vero, ma talmente veloce da non lasciare il tempo di pensare ai difetti, Evil Dead: Regeneration è l’Evil dead videogioco perfetto, impreziosito pure da un comprimario fuori di testa, un nano zombi di nome Sam che rende ancora più folle il luna park di orrori presentato. Bella poi l’idea di trasformare Ash in Bad Ash quando la serie di combo diventano furia,  così da rendere il gioco, se è possibile, più frenetico. Peccato che il videogame si interrompa con un finale troppo frettoloso e non degno dei precedenti capitoli dei quali questo risulta un delizioso apocrifo.

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Ottima grafica e ottima storia, ecco cos’era Evil dead regeneration

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Povero Sam, la mascotte del gioco

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Per onor del vero esiste un altro Evil dead, sviluppato solo per cellulari dal titolo Army of Darkness: Defense, simpatico ma monotono strategico che segue più o meno la storia del film del 1993. Niente di che.

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Ash puccioso non si era mai visto prima

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Noi intanto speriamo che con questo speciale abbiate trovato un valido rimedio alla vostra sete di Evil dead. Alla fine quello che vi manca è di resuscitare la vostra Playtation o X box dalla cantina, quasi fosse il Necronomicon, e impugnare il vostra motosega, ops, scusate, joypad, contro le armate di Kandar. Sono sicuro non sarete delusi. E se lo sarete forse siete diventati demoni voi stessi.

Andrea Lanza

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