Black Christmas (2019)

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Black Christmas (1974), da noi Un natale rosso sangue, è uno degli horror, se non l’horror, che ha dato il via al fortunato genere slasher ovvero quel filone che mette in scena un omicida, di solito, mascherato, bramoso di fare a pezzi giovani studentesse. Non famoso come il successivo Halloween di John Carpenter, il film di Bob Clark, futuro regista del cult assoluto Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni!, è qualcosa di ancora modernissimo: tensione alle stelle, omicidi fantasiosi, belle ragazze in pericolo e un serial killer che terrorizza anche solo con una telefonata. Tutti elementi che, negli anni, diventeranno cliché del genere, ma che qui sono raccolti e raccontati con uno stile unico e che non risulta mai datato.

Certo Bob Clark nel genere horror non era un novellino: suoi i gagliardi L’assedio dei morti viventi (Children Shouldn’t Play with Dead Things) del 1972 e, soprattutto, La morte dietro la porta, del 1974. E’ però con Black Christmas che arriva a girare un vero capolavoro, imitato, parodiato, scimmiottato negli anni, anche solo nell’influenza dell’altrettanto ottimo Halloween.

C’è da dire, ad onor del vero, che il primato per il genere slasher, anche se ancora ancorato alle logiche del thriller di matrice argentiana, la dobbiamo al nostrano I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973) di Sergio Martino, che sublima le regole di body count mostrate dal complesso Ecologia del delitto (1971) di Mario Bava. Senza dimenticare poi lo strano western In nome del padre, del figlio e della Colt diretto da un Mario Bianchi con lo pseudonimo di Frank Bronston, sempre del 1971, che mette in scena un assassino mascherato in vena di omicidi ad Halloween.

Nessuno di questi esperimenti però, figli di altri generi, ha avuto la forza e la capacità di imporsi e far nascere, anche senza volerlo, un genere nuovo che anche oggi, nel 2020, è vivo e vegeto.

Per anni però di Black Christmas se ne perdono le tracce: nessun seguito in vista, mentre di Halloween, Venerdì 13 e dei loro figli belli e meno belli ne vediamo uscire a bizzeffe, numeri 2, 10, uno contro l’altro, nello spazio, ma nulla del povero killer appassionato di Natale. Nel 2006 si decide finalmente di resuscitare il thriller di Clark con uno sfavillante remake diretto da Glen Morgan, produttore e sceneggiatore famoso per X-files, reduce come regista dal flop commerciale di Willard il paranoico, sua opera prima. Produzione canadese, come per il film originale, il vecchio regista alla produzione, un cast di bellissime ragazze e una violenza esasperata che sfocia nello splatter più selvaggio. Il film è fantastico ma non ottiene né il plauso della critica né pareri buoni dagli spettatori che, a tutt’oggi, bollano la pellicola su imdb con 4, 6 di votazione. Un thriller forse non capito, o troppo serio per la generazione che non distingueva Scream da Scary movies: incassò nel mondo solo 21 milioni a fronte di un budget di 9. Di Glen Morgan, al cinema, non se ne sentirà parlare più.

13 anni dopo è la Blumhouse, casa famosa per i suoi low budget di successo miliardario, come Insidious o Conjuring, a resuscitare ancora il marchio Black Christmas con un’opera bizzarra, castrata e dalle tante, troppe ambizioni.

Del film originale di Clark, intanto defunto, in questo nuovo remake neozelandese, resta ben poco: qualche omicidio che occhieggia al prototipo, il titolo e poco altro. Un’operazione per certi versi simile all’assurdo Che la fine abbia inizio (Prom night) di Nelson McCormick, ispirato ma non ispirato a Non entrate in quella casa (sempre Prom Night), classico slasher canadese con Jamie Lee Curtis.

Dietro la macchina da presa abbiamo Sophia Takal, attrice e apprezzata regista, nota per i suoi personaggi femminili interessanti e poco stereotipati. Il suo primo contatto con la Blumhouse è l’episodio New Year, New You della serie horror antologica Into the dark, un gioco al massacro tra amiche interpretato con partecipazione da Suki Waterhouse, Carly Chaikin, Williams Kirby Howell-Baptiste e Melissa Bergland. Abbiamo qui, come in tutte le opere della Takal, il limite di una storia non eccelsa, troppo didascalica e urlata. Così anche una regia ispirata, si perde in un pasticciaccio indigesto e velleitario.

Non dissimile è questo Black Christmas: personaggi anche interessanti, temi lodevoli come la violenza contro le donne, ma un totale disinteresse per la storia a favore di un messaggio sbandierato all’esasperazione, quello del girl power, dell’emancipazione femminile e della grettezza del (porco) genere maschile.

In Black Christmas gli uomini sono degli stronzi, vogliono sottomettere le donne, trattarle come oggetti sessuali, farle stare zitte e, nel caso si ribellassero, massacrarle. Non c’è pietà per il mondo maschio né per le “sorelle” che tradiscono scegliendo di essere schiave, magari mogli e fidanzate, in un universo fallocentrico: si muore e male.

Si salva un uomo è vero ma è anche il personaggio peggio scritto, assolutamente assessuato in un horror che affronta il tema dello stupro ma cerca di essere il meno morboso possibile e soprattutto cerca di non parlare mai di sesso.

Ne esce un film tagliato più di 10 minuti, esangue, con delle morti che sulla carta sono carine ma che si concludono prima dell’atto come quei porno che uscivano censurati di cazzi e sborra, perdendo la poesia orgiastica di un Rocco Tarzan contro Jane l’assatanata.

Questo perché alla Takal importa una sega del genere horror, di Black Christmas, di Bob Clark, degli omicidi come forma d’arte, a lei interessa solo il metaforone che vuole la donna prendere a calci in culo l’uomo e fargli pure malissimo.

Così ad un certo punto la storia prende una tangente strana: subentra il satanico a favore del thriller, si perde il maniaco che chiamava le studentesse come uno stalker per preferire una coscienza maschile totalitaria, da insetto, che muove i membri di una confraternita ad essere un unico cervello per più killer.

Certo anche le protagoniste si definiscono “formiche” ma per evidenziare il loro essere unite, non depersonalizzate, mentre gli uomini, dietro una maschera da Dottor Destino, sono solo una massa stupida, mossa dalle pulsioni più semplici, riprodursi e ammazzare.

La Takal loda i tagli perché così, PG13, il film potrà essere visto da un pubblico vasto, da ragazzine che sapranno quali pericoli possa riservare il mondo maschile e riprendersi il proprio ruolo di donne, giovani donne del domani. Così la battuta “Succhiami il cazzo” prima di bruciare un cattivone, detto dalla stracazzutissima Aleyse Shannon, si tramuta senza senso nella monca “Succhiami il…”, tanto per non offendere nessuno in sala.

Peccato perché è proprio nel finale, quando le donne ribaltano la situazione da vittime a cacciatrici, che il film prende una strada deliziosamente exploitation alla Jonathan Demme con femmine incazzate armate di arco. “Hai scelto la puttana sbagliata” esclama la sorella nera e la freccia viene scoccata contro il maschio bastardo. Solo che, anche qui, tutto viene annacquato, anche un’idea concettualmente potente, da questa patina Disney Channel sfoggiata con vanto.

Il castè formato da anonime attrice, bravine e insipide, un po’ come il film, a cominciare dalla graziosa Imogen Poots (Green Room), classe 1989, nei panni della protagonista Riley. Gli interpreti maschili invece sono per la maggior parte bistecconi inespressivi senza nessuna battuta memorabile perché in Black Christmas anche l’ironia, l’arguzia e l’intelligenza appartengono alle donne.

C’è da dire che l’opera della Takal è girata con perizia anche se sembra in più momenti di stare assistendo ad un Decoteau meno frocio e misogeno, meno sciatto e senza uomini in mutande. Per intenderci una cosa alla Brotherhood glorificata però da un budget più ricco ma da una sceneggiatura ugualmente orribile con l’aggravante della metaforona che, se non sei Bong Joon-ho, magari lascia stare.

Leggenda racconta che la Takal volesse girare un nuovo I spit on your grave, ma non riuscendo ad avere i diritti, si è buttata su questo Black Christmas. Dio a volte è saggio e ci scampa dai Non violentate Jennifer in versione metoo alla Non fate incazzare Hannah Montana.

Comunque il film ha incassato meno del previsto con buona pace della sua regista, del girl power, del povero Bob Clark che mai è stato tanto insultato, e pure della co-sceneggiatrice April Wolfe che dichiarava tutta felice ” L’ho scritto col pensiero di indottrinare le adolescenti sull’horror”. Da noi, per colpa della pandemia e dei cinema chiusi, è arrivato diretto in canali streaming come Chili. Oddio per colpa, magari è stata una fortuna.

Black Christmas versione 2019 ci fa rimpiangere l’orribile Una lama nella notte (Sorority House Massacre) del 1986, diretto sempre da una donna, Carol Frank, ma divertente, scemo come un l’orso down che balla al circo, ma sincero anche nel suo essere exploitation senza ambizioni. Ecco il cinema che davvero ci manca.

Andrea Lanza

Black Christmas

Anno: 2019

Regia: Sophia Takal

Scritto da: Sophia Takal e April Wolfe

Interpreti: Imogen Poots, Aleyse Shannon, Lily Donoghue, Brittany O’Grady, Caleb Eberhardt, Cary Elwes, Simon Mead, Madeleine Adams, Nathalie Morris, Ben Black, Zoë Robins, Ryan McIntyre, Mark Neilson, Lucy Currey, Jonny McBride

Durata: 92 min

We Die Young

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Sono passati i tempi d’oro per il belga Van Damme. Vuoi per l’età, ormai un sessantenne dal fisico ancora competitivo ma dal volto segnato, vuoi per un cinema d’azione di serie B coi soldi che non esiste più, ora il nostro si aggira come uno spettrale antieroe in tante produzioni povere per il mercato europeo. E’ proprio in questi lowbuster made in Bucarest, la Hollywood delle tendopoli della settima arte, che la non più star Van Damme ha affinato le sue doti recitative come un attore fallito costretto a passare dalla grande sala al teatro Off-Broadway. Così lo vediamo interpretare personaggi sempre più sofferti come il buttafuori che si immola per la figlia nello struggente The bouncer di Julien Leclercq. La sua figura troneggia in questi prodotti hot dog da cestone del supermercato, alcuni dignitosi come il concitato Pound of Flesh dello specialista Ernie Barbarash, altri indecorosi come l’orribile Black Water, girato insieme al compagno di merende Dolph Lundgren. Più che il collega Steven Seagal, ormai un cartonato appiccicato con photoshop in tante produzioni dello stesso mercato, Van Damme è diventato un marchio, una qualità in pellicole che senza di lui, magari avendo pure buone storie, non si sarebbe cagato nessuno. Fermo restando che siamo in pochi, quasi una partigianeria, ad esaltarci per un nuovo action vandammiano in uscita. I più lo hanno dimenticato, digerito e confuso tra le stelline degli anni 80, cosa che i muscoli da Bruxelles non sarà mai, con buona pace dei vari Mark Dacascos e Michael Dudikoff.

We die young è un dramma dalle forti tinte action, nel quale Van Damme è comprimario in una storia che vede la fuga di due fratelli, un adolescente e un bambino, da una gang latina di spacciatori. Il suo Daniel è un perdente, fin dalle prime scene, un tossico in balia degli incubi di guerra, incapace di parlare per via di una ferita alla gola, che per caso diventata il deus ex machina di una vicenda spinta verso le corde del dramma.

I fan della star belga siano avvertiti: non ci saranno calci o spaccate, We die young segue la strada del verismo e dei combattimenti da strada, poco spettacolari ma molto sanguinosi. Questo lo ribadisce anche il nostro Jean Claude in un’intervista al portale comingsoon “La gente pensa che sia un film d’azione, ma c’è solo un 20% di azione, verso la fine. E’ un tipo di film diverso, gli attori sono anche migliori di me. Non che io non sia bravo, intendiamoci! Parla di comunità da cui, quando ci nasci, è difficile allontanarsi. Quando sono stato in Texas, mi hanno fatto incontrare alcune di quelle persone menomate tornate dalla guerra. Ho pensato subito di accettare, anche se non ero di certo nelle loro condizioni. Parlare con quella gente mi ha aiutato molto per il film. In We Die Young sono realistico, dico cose vere, sono quel tipo di personaggio“.

Sul fatto che il film abbia solo un 20% di azione non è propriamente vero, ma è sicuro che la macchina da presa di Lior Geller, regista di un cortometraggio molto apprezzato, Roads, abbia buon occhio per le scene d’inseguimento. Il momento nel quale i fratellini entrano nella macchina del meccanico Daniel è molto concitato, con un senso del ritmo palpabile e sparatorie improvvise che sfociano in una inaspettata morte.

Il modello forse era anche il bellissimo e inarrivabile Gran Torino di Clint Eastwood, ma We die Young, pur avendo dalla sua anche dei buoni attori sconosciuti, una certa finezza nei dialoghi e un interesse quasi da tragedia shakesperiana nel tratteggiare le varie psicologie, paga la debolezza di una sceneggiatura non all’altezza e con azioni non sempre chiare o plausibili dei suoi personaggi.

Siamo nello strano mondo, un po’ come era, in maniera migliore, il precedente The bouncer, dei B movie con intenzioni, che cozzano prepotente con le logiche del mercato di cassetta, un’opera non brutta, anzi piacevole, che grida autorialità ad un pubblico che vuole solo divertimento e due scazzottate.

Girato in parte negli States, soprattutto Washington, ma nella maggior parte in Bulgaria, con un budget di appena 4 milioni di dollari, We die young è un film che potrebbe riservare più di una sorpresa, ma che non graffia purtroppo come dovrebbe, restando quell’ibrido che per molti sarà indigesto.

Da noi è uscito su Rai4 con un doppiaggio non disprezzabile e presto debutterà in home video, saltando ovviamente il cinema, terra non più fertile per i nostri eroi marziali dell’infanzia. Noi però restiamo come i CCCP, sempre fedeli alla linea, sempre con i nostri eroi, anche nella loro nuova dimensione miserabile, povera ma sicuramente affascinante.

Andrea Lanza

We Die Young

Regista: Lior Geller

Genere: Azione, Drammatico

Anno: 2019 – Bulgaria, USA

Interpreti: Jean-Claude Van Damme, Uriel Emil Pollack, David Castaneda

Durata 92 minuti.

Color out of space

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Sono fermamente convinto che nulla ci rimanga nella nostra memoria come la prima sera passata con gli amici per andar in un posto in cui i genitori non ci potranno controllare. Quelle prime avventure cittadine in cui dei ragazzini di quattordici o quindici anni lasciano le loro case per perdersi nella metropoli, rimarranno per sempre da qualche parte nei ricordi di tutti noi. O forse no.

Magari i miei amici hanno dimenticato l’epica ed eroica avventura che ci spinse ad andar a Milano per recarsi in quel del Dylan Dog Horror Festival. Bè, non ci arrivammo. Ma fu bello smarrirsi per le vie della metropolitana milanese. Sì, non metropoli, intendo proprio la linea rossa, mi pare. Vabbè, andò così.

Tuttavia quell’anno era presente un grandissimo maestro del genere horror, al suo secondo film: Dust Devil. Da noi uscito come Demoniaca. Un horror dall’ambientazione affascinante, con un cattivo indimenticabile e un senso di ineluttabile condanna, che mi turbò e conquisto in quegli anni. D’altra parte avevo amato tantissimo quel bellissimo ibrido tra fantascienza e horror intitolato Hardware.  Le atmosfere opprimenti, angoscianti,  il senso di abbandono e solitudine in cui i protagonisti devono affrontare le minacce ultraterrene o robotiche, sono un marchio di fabbrica di Stanley.  Poi sappiamo come è finita malissimo per questo ottimo regista sul set de L’isola Perduta.

Non è un uomo facile da gestire, il nostro Richard, problemi con la produzione li ebbe anche durante la lavorazione di Dust Devil. Da allora è sparito. Anche se in realtà ha girato dei medio e corto metraggi,  e documentari legati alla stregoneria o al folclore locale dei vari paesi in cui ha deciso di lavorare.

Questo per dire che nella nostra società della visibilità a tutti i costi, tu puoi continuare a lavorare e magari fare cose anche interessanti, ma se sei davvero indipendente o fuori dal grande circo mediatico, tutti penseranno che sei scomparso. Svanito, un nome che una volta è forse stato anche un uomo, ma ora non è nulla.

Noi siamo qui per rallegrarci del suo ritorno, come non potremmo farlo?  Color out of space è tra i racconti più amati e citati di Lovecraft, ed è stato già portato sullo schermo in almeno un paio di occasioni.

Sono quelle prove, a mio avviso, assai intriganti per un regista legato al cinema fantastico, immaginifico, perché ti offre diverse sfide, modi di metter in scena un incubo di tale portata. Compito per altro complesso e difficile, ma il nostro eroe ne esce assolutamente vincitore.

Perché usa bene i mezzi tecnici ed economici che ha a disposizione.  Riuscendo a portare sullo schermo un film dal grande potenziale visivo, allucinato e fastidioso.  Attraverso l’avanzare del colore, del pulviscolo che cade placidamente dal cielo,  ci sentiamo a disagio, perché sai che qualcosa non andrà per il verso giusto, ma è troppo grande per poterlo affrontare. Sei solo contro l’universo e le sue maligne leggi.

Stanley però non esagera con l’elemento visionario, non è il fine, non è un modo per far veder quanto sia in gamba come regista, semplicemente è il mezzo per parlarci della triste vicenda di una famiglia qualsiasi, formata da persone normali a cui possiamo anche voler bene e a cui ci si affeziona, che viene travolta e distrutta da un orrore non meritato.

È mia convinzione che veder sullo schermo persone normali, con problemi che potremmo aver tutti noi o che hanno gente di nostra conoscenza, crei maggior attenzione e attaccamento verso il film che seguiamo.  Per carità, va benissimo aver a disposizione corpi da squartare e personaggi dozzinali, dipende cosa ci interessi per quel tipo di film. Tuttavia se fosse possibile creare un minimo di empatia per i personaggi, il film ne migliorerebbe.

Qui abbiamo un padre che ha tentato di far il pittore, ha fallito e si è trasferito con la famiglia in un posto dimenticato da dio. Classico paese rurale americano. La madre è malata di cancro, la figlia adolescente si perde in quelle cose assai ridicole legate alla stregoneria, un fratello maggiore interessato allo spazio e uno piccolo che è un  po’ il tesoro di famiglia.

Costoro si vogliono bene, Cage è nella prima parte del film un uomo amorevole che dedica tante attenzioni alla moglie e ai figli.  Non è uno di quelli che sa fare affari, ha alle spalle una relazione disastrosa col padre,  e spera che gli alpaga da lui allevati, un giorno possano dar frutto dal punto di vista economico.

I personaggi sono umanissimi, hanno aspirazioni e vivono la loro quotidianità normalmente.. Sono prede piccole, in attesa del grande predatore che si sfamerà divorando la loro ragione, prima ancora che la carne.

Con l’arrivo dell’asteroide e il diffondersi del colore, il film mette la quarta e non si ferma più. Mutilazioni, visioni terribili, orribili creature, tutti gli esseri viventi che entrano in contatto con l’acqua, avvelenata dalla meteora, impazziscono e vanno in contro a una fine per nulla piacevole.

Come scrivevo qualche riga sopra, Stanley ha i piedi per terra e non si avventura in territori rischiosi come fece Rob Zombie per le sue Streghe di Salem,  Quindi l’elemento visionario diventa subito fisico, concreto, attraverso le mutazioni dei corpi, effetto che a me ha riportato indietro nel tempo, come se questa pellicola fosse un prodotto di fine anni 80 e inizio anni 90.  In realtà questo elemento non genera nostalgia, non è una pellicola fatta per chi conosce molto bene il cinema horror dei decenni precedenti, è un film che sa ambientarsi molto bene in questi anni, in cui il genere ha ripreso salute e il centro dell’attenzione del pubblico e della critica.

Questa opera ci porta a un tempo in cui eravamo solo degli spettatori. Affascinati, ammaliati, coinvolti dalle immagini che passano su uno schermo ( grande o piccolo non importa), facendo il tifo per i personaggi e lasciandoci prendere dalla pura bellezza del film.

Insomma un  ottimo ritorno sulle scene per Richard Stanley, che dirige un cast di attori e attrici assolutamente credibili e ben calati nelle loro parti.  Con una nota di merito per Nicolas Cage, capace di mostrare le sue doti di attore spesso disprezzato a cuor leggero. Per la prima mezzora è controllato, mite, imploso, e poi parte per la sua strada di recitazione caricata ed esagerata. Per fortuna c’è lui che ci salva da cretinate come quelle cose che piacciono tanto a certo pubblico e critica, quelli del cinema trattenuto e dei “giochi di sottrazione”. Che vi caschi un cazzo di meteorite in giardino!

Davide Viganò

Color Out of Space

Anno: 2019

Regia: Richard Stanley

Interpreti: Nicolas Cage, Joely Richardson, Q’orianka Kilcher, Tommy Chong, Madeleine Arthur, Julian Hilliard, Elliot Knight, Brendan Meyer, Brett W. Bachman, Melissa Nearman, Amanda Booth

Durata: 111 min.

Confessioni intime di Nyna Ferragni ovvero come una diva di Pornhub si sedette sul divano di Malastrana vhs a San Valentino

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Questo mese Malastrana ha pensato di occuparsi soprattutto di cinema spagnolo, meglio nella sua dimensione anni 70, ma, si sa, a noi piacciono sia le sorprese che i cambi repentini di umore, gli stessi che hanno mosso secoli fa le fantasie di amanti ripresi nel sacro Kamasutra. Perciò quale giorno migliore per parlare dell’erotismo, del sesso più sfrenato, se non San Valentino? Sia chiaro, a noi di Malastrana, i cuori, i cioccolatini, le promesse di amore eterno ci fanno salire il diabete e da lì il passo per le coronarie ostruite, la grande mietitrice, Non seguire la luce, Papà!!!!, e pianti, è breve. Noi siamo più tipi da tette, ci emozioniamo davanti ad un bel culo e lì possiamo esprimere al meglio il nostro gaudio, senza poemi alla Petrarca, in quel magnifico schizzo di passione che simula l’estro di un pittore andaluso.

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Pittori andalusi

Perciò per meglio festeggiare San Valentino abbiamo pensato di sentire una giovane promessa del porno nella dimensione casalinga di Pornhub, uno dei siti più famosi per gli smanettoni romantici dell’amore solitario.

Sia chiaro il porno come lo conoscevamo anni fa non esiste più, le Jenna Jameson protagoniste di kolossal miliardari sui pirati hanno lasciato il posto a filmati di poche decine di minuti, a volte con una trama, a volte no, di sicuro più genuini ma anche più diretti all’uso e consumo del pubblico in frenesia di orgasmo a qualsiasi ora, senza passare per il videonoleggio.

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Un classico del cinema

Inutile rimpiangere i bei tempi, fatti di vhs e Joe D’Amato, che, come dice Battiato, non ritorneranno più: le cose si evolvono e, se non le capiamo, il problema è solo nostro. Lo stesso discorso d’altronde si potrebbe fare con Netflix: esiste un modo pieno di possibilità ad un click. Un tempo le scelte non c’erano, ora, che invece esistono, nulla ci impedisce di scaricare un Selen regina degli elefanti, ma anche di evolverci senza sembrare vecchi brontoloni che aspettano il treno in orario del Duce.

Per questo abbiamo incontrato Nyna Ferragni, misteriosa attrice di Pornhub, che conta quasi 91 milioni di visualizzazioni nei suoi video, che ha creato a suo modo un genere all’interno della piattaforma, un evoluzione del porno casalingo con le mascherine senza però le mascherine.

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Così Nyna Ferragni, viso che si intuisce da ragazza della porta accanto, corpo scultoreo, diventa la protagonista di filmati che la vedono alle prese con situazioni da hardcore anni 80, un pagamento in natura ad un operaio, da commediola anni 70, una studentessa con una storta sedotta da un massaggiatore, ma anche solo situazioni piccanti, il tabù dell’incesto, l’amplesso mostrato nella sua variante animale senza sconti alla trama. In tutti lei appare ma non appare, la telecamera non la inquadra mai completamente in viso, così l’eccitazione si tramuta in sudicio pudore, i dettagli te lo fanno letteralmente diventare duro, senza accorgertene sei dentro la Suzanne di Cohen/De Andrè mentre “lei regge lo specchio” ovvero il gioco, qualunque forma esso abbia.

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Nyna ha risposto alle nostre domande, ha parlato di sé, dei suoi esordi, del suo futuro, del rapporto sentimentale che la lega al compagno di giochi/vita, è apparsa come una ragazza semplice, diretta, come quell’amica che vorresti farti ma non hai il coraggio perché troppo pura, troppo bella, troppo di troppo, mentre ignori che sotto l’anima c’è della carne tremula, se solo fossi coraggioso come le tue fantasie. Di lei sentiremo parlare ancora, ne siamo certi, ma per ora possiamo crogiolarci nell’idea che a parlare della divina Nyna siamo stati i primi.

Malastrana: Immagino che Nyna Ferragni che non sia il tuo vero nome. Come hai scelto questo pseudonimo e perché? Nasce dall’incontro con la persona che fa i video con te? Immagino sia il tuo uomo.

Nyna: Il nome è una delle poche cose che non ho scelto insieme al mio compagno. Ho preso in prestito il nome “Nyna” da una delle mie attrici preferite, mentre il cognome “Ferragni” è stato un suggerimento da parte di una nostra grande amica.

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Malastrana: Chi sei nella vita di tutti i giorni tolta la maschera da Nyna Ferragni? Non intendo ovviamente il tuo vero nome ma il tuo essere agli occhi del mondo. Sei una ragazza timida che ha bisogno della telecamera per essere se stessa?

Nyna: Diciamo che, senza maschera, sono una ragazza che è cambiata tanto proprio grazie a Nyna e a tutto il mondo che questo personaggio porta con se. Ero molto timida ma grazie al porno sono riuscita a togliermi molte inibizioni, ho lasciato cadere una corazza e ho subito una sorta di trasformazione, primariamente per quanto riguarda la sfera sessuale e intima ma piano piano si è riversato su tutti gli aspetti della mia vita.

Malastrana: Luke Ford nel saggio “Storia di XXX: 100 anni di sesso nei film” scriveva “Per quale ragione ho scritto questo libro? Per affrontare i miei due più grandi interessi – me stesso e il mondo. Esplorando il porno esploro me stesso. Esploro fantasie che raramente esprimo. E comprendendo tali fantasie mi sento più in pace e capisco meglio l’umanità”. Sei d’accordo con questa affermazione?

Nyna: Io non solo esploro me stessa attraverso il porno, ma è un modo per mettermi in gioco ogni giorno, un mezzo per riuscire a comprendermi e comprendere ancora meglio la persona (il mio compagno) che ho accanto e che mi accompagna da 6 anni nella vita privata e in questo mondo.

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Malastrana: Trovo interessante il tuo escamotage di apparire in video con il volto non celato da una maschera ma nascosto da arzigogoli strani e geniali, il cappello, i capelli, il braccio sul viso, una variante meno squallida delle mascherine usate nei porno anni 80. Credo che questo nasca soprattutto dal desiderio di preservare la tua privacy, ma come farai se la tua carriera avrà un picco e diventerai famosa oltre pornhub. Ci hai mai pensato?

Nyna: Abbiamo dovuto girare intorno al fatto di non mostrare il volto cercando però di non eliminare completamente il viso come fanno altre coppie sul sito in quanto riteniamo che non sia molto artistico. Trovando queste soluzioni alternative riteniamo che i video preservino un po’ di personalità e passione. La scelta di mantenere la privacy nasce dal fatto che abbiamo altri progetti a cui stiamo lavorando e non abbiamo ancora ben chiaro come evolveranno. Lo scoprirete solo continuando a seguirci 😊

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Malastrana: Girerai video al di fuori della tua vita sentimentale con altri partner o con situazioni diversificate tipo il lesbo, gang bang o triangoli?

Nyna: Tra i vari progetti futuri, abbiamo intenzione di aggiungere un’altra persona nelle nostre scene, anche se la gelosia reciproca ce lo impedisce momentaneamente 😛

Malastrana: Il termine pornografia viene dal latino, porne, prostituta, grapheim, scrivere, e significa letteralmente “scrivere delle puttane”. Tu nel fare i tuoi video ti senti una puttana? Puttana nel senso di mercenaria ovvero qualcuno che vende il suo corpo, o la visione del suo corpo, in cambio di denaro o hai una visione più artistica del tuo lavoro?

Nyna: Non mi piace pensarmi come una puttana nel senso dispregiativo del termine. Non vendo il mio corpo, mi piace pensare invece che vendo attimi di felicità e fantasie alle persone che mi guardano. Momenti di evasione dai problemi e dalla noia che ci sono nella vita reale. Mi piace essere vista come donna o ragazza ideale ed essere d’ispirazione per le coppie che mi seguono.

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Malastrana: Come nascono i tuoi video? Come sono pensati? Trovo davvero diversi i tuoi lavori rispetto ad altre modelle hard su pornhub perchè esiste un tentativo di trama, pur se blando, in un contesto pornografico. Joe D’Amato diceva che “l’eccitazione viene creata dalla situazione” e nei tuoi video c’è una varietà interessante, dalla studentessa con un infortunio alla gamba, alla ragazza che ripaga il lavavetri con il suo culo, ad accenni di incesto simulato tra madre e figlio. Esiste quindi una fase di scrittura prima di girare tra te e il tuo uomo?

Nyna: Per quanto riguarda alcuni video, volendo differenziare i nostri contenuti, prima di passare all’azione c’è la preparazione della sceneggiatura che comprende la scelta dell’outfit, delle riprese, della trama necessari per la realizzazione del video vero e proprio. Altri dei nostri video invece, ritraggono la nostra intimità più spontanea quindi ci basta accendere la videocamera ed essere noi stessi.

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Malastrana: Com’è il tuo rapporto con i fan? Cosa ti chiedono? Quante persone seguono adesso Nyna Ferragni e com’è cresciuta la tua fama dal tuo primo video? Ho visto oltretutto che c’è una parte nella tua pagina di pornhub con un fan club e dei video a pagamento. In cosa cambiano da quelli gratuiti pur essendo gli stessi?

Nyna: I fan sono molto importanti in quanto, dai loro suggerimenti, nascono nuove idee per i nostri video e miglioramenti dati dalle critiche costruttive. Essendo seguita da oltre 120k subscribers non riesco a rispondere sempre a tutti i messaggi che mi arrivano e lì nasce il fan club, dove, in cambio di una piccola quota mensile, si avrà la priorità sui messaggi e, inoltre, si ha accesso a video e foto eslusivi. La maggior parte dei fan mi scrive per complimentarsi oppure per chiedere consigli sulla vita sessuale. I video a pagamento (quindi solo per gli utenti Premium di PornHub) possono essere esclusivi oppure possono essere delle versioni più lunghe (quindi con contenuti inediti) rispetto a quelli gratuiti.

Malastrana: Hai qualche fantasia che non sei mai riuscita a rendere vera?

Nyna: Tante fantasie ma, quella più grande, comune forse a tantissime donne, è quella di avere un’esperienza con una persona del mio stesso sesso. Aspetto ancora la ragazza giusta per me 😛

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Nyna ci saluta! “Ciao Malastrani!”

Nyna Ferragni e i suoi video li potete trovare a questo indirizzo: https://it.pornhub.com/model/nyna-ferragni

poi fateci sapere come vi è sembrata questa ragazza. Sempre ovviamente che non siate impegnati a lustrare la vostra balaustra in ricordo degli anni passati di naja o sfiorarvi l’America, come diceva la Nannini. D’altronde davanti ad una bella donna la fantasia si accende e si diventa pirati e marinai in quell’oceano senza fine, inesplorabile e senza freni che ci fa dimenticare per un istante tutto, anche l’ultimo orizzonte che il guardo esclude.

Vai Lucio con la sigla!

Quando Marta urlò dalla tomba

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Quando Marta urlò dalla tomba era passato un anno da quella notte del 1971 che vide Evelyn uscire, anche lei, dal regno dei morti, senza gridi o gemiti però. Il titolo italiano sicuramente voleva riallacciarsi al fortunato thriller quasi soprannaturale di Emilio P. Miraglia e, come quello, metteva in scena una storia dalla forte dimensione horror per buttarsi, gli ultimi minuti, in una cornice da giallo realista. La mansión de la niebla, il titolo originale, invece, pur se non così d’impatto, risultava più attinente ad una vicenda che non vedeva mai per assurdo la Marta del titolo urlare dal suo sepolcro. Certo ci sono ben due zombi, una dama in nero e un autista, vittima, si vocifera, di vampirismo, ma, come detto, la nostra Marta non fa parte (forse) del regno dei morti, anzi si è barricata in casa, come vedremo nella vicenda, per sfuggire a questi mostri assassini e spietati.

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A girare questa interessante thriller del terrore è Francisco Lara Polop, il produttore di due cult iberici, I diabolici amori di Nosferatu e Il mostro dell’obitorio, entrambi con la star Paul Naschy. La sua carriera registica fortunatamente non si fermò con quest’opera prima, ma continuò fino al 1990, con ben 24 pellicole, tutte confezionate con un interessante estro visivo.

Non fa difetto questo Quando Marta urlò dalla tomba con una location inquietante, fuori dal tempo e lo spazio, una villa gotica sulla strada per Milano (ma il film fu girato a Madrid), coperta da una coltre di nebbia impenetrabile ben prima della mania dei fog degli anni 80. Qui una serie di personaggi con i peccati più disparati si trova a dover passare la notte e ad affrontare i due spettri che infestano la zona. Si muore in Quando Marta urlò dalla tomba soprattutto per spavento, un infarto che colpisce gli sventurati a faccia a faccia con la morte.

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Ottimo il trucco dei due fantasmi/zombi/vampiri (o qualunque cosa siano): viso cadaverico sulla scia de I Tre volti della paura, episodio La goccia d’acqua, mentre si avvicinano lentamente verso la prossima vittima. Inquietudine ampliata anche grazie al tenebroso score di Marcello Giombini, uno dei più terrorizzanti partoriti negli anni 70. In più il loro essere onnipresenti, quasi capaci di materializzarsi in ogni luogo per saltarti alle spalle, anticipa di un decennio i morti viventi di Paura di Lucio Fulci.

Il cast è formato da facce più o meno note, capitanate dalla nostra Ida Galli con il solito pseudonimo di Evelyn Stewart, presenza d’incredibile bellezza dei nostri più celebri horror e thriller settantini da La coda dello scorpione di Sergio Martino passando per Il coltello di ghiaccio di Umberto Lenzi fino al capolavoro fulciano Sette note in nero.

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Quando Marta urlò dalla tomba non abbonda di sesso e sangue, ma su internet un utente di imdb parla di una versione, uscita in vhs per la Something Weird Video, di quasi 86 minuti contro gli 83 vulgati, presa da 35 mm, che contiene scene più calcate sul versante lesbo (forse la sequenza tra Evelyn Stewart e Analía Gadé in camera da letto). Ho cercato dappertutto questa videocassetta, inutilmente.

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Quando Marta urlò dalla tomba purtroppo non si può dire completamente riuscito a causa di  un epilogo che manda a quel paese tutto quello che di buono c’era prima, una sciocchezza narrativa che ricorda i peggiori episodi di Scooby Doo. Anche in quei momenti però di sconforto totale dove ti aspetti l’arrivo della polizia, pronta a portare via il guascone truffatore mentre, vestito da Conte Dracula, declama “Se non ci foste stati voi impiccioni ce l’avrei fatta”, il film ha comunque quei guizzi da opera bellissima e imperfetta. Saranno gli scantinati invasi dai ratti, il manichino che non sai perché un secondo prima tutti hanno confuso per un cadavere o la cattiva che muore male cadendo con la testa sul fuoco acceso, una fine terribile ma concettualmente stupenda.

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Ecco che allora a Quando Marta urlò dalla tomba non puoi voler male e ti dispiace solo che la traccia in italiano sembra sia scomparsa per sempre ma anche il capire non capire la trama fa parte del suo carisma da opera maledetta e perduta.

Andrea Lanza

Quando Marta urlò dalla tomba

Titolo originale: La Mansion De La Niebla

Anno: 1972

Regia: Francisco Lara Polop

Interpreti: Ida Galli, Analia Gadè, Lisa Leonardi, Alberto Dalbes, Eduardo Fajardo, Yelena Samarina, Franco Fantasia, George Rigaud, Andres Resino, Ingrid Garbo

Durata: 83 min. 

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…dopo di che, uccide il maschio e lo divora

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Un ricco proprietario terriero, perseguitato dallo spettro della madre morta, ha una relazione con una bellissima fuggitiva che assomiglia in modo sorprendente alla moglie scomparsa e, forse, assassinata.

Nel 1971 il giallo all’italiana, sulla scia del successo argentiano de L’uccello dalle piume di cristallo, era al suo massimo fulgore con i  cinema invasi da titoli zoofili, La coda dello scorpione, Una farfalla con le ali insanguinate, Giornata nera per l’ariete, L’iguana dalla lingua di fuoco, L’uomo più velenoso del cobra, Una lucertola con la pelle di donna e così via. La Spagna rispose, come già era accaduto per il western, con alcuni titoli che si infilavano in questo filone tutto italiano, non rinunciando però ad una certa originalità.

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...dopo di che, uccide il maschio e lo divora, titolo bellissimo e fuorviante, era uno di questi, uno dei più interessanti e, per assurdo, lontano mille miglia dal modello Dario Argento a base di delitti cruenti all’arma bianca e killer nero vestiti. In Marta, il titolo originale, incredibilmente non muore (quasi) nessuno, il regista José Antonio Nieves Conde sembra d’altronde più interessato al morboso e turbolento rapporto d’amore dei suoi due protagonisti.

Tutto sembra passare in secondo piano davanti alla chiara alchimia sessuale tra Stephen Boyd e la bellissima Marisa Mell, amanti anche nella vita, al loro secondo film insieme dopo l’interessante Nel buio del terrore (Diabolicamente sole con il delitto) dello stesso anno, lesbo thriller sempre di Conde.

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Il modello non è, come detto, il cinema argentiano, ma Alfred Hitchcock, soprattutto il suo Psycho, con un probabile psicopatico legato alla madre morta da un rapporto morboso, con l’hobby degli insetti al posto della tassidermia e, soprattutto, il vizietto di spiare le belle donne da buchi nascosti nelle pareti. A questo aggiungiamo un plot che a volte sembra guardare anche a La donna che visse due volte (Vertigo), un cinema quindi più di suspense che di omicidi coreografati come balletti di morte.

…dopo di che, uccide il maschio e lo divora però non annoia, ha una bella atmosfera gotica sempre ad un passo dall’horror, due personaggi interessanti da pièce teatrale, e persino un bel colpo di scena nel finale.

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Stephen Boyd era un attore che, le vie avverse del destino, avevano portato da una una nomination all’Oscar, come miglior attore non protagonista per Ben Hur, alla caliente Spagna in produzioni meno gettonate, un po’ come succedeva spesso nel cinema italiano attraversato di attori americani in declino, i vari Buster Keaton che si lasciavano sfiorire in commedie con Franco e Ciccio, nel peggiore dei casi, o gli Orson Welles in western rivoluzionari, nei migliori. Boyd però non risultava mai svogliato, forse aveva una faccia un po’ anonima che comunque non l’avrebbe portato mai nell’Olimpo delle star, ma da caratterista funzionava alla grande, anche quando, come in questo Marta, interpretava uno psicopatico fragile e manesco.

Sarebbe morto sei anni dopo, nel 1977, stroncato da un infarto, su un campo da golf, all’età di 45 anni. Era ad un passo dall’interpretare il sergente maggiore Sandy Young ne I 4 dell’oca selvaggia, ruolo andato poi a Jack Watson. Il destino, si sa, a volte è una puttana e la sua ultima interpretazione sarebbe stata invece nell’inverecondo Lady Dracula di Franz Josef Gottlieb, uscito postumo nel 1978.

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Marisa Mell, nome d’arte di Marlies Moitz, austriaca che divenne, soprattutto grazie al ruolo di Eva Kant in Diabolik di Mario Bava, una delle nostre attrici più amate. Anche la sua fu una vita breve, di amori famosi, William Berger e Alain Delon i più celebri, di eccessi a base di alcol e droga che la penalizzarono nel baratro di produzioni sempre più miserabili, portandola anche, nuda ma non in azione scopereccia, sulle pagine de Le ore. Morì nel 1992 per un tumore alla gola a 55 anni. La ritroviamo, per l’ultima volta, spaurita, nella commedia austriaca I Love Vienna del 1991 in un ruolo minore, lei che incendiava gli schermi con uno sguardo.

L’occhieggio a Dario Argento, nella versione italiana, viene dato soprattutto dalla locandina che tramuta la Mell in una mantide religiosa così da riagganciarsi alla tipica zoologia dei thriller italici post L’uccello dalle piume di cristallo. Solo che se, come già detto, anche se il titolo …dopo di che, uccide il maschio e lo divora è bellissimo, non c’entra molto con una vicenda che ha più attinenza con quello internazionale, Marta appunto, dal chiaro sapore hitchcockiano.

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Rispetto ad altre produzioni iberiche dell’epoca i nudi sono inesistenti e ci si limita a riprendere la bella Marisa Mell in biancheria intima, una visione comunque non disprezzabile.

C’è da dire che, malgrado alcuni personaggi sciatti e non approfonditi, come i due inservienti del protagonista, la storia è ben scritta e anche recitata ottimamente. In Italia si cambia il nome Pilar in Veronica, ma non inficia ovviamente la vicenda.

Sembra che la versione spagnola, più morigerata, contemplasse un prologo differente  e un finale più negativo, con persino l’uccisione del protagonista da parte della polizia. Ne posso solo parlare senza mai averlo visto però, in quanto sono riuscito a trovare e visionare il film soltanto in italiano.

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…dopo di che, uccide il maschio e lo divora è una pellicola interessante che andrebbe la pena di essere riscoperta e che a tutt’oggi non ha purtroppo una visibilità in dvd o blu ray, dimenticato anche dalle solite case di archeologia cinematografica come la Sinister. Un peccato considerando anche le bellissime musiche di Piero Piccioni.

Andrea Lanza

…Dopo di che, uccide il maschio e lo divora 

Titolo originale: Marta

Anno: 1971

Regia: José Antonio Nieves Conde

Interpreti: Marisa Mell, Stephen Boyd, Jesús Puente, George Rigaud, Howard Ross, Isa Miranda, Nélida Quiroga

Durata: 96 min.

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[Rec]³ – La genesi

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Si celebra il matrimonio di Koldo e Clara, due ragazzi innamoratississimi. Dopo il matrimonio, alla festa, qualcosa infetta i festeggiati trasformati in una sorta di demoni sanguinari. Gli sposi, separati, dovranno cercare di sopravvivere. E’ l’inizio dell’inferno.

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Ah l’amore! Il cuore che batte veloce e ti perdi dietro sogni che non pensavi di avere. I per sempre, i mai che si riempiono di vezzeggiativi e nomignoli, amoruccio, cucciolotto, tatina, pasticcino. L’amore che si consolida nel fidanzamento e quindi nel più puro degli atti di Dio: il matrimonio. Essere non più una sola unità ma due in una, un po’ come Aiazzone, ma con il gravare del mutuo in banca, dei conti che non tornano, dei bambini che non ti fanno dormire la notte. Ma che importa, tanto c’è l’amore.

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E [REC]³ Génesis lo recita film dai primi secondi: quello che stiamo per vedere è una “meravigliosa storia d’amore”. I primi 15 minuti del film sono in linea coi due precedenti capitoli: riprese amatoriali e aria di improvvisazione che preannuncia lo sfociare della tragedia prevedibilmente in versione mockumentary. Ma è dal sedicesimo minuto che vengono cambiate le carte in tavola: la mdp cade e [REC]³ Génesis diventa un vero film con telecamere professionali e montaggio. Diavolo di Paco Plaza, orfano del socio Balaguero! Questo potrebbe pure essere un capitolo spurio, una sorta di Halloween 3 nella saga: pochi riferimenti alla storia principale (se non sublimali come uno specchio che mostra i demoni col design dell’indemoniata del primo film), un calcio alla confezione che svecchia, per assurdo, col tradizionale, la tecnica “giovane”, e tanto, tanto divertimento coatto da sala popolare di un tempo che non esiste più.

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[REC]³ Génesis è tutto e di più: grottesco un po’ alla Alex De La Inglesia senza scadere nel parodistico (cosa non facile quando metti in scena un comprimario vestito da SpongeBob apocrifo armato di fucile), violentissimo alla Sam Raimi con corpi dilaniati e fatti a pezzi da una motosega), pieno di momenti cool (il taglio del vestito e la giarrettiera mostrata) ed altri di delizioso patetismo. [REC]³ Génesis è un film in primis citazionista con questi colori caldissimi da horror anni 80, figlio sì di quel Demoni che il cinema dovrebbe ringraziare con un monumento, ma che riesce, grazie alla vivacità degli eventi, ad essere opera originale, mutaforma, eccitante quasi come la sua Leticia Dolero con l’abito da sposa imbrattato di sangue e il braccio amputato.

rec3-4Il film di Paco Plaza (bravissimo tra l’altro) è qualcosa di meraviglioso e incredibile, con quell’anima spagnola fiammeggiante che è impossibile riprodurre altrove, sia in Francia che in America. Dio benedica questa terra di corride e toreador, di sangue e arena, di chiche capaci di baciarti dopo avere urlato un “te quiero mucho” per poi sfondarti la testa con calci dai tacchi taglienti. Ai ai mi amor! Alla fine si esce dalla visione un po’ frastornati, è vero, ma anche soddisfattissimi, in questo che è, forse, il miglior capitolo della serie, sicuramente il più eccitante, adrenalinico e dalle tante trovate, capace di farci commuovere nel finale come alla fine di un matrimonio.

Andrea Lanza

[Rec]³ – La genesi

Titolo originale: [REC]³ Génesis

Anno: 2012

Regia: Paco Plaza

Interpreti: Leticia Dolera, Àlex Monner, Diego Martín, Javier Botet, Ismael Martínez, Jose Mellinas, Carla Nieto, Mireia Ros, Ana Isabel Velásquez, Carmen Contreras

Durata: 80 min.

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Il giustiziere sfida la polizia

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Negli anni 70 in  Italia i generi più prolifici erano, senza molti dubbi, il thriller argentiano, il poliziesco alla Maurizio Merli e l’erotico perché si sa che il pelo non fa mai male alle visioni cinefile. Quindi non stupisca che nella vicina Spagna venissero prodotti dei film ad imitazione di quelli, la maggior parte coproduzioni col nostro Paese, con titoli però gagliardi come Quel ficcanaso dell’ispettore Lawrence (Los mil ojos del asesino) interpretato da Anthony Steffen, Le calde labbra del carnefice (La muerte llama a las 10) e La signora ha fatto il pieno (Es pecado… pero me gusta) con Carmen Villani e Carlo Giuffrè, tutti e tre tra l’altro diretti da Juan Bosch, uno tra i più prolifici imitatori della nostra gloriosa serie B, sia si trattasse di un western che di una sporcellata alla Sidney Rome.

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I più riusciti tra questi tarocchi però sono, a parer mio, i gialli: il mix sesso/morte d’altronde ben si adattava ai registi iberici che, da quel lontano 1968 con Le notti di Satana di Enrique L. Eguiluz, avevano spalancato i cancelli a vampire nude e licantropi porconi, non senza un certo clamore in tutto il mondo. D’altronde, come ho detto in altre recensioni, il cinema del terrore spagnolo era uno dei più inventivi e scatenati di sempre.

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Questo Il giustiziere sfida la polizia è girato da uno dei registi migliori in piazza, l’argentino León Klimovsky, talento visionario al servizio dei più disparati generi, capace di rendere oro anche i più miserabili film di guerra o i western più straccioni. Senza contare che il nostro aveva all’epoca di questa pellicola, il 1975, ben 64 anni, ma con la forza e la passione di un ragazzino tanto che, per prenderlo in giro, l’amico Jorge Luis Borges l’aveva ribattezzato “la corazzata Klimovsky“.

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Il titolo italiano, più da poliziesco alla Michael Winner, è meno incisivo di quello spagnolo, Una libélula para cada muerto, Una libellula per ogni morto, occhieggiante invece la trilogia zoofila argentiana fatta da uccelli dalle piume di cristallo, gatti a nove code e mosche di velluto grigio.

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Il film, ambientato in una Milano fotografata di sfuggita, consegna al pubblico uno spettacolo deliziosamente popolare fatto di morti crudeli e belle donne svestite. Se l’intreccio è farraginoso, ma è un difetto anche dei nostri originali gialli argentiani, Il giustiziere sfida la polizia si riscatta con un ritmo scatenato e con un body count di tutto rispetto, ben 9 omicidi.

Il divertimento per ragazzacci è servito grazie ad un assassino talmente slasher,  volto nascosto e ascia alla mano, che lo slasher neanche esisteva. Non male neanche Paul Naschy in formissima recitativa che carica il suo commissario violento di un furore recitativo inaspettato, un personaggio di chiaroscuri che commenta gli omicidi del killer quasi con ammirazione: “Alla fine ammazza puttane, pederasti, tossici, ci sta solo facendo un favore“. La sceneggiatura di Ricardo Muñoz Suay e dello stesso attore,  poi non è pedestre e regala al protagonista quei tic da grande film pulp, il sigaro in bocca perenne anche quando cucina o abbraccia la sua donna.

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Anche la coprotagonista femminile, una bellissima Erika Blanc, è stranamente ben caratterizzata: non una figura accessoria dell’eroe, ma un personaggio vivido e pensante, ironico e capace di risolvere il caso prima del suo stesso fidanzato. “Cos’è ti scoccia che una donna capisca chi è il killer prima di te?” urla a Naschy che la taccia di fantasie senza senso sull’identità dell’assassino, fantasticherie, sia ben inteso, che la porteranno faccia a faccia con la morte nel concitato finale.

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La libellula del titolo originale, lasciata vicino ad ogni cadavere, purtroppo non trova la sua ragione d’essere in una soluzione non molto ingegnosa, con un assassino un po’ incolore, dal movente labile. Peccato perché ad un certo punto salta fuori un libro “I delitti fra i caldei” e si racconta di come questa popolazione della Mesopotamia usasse uccidere i depravati con varie e fantasiose torture per poi appoggiare sul loro corpo, appunto, questo insetto alato. L’idea quindi di un nuovo L’etrusco colpisce ancora si fa spazio tra gli spettatori, ma l’idea viene presto abbandonata a favore di un killer che non disdegna un arredamento gotico stile La notte che Evelyne uscì dalla tomba.

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In qualsiasi caso Una libélula para cada muerto è un film molto divertente e da riscoprire, capace di filmare anche uno tra i più assurdi inseguimenti della storia del cinema: uno spacciatore per salvarsi dalla polizia decide di salire sulle montagne russe di un luna park, una cosa senza senso, una fuga presto terminata con Naschy che spegne la giostra.

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L’attore interpreterà altri due pseudo spaghetti thriller, il delizioso 7 cadaveri per Scotland Yard (Jack el destripador de Londres) di José Luis Madrid e il tetro Gli occhi azzurri della bambola rotta (Los ojos azules de la muneca rota) di Carlos Aured. Dei tre il mio preferito ovviamente è l’opera di Klimovsky.

Andrea Lanza

Il giustiziere sfida la polizia

Titolo originale: Una libélula para cada muerto

Anno: 1974

Regia: Leon Klimovsky

Interpreti: Paul Naschy, Erika Blanc, Maria Kosty, Ricardo Merino, Susana Mayo, Eduardo Calvo, Anne Marie, Maria Vidal

Durata: 85 min.

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Il mostro dell’obitorio

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Nel 1973 Jacinto Molina gira col nome d’arte di Paul Naschy ben 8 film, due con la regia di Javier Aguirre, I diabolici amori di Nosferatu (El gran amor del conde Drácula) e questo Il mostro dell’obitorio (El jorobado de la Morgue), esempi perfetti di un cinema spagnolo horror in piena esplosione creativa. Serie B sicuramente, ma allo stesso modo di una serie B che vantava nomi come Roger Corman, Mario Bava o Antonio Margheriti, così avanti nel tempo da essere marchiata come immondizia dai critici dell’epoca.

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Javier Aguirre non aveva lo stesso estro visivo di León Klimovsky, il poeta delle vampire nude in slow motion, ma possedeva un occhio unico per raccontare melodrammi camuffati da horror alla Hammer. Basti pensare al già citato I diabolici amori di Nosferatu, un film denso di suggestioni, di seni bagnati da sangue fresco, di una Spagna fotografata come fosse davvero la Transilvania, ma soprattutto, se memoria non mi inganna, il primo che porta sullo schermo un Dracula romantico e innamorato, prima di Coppola e un anno di anticipo su Il demone nero di Dan Curtis.

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Questo Il mostro dell’obitorio, scritto dallo stesso Molina con il regista e Alberto S. Insúa (che curerà soprattutto i dialoghi), racconta soprattutto l’amore impossibile tra un gobbo disprezzato da tutti e una ragazza appena morta, una storia atroce, miserabile e melodrammatica, un feuilleton ottocentesco shakerato però con la versione harcore degli omicidi dei ladri di tombe Burke & Hare. Così il gibboso Gotho, preso a sassate dai bambini, ultimo della scala sociale, si rivela come un Candido voltairiano, spinto all’omicidio non solo per una passione inesistente, ma soprattutto perché buggerato da uno spietato mad doctor. Infatti, ed è nei sottotesti che Il mostro dell’obitorio diventa una potente critica alla dittatura franchista, il gobbo diventa strumento del potere perché, parole del dottore plagiatore, ” anche la persona più miserabile può essere d’aiuto alla scienza e all’umanità, dev’essere solo guidata da un vero capo”. Per questo Gotho uccide spietatamente giovani donne: per l’illusione di una bugia, il poter resuscitare una ragazza che non l’ha mai contraccambiato, così come fanno i soldati pedina, spinti dagli ordini dei comandanti, a commettere i più nefasti crimini in nome di un bene fallace. La mai stata sua Elsa non tornerà mai dalla morte, anzi sarà prima divorata dai topi poi sciolta nell’acido, ma il gobbo non si fermerà in quel’idea romantica di amore che conduce alla fine, ripagato dal suo stesso mandante con una serie di colpi di pistola.

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Paul Naschy è qui forse nella sua interpretazione migliore, quella che non viene penalizzata, come per l’elegante conte Dracula, da una fisicità tozza da scaricatore di porto. Difficile non provare empatia per lui e le sue disgrazie soprattutto quando chiede all’unica donna che sta per concedersi a lui di “Non prenderlo in giro come tutti“. Se non fosse un horror splatter con mani di cadavere amputate e teste grondanti sangue ci sarebbe da commuoversi, ma è proprio questo strano pastiche di generi eterogenei, il romanticismo e la violenza grafica, a rendere unica la visione dell’opera.

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La parte horror è limitata soprattutto alla seconda metà quando, citando i Grandi Antichi e il Necronomicon, il film acquista la dimensione di un adattamento spurio di Lovecraft. Anche questa è la bellezza de Il mostro dell’obitorio, l’essere un’opera che muta e cresce al pari della sua creatura di carne sanguinante, chiusa in un vaso e lì lì per aumentare a dismisura finché, come urla lo scienziato, “Ci divorerà tutti!“.

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A differenza di tanti prodotti del terrore spagnolo dell’epoca i nudi in questo caso non sono moltissimi e sono concentrati soprattutto nell’amplesso tra Gotho e la bella Rosanna Yanni. Il dvd Sinister, da poco uscito, pur con la sua sfavillante qualità video che esalta la fotografia di Raúl Pérez Cubero, si presenta tagliato, con la scena citata presente negli extra, a differenza del precedente disco della Mosaico, brutto da vedere ma in versione integrale.

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Paul Naschy vinse per la sua interpretazione il premio Georges Méliès all’International Fantastic Film Festival di Parigi nel 1973 soprattutto grazie alla magnifica scena dove scaccia, dal cadavere della sua amata, un gruppo di ratti particolarmente feroci. Il nostro dichiarò dell’esperienza:

Abbiamo raccolto tutti questi topi delle fogne reali di Madrid perché ne avevamo bisogno di grandi, e sono stati tutti disinfettati e vaccinati con l’anti-rabbia. Poi i miei pantaloni sono stati strofinati con grasso unto e i roditori, che non erano stati nutriti per circa una settimana, mi sono saltati addosso, attaccandomi in modo davvero feroce e mordendomi dappertutto”.

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Di altro parere però era il regista Javier Aguirre, intervistato dal giornalista Diego Lopez per la rivista spagnola The cursed ship:

A Sitges, durante un’intervista fatta da alcuni olandesi, Paul mi ha detto: “Javier, non dire come sono andati i fatti, la cosa interessante è dargli un po ‘di drammaticità.” Mi dispiace di non poter assecondare Jacinto in questo, ma se me lo chiedi, dico la verità. I topi che lo hanno attaccato erano innocenti topi da laboratorio bianchi dipinti di grigio. Questa è la verità“.

Topi da laboratorio o no, anche se sembrano davvero ratti, molti di questi finirono realmente bruciati vivi durante la sequenza.

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Altro aneddoto interessante è l’uso di un vero cadavere nelle riprese. La storia viene sempre raccontata dallo stesso Naschy nella biografia Memorias de un hombre lobo del 1997:

Nell’obitorio in cui stavamo effettivamente girando c’era un cadavere che stava per essere sezionato, e il regista mi ha chiesto se fossi stato in grado di fargli un vero taglio sul collo. Ci ho pensato, ho preso un whisky, mi sono preparato e ho fatto quello che mi era stato chiesto. Niente di più o di meno di una ferita”.

Le uniche note di demerito di un’opera comunque notevole vanno soprattutto alla partitura non eccelsa di Carmelo A. Bernaola e al montaggio sbarazzino di Petra de Nieva. Efficaci invece, anche nella povertà del budget, sono gli effetti speciali di Miguel Sesé sia nel make up del gobbo che nella costruzione della creatura. Anche il cast, se si esclude un ottimo Naschy, è nella media discreta delle produzioni di serie B dell’epoca.

Il mostro dell’obitorio è un film che sul groppone ha quasi 50 anni ma che ci sentiamo di consigliare: moderno, avvincente e capace di sorprendere, la dimostrazione che il cinema spagnolo anni 70 era uno dei più belli del mondo.

Andrea Lanza

Il mostro dell’obitorio

Titolo originale: El jorobado de la morgue

Anno: 1973

Regia: Javier Aguirre

Interpreti: Paul Naschy, Rosanna Yanni, Víctor Alcázar, María Elena Arpón, Maria Perschy, Alberto Dalbés, Manuel de Blas, Antonio Pica, Joaquín Rodríguez ‘Kinito’, Adolfo Thous, Ángel Menéndez, Fernando Sotuela, Antonio Ramis, Alfonso de la Vega, Sofía Casares

Durata: 82 min.

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