Sinner – Peccato mortale

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Una giovane assicuratrice (Rebecca) viene assunta alle dipendenze di un principe proprietario di una imponente dimora situata nell’entroterra umbro. Il suo lavoro, catalogare libri antichi e pregiati, viene distolto da una scoperta che la porterà a seguire le tracce delle bibliotecarie che l’hanno preceduta ed a conoscere i segreti che si celano dietro l’enigmatica figura del signore della magione.

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Alessandro Perella, il regista

Il critico deve essere senza preconcetti? Il suo lavoro non dovrebbe essere quello di “consigliare” il pubblico di lettori alla visione di un film senza vizio di forma? Ecco io ho rimandato la visione di questo horror pensando spesso e volentieri “Chissà che merdata”, “Che schifo”. Faccio perciò il mio personale Mea culpa chinando il capo con stima ad Alessandro Perella, regista di Sinner, gustoso gotico con Robert Englund. Può giocare a mio favore la visione, quella sì terribile e mai digerita, del pessimo Hell’s fever, opera prima horror di questo autore, film dalla trama delirante e dalla messa in scena pedestre. Ricordo che a visione ultimata pensai “Beh forse Perrella dovrebbe tornare a fare porno”. Eh sì perché Alessandro Perrella, attore di cammei in film italiani di ogni genere (da I giochi proibiti dell’Aretino Pietro di Pietro Regnoli a La morte negli occhi del gatto di sua maestà Antonio Margheriti) ha avuto un passato di tutto rispetto nel genere hardcore. Suoi infatti i primi film con Selen, ma anche pellicole di tutto rispetto con Valentine Demy, la statuaria Anita Rinaldi e lo stallone Rocco Siffredi (oltretutto in un hard neanche male, Signore scandalose di provincia).

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Il Rocco italiano intento in una difficoltosa e coreografica scena action in Signore scandalose di Provincia

Niente da contestare al porno che reputo un genere sottostimato che tanto ha dato negli anni 70 con autori come il mai compianto Gerard Damiano e in tempi più recenti con artisti del calibro di Andrew Blake, Michael Ninn o Paul Thomas, ma molte volte il passaggio da una cinematografia all’altra non è uno dei più facili (si vedano per esempio gli insulsi filmettini thriller diretti con mano sinistra dal maestro a luci rosse Gregory Dark). Sinner (o Night of the Sinner come recita il titolo internazionale) invece è opera di un certo pregio.

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Robert Englund e uno shampoo rituale

Lasciamo da parte le dichiarazioni intellettuali del suo autore (“Presuntuosamente vorrei che fosse intellettuale, concepito da menti con accezioni sociali molto alte, che hanno avuto un passato molto duro, cattivo” ha dichiarato in una recente intervista) perché Sinner è soprattutto un gotico che omaggia a piene mani tanto cinema di genere alto (Margheriti, Bava, Freda), ma anche basso (viene in mente soprattutto il dittico di Sergio Garrone Le amanti del mostro e La mano che nutre la morte). Girato con gusto, è un film che sa prendersi tutto il tempo per terrorizzare senza per questo annoiare. Pieno di grande atmosfera retrò (il vento che muove i tendaggi, le ombre minacciose, le segrete che celano orrori passati, i manichini sepolti come persone) vive la strana dimensione dell’essere figlio di un tempo lontano che non conosceva montaggi subliminali e concitati. Una vera benedizione di questi tempi.

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Scuola gotica Margheriti nel 2009

Lo splatter non involgarisce più di tanto una vicenda che vive soprattutto di suspense, anche se i momenti clou rosso sangue sono di quelli che non si dimenticano (l’inizio con lo scalpo di una sventurata e il finale con una bocca cucita). Magnifici anche i flashback che vedono le attrici coesistere in diversi momenti temporali e quasi confessarsi davanti alla macchina da presa. Impreziosito da attori in parte (le belle Ivana Mino e Olga Shuvalova, ma soprattutto un grandissimo Robert Englund) e da una location di un certo pregio (il Castello di Giove di proprietà del produttore americano Charles Band e già scenario di horror gotici come Castle freak di Stuart Gordon) è un film che consigliamo vivamente.

Andrea Lanza

NB

Alessandro Perella raccconta anedotti interessanti su Sinner durante il TOhorror, il festival italiano horror e fantasy più stracazzuto di sempre:

Qui il film completo:

 

Sinner – Peccato mortale

Anno: 2009

Regia: Alessandro Perrella

Interpreti: Ivana Miño, Olga Shuvalova, Robert Englund, Giannina Salvetti, Antonella Salvucci, Emanuel Colella

Durata: 89 min.

Se volete acquistare il film: a meno di 5 euro il DVD MINERVA

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Vivere nel terrore

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Una premessa prima di questa recensione: da stasera Malastrana vhs insieme ai blog più fighi del mondo, roba che Jerry Calà ce li invidia, affronterà uno dei momenti più iconici della tv italiana, almeno per noi appassionati di horror, ovvero La notte horror di Italia Uno. Da quel lontano e afoso 1989 ne sono passati di titoli importanti, curiosi o, perché no, deliziosamente bruttini, in un’epoca senza internet, quindi senza poter attingere a qualsiasi film e affidandosi soltanto alle vhs, molte fuori catalogo, o ai ricordi da grande schermo. Erano gli anni dove Notte horror veniva introdotta da un pupazzo sardonico dalle fattezze del Creepy americano, prima con uno show che fungeva da Blob splatter, poi con una serie di titoli che spaziavano dal classico moderno (Ammazzavampiri, La cosa, Creepshow) per poi toccare i curiosi inediti come il disgustoso Ticks – larve di sangue o il gagliardo Waxwork – Benvenuti al museo delle cere. Con gli anni il simpatico Zio Tibia è scomparso e anche la qualità dei film è scemata, ma il ricordo di quelle notti rosso sangue al ritmo di Una rotonda di bare è sempre vivido e presente nel nostro cuoricino nostalgico.

Abbiamo deciso perciò di recensire quei film visti proprio durante quelle serate horror. Ogni blog ha scelto uno o più titoli.

Comincia il fratello Raptor Cassidy alle 21 con il bizzarro Stuff – il gelato che uccide del compianto Larry Cohen e alle 23 arriviamo noi con un classico non classico, Vivere nel terrore di Andrew Fleming, anno domini 1988. Si spengano le luci: lo spettacolo è dei più emozionanti.

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Il calendario con le uscite di tutte le recensioni dei film

Bad dreams è uno strano prodotto anni 80, dimenticato dai più ma che avrebbe meritato maggiore fama. Certo non si sta parlando di un film perfetto, ora come allora, nel 1988, ma di un horror dalla buona fattura, pieno di idee e di spunti interessanti. La pellicola inizia negli anni 70, nel periodo d’oro delle sette pacifiste, degli hippies e dell’amore libero. Una di queste, la Unity, predica la bellezza della morte, intesa come liberazione dalla prigionia della vita. Vediamo, nell’intro, i membri del gruppo sorridere, parlare di amore eterno mentre stringono a loro i propri figli, in quella che sembra una cerimonia di battesimo. Non abbiamo idea però che il loro leader, il reverendo Franklyn Harris, stia usando non acqua ma benzina per benedirli. La strage è delle più crudeli: le fiamme devastano i volti, le persone urlano, ma una di loro, la giovane Cynthia all’ultimo cerca di scappare. La fortuna la premia, la cenere la ricopre, è viva. Solo che, dopo 13 anni di coma, si sveglia e non è sola: lo spirito del reverendo Franklyn Harris è tornato per lei.

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Gli echi al famoso massacro della Guyana che vide, a Jonestown, il pastore Jim Jones spingere al suicidio, nel 1978, ben 909 membri della sua setta, sono evidenti ma l’esordiente Andrew Fleming, all’epoca 23enne, non si limita a questo, ad una riproposta fantasy di un fatto di cronaca.

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Jim Jones, quello vero in carne e follia

Il modello per Bad dreams è senza dubbio quel Nightmare on elm street che in quello stesso 1988 vedeva nascere il quarto fortunatissimo capitolo, diretto dal finlandese Renny Harlin, The Dream Master. La bellissima modella Jennifer Rubin non venne scelta ovviamente per caso: era stata un anno prima nel cast di Nightmare 3: I guerrieri del sogno, interpretando efficacemente la tossica Taryn White. Se però il marchio della creatura di Wes Craven era un marcato umorismo, lo stesso non succedeva con Bad dreams, tesissimo e senza mai cedere alla parodia modaiola tanto cara agli adolescenti dell’epoca.

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E’ anche vero però che la pellicola di Fleming paga delle morti non all’altezza del modello Nightmare, alcune persino fuori campo, un po’ poco per una pellicola che prometteva, fin dal titolo, “sogni cattivi”. Quello che però fa Bad dreams è concentrarsi sui personaggi, trasformando un canovaccio troppo simile a Nightmare 3 in qualcos’altro, una sorta di Qualcuno volò sul nido del cuculo in salsa splatter. Merito della sceneggiatura di Steven E. Souza, sceneggiatore del cult movie Die Hard ma anche regista dello sciagurato Street fighter, che rende la follia delle varie vittime, pazienti di un manicomio, più accurata psicologicamente della media del genere, distaccandosi anche, dai vari Nightmare, nel presentare un cast di adulti e non solo ragazzini. D’altronde Bad dreams è un horror interessante anche perché non si limita a sparare le sue cartucce con il solito body count, ma tenta di sorprendere il suo pubblico con un ribaltone alla M. Night Shyamalan prima che Shyamalah fosse probabilmente svezzato.

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Anche il cast di attori è eccellente, a partire dall’astro nascente dell’epoca Bruce Abbott (Re-animator), ma la parte del leone spetta ad un incredibile Dean Cameron, pazzo, autolesionista e dalla recitazione travolgente. Senza ovviamente dimenticare un mellifluo Richard Lynch nei panni bruciacchiati del reverendo malvagio. In bilico tra horror e thriller, più a suo agio con una violenza carnale alla Clive Barker, fatta di carne martoriata, che con coreografie estetizzanti alla Wes Craven, il film di Andrew Fleming è un prodotto che rivisto anche oggi non annoia. Ad accrescere poi il suo valore è una strepitosa colonna sonora di pezzi heavy metal (ma ad un certo punto si ascolta La Donna è Mobile di Giuseppe Verdi durante un cruento omicidio con un’auto). Nei titoli di coda, poi fa la sua potente figura il capolavoro dei Guns N’ Roses, Sweet child ‘o mine. A tal proposito sembra che il gruppo di Axl Rose e Slash, all’epoca non ancora così famosi, dovessero girare proprio un videoclip sul set di Bad dreams, ma la fidanzata all’epoca del frontman della band si oppose: la canzone, scritta per lei, era romantica e non adatta ad essere imbruttita con le immagini di un horror splatter.

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Axl e una stronza, Erin Everly

Dopo questo film Fleming non ebbe una carriera importante ma diresse negli anni 90 almeno un cult movie generazionale, Giovani streghe. In Italia Bad dreams uscì al cinema con il titolo Vivere nel terrore ma non fu mai un cult movie, troppo strano forse e poco incline a fare l’occhiolino al pubblico teen. In più di solito viene confuso, per il titolo simile, con Dimensione terrore di Fred Dekker. A questo si aggiunga che non arrivò mai in dvd e morì solo nelle sue uscite in vendita e noleggio per la CBS FOX. Peccato.

NB Della pellicola esiste pure un finale scartato, molto efficace, che vede lo scontro finale tra Cynthia e il reverendo, spostando l’ago della bilancia dal thriller con venature horror all’horror puro. La produzione però optò solo per il finale vulgato.

Andrea Lanza

Vivere nel terrore

Titolo originale: Bad Dreams

Anno: 1988

Regia: Andrew Fleming

Interpreti: Jennifer Rubin, Bruce Abbott, Richard Lynch, Dean Cameron, Harris Yulin, Susan Barnes, John Scott Clough, Elizabeth Daily, Damita Jo Freeman, Louis Giambalvo, Susan Ruttan, Sy Richardson, Missy Francis, Sheila Scott-Wilkenson, Ben Kronen

Durata: 80 min.

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Night Watchmen

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La copertina di Night Wachtmen con il suo clown dalla dentatura bestiale è così efficace che fa subito scattare la campanellina del probabile film di merda. Sì uno di quei film così miserabili da avere come unica chance di vendita, da acchiappagonzi dell’home video, solo un buon illustratore.

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Fortunatamente non è così e ci troviamo invece davanti ad un buon horror comico dalla discreta fattura, splatter come un film anni 80, carico, se non di tensione, almeno di mostri ben realizzati, una sorta di vampiri simil zombi, un po’ come succedeva nel bel Stake Land di Jim Mickle.

A girare il tutto è Mitchell Altieri che un tempo, insieme all’amico Phil Flores, si faceva chiamare Butcher Brothers in quel periodo dove, se non avevi fratello, eri fuori dal giro: out, sfigato o, per dirla alla maniera dei vari gruppi autistici di facebook, flop anzi flooooop! Mi ricordo di aver sentito che molti registi mettevano annunci sulle bacheche di Hollywood “Cercasi fratello per girare film” proprio sotto la foto di Birba il gatto scomparso, “vendo basso usato a buon prezzo” e “cerco appartamento zona centro, studentessa universitaria”.  Quante famiglie allargate si sono formate in quegli anni? Quante mamme la mattina si sono svegliate per trovarsi sconosciuti seduti a tavola in attesa della colazione? Era la maledizione dei fratelli Wachowski, senza dubbio, prima che si scoprissero transgender e di conseguenza sorelle. Proprio in quest’ultima fase molti registi hanno gettato la spugna per paura di dover fare il grande passo, via i gioielli di famiglia, via l’armatura di Massimo Decimo Meridio, ai giochi addio, per sempre addio.

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Farinelli, per l’amor di Dio, non cantare!!

Fortunatamente come tutte le follie hollywoodiane anche questa è scemata e così, dopo il discontinuo The Thompson del 2012, i Butcher Brothers si sono ritirati dalle scene. Se i successivi Holy Ghost People (2013) e Raised by Wolves (2014), diretti dal solo Altieri,  portano ancora la firma in fase di sceneggiatura dell’amico Flores, con questo The Night Watchmen assistiamo al primo parto davvero solista del regista. E, ça va sans dire, la sua opera migliore.

A scrivere la storia, stramba, folle e sopra le righe, di un Nosferatu pagliaccio che contamina un  intero stabile sono stati due attori del cast, Ken Arnold e Dan DeLuca (regista tra l’altro di un horror non male, The Jersey Devil), con la collaborazione di Jamie Nash, mente creativa dietro i lavori solitari dell’Eduardo Sancher de Il mistero della strega di Blair.  Rispetto ai lavori dei Butcher Brothers, di solito prolissi e confusionari, The Night Watchmen è convincente e dal ritmo veloce, un perfetto B movie da vhs trasposto in epoca blu ray.

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Se fino ad ora Mitchell Altieri si era dimostrato un autore altalenante, a causa anche di una certa asincronia tra ambizioni alte e budget miserrimo, è con questa pellicola che il suo cinema trova la perfezione mai raggiunta.

The Night Watchmen è cinema popolare, ma di quello fatto bene, costato forse tremila lire ma che sembra invece avere miliardi alle spalle, baciato da recitazioni perfette, caratteristi azzeccati, situazioni sceme ma non in fragranza di vilipendio all’intelligenza dello spettatore e quel gusto da film anni 80 che percepisci senza che per altro ci sia un pompino alla Netflix sugli anni 80.

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Certo alcuni effetti speciali sono scrausi senza dubbio, ma c’è il sangue a fiotti a colmare e idee da vendere, alla Mel Brooks, su come dissacrare in maniera creativa il mito del vampiro.

Non pensiate poi di stare assistendo ad uno staight to video perché The Night Watchmen ha una fotografia da urlo, una regia attenta alla costruzione delle sequenze e non si tira indietro neanche sul versante tette, tante e generose come ci trovassimo in un Decoteau anni 80 pre froceria.

Si respira aria da Demoni di Lamberto Bava, quasi una dimensione alternativa dove il The end di Daniele Misischia si colora di splatter e carnazza, strafumato come un cazzosissimo James Franco.

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The Night Watchmen ci regala i vampiri più strambi della storia del cinema, creature implacabili e sanguinarie che possono ricordare le analoghe dell’iconico Vampires di Carpenter, ma che appena trafitte da improvvisati paletti di frassino cominciano a scoreggiare come fossero divoratori messicani di fagioli.

D’altronde davanti ad un film come questo o si è propensi alla risata dissacrante, alla cazzata non sense o è meglio lasciar perdere. Fermo restante che la sceneggiatura è abbastanza abile nel non scadere nel demenziale o nella parodia anche quando le situazioni sono assurde.

Tanti i momenti folli come la prova di ballo per dimostrare di non essere vampiri o l’assalto dei pagliacci non morti al ritmo di una musica heavy metal potente, questo un tuffo nel passato emotivo ai grandi horror italici musicati da Simon Boswell da Argento a Lamberto Bava.

Come comparse spiccano la trometta Tiffany Shepis, splendida alla soglia dei 40 anni, e l’ex guerriero della notte James Remar.

The Night Watchmen è una visione sicuramente consigliata, una di quelle che ci avrebbe fatto felici da ragazzini ai tempi di Zio Tibia su Italia uno, un amarcord, forse consapevole, forse no, di un cinema amato, seppellito e vivo solo nei nostri ricordi nostalgici.

Andrea Lanza

The Night Watchmen

Anno: 2017

Regia: Mitchell Altieri

Interpreti: Ken Arnold, Dan DeLuca, Kevin Jiggetts, Kara Luiz, Max Gray Wilbur, James Remar, Matt Servitto

Durata: 80 min.

Disponibile in blu ray e dvd

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Il voodoo dei morti viventi (I Eat Your Skin)

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Nel 1971, negli States, uscirono, nel circuito dei drive-in, il truce La rabbia dei morti viventi (I Drink Your Blood) e I Eat Your Skin. Era prassi per le pellicole più infime di usare la formula un biglietto/due spettacoli; così successe sia per i bevitori di sangue che per i mangiatori di pelle, lanciati dall’accattivante strillo sulla locandina, “Two Great Blood-Horrors to Rip Out Your Guts!”, quindi lo spettatore era avvertito, si trattava un doppio show che prometteva di strappare le budella allo spettatore.

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Nessuno arrapato teenager da drive-in venne ovviamente eviscerato, ma la cosa più buffa era che, se La rabbia dei morti viventi soddisfaceva la voglia di zombi e budello, così non faceva I Eat Your Skin, una pellicola spensierata in bianco e nero, poco violenta e senza neppure la sequenza tanto attesa dal pubblico: il pasto orribile a base di pelle umana.

C’erano voluti ben 7 anni prima che questo film potesse trovare la via della sala cinematografica, snobbato un po’ da tutti, non troppo estremo per essere venduto, e troppo sciocco per diventare un cult tra il pubblico. In più non lo aiutava il bianco e nero, una follia nel 1971.

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lntervistato dal critico cinematografico Bryan Senn, il regista Del Tenney ammise candidamente che I Eat Your Skin non era un buon film (” Non mi piaceva molto, ho sempre pensato che fosse una cazzata“). Non fu comunque un horror facile da girare: i problemi incominciarono quando la  Twentieth Century-Fox, interessata a distribuire l’opera, impose categoricamente alla produzione di assoldare persone iscritte al sindacato, pena l’abbandono del film. Del Tenney, infiammato dal sacro fuoco dell’arte pura, non accettò e il film andò incontro, da vero kamikazen, al suo olocausto personale (“Tutta quella gente era lenta e poco collaborativa perciò mi sono impuntato“). Si sforarono le due settimane di rito per le riprese a causa di un terribile uragano, un presagio da vero film maledetto. A questo si aggiunsero altri problemini, malattie contratte e vari serpenti che avvelenarono diversi membri del cast. Forse era un segnale dal cielo: Dio non amava i mangiatori di pelle.

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Quando le riprese terminarono, senza più nessuno interessato a distribuire I Eat Your Skin, Del Tenney aveva buttato via circa 120000 dollari. A nulla era servito ingannare alcuni investitori, poco propensi al cinema horror, vendendo il film come Caribbean adventures, quasi fosse un avventuroso esotico, e non col vero titolo di lavorazione, Voodoo Blood Bath. In qualsiasi caso la troupe non si spostò mai ai Caraibi ma girò il tutto a Miami Beach e Key Biscayne in Florida. Alla fine, quando visse la sua prima nei drive-in, Del Tenney lo vendette al distributore Jerry Gross ad appena 40000 dollari perdendoci moltissimo. Per tornare alla regia poi il nostro, da quel lontano 1964, dovette attendere quasi 40 anni quando nel 2003 firmò assieme allo sceneggiatore Kermit Christman il brutto Descendant con William Katt.

C’è da dire che il film, nel 1971, era non solo vecchio, ma praticamente un reperto storico: grazie, o in questo caso per colpa, di George Romero e del suo The night of living dead, la figura dello zombi era stata completamente ripensata. Il pubblico aveva dimenticato, o comunque non li ricercava in sala, i morti viventi classici, quelli della tradizione haitiana, schiavi lobotomizzati usati per lavorare senza sosta nei campi o diventare lo strumento di vendetta di uno stregone. A questi guardava I Eat Your Skin, ai cult anni 30/40 di Victor Halperin e Jacques Torneau, capolavori datati come Ho camminato con uno zombi e White Zombi. Il pubblico invece chiedeva ad alta voce cadaveri affamati di carne umana, film shockanti e color sangue anche nel bianco e nero più freddo di La notte dei morti viventi.

I Eat Your Skin partiva poi come il classico clone di James Bond con persino lo stesso albergo, il Fountainbleu Hotel di Miami di Agente 007: missione Goldfinger, per poi ovviamente trasformarsi in altro, un’avventura horror con voodoo e zombi.

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Il protagonista Tom Harris, interpretato da William Joyce al suo unico ruolo da protagonista in una carriera iniziata nel 1954, uno scrittore donnaiolo dalla camicia perennemente sbottonata (quando non è a petto nudo), incarna lo spirito di un’opera un po’ frivola, veloce, a suo modo divertente.

D’altronde, non dimentichiamo, che il nostro eroe dalla patta sbarazzina sull’isola voodoo non vuole andarci. Come dargli torto? Storie sanguinarie, morti viventi, pericoli, poi il suo agente letterario gli confida “Un tornado ha ucciso quasi tutti gli uomini. Le donne sono tantissime e aspettano solo te”. Il nostro alla parola donne è già con la valigia in mano. “Si parte allora?”. Diavolo di un Tom Harris!

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C’è da dire che il film ha un paio di sequenze di un certo pregio, non ultima la scena di apertura con un’ipnotica danza tribale e una mora ballerina, in azzardata lingerie, pronta ad essere sacrificata insieme ad una capra.

Certo I Eat the Skin ha un certo nonsense di fondo che lo rende oltre il cretinismo, ma non sfocia mai fortunatamente nel demenziale sciocco e molesto come per esempio capitava in un altra pellicola non dissimile, Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla, con però uno scimmione canterino al posto degli zombi.

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Cobra atomici

Il territorio è quello dei classici low budget del terrore: un luogo esotico, un dottore artefice di terribili esperimenti, una bella in pericolo e l’eroe pronto a salvare la situazione. Potremmo imbatterci, nella peggiore dell’ipotesi in Bride of the Monster di Ed Woodun B movie, anzi uno Z movie inconsapevolmente sublime, ma per fortuna siamo davanti ad un’opera modesta ma divertente, non un cult movie certo ma che merita un’occhiata.

Il punto forte poi sono gli zombi: armati di machete, implacabili, altissimi colossi di colore, anticipano, ben 26 anni prima, nel make up, il delirante Il cacciatore di  uomini di  Jesús Franco del 1980. Del Tenney azzarda persino una scena di decapitazione senza stacchi, nulla di che secondo gli standard moderni ma si apprezza, per l’epoca, lo sforzo di osare in campo shock.

Il trucco dei non morti è semplicissimo: farina d’avena spalmata e due uova al posto degli occhi. Molti hanno storto il naso, ma quando I Eat The Skin ci mostra una trasformazione live di un povero sventurato, creata ovviamente con modeste dissolvenze, l’effetto non è dei più disprezzabili, anzi.

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Jess Franco e gli zombi di I Eat The Skin

A creare questi cadaveri viventi, come prassi vuole, è un dottore, Robert Stanton al suo unico ruolo, che, nel tentativo di curare il cancro grazie a degli esperimenti su dei cobra atomici, ottiene come effetto secondario la creazione degli zombi. Se pensiate che sia abbastanza cretina l’idea dei serpentoni radiottivi, in perfetto clima di paranoia americana da atomica, dovete sapere che sulla Voodoo island si balla, ci si diverte, si tromba, a patto che non ci siano bionde sennò voodoo, macheti assassini e sacrifici umani. Indovinate di che colore ha i capelli la figlia del dottore interpreta da Heather Hewitt?

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Miss Vermont 1957

Il vero cattivo del film però è un aristocratico che, come tutti i B movie un po’ cretini, vuole conquistare il mondo grazie agli zombi del Dottor Biladeau, un piano che prevede la marcia dei non morti con casse di esplosivo in mano verso non si sa dove, Washington, la casa bianca, boh. Non chiedetelo al malvagio Duncan Fairchild, interpretato da Dan Stapleton nelle duplici vesti di produttore e attore per la prima e unica volta nella vita, perché sicuro vi risponderà con una risata malvagia. Questi cattivi sono così geniali e criptici nelle loro bieche intenzioni.

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L’idea della cassa di esplosivo è la scusa per forse l’unica scena davvero memorabile della pellicola, quella che potrebbe far smascellare lo spettatore sonnacchioso: con un baule in mano con scritto a lettere cubitali, come nei cartoni Warner di Bugs Bunny, Explosive, uno zombi marcia alla cieca sulla spiaggia, trova davanti  a lui un elicottero, ma sapendo andare solo in linea retta, come un brutto gioco per cellulare, viene fatto a pezzi. Vi immaginate questo piano così perfetto ed elaborato nella testa del cattivissimo Duncan Fairchild che viene sputtanato da un gruppo di zombi un po’ pasticcioni che deflagrano davanti a qualsiasi ostacolo sulla loro strada? La via per Washington è lunga, my friend, e io la vedo dura.

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Gli attori sono quello che sono, ma spicca per bellezza Heather Hewitt, Miss Vermont 1957 ad un passo da essere Miss America. Dopo questo film passeranno ben 15 anni prima che la ragazza ormai donna torni a calcare le scene, stavolta del piccolo schermo, con il primo episodio di Un uomo chiamato Sloane, spy story di scarso successo dalla vita breve.

I Eat Your Skin non è certo una visione imprescindibile, ma è un film che sa intrattenere e non annoiare.

Da noi è arrivato grazie alla Freak video col titolo Il voodoo dei morti viventi in un’edizione ottima, sottotitoli e video sfavillante, forse un po’ troppo per un film scacciapensieri, ma, che diavolo, non di solo buon cinema può vivere il cinefilo!

Andrea Lanza

Il voodoo dei morti viventi (I Eat The Skin)

Titolo originale: Zombie Aka “Zombies”, “Zombie Bloodbath”, “Caribbean Adventure”, “Voodoo Blood Bath”

Anno: 1964 (uscito però nel 1971)

Regia: Del Tenney

Interpreti: William Joyce, Heather Hewitt, Walter Coy, Dan Stapleton, Betty Hyatt Linton, Robert Stanton, Vanoye Aikens, Rebecca Oliver, Matt King, George-Ann Williamson, Don Strawn 

Durata: 92 min. 

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Transformations …e la belva sorgerà dagli abissi

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In viaggio nello spazio, Wolfgang Shadduck scopre di avere a bordo un passeggero clandestino: una donna bellissima e sensuale, al fascino della quale l’uomo non riesce a resistere. Ma al termine dell’amplesso, davanti agli occhi di un inorridito Shadduck, la creatura si trasforma in un mostro repellente e poi scompare. Convinto di aver avuto un incubo – della donna non rimane alcuna traccia – Wolfgang prosegue il suo viaggio fino a quando un’avaria lo costringe ad un atterraggio forzato su un pianeta che ospita una colonia penale. Qui il pilota conosce Miranda e se innamora, ma viene sequestrato assieme a lei da un gruppo di detenuti evasi che vuole usare la sua nave per fuggire, ed è costretto a decollare dall’asteroide. Durante il volo, il mostro si materializza nuovamente e dà inizio alla strage. 

Ah l‘Empire di Charles Band! Solo a nominarla mi ritornano alla memoria, come madeleine proustiane, vecchie vhs, film improponibili trasmessi nella notte più fonda da tv private, riflesso anarchico di un cinema potentissimo e miserabile che tutto poteva anche senza nulla avere!

Per tutti l’Empire è stata Re- Animator, Ghoulies, From Beyond, Dolls, low budget di un certo culto, ma in pochi si dimenticano, o non sanno, dell’esistenza dei figli minori dell’impero di Charles Band.

Scriveva De Andrè alla fine della meravigliosa La città vecchia:

Se ti inoltrerai lungo le calate

dei vecchi moli

in quell’aria spessa

carica di sale gonfia di odori

lì ci troverai i ladri gli assassini

e il tipo strano

quello che ha venduto per tremila lire

sua madre a un nano“.

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Mai strofe calzano più a pennello per un sottomondo, un po’ alla Underworld di Clive Barker/ George Pavlou, nauseabondo e poco invitante, nel quale, più che imbatterci in belle pellicole, ci troviamo davanti a veri mostri, sgraziati, arrabbiati e incattiviti. E, sempre come per De Andrè, la soluzione è, più o meno, la stessa: o liquidi questi film per quello che sono, merda, schifo, a morte il regista, o, amico mio, apri la tua bella birra, liberi la pancia dai pantaloni, via le scarpe, sciallato sulla tua poltrona, ti fai avvolgere da quei liquami, da quella trama improponibile, rischiando pure di divertirti.

L’Empire sfornò, nella sua folle corsa di appena 6 anni, un sacco di brutte pellicole fighissime come Breeders di Tim Kinkaid con alieni arrapati e ballerine nude, Creepozoids di David Decoteau con la Linnea Quigley del nostro cuore e dei topastri mossi a mano dagli attori, momenti teneri e irripetibili, Terror vision di Ted Nicolau con la recitazione dell’intero cast oltre l’overacting, e naturalmente questo Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi, con un titolo così brutto, poco accattivante che non poteva essere altro che un capolavoro dell’infimo.

Quindi l’Empire non era solo buone pellicole strane e folli, tipo Troll o Ork di John Carl Buechler, ma anche, e soprattutto, filmacci da cestone del supermercato, film dalle copertine orribili che sembravano urlare l’eutanasia piuttosto che una visione.

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Questi film, americani nel cuore ma girati in italia nei capannoni di proprietà dello stesso Charles Band, erano successi sicuri, venduti in tutto il mondo e dal budget così misero che anche la vendita di una vhs poteva garantire un’entrata, anche perché la maggior parte di loro non avrebbe mai visto la luce della sala cinematografica.

Con Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi siamo in territorio scifi horror, in un’ambientazione quasi tutta in interni per sfruttare al massimo gli scenari riciclati da una produzione più ricca, Arena, uno dei costosi fallimenti, con Robojox di Stuart Gordon, del periodo finale Empire.

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Loredana Romito in tette e ossa

Inutile dire che la trama scritta da Mitch Brian, più a suo agio come sceneggiatore per il magnifico Batman: The Animated Series, sia un guazzabuglio inenarrabile composto da dialoghi deliranti, scene che sembrano improvvisate, e tante tette e sesso a cazzum per intontire lo spettatore beota. Per esempio ad un certo punto una dottoressa, interpretata dalla Lisa Langlois di Classe 1984 e Occhi della notte, dice al nostro eroe, il pilota spaziale Wolf, “Devo fare una cosa importantissima. Aspettami qui” e poi la vediamo fermarsi per lunghi minuti con fare pensieroso in una stanza vuota, non facendo nulla, giuro nulla, per poi tornare indietro. Cioè cosa diavolo doveva fare di importante????

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Alieni e sesso prima di Species

Non aiuta neppure la regia di Jay Kamen, tecnico del suono per produzioni di un certo livello come Robocop 3 o Caccia ad ottobre rosso, impacciatissimo al suo debutto (unico) dietro la macchina da presa. Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi stilisticamente è vicino al linguaggio del telefilm (sciatto) degli anni 80, un valore, per assurdo, aggiunto ad una visione ignorante da filmaccio uscito dalle vhs.

C’è da dire che la pellicola ha almeno due buoni attori, la già citata Langlois e il Patrick Macnee di Battlestar galactica, che però vengono mal sfruttati in una storia che li vede spauriti e visibilmente impacciati. Il resto del cast è miserabile, a partire da un protagonista legnosissimo, il cantante Rex Smith, lontano dai fasti del suo serial tv Il falco della notte. Per non contare poi le presenze inenarrabili delle nostre starlettes Pamela Prati e Loredana Romito, nudissime ovviamente. La prima, la Pamelona del tormentone trash tv Mark Caltagirone, interpreta l’aliena che contamina il protagonista all’inizio del film, la seconda è invece una prostituta rimorchiata da nostro Wolf in piena mutazione genetica che, prima di Species, spinge, gli extraterresti a ciulare il più possibile.

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Pamela Prati prima della D’Urso e di Caltagirone

Transformations … e la bestia sorgerà dagli abissi tenta un discorso anche interessante sull’AIDS e sul contagio sessuale, ma ogni buona intenzione, si sa, se la deve vedere con le vie distorte del diavolo delle brutte sceneggiature. Quindi inutile vederci significati reconditi: la pellicola di Jay Kamen è exploitation al più basso livello che prosegue a forza di sgnacchera e sangue.

Sia dato atto però che la trama anticipa pericolosamente quella di Alien 3: un’astronave con  l’infezione, il mostro, che precipita in una colonia penale. C’è pure un prete, Patrick Macnee, a sancire l’elemento fortemente religioso dell’opera. Ovviamente le due pellicole stanno agli antipodi, inconciliabili e con un’idea diversa di cinema: il film di Kamen divertimento rozzo senza pretese, quello di Fincher un’ambiziosa opera sci-fi molto stilosa. Però è bello sognare che, una notte insonne, facendo zapping sulla tv, uno degli artefici della travagliatissima stesura di Alien 3, magari il non accreditato  David Twohy di Pitch Black, sia stato folgorato dalla visione di Transformations. Sua fu d’altronde l’idea di trasformare il pianeta, sul quale l’astronave di Ripley/Sigourney Weaver atterra, in una colonia penale.

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Smorzacandela spaziale

Per il resto abbiamo davvero davanti un filmaccio di bassa lega, pregno di momenti involontariamente comici, a partire dai primi minuti di film quando il nostro Wolf non si chiede che diavolo ci fa su un’astronave, fino ad un secondo prima deserta, la nostra Pamelona arrapatissima. Il suo pensiero probabilmente è che sia stata nascosta, senza mangiare né bere per giorni, in attesa di fargli una sorpresona per il suo compleanno. “Quei mattacchioni dei miei amici” esordisce il non proprio intelligentissimo protagonista prendendosi una sifilide aliena che gli procurerà bolle su tutto il corpo abbastanza schifose che esploderanno in pus.

Transformations ci insegna che nel futuro le lauree non serviranno più: l’unica dottoressa della prigione, interpretata dalla bellissima e assente Langlois, non ha nessun titolo accademico come ci conferma lei stessa in uno dei tanti dialoghi surreali. Fa il medico e agisce da medico semplicemente perché la chiamano “Dottore” e indossa un camice. D’altronde tutto il suo apporto scientifico per debellare la mutazione del protagonista è limitato in intensi occhi da cerbiatto e frasi come “Ti amo dal primo momento che ti ho visto“. Va bene che l’amore può vincere tutto, ma insomma…

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Cast di disperati

Aggiungiamo al pasticciaccio una sottotrama senza interesse, e subito liquidata, con tre detenuti che evadono dal carcere, girata così sciattamente nelle scene d’azione da suscitare tenerezza.

Gli effetti speciali sono abbastanza efficaci nella semplicità di uno spettacolo che richiede solo tre elementi: nudi, schifezze varie e un ritmo abbastanza concitato. Chi si accontenta si divertirà e il film si lascia guardare senza danno ferire, di certo meno ributtante di come le recensioni l’hanno sempre accolto.

Dispiace solo che un ottimo direttore della fotografia come Sergio Salvati sia stato coinvolto in uno dei suoi lavori meno efficaci, lontano non solo dai fasti fulciani ma anche dalle buone, precedenti prove Empire come Ghoulies 2, Puppet Master o Striscia ragazza striscia.

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L’Empire, per motivi finanziari, fallirà da lì a poco, trasformandosi in quella che ad oggi è la Full Moon, ma film così belli nella forma miserabile come Transformations non si sono fatti più.

E in fondo ci dispiace.

Andrea Lanza

Transformations… e la bestia sorgerà dagli abissi

Titolo alternativo: Alien transformation

Titolo originale: Transformations

Anno: 1988

Regia: Jay Kamen

Interpreti: Rex Smith, Lisa Langlois, Patrick Macnee, Christopher Neame, Michael Hennessy, Donald Hodson, Ann Margaret Hughes, Pamela Prati, Loredana Romito, Benito Stefanelli, Cec Verrell

Durata: 84 min.

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Demoni 3

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Umberto Lenzi era molto entusiasta di questo suo Demoni 3. Almeno a parole.

Sulle pagine del fondamentale Spaghetti nightmares di Luca M. Palmerini e Gaetano Mistretta dichiarava:

Ho lavorato intensamente per tre mesi su Black Demons, un horror che ritengo senza dubbio il mio capolavoro (…) girato in presa diretta americana. Parla di alcuni schiavi negri uccisi un secolo fa in una fazenda i quali, riportati in vita per mezzo di una macumba girata “dal vero”, si vendicano di chi ne causò la morte“.

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Quindi un horror con un rito voodoo autentico, una pellicola maledetta, stando sempre a sentire i racconti del suo autore.

Le riprese sono state abbastanza pericolose (sul set successero anche delle stranezze…) e l’effetto che la macumba provoca sulle nostre coscienze e sulle nostre credenze religiose, pur senza mostrare dettagli “gore”,  è molto impressionante“.

Tutte belle parole, senza dubbio, in un periodo, quello d’inizio anni 90, privo di internet, dove molti nostri horror stentavano ad uscire e tutto era lasciato nella leggenda, nelle tv private e nei deliri, un po’ supercazzoloni, dei nostri autori caduti in disgrazia.

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Stento a credere, a film visionato, che Lenzi, da giusto rompipalle old school come era, credesse davvero che Demoni 3, o Black demons come recitava il titolo originale, fosse non tanto “il suo capolavoro“, ma anche solo un’opera decente. Erano però quelli gli anni, miserabili e accattoni, che vedevano il cinema del nostro Umberto migrare nel Terzo mondo per una serie di orribili pellicole, soprattutto action avventurose. Alcune di queste, come nel caso del nostro Demoni 3 o di Caccia allo scorpione d’oro, entrambe del 1991, Lenzi le aveva prodotte, a zero budget, con una sua società, quindi parlarne male sarebbe stato sicuramente controproducente.

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Inutile poi dirlo, lo sanno anche i sassi ormai, ma ribadiamo l’ovvio: Demoni 3 non è il secondo seguito del meraviglioso Demoni di Bava e Argento, ma un’opera che solo in Italia, nella sua uscita quasi subliminale in vhs per la Center video, si appropriava, alla cazzum, di un titolo che non sarebbe mai stato girato per davvero. Mentre Demoni 3, il vero, aveva preso la forma, diversissima e autorialmente soaviana, de La chiesa, il furbesco mercato home video cercava, grazie ai Black Demons di Lenzi, di accaparrare qualche gonzo per un noleggio. Erano gli stessi che affittavano tutti esaltati il Terminator 2 di Mattei per poi tornare incazzati in videoteca con la rabbia del truffato che non sapeva di esserlo stato.

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Ormai era da tempo che il cinema di Lenzi aveva perso non solo la dignità, ma anche la capacità di essere un grandioso, rozzo e spettacolare divertimento popolare come ai tempi, non lontanissimi, di Incubo sulla città contaminata, di Cannibal Ferox o de La casa 3 (Ghosthouse). Il canto del cigno per il regista era stato il meraviglioso (e sfortunato) Hitcher in the dark (Hitcher 2- Paura nel buio) del 1989, ma, prima e dopo, c’erano state solo pellicole misere, miserabili e di rara brutta fattura come il Cop target con Robert Ginty e Charles Napier, o Le porte dell’inferno, sorta di brutto epigono dei resuscitati ciechi spagnoli. Lenzi e il suo cinema erano diventati all’improvviso sciatti e senza nerbo, uno spettacolo umiliante sia per il regista che, soprattutto, per gli incauti spettatori.

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Demoni 3 è scritto male, girato peggio e interpretato da cagnacci che si agitano tutto il tempo, un vero incubo su pellicola.

Difficile davvero salvare qualcosa, non i dialoghi che fanno pronunciare ai protagonisti almeno 100 volte la parola “negro”, non la tensione che non esiste e neppure gli effetti speciali, ai limiti dell’amatoriale.

Anche la tanto declamata “macumba ripresa dal vero”, se davvero originale, ma dubitiamo, manca di pathos e di palpabile orrore esotico come invece si percepiva, per assurdo, nei porno horror caraibici di Joe D’Amato.

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Lenzi sembra sperduto in un film che non sa come andare avanti e che plagia fin troppo Zombi 2 anche nella riproposta di un finale risolto a colpi di molotov. Il modello Fulci poi è palese negli omicidi con gli occhi che schizzano dalle orbite come succedeva, in meglio ovviamente, con la meravigliosa Olga Karlatos nella pellicola del 1979.

Per il resto Demoni 3 è anche noiosissimo, con un body count di appena 3 persone e l’idea, sciagurata, di una tensione che ricorda tanto i cartoni animati Hanna e Barbera di Scooby Doo con gli zombi che stanno per accoltellare qualcuno alle spalle, silenziosi come ninja, poi al minimo rumore si nascondono, dove ovviamente non si sa. Una sequenza questa, ripetuta più volte, e che, più che accendere la paura, fa nascere un sorrisino spontaneo, la morte per ogni horror.

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In più, come tutti i film scemi, i protagonisti, in pieno assedio dei morti viventi incazzati, perdono il tempo a battibeccare tranquilli con dialoghi dementi, a dividersi in una casa che da tre stanze ora sembra un castello, e ad urlare senza motivo al nulla mentre, probabilissimo, gli zombi saranno andati a giocare a briscola.

Lenzi, in complicità con la moglie Olga Pehar, però ci insegna che il Brasile è un posto orribile, nel quale i camerieri vengono pagati per un mese di lavoro 500 cruzeiros, sulle 300000 lire vecchie, tanto quanto una bottiglia di vino pregiato, e, oltre ad essere chiamati “negri”, vengono sfottuti, presi a calci in culo e umiliati anche da quelli che dovrebbero essere, sulla carta, i protagonisti, i buoni. Il livello di razzismo in un film non toccava probabilmente punte così alte dai tempi del Ku Klux Klan.

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Si salva il make up degli zombi, minimale ma efficace, e alcune sequenze che, prese a parte, sono potenti come l’evocazione dei morti viventi in un cimitero che prende fuoco. Anche la fotografia di Maurizio Dell’Orco con i colori saturi di un Brasile caldo e umidiccio non è male, mentre le musiche di Franco Micalizzi sono un plagio vergognoso di quelle composte per le case apocrife da Carlo Maria Cordio. In quest’aria di cialtroneria dilagante ci si mette anche la copertina, bellissima comunque,  che presenta 7 zombi quando in scena ce ne sono solo sei.

Gli attori, come già detto, sono uno peggio dell’altro, antipatici per di più. Peccato perché altrove, almeno Joe Balogh, in Paura nel buio sempre di Lenzi e nel bellissimo (s)cult Monstruosity di Andy Milligan, si era rivelato un attore tutto sommato capace ed efficace, ma qui, come tutti, sembra sotto l’effetto devastante del valium in una recitazione sempre sottotono e apatica.

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Scooby Doo

Non ci sono neanche le tette di rito che avrebbero alzato l’asticella almeno della serie B più cafona. C’è da dire che i 6 “negri” viventi, per dirla alla Lenzi, fanno una certa impressione quando entrano in scena, con le catene ancora ai piedi, armati con oggetti comuni che diventano nelle loro mani strumenti di morte violenta. Peccato che poi, alla fine, anche quest’idea di zombi, un po’ diversificata dai mostri cannibali alla Romero e Fulci, non viene mai sviluppata con convinzione.

Demoni 3 è uno di quei film che nascono e, per fortuna, muoiono in vhs senza possibilità di lasciare un ricordo alle future generazioni. Il (bel) cinema italiano del terrore non è di certo qui di casa.

Andrea Lanza

Demoni 3 (Black Demons)

Anno: 1991

Regia: Umberto Lenzi

Interpreti: Keith Van Hoven, Joe Balogh, Sonia Curtis, Philip Murray, Juliana Teixeira, Maria Alves, Cléa Simões, Justo Silva, Rita Monteiro

Durata: 88 min.

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Rim of the world

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Durante un campo estivo, quattro adolescenti disadattati devono unirsi per sconfiggere le proprie paure e salvare il mondo dagli alieni.

A leggere le recensioni su internet Rim of the world, ribattezzato da un utente di imdb Rim of the toilette, dovrebbe essere il male trasposto in pellicola o almeno uno di quei film nati per dare parola agli “odiatori” professionisti. D’altronde abbiamo uno scifi targato Netflix, la piattaforma di streaming che tutti hanno ma che chissà perché tutti odiano, e, soprattutto, McG alla regia, un nome che se lo pronunci si aprono le porte dell’inferno, gli angeli piangono e qualche cinefilo urla a cazzo “Ridateci Stanley Kubrick“. McG, nome fittizio di Joseph McGinty Nichol, è uno di quei registi che il mondo detesta senza motivo apparente se non quello di aver girato ad inizio carriera due film sulle Charlie’s angels abbastanza bruttini e un gagliardo Terminator Salvation, schifato però dai più. Se pensate che Michael Bay, Roland Emmerich o Zack Snyder abbiano dei detrattori, nulla è paragonabile a quanto il pubblico voglia male a McG, tanto che, si vocifera, in alcuni dizionari inglesi alla voce “cacca” c’è il volto di questo ragazzone del Michigan.

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Ah merda!!!!

E’ vero che il nostro non è il miglior regista del mondo, questo è senza dubbio veritiero, ma è un ottimo artigiano, abile nel girare film sì superficiali ma anche dannatamente spettacolari. McG è l’emblema di un cinema popolare, soprattutto ora che non ha la possibilità di girare con budget miliardari, un intrattenimento ben fatto e scacciapensieri perché, devo smentire il cinefilo incazzato, non di solo Kubrick può vivere l’uomo. Per fortuna, aggiungo.

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In Netflix, e nelle sue produzioni originali fintamente ricche, McG ha trovato terreno fertile per esprimersi: prima con il frizzante Babysitter, un horror splatter, omaggio agli anni 80, divertente come poche cose prodotte negli ultimi anni, poi con questo Rim of the world, uno sci-fi che guarda al cinema adolescenziale di matrice spielberghiana.

Non credete a chi vi dirà che quest’opera è, cito testuali parole, “un clone di Stranger Things” o “un telefilm annacquato” o ancora “noioso” perché sono giudizi faziosi, da odiatori che vivono un film come un fottuto Vietnam, una guerra infinita di paroloni, frasi ad effetto e malumore di vita vomitato sul web.

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Rim of the world è ancora un tributo, agli anni 80 ma anche ai 90, un’avventura old style che parla di amicizia tra adolescenti, di un viaggio come nei classici di Stephen King e naturalmente di un’invasione aliena che ha più di un debito con l’Indipendence day di Roland Emmerich.

Impossibile annoiarsi in 108 minuti di azione frenetica, di battute continue e di mostroni incazzati che non si preoccupano di essere in un film per ragazzi mangiucchiando e dilaniando gente a caso. In questo siamo in puro divertimento alla Joe Dante e del suo Gremlins, un film girato per ragazzi ma senza offendere l’intelligenza dei ragazzi, capace di divertire ma anche di terrorizzare.

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Così è più facile anche l’immedesimazione dello spettatore adulto in un’avventura che ha come protagonisti 4 ragazzi neanche 14enni, personaggi bambini ma non bambineschi, che dicono parolacce e si comportano inaspettatamente da giovani esseri umani senza essere macchiette.

Rim of the world, girato con un budget di appena 15 milioni di dollari, riesce a non far mai percepire la povertà di un’opera che avrebbe dovuto avere almeno 100 milioni per essere perfetta. Così, nella frenesia dello spettacolo, non ti accorgi di un mondo vuoto con appena tre comparse o della presenza di un solo alieno in un strade che dovrebbero invece pullulare di mostroni assassini.

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Certo ovviamente il film non è esente difetti a cominciare dal look della creatura extraterrestre, non molto originale e quasi un amplesso tra il Relic di Peter Hyams e i lickers di Resident Evil. Ma la parte peggiore dell’opera risultano gli atroci dialoghi metacinematografici scritti da Zack Stentz, giusti per show come The flash, ma qui troppi, davvero troppi, per non creare un’indigestione di battute artefatte. Se all’inizio il richiamo, nelle battute, ai classici sci-fi del passato poteva far sorridere con frasi come “Oddio sembra di essere in Indipendence day!“, purtroppo alla quarantesima volta un forte disagio uditivo la fa da padrone.

Fortuna, come detto, che McG gira bene e fa dimenticare le imperfezioni di un’opera comunque godibile e divertente, impreziosita per lo più da un efficace cast, soprattutto i suoi quattro adolescenti in perfetta parte.

Così questa specie di Rivincita dei nerds contro alieni diventa una visione non essenziale ma che, se vi capitasse tra le mani, potrà di sicuro divertirvi. Malgrado McG il maledetto e Netflix, il portale delle schifezze forse non così orribili.

Andrea Lanza

Rim of the world

Regia: McG

Sceneggiatura: Zack Stentz

Interpreti: Lynn Collins, Annabeth Gish, Michael Beach, Tony Cavalero, Dean S. Jagger

USA, 2019

Durata: 98 minuti

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Rabbia furiosa – Er canaro

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Volevo far rassomigliare la sua faccia a quella di un cane e così gli ho anche tagliato le orecchie come facevo ai dobermann. Sembrava uno zombie. Non moriva mai. Alla fine, esasperato, gli ho aperto la bocca con una chiave inglese, rompendogli i denti, e l’ho soffocato mettendogli dentro tutto quello che gli avevo amputato. Poi l’ho portato tra i rifiuti, dove si meritava, e gli ho dato fuoco

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Leggiamo da wikipedia:

Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana (in romanesco: er Canaro; Calasetta, 28 settembre 1956), è un criminale italiano. Deve il soprannome all’attività di toelettatore di cani in via della Magliana 253, nella zona popolare della Magliana Nuova a Roma, nel quartiere Portuense. Salì alla ribalta per il brutale omicidio dell’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci nel 1988. Il fatto, il delitto del Canaro, colpì per la sua particolare efferatezza, poiché la vittima, a quanto dichiarò l’assassino, sarebbe stata torturata a lungo e mutilata a più riprese prima di essere finita, anche se in seguito l’autopsia smentì questa versione“.

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De Negri, basso, magro e descritto come un tipo pacato, dichiarò di aver ucciso Ricci per vendetta, dopo che, per anni. ne aveva subito le angherie. Tra le molte torture, durate sembra ben sette ore, confessò anche di aver aperto il cranio del suo nemico e di avergli fatto “lo shampoo al cervello”, usando un prodotto che usava per lavare i cani. Non tutto quello che De Negri raccontò però era successo come e quando aveva detto lui.

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Da questo fatto di cronaca nera nascono due film quasi contemporanei: Dogman di Matteo Garrone e Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti. Entrambi si prendono grandissime libertà dalla realtà dei fatti, cambiando nomi e persino luoghi alle vicende del sanguinario canaro, Garrone dichiarerà d’altronde che “il fatto di cronaca era semplicemente uno spunto” e “non c’è mai stato nessun tentativo di ricostruire i fatti come sono andati” tanto che i personaggi non “corrispondono a quelli del fatto di cronaca”.

Due film, due approcci diversi, due pellicole che più agli antipodi non possono essere, uno sguardo realista, minimalista, crudo per Garrone, uno più urlato, sensazionalista e horror per Stivaletti.

Rabbia furiosa non ha il bottage pubblicitario di Dogman: fa una sortita al Fantafestival del 2018, qualche proiezione in cinema selezionati, e scompare, povero, sfigato e con quell’aria di prodotto indecifrabile, sulla carta fratello sciacallo di un successo d’essai.

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Esce, proprio in questi giorni, però in dvd e blu ray grazie all’interessamento della Home movies di Giacomo Ioannis in edizioni piene di extra, limitate e che rendono giustizia ad un film finora solo miticizzato attraverso il passaparola dei pochi fortunati spettatori e della rivista Nocturno. A Ionnis, ai suoi collaboratori e alla sua casa di distribuzione non dimentichiamo dobbiamo in questi ultimi anni una riscoperta di perle dell’infimo del cinema exploitation in collane come Freak video, un’amore incondizionato per il cinema che ha reso possibile l’impossibile: l’arrivo dei B movie più weird del pianeta con la stessa cura nel proporli di pellicole blockbuster. Chapeau.

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Sergio Stivaletti, lo ricordiamo, è un’istituzione, non solo un uomo, per quanto riguarda gli effetti speciali nel nostro Paese. A metà anni 80, tra le molte cose, curò i trucchi per Demoni di Lamberto Bava, un film che ad impatto visivo, pur se derivato da Zombi di George A. Romero, ebbe un clamore incredibile generando figli illegittimi oltreoceano come il Vamp di Richard Wenk, e fu citato, omaggiato, saccheggiato dalla coppia Tarantino/Rodriguez per il bellissimo Dal tramonto all’alba. Tutto merito di Stivaletti e delle sue creature: prima di Demoni in Italia non si era visto un prodotto così accurato negli effetti speciali, così estremo nell’effettistica a base di lattice, sangue e animatroni come negli horror oltreoceano, senza quell’aria un po’ pauperistica dei nostri prodotti anche eccellenti.

Il passaggio di Stivaletti dietro la macchina da presa accadde nel 1997 quando si trovò a sostituire l’insostituibile Lucio Fulci, deceduto l’anno precedente, per il film MDC – Maschera di cera, un progetto che sulla carta doveva unire Dario Argento come produttore e, appunto, Fulci come regista, due eterni rivali riuniti da un progetto comune. La morte non rese purtroppo possibile questo, ma la tragica circostanza fu anche l’occasione per Stivaletti di esordire nella direzione di un horror, un peso grandissimo visto anche le attese generate da un’opera che doveva sancire il ritorno in pompa magna dell’autore di Paura nella città dei morti viventi.

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Quando uscì MDC – Maschera di cera il pubblico non fu generoso verso un film che traspirava Fulci da tutti i pori, crudele, sadico e girato in stato di grazia, più di quanto il maestro Argento avesse fatto in contemporanea con l’orribile Fantasma dell’opera. Certo il film era penalizzato da una trama non sempre brillante, che banalizzava il modello letterario di Gaston Leroux, ma era comunque un horror tosto con nudi, sangue e creature, un cinema che nel 1997 era reperto passato, mortificato dalla televisione e rialzava la testa con orgoglio in una terra di morti viventi lì lì per diventare una landa di prodotti miseri e (casal)indi.

La sua seconda regia, I tre volti del terrore, del 2004, fu meno riuscita, un horror a episodi che non stupiva, non graffiava e risultava stanco anche in una messa in scena non molto convinta.

Rabbia furiosa arriva dopo una serie di cortometraggi, invisibili per di più, un episodio di un film mai distribuito, The Profane Exhibit, sotto la supervisione di Uwe Boll, e una serie tv, Fear, della quale non esiste traccia di notizia sul web.

Stivaletti oltretutto, sulla carta, non sembrava neppure avere la sensibilità per affrontare un fatto di cronaca così delicato e brutale come quello degli omicidi del Canaro. Invece il film è una piccola sorpresa: è un prodotto sicuramente povero, ma potente, sensazionalista senza dubbio, ma che usa questa cifra stilistica, da horror realista, come qualcosa di talmente originale da essere unico nel panorama italiano, Garrone o meno.

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Si vede che Stivaletti ci crede: la regia è attenta, da prodotto neo neorealista anni 90, un po’ sulla scia di Claudio Risi con Pugni di rabbia, di Giulio Base con Crack e di Claudio Fragasso con Teste rasate. Un cinema quindi, nato dallo stupro di Pasolini, che non esiste più, uno sguardo cinematografico alle periferie più povere di Roma senza essere ancora documentario alla Ciprì e Maresco, pellicole incattivite, anzi incazzate, urlate, superficiali ma con una rabbia paragonabile a L’odio di Kassovitz.

Stivaletti si infila, fuori tempo massimo, in questo filone morto, dimenticato dai più e che ultimamente ha visto solo un tardo epigono, La grande rabbia di Claudio Fragasso, imparagonabile, per messa in scena e recitazioni, a quegli anni di giovani autori fumantini.

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Stivaletti che di anni ne ha 62, non è più sicuramente un regista giovane ma la sua opera è qualcosa di incredibile, di innovativo, una continua sorpresa a livello di invenzioni narrative inaspettate, di idee anche visive che cozzano con prepotenza in una produzione che lo si sente non è ricca, che svirgola nei suoi attori molte volte, ma che ha quel bisogno di essere davvero cinema, riuscendoci straordinariamente, in un panorama di robaccia carbonara fatta per e solo gli amici.

Rabbia furiosa non è un horror, ma ha gli elementi da horror, lo splatter, l’introduzione di una siringa verde come quella di Re-animator, le soluzioni da thriller argentiano nella parte finale, una cosa soltanto accarezzata da Sergio Sollima in un altro horror camuffato, ACAB, ma che qui, e solo qui, ha il suo apogeo, la sua resa meravigliosa, più mostruosa e affascinante.

Non tutto funziona nel film di Stivaletti, alcuni attori, come detto, sono fuori parte, troppo caricati altri, ma abbiamo comunque una buona prova del suo attore principale, Riccardo De Filippis, in un ruolo che, è vero, riprende il suo analogo in Romanzo criminale la serie tv ma che risulta comunque efficace. Anche se la vera sorpresa è Romina Mondello, avanti con gli anni ma bellissima, che ci regala un ritratto di donna tragicamente umano, nobilitato da una recitazione mai troppo esasperata e migliorata notevolmente dai suoi esordi.

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Dispiace che il film sembri fare un passo indietro in momenti che invece andrebbero caricati: esempio eclatante la scena dello stupro della moglie del Canaro, troppo castigata, troppo morigerata in una pellicola che pochi minuti dopo non si farà problemi a mostrare una castrazione nel dettaglio.

Roba di poco conto è vero, ma che soltanto una ventina di anni fa non sarebbe stato motivo di (auto) censura in un cinema, come quello popolare, che non aveva paura a versare non solo il sangue ma anche a mostrare il pelo delle sue attrici, in quello stupendo connubio di sex and violence che ha reso miticizzata la nostra exploitation anche nelle derive veriste di un I ragazzi della Roma violenta.

Sul piano effettistico il film è eccezionale soprattutto quando si scatena, negli ultimi minuti, in torture, compreso il già citato shampoo al cervello, dettagliate, pornograficamente violente, un pugno allo stomaco inaspettato e potente. Qui Stivaletti da’ il suo meglio e si ha finalmente la trasformazione effettiva dal reale all’irreale trasmutando l’opera in una tavolozza alla Herschell Gordon Lewis, talmente crudele e sadica da essere iperrealista, affidandosi non alla cronaca ma alle affascinanti bugie del Canaro in quel mondo, tanto caro al regista, di cinema fantastico.

Non funziona la parte che vorrebbe essere poetica, la redenzione post mortem del Canaro in un’atroce, questa sì, allegoria del paradiso, in una chiusa ridicola che stride un po’ con tutta l’opera, ottima comunque.

Un plauso va alla capacità anche dei due sceneggiatori oltre a Stivaletti, Antonio Lusci e Antonio Tentori, di cercare strade innovative in un film che era presentato, nel passaparola della stampa, come “la risposta povera a Dogman” e che invece urla, vibra ed esiste con una propria anima, magari una melma mutaforma capace però di appassionare e, perché no, far sperare ad un sussulto di un cinema morente. Qui però senza dubbio siamo davanti ad un film e non ad uno scherzone girato tra amici. Cosa non sottovalutabile e maledettamente apprezzabile.

Andrea Lanza

Rabbia furiosa – Er canaro

Anno: 2018

Regia: Sergio Stivaletti

Interpreti: Riccardo De Filippis, Virgilio Olivari, Marco Felli, Gianni Franco, Eleonora Gentileschi, Romuald, Andrzej Klos, Giovanni Lombardo Radice, Emanuele Marchetti, Luis Molteni, Romina Mondello, Eugen Neagu, Rosario Petix, Michelangelo Stivaletti, Ottaviano Dell’Acqua

Durata: 120 min.

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Slasher 3 – i serial killer canadesi di Netflix

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Un giovane viene brutalmente ucciso davanti al suo condominio, circondato da testimoni che non fanno nulla per aiutarlo. Un anno dopo, il terrore colpisce ancora una volta il complesso di appartamenti. Il Druido, una spaventosa figura incappucciata, semina la sua orribile scia di sangue.

Il genere slasher è, forse più di ogni altro, adattabile ai canoni seriali della tv: mattanze da scandire ogni puntata e colpo di scena wow, inaspettato, all’ultima. Questo devono averlo capito le alte sfere delle televisioni quando, da un brand morto come Scream, decisero di farne una serie, fallendo su tutti i fronti. Se le 4 pellicole di Wes Craven, pur con alti e bassi, funzionavano sia come thriller puri che come giochi intellettuale alla Nightmare nuovo incubo, la versione MTV, ad uso e consumo del popolo imbecille di ragazzini, invece si era rivelata, nelle sue due stagioni, un guazzabuglio inverecondo di cultura miserabile pop in salsa Scooby Doo. Senza dimenticare l’affronto del violentare qualcosa di così iconico nella mente degli spettatori, come l’aspetto del killer, sostituendo la maschera da urlo di Munch con un’analoga maschera, più brutta, anonima e sticazzi se usata davvero negli ospedali per le riabilitazioni dopo le operazioni facciali. Il disastro poi si completava con l’ammorbamento del sesso e la castrazione della violenza, né più né meno della versione thriller de I ragazzi del muretto.

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Slasher arriva invece nel 2016, è una produzione canadese, e dopo la prima stagione, dal sottotitolo L’esecutore, suscita l’interesse di Netflix che decide di distribuirla in diversi paesi con il suo marchio. La serie è incredibile ed è tutto quello che ogni fan del cinema slasher, appunto, ha sempre desiderato vedere: omicidi sanguinosissimi senza nulla lasciare alla fantasia, un serial killer con una maschera accattivante e un ritmo abbastanza indiavolato. Tutto quello che lo Scream di MTV non era e non sarebbe mai potuto essere, un trionfo da parte del Paese dei castori, dell’acero e del lacrosse sull’impero a stelle e strisce dei blockbuster.

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Il primo fighissimo killer, l’esecutore

Certo Slasher aveva dei difetti, il maggiore una certa ripetitività della messa in scena a causa di una storia non molto interessante e che viveva, come un film pornografico, soprattutto dei suoi eccessi. Però tirando le somme era comunque divertente ed era una gioia sadica vedere cadere un gruppo di scemi mai così scemi sotto le diavolerie inventate dal mascherato assassino in un tripudio, alla Herschell Gordon Lewis, di sangue a litri, arti che volavano e budella in bella vista, l’equivalente cattivo dei cartoni Warner di Willy il coyote.

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Il triste killer del 2

La seconda serie, Colpevoli, cercava di aggiustare il tiro della trama senza preoccuparsi però del creare un’efficace maschera per il suo killer: stavolta uno sciatore assassino con il volto coperto da occhialoni e sciarpa, nulla di inventivo o capace di essere ricordato. Diversa cosa era stata per l’esecutore, mascherato con un cappuccio da boia, terrorizzante e malvagio come pochi altri villain. Per il resto la formula era la stessa: omicidi splatterosissimi, divertimento cattivo, ma anche qui una trama non proprio memorabile anche se più articolata.

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Arriviamo quindi alla terza stagione, Solstizio, sbarcata su Netflix due giorni fa, il 23 Maggio, nei suoi canonici 8 episodi e firmata, come tradizione della serie, come fosse un film, da un solo regista, Adam MacDonald, autore degli interessanti Pyewacket e Backcountry. Le altre due serie portavano invece, in ordine, la firma di Craig David Wallace e Felipe Rodriguez, due autori soprattutto votati alla televisione.  L’arrivo di un regista “cinematografico” come MacDonald si fa subito sentire grazie ad una regia più virtuosistica con inquadrature azzardate fin dal primissimo omicidio dove la mdp si inclina e viene alternata da riprese verticali di cellulari. Per il resto la serie non delude i fan con la solita festa rosso sangue di omicidi scatenati ai danni di minus habens sempre più antipatici.

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La maschera del serial killer stavolta si rifà a quelle analoghe, dotate di neon, viste nel terzo capitolo della saga di The Purge, meno incisiva rispetto all’esecutore della prima ma sicuramente più accattivante di quella della seconda. Le armi usate per i vari delitti poi sono particolarmente originali: si passa da comuni armi bianche a meno usuali tubi di plastica spinti a forza nella bocca dei malcapitati e riempiti di acqua bollente. In Slasher 3 il tasso di violenza, se è possibile, aumenta, e nella prima puntata ci si diverte a veder massacrare ben due personaggi a colpi d’ascia e acido. Solo che questa escalation di morte subisce un arresto negli episodi successivi, dove il druido omicida  uccide solo una vittima a puntata creando così una certa noia, la solita del telefilm, in trame inutilmente allungate e ben poco accattivanti. Come in un porno, l’interesse, a volte ricercato attraverso l’abuso di fastfoward, è solo nell’amplesso, anche qui dialoghi non proprio brillanti e rapporti umani mal costruiti sono subordinati ad orgasmi di morte, vibranti ed eiaculatori come soddisfacenti cum shot d’emoglobina.

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La trama resta quindi il peggior nemico di Slasher, più dei suoi attori quasi cagneschi, con una storia che, spogliata della sua violenza, diventa solo banale, prevedibile e a tratti cretina. Molte motivazioni del killer restano nell’ombra o non convincenti così anche pretestuoso ai fini della narrazione è la figura del druido, mai realmente spiegata neppure nell’epilogo. Certo ci sono cose molto buone, come il background della protagonista mussulmana o l’idea di mettere insieme un gruppo di mostri come vittime, dalla zoccoletta adolescente stile Scream Queens alla youtuber/influencer senza cuore. Questo ecosistema di brutte persone, manipolatrici, egoiste, terrorizzate come in un incubo leghista dal diverso, in questo caso una coppia di lesbiche con figli, fa parteggiare più col killer che con le vittime. Ci si concentra ad umanizzare un solo personaggio, Amy Chao, interpretata dall’orientale Rosie Simon, una tester di videogames con più di un problema emotivo che sfocia nell’assessualità. La vediamo mentre copula con il fidanzato, l’antipatico Xander Lemmon, talmente interessata all’amplesso da indossare un casco della realtà virtuale caricato su un gioco di zombi. Il segmento dedicata a lei, 15:00-18:00, è il migliore forse del lotto, almeno a livello narrativo, e ci si illude che Slasher 3 abbia preso a modello Lost e gli episodi monografici sui singolo personaggi guadagnando in quell’empatia impossibile da provare finora. Purtroppo è una mera illusione e la serie riprende presto il suo schema di noia e sangue ai danni di Barbie e Big Jim senza nessun background di plausibile vita passata.

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Sviluppato in un arco temporale di 24 ore, ogni puntata copre circa 3 ore del giorno del Solstizio, anniversario del primo omicidio del druido, la serie è, come le precedenti, un divertimento spensierato che poteva essere un capolavoro su piccolo schermo ma che riesce ad essere solo discreto.  Naturalmente chi si accontenta gode, ma la rabbia di avere tanto buon materiale, comparse illustri come il Bill Moseley di tanti horror cult e i grandiosi effetti speciali di Mark Wotton, lo stesso di Jason X di Isaac e X-men di Singer, è tanta.

Potremmo sperare in un più accorto Slasher 4, ma si sa gli errori sono difficili da non ripetere.

Andrea Lanza

Slasher: Solstizio 

Creatore: Aaron Martin

Anno: 2019

Regia: Adam MacDonald

Interpreti: Salvatore Antonio, Baraka Rahmani, Saad Siddiqui, Aidan Chase, Paniz Zade, Mika Amonsen, Isaac Pilozo, Robert Cormier, Genevieve DeGraves, Ilan Muallem, Emma Ho, Lisa Berry, Paula Brancati, Dean McDermott, Erin Karpluk, Paulino Nunes, Joanne Vannicola, Mercedes Morris, Gabriel Darku

8 episodi su Netflix

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Days gone e l’imperfetto animo umano

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Devo essere sincero: Days gone, l’ultima esclusiva Sony, appena provato non mi convinceva. D’altronde era un problema che, come me, avevano percepito altri giocatori, fin da quel primo trailer che, anni fa, lo aveva fatto sembrare “un Last of Us più caotico“. Davvero non si capiva che strada il gioco dei Bend studio, gli stessi del guilty pleasure Bubsy e del divino Syphon Filter, volesse prendere, se quella di un suggestivo open world horror o di uno sparatutto in terza persona cafone. Anche a giocarlo poi le pochezze erano evidenti: un mondo spoglio, mai realmente vibrante di vita animale, ogni tanto incrociavi un cervo, un orso, ma sembravano solo apparizioni generate casualmente dai programmatori, le stesse cose che, negli anni 80, su Sega master system ti facevano sorridere quando, nel tornare su uno schema già affrontato, ritrovavi i nemici resuscitati manco fossero gli estranei di Game of thrones. In quelle prime ore poi sembrava che i ragazzi di Bend avessero preso il Mad Max degli Avalanche Studios per clonarlo in chiave horror: stesse meccaniche con avamposti da distruggere, mezzi da riparare e naturalmente noiose ripetizioni. Poco Last of us quindi, ma un grande nemico che, come un masso, pesava sull’operazione: Red dead redemption 2. Se nel 2019 fai uscire un open world dopo il lavoro della Rockstar, devi essere in grado di alzare l’asticella della qualità altrimenti rischi di fallire miseramente e sembrare un gioco già vecchio anche con una grafica all’avanguardia. Mad Max era un prodotto mediocre, purtroppo, dalle grandi possibilità inespresse, e questo Days gone ne sembrava il diretto erede, il corrispettivo videoludico di uno studente svogliato che copia male il compito del compagno vicino. Eh sì perché il lavoro dei Bend era anche Dead island, Dying Light e Far cry 5 senza dimenticare spruzzate naturalmente di Last of us. Un disastro quindi infarcito di bug vari, di audio che saltava, di intelligenza dei nemici deficitaria. La storia di Deacon Saint John, biker modellato sulla farsariga del Charlie Hunnam di Sons of Anarchy, in un mondo apocalittico pieno di sette assassine, mostri furiosi e avamposti di disperati, sembrava giunto al termine.

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Solo che poi… ha nevicato.

Facciamo un passo indietro però. Credo fortemente che esistano film, libri o appunto videogames che non sono immediati, ma hanno bisogno del tempo per essere fruiti, al pari di un buon vino che invecchiando diventa eccezionale. Molti utenti, leggendo su internet, si sono lamentati per esempio della noia e della ripetitività di Red dead redemption 2 abbandonandolo dopo poche ore. Credo che tutto questo faccia parte di un terribile imbarbarimento del gusto, del trangugiare con voracità qualsiasi cosa senza distinzione di bello o brutto, una sindrome da Binge watching da Netflix che un tempo la privazione di internet ci aveva negato. Ora, in quest’epoca, bellissima senza dubbio e dalle infinite possibilità culturali, gli spettatori possono attingere a tutto: libri, film, giochi senza doverseli sudare, senza vivere l’ansia da archeologici della chicca passata, magari senza neppure vivere l’esperienza in una sala ma godersi tutto, gratis su tv 55 pollici full HD, 3d, 4k e chi ne ha più ne metta. In questa fabbrica dell’obesità culturale si ha talmente tanta scelta da non godersi più nulla, il vedere ogni cosa, consumarla come un grasso panino di plastica di Burger King e sputarla dopo un morso. Tutto superficiale, tutto noioso, gli spettatori da CB01 sono diventati irrequieti, tossici al pari degli eroinomani, mai felici e con la botta emotiva sempre più alta. Quindi anche Red dead redemption 2, bellissimo, perfetto, emotivamente devastante, diventa lento e noioso come se l’attesa, la scrittura narrativa, l’affezionarsi ad un personaggio e al suo mondo non fosse un pregio ma un difetto. D’altronde l’epoca è quella dell’azzeramento delle sceneggiature a favore di un online frenetico, semplice e scacciapensieri alla Fortnite, dimenticando però che, in passato, un Supermario o un Gex 3d erano anche loro  semplici, frenetici, superficiali ma senza rinunciare alla storia. In questo sta la differenza, la meteora che prima o poi colpirà i vecchi giocatori single player devastandoli come sorpassati dinosauri a favore di skills, danze e battle royal colorate ed esangui in pazzi Candy crush multiplayer ad alta definizione.

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Days gone compie lo stesso identico percorso di Red dead redemption 2: matura, cresce, diventa opera d’arte man mano che lo si vive, lo si subisce e comincia ad assumere una forma non originale forse, ma assolutamente potente e unica. Il gioco resta lo stesso, buggato, imperfetto, con i suoi ambienti a volte spogli e a volte popolati, ma si rivela anche un gioco scritto benissimo, nel quale i personaggi da semplici macchiette assumono la dimensione umana di amici e compagni d’avventura.

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Se Red dead redemption 2 aveva un budget da blockbuster hollywoodiano, lo stesso non è per Days gone che, pur essendo un prodotto importante, da tripla A, deve fare i conti con una produzione, non così ricca, che riflette evidenti difficoltà tecniche. Questi problemi vengono cancellati però dalla fantasia dei suoi creatori, capaci di creare potenti escamotage narrativi e visivi, in barba al Dio denaro, con la creatività al potere, pulsante e vivida. Così capita che tu, giocatore, magari lo stesso che pensava male di Days gone, possa all’improvviso sentire come tua quella moto di pixel, indossando emotivamente i panni di Deacon Saint John. Ecco che la magnifica e struggente Hell or High Water di Billy Raffoul arriva dritta al tuo cuore, nota dopo nota, come se il lungo viaggio da centauro attraverso lande infestate da feroci infetti e spietati esseri umani fosse davvero il tuo. E’ in quel momento, di assoluta sincronia tra te e quel mondo che non esiste, che arrivi a capire quanto grandioso sia il lavoro dei Bend studio.

Ed è ora che arriva la neve.

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Quando ormai il gioco ti ha conquistato, quando fai missioni all’apparenza uguali ma che ti fanno stringere in mano forte il joypad, ecco che il mondo cambia. E’ un’esperienza che a raccontarla svilisce il tutto ma quando accade, giuro, ha lo stesso effetto dirompente di un tramonto vissuto dal vivo, improvviso, inaspettato e dai colori così vividi che non credi sia possibile esista davvero. Ad un certo punto mentre cavalchi la moto comincia a nevicare, la musica aumenta e ti trovi lì, idiota e spaesato, a perderti in un nuovo infinito d’immensa bellezza, uno sguardo leopardiano ad un mondo che capisci è solo in apparenza statico, ma si muove, pulsa e nasconde più segreti di quelli che all’inizio avevi dato per scontato. Quella neve è il tocco d’arte, il bicchiere di brandy che degusti davanti al camino con un ottimo libro, il tic che rende umano un personaggio inventato, l’imperfezione che ti permette di amare un altro essere umano.

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Days gone è divertente, vario, lunghissimo e appassionante in ogni sua forma, nelle missioni principali e in quelle secondarie, capace di non farti staccare dall’avventura, un mangia ore come quando da ragazzino ti perdevi con la prima playstation. Durante l’avventura si incontrano molti personaggi, ognuno con un suo background non banale, merito di una storia che non lascia indietro nessuno e affronta, con la stessa veemenza e passione riservata al suo personaggio principale, il destino dei suoi comprimari, fosse solo un cane scodinzolante o una bambina alla ricerca dei genitori.

In più abbiamo un gioco che affronta con originalità, questo sì, il tema dei morti viventi nella declinazione di infetti alla 28 giorni dopo. Affrontare le orde di simil zombi è un’esperienza unica, al cardiopalma, velocissima e precisa, nella quale senti davvero il fiato sul collo dei mostri come fossi dotato di casco VR. Non si tratta di sparare alla cieca su un gruppo di cadaveri che ti vengono incontro, ma di pianificare un percorso offensivo studiando l’ambiente da vero stratega, pena per i più frettolosi una morte crudele con gli arti smembrati.

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E’ questa un’altra grandezza del gioco: mangiare, digerire e riproporre in chiave nuova idee già viste al cinema o in altri videogames rendendo l’esperienza un riciclo creativo dal forte impatto emotivo. Quindi eccoci, pad alla mano, nel mondo di Walking dead, di World z, in uno strano spin off che porta in terra d’apocalisse i bikers di Sons of Anarchy, una cosa che magari sognavi da spettatore ma che non credevi fosse possibile prima di ora.

A neanche un mese dal suo lancio, Days gone è il miglior gioco di questo primo semestre dell’anno, sbaragliando illustri concorrenti come gli zombi di Capcom o i samurai di From Software. E’ anche un prodotto che, per scelta, rinuncia all’online rendendocelo già solo per questo simpatico, che rilascia patch continue per correggere i frettolosi bug e che promette, da spettacolo popolare come è, di regalare schemi e sfide gratis nel mese di Giugno.

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Senza dimenticare che Days gone è anche, soprattutto, una struggente storia d’amore  per veri uomini, quelli che non piangono mai, gli stessi capaci però di perdersi negli occhi di una donna nei Ponti di Madison County, duri e fragili come d’altronde lo saremmo noi riabbracciando chi amiamo in un mondo che muore, urla, cerca di inghiottirci, ma mai ci avrà. Perché Days gone come noi ha un cuore e quello neanche la morte riuscirà mai a portarcelo via.

Andrea Lanza