Capitan Power e i Combattenti Del Futuro

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Stati Uniti, primo settembre del 1987. In televisione appare una serie di fantascienza action decisamente sui generis, per alcuni versi persino sperimentale. S’intitola Captain Power and the Soldiers of the Future, è una coproduzione tra Canada e USA, ed è legata – come tante altre serie del decennio dei fenomeni pop per antonomasia – a una linea di giocattoli, prodotta dalla prestigiosa ditta Mattel.

Con il coinvolgimento della casa dei Masters of the Universe, delle Hot Wheels, di Barbie e di mille altre icone dei toys moderni, all’epoca uno dei giganti assoluti del settore (lo è tuttora, ma non naviga più in acque altrettanto buone…), le cose si fecero necessariamente in grande: così Captain Power fu venduto e adattato – giocattoli al seguito – un po’ in tutto il mondo, proponendosi come una sorta di evento globale. Da noi, l’annunciato fenomeno arrivò un anno dopo sulla gloriosa Odeon TV, con il titolo tradotto (quasi) alla lettera in Capitan Power e i combattenti del futuro; e inevitabilmente anticipato in pompa magna da attraenti pubblicità sulla rete e la carta stampata (in primis quelle su Topolino – ovviamente – e altre riviste per bambini).

Ricordo abbastanza chiaramente il me stesso di allora, appena dodicenne, piazzarsi davanti al suo grande televisore a tubo catodico, carichissimo per le promesse esaltanti degli spot. E ricordo l’estasi della prima visione di un programma – se non sbaglio, persino in prima serata – che effettivamente era diverso da quanto conoscessi. Perché ero sì giovanissimo: ma nell’età pre-internet della teledipendenza compulsiva, un dodicenne com’ero io allora poteva vantare già una notevole bagaglio in fatto di programmi TV.

Ma cosa aveva di tanto particolare Capitan Power? Innanzitutto il suo essere una serie di fantascienza action dal vivo, con attori in carne ed ossa. La cosa suonerà strana, poiché sicuramente nei favolosi anni Ottanta film e serie live popolari, eventualmente anche di fantascienza, certo non mancavano; come del resto neppure il merchandising giocattolifero associato. Ma all’epoca, perlomeno in Italia, la vetrina principale delle grandi serie di giocattoli erano soprattutto i cartoon: questo riguardava per esempio i già citati Masters of the Universe, i Transformers, i G.I.Joe, i MASK, e tante altre linee ancora. Eppure il telefilm (così allora si chiamavano) Capitan Power veniva proposto come decisamente collegato a una linea di giocattoli, peraltro attraverso un concetto che appariva quanto di più forte e avveniristico potesse esserci: l’interattività. Su quest’ultimo punto, e le sue conseguenze, torneremo più avanti.

Al di là del format di live action, tuttavia, quello che colpiva immediatamente in Capitan Power era la sua modernità: la serie trasgrediva di fatto alcuni stereotipi dei programmi per ragazzi coevi, presentando anzi una storia di guerra dai toni piuttosto drammatici e, per gli standard di allora, adulti. Tutto questo emergeva già dalla sua opening, un piccolo e piacevolissimo gioiello di contestualizzazione sintetica.

Possiamo anzi ripercorrerla insieme… dunque, riaccendiamo il televisore!

Un uomo in una tecnologica armatura dorata si volge verso di noi; esclama “Power on!”, e quasi innesca l’apparizione del logo della serie, il cui titolo è dichiarato severamente da una voce narrante. Su di un sottofondo strumentale grave e accattivante (“da film”), la voce inizia a raccontare: Terra, 2147. Ecco l’eredità della Guerra di metallo. Quando l’uomo lottò con la macchina, e la macchina vinse!

Terra, 1988. Un ragazzino abituato per lo più a show USA rassicuranti, in cui i buoni tipicamente lottavano e vincevano sempre contro i cattivi, mantenendo uno status quo fatto essenzialmente di pace perenne, veniva calato a tradimento in un futuro distopico e post apocalittico. Un contesto sintetizzato, già all’inizio dell’opening, da una serie di gelidi scenari fatti di macerie e deserto… qualcosa fra il western e il delirio industriale Un mondo opprimente e insidioso, in cui l’umanità era stata parzialmente annientata e soggiogata in un conflitto con un Impero di computer e robot, che si avviava ineluttabile alla vittoria totale.

Uno scenario che aveva un precedente diretto in Terminator (1984): ma al di là del fatto che il film di James Cameron non fosse tipicamente noto ai più piccoli, la cosa notevole era come con Capitan Power si andasse in qualche modo persino oltre. Questa serie era infatti ambientata nel futuro, dopo il disastro, collocandosi in ciò propriamente nel filone post-apocalittico. Inoltre, in essa non c’era ombra di macchine del tempo, o simili stratagemmi che avrebbero potuto permettere di modificare lo stato di cose, in un eventuale scenario alla Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991, James Cameron). Capitan Power e i suoi potevano solo lottare, nella speranza di fermare l’annichilimento degli esseri umani, per poi in seguito contribuire a ricostruirne la società. Ma il disastro era ormai avvenuto, e le vittime sepolte.

A simbolo della gravità della situazione, nell’opening ci viene mostrato un minaccioso robot volante, dalle fattezze di rapace antropomorfo dotato di larghe ali di metallo. Si tratta di Soaron, all’inizio della serie il principale comandante sul campo dell’esercito delle macchine. In seguito egli avrà un pari, ma soprattutto un rivale, in Blastarr, un possente robot cingolato specializzato nelle operazioni terrestri.

Il nostro narratore presenta Soaron quale un Bio Dread: ovvero non un “semplice” robot, bensì una vera e proprio intelligenza artificiale da guerra in grado persino di autorigenerare le parti distrutte (le nanomacchine prima delle nanomacchine?); dunque, un’entità virtualmente immortale e inarrestabile. La sua missione primaria è “rintracciare gli uomini sopravvissuti e sottometterli”… o più correttamente “digitalizzarli” (to digitize), come viene detto nella versione originale dell’opening. Presumibilmente, la digitalizzazione fu uno stratagemma per non mostrare vere e proprie uccisioni nella serie: che va bene l’audacia, me c’erano comunque dei limiti da rispettare. Riprendendo una scena del primo episodio, nell’opening vediamo così Soaron colpire una malcapitata con un laser; ma costei, anziché finire morta ammazzata, viene come disgregata in energia, per essere dunque riassorbita da Soaron stesso.

Cosa buffa: per quanto la violenza “reale” fosse così scongiurata, e nonostante lo scopo della digitalizzazione non fosse poi così chiaro (nella serie s’incontrano diverse ex vittime, che dopo aver subito il processo sono poi state rigenerate), la sua rappresentazione, e soprattutto la descrizione della sua esperienza, era ugualmente agghiacciante. Le vittime diventavano parte della macchina, attraverso un processo di perdita della propria identità umana che anticipa per certi versi l’assimilazione dei Borg in Star Trek: The Next Generation (1987-’94).

Siamo così arrivati a nemmeno una ventina di secondi di opening, e il programma era già ampiamente venduto. Anche perché l’apparizione di Soaron e i suoi poteri sigillavano la seconda grande novità tecnologica, oltre l’interattività, rappresentata da Capitan Power e i combattenti del futuro. Essa è stata infatti la prima serie televisiva a presentare personaggi (i Bio Dread), alcuni mezzi e scenari realizzati interamente in CGI! Una CGI rudimentale, che per quanto suggestiva (ottima, ancora oggi, la commistione estetica attuata tra virtuale e reale nella serie, nonostante l’evidente separazione tra i due) sarebbe divenuta rapidamente obsoleta. Ma all’epoca era una novità emozionante, che implementava l’immaginario pop con un riferimento fortissimo alla tecnologia, nonché ai popolarissimi videogiochi. E va sottolineato come, rispetto alla grafica videoludica dell’epoca, Capitan Power fosse comunque piuttosto avanti.

La CGI sino allora era stata impiegata solo al cinema: dall’utilizzo pioneristico in 2D per rappresentare il punto di vista degli androidi, ne Il mondo dei robot (1973, Michael Crichton), oltretutto precursore anche sul tema delle macchine ribelli; sino a classici già ampiamente rivoluzionari quali il disneyano Tron (1982, Steven Lisberger), con la sua iconica corsa di moto nel cyberspazio. Adesso, il nuovo sistema di rappresentazione muoveva i primi, sostanziosi passi anche sul “piccolo schermo”, ampliando così le prospettive creative degli autori.

Tornando alla sigla (così allora si chiamava, parte 2) di Capitan Power, lo spaventoso Soaron è solo l’avanguardia del nuovo e apocalittico ordine. Il narratore procede illustrando L’Impero dei Bio Dread, e in particolare la sua capitale: Volcania, una gigantesca e ipertecnologica base dalle fattezze – nomen omen – di vulcano. E sul trono di Volcania siede Lord Dread, magnificamente interpretato da David Hemblen: un attore di origini inglesi (nato a Londra), ma cresciuto e formatosi nel teatro a Toronto in Canada, per poi diventare un apprezzato caratterista in televisione e al cinema.

Hemblen dà vita ad un villain assolutamente emblematico per la serie. Infatti, se il suo nome “Lord Dread” suona piuttosto kitsch – come quelli della maggior parte dei personaggi ricorrenti del telefilm, del resto – può rievocare la genìa pop dei vari Skeletor, Megatron, Cobra Commander (ricorderei per analogia anche il Dr. Terror di Centurions) e via discorrendo, il personaggio se ne discosta nettamente per la sua caratterizzazione autenticamente cupa e minacciosa, e piuttosto complessa nella sua ambiguità psicologica.

Lord Dread incarna perfettamente, cioè, lo spirito di quest’opera: offrire qualcosa che sembra “per ragazzi” in superficie, ma che nei fatti tradisce, soverchiandolo, il suo potenziale stereotipo di riferimento. Un tiranno oltremodo oscuro, un uomo che ha mezzo volto e corpo meccanici (ne saranno state narrate anche le origini), e che vive in uno strano rapporto simbiotico con Overmind, il supercomputer responsabile della rivolta delle macchine (lo Skynet della situazione insomma). Come scopriremo durante la serie, infatti, Lord Dread un tempo era il Dr. Lyman Taggart: un eminente scienziato che da faro dell’umanità ne divenne poi la principale minaccia, per via della sua ossessione di un mondo perfetto; un mondo che fosse cioè privo dei difetti e della debolezza che caratterizzano la nostra specie. Il modello di riferimento, con il suo accento sull’avanguardia di una razza superiore, è evidentemente quello nazista: vedi tra l’altro i giovani ufficiali umani, le loro uniformi e la loro marzialità, delle vere e proprie SS dell’Impero dei Bio-Dread; nonché alcune suggestive scene in cui Lord Dread parla ai soldati fanatizzati tra le bandiere dell’Impero… un vero e proprio Hitler cibernetico del futuro!

Ma d’altro canto – ecco l’ambiguità psicologica – il tiranno Lord Dread, che grazie alla brillante interpretazione di Hemblen riesce a essere terribilmente carismatico pur senza quasi mai lottare in prima persona, entra talvolta in disaccordo con Overmind; ricevendone critiche che suonano quasi come moniti, e che il sovrano delle macchine talvolta rigetta con fastidio. Siamo di fronte a una diarchia, o in realtà il tiranno è a sua volta comandato? C’è ancora, in Dread, l’uomo Lyman Taggart che lotta per riprendere il controllo? Nelle intenzioni degli autori, da questo conflitto interiore Dread sarebbe dovuto uscirne ancora più disumanizzato: in una versione cyborg più completa che avrebbe dovuto esordire nella seconda, mai prodotta, stagione della serie.

Sino a questo momento, l’opening di Capitan Power e i combattenti del futuro ha descritto gli ipertecnologici villain della serie. Scelta significativa, nel presentare un universo fittizio dove costoro – al momento – dominano. Ma ecco arrivare, in un ingresso trionfale e deciso, i nostri eroi.

Ma dai fuochi della Guerra di metallo è sorta una nuova razza di guerrieri. Uomini che hanno giurato di abbattere Lord Dread e il suo impero di Bio Dread. Sono i combattenti del futuro, l’ultima speranza dell’umanità!

Letteralmente, tra il fumo e le macerie appaiono cinque risoluti combattenti dalle armature scintillanti. Armature che, in termini (fanta)tecnologici, sono evidentemente la controparte positiva dei Bio Dread.

Essi sono: il Capitano Jonathan Power (ebbene sì, Power è il cognome), ottimamente interpretato dall’americano Tim Dunigan: un leader forte, giusto, intelligente e coraggioso, sempre in prima linea con il suo team – a marcare un’evidente differenza di leadership con Lord Dread. Dopo questo ruolo da protagonista, Dunigan non riuscì a spiccare il “grande salto”, restando tuttavia un buon caratterista. Tra l’altro, è – tristemente – famoso per aver interpretato Sberla nella longeva e fortunata serie A-Team (1983- ’87)… ma solo nel pilot. Venne infatti subito sostituito da Dirk Benedict, perché a causa del suo volto giovanile non venne ritenuto credibile nel ruolo di veterano di guerra! (Destino particolarmente amaro per il futuro capitano…)

Segue il Maggiore Matthew Masterson, nome in codice “Hawk”, interpretato da Peter MacNeill. Come suggerisce il nome, e soprattutto l’armatura dotata di ali e casco simile a quello di un pilota, il veterano Hawk è l’esperto di combattimenti aerei, e sarà numerose in numerose occasioni l’avversario di Soaron in godibili battaglie a base di CGI e chroma key. In alcuni flashback è lui ad addestrare il giovane Power, di cui ora è a buon titolo l’esperto secondo.

Tra gli interpreti ricorrenti della serie, tutti ottimi caratteristi soprattutto in televisione, il canadese MacNeill ha saputo “volare in alto” (sic!), apparendo al cinema in opere quali A History of Violence (2005, David Cronenberg) e Regression (2015, Alejandro Amenabar).

È poi il turno di un autentico carrarmato umano: il Tenente Michael Ellis, detto appunto “Tank”. Gigante buono del gruppo, ma in battaglia fortissimo e letale, egli è dotato della più massiccia e inarrestabile delle cinque armature. Capace, per dire, di sfondare un muro come niente: sparando con il suo potente cannone, o semplicemente passandoci attraverso! A interpretarlo l’attore, culturista e stuntman danese Sven-Ole Thorsen, forse il più cinematografico del gruppo: figura ricorrente, ad esempio, in tanti film con Arnold Schwarzenegger; nonché avversario finale (Tigris, quello con la maschera da tigre appunto) di Russell Crowe ne Il gladiatore (2000, Ridley Scott).


Al quarto posto ecco il Sergente Scott Baker detto “Scout”, esperto in spionaggio e comunicazioni, dotato di un’armatura in grado di assumere sembianze altrui per infiltrarsi quando serve (in verità la sua mimetizzazione salta spesso e volentieri per un nulla), nonché vari congegni da hacker. Anche il suo interprete, il canadese Maurice Dean Wint, avrà una buona carriera con alcune sortite nel cinema. Tra l’altro, è lo schizzatissimo poliziotto Quentin nello splendido Cube – Il cubo (2001, Vincenzo Natali).

Chiude l’elenco lei, il Caporale Jennifer Chase detto “Pilota”, interpretata dalla magnifica Jessica Steen. Unica donna del gruppo, ma anche unico personaggio del quale ritengo utile parlarvi più diffusamente in seguito.

Del team avrebbe dovuto far parte anche uno specialista in missioni subacquee, il Colonnello Nathan “Stingray” Johnson, contrapposto ad una propria nemesi Bio Dread, chiamato Tritor. I due furono tuttavia tagliati dalla serie per ragioni di budget, pur venendo entrambi realizzati come giocattoli da Mattel. Stingray appare anche in un interessante video promozionale, con attori differenti da quelli poi scritturati per la serie.

Come anticipavo sopra, nel più classico dei dualismi Il Capitano Power e i suoi compagni d’arme si contrappongono a Lord Dread e i suoi anche concettualmente, a partire dalla relazione con la tecnologia. Se da un lato l’Impero dei Bio Dread è il dominio oscuro di chi ha spinto il rapporto con la tecnologia sino a perdersi in essa, rinunciando alla propria umanità (macchine; ma anche umani che si comportano come macchine, e un leader che è persino fisicamente a metà tra le due cose), dall’altro il luminoso Power Team è l’élite che ha saputo mantenere il dominio sulla tecnica, asservita ai fini di benessere e protezione dell’umanità. Lo stesso principio che può diventare veleno o risorsa, a seconda della saggezza di chi ne fa uso.

Così le Power Suit, gli esoscheletri corazzati e armati che indossano, utilizzano una tecnologia per molti versi analoga a quella dei Bio Dread. Sono armature di pura energia, che si costituiscono a partire da un distintivo, concretizzandosi dal nulla quando richiamate al grido di “Power on!” (Ma sparendo anche nel nulla allorché esauriscono l’energia, lasciando il malcapitato di turno inerme. Il che dovrebbe verosimilmente porre alcuni dubbi sulla loro attuale efficacia…).

Esse sono il frutto delle ricerche del Dr. Stuart Gordon Power (Bruce Gray), il padre deceduto del Capitano… che anche qui, in un classico del dualismo bene/male nella cultura pop, era collega e amico del dr. Lyman Taggart, il futuro Lord Dread. Come viene raccontato in un interessante doppio episodio flashback, le ricerche dei due erano intrecciate, salvo poi prendere strade decisamente differenti, sino a esplodere in una vera e propria rivalità dopo il disastroso tradimento di Taggart. Il dr. Power riuscirà a produrre almeno cinque prototipi delle sue armature, sacrificando tuttavia la sua vita nello scontro con Taggart (che resterà mortalmente ferito, divenendo il cyborg Dread grazie alle “cure” di Overmind). La sua conoscenza e la sua immagine resteranno tuttavia nell’intelligenza artificiale della Power Base (sorta di controparte buona di Overmind), manifestandosi come ologramma (Mentor) con le sembianze del dottore.

Prodotta con Mattel da Landmark Entertainment, quali creatori di Capitan Power e i combattenti del futuro figurano Gary Goddard e Tony Christopher, che tuttavia non scrissero mai alcuno degli episodi prodotti. Tra gli sceneggiatori effettivi della serie spicca il nome di J. Michael Straczynski (14 episodi su 22), creatore tra l’altro di Babylon 5 (1993-’98) e Sense8 (2015-’17), e sceneggiatore di tanti film tra i quali Changeling di Clint Eastwood (2008).

Tornando ai due showrunner, dalle più importanti fonti Tony Christopher risulta associato esclusivamente all’avventura Capitan Power; diversamente, Gary Goddard è noto quale regista di un’altra opera collegata ai toys della Mattel. Si tratta del discutibile lungometraggio I dominatori dell’universo (1987), ovvero il film live action dei più volte citati Masters of the Universe: con Dolph Lundgren nei panni dell’eroe muscoloso He-Man, e Frank Langella in quelli del malvagio Skeletor. Che a parte il buon casting dei due rivali protagonisti (particolarmente brillante la prova di Langella), funzionò malissimo e si rivelò un flop… destino comune, purtroppo, con la serie che stiamo analizzando.

Sulla carta il progetto Captain Power funzionava a meraviglia. L’intuizione, come abbiamo visto, era stata di creare una serie action fantascientifica spettacolare, battendo anche sul piano della tecnica strade (la CGI e l’interattività) coraggiose nel loro sperimentalismo. Una serie che, sfumando gli stereotipi dei programmi d’intrattenimento per ragazzi attraverso tematiche e atmosfere più adulte, avrebbe dovuto conquistare un target più ampio del solito.

Tecnologia a parte, questa scelta d’obiettivo era forse la sperimentazione più ardita in tutto il progetto Capitan Power: in un’epoca e un contesto (gli USA) in cui la distinzione di target nell’intrattenimento televisivo era piuttosto rigorosa; e più in generale, determinate suggestioni come tutto ciò che atteneva alla dimensione kitsch di settori quali il fumetto, le serie animate, i videogiochi (“Capitan Potere e i combattenti del futuro”, un titolo all’epoca impensabile per un programma che guardava anche agli adulti), erano ben lontano dall’emancipazione odierna. Oggi siamo – abbastanza – abituati agli adulti che fruiscono di questo genere di prodotti; oggi TV, cinema e Internet sono pieni – forse anche troppo – di personaggi in calzamaglia & CGI che hanno nomi bizzarri e fanno cose impossibili (talvolta meno all’avanguardia e più rassicuranti di quanto accada in Capitan Power). All’epoca, nonostante i Frank Miller e gli Alan Moore (roba ancora molto di nicchia), il “fumettoso” e il “cartoonesco” erano fortemente associati all’infantile, o peggio al disadattato nerd.

Così Capitan Power fallì nell’agganciare il pubblico adulto: poiché per via di certi suoi aspetti caratterizzanti, nonché il forte legame della serie con i giocattoli Mattel, veniva snobbato come roba da bambini. Ma la formula “target ampio”– che in futuro sarebbe diventata un leit motiv nell’intrattenimento – si rivelò particolarmente disgraziata nel relazionarsi con l’altra estremo del pubblico, quello infantile… o meglio, di chi “ne faceva le veci”.

All’epoca i movimenti statunitensi dei genitori erano sul piede di guerra contro gli show per ragazzi, in particolare per due motivi: la violenza e il condizionamento prodotto dal marketing mirato, ovvero la vendita di giocattoli.

Capitan Power finì presto al centro di tale polemica, esponendosi in pieno a entrambe le critiche: era una serie percepita come violenta, costruita com’è su tematiche forti e atipiche che attengono alla dimensione della guerra, della resistenza e della sopravvivenza, implicando persino (per quanto relativamente ai malvagi) suggestioni nazistiche. Inoltre, Capitan Power era una serie indubbiamente e fortemente associata alla vendita di una linea di giocattoli: un tema particolarmente caldo, poiché le serie televisive per ragazzi (cartoon in testa) nacquero effettivamente come stratagemma per aggirare le leggi sulla limitazione della pubblicità orientata ai minori; leggi poi fortemente indebolite dalle politiche economiche di liberalizzazione attuate durante la presidenza di Ronald Reagan, ovvero proprio negli anni Ottanta.

L’associazione con i giocattoli era anzi resa particolarmente forte dalla più volte citata interattività. Infatti, la linea Captain Power by Mattel era speciale, un ulteriore esperimento legato a questo franchise. Essa era costituita dalle action figure articolate dei principali personaggi, realizzate nel formato 3 ¾ di pollici: uno standard imposto a suo tempo dalle classiche action figure di Star Wars, e utilizzato in quegli stessi anni per il fortunato rilancio dei militareschi G.I.Joe (originariamente action doll: lo standard poi utilizzato anche per Big Jim e Action Man).

Per l’epoca le action figure erano piuttosto carine, per quanto inevitabilmente molto semplificate nel design rispetto ai modelli reali, e un po’ troppo fragiline. Ma il pezzo forte della linea erano i veicoli e i playset, dotati in alcuni casi di meccanismi capaci di interagire con gli episodi della serie TV, permettendo così ai suoi giovanissimi fan di lottare “a fianco” dei loro eroi sullo schermo.

In questo senso i giocattoli rimasti iconici sono i due jet, il Powerjet X-7 di Capitan Power (bianco) e il Phantom Striker (nero) di Lord Dread. Dal design molto dettagliato e accattivante, essi erano palesemente delle pistole giocattolo, in grado di lanciare e intercettare (grazie a dei fotodiodi) particolari segnali luminosi. Visionando gli episodi dello show, noterete che alcuni elementi (simboli e raggi laser) sono realizzati con particolari effetti luminosi. Con uno dei jet era dunque possibile “andare in missione” contro i nemici Bio Dread in TV: si facevano punti colpendo i simboli obiettivo, e li si perdeva quando si veniva colpiti – vale a dire, quando non si avevano i riflessi di spostare il jet mentre, nell’episodio, i nemici stavano sparando (nota: a prescindere dalle fazioni e dal realismo, i due jet funzionavano nello stesso identico modo). Inoltre, le pistole/jet potevano “scontrarsi” tra di loro, in maniera analoga a quanto avveniva in altri sistemi di gioco coevi (per esempio Lazer Tag di Worlds of Wonder).

In questo senso, la ending sequence della serie, che rappresenta un attacco a Volcania in POV dal jet (con un chiaro rimando all’attacco alla Morte Nera in Star Wars: Episode IV – Una nuova speranza), era intesa come un’altra occasione di gioco interattivo. E come se non bastasse, in alcuni giftset dei jet erano comprese delle VHS di addestramento: esse contenevano delle avventure, stavolta animate, che in un livello crescente di difficoltà (da 1 a 3) permettevano di giocare anche da videoregistratore.
I difetti maggiori di questo sistema di gioco erano essenzialmente due. In primo luogo la sua longevità, sia in termini propri che assoluti: vale a dire, se da un lato (avevo il Phantom Striker) mi annoiai velocemente di praticarlo, per un’esperienza interattiva costituita principalmente da effetti sonori, che in generale l’avanzata dei videogiochi con accessori analoghi (pistole et simili) lo rese quasi subito obsoleto. In secondo luogo, la scelta di rappresentare il game over – determinato ovviamente dalla perdita di tutti i punti giocatore – facendo “esplodere” l’abitacolo del jet, era particolarmente sciagurata. Sulla carta era una action feature carina: ma nella pratica metteva a serio rischio l’incolumità dello schermo del veicolo (una lastra sottile di plastica trasparente), e del pilota che veniva eiettato con esso.

Neppure la linea di giocattoli, alla fine, ebbe il successo sperato. Ascolti in discesa (nonostante un successo iniziale enorme), polemiche tediose e relativo danno d’immagine, costi altissimi (alcune fonti parlano di un milione di dollari a puntata!), i ricavi del merchandising che non bastavano nemmeno a coprirli… Capitan Power venne interrotto alla fine della prima stagione, con la seconda già pianificata ma mai girata.

Così, nonostante un duraturo successo di nicchia, tale che l’opera è tutt’oggi ricordata con affetto da molti, e i diversi aspetti che rendono la serie oggettivamente interessante e originale, la battaglia di Jonathan Power e i suoi venne lasciata per sempre in sospeso.

Rivista oggi, Capitan Power e i combattenti del futuro ha tutto l’appeal dell’esperimento grandioso ma imperfetto, fallito quasi inevitabilmente; dell’azzardo visionario, mirato nella sua intuizione, ma precoce e sovranamente pretenzioso; anche fuor di finzione, ha l’eroismo della rivoluzione combattuta e purtroppo persa – ma con onore – da soli contro tutti. Una serie che nonostante una regia non sempre altrettanto audace, ha indubbiamente il coraggio di mescolare le carte, tentando di dar vita a qualcosa di nuovo ed entusiasmante negli spettacoli TV di allora. Una serie drammatica, che attraverso il tema della guerra racconta l’importanza della pace e della libertà, mostrando grandezza e miseria dell’umanità con una chiarezza entomologica rara: durante la serie incontriamo un set completo di delatori di ogni genere (citerei almeno il falso Capitan Power dell’episodio 6, The Mirror in Darkness, al centro di un complotto diffamatorio e genocida agghiacciante), a far da prepotente contraltare a eroi oltremodo fragili (a monte, cioè, il problema non è sicuramente la macchina in sé…). Una serie che, per ottenere tutto ciò, mette in scena personaggi complessi, kitsch solo in superficie, che evolvono attraverso una continuity piuttosto forte, notevolmente moderna. Pur non rinunciando alla classica chiusura d’episodio, quella di Capitan Power è infatti una storia che evolve, in cui gli avvenimenti non si spengono con la sigla di chiusura, influenzando coerentemente gli eventi a seguire. La volontà di andare oltre i vecchi schemi è forte e consapevole, e fa mettere in campo riferimenti sorprendenti: abbiamo citato il nazismo, il genocidio, la tortura… ma anche la propaganda (12, Gemini and Counting), la guerra batteriologica (episodio 4, Pariah), il cyberpunk (11, Flame Street), persino le sette (8, And Study War no More), e molti altri ancora.

Insomma, CGI e interattività in fondo erano il meno. Capitan Power presentava numerosi elementi narrativi e formali di rottura, che appaiono effettivamente proiettati nel futuro della serialità televisiva.
Purtroppo, non andò bene. Eppure, nella sua incompiutezza, Capitan Power seppe ugualmente concludersi alla grande: con un finale di stagione caratterizzato da un climax notevole, e quello che oggi chiameremmo un cliffhanger riuscito.

E veniamo così alla storia di Jennifer “Pilota” Chase… semplicemente, il miglior personaggio di tutta la serie.

Negli anni Ottanta la presenza femminile nelle serie più orientate all’azione, che venivano intese come rivolte a un pubblico prettamente maschile, era piuttosto ridotta. In particolare, nel contesto del team protagonista, era limitata di solito a un’unica “quota rosa” sindacale, leggermente defilata rispetto ai protagonisti più di spicco, tipicamente tutti maschi. Molto era cambiato (Ellen Ripley docet) da quando la figura femminile era condannata a un ruolo strettamente di supporto, poiché – per note questioni culturali – si riteneva che la rappresentazione di una donna quale combattente sul campo fosse fuori luogo. Questo, nonostante esistessero da tempo eccezioni-modello quali Wonder Woman, seminale supereroina della DC Comics (nonché parte della triade fondante dello storico editore, assieme a Superman e Batman) creata addirittura nel lontano 1941.

Per esempio – tornando ai favolosi Eighties – nella serie animata G.I.Joe: A Real American Hero (1983-’86), basata sulla fortunata linea di action figure Hasbro, non mancano certo figure di letali ufficiali al femminile: mi riferisco a personaggi quali per esempio Scarlet e Lady Jaye fra i “Joe”, o ancora la Baronessa passando tra le file terroristiche dei Cobra. Ma ancora c’erano delle resistenze: in nome dei vecchi pregiudizi, si finiva talvolta col tirare il freno alla bellicosità dei personaggi femminili. Valga per tutti il caso di She-Ra, la celebre “principessa del potere” della celebre animata realizzata da Filmation e Mattel (ancora loro) tra 1985 e ’86. Nata quale spin-off al femminile del cartoon He-Man e i dominatori dell’universo (1983), presenta una vera e propria protagonista donna e guerriera: un indubbio punto a favore della serie, che resta il primo esperimento in tal senso nel contesto dei cartoon USA dell’epoca. Tuttavia nel corso degli episodi, autoconclusivi e molto innocui in termini di rappresentazione della guerra, è evidente come rispetto ai colleghi maschi a She-Ra sia attribuito un ruolo molto più orientato alla difesa (l’insistenza sui suoi poteri curativi; la sua spada che muta di continuo in scudo, lazo o simili: perché una donna non deve maneggiare troppo un’arma d’attacco); un ruolo inoltre molto estetizzante (è nettamente una supermodella guerriera, sempre impeccabilmente bella), e svolto con il continuo supporto del “gemello” He-Man – ospite frequentissimo della serie – a rimarcare le incertezze degli autori in questa operazione.

Come abbiamo visto a proposito di Lord Dread quale atipico leader delle “forze del Male”, di prim’acchito anche Jennifer “Pilota” Chase sembra assolvere appieno il suo ruolo stereotipico: quello, cioè, di semplice quota rosa del Power Team. Interpretata dalla splendida Jessica Steen, attrice canadese dalla biografia affascinante, che apparirà poi in numerose altre serie (recentemente l’abbiamo vista sui nostri schermi in NCIS – Unità anticrimine, 2003-2015), Jennifer Chase è bella e impavida, coraggiosa ma fragile, e sin dal primo episodio mostra un debole per il suo bel Capitano. Sembra quasi la fidanzatina del gruppo: tanto che ha il grado più basso, è elencata come quinto e ultimo membro del team nella opening, ed è apparentemente relegata a un ruolo più strategico (“Pilota” appunto: prevalentemente del grande jet che il Power team usa per viaggiare dove richiesto). Un ruolo che, sulla carta, potrebbe tenerla lontana dalla battaglia diretta sul campo.

Ma sappiamo ormai come in Capitan Power e i combattenti del futuro la ribellione stia anche nel concept. Così, non solo Jennifer partecipa – eccome! – alle battaglie sul campo; ma in diverse occasioni proprio il suo ruolo di “Pilota” la rende essenziale nelle operazioni belliche più rischiose, per esempio attaccando direttamente le più pericolose postazioni nemiche con il suo mezzo. Ma non finisce qui: se tutti i membri del Power Team hanno un retaggio oscuro e difficile, legato all’esperienza nelle Guerra del metallo e poi nella resistenza, Jennifer Chase cela in assoluto quello più doloroso. Nel già citato episodio 12 (Gemini and Counting), dove la nostra è protagonista di una rischiosa infiltrazione tra le linee nemiche, apprendiamo come Jennifer abbia militato nella ”Bio Dread Youth” (riferimento chiarissimo alla Gioventù hitleriana), l’élite dei giovani ufficiali umani dell’Impero dei Bio Dread; risultandone anzi un membro particolarmente abile ed efficace, le cui mani sono sporche di molti crimini verso i propri simili. Nata e cresciuta senza genitori nella zona dominata dall’Impero (nell’area dei Grandi Laghi, apparentemente), Jennifer non ha avuto in realtà molta scelta. Tuttavia, l’esperienza sul campo della crudeltà dell’Impero ha saputo infine scuoterla: liberatasi dalle illusioni della propaganda, la giovane ha infine abbracciato la causa della resistenza, diventandone anzi una colonna nel contesto Power Team. Il che, tra l’altro, getta una luce particolare anche sulla sua relazione con Jonathan Power, che agli occhi della sua sottoposta è un vero e proprio salvatore.

Il rimorso del passato continuerà sempre a gravare sulla coscienza di Jennifer: nonostante il suo indiscutibile valore come soldato della resistenza, e la sua totale dedizione alla nuova causa. Diversamente da Adora, l’identità segreta di She-Ra, che nel film animato Il segreto della spada (1985) può permettersi di passare dall’esercito del malvagio Hordak alle file della resistenza senza colpo ferire, Pilota continuerà a patire profondamente le colpe della sua precedente militanza tra le fila di Lord Dread. Una sottotrama che esplode nell’episodio 14 della serie (Judgement), dove il caporale Chase – in cerca di aiuto dopo un atterraggio sfortunato con Power, rimasto ferito – trova un villaggio in cui viene riconosciuta da alcune sue ex vittime. Qui viene sottoposta a un vero e proprio processo in salsa western, durante il quale sarà costretta a ripercorrere alcuni dei momenti peggiori quale luogotenente dei Bio Dread. L’episodio rappresenta la vetta assoluta di tutto il dramma bellico presente nell’opera, e valse alla Steen una nomination per i Gemini Award del 1988, come “migliore interpretazione di un’attrice in un ruolo continuativo”.

Il realismo di Capitan Power nel mettere in scena la crudeltà della guerra e delle sue conseguenze, era qualcosa di mai visto e inaudito, almeno per la platea cui si riferiva. Era qualcosa di mai visto anche nella gestione dei personaggi, sulla cui caratterizzazione si riverberava con una severità inedita. Questo è particolarmente evidente nel personaggio di Jennifer Chase e nel suo fato… e arriviamo così al finale di stagione; che purtroppo, come abbiamo visto, sarebbe stato prematuramente anche quello di serie – per cui, ALLERTA SPOILER, proseguite a vostro periglio.

Con il progresso della serie, la continuity di Capitan Power si fa più serrata. E negli ultimi 4 episodi della serie, due doppi episodi dai toni decisamente drammatici, molti nodi vengono al pettine. Negli apocalittici episodi 19 e 20 (New Order parte 1 e 2), assistiamo al tentativo di Lord Dread di lanciare un attacco definitivo ai ribelli, che è stato precedentemente organizzato attraverso diverse fasi (una sottotrama importante della serie, dal nome nettamente nazi di “Project New Order”). Capitan Power e i suoi sono stati in grado di intervenire contro le precedenti, ma il peggio deve ancora venire: con un satellite sviluppato per digitalizzare in massa la popolazione, e un’arma capace di distruggere la superficie terrestre su larga scala. Lo scopo, insomma, è eliminare ogni traccia di umanità libera. Il Power Team si mobilita: e dopo un’epica battaglia non solo impedisce la realizzazione dei piani dell’Impero, ma riesce persino a danneggiare gravemente l’apparentemente inespugnabile Volcania.
Lord Dread non la prende affatto bene. Così, nel dittico finale degli episodi 21 e 22 (Retribution parte 1 e 2) assistiamo alla sua tremenda vendetta. In sintesi, Dread stavolta ha le intuizioni giuste, che gli permettono di risolvere l’enigma relativo all’apparente ubiquità di Power e i suoi: per spostarsi, i nostri eroi utilizzano il teletrasporto; e una volta scoperto questo tramite Blastarr, un Soaron equipaggiato con un dispositivo apposito riesce persino a decrittarne le frequenze. Il Power Team, che poco prima festeggiava la vittoria definitiva sul progetto Ordine Nuovo, si ritrova presto in mezzo a una colossale trappola: con il Capitano e i suoi attaccati sul loro jet, di cui l’Impero può ormai agevolmente rintracciare gli spostamenti; e contemporaneamente la Power Base messa sotto assedio da Blastarr e le sue truppe. A difenderla, per una serie di combinazioni, c’è solo il caporale Jennifer Chase. In un finale che più tragico non si può, assistiamo alla strenua e sofferta battaglia della giovane donna. Dopo una parziale confessione d’amore, corrisposta dal Capitano ma interrotta dagli eventi, Jennifer riuscirà a dichiararsi completamente solo nella sua ultima, concitata comunicazione radio; questo poco prima di sacrificarsi nell’autodistruzione della base, impedendo così che i segreti del team potessero finire negli artigli dell’Impero.

Attraverso gli anime e i tokusatsu, il Giappone ci ha abituato al dramma bellico e alle morti tragiche. Non altrettanto gli USA: e vedere un sacrificio simile – di un’eroina poi! – in una serie americana “per ragazzi” fu qualcosa di totalmente shockante. In un tragico contrappasso, Jennifer Chase ripagava per sempre tutti i suoi debiti, nel contempo alzando gloriosamente al cielo la bandiera del dramma. Niente male davvero, per una serie stupidamente accusata di essere “solo pubblicità per giocattoli”.

Di Capitan Power esiste anche un film di montaggio, uscito nel 1991. Dal 2012 circolano voci, attribuite a Gary Goddard, relativamente a un possibile reboot. Nel 2016 il teaser di un ipotetico reboot intitolato Phoenix Rising, fa effettivamente capolino in occasione dell’annuale edizione del San Diego Comic-Con. Ma da allora non se ne è saputo più nulla.

Alessandro Bruzzone

Una notte in Transilvania (Transylvania 6-5000)

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Dopo aver visionato un found footage ritraente il mostro di Frankenstein, il direttore di un giornale di provincia decide di inviare due reporter in Transilvania per indagare sulla vicenda.

Una volta giunti nel Vecchio Mondo, il duo dovrà sgarbugliare una semplice matassa condita da un’ingenua componente mistery e da svariate supercazzole che porterà alla scoperta di un covo segreto e di un mad doctor con disturbo dissociativo d’identità.

Analizzando la pellicola, è chiaro fin da subito che la redazione per cui lavorano i nostri compagni di merende, sia una becera testata giornalistica di scoop inesistenti. Alle pareti è possibile notare prime pagine che strillano: “Are alien creatures using your body for sex while you sleep?”.

Il giovane Jeff Goldblum, un anno prima de La Mosca, interpreta Jack Harrison: un giornalista capace, incentivato da una continua ricerca di un’esclusiva e indignato per questo assurdo compito impostogli. A fargli da spalla, troverà uno sprovveduto Gil Turner, impersonificato da Ed Begley Jr.

L’accostamento tra i due personaggi è ben bilanciato; e mentre il primo è un abile segugio che fiuta piste e scova indizi, il secondo brucia qualsivoglia copertura e attira su di sé gli scherni dei popolani.

Dopo questo veloce siparietto ambientato negli States, si aprono i titoli di testo con un fatto curioso: l’aereo che decolla è palesemente differente da quello ripreso in volo e da quello che infine atterra. Ingenuo errore, o chiaro riferimento alla mancanza di una tratta intercontinentale diretta tra U.S.A. E Romania?

Notevole, inoltre, il treno notturno che viaggia tra monti innevati, in grado di far risvegliare anche i più assopiti parafiliaci del modellismo ferroviario.

Giunti a destinazione, Jack & Gil troveranno una meta ormai svuotata del proprio fascino gotico e soppiantata da attrazioni turistiche fatiscenti degne solo di Alan Ford e del gruppo TNT.

Ospitati nel castello del sindaco (una sorta di sballato cappellaio matto che ghigliottina uova, ironizzando sul fatto che in America usino invece la sedia elettrica), veniamo a conoscenza della servitù: una combriccola di folli borderline in grado di far piovere gag in un continuo diluvio di risa isteriche. Forse alcune trovate comiche potranno sembrare banali o incomprensibili a causa di un non troppo riuscito doppiaggio; ma la scena della colazione tiene testa ai “germi miei” di Scary Movie 2. Da notare che nemmeno Goldblum riesca a trattenere le risate durante il ciak.

Dopo un paio di fallimenti nelle indagini, i reporter scovano la pista giusta che li porta ad intrufolarsi in un manicomio e alla conoscenza del dottor Malavaqua (un medico ormai radiato dall’albo che continua in segreto i suoi esperimenti).

In concomitanza, con un montaggio alternato da far impallidire Griffith, ci vengono mostrati i vani tentativi di depistaggio da parte del sindaco e del capo della polizia intenti ad insabbiare qualsiasi storia che possa riportare in auge i nomi delle antiche leggende folkloristiche locali.

A circa cinquanta minuti dall’inizio della pellicola, ci viene mostrato il laboratorio di Malavaqua (che si trasforma in una sorta di Mr. Hyde ogni qualvolta oltrepassa l’ingresso del suo covo) in cui tiene prigioniero al suo interno tutte le antiche glorie horror della Universal.

Scovati dalla polizia e da un gruppo di popolani che vuole linciarli in pubblica piazza, assisteremo ad un banale plot twist con happy ending: in realtà il mad doctor, altri non è che un filantropo intento ad aiutare un gruppo di freaks.

Ecco allora che le creature ci vengono mostrate per quello che in realtà sono: la vampira altri non è che una ninfomane in cerca del vero amore; la mummia scopre le vesti, mostrandoci la donna più bella di tutta la Romania; l’uomo lupo è un povero individuo che soffre di ipertricosi e che si sottopone a sedute di elettrolisi per poter, a detta sua, andare in spiaggia.

Il dialogo finale sembra dettato da un Giovanni Verga ottimista e intriso di speranza. Radu, membro della servitù, ultimo tra gli ultimi, lancia un monito ai popolani e agli spettatori inneggiando ad una rivolta di classe che si tramuta in rivolta metafisica: improvvisamente, assieme a suo figlio e sua moglie, perde la gobba e assume una posizione composta, quasi trascendente.

Dirige con alcuni scivoloni sui tempi del racconto, il maestro Rudy De Luca, che dieci anni più tardi sceneggerà la pellicola di Mel Brooks, Dracula morto e contento; concedendoci anche un piccolo cameo con le braghe abbassate intento in un animalesco atto sessuale tra i rovi delle foreste transilvaniche.

Finanziato dalla Dow Chemical Company con un budget di 3 milioni di dollari, il film venne girato per motivi di fondi congelati dall’azienda, in territorio jugoslavo.

Piccola curiosità per i lettori di Malastrana: il titolo originale dell’opera, Transylvania 6-5000, è lo stesso di un corto animato della Warner Bros del 1963 con protagonista Bugs Bunny. Entrambi i titoli però, si rifanno al brano Pennsylvania 6-5000 di Glenn Miller del 1940.

Luca Caponi

Una notte in Transilvania

Titolo originale: Transylvania 6-5000

Anno: 1985

Regia: Rudy De Luca

Interpreti: Jeff Goldblum, Ed Begley jr., Michael Richards, Geena Davis, Jeffrey Jones, John Byner, Carol Kane

Durata: 93 min.

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Chi è sepolto in quella casa?

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Nel 1981 Sam Raimi rivoluziona l’idea di Horror con Evil Dead, pionieristico primo capitolo della saga che porterà nel mito il personaggio di Ashley “Ash” J. Williams, il più cazzaro e sbruffone degli eroi, interpretato dal Re dei B-Movie, Bruce Campbell. Il successo del film ne consente l’esportazione e il suo arrivo nel Bel Paese è seguito dal solito dilemma: come adatto il titolo? Siamo abituati da sempre a traduzioni incredibili, ma qui si toccano vette di genialità visto che Evil Dead diventa La Casa. Se qualcuno obietta che effettivamente succede tutto in una baita e che tradurre letteralmente avrebbe fatto schifo, sappia che sì, ha perfettamente ragione, ma comunque è un orribile compromesso. Più che altro perché, da quel momento in poi, moltissimi film horror aventi come location un edificio stregato, maledetto o infestato avranno nel titolo la parola “Casa”. Non fa nulla se non c’entra un beneamato, l’italico adattatore ce l’ha più lungo di voi e se ne sbatte: La Casa 2, La casa 3, La Casa 4, 5 e 7 (già, il 6 non esiste, acquistato come titolo seppur mai utilizzato), La Casa di Helen, Sola…in quella Casa e, per finire altrimenti andiamo avanti tutto il giorno, Chi è sepolto in quella Casa?, titolo italiota di House.

Se non bastasse su quasi ogni locandina spicca lo stesso font e la stessa C a falce, giusto per creare un meraviglioso quanto inutile trait d’union tra film che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Curiosità a parte, in mezzo alle innumerevoli “Case” ce ne sono poche degne di nota, nel bene o nel male, ma sicuramente una di quelle che spicca è House, ovvero Chi è sepolto in quella casa? di Steve Miner, regista di Venerdì 13 parte II e III, Warlock e Lake Placid. Con il soggetto scritto dal Fred Dekker di Scuola di mostri e Dimensione terrore, il film di Miner è un pezzo d’infanzia, per chi ha già spento un po’ di candeline, e senza dubbio è uno dei degni figli di quegli eighties fantastici e irripetibili che per molti non sono mai passati. Dopotutto è il 1986, anno incredibile che sforna Top Gun, Nove settimane e ½, Il nome della rosa, Platoon, Labyrinth, La Mosca, Velluto Blu, Grosso guaio a Chinatown e basta così altrimenti mi deprimo causa brutale consapevolezza d’invecchiamento. Piccoli fruitori dell’horror crescono, in quei pomeriggi di scazzo adolescenziale o nelle serate dove speravi che i film dell’orrore ti aiutassero nelle conquiste da latin lover dei poverissimi.

Ecco, Chi è sepolto in quella casa? è una di quelle pellicole che si potrebbero erroneamente guardare solo come pretesto, causa anche banalissimo titolo italiano, e nel farlo si compirebbe peccato sacrilego. A dispetto dell’apparenza, infatti, il lavoro di Miner e dello sceneggiatore Ethan Wiley (La casa di Helen, Gli adoratori del male) è qualcosa di stupefacente, in grado non solo di vincere diversi premi, ma di restare quasi indelebile nella memoria degli appassionati di Genere. La cosa curiosa, anche se forse non sorprende, è che complice di questi affettuosi ricordi non è la trama, in realtà altalenante e non priva di buchi, bensì tutto il resto, tra invenzioni visive, intuizioni che non passeranno inosservate nel tempo, solide basi e un folle mix di horror, onirico e grottesco. La storia di Roger Cobb (il simpatico William Katt del mitico Ralph Supermaxieroe), reduce del Vietnam divenuto scrittore, non è di per sé originalissima, ma la sua narrazione è capace di regalare momenti spassosi. Cobb, un matrimonio fallito alle spalle a causa della prematura morte del figlioletto, si ritira nella casa della zia appena morta suicida per scrivere il suo nuovo libro. In quella inquietante dimora, dove anche il figlio era scomparso, si rende conto che la zia aveva ragione e che qualcosa di malefico si aggira per le stanze.

Attrezzi e utensili che svolazzano provando a uccidere, mostri nell’armadio, traumatiche visioni di vita vissuta, un essere in abito da sera che pare uscito da Evil Dead, ma soprattutto un’onirica discesa nelle tenebre attraverso lo specchio rotto del bagno e un finale magari frettoloso, ma che di sicuro lascia il segno. Un segno cazzuto e divertente, intendiamoci, perché se puntate a guardare Chi è sepolto in quella casa? per ammirarne la sceneggiatura, allora forse non avete ben compreso di cosa si tratta. No, per questa volta lasciate stare velleità varie o chissà quali recensioni critiche, questo film pur dimostrando tutti gli anni che ha, e anche di più, è un divertissement che andrebbe rispolverato più spesso: atmosfere che ricordano Evil Dead 2 senza l’imbarazzo del citazionismo becero, tocchi horror anni ’80, umorismo e un’inaspettata profondità nel condurre il protagonista dal suo tragico passato all’accettazione e alla rinascita. Che scritto così pare di vedere un thriller psicologico, ma non temete, al mostro in stile “Henrietta Knowby” con le unghie laccate avrete già sputato un polmone dal ridere. Ad avercene di film così.

Manuel “Ash” Leale

Chi è sepolto in quella casa?

Titolo originale: House

Anno: 1985

Interpreti: Steve Miner Cast: William Katt, George Wendt, Richard Moll, Kay Lenz, Michael Ensign, Mary Stavin, Erik Silver, Mark Silver, Susan French, Alan Autry, Steven Williams, Jamie Calvert, Mindy Sterling, Jayson Kane, Billy Beck

Durata: 93 min.

Breakfast Club

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Chicago, 1984. Alla Shermer High School cinque sedicenni si preparano a passare il sabato in punizione, chiusi in biblioteca.

Ad accoglierci, avvolgente e penetrante, un successo dei Simple Minds scritto appositamente per questo film: “Don’t You (Forget about me)”. Non potete negarlo, l’avete letto cantando!

La stessa canzone chiude anche il film, come a suggellare un percorso completato, un traguardo raggiunto. Pare che l’originale di questo brano durasse due ore e che fosse in possesso del regista, John Hughes.

Con questo successo anni ’80 ancora nelle orecchie ci addentriamo nella Shermer High School ed eccoci in biblioteca. Arrivano i nostri protagonisti, all’apparenza nulla li accomuna.

Abbiamo Claire, bella e impeccabile; la tipica ragazza popolare, tutta shopping e buone impressioni.

Poi c’è AndySportiv — l’atleta del gruppo, un futuro già scritto attorno al pallone da football.

Brian, il secchione, ottimi voti, timido, viso quasi angelico. In mezzo agli altri potrebbe quasi passare per un bambino.

Allison, la disadattata, ombrosa, a tratti impenetrabile. Per gran parte del film sta per conto suo e solo ad un certo punto, quando lei lo vorrà, troverà il modo di emergere e far capire che non è poi così strana.

Infine lui, John, John Bender. Quello che darà più filo da torcere al preside Vernon — carceriere dei nostri amati ragazzacci — intento a fare il meno possibile nel suo ufficio.

John è il tipico bullo, così vuole apparire. All’interno della nostra storia riveste però un ruolo cardine; sin dall’inizio smuove le acque di questo sabato di punizione. Mette gli altri compagni nella condizione di doversi adattare alla sua presenza e questo li porterà ad interagire in modo molto diverso da quello che probabilmente loro stessi avrebbero voluto o pensato. È il protagonista tra i protagonisti.

Superati i convenevoli, diamo un contesto alle scorribande dei nostri protagonisti. L’inizio della loro punizione in biblioteca ha un suono amarissimo: il preside Vernon lascia loro il compito di scrivere un tema dal titolo “Chi sono io?”. Obbligo per tutti: restare in biblioteca.

Sembra che nessuno abbia voglia di farlo ma, come credo capirete guardando il film, la domanda “Chi sono io?”, in qualche modo sembra insinuarsi nella mente di ognuno di loro. Con tempi e modi diversi, ciascuno di loro mostrerà una parte di sé.

Grazie a questi scambi verranno anche fuori i veri motivi per cui ciascuno di loro è finito in punizione.

Claire, ad esempio, ha saltato scuola per andare a fare shopping. Un modo per evadere dalla sua vita da principessa o magari semplicemente uno spazio suo, lontano dai disagi causati dai genitori sempre in lite con lei in mezzo.

Andy, per rendere orgoglioso il padre che vorrebbe vederlo più “macho”, ha bullizzato un compagno di squadra più debole. Se ne vergogna molto, ne soffre perfino.

Brian è terrorizzato, quasi depresso per aver preso brutti voti in una materia tecnica. Sa di poter recuperare ma la media è compromessa. Questo in famiglia è inaccettabile. Ha tentato il suicidio con una pistola lancia razzi. Certo, tentativo goffo ma, la pistola è stata trovata ed ecco la punizione.

John, per attirare l’attenzione — che a casa non ha — ha fatto scattare l’allarme antincendio senza motivo. Ha collezionato l’ennesimo sabato in punizione.

Infine Allison. Lei pare non abbia fatto nulla. Non aveva niente di meglio da fare. A casa non la considerano, non ha amici, dice. Così è venuta a passare il sabato in punizione a scuola.

Sembra, quindi, che i nostri giovani protagonisti siano tutti profondamente turbati dal rapporto con una generazione di genitori problematici. Maneschi, assenti, calcolatori, troppo esigenti. Ad un certo punto iniziano a chiedersi se anche loro diventeranno così. L’istinto li porta a rispondere di no, chi con lo sguardo, chi a voce. Ma una saggia Allison, con le lacrime agli occhi, dice che è già successo e aggiunge: «Quando cominci a crescere, il tuo cuore muore.».

È questa una delle scene più toccanti del film, in cui i ragazzi si parlano a cuore aperto, confessano l’un l’altro molto di sé. È anche una scena interessante perché girata in modo molto spontaneo e casuale. L’intero film è girato in sequenza e questa scena in particolare, ovvero la conversazione in cerchio, è stata completamente improvvisata. Forse anche per questo ha avuto un impatto emotivo così forte.

Il sabato sta per finire e i ragazzi hanno pur sempre un compito da consegnare; a Brian, il cervellone del gruppo, resta l’ingrato compito. Lo svolgerò per tutti e nel migliore dei modi. Una rivincita sul mondo degli adulti che etichetta gli adolescenti nei modi più assurdi per poi fare in modo che diventino esattamente ciò che quelle etichette dicono.

Breakfast Club è un cult anni ’80 ma sono convinta che non abbia tempo e che anche oggi possa avere un suo perché, un suo impatto. A prescindere dal contesto sociale e da aspetti che forse oggi non siamo più in grado di tollerare — aggiungo giustamente — come le insistenti molestie di John a Claire, credo che la storia di fondo potrebbe essere comprensibile anche da un adolescente di oggi.

Concludo con una citazione dal film, del secchione Brian: «Tutti siamo un po’ strani, solo che qualcuno di noi è più bravo a nasconderlo.».

Valeria Vaccaro

The Breakfast Club

Anno: 1985

Regia: John Hughes

Interpreti: Anthony Michael Hall, Emilio Estevez, Judd Nelson, Molly Ringwald, Ally Sheedy, Mercedes Hall, Paul Gleason

Durata: 97 min.

Curse of the Blind Dead

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E’ il 1971 quando il cinema spagnolo del terrore partorisce uno dei suoi capisaldi, Le tombe dei resuscitati ciechi. Non si tratta del primo film dell’orrore iberico né del primo esperimento sul genere che compie il suo autore, Amando De Ossorio, ( Malenka la nipote del vampiro era di qualche anno prima), ma del migliore, uno degli horror più suggestivi e paurosi di sempre. Certo la censura di Francisco Franco deve essere aggirata, pena il pedale schiacciato sul freno davanti a idee che diventano solo concetti abbozzati, ma le intuizioni ci sono, le scorrettezze pure, il sangue scorre e i morti senza occhi, come verranno chiamati nel titolo italiano del secondo capitolo, fanno il loro effetto, lenti, inesorabili in cavalcate slow motion, ispireranno non poco il primo Fulci undead. Da qui verranno partoriti ben tre seguiti girati dallo stesso autore, molto meno efficaci ma pieni di idee valide come la chiusa del terzo segmento, il più debole, con l’incedere dei templari in una spiaggia tra le grida delle loro vittime.

Cattivo, anzi cattivissimo finale, figlio dei fumetti EC Comics e dei loro colpi di scena inaspettati e spietati nel trionfo del male. A questi (La cavalcata dei morti senza occhi, La nave maledetta e La notte dei gabbiani) si aggiungeranno dei capitoli spuri come La mansión de los muertos vivientes (1982) di Jess Franco, brutto, porcello, scalcagnato horror con le nudissime Lina Romay e Eva León a fronteggiare dei templari porconi, e l’ancor più orribile trilogia del tedesco Andreas Schnaas, El Retorno de los Templarios (2007), Don’t Wake the Dead (2009) e Unrated: The Movie (2009), tutti e tre oltre la soglia dell’horror più basso, infimo e senza gusto. Senza contare le influenze del cinema di Amando De Ossorio nell’eccellente La cruz del diablo (1975) dell’hammeriano John Gilling su sceneggiatura, tra gli altri, di Paul Naschy (Jacinto Molina), e il meno riuscito Le porte dell’inferno (1989) di Umberto Lenzi, sciagurato prodotto della disastrosa serie tv “Lucio Fulci Presenta“.

Inaspettatamente, in questo 2020, arriva un nuovo sequel della saga dei templari ciechi: produzione italiana e regia del famigerato Raffaele Picchio, autore di un film discontinuo, selvaggio e interessante come Morituris, e di altri horror di basso livello ma dalla regia efficace.

A produrre è la neonata Mafarka Film, già artefice nel 2019 di Fuck You Immortality di Federico Scargiali, con una forte dose di coraggio (e sfrontatezza) nel concepire un’opera low low budget che avrebbe richiesto però un minimo di possibilità finanziaria in più. A farne le spese sono gli orribili effetti visivi e l’idea cialtrona di un’apocalisse intuita soltanto attraverso le rovine di un monastero.

Per fortuna il regista Raffaele Picchio, aiutato anche dalla meravigliosa fotografia di Alberto Viavattene, riesce a confezionare un’opera professionale, al di là del budget, molto divertente e ben ritmata, forse non fedelissima al modello primordiale di Amando De Ossorio, ma dotata di una certa freschezza di intuizioni visive.

Mai una volta si sente la pesantezza da prodotto indie italico fatto di scene inutili, dialoghi declamanti e cattiva recitazione. Qui invece gli attori sono tutti molto efficaci, soprattutto il protagonista maschile Aaron Stielstra, già nell’atroce The Blind King di Picchio. Una buona prova generale che conta non solo l’altra interprete, Alice Zanini, intensa e convincente nel suo ruolo da scream queen, ma l’intero cast, capace di recitare in inglese senza far ridere le platee estere come successe tempo fa con Tulpa di Federico Zampaglione.

L’unico, per assurdo, a restare penalizzato è la star Fabio Testi, icona del cinema thriller e poliziesco anni 70, qui in versione sperduta e rimbambita, ridotto a un’assurda comparsa in una sequenza di botte marziali estemporanea, cialtrona, un po’ cretina e inutile, come il suo patetico cameo. Lunga neanche 5 minuti la performance dell’ex divo è così fuori contesto, mal recitata, imbarazzante, per lui e per gli spettatori, che ci si chiede perché non sia stata eliminata a montaggio.

La sceneggiatura, pur non avendo invenzioni narrative degne di nota, già viste, sciatte e comunque già vecchie e risapute ai tempi del primo Le tombe dei resuscitati ciechi, si riscatta per quest’aria di incredibile crudeltà, notevolissima e assolutamente imprevista, tra il Fulci autardiano e il John Carpenter de La fin absolue du monde. In questo, il finale dell’opera, nero e disperato, apocalittico e devastante, un po’ come quello di Knowing di Alex Proyas, è qualcosa di raggelante, unico e impagabile in un panorama indipendente di robivecchi vestiti a lustro che urla, agonizza e risorge in un ultimo tentativo, disperato e bellissimo di essere cinema e non scherzoni per fan.

Curse of blind dead è una bella sorpresa, un film che si spera avrà un minimo di visibilità in più che non sia quello del dvd tedesco tagliato o della sagra della porchetta, pronto ad essere presentato come grande evento. E’ un film, a suo modo colto, che cita subliminale classici come l’Evil dead di Sam Raimi e il ciondolo di Ash/Lisa o La maschera del demonio del sommo Mario Bava, che ha l’intuizione, semplice e geniale, almeno per un horror italico, di costruire una scena cult da applauso scorticamano, che non si frena nel sangue in un’orgia di sangue, mutilazioni e violenza che ti portano stavolta a William Lusting. Tutto bellissimo e, per chi scrive, vincente, anche se sembra che le critiche in generale l’abbiano ammazzato, con stroncature così feroci e immeritate da far pensare ad un odio studiato a tavolino, non tanto per il film quanto per il suo autore, disprezzato da molti per il suo primo film, Morituris. Ad avercene di film come Morituris, aggiungo: un esordio, come detto, non privo di difetti, ma sincero, ben girato e superiore alla media del genere, quegli anni, 2011, ma anche oggi. Sembra però che la misoginia della sceneggiatura e, soprattutto, la violenza verso le donne con scene brutali e insostenibili, abbia risvegliato, più dei censori templari, le ire dei benpensanti. Così Morituris ha fatto breccia nel cuore degli odiatori in buona compagnia con opere potenti come I spit on your grave o A serbian film.

E’ vero poi che i resuscitati ciechi, i blind dead, non sono poi così rispettosi dell’originale deossoriano, nel make up e nelle derive splatter, che la sequenza più iconica che i fan aspettavano ovvero la cavalcata al rallenti è ridotta a pochi secondi, ma, diamine, quando questi mostri cominciano a fare una mattanza con spine dorsali strappate e carne dilaniata a morsi, devi essere proprio uno spettatore insensibile per non esaltarti, uno che dormiva davanti al Dawn of the dead di Romero, che piuttosto che scoparsi Jenna Jameson si mangiava il gelato, un senza Dio, in poche parole.

Curse of blind dead è un treno che ti travolge, ti appassiona, e che ti fa dimenticare persino i difetti, che comunque esistono ma alla fine sono quisquilie in mezzo al divertimento.

Sia dato atto a Raffaele Picchio di aver riportato in vita con così tanto estro un cult stuprato e depersonalizzato negli anni, qui in versione così splendida da richiedere altri seguiti. Stavolta Amando De Ossorio puoi riposare in pace.

Andrea Lanza

Curse of the Blind Dead

Anno: 2020

Regia: Raffaele Picchio

Interpreti: Aaron Stielstra, Alice Zanini, Francesca Pellegrini, Bill Hutchens, Fabio Testi, David White, Jennifer Mischiati, Douglas Dean, Gloria D’Osvaldo, Micky Ray Martin, Sean James Sutton, Giulia Anna Nacca Kapelanczyk, Yoon C. Joyce, Francesco H. Aliberti, Matteo Mucavero

Durata: 87 min.

La casa 5 (Beyond Darkness)

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Padre Peter, un giovane pastore con una moglie che lo ama e due bei bambini, viene trasferito dalla curia in una graziosa villa del New England; l’allegria della famigliola viene però presto minata dall’inspiegabilità degli eventi che si concentrano in quella casa. Cercando di indagare sulla ragione dei fatti che terrorizzano la sua famiglia, padre Peter scopre che in quella dimora secoli prima aveva abitato una strega, la cui anima crudele e irrequieta tormenta ancora i vivi; il pastore sarà dunque costretto ad aggrapparsi saldamente alla sua fede in Dio per affrontare i demoni che minacciano i suoi cari.

Sotto gli pseudonimi di Sarah Asproon e Clyde Anderson, Claudio Fragasso e sua moglie Rossella Drudi riuscirono a recapitare anche all’estero il loro ultimo parto, datato 1990: Beyond the Darkness; il film subì immediatamente una modificazione anagrafica e diventò La Casa 5, inserendosi a gomitate nella saga di culto che Sam Raimi aveva cominciato anni prima. Il cambio di titolo non mostra una realistica ragione d’essere, dal momento che la connessione tematica tra le due produzioni è evidentemente tirata per i capelli (al centro dei trait d’union si collocano i fatti inquietanti e inspiegabili che tormentano gli abitanti della  casa probabilmente infestata), e a livello di trama non si scorge nemmeno l’ombra di un contatto.

Parlando del cinema italiano si tende sempre ad avere un occhio di riguardo per le produzioni che mostrano di aver coraggiosamente accettato sfide importanti e che magari sono riuscite a farsi esportare anche negli stati uniti; però in casi come questo, pur sforzandosi di tener conto dell’impegno lavorativo e ricercativo che ha occupato i registi-sceneggiatori, (che hanno scartabellato una mole consistente di materiale per conferire credibilità e rendere sfaccettata l’opera) non si riesce a non pensare  ai nomi italiani, nel genere horror, che si sono distinti per una ricercatezza di espedienti e soluzioni in grado di trascendere la limitatezza del budget (e lì il confronto con gli investimenti yankee è sempre disarmante), mentre in questo film non si trovano idee particolarmente brillanti e il susseguirsi degli eventi appare deludente anche al cinefilo armato delle migliori intenzioni.

Le parti dedicate alla possessione demoniaca furono elaborate dalla moglie di Fragasso, Rossella Drudi, che si documentò sull’argomento leggendo I Cento Casi di Possessione Riconosciuti dalla Sacra Romana Chiesa, e per creare un alone di mistero atto probabilmente a restituire un minimo di credibilità al film, si narra che durante la sua realizzazione, in concomitanza con l’approccio al suddetto volume, fossero accaduti effettivamente fatti inspiegabili e inquietanti. Ma inquietante è piuttosto la scioltezza con cui la trama balzella da un genere ad un altro, mangiucchiando un po’ da Poltergeist e un po’ dagli esorcismi vari.

E’ innegabile che la mano di Fragasso alla regia possa salvare il salvabile, ma è difficile accettare a cuor leggero un film così poco sensato e che non sembra nemmeno minimamente disposto all’autoironia. In poche parole: noioso.

Alexia Lombardi

La casa 5 (Beyond Darkness)

Anno: 1990

Regia: Clyde Anderson (Claudio Fragasso)

Interpreti: David Brandon, Barbara Bingham, Gene LeBrock, Michael Stephenson, Theresa Walker, Stephen Brown, Mary Coulson

Durata: 95 min.

The Twilight People – Il crepuscolo della scienza

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Se siete amanti di quei film che non vengono nemmeno citati sul Morandini, questa pellicola fa al caso vostro.

Inizio sconcertante con interminabili titoli di testo a caratteri orrorifici cartooneschi (che ricordano la serie tv animata The Ghost Busters del 1986) sovrapposti ad una barriera corallina che pare essere lo spot di un villaggio turistico delle Bahamas.

Due sub, chiaramente in una piscina con finto fondale marino, trainano a bordo di un peschereccio il nostro protagonista tramite un argano a motore.

Dopo essere stato sedato, legato e visitato, ci vengono presentati due importanti nemesi: il segugio Steinman, capo della sicurezza e la dottoressa Neva Gordon, figlia del geniale e incompreso Dr. Gordon, mandante del rapimento.

Giunto sull’isola, il nostro Matt Ferrell, scoprirà un vero e proprio complotto eugenetico. L’obbiettivo del luminare, ormai deviato dai suoi delirii di onnipotenza e privo di fiducia nel progresso scientifico ufficiale, è quello di creare una super razza che sopravvivi all’imminente estinzione (a detta sua) di quella umana. Per farlo, il mad doctor possiede una vera e propria cornucopia di bestie ibride che nutre e cresce in cattività, ergendosi a demiurgo plasmatore. E come nel misticismo ebraico, il film segue l’analogia del rabbino che plasma il Golem dall’argilla e che per mano della sua stessa creatura, perirà.

Ma andiamo con ordine…

Prima di approcciarvi a questa pellicola, vorremmo accompagnarvi lungo un excursus storico diviso in varie tappe (che per questioni di tedio, tenteremo di ridurre all’osso).

Tutto ebbe inizio nel lontano 1896, quando il ben noto H. G. Wells, forse in preda a deliranti desideri zoofili misti alla mescalina, pubblicò il romanzo di fantascienza L’isola del Dottor Moreau.

Anche se all’epoca rientrava nei canoni del genere avventuroso (in quanto il termine “Science Fiction” verrà coniato solo nel 1926), questo fu il primo romanzo a trattare di “Uplift”, ovvero, dell’intervento di una razza tecnologicamente avanzata in grado di manipolare l’evoluzione di una specie inferiore.

I richiami cinematografici si sprecano: sia quelli liberamente tratti dal romanzo, come il francese Ile d’èpouvante del 1913, il più famoso L’isola delle anime perdute del 1932, o il filippino Terror Is a Man; sia quelli apocrifi, che pescano da altre opere letterarie come Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle del 1912, Viaggio al centro della Terra del 1864 e Ventimila leghe sotto i mari del 1870 entrambi di Jules Verne o da I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift del 1726.

Se aggiungiamo poi antiche leggende come Il Mito di Atlantide, ecco che avremo piccoli capolavori cinematografici ormai dimenticati, come Nel tempio degli uomini talpa del 1956 o L’isola Misteriosa del 1929, in cui i vari protagonisti dovranno cimentarsi in combattimenti con creature marine o graboidi (forme rivisitate in chiave fantascientifica dei famosi lillipuziani delle pagine di Swift) spesso comandati da una sorta di Doge appartenente alla razza umana.

Come da tragedia aristotelica, le trame dei Survival Movies si dividono in tre atti:

  1. Approdo all’isola tramite naufragio o rapimento
  2. Scoperta di un mistero assurdo o di un complotto contro l’umanità
  3. Lotta per la sopravvivenza con conseguente fuga dall’isola

Non sappiamo di preciso in quali circostanze avvenne l’incontro tra il produttore/regista di “cult” filippino Eddie Romero, classe 1924 e il diabolico Dottor Moreau. Resta il fatto, che dal 1959 al 1973 gira o produce pellicole come Terrore sull’isola dell’amore, Mad Doctor of Blood Island, Beast of Blood, Sesso in Gabbia, The Beast of the Yellow Night, The Woman Hunt, Beyond Atlantis, Donne in catene, ecc… Tutte opere similari, unite assieme da un unico nastro rosso di temi conduttori.

Utilizzando la Proprietà Commutativa dell’Addizione nei suoi film, Romero cambia spesso ordine agli addendi (Isola + Mad Doctor + Donne in prigione + Creature mostruose) mantenendo però sempre un risultato costante: pellicole da uno stile umile, quasi minimaliste ma mai vuote; calcolate, precise e semplici ma non per questo prevedibili.
Sfortunatamente però, nonostante si tenti di mantenere un’atmosfera cupa tipica dei noir, il registro linguistico e le azioni di lotta mal coreografate, sfociano spesso nel comico; creando quell’incertezza sublime che solo la serie B è in grado di donare agli spettatori con tanta maestria.

Ma se il richiamo all’opera di Wells è il punto di partenza, numerosi sono i rimandi all’opera The Prisoner, serie tv inglese trasmessa tra il 1967 e il 1968.

L’utilizzo di una perla nera come Pam Grier (che di lì a poco entrerà nel Pantheon della Blaxsploitaition per eccellenza, con film come Coffy 1973 o Foxy Brown 1974, fino al tarantiniano Jackie Brown del 1997) è sprecata.

Alla Grier non vengono assegnate battute, ma solo un registro di versi gutturali e rantoli, associati ad una mimica animalesca. Si destreggia bene come ibrido mutante in perenne bulimia chimica; e durante un combattimento, ci mostra timidamente un capezzolo color ebano.

Il design delle creature sembra preso in prestito dagli albi a fumetti di Akim, Il Piccolo Ranger e Zagor; e forse ripescato in seguito dall’italico Luigi Batzella che nel suo nazisploitation: La Bestia in calore (1977) utilizza un freak simile, interpretato dall’attore feticcio Salvatore Baccaro, tra le eccellenze della serie B Made in Italy. Compito fondamentale della Bestia è quello di stuprare a morte le povere partigiane che vengono gettate nella sua gabbia.

E’ interessante notare come le donne gravide sull’isola muoiano (come accadrà per la serie tv Lost) come se dare la luce ad una nuova vita su questo lembo di terra, sia un peccato mortale.

E il finale al rotoscopio con tanto di un parossistico mostro alato disegnato direttamente sullo sfondo della pellicola in post-produzione (alla faccia di Ralph Bakshi e del suo The Lord of the Rings 1978) ci trasmette un messaggio di speranza e di libertà.

Invitiamo il popolo di Malastrana alla visione della puntata dei Simpson 13×01: La Paura fa Novanta, in cui il richiamo all’Isola del dottor Moreau fa da cornice ad una demenzialità tutta groeninghiana con un Homer tricheco superlipidico e una Marge panterona in puro stile Real TV.

Luca Caponi

The Twilight People – Il crepuscolo della scienza

Anno: 1972

Regia: Eddie Romero

Interpreti: John Ashley, Pat Woodell, Jan Merlin, Charles Macaulay, Pam Grier, Ken Metcalfe, Tony Gosalvez, Kim Ramos, Mona Morena, Eddie Garcia, Angelo Ventura, Johnny Long, Andres Centenera, Letty Mirasol, Max Roio

Titoli alternativi: “Beasts”, “Island of the Twilight People”

Durata: 81 min.

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Richard Franklin è stato un grandissimo talento: nei suoi 58 anni di vita, brevissimi, ha girato opere magari non conosciutissime al grande pubblico, soprattutto quello odierno, ma degne di note. Fantasm, porno pionieristico fantastico, Patrick, horror psicologico sulla scia della Carrie di De Palma/King, e Psycho 2 sono tra i suoi titoli migliori e più apprezzati. Queste pellicole, dalla fattura potente, dalla regia raffinata e dal grandissimo ritmo, hanno contribuito a rendere, attraverso il suo nome, la leggenda dell’immaginifico cinema australiano anche in suolo statunitense.

Richard Franklin

Il suo Psycho 2, uscito a distanza di 22 anni dal primo film, divise la critica, si inimicò lo scrittore del romanzo, Robert Bloch, e generò, suo malgrado, un’intera serie di pellicole più o meno riuscite: 2 ulteriori capitoli, un pilot e un telefilm di discreto successo, Bates Motel. Psycho 2 fu per il suo regista il coronamento di un sogno: omaggiare l’adorato Hitchcock girando il seguito ufficiale dello stesso capolavoro che, a 12 anni, lo aveva fatto innamorare del cinema. Franklin più di nomi altisonanti come Brian De Palma, l’erede per la critica dello zio Alfred, si trovava nel ruolo regio di continuare le fila lasciate in sospeso dalla pellicola del 1960. Uscito nel 1982, con la sua regia moderna, i movimenti di macchina sapienti e la storia piena di twist, questo scatenato e folle sequel, interpretato da un tenero e micidiale Anthony Perkins, aggiornava in tempi di slasher sanguinosi la vicenda di Norman Bates alle nuove generazioni più smaliziate.

Brian De Palma succhiami la fava

Ad Alfred Hitchcock comunque il mondo cinematografico di Richard Franklin era e sarebbe stato sempre fedele: basti pensare a Roadgames, del 1981, con Stacy Keach e Jamie Lee Curtis, sorta di La Finestra sul cortile on the road tra le strade polverose dell’Australia, o La finestra sul delitto (Cloak & Dagger), del 1984, omaggio teen ad Intrigo internazionale aggiornato in epoca Atari 5200. E poi ovviamente Link, il tributo più azzardato all’eco vengeance de Gli uccelli.

Proprio di quest’ultimo film vogliamo parlare, una di quelle pellicole che erano passate alla velocità della luce sui palinsesti estivi di Italia uno, forse Notte horror negli anni 90, per poi sparire nell’oblio. A suo tempo Link aveva goduto anche di un’uscita cinematografica italiana (il 18 agosto 1989 in ritardo di 3 anni dalla sua realizzazione), per poi sbarcare sulle vhs (Warner home video) e, in tempi recenti, su DVD Storm (con il nuovo sottotitolo di Esperimento nel terrore, tanto per confondersi con Monkey Shines di George A. Romero che aveva sempre dentro una scimmia assassina e lo stesso sottotitolo).

Quando l’uomo ha raggiunto la superiorità sugli altri animali, qualcuno si è scordato di dirlo a Link” così recitava la vhs con il nostro scimmione vestito da maggiordomo che minaccioso, nel bellissimo disegno della locandina, teneva in mano un fiammifero acceso.

D’altronde Link, scimmione dalla simpatia strabordante, è stato la star di un circo: “Il re del fuoco“, amato e temuto dal pubblico. Ora di tutta quella gloria non è rimasto nulla: vestito come una parodia umana, illuso di essere speciale da un padrone senza sentimenti, il quadrupede è destinato ad una fine senza poesia, l’abbattimento. Troppo anziano, troppo lento, troppo inutile: non esiste onore per un dinosauro di un’altra epoca.

Quando arriva la bella Jane a casa del professor Phillip, Link è già destinato a morte certa ma lei non lo sa ancora. La ragazza dovrà assistere il suo mentore in non ben precisati esperimenti su due scimmie, Imp, di appena 9 anni, e Voodoo, femmina molto feroce. Proprio il piccoletto abbiamo visto, nei primi minuti della pellicola, scappare dall’università per uccidere alcuni piccioni in gabbia e un gatto. “Adora i mici” esclama divertito il Dottor Philip che non sembra minimamente sorpreso dell’atto. Forse, ma qui possiamo solo ipotizzare, gli esperimenti portano i suoi animali ad essere più feroci. O forse la rabbia omicida nasce dal cercare di recuperare “quel 1% che ha fregato nell’evoluzione le scimmie ma non l’uomo”. Quindi Imp, Voodoo o Link uccidono, o sono lì lì per farlo, perché stanno diventando più umani e meno animali. Questo non lo sapremo mai perché il personaggio del ricercatore è presente solo nella prima parte e sembra che molte sue scene, presenti solo sul dvd francese, si soffermassero con più attenzione ad analizzare la sua figura e le sue azioni.

Con la sua durata pachidermica per un horror di cassetta di 103 minuti, a farne le spese nei tagli è stato proprio il Dottor Philip, le sue teorie evoluzionistiche e i simpatici aneddoti sciorinati alla bella Jane come favole davanti al camino. “Conoscevo un uomo che aveva una scimmia e l’aveva nutrita e allevata tutta la vita, poi un giorno se ne andò via per una vacanza di un paio di settimane. Quando tornò l’animale salì sulla barca, gli cavò gli occhi, gli strappò le braccia e le gambe. Il suo padrone non le aveva fatto nulla, la scimmia era solo felice di rivederlo“.

Ci troviamo quindi in un triangolo: Link, lo scimmione quarantacinquenne che spia nuda Jane mentre fa il bagno, il professore che si è portato a casa una bella ragazza giovane e appunto lei, l’ingenua e sognatrice studentessa. Ovvio che qualcosa succede: Jane avrebbe bisogno di un Tarzan e Cheetah non vuole farsi le seghe di nascosto come in una sequenza di Paradise con Phoebe Cates. Link non ci sta neppure a morire, anche questo desiderio di vita e sopravvivenza sembra così umano, e uccide Tarzan per diventare nella giungla il re, lui che lo era già del fuoco. L’esperimento del Dottor Philip ha successo: Link prova gelosia come un essere umano. Ecco che il triangolo è diventato una forma distorta di coppia spazzando via nel sangue il cliché della studentessa che si scopa il professore. Cheetah è Tarzan e vuole lui fottersi Jane. Punto.

Per certi versi Link potrebbe essere un King Kong in piccolo: il gorilla gigante, d’altronde, si invaghisce di una bellissima bionda, non chiede il permesso e la prende con sé. Questo è ciò che vorrebbe fare la nostra scimmia vestita da maggiordomo, solo che, cosa non così sottovalutabile, Link è il King Kong del mondo chiwawa: si sente grande ma non lo è, è feroce ma un colpo di fucile ben piazzato potrebbe farlo tacere per sempre, ad un certo punto una sberla di Elizabeth Shue, non certo Schwarzenegger, lo fa capitombolare chiappe all’aria. Poverino. Ecco che la voglia di essere diventa frustrazione: è come se King Kong avesse bisogno di uno psichiatra, è intrappolato in un corpo non suo, incapace di portare a termine il ciclo delle cose come dovrebbe andare, dal capolavoro del 1933 agli ultimi exploit di Jordan Vogt-Roberts. Però muore identico al suo modello, in un’ottica lillipuziana, salendo non sull’Empire State Bulding ma sul tetto di un castello. Alla fine il cerchio si chiude.

Per un’ora il film prosegue lentamente: a parte il prologo con Imp che uccide degli animali, c’è un’attesa spasmodica del climax che sfocerà nella seconda parte. La lezione di Hitchcock viene rispettata nel creare la suspense senza l’eccesso del mostrare: il body count di ben 4 persone non viene enfatizzato nel sangue e nello splatter, a volte gli omicidi sono già avvenuti. Qui però entra in ballo la maestria di Franklin perché il film non annoia mai, né nella sua parte introduttiva al massacro né quando le carte sono già scoperte e Jane si deve difendere, fucile in mano, dagli assalti del suo peloso stalker. La telecamera del regista compie evoluzioni incredibili: si alza in volo, spia attraverso porte distrutte, segue i personaggi in azzardati piani sequenza. La regia di Franklin è vivace, frizzante e assolutamente ritmata anche quando in scena non succede nulla. Questo rende Link un horror ingiustamente bistrattato, persino elegante, in un periodo, il 1986, nel quale la maggior parte dei prodotti erano di bassa macelleria. In più il tema musicale di Jerry Goldsmith, un po’ sulla falsariga dello score di Richard Band per il Re-animator di Gordon, è anomalo nelle sonorità, almeno per un thriller d’atmosfera, ma assolutamente azzeccato, divertente e vario, passando dalla musica sinfonica ai sintetizzatori, con quella sensazione di spaesamento unica a metà tra il romantico e lo spaventoso.

Forse il mostrare il braccio strappato all’incauto amico di Jane che va a cercarla o calcare sulla ferocia di Link avrebbe portato in sala più persone, ma il film è, anche nel suo essere così classico come concezione, perfetto, molto hitchcockiano, quello che Franklin probabilmente cercava.

Se un attore come Terence Stamp, magnifico e shakespeariano, viene un po’ sprecato nei panni del fu Dottor Philip, e una giovane Elizabeth Shue recita in maniera volenterosa ma sciatta, la parte del leone la fanno soprattutto gli animali. Link, o meglio l’orangotango Locke (truccato da scimmia), è qualcosa di incredibile: espressivo, perfetto nello sguardo e nei movimenti, si mangia a colazione chi di professione fa davvero l’attore, come una sorta di Al Pacino scimmiesco. Si può dire che questo film viva di una luce prorompente grazie alla regia e al suo non interprete animale.

Il film di Franklin non è ovviamente perfetto e, ad un certo punto, rende quasi soprannaturale Link, un po’ alla Jason Vorhees, facendolo apparire per magia in luoghi dove non potrebbe esserci (il pozzo vuoto per esempio). Anche Martin Scorsese cadde nello stesso errore quando, nel suo slasher atipico, Il promontorio della paura, trasmutava, nelle parti finali, Robert De Niro in un villain dalla battuta pronta e dalla non morte improbabile sul modello di Freddy Krueger.

Link, senza saperlo, avviò un piccolo ciclo di pellicole con scimmie assassine all’interno: il già citato Monkey Shines (1988) di George A. Romero e Shakma – Sopravvivere al gioco (1990) di Tom Logan e Hugh Parks, per non parlare poi delle derive direct to video recenti come Bloodmonkey (2007) di Robert Young. Resta uno degli esperimenti migliori e sicuramente un film da riscoprire.

Nell’ultima sequenza, Jane e il fidanzato con la gamba distrutta da Link, scappano dalla villa in fiamme, ma sul bordo della strada trovano Imp impaurito. La ragazza lo fa salire a bordo senza pensarci due volte. “E’ piccolino. Non farebbe male a nessuno“. Nel prato, la mdp ce lo mostra alzandosi, giacciono decine di pecore ammazzate. Esperimento riuscito, Dottor Philip.

Andrea K. Lanza

Link

Anno: 1986

Regia: Richard Franklin

Interpreti: Elisabeth Shue, Terence Stamp, Steven Pinner, Richard Garnett, David O’Hara, Kevin Lloyd, Joe Belcher, Daisy Beevers, Geoffrey Beevers, Caroline John, Linus Roache

Durata: 103 min

I ragazzi del cimitero

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Correvano gli anni ottanta quando James Aviles Martin e George Seminara decisero di sperimentare cosa poteva accadere ad immergere una commedia adolescenziale con tendenze romantiche in uno spesso strato di sangue finto a buon mercato.  La reazione chimica che ne risultò non fu certo esplosiva come quella delle mentos nella coca cola, ma sì dimostrò abbastanza divertente, e così, nel 1987, venne alla luce  I Was a Teenage Zombie (tradotto senza apparenti motivazioni con I ragazzi del cimitero).

Sei amici che frequentano la high school, dopo una lite violenta, uccidono più o meno accidentalmente il caratteristico pusher Mussolini (che nella versione italiana diventa tristemente Musolino) e, spaventati dall’accaduto, gettano il cadavere nel fiume, pensando di sbarazzarsene.  Per loro sfortuna quelle acque rese tossiche da vagonate di rifiuti pericolosi riportano alla vita lo spacciatore, che ne riemerge forzuto e determinato a vendicarsi. Quando Dan Wake (Michael Rubin), lo sportivo e popolare della combriccola, cade vittima dell’incazzato pusher, i suoi amici per salvarsi la pelle, decidono di gettare anche lui nelle acque tossiche e sperare che una volta riemerso in qualità di zombie possa combattere il loro persecutore. Accanto alle dinamiche di fuga e persecuzione che si giocano tra il redivivo pusher e il gruppetto di ragazzi, a farla da padrone è la tenera  vicenda personale del povero Dan, che, considerato un incallito sciupafemmine, è invece perdutamente innamorato della compagna Cindy e vive con dolore il nuovo status di non morto, perché sa che potrebbe allontanarlo da lei.

Bisogna ammettere che la mano del regista John Elias Michalakis è tanto grossolana da far sembrare il film quasi amatoriale, gli effetti speciali sono incredibilmente low cost (il passaggio da essere umano a zombie è contraddistinto esclusivamente dalla mutazione del colore della pelle, che diventa verde ramarro), e non passa inosservato l’evidente debito con The Toxic Avenger, cult della Troma (a cui peraltro Michalakis ha preso parte), uscito (e meglio riuscito) appena tre anni prima. Però I was a teenage zombie ha il suo fascino: non ha pretese, appare assolutamente conscio delle sue possibilità (come il regista, del resto, che a quanto pare in seguito si è fatto monaco) e si indirizza più verso il trash e il demenziale che non verso l’horror.

I protagonisti, che rappresentano un po’ tutto il campionario di stereotipi giovanili (con lo sportivo, il ciccione, il nerd e il bullo dotato di moto e giubbotto di pelle), non possono non suscitare simpatia, il cattivo spacciatore tamarro come pochi resta indimenticabile e anche i personaggi secondari hanno il loro carisma (come il saggio amico barista che fa anche un po’ Happy days). I ragazzi del cimitero è un insolito connubio di trash, horror, romanticismo e commedia giovanile, che, aspramente criticato e condannato dai più, è in grado invece di divertire e anche magari di intenerire, rimanendo leggero nei suoi 90 minuti e sfoggiando anche una colonna sonora notevolissima (spicca la ballabilissima e orecchiabile I was a teenage zombie dei Fleshtones).

Alexia Lombardi

I ragazzi del cimitero

Titolo orginale: I was a teenage zombie

Anno: 1987

Regia: John Elias Michalakis

Interpreti: Michael Rubin, Steve McCoy, George Seminara, Craig Sabin, Peter Bush Allen Lewis Rickman, Kevin Nesgoda, Cassie Madden, Ray Stough, Lynnea Benson, Gwyn Drischell, Theo Polites, Steve Reidy, Cindy Keiter, Caren Pane

Durata: 90 min.

After Midnight

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Prima di questo After Midnight ce ne sono stati almeno altri due nella storia del cinema che conta. Uno del 1989 uscito in Italia con l’allettante titolo Ribelli lingue bagnate dei fratelli Jim e Ken Wheat, molto più fortunati come sceneggiatori che alla regia (ma ci torneremo) e un After Midnight del 2014 di Fred Olen Ray, specializzato in horror movie a bassissimo costo e in film natalizi per la televisione. Qui però si muove sul thriller con vendetta ad alto tasso erotico.

Ok, per quanto ce ne possa fregare abbiamo fatto la lezioncina con i libri degli altri. Ora passiamo al terzo After Midnight, il più recente e il solo a cui vorrei qui dedicare l’attenzione, mia e di chi sta leggendo, perché credo di ritenere che sia il migliore dei tre e forse anche un bell’esemplare di horror indipendente. I registi sono due, Jeremy Gardner e Christian Stella. Il primo è molto attivo come attore anche in altre produzioni horror da battaglia (Bliss, Spring) mentre il secondo è una specie di factotum da set: direttore della fotografia, montatore, compositore, sceneggiatore ed effettista.

Entrambi sono i registi in tandem di due film. Jeremy invece ha esordito in solitaria con The Battery (2012). Poi c’è stato Tex Montana Will Survive (2015) girato insieme a Stella, così come After Midnight, esatto (2019).

The Battery non mi piacque. Lo definii un horror zombie tremendamente hipster ma sbagliavo e After Midnight, mi ha fatto capire perché.
Ma andiamo con ordine.

After Midnight non ha una successione lineare, è una specie di puzzle temporale, mossa azzeccata che a mio avviso potenzia una trama a dir poco esile: andrebbe scritta grande per coprire la lunghezza di un tovagliolino da bar.

Sentite qui. Hank e Abby si amano. Lui la porta nella vecchia casa di famiglia e le organizza una serata speciale come regalo di compleanno. Sembrano una gran bella coppia. Hank non è un bel vedere ma abbastanza interessante, lei è carina per gli standard di lui ma è piuttosto minuta. Sembra trovarlo così eccitante e divertente che non stiamo certo qui a sentenziare chi sia felice e chi sia solo disperato. Sono felici e dopo un po’ di battute e di pomiciamenti, si apprestano a darci dentro sul serio. Hank pensa a una cosa tipica dei maschi beta, leccarle la fica. La camera stringe sul visetto da scoiattolino triste di Abby, che è sempre meno triste, il collo le si gonfia e da dentro sgorga un urlo orgasmico e bam, stacco.

Hank ha un fucile e cerca di sparare da dietro la porta d’ingresso della stessa casa dove poco fa l’atmosfera era molto più rilassata e ludica. C’è una specie di belva furiosa là fuori e Abby non si sa dove sia. Dal ruggito potrebbe essere un orso cocainomane o una pantera mannara. Lo spettatore horror che si crede smaliziato, non mette in dubbio che dall’orgasmo al ruggito siano passati pochi secondi e pensa subito: è Il bacio della pantera nell’accezione di Paul Schrader, lei ha goduto e si è trasformata in un mostro incontrollabile. Lui l’ama e dovrà scegliere se abbatterla o sacrificarsi alla fame di lei. Già visto, meglio passare ad altro.

Sbagliato tutto. Ma non vi siete accorti che dal cunnilingus al colpo di fucile a lui è cresciuta la barba? Tadan! Basterebbe già questo per far capire che After Midnight non è semplicemente un piccolo horror con le toppe al culo ma un gran film, dove la coppia Gardner e Stella, aiutati da un produttore d’eccezione: Justin Benson, (nome che se non vi dice niente, vi ordino di andare subito a recuperarvi The Endless e The Resolution, ora!)

Hank è fuori di sé ma dopo aver fatto un buco nella porta, la belva sembra essersene andata. Resta da capire dove sia Abby. Lui però non ha tutta ‘sta fretta di chiamarla e scoprirlo. Si addormenta sul divano messo davanti alla porta. Il giorno dopo si sveglia e si trascina fino alla cucina. Si fa un caffè e telefona. La voce di Abby risponde, ma è la sua segreteria. Le lascia un messaggio in cui comunica alla ragazza che non può semplicemente sparire così e poi aggiunge che il suo gatto probabilmente è stato divorato dalla belva che gira intorno a casa.

Qualcosa non torna. Ma non per lui. C’è un biglietto sul frigo, è di lei. Dice: ho bisogno di andarmene via per un po’, baci e ti amo. Lui si spinge fino alla cassetta delle lettere poco oltre l’ingresso di casa. Passa una macchina che strombazza e ci spara contro urlando fuck you.

Sta messo male, Hank?

Lui è un cacciatore, conosce bene i boschi intorno alla casa e accetta la sfida di catturare l’animale. Ma di che preda si tratterà? Non è un orso perché il cibo del gatto è lì intatto e si sa, gli orsi mangiano tutto ciò che trovano, frugano nell’immondizia e invece i bidoni sono intonsi. Non è un orso. Una pantera? Non si sa bene, ma no, niente pantera. Un essere giunto dallo spazio? Shane (interpretato dallo stesso Benson), sceriffo del paese e amico di Hank, passato a trovarlo dopo che un tipo ha denunciato un pazzo a bordo strada che spara alle auto di passaggio nei pressi della casa di Hank, Shane insomma dice no, non sono gli UFO. Bisogna escludere le ipotesi fantasiose, sempre.

Ma Hank sa che il mostro è vero e lo attende. E attende anche Abby, che più passa il tempo e più manda avanti la segreteria telefonica. Lui smette presto di lasciare messaggi. Se rimani da solo dopo che la tua ragazza se ne è andata senza motivo, inizi a pensare e lo trovi da solo, il motivo. Se ne è andata perché quel giorno lui aveva scherzato di non voler figli? L’aveva mollato per correre dietro al suo ex? L’aveva mollato perché lei è il mostro nei boschi, trasformatasi irreversibilmente in quell’essere che ogni sera è mosso dall’abitudine e cerca di tornare nella casa di Hank? Delle tre ipotesi lui pensa seriamente che in fondo possa trattarsi della terza. Sempre meglio una ragazza mannara che ami alla follia, di una ragazza che ami e ti ha mollato lasciandoti solo con un orso mannaro che assalta casa tua ogni sera.

Poi però, dopo giorni di silenzi e notti di attesa, dischi che cantano vecchie canzoni e riversano vecchi ricordi nelle stanze di una casa troppo grande e triste per starci da solo, ecco che lei torna. Non dice granché, non domanda scusa. Vuole solo sapere chi ha distrutto la porta. Per lei non è stato un mostro ma Hank. È tipico di lui un comportamento simile. Lei se ne va e lui crea un mito contro cui battersi, gran cacciatore, eterno bambinone.

Tra i due inizia il confronto sodo, durissimo e ci accorgiamo di quanto tempo sia passato tra l’orgasmo di inizio film e il mostro alla porta di casa, quanto siano lontani i giorni dell’amore e della speranza. Resta l’amore, certo, ma non c’è quasi più speranza. Capite? Dall’orgasmo di lei al ruggito della belva fuori sono passati anni. Anni, altro che Bacio della pantera. E dopo anni di nulla, lei vuole figli, sposarsi, una casa in città, cultura e vita sociale stimolanti. Hank si è fatto crescere la barba e beve troppo, farebbe figli solo se ne uscissero dalla pancia direttamente di otto anni e non vuole proprio saperne di schiodare da quella grande casa di famiglia, da tutto quel gotico rurale fatto di birra, barbe e cacciarelle all’orsetto lavatore con una boccia di Wild Turkey nella mano sinistra. Tutto quello che riesce a fare usando la propria creatività è inventarsi una sorta di bigfoot incazzato come esattore fiscale.

Ma quando lo spettatore si è rassegnato a vedere una commedia romantica con risvolti taglienti, con il costume da licantropo, ecco che…
Dai, non vi dico altro.

Ma nei film davvero di sostanza i twist e l’intreccio hanno un’importanza limitrofa. Peccato che la maggioranza del pubblico basi solo su quelli ogni pretesa e aspettativa. After Midnight ha i suoi colpi di scena e potrebbe anche sbattere in faccia al pubblico secchi di sangue, ma non gliene frega niente di farlo. Fa molta più paura la tua donna che ti lascia e torna per farti un discorso sul perché probabilmente sta per andarsene ancora e in via definitiva o un licantropo che ti vuole morto? Bella gara, eh? Gardner e Stella pensano bene di servirceli entrambi e cosi ci lasciano soli, col cuore spezzato, in una grande casa gotica circondata dal bosco di Non aprite quella porta UNO.

Questo film si regge davvero sul nulla, su una trama che è un filo sottilissimo ma abbastanza resistente da sostenere il corpulento Hank, perso col fucile nei suoi deliranti stratagemmi venatori o nei dialoghi con il suo amico di battuta Wade (Henry Zebrowski) ossessionato dai gatti selvaggi e gli yeti e la paranoica programmazione satellitare. E sulla piccola trapezista Abby (Brea Grant), capace nella seconda parte di prendere il pancione di Hank e suonarlo a tamburo fino a risvegliarci ataviche fobie di abbandono.

Più sopra ho detto di aver capito quanto sia stato ingiusto nei confronti di The Battery proprio guardando e amando After Midnight. In entrambi c’è la visione di Gardner, che li ha scritti, diretti e interpretati. In entrambi l’orrore non uccide la frivolezza umana. Ed è quella frivolezza, il feticismo per le piccole cose, l’infantilismo forsennato, a convivere con l’orrore e il lato oscuro.

Se degli zombi ti inseguono e il mondo sta finendo, credi che troverai finalmente dei modi nobili e costruttivi di passare il tempo che ti resta? No, canterai le canzoni che ami in faccia al diavolo, farai lo scemo con il tuo migliore amico, rivangando i vecchi tempi, sempre che tu abbia ancora la fortuna di averlo al fianco, un amico. Berrai birra e fumerai. Ascolterai musica in cuffia e ti masturberai davanti a una zombie prosperosa che ti sbatte il suo seno suppurante davanti al finestrino della macchina in cui sei rimasto chiuso dentro.

E se gli zombi te lo permetteranno ti prenderai il sole e cercherai di non uscire di testa concentrandoti come sempre solo sulle piccole cose. L’irruzione del soprannaturale nel mondo “normale” è la materializzazione di una follia che già prima respirava e mordeva dentro di te. Il metodo per sopravvivere è sempre lo stesso: prima le cazzate.

Francesco Ceccamea

After Midnight

Anno: 2019

Regia: Jeremy Gardner, Christian Stella

Interpreti: Jeremy Gardner, Brea Grant, Justin Benson, Ashley Song, Nicola Masciotra, Keith Arbuthnot, Henry Zebrowski

Durata: 83 min.