Confessioni intime di Nyna Ferragni ovvero come una diva di Pornhub si sedette sul divano di Malastrana vhs a San Valentino

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Questo mese Malastrana ha pensato di occuparsi soprattutto di cinema spagnolo, meglio nella sua dimensione anni 70, ma, si sa, a noi piacciono sia le sorprese che i cambi repentini di umore, gli stessi che hanno mosso secoli fa le fantasie di amanti ripresi nel sacro Kamasutra. Perciò quale giorno migliore per parlare dell’erotismo, del sesso più sfrenato, se non San Valentino? Sia chiaro, a noi di Malastrana, i cuori, i cioccolatini, le promesse di amore eterno ci fanno salire il diabete e da lì il passo per le coronarie ostruite, la grande mietitrice, Non seguire la luce, Papà!!!!, e pianti, è breve. Noi siamo più tipi da tette, ci emozioniamo davanti ad un bel culo e lì possiamo esprimere al meglio il nostro gaudio, senza poemi alla Petrarca, in quel magnifico schizzo di passione che simula l’estro di un pittore andaluso.

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Pittori andalusi

Perciò per meglio festeggiare San Valentino abbiamo pensato di sentire una giovane promessa del porno nella dimensione casalinga di Pornhub, uno dei siti più famosi per gli smanettoni romantici dell’amore solitario.

Sia chiaro il porno come lo conoscevamo anni fa non esiste più, le Jenna Jameson protagoniste di kolossal miliardari sui pirati hanno lasciato il posto a filmati di poche decine di minuti, a volte con una trama, a volte no, di sicuro più genuini ma anche più diretti all’uso e consumo del pubblico in frenesia di orgasmo a qualsiasi ora, senza passare per il videonoleggio.

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Un classico del cinema

Inutile rimpiangere i bei tempi, fatti di vhs e Joe D’Amato, che, come dice Battiato, non ritorneranno più: le cose si evolvono e, se non le capiamo, il problema è solo nostro. Lo stesso discorso d’altronde si potrebbe fare con Netflix: esiste un modo pieno di possibilità ad un click. Un tempo le scelte non c’erano, ora, che invece esistono, nulla ci impedisce di scaricare un Selen regina degli elefanti, ma anche di evolverci senza sembrare vecchi brontoloni che aspettano il treno in orario del Duce.

Per questo abbiamo incontrato Nyna Ferragni, misteriosa attrice di Pornhub, che conta quasi 91 milioni di visualizzazioni nei suoi video, che ha creato a suo modo un genere all’interno della piattaforma, un evoluzione del porno casalingo con le mascherine senza però le mascherine.

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Così Nyna Ferragni, viso che si intuisce da ragazza della porta accanto, corpo scultoreo, diventa la protagonista di filmati che la vedono alle prese con situazioni da hardcore anni 80, un pagamento in natura ad un operaio, da commediola anni 70, una studentessa con una storta sedotta da un massaggiatore, ma anche solo situazioni piccanti, il tabù dell’incesto, l’amplesso mostrato nella sua variante animale senza sconti alla trama. In tutti lei appare ma non appare, la telecamera non la inquadra mai completamente in viso, così l’eccitazione si tramuta in sudicio pudore, i dettagli te lo fanno letteralmente diventare duro, senza accorgertene sei dentro la Suzanne di Cohen/De Andrè mentre “lei regge lo specchio” ovvero il gioco, qualunque forma esso abbia.

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Nyna ha risposto alle nostre domande, ha parlato di sé, dei suoi esordi, del suo futuro, del rapporto sentimentale che la lega al compagno di giochi/vita, è apparsa come una ragazza semplice, diretta, come quell’amica che vorresti farti ma non hai il coraggio perché troppo pura, troppo bella, troppo di troppo, mentre ignori che sotto l’anima c’è della carne tremula, se solo fossi coraggioso come le tue fantasie. Di lei sentiremo parlare ancora, ne siamo certi, ma per ora possiamo crogiolarci nell’idea che a parlare della divina Nyna siamo stati i primi.

Malastrana: Immagino che Nyna Ferragni che non sia il tuo vero nome. Come hai scelto questo pseudonimo e perché? Nasce dall’incontro con la persona che fa i video con te? Immagino sia il tuo uomo.

Nyna: Il nome è una delle poche cose che non ho scelto insieme al mio compagno. Ho preso in prestito il nome “Nyna” da una delle mie attrici preferite, mentre il cognome “Ferragni” è stato un suggerimento da parte di una nostra grande amica.

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Malastrana: Chi sei nella vita di tutti i giorni tolta la maschera da Nyna Ferragni? Non intendo ovviamente il tuo vero nome ma il tuo essere agli occhi del mondo. Sei una ragazza timida che ha bisogno della telecamera per essere se stessa?

Nyna: Diciamo che, senza maschera, sono una ragazza che è cambiata tanto proprio grazie a Nyna e a tutto il mondo che questo personaggio porta con se. Ero molto timida ma grazie al porno sono riuscita a togliermi molte inibizioni, ho lasciato cadere una corazza e ho subito una sorta di trasformazione, primariamente per quanto riguarda la sfera sessuale e intima ma piano piano si è riversato su tutti gli aspetti della mia vita.

Malastrana: Luke Ford nel saggio “Storia di XXX: 100 anni di sesso nei film” scriveva “Per quale ragione ho scritto questo libro? Per affrontare i miei due più grandi interessi – me stesso e il mondo. Esplorando il porno esploro me stesso. Esploro fantasie che raramente esprimo. E comprendendo tali fantasie mi sento più in pace e capisco meglio l’umanità”. Sei d’accordo con questa affermazione?

Nyna: Io non solo esploro me stessa attraverso il porno, ma è un modo per mettermi in gioco ogni giorno, un mezzo per riuscire a comprendermi e comprendere ancora meglio la persona (il mio compagno) che ho accanto e che mi accompagna da 6 anni nella vita privata e in questo mondo.

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Malastrana: Trovo interessante il tuo escamotage di apparire in video con il volto non celato da una maschera ma nascosto da arzigogoli strani e geniali, il cappello, i capelli, il braccio sul viso, una variante meno squallida delle mascherine usate nei porno anni 80. Credo che questo nasca soprattutto dal desiderio di preservare la tua privacy, ma come farai se la tua carriera avrà un picco e diventerai famosa oltre pornhub. Ci hai mai pensato?

Nyna: Abbiamo dovuto girare intorno al fatto di non mostrare il volto cercando però di non eliminare completamente il viso come fanno altre coppie sul sito in quanto riteniamo che non sia molto artistico. Trovando queste soluzioni alternative riteniamo che i video preservino un po’ di personalità e passione. La scelta di mantenere la privacy nasce dal fatto che abbiamo altri progetti a cui stiamo lavorando e non abbiamo ancora ben chiaro come evolveranno. Lo scoprirete solo continuando a seguirci 😊

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Malastrana: Girerai video al di fuori della tua vita sentimentale con altri partner o con situazioni diversificate tipo il lesbo, gang bang o triangoli?

Nyna: Tra i vari progetti futuri, abbiamo intenzione di aggiungere un’altra persona nelle nostre scene, anche se la gelosia reciproca ce lo impedisce momentaneamente 😛

Malastrana: Il termine pornografia viene dal latino, porne, prostituta, grapheim, scrivere, e significa letteralmente “scrivere delle puttane”. Tu nel fare i tuoi video ti senti una puttana? Puttana nel senso di mercenaria ovvero qualcuno che vende il suo corpo, o la visione del suo corpo, in cambio di denaro o hai una visione più artistica del tuo lavoro?

Nyna: Non mi piace pensarmi come una puttana nel senso dispregiativo del termine. Non vendo il mio corpo, mi piace pensare invece che vendo attimi di felicità e fantasie alle persone che mi guardano. Momenti di evasione dai problemi e dalla noia che ci sono nella vita reale. Mi piace essere vista come donna o ragazza ideale ed essere d’ispirazione per le coppie che mi seguono.

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Malastrana: Come nascono i tuoi video? Come sono pensati? Trovo davvero diversi i tuoi lavori rispetto ad altre modelle hard su pornhub perchè esiste un tentativo di trama, pur se blando, in un contesto pornografico. Joe D’Amato diceva che “l’eccitazione viene creata dalla situazione” e nei tuoi video c’è una varietà interessante, dalla studentessa con un infortunio alla gamba, alla ragazza che ripaga il lavavetri con il suo culo, ad accenni di incesto simulato tra madre e figlio. Esiste quindi una fase di scrittura prima di girare tra te e il tuo uomo?

Nyna: Per quanto riguarda alcuni video, volendo differenziare i nostri contenuti, prima di passare all’azione c’è la preparazione della sceneggiatura che comprende la scelta dell’outfit, delle riprese, della trama necessari per la realizzazione del video vero e proprio. Altri dei nostri video invece, ritraggono la nostra intimità più spontanea quindi ci basta accendere la videocamera ed essere noi stessi.

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Malastrana: Com’è il tuo rapporto con i fan? Cosa ti chiedono? Quante persone seguono adesso Nyna Ferragni e com’è cresciuta la tua fama dal tuo primo video? Ho visto oltretutto che c’è una parte nella tua pagina di pornhub con un fan club e dei video a pagamento. In cosa cambiano da quelli gratuiti pur essendo gli stessi?

Nyna: I fan sono molto importanti in quanto, dai loro suggerimenti, nascono nuove idee per i nostri video e miglioramenti dati dalle critiche costruttive. Essendo seguita da oltre 120k subscribers non riesco a rispondere sempre a tutti i messaggi che mi arrivano e lì nasce il fan club, dove, in cambio di una piccola quota mensile, si avrà la priorità sui messaggi e, inoltre, si ha accesso a video e foto eslusivi. La maggior parte dei fan mi scrive per complimentarsi oppure per chiedere consigli sulla vita sessuale. I video a pagamento (quindi solo per gli utenti Premium di PornHub) possono essere esclusivi oppure possono essere delle versioni più lunghe (quindi con contenuti inediti) rispetto a quelli gratuiti.

Malastrana: Hai qualche fantasia che non sei mai riuscita a rendere vera?

Nyna: Tante fantasie ma, quella più grande, comune forse a tantissime donne, è quella di avere un’esperienza con una persona del mio stesso sesso. Aspetto ancora la ragazza giusta per me 😛

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Nyna ci saluta! “Ciao Malastrani!”

Nyna Ferragni e i suoi video li potete trovare a questo indirizzo: https://it.pornhub.com/model/nyna-ferragni

poi fateci sapere come vi è sembrata questa ragazza. Sempre ovviamente che non siate impegnati a lustrare la vostra balaustra in ricordo degli anni passati di naja o sfiorarvi l’America, come diceva la Nannini. D’altronde davanti ad una bella donna la fantasia si accende e si diventa pirati e marinai in quell’oceano senza fine, inesplorabile e senza freni che ci fa dimenticare per un istante tutto, anche l’ultimo orizzonte che il guardo esclude.

Vai Lucio con la sigla!

Quando Marta urlò dalla tomba

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Quando Marta urlò dalla tomba era passato un anno da quella notte del 1971 che vide Evelyn uscire, anche lei, dal regno dei morti, senza gridi o gemiti però. Il titolo italiano sicuramente voleva riallacciarsi al fortunato thriller quasi soprannaturale di Emilio P. Miraglia e, come quello, metteva in scena una storia dalla forte dimensione horror per buttarsi, gli ultimi minuti, in una cornice da giallo realista. La mansión de la niebla, il titolo originale, invece, pur se non così d’impatto, risultava più attinente ad una vicenda che non vedeva mai per assurdo la Marta del titolo urlare dal suo sepolcro. Certo ci sono ben due zombi, una dama in nero e un autista, vittima, si vocifera, di vampirismo, ma, come detto, la nostra Marta non fa parte (forse) del regno dei morti, anzi si è barricata in casa, come vedremo nella vicenda, per sfuggire a questi mostri assassini e spietati.

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A girare questa interessante thriller del terrore è Francisco Lara Polop, il produttore di due cult iberici, I diabolici amori di Nosferatu e Il mostro dell’obitorio, entrambi con la star Paul Naschy. La sua carriera registica fortunatamente non si fermò con quest’opera prima, ma continuò fino al 1990, con ben 24 pellicole, tutte confezionate con un interessante estro visivo.

Non fa difetto questo Quando Marta urlò dalla tomba con una location inquietante, fuori dal tempo e lo spazio, una villa gotica sulla strada per Milano (ma il film fu girato a Madrid), coperta da una coltre di nebbia impenetrabile ben prima della mania dei fog degli anni 80. Qui una serie di personaggi con i peccati più disparati si trova a dover passare la notte e ad affrontare i due spettri che infestano la zona. Si muore in Quando Marta urlò dalla tomba soprattutto per spavento, un infarto che colpisce gli sventurati a faccia a faccia con la morte.

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Ottimo il trucco dei due fantasmi/zombi/vampiri (o qualunque cosa siano): viso cadaverico sulla scia de I Tre volti della paura, episodio La goccia d’acqua, mentre si avvicinano lentamente verso la prossima vittima. Inquietudine ampliata anche grazie al tenebroso score di Marcello Giombini, uno dei più terrorizzanti partoriti negli anni 70. In più il loro essere onnipresenti, quasi capaci di materializzarsi in ogni luogo per saltarti alle spalle, anticipa di un decennio i morti viventi di Paura di Lucio Fulci.

Il cast è formato da facce più o meno note, capitanate dalla nostra Ida Galli con il solito pseudonimo di Evelyn Stewart, presenza d’incredibile bellezza dei nostri più celebri horror e thriller settantini da La coda dello scorpione di Sergio Martino passando per Il coltello di ghiaccio di Umberto Lenzi fino al capolavoro fulciano Sette note in nero.

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Quando Marta urlò dalla tomba non abbonda di sesso e sangue, ma su internet un utente di imdb parla di una versione, uscita in vhs per la Something Weird Video, di quasi 86 minuti contro gli 83 vulgati, presa da 35 mm, che contiene scene più calcate sul versante lesbo (forse la sequenza tra Evelyn Stewart e Analía Gadé in camera da letto). Ho cercato dappertutto questa videocassetta, inutilmente.

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Quando Marta urlò dalla tomba purtroppo non si può dire completamente riuscito a causa di  un epilogo che manda a quel paese tutto quello che di buono c’era prima, una sciocchezza narrativa che ricorda i peggiori episodi di Scooby Doo. Anche in quei momenti però di sconforto totale dove ti aspetti l’arrivo della polizia, pronta a portare via il guascone truffatore mentre, vestito da Conte Dracula, declama “Se non ci foste stati voi impiccioni ce l’avrei fatta”, il film ha comunque quei guizzi da opera bellissima e imperfetta. Saranno gli scantinati invasi dai ratti, il manichino che non sai perché un secondo prima tutti hanno confuso per un cadavere o la cattiva che muore male cadendo con la testa sul fuoco acceso, una fine terribile ma concettualmente stupenda.

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Ecco che allora a Quando Marta urlò dalla tomba non puoi voler male e ti dispiace solo che la traccia in italiano sembra sia scomparsa per sempre ma anche il capire non capire la trama fa parte del suo carisma da opera maledetta e perduta.

Andrea Lanza

Quando Marta urlò dalla tomba

Titolo originale: La Mansion De La Niebla

Anno: 1972

Regia: Francisco Lara Polop

Interpreti: Ida Galli, Analia Gadè, Lisa Leonardi, Alberto Dalbes, Eduardo Fajardo, Yelena Samarina, Franco Fantasia, George Rigaud, Andres Resino, Ingrid Garbo

Durata: 83 min. 

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…dopo di che, uccide il maschio e lo divora

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Un ricco proprietario terriero, perseguitato dallo spettro della madre morta, ha una relazione con una bellissima fuggitiva che assomiglia in modo sorprendente alla moglie scomparsa e, forse, assassinata.

Nel 1971 il giallo all’italiana, sulla scia del successo argentiano de L’uccello dalle piume di cristallo, era al suo massimo fulgore con i  cinema invasi da titoli zoofili, La coda dello scorpione, Una farfalla con le ali insanguinate, Giornata nera per l’ariete, L’iguana dalla lingua di fuoco, L’uomo più velenoso del cobra, Una lucertola con la pelle di donna e così via. La Spagna rispose, come già era accaduto per il western, con alcuni titoli che si infilavano in questo filone tutto italiano, non rinunciando però ad una certa originalità.

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...dopo di che, uccide il maschio e lo divora, titolo bellissimo e fuorviante, era uno di questi, uno dei più interessanti e, per assurdo, lontano mille miglia dal modello Dario Argento a base di delitti cruenti all’arma bianca e killer nero vestiti. In Marta, il titolo originale, incredibilmente non muore (quasi) nessuno, il regista José Antonio Nieves Conde sembra d’altronde più interessato al morboso e turbolento rapporto d’amore dei suoi due protagonisti.

Tutto sembra passare in secondo piano davanti alla chiara alchimia sessuale tra Stephen Boyd e la bellissima Marisa Mell, amanti anche nella vita, al loro secondo film insieme dopo l’interessante Nel buio del terrore (Diabolicamente sole con il delitto) dello stesso anno, lesbo thriller sempre di Conde.

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Il modello non è, come detto, il cinema argentiano, ma Alfred Hitchcock, soprattutto il suo Psycho, con un probabile psicopatico legato alla madre morta da un rapporto morboso, con l’hobby degli insetti al posto della tassidermia e, soprattutto, il vizietto di spiare le belle donne da buchi nascosti nelle pareti. A questo aggiungiamo un plot che a volte sembra guardare anche a La donna che visse due volte (Vertigo), un cinema quindi più di suspense che di omicidi coreografati come balletti di morte.

…dopo di che, uccide il maschio e lo divora però non annoia, ha una bella atmosfera gotica sempre ad un passo dall’horror, due personaggi interessanti da pièce teatrale, e persino un bel colpo di scena nel finale.

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Stephen Boyd era un attore che, le vie avverse del destino, avevano portato da una una nomination all’Oscar, come miglior attore non protagonista per Ben Hur, alla caliente Spagna in produzioni meno gettonate, un po’ come succedeva spesso nel cinema italiano attraversato di attori americani in declino, i vari Buster Keaton che si lasciavano sfiorire in commedie con Franco e Ciccio, nel peggiore dei casi, o gli Orson Welles in western rivoluzionari, nei migliori. Boyd però non risultava mai svogliato, forse aveva una faccia un po’ anonima che comunque non l’avrebbe portato mai nell’Olimpo delle star, ma da caratterista funzionava alla grande, anche quando, come in questo Marta, interpretava uno psicopatico fragile e manesco.

Sarebbe morto sei anni dopo, nel 1977, stroncato da un infarto, su un campo da golf, all’età di 45 anni. Era ad un passo dall’interpretare il sergente maggiore Sandy Young ne I 4 dell’oca selvaggia, ruolo andato poi a Jack Watson. Il destino, si sa, a volte è una puttana e la sua ultima interpretazione sarebbe stata invece nell’inverecondo Lady Dracula di Franz Josef Gottlieb, uscito postumo nel 1978.

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Marisa Mell, nome d’arte di Marlies Moitz, austriaca che divenne, soprattutto grazie al ruolo di Eva Kant in Diabolik di Mario Bava, una delle nostre attrici più amate. Anche la sua fu una vita breve, di amori famosi, William Berger e Alain Delon i più celebri, di eccessi a base di alcol e droga che la penalizzarono nel baratro di produzioni sempre più miserabili, portandola anche, nuda ma non in azione scopereccia, sulle pagine de Le ore. Morì nel 1992 per un tumore alla gola a 55 anni. La ritroviamo, per l’ultima volta, spaurita, nella commedia austriaca I Love Vienna del 1991 in un ruolo minore, lei che incendiava gli schermi con uno sguardo.

L’occhieggio a Dario Argento, nella versione italiana, viene dato soprattutto dalla locandina che tramuta la Mell in una mantide religiosa così da riagganciarsi alla tipica zoologia dei thriller italici post L’uccello dalle piume di cristallo. Solo che se, come già detto, anche se il titolo …dopo di che, uccide il maschio e lo divora è bellissimo, non c’entra molto con una vicenda che ha più attinenza con quello internazionale, Marta appunto, dal chiaro sapore hitchcockiano.

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Rispetto ad altre produzioni iberiche dell’epoca i nudi sono inesistenti e ci si limita a riprendere la bella Marisa Mell in biancheria intima, una visione comunque non disprezzabile.

C’è da dire che, malgrado alcuni personaggi sciatti e non approfonditi, come i due inservienti del protagonista, la storia è ben scritta e anche recitata ottimamente. In Italia si cambia il nome Pilar in Veronica, ma non inficia ovviamente la vicenda.

Sembra che la versione spagnola, più morigerata, contemplasse un prologo differente  e un finale più negativo, con persino l’uccisione del protagonista da parte della polizia. Ne posso solo parlare senza mai averlo visto però, in quanto sono riuscito a trovare e visionare il film soltanto in italiano.

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…dopo di che, uccide il maschio e lo divora è una pellicola interessante che andrebbe la pena di essere riscoperta e che a tutt’oggi non ha purtroppo una visibilità in dvd o blu ray, dimenticato anche dalle solite case di archeologia cinematografica come la Sinister. Un peccato considerando anche le bellissime musiche di Piero Piccioni.

Andrea Lanza

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Titolo originale: Marta

Anno: 1971

Regia: José Antonio Nieves Conde

Interpreti: Marisa Mell, Stephen Boyd, Jesús Puente, George Rigaud, Howard Ross, Isa Miranda, Nélida Quiroga

Durata: 96 min.

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[Rec]³ – La genesi

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Si celebra il matrimonio di Koldo e Clara, due ragazzi innamoratississimi. Dopo il matrimonio, alla festa, qualcosa infetta i festeggiati trasformati in una sorta di demoni sanguinari. Gli sposi, separati, dovranno cercare di sopravvivere. E’ l’inizio dell’inferno.

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Ah l’amore! Il cuore che batte veloce e ti perdi dietro sogni che non pensavi di avere. I per sempre, i mai che si riempiono di vezzeggiativi e nomignoli, amoruccio, cucciolotto, tatina, pasticcino. L’amore che si consolida nel fidanzamento e quindi nel più puro degli atti di Dio: il matrimonio. Essere non più una sola unità ma due in una, un po’ come Aiazzone, ma con il gravare del mutuo in banca, dei conti che non tornano, dei bambini che non ti fanno dormire la notte. Ma che importa, tanto c’è l’amore.

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E [REC]³ Génesis lo recita film dai primi secondi: quello che stiamo per vedere è una “meravigliosa storia d’amore”. I primi 15 minuti del film sono in linea coi due precedenti capitoli: riprese amatoriali e aria di improvvisazione che preannuncia lo sfociare della tragedia prevedibilmente in versione mockumentary. Ma è dal sedicesimo minuto che vengono cambiate le carte in tavola: la mdp cade e [REC]³ Génesis diventa un vero film con telecamere professionali e montaggio. Diavolo di Paco Plaza, orfano del socio Balaguero! Questo potrebbe pure essere un capitolo spurio, una sorta di Halloween 3 nella saga: pochi riferimenti alla storia principale (se non sublimali come uno specchio che mostra i demoni col design dell’indemoniata del primo film), un calcio alla confezione che svecchia, per assurdo, col tradizionale, la tecnica “giovane”, e tanto, tanto divertimento coatto da sala popolare di un tempo che non esiste più.

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[REC]³ Génesis è tutto e di più: grottesco un po’ alla Alex De La Inglesia senza scadere nel parodistico (cosa non facile quando metti in scena un comprimario vestito da SpongeBob apocrifo armato di fucile), violentissimo alla Sam Raimi con corpi dilaniati e fatti a pezzi da una motosega), pieno di momenti cool (il taglio del vestito e la giarrettiera mostrata) ed altri di delizioso patetismo. [REC]³ Génesis è un film in primis citazionista con questi colori caldissimi da horror anni 80, figlio sì di quel Demoni che il cinema dovrebbe ringraziare con un monumento, ma che riesce, grazie alla vivacità degli eventi, ad essere opera originale, mutaforma, eccitante quasi come la sua Leticia Dolero con l’abito da sposa imbrattato di sangue e il braccio amputato.

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Andrea Lanza

[Rec]³ – La genesi

Titolo originale: [REC]³ Génesis

Anno: 2012

Regia: Paco Plaza

Interpreti: Leticia Dolera, Àlex Monner, Diego Martín, Javier Botet, Ismael Martínez, Jose Mellinas, Carla Nieto, Mireia Ros, Ana Isabel Velásquez, Carmen Contreras

Durata: 80 min.

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Il giustiziere sfida la polizia

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Negli anni 70 in  Italia i generi più prolifici erano, senza molti dubbi, il thriller argentiano, il poliziesco alla Maurizio Merli e l’erotico perché si sa che il pelo non fa mai male alle visioni cinefile. Quindi non stupisca che nella vicina Spagna venissero prodotti dei film ad imitazione di quelli, la maggior parte coproduzioni col nostro Paese, con titoli però gagliardi come Quel ficcanaso dell’ispettore Lawrence (Los mil ojos del asesino) interpretato da Anthony Steffen, Le calde labbra del carnefice (La muerte llama a las 10) e La signora ha fatto il pieno (Es pecado… pero me gusta) con Carmen Villani e Carlo Giuffrè, tutti e tre tra l’altro diretti da Juan Bosch, uno tra i più prolifici imitatori della nostra gloriosa serie B, sia si trattasse di un western che di una sporcellata alla Sidney Rome.

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I più riusciti tra questi tarocchi però sono, a parer mio, i gialli: il mix sesso/morte d’altronde ben si adattava ai registi iberici che, da quel lontano 1968 con Le notti di Satana di Enrique L. Eguiluz, avevano spalancato i cancelli a vampire nude e licantropi porconi, non senza un certo clamore in tutto il mondo. D’altronde, come ho detto in altre recensioni, il cinema del terrore spagnolo era uno dei più inventivi e scatenati di sempre.

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Questo Il giustiziere sfida la polizia è girato da uno dei registi migliori in piazza, l’argentino León Klimovsky, talento visionario al servizio dei più disparati generi, capace di rendere oro anche i più miserabili film di guerra o i western più straccioni. Senza contare che il nostro aveva all’epoca di questa pellicola, il 1975, ben 64 anni, ma con la forza e la passione di un ragazzino tanto che, per prenderlo in giro, l’amico Jorge Luis Borges l’aveva ribattezzato “la corazzata Klimovsky“.

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Il titolo italiano, più da poliziesco alla Michael Winner, è meno incisivo di quello spagnolo, Una libélula para cada muerto, Una libellula per ogni morto, occhieggiante invece la trilogia zoofila argentiana fatta da uccelli dalle piume di cristallo, gatti a nove code e mosche di velluto grigio.

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Il film, ambientato in una Milano fotografata di sfuggita, consegna al pubblico uno spettacolo deliziosamente popolare fatto di morti crudeli e belle donne svestite. Se l’intreccio è farraginoso, ma è un difetto anche dei nostri originali gialli argentiani, Il giustiziere sfida la polizia si riscatta con un ritmo scatenato e con un body count di tutto rispetto, ben 9 omicidi.

Il divertimento per ragazzacci è servito grazie ad un assassino talmente slasher,  volto nascosto e ascia alla mano, che lo slasher neanche esisteva. Non male neanche Paul Naschy in formissima recitativa che carica il suo commissario violento di un furore recitativo inaspettato, un personaggio di chiaroscuri che commenta gli omicidi del killer quasi con ammirazione: “Alla fine ammazza puttane, pederasti, tossici, ci sta solo facendo un favore“. La sceneggiatura di Ricardo Muñoz Suay e dello stesso attore,  poi non è pedestre e regala al protagonista quei tic da grande film pulp, il sigaro in bocca perenne anche quando cucina o abbraccia la sua donna.

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Anche la coprotagonista femminile, una bellissima Erika Blanc, è stranamente ben caratterizzata: non una figura accessoria dell’eroe, ma un personaggio vivido e pensante, ironico e capace di risolvere il caso prima del suo stesso fidanzato. “Cos’è ti scoccia che una donna capisca chi è il killer prima di te?” urla a Naschy che la taccia di fantasie senza senso sull’identità dell’assassino, fantasticherie, sia ben inteso, che la porteranno faccia a faccia con la morte nel concitato finale.

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La libellula del titolo originale, lasciata vicino ad ogni cadavere, purtroppo non trova la sua ragione d’essere in una soluzione non molto ingegnosa, con un assassino un po’ incolore, dal movente labile. Peccato perché ad un certo punto salta fuori un libro “I delitti fra i caldei” e si racconta di come questa popolazione della Mesopotamia usasse uccidere i depravati con varie e fantasiose torture per poi appoggiare sul loro corpo, appunto, questo insetto alato. L’idea quindi di un nuovo L’etrusco colpisce ancora si fa spazio tra gli spettatori, ma l’idea viene presto abbandonata a favore di un killer che non disdegna un arredamento gotico stile La notte che Evelyne uscì dalla tomba.

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In qualsiasi caso Una libélula para cada muerto è un film molto divertente e da riscoprire, capace di filmare anche uno tra i più assurdi inseguimenti della storia del cinema: uno spacciatore per salvarsi dalla polizia decide di salire sulle montagne russe di un luna park, una cosa senza senso, una fuga presto terminata con Naschy che spegne la giostra.

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L’attore interpreterà altri due pseudo spaghetti thriller, il delizioso 7 cadaveri per Scotland Yard (Jack el destripador de Londres) di José Luis Madrid e il tetro Gli occhi azzurri della bambola rotta (Los ojos azules de la muneca rota) di Carlos Aured. Dei tre il mio preferito ovviamente è l’opera di Klimovsky.

Andrea Lanza

Il giustiziere sfida la polizia

Titolo originale: Una libélula para cada muerto

Anno: 1974

Regia: Leon Klimovsky

Interpreti: Paul Naschy, Erika Blanc, Maria Kosty, Ricardo Merino, Susana Mayo, Eduardo Calvo, Anne Marie, Maria Vidal

Durata: 85 min.

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Il mostro dell’obitorio

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Nel 1973 Jacinto Molina gira col nome d’arte di Paul Naschy ben 8 film, due con la regia di Javier Aguirre, I diabolici amori di Nosferatu (El gran amor del conde Drácula) e questo Il mostro dell’obitorio (El jorobado de la Morgue), esempi perfetti di un cinema spagnolo horror in piena esplosione creativa. Serie B sicuramente, ma allo stesso modo di una serie B che vantava nomi come Roger Corman, Mario Bava o Antonio Margheriti, così avanti nel tempo da essere marchiata come immondizia dai critici dell’epoca.

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Javier Aguirre non aveva lo stesso estro visivo di León Klimovsky, il poeta delle vampire nude in slow motion, ma possedeva un occhio unico per raccontare melodrammi camuffati da horror alla Hammer. Basti pensare al già citato I diabolici amori di Nosferatu, un film denso di suggestioni, di seni bagnati da sangue fresco, di una Spagna fotografata come fosse davvero la Transilvania, ma soprattutto, se memoria non mi inganna, il primo che porta sullo schermo un Dracula romantico e innamorato, prima di Coppola e un anno di anticipo su Il demone nero di Dan Curtis.

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Questo Il mostro dell’obitorio, scritto dallo stesso Molina con il regista e Alberto S. Insúa (che curerà soprattutto i dialoghi), racconta soprattutto l’amore impossibile tra un gobbo disprezzato da tutti e una ragazza appena morta, una storia atroce, miserabile e melodrammatica, un feuilleton ottocentesco shakerato però con la versione harcore degli omicidi dei ladri di tombe Burke & Hare. Così il gibboso Gotho, preso a sassate dai bambini, ultimo della scala sociale, si rivela come un Candido voltairiano, spinto all’omicidio non solo per una passione inesistente, ma soprattutto perché buggerato da uno spietato mad doctor. Infatti, ed è nei sottotesti che Il mostro dell’obitorio diventa una potente critica alla dittatura franchista, il gobbo diventa strumento del potere perché, parole del dottore plagiatore, ” anche la persona più miserabile può essere d’aiuto alla scienza e all’umanità, dev’essere solo guidata da un vero capo”. Per questo Gotho uccide spietatamente giovani donne: per l’illusione di una bugia, il poter resuscitare una ragazza che non l’ha mai contraccambiato, così come fanno i soldati pedina, spinti dagli ordini dei comandanti, a commettere i più nefasti crimini in nome di un bene fallace. La mai stata sua Elsa non tornerà mai dalla morte, anzi sarà prima divorata dai topi poi sciolta nell’acido, ma il gobbo non si fermerà in quel’idea romantica di amore che conduce alla fine, ripagato dal suo stesso mandante con una serie di colpi di pistola.

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Paul Naschy è qui forse nella sua interpretazione migliore, quella che non viene penalizzata, come per l’elegante conte Dracula, da una fisicità tozza da scaricatore di porto. Difficile non provare empatia per lui e le sue disgrazie soprattutto quando chiede all’unica donna che sta per concedersi a lui di “Non prenderlo in giro come tutti“. Se non fosse un horror splatter con mani di cadavere amputate e teste grondanti sangue ci sarebbe da commuoversi, ma è proprio questo strano pastiche di generi eterogenei, il romanticismo e la violenza grafica, a rendere unica la visione dell’opera.

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La parte horror è limitata soprattutto alla seconda metà quando, citando i Grandi Antichi e il Necronomicon, il film acquista la dimensione di un adattamento spurio di Lovecraft. Anche questa è la bellezza de Il mostro dell’obitorio, l’essere un’opera che muta e cresce al pari della sua creatura di carne sanguinante, chiusa in un vaso e lì lì per aumentare a dismisura finché, come urla lo scienziato, “Ci divorerà tutti!“.

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A differenza di tanti prodotti del terrore spagnolo dell’epoca i nudi in questo caso non sono moltissimi e sono concentrati soprattutto nell’amplesso tra Gotho e la bella Rosanna Yanni. Il dvd Sinister, da poco uscito, pur con la sua sfavillante qualità video che esalta la fotografia di Raúl Pérez Cubero, si presenta tagliato, con la scena citata presente negli extra, a differenza del precedente disco della Mosaico, brutto da vedere ma in versione integrale.

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Paul Naschy vinse per la sua interpretazione il premio Georges Méliès all’International Fantastic Film Festival di Parigi nel 1973 soprattutto grazie alla magnifica scena dove scaccia, dal cadavere della sua amata, un gruppo di ratti particolarmente feroci. Il nostro dichiarò dell’esperienza:

Abbiamo raccolto tutti questi topi delle fogne reali di Madrid perché ne avevamo bisogno di grandi, e sono stati tutti disinfettati e vaccinati con l’anti-rabbia. Poi i miei pantaloni sono stati strofinati con grasso unto e i roditori, che non erano stati nutriti per circa una settimana, mi sono saltati addosso, attaccandomi in modo davvero feroce e mordendomi dappertutto”.

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Di altro parere però era il regista Javier Aguirre, intervistato dal giornalista Diego Lopez per la rivista spagnola The cursed ship:

A Sitges, durante un’intervista fatta da alcuni olandesi, Paul mi ha detto: “Javier, non dire come sono andati i fatti, la cosa interessante è dargli un po ‘di drammaticità.” Mi dispiace di non poter assecondare Jacinto in questo, ma se me lo chiedi, dico la verità. I topi che lo hanno attaccato erano innocenti topi da laboratorio bianchi dipinti di grigio. Questa è la verità“.

Topi da laboratorio o no, anche se sembrano davvero ratti, molti di questi finirono realmente bruciati vivi durante la sequenza.

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Altro aneddoto interessante è l’uso di un vero cadavere nelle riprese. La storia viene sempre raccontata dallo stesso Naschy nella biografia Memorias de un hombre lobo del 1997:

Nell’obitorio in cui stavamo effettivamente girando c’era un cadavere che stava per essere sezionato, e il regista mi ha chiesto se fossi stato in grado di fargli un vero taglio sul collo. Ci ho pensato, ho preso un whisky, mi sono preparato e ho fatto quello che mi era stato chiesto. Niente di più o di meno di una ferita”.

Le uniche note di demerito di un’opera comunque notevole vanno soprattutto alla partitura non eccelsa di Carmelo A. Bernaola e al montaggio sbarazzino di Petra de Nieva. Efficaci invece, anche nella povertà del budget, sono gli effetti speciali di Miguel Sesé sia nel make up del gobbo che nella costruzione della creatura. Anche il cast, se si esclude un ottimo Naschy, è nella media discreta delle produzioni di serie B dell’epoca.

Il mostro dell’obitorio è un film che sul groppone ha quasi 50 anni ma che ci sentiamo di consigliare: moderno, avvincente e capace di sorprendere, la dimostrazione che il cinema spagnolo anni 70 era uno dei più belli del mondo.

Andrea Lanza

Il mostro dell’obitorio

Titolo originale: El jorobado de la morgue

Anno: 1973

Regia: Javier Aguirre

Interpreti: Paul Naschy, Rosanna Yanni, Víctor Alcázar, María Elena Arpón, Maria Perschy, Alberto Dalbés, Manuel de Blas, Antonio Pica, Joaquín Rodríguez ‘Kinito’, Adolfo Thous, Ángel Menéndez, Fernando Sotuela, Antonio Ramis, Alfonso de la Vega, Sofía Casares

Durata: 82 min.

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Dr. Jekyll y el hombre lobo

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Ah la Spagna! I loro film del terrore, soprattutto durante gli anni 70, avevano una marcia in più rispetto a qualsiasi altra produzione. Anche nel caso dello sgarruppato ma delizioso L’orgia notturna dei vampiri, capace di sublimare gli stessi ingredienti che per la Hammer, nello stesso periodo, erano invece segnali di decadenza: l’erotico gotico. Come un giornalaccio sadoporno, così i film spagnoli ci portavano in un universo attraversato da bellissime e nudissime donne, oggetto di desiderio di deformi creature. Era un cinema senza tempo, nel quale i mostri della Universal, privati del solito bianco e nero, vivevano passioni di sangue e libido, tutto così moderno anche nell’impostazione classica delle storie.

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Jacinto Molina era un regista, uno sceneggiatore e attore, noto col nom de plume di Paul Naschy. Nella sua carriera interpretò 119 film, ne scrisse 53 e ne diresse 23, ma la sua fama la si deve soprattutto dal personaggio di Waldemar Daninsky, nobile polacco oppresso dalla maledizione del lupo mannaro, ispirato al Lon Chaney Jr. del classico The Wolf Man, 1941, di George Waggner. Per il primo film della serie, La marca del Hombre Lobo (da noi Le notti di Satana), 1968, di Enrique L. Eguiluz, si pensò proprio a Lon Chaney Jr., ma, al rifiuto di questi, Molina/Naschy ricoprì il ruolo principale dando il via ad una vera saga, disomogenea e senza molti collegamenti, durata ben 13 pellicole, e conclusasi nel 2004 con l’abominevole Tomb of the Werewolf di Fred Olen Ray.

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Questo Dr. Jekyll y el hombre lobo è il sesto capitolo delle vicissitudini del povero Waldemar Daninsky, quasi sempre ucciso alla fine della pellicola precedente e resuscitato la volta dopo senza molte spiegazioni. Qui lo troviamo in mezzo ai Carpazi (in realtà la periferia di Madrid), temuto dagli abitanti del luogo, non solo in quanto licantropo ma anche perché amico di una vecchia strega dal nome altisonante di Uswika Bathory. Tutto procede per il verso giusto sennonché il cammino del lupo mannaro si incrocia con quello della bella e bionda Justine, assaltata da un gruppo di infoiatissimi briganti assassini. Tutta questa tranche copre la prima parte del film, il momento più classico dell’opera, e si conclude quando, decapitata Uswika Bathory, i paesani, armati come nel più classico cliché di torce e forconi, decideranno di assaltare il castello del licantropo. Solo che Waldemar Daninsky è su un aereo destinazione Londra con la bella Justine, innamorata pazza di lui pur avendo vissuto, giorni prima, l’omicidio brutale del marito. Le sorprese però non finiscono: ad aspettarli c’è qualcuno che può aiutare il nobile polacco a guarire dalla licantropia, il pronipote del Dr. Jekyll. Merda, aggiungo io.

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La seconda parte, quella londinese, è la più assurda ma anche la più scatenata e divertente. Chiunque sia dotato di un po’ di sale in zucca sa che non è saggio fidarsi del Dr. Jeckyll o di un suo parente, al pari del soggiornare nel lussuoso castello del Conte Dracula, perché, amico mio, è una legge incisa dai tempi della Bibbia e Mosè, anche il mostro più buono sotto sotto è malvagio, ma non poco eh, da risata con la testa rovesciata all’indietro, muahahahah, e allora sono, scusa il francesismo, cazzi tuoi.

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Il Dr. Jeckyll (interpretato dal franchiano Jack Taylor) però stavolta non è malvagio, è solo innamorato della bella Justine, non contraccambiato ovviamente, e, per amore, decide appunto di salvare il nuovo compagno di lei dalla licantropia. Come però? Beh la cosa non ha molto senso, ma possiamo riassumerla così: durante la luna piena, il siero del dottore trasformerà Waldemar Daninsky in Mr. Hyde (“Il male allo stato puro“), ma, essendo già un lupo mannaro, i due lati malvagi si annulleranno restituendo al mondo finalmente il nostro nobile polacco in forma umana. Facile eh? Quasi. Sfiga vuole che il Dr. Jeckyll si spipetti con le foto di Justine ignorando bellamente l’assistente Sandra che, innamorata a sua volta di lui, lo pugnalerà alle spalle liberando il perfido Hyde per far torturare la rivale in amore.

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Diciamo che Sandra non è proprio il più cesso sulla faccia della terra, anzi è interpretata dalla bellissima Mirta Miller, attrice che noi malastrani conosciamo almeno per altri due Paul Naschy movie, I diabolici amori di Nosferatu e La vendetta dei morti viventi, ma anche per un giallo lenziano spagnolo, Gatti rossi in un labirinto di vetro. Solo che, in Dr. Jekyll y el hombre lobo, la ragazza non trasuda molta intelligenza: pensa che, come un genio della lampada, il perfido Mr. Hyde le ubbidirà e invece, come ogni buon cattivo che si rispetti, la impalerà su degli spuntoni ridendo gaglioffo. Altra regola: non fidarsi mai dei mostri.

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Paul Naschy, in versione malvagio, sfoggia un look incredibile: bombetta in testa, cerone in faccia e una mantellina striminzito stile Conte Dracula, ma della misura di un bambino di 8 anni. In più la fisicità penalizzante dell’attore, tozza e sgraziata, non lo rendono mai affascinante come vorrebbe il copione ma ce lo fanno apparire tipo una versione horror di John Belushi o del suo molesto sosia John DiSanti. Una cosa che fa abbastanza ridere.

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La parte del leone però in Dr. Jekyll y el hombre lobo non la fa di certo la trama, ma le invenzioni visive di uno scatenato León Klimovsky, un regista capace di passare con prorompente efficacia da un genere all’altro, sia un western cazzutissimo come Su le mani, cadavere! Sei in arresto che un horror vampirico, altrettanto affascinante, come Le messe nere della contessa Dracula. Soprattutto, durante la seconda parte della pellicola, possiamo assistere a scene ottimamente girate, e già pronte per essere cult assolute, come una trasformazione in ascensore di Waldemar Daninsky in licantropo o l’omicidio di una prostituta, con la telecamera che osa inquadrature azzardate e anomale, da parte di un Mr. Hyde sbavante.

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C’è però un momento che Dr. Jekyll y el hombre lobo si frena e non riesce a regalare una sequenza che, sulla carta, è potentissima: l’arrivo improvviso del lupo mannaro in una discoteca, un momento che si prestava ad un’orgia di sangue e che invece ci mostra miseramente il mostro che ringhia da poser mentre la gente se la da’ a gambe. Zero morti. Che cazzo, Daninsky!

Per il resto la pellicola, anche con un finale assurdamente melò e tragico, è ottima e regala anche qualche risata, soprattutto davanti alle cattiverie gratuite di Mr. Hyde, il più delle volte semplici marachelle da bambino birbone. Basti assistere, non senza sgomento, al malvagio che spinge un ubriaco in un fiume e poi scappa ribaldo nella notte.

La versione spagnola con le attrici vestite è certamente meno divertente di quella internazionale: in quest’ultima il licantropo non morde solo il collo delle sue vittime ma prima le spoglia tutto libidinoso. In questa forma di horror scollacciato dove Hyde frusta Justine tutta nuda e poi la violenta, il film ha il suo perché da vero popcorn movie di mezzanotte, scorretto e adatto ai ragazzacci come noi.

A interpretare la bella coprotagonista è la svedese Shirley Corrigan, attrice tra Spagna e Italia in decameronici, thriller o bizzarri film di kung fu come la coproduzione con Hong Kong, San sha ben tan xiao fu xing ovvero Tre idioti maldestri incontrano Hsiao Fu-sheng, un delirio che unisce il rapimento di Paul Getty ai combattimenti di arti marziali. La carriera della giovane finì prima dell’inizio degli anni 80 quando un suo stalker la fece quasi morire in un incidente d’auto: da lì la decisione di ritirarsi dalle scene.

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Shirley Corrigan

Purtroppo da noi Dr. Jekyll y el hombre lobo è inedito e nessuno si è mai preso la briga, in Italia, di editare queste perle del passato. Ne risulta, per citare il grande Paulie, cognato di Rocky Balboa, che “La vita fa più schifo della merda” visto che in dvd possiamo trovare comodamente un Decoteau brutto come la fame a caso, ma non un Klimovsky d’annata, a parte quei due o tre titoli, stuprati comunque in orribili versioni italiane.

Andrea Lanza

Dr. Jekyll y el hombre lobo

Anno: 1972

Regia: Leon Klimovsky

Interpreti: Paul Naschy, Shirley Corrigan, Jack Taylor, Mirta Miller, Josè Marco, Luis Induni, Barta Barri, Elsa Zabala, Lucy Tiller, Marisol Del Gado, Maria Luisa Tovar

Durata: 96 min

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Aquarius Visionarius

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Michele Soavi è stato uno dei nostri ultimi, grandi registi nel panorama morente del cinema di genere non ancora diventato amatorialmente degenere. Certo parlarne al passato è cattiveria, ma, almeno per chi scrive, c’è un prima e dopo Soavi, nella filmografia del regista ma anche nel panorama cinematografico italiano, un muro di Berlino eretto con Dellamorte Dellamore che, a parte il crepuscolare Arrivederci amore ciao, ha visto nascere, da quel lontano 1994 di ritornanti e Sclavi, mostri imbelli e indolore sia nei deliri di una befana comica che in tanta tv popcorn, né meglio né peggio di una Piovra post Cattani.

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Alla luce però di questo Aquarius Visionarius viene voglia di rivederlo quel “dopo” tanto odiato e infamato, alla scoperta di una perla, l’occhio della madre, il montaggio analogico, la carrozzina, il lepre fulciano, che all’epoca dev’essere sfuggito in quella fase di acriticità ottusa che tutti nella vita hanno, dal critico allo spettatore.

Anche perché l’opera di Claudio Lattanzi è l’occasione per ripercorrere la carriera di un regista che è come il Robert Neville di Richard Matheson, un sopravvissuto in un mondo distrutto e irriconoscibile. Soavi di oggi non è lo stesso di Deliria del 1987, non è quello di Dellamorte Dellamore, non è quello che si faceva sparare a salve fino a sanguinare sui set dei postatomici di Aristide Massaccesi, ma un artista in continua evoluzione, capace di passare da un dramma fascio di Pansa, pace all’anima sua, ad una commedia con la Cortellesi. D’altronde Omnia mutantur, lo dicevano anche i romani, tutto cambia, ma non è così semplice in un cinema cannibale che vuole e resta immutato, sovrappopolato da maestri incapaci di rimettersi in gioco nella speranza che la minestra riscaldata sia buona comunque.

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Soavi invece, quando il cinema horror italico ha chiuso i battenti, quando l’ultima lampadina del cosmo di Margheriti è stata spostata, si è rimboccato le maniche e ha girato non un Deliria 2 con i mezzi dei pulciari, no lui ha girato altro, fallendo al botteghino magari, ma restando fedele all’unica linea che dovrebbero avere tutti i grandi artisti, creare e rinnovarsi. Così anche una miniserie come Uno bianca con Kim Rossi Stuart è puro Soavi senza che la tv lo possa danneggiare in quei movimenti di macchina che sono cinema malgrado la tv.

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Girare un documentario non dev’essere semplice anche perché il pericolo dello sbadiglio da extra di dvd è sempre dietro l’angolo, ma Aquarius Visionarius ha il ritmo concitato dei grandi film, ti bombarda di aneddoti sempre interessanti, è pura caffeina anche per chi non ha mai masticato il cinema di Soavi, una variante Michael Bay in un genere che di solito è amico del fast forward. Insieme al bellissimo e ovviamente diverso, Nessuno siamo perfetti di Giancarlo Soldi su Tiziano Sclavi, è uno dei migliori esponenti del genere, almeno tra gli ultimi visti, capace di non essere autoreferenziale, ma anzi di presentarci un Michele Soavi a tutto tondo, non solo una statua alla Rocky Balboa di successi, ma anche un percorso di scelte azzardate, sbagliate e fallimenti. Questo rende Aquarius Visionarius un’opera sincera che arriva veloce al cuore, quasi un ritrovarsi con un vecchio amico che ti racconta la sua vita dopo tanto tempo che non vi siete visti.

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A firmare questo prezioso documentario è Claudio Lattanzi, regista, sceneggiatore, aiuto regista che, come Soavi, ha vissuto sulla pelle tanto cinema del passato. Sale quindi la febbre per il suo imminente Everybloody’s End, thriller presentato a Sitges, ma anche una riscoperta della sua prima regia, Killing Birds, uno scatenato e sudicio horror disprezzato all’epoca dai più.

Andrea Lanza

 

Paganini Horror

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Luigi Cozzi è uno di quei registi che, nel parlato comune cinefilo, denigriamo sempre con neologismi come “cozzata” per indicare un brutto film, magari di fantascienza o horror. Che Cozzi, scrittore, archeologo e studioso del fantastico, abbia girato pellicole non memorabili è vero, ma è altrettanto vero che, come il diavolo nei dettagli, ogni sua opera, nel bene o male, è adorabile anche nella sciagura. Per spezzare una lancia in suo favore è innegabile che un film come Hercules, con il suo cast all italian star da Richard Donner dei poveri, era  (ed è) qualcosa di incredibilmente unico nel panorama italiano, pieno sì di un’ingorda sovrabbondanza di effetti alla Ray Harryhausen, a volte ottimi, molte volte no, ma anche forte di un’idea gagliarda: rileggere i miti greci come un’opera sci-fi. La sua (brutta) fama da regista “trash” la si deve però all’onesto Scontri stellari oltre la terza dimensione (Starcrash), rilettura, un po’ come farebbe un’Asylum non lobotomizzata, del classico Guerre stellari di George Lucas, con tutti i deliri del caso, un gruppo di interpreti già (s)cult a fine anni 70 (David Hassellhoff, Caroline Munro mezza nuda e Nadia Cassini regina delle Amazzoni), ma soprattutto l’invidiabile stoltezza di stare girando un capolavoro assoluto del cinema di fantascienza. Inutile dire che il film fu spernacchiato ovunque e con gli anni fu ribattezzato come Star Trash, giocando col titolo internazionale, o Cozzi Stellari, pur ritagliandosi una certa fama di culto tra i coprofili del cinema orfanello e sfortunato.

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Come però il regista arrivò a fine anni 80 a girare Paganini horror fu un’incredibile coincidenza di fattori astrali, gli stessi che muovono come pedine gli eroi di tante sue opere. In questo caso la causa scatenante fu il capriccioso divo Klaus Kinski in una parentesi a Venezia come un Nosferatu senza dentoni e con una zazzera da rockstar, ben diverso da quello interpretato per Herzog.

E’ innegabile che la carriera di Cozzi vada pari passo con quella dell’amico Dario Argento per il quale collaborò ai copioni di Quattro mosche di velluto grigio e Il gatto a nove code, fece da seconda unità per La sindrome di Stendhal e Due occhi diabolici, curò gli effetti ottici per Phenomena e girò una serie di prodotti in tv e al cinema che omaggiavano il maestro, primo il sottovalutato L’assassino è costretto ad uccidere ancora del 1975. Non stupisca quindi che Paganini horror sia influenzato, come sarà il successivo The back cat (De profundis), dagli horror argentiani, Suspiria in primis ma anche Inferno.

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Abbiamo parlato però di Klaus Kinski, una star internazionale con la fama di “testa di cazzo”, tanto poco interessato alla qualità dei copioni proposti quanto capriccioso e irascibile sui set. Di questo ne aveva parlato lungamente la rivista Nocturno nelle parole di Joe D’amato/Aristide Massaccesi che lo descrisse come “un marchettaro, (uno che) faceva tutto per soldi, andava dove meglio lo pagavano, però era un professionista eccezionale”.

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Quando arriva sul set di Nosferatu a Venezia, prodotto da Augusto Caminito, Kinski ha probabilmente in mente solo la sua regia, Paganini, tanto da fare vero terrorismo sul set rifiutandosi di indossare i canonici denti da vampiro e di rasarsi la testa come il suo personaggio, da Murnau ad Herzog, richiedeva. Il regista, Mario Caiano, stufo ed esasperato, se ne va (ma prima di lui avevano dato forfait Maurizio Lucidi e Pasquale Squitieri), la sceneggiatura non viene rispettata, il divo impone intere e deliranti sequenze di monologo su una barca, le attrici vengono molestate sessualmente dall’attore, insomma il caos più completo che fa naufragare il tutto, un pretestuoso seguito del cult del 1979 con  la bella Isabelle Adjani, in un pasticciaccio senza capo né coda, mortificato da un montaggio inverecondo frutto degli stravolgimenti di trama improvvisi. In mezzo a questa confusione chi termina l’opera è proprio Luigi Cozzi che, nel bene o nel male, salva un’opera accreditata nei credits è al solo produttore Caminito.

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Il passo successivo, come detto, per Kinski è Paganini, sulla carta un successo annunciato, con l’attore divenuto regista assoluto di un’opera grandiosa sulla scia dell’Amadeus di Milos Forman. L’unica cosa che purtroppo si ripete è invece lo stesso caos artistico del precedente Nosferatu a Venezia con il pubblico disorientato, la critica inacidita e un film immontabile e scalcagnato, pretestuoso e farraginoso storicamente. Cozzi però questo ancora non lo sa, assapora il successo dell’opera kinskiana e pensa prima ad un altro biopic sul musicista per Nat Wachsberger (cfr. Roberto Curti – Italian Gothic Horror Films, 1980-1989) , lo stesso di Stacrash, poi, naufragato quel progetto. ad una versione sci-fi/horror di quello, appunto Paganini horror. Anche se, stando ad un ‘intervista, sul portale close up Cozzi fa risalire l’idea del film a molto tempo prima : “Paganini Horror è stato concepito e scritto da me intorno al 1985, sceneggiato poi con la collaborazione dell’attrice Daria Nicolodi. Il copione piacque a diverse società, che lo opzionarono nel corso degli anni, senza che nessuna riuscisse però a realizzare il progetto”.

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A produrre questo strano horror con forti dose di fantascienza, come solito del regista, dovrebbe essere Ugo Valenti, produttore associato per uno dei migliori lavori di Cozzi, Contamination – Alien arriva sulla Terra, buonissimo sci-fi del terrore girato in Colombia, la stessa location che si sceglie appunto per Paganini horror. Si chiama quindi Enzo Sciotti per disegnare una splendida locandina da portare nei vari mercati del cinema per trovare finanziatori e il progetto sembra lì lì per nascere. Qualcosa comunque non funzionò: la sceneggiatura non piaceva a Valenti che presto abbandonò il progetto, lasciando dietro di sè, oltre alle buone premesse, soltanto il magnifico poster con un efficace Paganini zombi intento a suonare, davanti a due spaventati ragazzi, una melodia che si immagina diabolica.

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la copertina fighissima

Cozzi, con l’aiuto Daria Nicolodi, ex compagna del regista Dario Argento, rivede lo script che fino ad allora parlava di una casa capace di alterare il tempo con tutti i paradossi del caso, una storia simile al contemporaneo lavoro tv di Lucio Fulci La casa del tempo.  L’apporto al copione dell’attrice/sceneggiatrice sembra si limitasse alle “scene esoteriche”, qualunque esse in un film che probabilmente non rende atto alla sceneggiatura. Oltre alla Nicolodi comunque la sceneggiatura passa nelle mani sia dello sceneggiatore di fiducia di Lucio Fulci, Dardano Sacchetti, che del regista Raimondo Del Balzo, famoso più che altro per melodrammi strappalacrime come L’ultima neve di primavera e Bianchi cavalli d’agosto. Fatto sta che il progetto ottiene la luce verde solo quando ad interessarsene è il produttore di Zombi 2, Fabrizio De Angelis: nelle sue idee iniziali il film dovrà essere un megasplatter sulla scia dei successi fulciani de L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero.

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Via però la Colombia e, dopo qualche giorno a Venezia, ci si trova a girare a Roma in una villa diroccata ma suggestiva. Nel cast viene ingaggiata anche la star hollywoodiana Donald Pleasence, già Dottor Loomis per gli Halloween, e al lavoro in quel periodo su molti set italiani. Come protagonista viene scelta Jasmine Maimone, già interprete per Cozzi del corto sulla Rai, La casa dello Stradivari, opera che molti punti in comuni con Paganini horror, a partire dal nome della location, la suggestiva Casa del Sol. Altri attori sono la stessa co-sceneggiatrice Daria Nicolodi, il Pascal Persiano di Voci dal profondo di Fulci, poi nomi non molto conosciuti come Maria Cristina Mastrangeli vista in Mery per sempre di Marco Risi, il Pietro Genuardi di Killer Crocodille sempre di De Angelis, più la figlia del regista Giada in un cammeo e un paio di bellissime ragazze messe solo per essere presto massacrate nella finzione.

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Quando il film però deve iniziare il budget cala pericolosamente e De Angelis da’ indicazione a Cozzi di eliminare tutte le scene splatter sul copione e magari riciclare qualche idea dal vecchio copione fantascientifico. Cozzi ne esce frustrato anche ora ricordandolo “Ero lì con questa bella sceneggiatura ambiziosa e loro mi consegnarono una videocamera da 16 mm, mi diedero una villa per iniziare a girare e dissero ‘Inizia a girare’! In condizioni come queste, nemmeno il miglior regista del mondo avrebbe potuto fare di meglio“.

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Paganini horror è un’opera confusa, un film che vive momenti di regia azzeccata ad altri più tirati, un prodotto sicuramente ben confezionato sul piano tecnico ma mortificato da pessimi effetti ottici ed una recitazione che definire atroce è un complimento.

Le sue interpreti principali, senza contare una Daria Nicolodi svogliata e in perenne trance, sono oltre l’umana concezione: urlano ad un metro di distanza manco fossero in un incubo di Gabriele Muccino, fanno le facce per camuffare una scarsa espressività e moltiplicano il disagio di un copione recitato probabilmente lì lì sul momento. Jasmine Maimone, ragazza da una sega e vai dei vari giornalini semi porno anni 80 Blitz o Gin Fizz, era apparsa in piccole parti in Demoni di Lamberto Bava, Poliziotto senza paura di Stelvio Massi e Scandalosa Gilda di Gabriele Lavia, senza mai convincere nessuno sulle sue doti attoriali. Bella ma non bellissima, dalla faccia un po’ spigolosa e il corpo perfetto come la bellezza dell’asino adolescenziale impone, la sua carriera aveva avuto una bella impennata grazie alla vittoria nel 1983 del titolo di Miss Roma, ma wikipedia descrive, con una crudeltà di cronaca mai così sincera, il suo fallimento nel mondo del cinema:

Ha tentato senza successo di apparire a Hollywood. Ha partecipato alle audizioni per i principali ruoli femminili in All’ultimo respiro (1983) e Il sole a mezzanotte (1985), che alla fine è andato a Valérie Kaprisky e Isabella Rossellini. Non è riuscita a vincere il ruolo di protagonista in Emmanuelle IV (1984). Dopo il ruolo nel film horror ” Paganini Horror (1989), Luigi Cozzi ha pianificato di lanciare l’attrice nel suo prossimo film. Tuttavia, il progetto non è mai stato implementato a causa della mancanza di fondi, il che significa che Jasmine ha rinunciato alla sua carriera di attore e si è concentrato sul lavoro come istruttore di danza. 100.000 dollari che ha raccolto per il suo ruolo nel film Paganini Horror assegnato per l’apertura di una scuola di danza

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Accanto a lei non sfigura in “cagneria” Maria Cristina Mastrangeli, un’altra banshee urlante e fastidiosa che inficia il valore di un film scalcagnato ma tutto sommato godibile, salvato dal mestiere del regista. Di lei si può leggere una biografia su internet che ci preoccupa non poco. “Studia recitazione alla Fersen di Roma, ottiene il diploma di qualifica professionale della Regione Lazio presso la scuola Mario Riva, ma è fondamentale nella sua formazione l’incontro con vari membri dell’Actors Studio. Dal 1985 al 1990, è al Duse Sudio di Francesca de Sapio, poi segue l’insegnamento di Susan Strasberg e Geraldine Baron. È attrice all’Argentina, Teatro di Roma dal 1986 al 1991. In quell’ambito lavora con Nikita Michalkov, Marcello Mastroianni, Maurizio Scaparro, Roberto Guicciardini“. Non vogliamo mettere in dubbio il suo percorso artistico importante, l’actor studio e bla bla bla, ma in Paganini horror la Mastrangeli non risalta sul resto del cast, anzi primeggia come peggiore attrice, superata solo dalla oscena performance di Jasmine Maimone che non esagero a definire una delle attrici più insulse mai viste nel nostro cinema horror, una spanna sopra le già atroci Coralina Cataldi Tassoni di Il bosco 1 e Lara Wendel di Killing Birds Raptor.

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In questo orrore attoriale, mandato in pasto al pubblico senza pensare ad un doppiaggio salvifico, risalta facilmente il buon Donald Pleasence che, in quelle poche pose, grazie anche all’azzeccata voce prestatagli da Dario Penne, ci regala una performance diabolica di tutto rispetto. La scena nella quale getta una valigia piena di soldi dal campanile di San Marco a Venezia declamando “Volate miei piccoli diavoli” è forse la migliore a livello concettuale di una pellicola dagli umori inespressi.

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Peccato perché Paganini horror, se si passa oltre l’illogicità degli eventi, ha davvero dei momenti molto buoni ed un uso delle luci colorate suggestivo e affascinante. Certo non  bisogna crucciarsi a chiedersi come faccia un membro di una band a comprare uno spartito dal valore inestimabile né soffermarsi sui dialoghi che mettono in bocca ai personaggi la ridondanza di dover riempire il giusto silenzio che la situazione richiederebbe. D’altronde che senso ha che una persona commenti “Stiamo per entrare  in una stanza” o “Ora faccio un gradino” quando lo vediamo già sullo schermo?

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Però, come detto, sono l’atmosfera e la regia di Cozzi a fare la differenza e conferire a Paganini horror un gusto terribilmente agrodolce, un po’ come un sacco di spezie per mascherare un piatto rancido. Così il primo omicidio con il violino che cela una lama ai danni della pancia nuda della bellissima Luana Ravegnini, showgirl di quegli anni, o la mutazione, per via di alcune muffe del 700 (“Si proliferavano all’interno degli Stradivari“), di Michele Klippstein, prima valletta de La corrida, in uno zombi di pus e sangue, sono momenti felici di un’opera sicuramente infelice.

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Cozzi fa del suo meglio per salvare un film che non richiede più lo splatter necessario per piacere ai fanatici del genere, ma che si ricorda soprattutto per le sue sterzate feroci come un muro invisibile che fa letteralmente esplodere Maria Cristina Mastrangeli. Sprecato in questo senso il lavoro, ottimo nella povertà del budget, di Rosario Prestopino e Franco Casagni nelle poche scene sanguinose. Dimenticabili invece gli effetti di luce blu per simulare la corrente come nella “memorabile” sequenza di apertura che vede una bambina (Giada Cozzi) uccidere con un phon la madre.   E’ bene dire che molte idee del regista finirono tagliate dal montaggio, soprattutto un calcare l’apporto degli astri sui paradossi temporali, più un finale alternativo nel quale Pleasence indossa il costume del musicista assassino e suona il suo violino.

Le musiche di Vince Tempera sono sotto lo standard del compositore ( Ecco noi per esempio…, Sella d’argento, Goldrake, Ape Maia, Capitan Harlock, Daitan III) e si limitano a scimmiottare hit di successo pop rock come You give love a bad name dei Bon Jovi. In più non si capisce come una canzone atroce tipo quella cantata da Jasmine Maimone all’inizio (Stay The night) sia peggio della paganiniana (solo nella fantasia degli autori) The winds of time (“Questo pezzo scalerà la hit parade!“). Aggiungiamoci l’imbarazzo di un brutto videoclip, un omaggio a Charlotte sometimes dei The Cure, girato nella fantasia della trama dal “miglior regista horror sulla piazza“, in realtà un pazzo con in mano una telecamera che riprende culi e urla “Fantastico!” mentre le attrici commentano “E’ un genio!“. Ad essere sinceri però la sciaguratezza degli elementi (la donna con  la maschera da faust, il Paganini killer) rendono simpatica questa parentesi di brutta musica trash pop/rock.

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Da noi questo Cozzi dalle tinte musicali uscì in  vhs e poi ebbe un’edizione, sempre per la Avo film, in dvd d’identica qualità audio e video. All’estero è bene segnare diverse uscite, migliori, tra i quali le recenti in blu ray per la Severin con ben 8 minuti di scene tagliate (ma con la regione A che rende impossibile vederlo nei nostri apparecchi) e quella per la 88 films inglese con un altrettanto nutrito carico di extra (scene tagliate escluse). Entrambi i dischi sono anche in italiano.

A Paganini horror seguirà lo sfortunato The black cat (De profundis) del 1989, terza parte non ufficiale della trilogia iniziata con Suspiria e proseguita con Inferno, una chiusa certamente più dignitosa di quella vera, La terza madre, girata distrattamente da Dario Argento nel 2007. Anche qui abbiamo l’idea delle stelle capaci di influenzare il destino degli esseri umani, ma l’opera, scritta ancora con l’aiuto di Daria Nicolodi, risulta più compatta e affascinante di questo Paganini (fanta)horror.

Paganini horror comunque non è un bel film, ma sa intrattenere, non annoia e, se non si hanno grandi aspettative, ci fa respirare l’aria migliore dei nostri amati B movie del terrore italiani. Non male alla fine.

Andrea Lanza

Paganini horror

Anno: 1988

Regia: Luigi Cozzi

Interpreti: Daria Nicolodi, Jasmine Main (Jasmine Maimone), Pascal Persiano, Donald Pleasence, Giada Cozzi, Maria Cristina Mastrangeli, Michel Klippstein, Pietro Genuardi, Luana Ravegnini, Roberto Giannini, Elena Pompei, Perla Costantini

Durata: 82 min.

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