Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

L’uomo senza ombra 2

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L’uomo senza ombra, The Hollow man, è uno dei film considerati minori di Paul Verhoeven.

Anche lo stesso regista non ne parla bene:

Film come Robocop, Atto di forza, Straship troopers erano miei, nessuno li avrebbe potuti girare come me, sarebbero stati altre cose, ma L’uomo senza ombra era anonimo, chiunque poteva farlo, è un film che non mi rappresenta e che avrei non voluto fare“.

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Rivisto invece, a distanza di quasi vent’anni dall’uscita al cinema (è del 2000), The Hollow man è un film notevole, non invecchiato per nulla, come tutte le opere americane di Verhoeven, e con quelle punte di scorrettezza che non ti aspetteresti da una pellicola sull’uomo invisibile.

Il protagonista/antagonista Kevin Bacon, scienziato con il complesso di Dio, dal nome biblico, Caine, pecca di ὕβϱις, la stessa che ha mosso Prometeo a rubare a Zeus il fuoco e a trovarsi per l’eternità in balia di un aquila che gli divora dolorosamente il fegato.

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I privilegi dell’invisibilità (Rhona Mitra)

Verhoeven segue la regola dell’Hitchcock di Psycho: ci mostra un protagonista per poi annientare quasi subito le nostre certezze, non uccidendolo come Janet Leigh, ma cambiando inaspettatamente il suo ruolo all’interno del film.

La poetica del pugno allo stomaco, cara al regista olandese, è presente in un blockbuster che ricorda, per le trovate, i giornalini sado-zozzi della nostra infanzia: gli Oltretomba che mai abbiamo comprato ma che trovavamo tra le riviste per soli uomini del barbiere. Caine/Bacon è un personaggio deplorevole (appena invisibile palpa di nascosto l’antipatica collega, violenta la vicina di casa e alla fine compie un sanguinoso massacro), ma è anche quello che probabilmente saremmo noi, anche se mai lo ammetteremmo, se avessimo il potere di un Dio e la possibilità di compiere ogni peccato senza essere puniti.

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I privilegi dell’invisibilità (Kim Dickens)

D’altronde una delle frasi che tornano più insistentemente nel film è “È incredibile quello che riesci a fare quando non devi più guardarti allo specchio“. Lo stesso Bacon poi, dopo la violenza sessuale, incalzato dalle domande di uno dei suoi assistenti, senza raccontare nel dettaglio il fatto,  dichiarerà, riferito alla vicina di casa, “Le è piaciuto“.

Verhoeven gira benissimo e regala scene cult come l’uccisione della bella Kim Dickens (“Ci siamo divertiti insieme“) e si fa perdonare un cast di attori, Bacon a parte, che sono un po’ anonimi come Elizabeth Shue in un ruolo sexy spregiudicato e Josh Brolin in quello del belloccio standarizzato.

The Hollow man è sì uno dei film minori di Verhoeven, ma anche un horror scifi che da’ la merda a qualsiasi altro blockbuster in circolazione.

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Regista che cambia, uomo invisibile porcone che resta

La prova che un altro regista non avrebbe potuto girarlo, per smentire lo stesso suo autore, ci viene data dall’uscita, sei anni dopo, di L’uomo senza ombra 2, uno dei tanti direct to video anonimi che la Sony produceva e distribuiva due decenni fa, da Sex crimes 4 a Cruel intenction 3, tutti orribilmente brutti.

Non fa difetto il seguito di The Hollow man, diretto malissimo da un signor nessuno, lo svizzero Claudio Fäh, artefice del seguito truffa di Valkyrie di Brian Singer, Operazione valchiria 2 – L’alba del Quarto Reich, e qui in evidente stato d’imbarazzo registico.

Non lo aiutano né il cast di attori atroci, il monoespressivo Peter Facinelli e  l’imbolsito Cristian Slater, né la brutta sceneggiatura che si racconta essere la prima stesura del film di Verhoeven.

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Come in Robocop 2, il blu regna sovrano

Il film ce le ha tutte con sé: noiosissimo, quasi impossibile da vedere senza il fast foward del telecomando, poverissimo e con effetti speciali al risparmio, ma anche stupidello nelle sue ambizioni da I tre giorni del condor della fantascienza.

Ci chiediamo poi come faccia il panciuto Christian Slater (belli i tempi di Pump up the volume, vero?) a compiere le sue malefatte in pieno autunno (come si presuppone dai vestiti degli attori), con probabilmente anche il freddo che avanza, nudo come un verme e per di più scalzo? Anche perché i vestiti della Donna invisibile non li hanno mai inventati a parte nel mondo Marvel (maledetti comunque!). Almeno Kevin Bacon malvagizzava all’interno di un laboratorio! Ma lui era Caine mica un Pinco Pallino qualunque.

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Quando la Marvel non ti da’ il costume…

Il film ha la decenza di far finta di non essere un seguito ufficiale del film di Verhoeven (la storia raccontata non ha affinità con la precedente), ma non manca di ambizioni alte, pretestuose visto la natura infima del progetto,  soprattutto quando chiama il suo protagonista come quello del romanzo di H. G. Wells sull’uomo invisibile.

Ecco che in soli 90 minuti rimpiangiamo il film che Verhoeven non avrebbe mai voluto fare e sì, porco diavolo, ci fa scendere una lacrimuccia perché l’olandese pazzo manca terribilmente ad Hollywood.

Andrea Lanza

L’uomo senza ombra 2

Titolo originale: Hollow man II

Anno: 2006

Regia: Claudio Fäh

Interpreti: Christian Slater, Peter Facinelli, Laura Regan, David McIlwraith, William MacDonald, Sarah Deakins, Jessica Harmon

Durata: 90 min.

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Future force

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Ah la serie B! Non quella onorevole, fatta di grandi caratteristi e gagliarde scene d’azione, ma quella più becera, dove tutto il divertimento risiede in quello che non si dovrebbe, per pudore, mai girare, interpretare o produrre. Comunque a questo giro siamo in pieno territorio bruttissimi, un po’ come quel ciclo di Odeon TV che presentava i film più scellerati mai girati, dove appunto Future force faceva la sua porca figura. A girare questa perla di miserabilità troviamo un mestierante sconosciuto ai più, David A. Prior, ma con il curriculum zeppo di titoli che spaziano dalla fantascienza all’action arrivando a sconfinare persino, come il recente Zombie war, nell’horror. Noi amanti dei filmozzi di serie B sappiamo che stiamo parlando di una dimensione più di pancia che di cervello: a sceneggiature scritte su un pezzettino di carta, ideate con la cura di una scoreggia, equivale a volte, per sconosciute leggi, una regia gagliarda piena di invenzioni visive, talmente azzardate da non trovare corrispondenza nella più impettita serie A. Si pensi ai vari Sam Firstenberg o Albert Pyun che sapevano sublimare un budget da terzo mondo con uno stile e una messa in scena da applauso a scena aperta, pur nell’assurdità di trame che portavano ninja a combattere contro vietcong crudelissimi.

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David A. Prior (5 Ottobre 1955 – 16 Agosto 2015)

Naturalmente ad ognuno di questi virtuosi mestieranti c’erano almeno una decina di perdigiorno che, al posto di ciondolare nei bar a parlare del Milan o della Juve davanti ad un bianchino, avevano pensato bene di improvvisarsi registi con risultati tra il disastroso e lo sciagurato. A questi apparteneva senza dubbio David A. Prior, stroncato nel 2015 da un’infarto ad appena 59 anni, che pure un film interessante con Pamela Anderson l’aveva fatto, nei limiti di un film con Pamela Anderson ovviamente. Beh lui delle sacrosante regole della cinematografia se ne fregava: prendeva la macchina da presa e la posizionava in un angolo a caso, poi girava. Ovvio che poi il complimento più efficace sia che i suoi film, pur con esplosioni e sparatorie, appaiono “televisivi”, con l’accezione più negativa di questo termine. Qui David A. Prior è alle prese con una storia che si vuole fantascientifica ma che di fantascienza, a parte un braccio da cyborg indossato dal protagonista e di un improvvisato viaggio nel tempo, poco ha. Si pensa di saccheggiare Terminator di James Cameron e rimpolparlo con una storia tipica da poliziesco con la caccia ad una gang di spacciatori da parte di un poliziotto del futuro. Nel cast di attori senza arte ne parte, spicca lui, David Carradine, in un’interpretazione divertita di uno sbirro bastardissimo che prima di uccidere i cattivi sentenzia “Avete il diritto di morire, se non l’accettate verrete arrestati”.

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Peccato che il regista butti alle ortiche il contesto da western post-atomico, con la polizia che indossa cinturoni come i cowboy e riscuote taglie sulla cattura dei criminali “vivi o morti” portati in centrale. Tutto quello che di buono ci poteva essere nella storia rimane nella superficie, senza essere mai approfondito, così da non fare mai appassionare lo spettatore alle vicende di eroi senza un background sufficiente a farli amare. Anche le sacrosante regole dell’exploitation non vengono rispettate, e qui c’è da mettersi le mani nei capelli: niente femmine avvenenti ma attempate tardone, affiancano David Carradine, con l’aggravante di biancheria intima leopardata sfoggiata da queste nonne con la cellulite. Future force è un film che inscena le sparatorie nel giardino di casa del regista, che inventa ribaltoni di sceneggiatura con la sapienza di un Pierino la peste, e, che per leggi assurde del Signore, alla fine risulta pure divertente. In fondo è per questo che ne abbiamo parlato qui: non si sta affrontando buon cinema, ma cinema popolare, nella sua variante stavolta più scalcagnata. Future force con la sua regia incerta, con la sua storia sbilenca, la recitazione stanca riesce a strappare più di una risata e la poltrona, che dovrebbe essere la compagna di un’atrocità cinematografica, diventa quasi comoda. Di certo non un film da consigliare, ma che, magari visto in un double-feature con il seguito Future zone, potrebbe scoprirsi un guilty pleasure. Certo che a pensare ad un poliziesco dove il compagno di Carradine è vestito come un George Michael ribelle è quasi genio…

Andrea Lanza

Future force

Anno: 1989

Regia: David A. Prior

Interpreti: David Carradine, John Tucker, Robert Tessier, Anna Rapagna, William Zipp, Patrick Culliton, Dawn Wildsmith, D.C. Douglas, Kimberley Casey, August Winters, John Cianetti, Brian O’Connor, Don Scribner, Blair Presser, Clement Blake, Judy Styres, John G. Palombi, Scott Preston, Gunner Johnson, Phillip E. Riley

Durata: 90 min.

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Ringraziamenti e premi

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Malastrana vhs non sembra ma ha ben 5 anni sul groppone e, nel suo cammino di blog sgarruppato, ha vissuto non una ma mille avventure insieme a voi, tra troll mangia linfa, Robocop che volano, improbabili esordi di Kevin Costner e altre mille atrocità dolci, persino su carta, non mancando di essere presente in Festival strafighi come il Tohorror. Nei suoi cinque anni di vita ha visto alternarsi penne, litigato come un adolescente con i poteri forti perché alla fine, come scritto più volte, Malastrana per fortuna non ha né servi né padroni e resta un blog puro di cuore dove si può dire che un film fa schifo o è bello senza curarsi della spocchiosa curia del mondo della critica.

Ma non siamo qui per farci le seghe e per festeggiare la vita di questo blog voglio aspettare i suoi 10 anni, non i suoi 5 di ancora bambino. Spero che i miei lettori mi continueranno a seguire e cresceremo insieme ancora in questa nostra avventura che chissà quali splendidi e mostruosi mostri ci permetterà di affrontare. Noi d’altronde siamo figli degli anni 80 e abbiamo le nostre fidate scarpine Chiccho.

Comunque oggi avrei dovuto recensire L’uomo senza ombra 2, ma Christian Slater con la pancetta, che si aggira nudo a picchiare le persone, può anche aspettare perché oggi si parla di premi.

Il primo ci arriva come menzione dal grandissimo Cassidy de La bara volante che ci segnala come uno dei 7 blog del suo cuore con questa motivazione:

Vi ricordate quando si andava in videoteca a cercare i titoli più strambi, folli e grondanti sangue tra gli scaffali polverosi? Il blog di Andrea Lanza è esattamente così!

Beh noi non possiamo fare altro che ringraziarlo e invitarvi a leggere il suo blog che nella nostra classifica personale è sicuramente uno dei nostri preferiti insieme allo Zinefilo di Lucius Etruscus, allo Sdangher!, a I doppiaggi italioti e a L’osceno desiderio dell’amico Domenico Burzi in arte Belushi che non dimentichiamolo, anche se scrive pochissimo in questo blog, ne è il padre fondatore tanto quanto me.

Ne La Bara volante possiamo trovare tantissimi film, dei generi più disparati, dai brutti B movie ai blockbuster miliardari, sempre recensiti con divertimento e fonti di curiosità che tu, lettore, non sapevi neppure esistessero (storia vera!).

Quindi vi invito a leggerlo e a segnarlo come blog del cuore!

Il secondo premio invece viene dai ragazzi dello Squatter team nelle vesti di Luca Pincini e Pamela Brega, due ragazzi appassionati fino al midollo di horror che sono riusciti a girare, senza budget, dei notevoli fan film che omaggiano il cinema del terrore che amiamo.

Sul loro canale youtube potete trovare i loro lavori dove si raccontano storie alternative che vedono come protagonisti Michael Myers, Freddy Krueger e la mitologia di Silent Hill, piccole produzioni dal cuore grandissimo.

In questi mesi i due pazzi hanno indetto un concorso su facebook dove bisognava riconoscere da un fotogramma il titolo di un film e noi di Malastrana abbiamo vinto.

Che premio? Beh una figata assurda: due star del cinema horror, Adrienne King (la Alice di Venerdì 13) e la stragnocca Kristina Klebe ci fanno gli auguri per la nostra bravura (e la bellezza di Andrea K. Lanza). Un po’ come se Fred Krueger in persona ci uccidesse dicendoci “Welcome to prime time, bitch!“, solo un po’ meno pericoloso ma altrettanto epico!

Anche noi rispondiamo con un video e salutiamo con questo il povero Andrea K. Lanza, ucciso, per fare queste pericolose riprese, dall’abominevole uomo delle nevi che poi sarei io, nuovo direttore di Malastrana.

E noi ci risentiamo con la recensione del Christian Slater invisibile. Sticazzi!

Abominevole K. Lanza delle nevi

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Dracula 3000

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Sono Abraham Van Helsing, capitano della Mother III, una nave spaziale da recupero”

Quello che gli horror ci hanno insegnato è che, quando ormai si è detto tutto di un personaggio e la saga ha bisogno di cambiare aria, la cosa ideale è mandare il cattivo nello spazio. Dracula non fa eccezione.

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Ed eccoci nello spazio a guadagnare la pagnotta, Madonna impipistrellata!

Abraham Van Helsing ed il suo equipaggio trovano il relitto da un’enorme nave alla deriva nello spazio e decidono di ispezionarlo allo scopo di appropriarsene. Scopriranno ben presto che la nave su cui si trovano era decollata dal pianeta Transilvania con un carico molto particolare: il conte Orlok dentro la sua bara.

Si tratta di un classico b-movie di fine anni 90/inizi duemila, con personaggi tamarri e sterotipatissimi come il nero fattone sempre alla ricerca di erba o la gnocca guerriera con canottierina scollata, pantaloni di pelle nera e zeppe. I dialoghi sono il trash più totale e ci regalano grandi perle come “Non sai quante volte ho innaffiato le lenzuola pensando alle tue mongolfiere”.

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Perché guardi le mie mongolfiere?

Parlando del conte Orlok, visto il livello del film mi sarei aspettata una versione high-tech con un vampiro cyborg o cose del genere, invece è il classico Dracula con colletto rigido e mantello. Devo ammettere di essere rimasta delusa. Ci sono un paio di momenti splatter (una gamba spezzata e un vampira col paletto nel cuore) ma per il resto la violenza è contenuta.

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Continua! Tanto quel becco di Dracula è nello spazio!

Fra battute sulla fattanza ed osceni riferimenti sessuali i nostri eroi sembrano ben poco preoccupati di essere bloccati su un’astronave con una creatura che vuole succhiare loro il sangue, e anche dopo la prime manifestazioni vampiriche il principale argomento di conversazione continuano ad essere le tette della bionda (Erika Eleniak, già nota per la serie Baywatch), e portarsela a letto è lo scopo ultimo di tutti componenti della squadra.

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Sono un vampirooooo ohhhhhhhhh tvemate!!!

Per riuscire a sconfiggere Dracula serve la luce sole, e l’idea geniale del professore è indirizzare l’astronave verso la nana gialla più vicina. Peccato che i comandi della nave sia compromessi è una volta scelta la meta non c’è modo di inserire il pilota manuale: entro 12 ore l’astronave finirà vaporizzata per il calore della stella.

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Vi fidereste di questi sfigati?

Gli unici due sopravvissuti, la montagna di muscoli e la bionda attendono la morte. La bionda allora propone al collega di ingannare l’attesa facendo sesso e lui tutto esaltato se la carica in spalla, noncurante della fine atroce che lo attende entro poche ore. Morale del film: l’importante è scopare.

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Fattanza vampira

Nel cast troviamo anche un imbarazzatissimo Udo Kier.

Dracula 3000 è uscito per il mercato italiano con il titolo Van Helsing – Dracula’s Revenge, DVD immancabile nella videoteca di tutti i trash addicted.

Sivia Kinney Riccò

Van Helsing – Dracula’s Revenge

Titolo originale: Dracula 3000

Anno: 2004

Regia: Darrell Roodt

Interpreti: Casper Van Dien, Erika Eleniak, Coolio, Alexandra Kamp-Groeneveld, Grant Swanby, Langley Kirkwood, Udo Kier

Durata: 90 min.

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La saga dei Robocop: ora vola ma fa pure prediche!

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Leggenda vuole che l’idea iniziale di Robocop arrivò per caso: Edward Neumeier, uno dei due sceneggiatori del film, passando davanti ad una locandina di Blade Runner chiese ad un amico informazioni sulla trama e quello rispose: “Si tratta di un poliziotto che da’ la caccia a delle macchine“. Da lì il passo fu breve nel rielaborare quell’informazione in un unico concetto: un poliziotto robot.

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Vivo o morto tu verrai con me

La genesi di Robocop

La sceneggiatura di Edward Neumeier e Michael Miner comunque non ebbe vita facile: fu rifiutata all’unanimità da ogni regista che la lesse, compreso lo stesso Verhoeven che poi la girò.

Altro caso del destino: la moglie di Verhoeven prese in mano quello script cestinato e lo trovò meraviglioso, un buon biglietto da visita per Hollywood dopo le prove generali del marito con  L’amore e il sangue. Ecco  che, grazie ad una grande donna, un grande uomo girò uno dei suoi capolavori: Robocop.

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…poi arrivò l’olandese ad Hollywood

Per creare il nostro cyborg il duo Neumeier/Miner prese ad ispirazione diversi modelli, soprattutto del mondo dei fumetti.

In primis abbiamo Judge Dredd, creato nel 1977 da John Wagner (testi) e Carlos Ezquerra (disegni): non un robot ma un super poliziotto corazzato dalle maniere ferree e violente col potere di arrestare, giudicare e persino giustiziare i criminali sul posto.

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La legge, quella giusta

Poi Rom, un fumetto Marvel, creato da Bill Mantlo (The Incredible Hulk, Spectacular Spider-Man, Cloak and Dagger e Alpha Flight) e disegnato da Sal Buscema: un alieno al quale hanno esportato il corpo e inserito il cervello all’interno di un esoscheletro metallico pieno di terminazioni nervose. La cosa strana è che Rom nasce prima come action figures della Parker Brothers di Monopoli (con scarse vendite) e in seguito come fumetto per la Marvel (ben 75 numeri inseriti nella continuity de L’uomo Ragno e soci).

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Se disegna John Byrne, tutto è comunque splendido

A questi aggiungiamo pure il manga 8 Man di Haruyuki Kawajima del 1963 dove, anche qui, un poliziotto muore mentre cerca di sventare una rapina e viene resuscitato come cyborg.

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A queste idee di sceneggiatura poi ce ne sono tantissime altre, nate e abortite, durante la preparazione del film.

Sembra che a Verhoeven piacesse il personaggio di Space Sheriff Gavan, un serial live giapponese sul modello di I-Zenborg o Megaloman, dove un eroe gigante combatteva contro diversi mostri arrivati a minacciare la terra. Qui è palese il design simile dei due eroi: dal casco all’armatura argentea.

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La genesi di Robocop fu travagliata, come testimonia l’effettista Rob Bottin:

Quando Verhoeven ha iniziato il progetto ha richiesto numerose modifiche al design, aggiunte alla tuta che facevano assomigliare il nostro poliziotto più a un macchinario che ad un uomo. Non ho mai fatto così tanti disegni concettuali per un regista in tutta la mia vita – cambiandoli e cambiandoli e cambiandoli!“.

Non deve stupire quindi che tra i due non scorresse buon sangue e che ci fosse una certa tensione culminata con la promessa, meno male non mantenuta, di non lavorare mai più insieme.

A questo aggiungiamo che la figura di Robocop era ispirata per Verhoeven a quella del Cristo, un elemento sempre presente nella filmografia del regista olandese soprattutto nel suo capolavoro Il quarto uomo.

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Cristo…

Prima di prendere Peter Weller come protagonista furono vagliati sia Arnold Schwarzenegger, giudicato troppo massiccio, che Michael Ironside, ma alla fine fu preferito l’emaciato Peter Weller, non senza problemi.

Sembra che ad un certo punto Weller, che si lamentava della tuta da robocyborg, fastidiosa e caldissima, fosse sul punto di essere licenziato per dare la parte al meno lamentoso Lance Heriksen. Alla fine però fu inserito nel costume dell’attore un impianto di areazione mettendolo a tacere.

Il problema però era che effettivamente il costume limitava i movimenti e , nell’idea originale, Robocop doveva muoversi velocissimo, cosa che non è mai accaduta. Moni Yakim, che insegnava a Weller come si muove un androide, gli fece studiare allora i movimenti di Nikolai Cherkasov nel film “Ivan il terribile” adatti alla nuova concezione di robot poco agile.

Robocop (1987)

Il futuro della legge

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Per lanciare Robocop la casa di distribuzione Orion usò per il trailer la musica di Terminator di James Cameron, un film oltretutto amatissimo da Verhoeven. Questo creò una certa confusione nel pubblico che arrivò a credere, sembra, che si trattasse di un seguito dello scifi con Schwarzenegger.

La colonna sonora di Basil Poledouris è di quelle però che quando le ascolti ti restano dentro al pari dello score di Indiana Jones di John Williams. La musica del film di Verhoeven fa la parte del leone della sua figaccionaggine, soprattutto se la spari a tutto volume quando sei bambino e ripeti, facendo roteare le tue pistole comprate al mercato, “Vivo o morto tu verrai con me”.

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Robocop è uno di quei film che non è invecchiato di un solo anno: perfetto nel 1987, perfetto ora nel 2017 in pieno trentennale, un giovanotto che si comporta da blockbuster appena uscito. Un film perfetto e unico, senza bisogno di aggiunte che non sembrassero inutili o ridondanti. Per questo forse la magia non si è ripetuta in nessuna sua incarnazione futura nè nei due seguiti ufficiali non nelle derive televisive, figlie di quegli anni, gli 80 o i 90.

A fare la differenza è senza dubbio la regia di Paul Verhoeven che, alle prese con uno scifi dalla grossa presa popolare, non si lascia intimidire e calca la mano se non sul sesso ,come nei suoi film precedenti e futuri, sul sangue, le lacrime e la violenza.

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E’ difficile assistere ad una produzione non indipendente che mostra il martirio del suo eroe a base di arti amputati e prosegue con corpi che si squagliano come nel B movie The Incredible Melting Man del 1977 (effetti di Rick Baker), città distrutte da droghe, violenze e prostituzioni, un orgia di satira cinica sotto la facciata da clown di fantascienza accomodante.

Verhoeven ripeterà lo stesso esperimento in Starship troopers, altra opera tacciata di fascismo, ma altrettanto potente e complessa.

Il cast è perfetto, composto da caratteristi e attori che sembrano nati per quella parte. Anche questo merito di un Paul Verhoeven perfezionista, tanto che sembra che non risparmiò neppure la bella Nancy Allen facendole tagliare i capelli da maschietto e rendendola assessuata. D’altronde Robocop è roba da uomini e le donne hanno un posto marginale in un sistema mosso da grandi squali in giacca e cravatta che non impallidiscono davanti alla morte tragica di un collega (“E’ destino”), un mondo tragico dove l’unica figura utopicamente umana è un uomo che di umano ha solo la faccia.

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Forse è per questo che Robocop piaceva a noi che, all’epoca, eravamo bambini e non ci sarebbe comunque piaciuto nell’incarnazione da scemi del numero tre. Piaceva perché era una storia lineare di vendetta e riscatto, perché a tutti noi è capitato di sentirci inappropriati col nostro corpo, soprattutto in adolescenza, di essere considerati diversi eppure con l’idea di essere speciali. Ecco che l’idea fantastica alla base del film non è che c’è un robot umano che può salvarci il culo nei momenti più difficili, no, l’idea figa, al pari del modello di  Space Sheriff Gavan, è che tutti possiamo essere Robocop!

Quello che rende grande un film sono i dettagli, i suoi personaggi che vivono e respirano anche quando usciamo dal cinema perché resi così veri dai suoi protagonisti. Sfido chi abbia amato Robocop a non detestare il viscido Miguel Ferrer che risponde al suo staff della OCP “Togliete via l’altro braccio” , anche quando loro contenti gli fanno notare che un arto di Murphy/Robocop si è salvato, o Kurtwood Smith che prima di ammazzare il nostro eroe, canticchia il Nenenenè de Lo Squalo tra le risate della sua banda di scagnozzi.

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Robocop è forse un film di vendetta, al pari de Il giustiziere della notte di Winner, solo che la vendetta stavolta è anomala, la vita strappata è la nostra, ma di conseguenza anche del figlio che non abbracceremo più, della moglie che non ameremo più, di una vita normale a base di sesso, birra e tv condensata in un frullato di sbobba che ci nutre, il surrogato di una vita che ci è stata negata.

Con Robocop siamo davanti ad un capolavoro, poi sfortunatamente si pensò al seguito.

Robocop 2 (1990)

“Lui è tornato per proteggere gli innocenti”

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Verhoeven lavorava con Ed Neumeier e Micheal Minern al seguito di Robocop. In questa storia, chiamata “Corporate Wars”, il nostro poliziotto cyborg veniva ucciso per poi resuscitare molti anni dopo in una realtà ancora più scura e densa di violenza . La Orion Pictures non considerò però la storia buona, licenziò i due autori e prese invece sotto le sue ali Frank Miller, uno dei più promettenti autori di fumetti in circolazione. Paul Verhoeven però non era più della partita, arruolato sulle file di Marte e del suo Total Recall, totalmente disinnamorato del progetto Robocop 2.

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Recentemente il regista ha dichiarato:

Dopo il primo film, lo studio voleva immediatamente un sequel, e gli sceneggiatori, il produttore e io avevamo bisogno di più tempo per trovare qualcosa di innovativo invece di incassare soltanto. Ma lo studio era così impaziente, hanno licenziato gli sceneggiatori e così ho deciso di abbandonare il progetto. Procedettero comunque, e i risultati non furono al livello del primo Robocop. Le idee che avevamo per il seguito erano molto superiori a ciò che è stato fatto da Frank Miller e Irvin Kershner“.

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C’è da dire che l’idea del Robocop 2 originale non venne del tutto abbandonata dai due sceneggiatori che riciclarono molte cose dentro il pilot, il miglior episodio, della serie tv su Robocop del 1993 che, annacquato e senza un Verhoeven alla regia, è un pallido fantasma di quello che sarebbe stato il vero sequel della pellicola. Sembra però che alcune cose come un computer senziente con lo spirito di una donna nascevano proprio dal loro progetto rifiutato.

Neanche Frank Miller però avrà vita facile visto che il suo script, considerato “infilmabile” perché troppo lungo, verrà talmente rielaborato da diventare un aborto irriconoscibile al suo autore. Uno smacco per il creatore di fumetti capolavori come Batman anno uno o Elektra vive ancora, deluso dal cinema eppure col sogno di poter girare prima o poi un film.

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Frank Miller, un genio non molto fotogenico

Ormai sappiamo che Miller quel sogno lo concretizzò nel pasticcio post Sin city di The spirit, un film dai tanti bassi e pochi alti, un peccato imperdonabile e una tomba definitiva della sua carriera cinematografica.

Allora però Frank era un giovane dalle belle speranze con il futuro ancora roseo davanti a lui: scrisse una storia lunghissima che rendeva Robocop un eroe scuro e tormentato non dissimile dal suo Batman. Quello script, o meglio la sua condensazione, lo si può leggere in versione a fumetti che alla fine non era né meglio né peggio di quella uscita in sala e che potete trovare qui in una recensione di un blog amico. D’altronde come scrive Lucius Etruscus “Essere un genio dei fumetti non vuol dire automaticamente esserlo del cinema“. Parole sante, man.

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Almeno all’inizio però Miller deve averci creduto nel progetto perché chi faceva parte della troupe ricorda la sua presenza, perenne, sul set , anche quando non serviva. Tra l’altro Miller recita anche nel film: interpreta il chimico che “cucina” la temibile droga Nuke!

Questa volta arruolato come regista è Irvin Kershner, l’autore di uno dei Guerre stellari più amato dai fan, L’impero colpisce ancora, quello di “Si sono io tuo padre, Luke” e via la mano, e del Bond non Bond, Mai dire mai, bellissimo comunque.

C’è da dire che Kershner non ha l’autorialità di un Verhoeven e il suo Robocop 2 è un compitino divertente, ma che risente del tempo.

Con questo non mi voglio schierare dalla parte di chi disprezza il secondo capitolo della saga, che sono davvero tanti, inspiegabilmente, come il collega Cassidy al quale voglio comunque bene. Robocop 2 è un buon seguito di cassetta come  tanti se ne facevano negli anni 80, i vari La mosca 2, Ammazzavampiri 2, Voglia di vincere 2, discreti prodotti girati con grinta che diventano brutti nella memoria solo perché esiste un numero uno d’eccellenza.

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Gadget

In Robocop 2 c’è violenza, tanta e per fortuna, scorrettezze varie come la faccia di un poliziotto corrotto che viene grattugiata contro lo schermo di un videogioco da bar o lo stesso che viene vivisezionato con sangue e urla in gran quantità, ma ci sono anche personaggi come la Lewis di Nancy Allen che sono messi lì a cazzo di cane, soltanto perché sono personaggi basilari della serie.

Si tende a fare il contrario del film di Verhoeven ovvero provare a disumanizzare Robocop, quindi spogliarlo di tutti gli affetti che gli erano rimasti dal precedente film, la moglie, il figlio, per autoconvincerlo di essere soltanto una macchina così da buttare sul mercato un nuovo Robocop più  potente e perfetto nella lotta alla criminalità: un assassino psicopatico nel corpo di un robot! Vige la regola sacrosanta di Demolition man con Sly: per beccare un pazzo ci vuole un altro pazzo. Anche se forse la OCP ha esagerato stavolta! Eh si perché nel tentativo di rimbalzare Murphy e metterlo in pensione sceglie un drogato con l’ossessione di essere la reincarnazione di Gesù come nuovo poliziotto androide!

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Da una parte abbiamo quindi il nostro Robocop con crisi d’identità che, ad un certo punto punto, verrà pure riprogrammato per sembrare un perfetto coglione e dall’altra abbiamo un robot tossico che, mai una volta, nel film, fa finta di essere un buon poliziotto. Ci chiediamo poi come mai, dopo il finale della scorsa pellicola che presupponeva la libertà di Murphy dalla OCP, lo ritroviamo ancora in balia dei soliti coglioni burocrati che sbraitano “E’ una macchina! E’ di nostra proprietà!“.

Lo sceneggiatore Walon Green, lo stesso de Il mucchio selvaggio, fa quello che può per aggiustare una sceneggiatura di Frank Miller che doveva essere tutto forchè perfetta, ma naturalmente fallisce miseramente anche perché se Robocop 2 ha questa brutta fama è colpa soprattutto del suo script.

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Piccolo stronzetto

Il film ha una passione morbosa per i bambini cattivi: sono onnipresenti, che siano boyscouts che pestano un negoziante, o normali monellacci che giocano con un idrante e insultano Robocop in versione Papaboy scrivendogli sul casco “Kik me”. La presenza poi di un nemico bambino mette in crisi il nostro eroe che ha, tra le direttive massime, la regola “Proteggi gli innocenti“. Ed è così che il bambino gli spara prima sul casco e poi, con la complicità della sua banda, lo fa letteralmente a pezzi. “Prova nelle giunture” ed ecco un Robocop boccheggiante e senza arti in una delle scene più raccapriccianti della pellicola.

Il problema è che tutti i personaggi sono caricatissimi, gli attori recitano sopra le righe, la regola del numero 2 nei film viene rispettata: più di tutto. Quindi più violenza, più scorrettezze, più scene d’azione, più momenti wow in una corsa all’accesso che crea spesso solo sbadigli.

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Vivo o morto tu verrai con me

Il personaggio di Cain (il grandissimo Tom Noonan), cattivo che vive in una fabbrica dove è custodito il corpo scheletrico di Elvis, un super villain che sparge nel mondo una droga stracazzutissima che ti fa fare le peggio cose e che, da robot, è ancora più figlio di puttana arrivando ad uccidere amici e amanti con il peggio ghigno da Commodore 64 sul suo schermo virtuale.

Non convince l’arrivista della OCP donna, una specie di replica più antipatica del Miguel Ferrer del film precedente, ma in generale i personaggi, come già detto, sono tagliati con l’accetta, bidimensionali e senza empatia, a cominciare da Robocop stesso.

I momenti patetici poi fanno capolino, come la morte del bambino capo gang, e si registra un certo desiderio di dare a Robocop più gadget, come la moto, forse per vendere meglio gli stessi giocattoli che lo narcotizzeranno nelle sue incarnazioni successive.

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In più si sente la mancanza della colonna sonora di Basil Poledouris, soppiantato da uno score più anonimo di Leonard Rosenman.

La tuta di Robocop tende al blu, ma in linea massima gli effetti di Rob Bottin tengono ancora il passo con il tempo anche quando si tratta dello scontro tra i due titani robotici a passo uno.

Certo che Robocop 2 è un B movie dal budget alto che sa divertire, basta prenderlo per un divertimento un po’ scemo e ignorante, un film che trasuda anni 80 nel look dei suoi cattivi, nella musica che si ascolta in sottofondo e che appassiona né più né meno di un action con Brian Bosworth. Ecco che preso così, in Cannon mode, può piacere.

Certo è che questo sequel, nel confronto con il primo Verhoeven, ne esce con le ossa rotte, ma andrà peggio perché da lì a qualche anno uscirà Robocop 3.

Intermezzo pubblicitario: Robocop (1987) – la serie animata

Tra Robocop 1 e Robocop 2 c’è pure una serie animata, male, come tante altre che nascevano a mò di costole di film o serie tv famose. Successe con Star trek che alla fine la ricordo con nostalgia ma anche con Scuola di polizia, Mork e Mindy e un cane a sei zampe frocissimo, Rambo e via di nefandezze.

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La serie animata di Robocop però è il seme che degenerò in Robocop 3 perché qualche capoccione della Hasbro o Mattel si accorse che Robocop vendeva come giocattolo e soprattutto piaceva tantissimo ai bambini. Il problema però era di castrarlo perché è come se la Giochi Preziosi si accorgesse che la nostra Selen è popolare tra le bambine e decidesse di lanciare una linea di giocattoli ma anche una serie animata dove la nostra Luce Caponegro non fa più pompini a novanta per la felicità dei maschietti ma è una sagace detective!

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Detective

Così si decise di affidare alla Marvel i cartoni del nostro poliziotto androide con il risultato sconfortante di un franchising nato nell’eccesso che diventa, sul piccolo schermo, buonista, fa la morale e genera un mostro antipatico a tutti, grandi e piccini.

Da noi questa serie arrivò nelle scrause vhs della Stardust con un doppiaggio pessimo e una canzone tormentone, ma non per intero, solo 8 episodi su 12.

Il Robocop a cartone non uccide più nessuno, arresta i cattivi, lotta contro i mostroni creati da scienziati pazzi e ne sa una più di Bertoldo.

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Comunque il mondo dell’animazione non era ancora soddisfatto perché più di 10 anni dopo, nel 1998, uscì, solo in America, RoboCop: Alpha Commando, stesso team, 40 episodi stavolta, ma pieno di svarioni, a cominciare dall’età del figlio di Murphy che resta sempre la stessa (10 anni), anche dopo molto tempo. La serie poi tende ad abusare di gadget per aiutare le imprese del nostro poliziotto robotico come pattini, paracaduti e persino un super cane androide!!! A differenza di tutte le altre incarnazioni di Robocop, il nostro ha sempre il casco e non lo toglie mai.

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Questa volta vola!

Per i primi venti minuti Robocop 3 non sembra malaccio. L’idea di un gruppo di militari, al soldo della solita OCP, che promette di dare alloggi ai più sfortunati per poi ammazzarli, ricorda quella del gagliardissimo Fuga dal bronx di Enzo G. Castellari. Anche qui esplosioni, case che cadono e un gruppo di sfigatissimi, tra i quali una bambina e la futura Claudette di The Shield, CCH Pounder, che cercano di resistere ai cattivoni e si ritrovano a fronteggiare persino il temibilissimo ED-209.

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Però ecco che la bambina si rivela essere una hacker e da quel momento hackera tutto risolvendo ogni problema: se l’ED-209 è cattivo lei lo hackera e diventa “docile come un agnellino”, se una porta non si apre, voilà, hackerata, se Robocop sta per essere ucciso da due cyborg cattivissimi arriva lei e, indovinate, hackera tutto, persino la vostra mente, tanto che qualcuno ha scritto che “Robocop 3 è il miglior sequel esistente della serie“! E tutto con un pc portatile che non sai dove diavolo lo attacca visto che non c’è il wifi! Maledetti Ragazzi del computer e i demoni che avete creato!!!

Il peggio però non è ancora arrivato perché si tocca realmente il fondo solo quando in scena entra lui, il nostro eroe, Robocop, in versione Papaboy come se, nel secondo film,  non l’avessero guarito.

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Vola

Ora il nostro Robby non uccide nessuno come nei cartoni animati, fa le carezzine alle povere orfanelle e quando gli sparano lui compie i numeri da Kit Carson al rodeo di Capo Orso solitario facendo volare in alto le pistole dei cattivoni. “Ehi mi stavi per uccidere!“. Ma va, Robby?

In più Detroit sembra la città dark di qualche Paperinik mese: qualche furtarello ma che finisce in baruffa (il rapinatore sfigatissimo in un bar di poliziotti) e se succede una violenza carnale, che sia morigerata e senza molte allusioni. Se pensiamo all’analoga scena dove Robocop spara ai coglioni di uno stupratore, vederlo che da’ gli sbuffetti a due poliziotti con le più cattive intenzioni verso una prostituta non prostituta (“Mio padre ha perso il posto di lavoro, ho bisogno di soldi”), fa un certo effetto. Ecco che Robbycop è diventato un Papaboy accomodante e al passo coi tempi politicamente corretti. Dio maledica i giocattoli, la Marvel e chi ha pensato che fosse una buona idea girare un Robocop 3 senza violenza.

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Ama i bambini

In più il fondo del fondo della notte del pianto, per citare De Andrè a cazzum, lo si tocca quando Robocop si infila un paio di alette e vola sparando, cristiddio, missili in una brutta CGI che ti fa presagire che il budget è calato.

A girare c’è uno bravo, anzi bravissimo, Fred Dekker che aveva curato la regia di due capolavori come Scuola di mostri e, soprattutto, Dimensione terrore, ma che qui fa quel che può con le mille imposizioni della casa di produzione, il PG13 imposto e la brutta sceneggiatura di Robocop 2 di Frank Miller da riutilizzare (ricordate che dicevo che era lunghissima?).

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L’ultimo film di Fred Dekker

Purtroppo non serve piangere anni dopo, chiedere scusa ai fan e dichiarare che ora lo si girerebbe meglio perché, caro Fred, il fattaccio è successo purtroppo.

In questo pasticcio, davvero invedibile, Peter Weller non è della partita e al suo posto viene preso il buon Robert John Burke che malaccio non è, ma purtroppo non sarà mai Robocop come Maria Bello non narà mai la moglie di Brendan Fraser ne La mummia.

Nancy Allen, ormai ricciolinissima alla faccia di Verhoeven, accetta ma a patto di essere uccisa nel primo tempo e non tornare mai più, neanche come cyborg. La gente faceva a botte per essere nel cast!

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Si, Nancy,  non è Peter Weller…

Tra le scene da salvare, e sono due o tre, si conta la rivolta che vede poliziotti e cittadini schierarsi contro i militari fascisti, una svolta decisamente di sinistra che sarebbe stata perfetta in un film alla John Carpenter ma che appiccicata, nel momento WTF di Robby volante, perde forza.

Per lo meno si ritorna al grandissimo tema di Basil Poledouris, capace di rendere epica anche la merda!

Viene inserito il personaggio di un ninja perché ai tempi Dekker era in fissa coi film di Hong Kong, ma, al posto di un artista marziale, gli affibbiano un modello orientale che sa maneggiare la spada con la stessa agilità di Robocop quando cammina. Sorte vuole che Bruce Locke, il cagnaccio del kung fu, diventerà famoso proprio per i suoi ruoli da karateka. Ah la finzione!!! Però Dekker lo presenta con un paletot che ricorda quella di Chow Yun Fat negli immortali A better tomorrow, almeno apprezziamo il suo amore per il cinema.

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Sono cazzi…

Tra le comparse ritroviamo il geniale sceneggiatore Shane Black, amico di una vita del buon Fred, qui ad appoggiarlo anche nell’apocalisse.

Con Robocop 3 muore non solo una serie, ma l’intera carriera di un regista che non girerà più nulla, purtroppo.

Peccato che la parola fine non è vicina.

Robocop – la serie tv (1993)

Abbiamo deciso di non parlare dell’ultima reincarnazione di Robocop, il remake di José Padilha, ma  di concentrarci soltanto sulla serie classica e sulle sue derivazioni. Devo però spendere due parole su questo nuovo reboot datato 2014: inutile e anonimo. Al pari di tanti rifacimenti moderni di classici come L’Atto di forza di Len Wiseman, il film esce sconfitto nel confronto con l’originale, quasi una versione appannata di un grande cult movie moderno. Non sbagliato come Robocop 2 o brutto come il 3, ma proprio imbelle, un film che dimentichi presto, girato purtroppo come un compitino di uno studente studioso ma privo di talento.

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Ma torniamo a noi.

Dopo Robocop 3, la serie migrò sul piccolo schermo con un telefilm di 22 episodi prodotto in Canada.

Ad interpretare Murphy  l’attore Richard Eden, famoso per le soap opera Falcon Crest e Santa Barbara, diligente ed efficace nel suo ruolo.

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La serie non presenta nessun personaggio storico dei tre film precedenti, forse per problemi di copyright, e siamo in un prodotto onesto e un po’ anonimo.

Il telefilm ricorda il tono di analoghi prodotti dell’epoca come The flash e usa un approccio infantile alla materia originale con cattivi fumettistici sul modello di Dick Tracy, In più la violenza è quasi azzerata, come già succedeva nell’ultimo Robocop al cinema.

L’episodio migliore è il pilot che dura ben 80 minuti ed è girato dal mestierante Paul Lynch, “famoso” per lo slasher Prom night e  un action con la bellissima Shannon Tweed che prende a calci in culo Lance Heriksen, Intrappolati all’inferno. Come già detto, il pilot  scritto dai creatori del personaggio, Michael Miner e Edward Neumeier, ricicla le idee del seguito da loro scritto con Verhoeven,  “Corporate Wars”. Ad interpretare l’intelligenza cybernetica la bellissima Andrea Roth. Purtroppo nessun episodio pecca di eccellenza, ma resta un divertente show nella media dei vari Manimal, Automan e A-team che ci facevano compagnia il Sabato sera su Italia uno.

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Amico dei bambini

La colonna sonora oltretutto era sì firmata da Kevin Gillis, Jon Stroll e Glenn Morley ma scimmiottava deliziosamente il tema mitico di Basil Poledouris.

Ogni episodio costava circa 1, 25 milioni di dollari, ma la serie terminò soprattutto per le cattive recensioni e i pochi spettatori che la seguivano.

Non fu l’unica serie ufficiale su Robocop perché  nel 2001 fu lanciata Robocop: Prime Directives, quattro episodi da 90 minuti, Dark Justice, Meltdown, Resurrection e Crash and Burn, che parole di uno dei suoi sceneggiatori, Joseph O’Brien, “avrebbe riportato Robocop nella sua dimensione originale, scura e violenta“.

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Un Robocop nano

A ricoprire il ruolo di Alex Murphy sembrava che, in un primo momento, ci dovesse essere ancora Richard Eden, ma gli venne preferito Page Fletcher, famoso per la sua somiglianza con Rutger Hauer, ma assolutamente inadatto a ricoprire il ruolo di Robocop in quanto troppo basso. Cioè vi immaginate un Robocop tarchiato e nano?

Il problema di Prime Directives è l’aria sempre amatoriale che lo pervade, il suo vorrei ma non posso dettato da un budget basso, da pessimi interpreti e sceneggiature troppo lontane dallo spirito dei primi due film. E’ vero che il tono è cupo ma come giustificare dei cattivi che sembrano usciti da un brutto fumetto Marvel col vizio di ridere sguagliatamente appunto come brutti cattivi Marvel? E l’anonima colonna sonora a dare il colpo di grazia?

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Un Robocop nano e brutto

Per lo meno, dopo mille seguiti, in Prime Directives la OCP è riuscita a radere al suolo Detroit e costruire la sua Delta city, ma, a parte questo, il telefilm è tra le cose più brutte mai viste su Robocop con la serie a cartoni animati degli anni 90!

Robocop: i videogiochi

Robocop era un marchio che non lasciava fuori nulla: nè il cinema nè la tv nè i cartoni animati nè i giocattoli nè i fumetti e perciò anche i videogiochi videro protagonista il nostro poliziotto di Detroit. Videogames non proprio capolavori ma che, almeno nella loro dimensione da sala giochi, avevano il loro perché.

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Vola pure qui… cazzo…

Il primo gioco, del 1988, è senza dubbio il migliore, soprattutto giocato in un cabinato e non nelle varie declinazioni da console: veloce, divertente e con la musichetta figa di  Basil Poledouris campionata nella potenza degli 8 bit era uno sparattutto a scorrimento godibile e, a suo modo, memorabile.

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I due seguiti sono sulla stessa linea, ma la sorpresa la si ha soprattutto con l’utopia Robocop vs Terminator del 1993, provato nella versione Master System con un’ampia gamma di arma da fuoco: grafica ganza, nemici che fai esplodere in un geyser di sangue, difficoltà stronza, cattivi fighi e vari mentre aspetti di fare il culo, o farti fare il culo, da Terminator.

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Splatta che è un piacere la versione Sega Master System

Esiste anche un gioco per Ps2 e Xbox del 2003, in prima persona, un videogame terribile, dalla grafica scadente, poco divertente e che ottenne il titolo di peggior titolo di sempre, da molte riviste videoludiche.

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Un peccato e una fine tragica per una serie iniziata per caso, da un poster di Blade Runner e finita con un un videogame stronzo. Noi però a Robocop vogliamo bene e siamo sempre fiduciosi che prima o poi tornerà a spaccare il culo ai criminali o ai boriosi dirigenti OCP perchè “Vivo o morto tu verrai con me”.

Vai  Basil Poledouris con la sigla finale!

 

 

 

 

Scarecrowd: The Musk

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Trama:

Il contadino Tony Maio assiste alla caduta di un meteorite proveniente da remote aree spaziali. Venuto accidentalmente a contatto con il corpo celeste, l’uomo subirà una mutazione che lo costringerà ad assecondare la sua sete di sangue nei confronti di poveri malcapitati. Indossato il costume di uno spaventapasseri, Tony Maio intraprenderà un cammino di dolore e morte.

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Uno dei temi più caldi di questi ultimi anni è il bullismo. Di solito se ne parla in ambito scolastico con ragazzini più inermi in balia di altri più forti, vere umiliazioni non solo fisiche ma psicologiche che culminano, nei casi più eclatanti, nel suicidio della vittima. Il bullismo però lo si può ritrovare in altri ambiti, in quello lavorativo con il cosiddetto mobbing e in quello militare grazie al nonnismo, evoluzioni più mature del concetto adolescenziale appena riportato. Nella vita di tutti i giorni però esiste un bullismo più insidioso che non per forza deve farsi forza di un ambiente chiuso come quello della scuola o degli uffici, ma che viene alimentato dall’idea nietzschiana del superuomo che abbiamo utopicamente nel nostro DNA: pensiamo di essere migliori degli altri e disprezziamo, anche solo a livello inconscio, chi è portatore di deficit. Può essere una balbuzia, un tic nervoso, i denti devastati da una malattia, l’essere di orientamento sessuale diverso dal nostro ed ecco che si diventa Rambo contro i vietcong, magari non si arriva alle spinte, agli insulti, all’emarginazione evidente, magari è solo una risata, ma, Dio, quanto può far male quella risata quando non hai altra colpa che essere nato.

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Scarecrowd, l’opera prima dell’italo americano George Nevada, parla anche e soprattutto di questo, dell’impossibilità di essere accettati che genera i mostri, e lo fa inaspettatamente, quasi sottovoce, in una svolta narrativa tra le più potenti viste negli ultimi anni nel panorama indie rendendo umano un personaggio inumano, uno spaventapasseri di carne, pus e fieno.

All’inizio Scarecrowd può sembrare un horror di pornografia splatter, recitato da attori sopra le righe, maledetto da una povertà di mezzi evidente, gratuito e senza suspense, ma è evidente che, man mano che l’opera procede, diventa qualcosa di più complesso, un  gustoso delirio pop che attinge ai fumetti EC (e al modello Creepshow di Romero e King), alla fantascienza anni 50 tipo Blob o La cosa da un altro mondo, ai sadici giornalini porcellosi tipo Oltretomba, ma anche alle fiabe, neanche fossimo in un David Lynch pulp condito con streghe dell’Ovest e violenza iperreale.

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Laddove in altri frangenti, con altra sensibilità, saremmo davanti ad uno splatter pauperistico di donne nude e frattaglie, sul modello vituperato di Andreas Schnass o dei Fantom kiler  di Roman Nowicki, con Scarecrowd si assiste ad un’opera densa di umorismo nero, malinconica, estremamente cinefila, capace di passare con schizofrenia da un genere all’altro, un cinema transgender inafferrabile, prezioso e a suo modo unico.

Se l’horror di George Nevada non è esente da difetti, in primis, come già accennato, il ritmo o la lungaggine di alcune sequenze, è anche vero che sono tutte cose perdonabili alla luce di un’esordio scoppiettante come pochi nel panorama italico indipendente, un film americano girato in terra italica.

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Con un budget di soli 40000 euro, come riportato su IMDB, prodotto e fotografato dal nostro regista, anzi il nostro artista più estremo, Domiziano Christopharo, girato per la maggior parte in una terra lontana dalla nostra idea di horror, la solare Puglia, da un autore che porta nel sangue il cinema di paura, nel nome del padre Tonino Di Mitri, comparsa per Mario Bava.

Scarecrowd cita nella sua scena più memorabile Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma che a sua volta cita lo Psycho di Hitchcock, una sorta di uroboro, il serpente che si mangia la coda, che altro non è che il cinema cannibale che divora se stesso per rinascere ancora uguale e diverso dal modello. Ecco che lo zio Alfred diventa il King de La malinconica morte di Jordy Verrill che diventa ancora Il colore dallo spazio profondo di Lovecraft in una delle sue infinite trasfigurazioni su pellicola da La morte dall’occhio di cristallo di Daniel Haller a The curse di David Keith passando per Colour from the dark di Ivan Zuccon. E’ così che il sangue si mischia alla vernice, che l’idea di un cinema moderno si confonde nello smaccato green screen di una gita in moto di uno sci fi anni 50, tutto così folle e scellerato, ma alla fine magnificamente delizioso, un’opera potente e prepotente che non lascia indifferente.

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D’altronde come catalogare come bassa macelleria un horror che, dopo violenze efferate, a metà film, in una tra le scene più ironiche della pellicola, mostra il nostro antieroe che se ne va nella notte come una sorta di Charlot triste?

Per noi, promosso a pieni voti.

Andrea Lanza

 

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Regia: George Nevada 

Interpreti: Fabrizio Occhipinti, Gabrielle Bergère , Antony Ferry, Ruby Miller, Karen Lynn Widdoss, Danny Willis, Raphael Willis 

Musica: Antony Coia e Lucas Giorgini

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Neon maniacs

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Neon  maniacs, da non confondersi con il Neon demon di Refn, è uno strano oggetto uscito da noi in vhs, mai in supporto digitale, criptico narrativamente e il più delle volte sciatto a livello registico, ma terribilmente divertente, che nasconde un’incredibile storia produttiva degna di un Kubrick.

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Nella mente dello sceneggiatore Mark Patrick Carducci, Neon maniacs doveva essere, se non l’horror definitivo, uno tra i più interessanti e innovativi degli anni 80. D’altronde la sceneggiatura originale parlava chiaro: non uno, ma 27 maniaci cattivissimi, ognuno con  delle proprie potenzialità assassine e un look ben diversificato.

Per il titolo il buon Carducci si ispirò ad una sua suggestiva poesia, scritta ai tempi del liceo, dedicata agli “angeli dell’inferno”.

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Mark Patrick Carducci morto a 42 anni suicida

Sul numero 47 di Fangoria (1985) lo sceneggiatore raccontò il film con entusiasmo:

I maniaci sono nuovi mostri , escono solo di notte e uccidono senza motivo. Vengono da un’altra dimensione e tutto quello che fanno è uccidere. Sono assistiti nelle loro missioni di morte da due mostri ciclopici simili a dei rettili, chiamati scavengers, che usano grandi ganci per trascinare le varie  vittime dentro il loro portale dimensionale“.

L’idea folle, ma geniale era quella di dare una spiegazione ai tanti casi insoluti di sparizione in America. E se i colpevoli fossero dei maniaci venuto da un’altra dimensione?

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Sempre su Fangoria venivano riportate delle bellissime scene di omicidi, decapitazioni e sequenze che non vedremo purtroppo mai nel cut divulgato.

Il racconto del giornalista sul set del film è tra i più entusiastici: si parla di tanti effetti speciali, di una scena dove il maniaco chiamato Mohawk viene ferito con abbondanza di sangue e di una palpabile atmosfera da B movie strafigo.

Cosa è andato storto allora?

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La colpa del fallimento di Neon Maniacs è sicuramente di una regia, come già detto, non molto dinamica, ma anche di problemi sul set tra i più disparati tra i quali un reparto effetti speciali che, non pagato, se ne va via, e di attori che vengono sostituiti dall’oggi al domani. In queste condizioni sicuramente anche il più bravo dei registi avrebbe fallito, figuriamoci Joseph Mangine che, al suo secondo lungometraggio, dopo 15 anni di onorata carriera come direttore della fotografia, si dimostra impacciato e poco adatto nel suo nuovo ruolo. Il montaggio cerca sicuramente di salvare un film commerciale diventato, dopo mille gestazioni, non commerciale: un’impresa ardua. I maniaci, nel cut vulgato, non  hanno uno spazio abbastanza ampio per farsi conoscere dal pubblico, sono sullo schermo così poco che è difficile ricordarli due sequenze dopo.

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Troppi maniaci e manca Decapitator!

Prendiamo per esempio quello che, nei racconti di Carducci era uno dei maniaci più interessanti, Decapitator, il killer con, al posto delle mani, due lame per decapitare le sue vittime. Wow, vero? Peccato che sia in scena così poco da arrivare a confonderlo con uno dei due rettili scavengers.

Tra le sequenze poi che mancano all’appello, una abbastanza interessante riguarda sempre il nostro misterioso Decapitator: qualcuno gli toglie il cappuccio e si scopre che il maniaco non ha… una testa!. Il problema è sempre lo stesso però: chi diavolo è Decapitator??? Un’altra sequenza esclusa doveva essere collocata nella parte finale del film quando noi poveri spettatori dobbiamo subire 10 minuti (10 minuti!!!) di un intero concerto simil rock, atroce, all’interno del ballo scolastico di fine anno. Durante questo strazio cantereccio (o al posto) il maniaco chiamato Axe, per via della sua ascia, gioca a basket con una testa umana!

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Come già detto il film è interessante per la marea di cose che cuoce in pentola e per le potenzialità che purtroppo vengono sprecate. Un peccato perché alla fine davvero non si riesce a creare un minimo di suspense e alcune scene, concitate sulla sceneggiatura, restano oscure con personaggi che si comportano in maniera troppo cretina.

Cioè io mi dico: se un gruppo di pazzi massacrasse davanti ai miei occhi la mia compagnia di amici, la sera dopo non mi metterei a nuotare beato in piscina. Credo che starei a casa a piangere o comunque ad essere frastornato, spaventato, magari col terrore di essere ucciso a mia volta. Invece vediamo la protagonista vincere il lutto in tre secondi e voilà a fare il bagno mentre i maniaci giustamente vogliono farla fuori.

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Relax dopo il massacro

Anche questa cosa, tra l’altro, non è chiara: perché questo gruppetto di pazzi vuole farla fuori? Si spingono a cercarla dappertutto per ucciderla, ma senza un motivo logico che anche il più stronzo dei film del terrore si prodiga ad inventarsi.

Oltretutto questa banda di squinternati non deve peccare di eccessiva intelligenza visto che vivono sotto il Golden gate, ad un tiro di schioppo dall’Oceano, e sapete cosa li uccide? Non un proiettile d’argento o la croce, ma… l’acqua? Giuro! Nel finale vengono fatti fuori a colpi di super liquidator e gavettoni manco fossero le concorrenti di Miss maglietta bagnata. Un po’ come se Superman volesse costruire la sua casa di kriptonite! Non l’idea più geniale del mondo! Non per nulla uno dei maniaci muore inciampando in una pozzanghera d’acqua ad un metro da casa sua!

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Giocare con l’acqua

C’è da segnalare poi un inseguimento in metropolitana dove due dei protagonisti sono inseguiti dal famigerato maniaco di Neanderthal, visto poche sequenze prima all’opera, che però è visibilmente interpretato da un altro attore, più basso e sifilitico  del precedente. Sono queste le cazzate che rendono adorabile Neon Maniacs! Cazzate assolutamente nonsense!

Chissà poi in che modo la sceneggiatura di Carducci è stata distrutta dallo stesso per giustificare l’eccidio di 15 maniaci su 27 a favore dei 12 rimasti. Certo che un film del genere, con un numero tanto ampio di cattivi,  forse avrebbe avuto bisogno di almeno 3 ore per ingranare.

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Per il suo autore però i “Neon demon sono nuovi mostri, non sono i morti restituiti alla vita o qualcosa del genere. Quando l’ho scritto, ero veramente stanco di zombie inebrianti con occhi morti.  Ho pensato:” Cosa succede ad un film che ha creature e mostri con occhi brillanti, intelligenza, espressioni facciali, che si muovono velocemente, e non puoi scappare da loro? Penso che il titolo possa funzionare come è successo per American Graffiti. Solo due parole che si ricordano e che spingono il pubblico dire: “Andiamo a vedere questo Neon Maniacs!“.

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Secondo Carducci il film doveva raccontare una sorta di scontro tra Davide e Golia.

Nella mia sceneggiatura originale la protagonista era una bambina e da sola riusciva a fare quello che gli adulti non riuscivano, uccideva dei mostri giganti lei che era così piccola e fragile come una sorta di Davide contro Golia“.

Probabilmente il ruolo della bambina è stato sostituito da quello interpretato da Donna Locke, una nerd fanatica di horror che ucciderà i Neon Demons con estrema facilità.

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La bellissima Leilani Sarelle prima di Basic Istinct

Sulla carta le idee sono molto buone, certo, ma Carducci da lì a poco, finito la sceneggiatura, si trova ad affrontare i primi problemi di un progetto al quale teneva. Il primo ad interessarsi al film è Steven Mackler, distributore di B movie gagliardi come Alligator e La spada a tre lame.  Entusiasta il novello produttore chiede a Carducci il tempo di trovare i soldi per finanziare il progetto, ma dopo un anno la situazione è ancora la stessa, tutto tace. Arriva allora Ken Wiederhorn, regista di un cult thriller, Gli occhi dello sconosciuto, che legge lo script e si propone sia per girarlo che per trovare un finanziatore. Purtroppo però Carducci è ancora in parola con Steve Mackler e così Ken Wiederhorn viene defenestrato non senza rimpianto.
Finalmente però arrivano le buone notizie: ci sono i soldi (il budget era di circa 1,5 milioni) e con questi il nome di un regista capace, veloce e adatto per girare: Albert Pyun. Peccato che anche il regista di Kickboxer 4 debba abdicare: è in parola per uno dei suoi progetti più personali, Radioctive Dreams, un mix delirante tra noir e fantascienza.  Niente però è perso perché stavolta, su consiglio di Pyun, viene assunto Joe Mangine, un bravissimo direttore della fotografia col desiderio di girare il suo secondo film da regista dopo un misconosciuto Smoke and Flesh, aborto psichedelico del 1968.

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Albert Pyun mentre gira Radioactive dreams

Mangine è esaltato dell’occasione avuta e dichiara a Fangoria: “Adoro il genere horror e sono sicuro che questa storia appassionerà il pubblico”. Cosa che purtroppo non è accaduta.

Quello che sorprende di Neon Maniacs è la cura con il quale sono messi in scena i maniaci: il make up è grandioso, le morti sono abbastanza fantasiose e almeno un paio di sciroccati, lo scienziato pazzo interpretato dal futuro Wishmaster Andrew Divoff e il samurai di Doyle McCurley, hanno grandi momenti sadici.

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Momenti rock lunghi una vita

Certo è che questi 12 brutti ceffi sembrano la versione horror dei Village people con tanto di indiano e poliziotto! Non proprio il massimo per un horror d’atmosfera.

Il film uscirà nella versione che conosciamo noi, incomprensibile e divertente per i motivi più sbagliati. Di che fine abbiano fatto le scene tagliate e di come il progetto fosse in origine non ci è dato sapere nulla. Certo è che Neon maniacs, se fosse stato portato a termine con più convinzione, avrebbe generato probabilmente dei seguiti e forse avrebbe rivaleggiato con saghe leggendarie horror come Nightmare on elm street o Friday 13 th.

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Evoluzione in Neon maniacs!!!

Purtroppo la verità, o le verità, sul film non le sapremo mai perché Joe Mangine è morto nel 2006 all’età di 73 anni e lo sceneggiatore Mark Patrick Carducci, autore anche del cult Pumpinkhead e dell’interessante documentario Flying Saucers Over Hollywood: The”Plan 9″ Companion, si è suicidato nel 1997, a 42 anni, per il dolore della morte  della madre prima e poi del suo primogenito. Una fine tragica che non ha bisogno di altri commenti.

Andrea Lanza

https://youtu.be/yAFin4c5n1w

Neon Maniacs

Regia: Joseph Mangine

Interpreti: Clyde Hayes, Leilani Sarelle, Donna Locke, Victor Brandt, David Muir, Marta Kober, P.R. Paul, Jeff Tyler, Amber Denyse Austin, James Acheson, Chuck Hemingway, Bo Sabato, Jessie Lawrence Ferguson, John Lafayette, Gene Bicknel

Durata: 90 min.

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La locandina più bella firmata da Enzo Sciotti

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Neuro Killers

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TRAMA:

Due scienziati portano a termine una ricerca che ha lo scopo di allungare la vita. Il dott. Tucker, si oppone alla sperimentazione sull’ uomo, Il dott. Howel invece, porta avanti i suoi esperimenti in una clinica situata in un’ isola sperduta, non prima di aver fatto fuori il suo collega per mezzo del figlio di Tucker, Michael che finisce in manicomio. Una volta libero si reca sull’ isola per consumare la sua vendetta.

Eccoci davanti ad uno di quei filmozzi di serie B che affollavano le nostre calde notti di adolescenti anni 80/90 senza ragazze, tra un porno e un gioco a 16 byte.

Alla fine si era persone semplici e non avevamo nessuna forma di razzismo, non esisteva la serie A, la serie B e tutte le varianti fino a quella più evidente, la Z, che aveva nel catalogo film inenarrabili della Troma, Il Bosco 1 e, perché negarlo, pure qualche perla del maestro Lucio Fulci in fase decadente come Un gatto nel cervello, Demonia e Sodoma’s ghost. Per noi tutto era cinema, stop, al massimo ci si divideva in film di merda e film fantastici, ma alla fine non c’era molta differenza, appena inserivi la vhs, tra un Walter Hill e un Enzo G. Castellari postatomico.

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Il nostro Walter Hill… o quasi.

Certo Neuro Killers era un horror distribuito dalla Image video e i più sgamati tra di noi sapevano che i film di quest’etichetta erano quasi sempre cagatone, come per l’Antoniana o l’Eureka, il peggio del peggio con in più l’agonia di un doppiaggio demente senza rumori di fondo. A volte andava bene come per l’interessante The Lamp di Tom Daley, a volte decisamente peggio come per Il mistero della foresta maledetta (Evil in the woods) di William J. Oates.

In questo caso siamo in una linea di mezzo, il Purgatorio che separa schifezze da film accettabili.

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Prima di Peter Jackson, questo horror neozelandese!

Neuro Killers però ha almeno un primato: è un horror neozelandese ed è stato fatto prima del boom di Peter Jackson e del suo Bad Taste. Personalmente non ho mai particolarmente amato il papà di Splatter gli schizzacervelli anche perché il mix così sfrontato tra parodia e viscere mi annoia, gli esperimenti horror parodistici che mi piacciono sono quelli meno ciociari come Il ritorno dei morti viventi o Ammazzampiri. Insomma per me, come diceva giustamente il mitico Lucio Fulci, “l’horror è una cosa seria”.

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Roba seria

Non che di Jackson non sia piaciuto mai nulla, direi una bugia: il delicato Creature dal cielo o lo struggente Amabili resti sono film davvero molto ben riusciti, ma sono territori diversi dal ninja di Dio “Per giove e per Noè vi inchiappetto a tutti e tre” di Braindead. Probabilmente non ho la sensibilità adatta per digerire queste spremute di ketchup neozelandesi.

In Neuro killers il regista David Blyth usa un tono meno più serio, il film non è privo di una certa cifra grottesca nelle recitazioni dei vari villain, ma non si tocca mai, per fortuna, la parodia.

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Cominciamo subito dalle note di merito: la pellicola è girata davvero molto bene, con movimenti di macchina azzardati, uno stile schizzato se non schizofrenico, un gusto nelle scenografie, soprattutto all’interno del manicomio, che richiama il freddo glaciale delle architetture cronenbergiane de Il demone sotto la pelle. Certo si ha un accumulo, anche esagerato, di fog e colori saturati, ma siamo negli anni 80 e Neuro killers è in tutto e per tutto figlio di quell’epoca, dai vestiti alla musica fino a toccare i clichè del genere che ogni buon B movie aveva. Su qui nulla da lamentarsi, nessuno si aspetta di vedere un Kubrick, e siamo davanti ad un horror indistinguibile per fattura dagli analoghi girati  in America in catena di montaggio, i vari Empire girati anche con meno estro dell’opera di Blyth.

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Se però un film potesse essere solo tecnica allora sicuramente Neuro Killers sarebbe un ottimo prodotto, ma purtroppo bisogna fare i conti con altri aspetti, molto più carenti di quelli appena elencati.

Se Neuro Killers è girato con gusto, lo stesso non si può dire del montaggio tagliato con l’accetta e dei terribili raccordi tra una sequenza e l’altra, davvero raffazzonati. Gli attori sono un altro elemento di demerito: impacciati, poco carismatici e decisamente sullo stoccafisso andante sia nelle scene brillanti che in quelle di paura. Se poi aggiungiamo che uno dei maniaci cattivi dai quali scappano è Michael Hurst ovvero il futuro Iolao di Hercules, il nano biondo amico del semidio interpretato da Kevin Sorbo, trattenere le risate è quasi impossibile!

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Il capo dei cattivi

I non 4 attori protagonisti sono inquadrati per buona parte del film in atteggiamenti teneri, scusa per fornire a David Blyth la ghiotta occasione per fare uscire una tetta sbarazzina dal costume a favore dello spettatore voyeur da drive in. In una di queste scene uno dei giovani ragazzi nasconde persino un’imbarazzante erezione nel suo costumino da pornostar anni 80!

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La trama è qualcosa di inconcepibile, un pasticcio nonsense inverecondo! Ci sono mille buchi di sceneggiatura che non vengono mai spiegati. Per esempio di che esperimento si sta occupando il diabolico Dr. Archer Howell? Cioè lui parla fin dall’inizio della ricerca dell’immortalità, della sconfitta della morte per la razza umana, poi lo vediamo soltanto trapanare cervelli accompagnato da un paio di infermiere vestite abbastanza succintamente. Boh. In più l’isola dove si svolge la storia ci viene mostrata come una comunità popolata da anziani, da famiglie (come si desume dalla presenza di bambini) o da matti in cura, ma scopriamo che esiste un pub, chissà quale clientela avrà mai, e una specie di rosticceria drugstore con il proprietario che dimostra essere più matto dei matti. Naturalmente tutta questa gente nel finale scomparirà senza lasciare traccia, croaton, lasciando i nostri giovani, soli soletti, a combattere questi fantomatici Neuro Killers che spaziano dall’essere cloni dei cattivi di Mad Max ai mostri dementi che ispireranno il videogame Outcast.

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Un bravo caratterista per nulla fuori parte

Per lo meno lo splatter, anche se non abbondantissimo, scorre senza censure, ma sono proprio le meccaniche della trama, dei rapporti tra i personaggi a non funzionare e ad essere stupidi. D’altronde come prendere sul serio un gruppo di ragazzi che si fida di un ex assassino reo di avere ucciso i genitori che dice con voce rassicurante “Bisogna passare per i tunnel della morte“? Poi si lamentano che muoiono male!

David Blyth 5 anni dopo sarà cacciato dal set del discontinuo La casa 7 e la sua carriera non avrà mai quel film eccellente che forse avrebbe meritato. Lo ricordiamo per titolacci come Mio nonno vampiro o la regia corale dello speciale di Natale 1994 dei Power Rangers dove, anche qui, non è stato inserito nei credits. Povero Blyth, il regista più bistrattato della storia del cinema!

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Per quanto riguarda il doppiaggio, come giù premesso, il livello è infimo. Comunque al di là del voto negativo, Neuro killers è un onesto prodotto di bassa serie B che regala cazzate a profusione: se non siete alla ricerca del capolavoro può fare per voi.

Occhio però alla vhs italiana che sembra essere epurata delle scene gore, ma, se cercate in rete, circola un bel mux integrale nella nostra lingua. Buona visione!

Andrea Lanza

Neuro killers

Titolo originale: Death Warmed Up

Anno: 1985

Regia: David Blyth

Interpreti: Michael Hurst, Margaret Umbers, William Upjohn, Norelle Scott, David Letch, Geoff Snell, Gary Day, Bruno Lawrence, Ian Watkin, David Weatherley, Tina Grenville, Nathaniel Lees, Karam Hau, Jonathan Hardy, Norman Fairley

VHS: Image video

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Death Warmed Up

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Awakening the Zodiac

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Una volta (delle tante) mentre cazzeggiavo, facendo zapping in tv, mi sono trovato a guardare uno strano reality: Gli svuotacantine. Il format era semplicissimo: vengono messe all’asta delle cantine piene di cianfrusaglie perché i proprietari, per i più disparati motivi, non hanno pagato l’affitto. Ecco che un sacco di gente accorre ad accaparrarsi quello che, a fin dei conti, è il corrispettivo della busta a sorpresa che da bambino volevi tanto e che arrivava a deluderti in egual maniera. Qui è lo stesso: nelle cantine non puoi entrare, non puoi vedere cosa stai comprando, ti fanno dare un occhio veloce dallo spioncino e poi sta a te sperare che non stai buttando i tuoi 1000 dollari per qualcosa che ne vale magari 100. Questo è un business che coinvolge tanti sognatori che sperano di trovare una miniera d’oro, magari francobolli rari e miliardari, magari la prima edizione della Bibbia, chissà, e che la maggior parte delle volte, come spesso capita, non ti fa recuperare neanche le spese per il trasporto della merce.

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Cianfrusaglie? Stolti! Gli svuotacantine hanno appena trovato l’orologio di Napoleone e un originale busto creato da Picasso!

Gli svuotacantine sono due simpatici ragazzi che però hanno fiuto e mi è capitato di vederli fare affari incredibili: divise originali della guerra di Secessione, autografi di registi morti da decenni, manca davvero poco che trovino uno scheletro di uomo delle nevi e, cazzarola, mollo penna e computer, cambio lavoro e, vaffanbrodo, divento lo svuotacantine italiano.

Ho il dubbio legittimo che di persone come Mike Wolfe e Frank Fritz, i due protagonisti del format, ce ne siano pochissime e chissà invece questo non lavoro quanti disperati ha rovinato, quanti poveracci che si sono trovati sì il numero 1 di Topolino del 1949, ma nella sua quattromilionesima ristampa allegata al Corriere della Sera!

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Lo puoi incelofanare, farti il figo con gli amici nerd, ma resta sempre una ristampa e non vale i tuoi mille dollari, fratello!

Awakening the zodiac nasce dalla stessa idea, declinandola però in chiave horror thriller: e se dei simil svuotacantine trovassero nel lotto acquistato qualcosa di estremamente raro ma pericoloso?

Facciamo conoscenza perciò con il trietto di protagonisti, una coppia, Mick e Zoe in crisi per i pochi introiti dell’uomo, e Harvey, proprietario di un negozio di pegni in attesa dell’affare della vita. E, come non detto, l’affare arriva sotto forma di una serie di super8 che riprendono, senz’audio e in bianco e nero, i delitti documentati, e non, del killer dello Zodiaco, uno dei più ricercati omicidi della storia degli States. Solo che i tre non si accontentano di provare a rivendere i filmati ma vogliono rivendicare i 100 mila dollari di taglia, promessi dalla polizia a chiunque riveli il nome del pericoloso serial killer. Oltretutto, contando che gli omicidi sono stati commessi a cavallo tra gli anni 60 e 70, l’omicida sarà ormai, se non è morto, un vecchietto rincoglionito. Soldi facili, no?  Ovviamente stanno facendo una cazzata bella e buona.

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Leggi alla voce cazzata

Per chi non conoscesse la storia del Killer dello Zodiaco riportiamo i dati del sempre prezioso, e si spera affidabile, wikipedia:

Killer dello Zodiaco è la traduzione italiana di Zodiac Killer, o Zodiac, nomignolo con cui è noto un serial killer statunitense attivo nella California settentrionale per dieci mesi alla fine degli anni sessanta del XX secolo. Egli stesso coniò questo nome in una serie di lettere di sfida alla stampa datate fino al 1974: queste ultime contenevano quattro crittogrammi o messaggi cifrati, tre dei quali rimangono ancora senza soluzione. “Zodiac” uccise cinque persone a Benicia, Vallejo, al Lago Berryessa e a San Francisco tra il dicembre 1968 e l’ottobre 1969: furono colpiti quattro uomini e tre donne di età comprese fra i 16 e i 29 anni, e due di loro sopravvissero alle aggressioni. A Zodiac sono state attribuite anche numerose altre vittime, senza tuttavia sufficienti prove per confermarle. L’identità del killer rimane ancora oggi sconosciuta. La polizia di San Francisco ha catalogato il caso come “inattivo” nell’aprile del 2004, ma l’ha riaperto nel marzo 2007; anche in altre giurisdizioni il caso rimane aperto“.

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Oltretutto su questo maniaco sono state prodotte diverse pellicole dall’efficace thriller Zodiac di David Fincher alle varie schifezze di Ulli Lommell, uscite pure da noi, come l’immondo Curse of the Zodiac – La maledizione dello Zodiaco. Ultimamente poi i sempre geniali Brad Falchuk e Ryan Murphy nel loro show American horror story hanno dato una soluzione, azzardata ma interessante, sull’identità dell’omicida mischiando la storia della Valerie Solanas che sparò ad Andy Warhol con i delitti dello zodiaco.

Ultimo arrivato è Jonathan Wright, assistente alla regia per film di una certa importanza, almeno spettacolare, come Solo due ore di Richard Donner, Urban legend di Jamie Blanks e Ferite mortali di Andrzej Bartkowiak, alla sua terza regia nel thriller/horror dopo l’insipido Psychotica (Nostrum) del 2010 e il modesto The Hazing Secret del 2014, scritto però da quel genio incompreso di Sheldon  Wilson ( Shallow ground – Misteri sepolti). C’è da dire che il nostro Jonathan con gli anni si è specializzato soprattutto nel dirigere commedie mielose per Natale come gli zuccherosi Baby’s First Christmas con un incredibile Caspen Van Dien nei panni del brillante attore da commedia sentimentale e The Christmas Parade con, almeno per consolazione, la bellissima AnnaLynne McCord dell’allucinato Excision. Quindi non proprio una garanzia per noleggiare, scaricare, comprare il film ad occhi chiusi.

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Dal regista di Baby’s first christmas

Per fortuna non ci troviamo davanti ad un brutto thriller di cassetta, solo ad un film che, verso il finale, si perde e non riesce ad essere all’altezza delle premesse iniziali. Tutta la prima parte, l’intreccio che porta i nostri tre sfigatissimi svuotacantine a cercare di catturare il killer dello Zodiaco, funziona, la tensione è alta e gli omicidi, anche se fuori campo, sono efficaci e non privi di quell’atmosfera selvaggia e sporca da B movie che amiamo da sempre. Anche il versante attori funziona soprattutto quando entra in scena il grandissimo Stephen McHattie di Pontypool – Zitto o muori, un gigante che si mangia in un sol boccone tutto il volenteroso cast. Tra parentesi lui è uno di quegli attori che meriterebbe di più, una fama al pari che so di un Al Pacino, ma si sa il mondo è un posto orribile.

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Al Pacino!!!

Non funziona invece tutto il finale, urlato, scritto malissimo, sempre ad opera del regista, che porta a mille OHCHECAZZO e a una risoluzione incredibile, inutilmente d’effetto e deludente, ampliata poi da un sottofinale da teen horror molto cretino.

Tirando le somme Awakening the Zodiac è un film sicuramente promosso, ma anche un prodotto che tradisce la sua natura bassa, senza ambizioni e che riesce, nella sua cialtroneria narrativa, a fare dimenticare le tante cose buone presenti.

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Per vederlo almeno coi sottotitoli in italiano poi bisogna fare i giri della morte tipo Luna Park perchè lo si trova solo in digitale per Chili tv e il servizio a noleggio della Playstation o simili. Oppure abbeverandovi in torrenti lontani o a cavallo di muletti, forse la dimensione più giusta per non  essere delusi.

Andrea Lanza

Awakening the Zodiac 

Regia: Jonathan Wright

Sceneggiatura: Jennifer Archer, Mike Horrigan, Jonathan Wright

Produttore Michael Baker, Aaron Barnett, Jeff Sackman

Fotografia Boris Mojsovski

Montaggio Mark Arcieri

Interpreti: Shane West, Leslie Bibb, Matt Craven, Nicholas Campbell, Stephen McHattie

Durata 100 min

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Auguri per la tua morte

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Tree Gelbman, é una studentessa del college molto popolare e dal carattere superficiale e sbarazzino, che pensa di ottenere tutto ciò che vuole con la sua bellezza. Il giorno del suo compleanno viene uccisa da qualcuno che indossa una maschera inquietante. Anziché morire però, si risveglia il mattino dello stesso giorno, e così capisce di star rivivendo il giorno del suo compleanno all’infinito. Tree si ritrova a dover capire allo stesso tempo cosa la imprigioni in questo loop temporale e chi sia a volerla uccidere. Ciò darà il via inoltre ad un processo di autoanalisi che porterà Tree a rivedere anche il suo modo di essere e diventare una persona migliore. 

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Durante la preparazione, aspettavo il mio primo figlio. Non so se avessi neonati nel cervello, o se avessi paura di diventare padre, ma quella immagine del bambino, galleggiava nella mia testa. Tony ci ha fatto anche una maschera di maiale, ma quando indossai la maschera in ufficio, e spaventai un mio collega, abbiamo pensato … sì, ci siamo

(Il regista, probabilmente ubriaco, che parla dell’imbarazzante maschera del film)

"Burning Palms" Premiere

Il regista adoraaaaaabileeee

Eccoci davanti ad uno slasherino ino ino che poteva tranquillamente uscire, senza spada ferire, durante il periodo estivo e che invece fa il suo esordio in pieno autunno, spavaldo di fare il culo ai blockbuster più attesi, tipo la Justice League. Sarà che in America è stato un grande successo (5 milioni di budget e quasi 50 di incasso), ma il pericolo è che la pellicola, almeno da noi,  sia presto digerita e dimenticata.

Produce la Blumhouse dei vari Sinister, Insidious e tutti gli spaventi a buon mercato milionari degli ultimi anni, questa volta però pericolosamente a corto d’idee.

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L’idea, semplicissima, è quella di girare l’ennesimo Ricomincio da capo, la commedia dove Bill Murray si sveglia tutti i giorni, lo stesso merdoso giorno, quello della marmotta, fastidiosa festività di un paesino sperduto nei boschi americani. Naturalmente l’idea è di declinare quel canovaccio in chiave horror teen alla Scream.

Wow.

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Peccato che Christopher Landon, uno che tra errori ed orrori di regia, tra sceneggiature più imbelli che brutte, sia sicuramente il cavallo sbagliato su cui puntare non solo per questo progetto, ma per qualsiasi progetto. Se non ve lo ricordate il nostro Chris ha scritto quella schifezza di Viral, ha girato il terribile capitolo latino di Paranormal activity e rovinato una storia buona in Manuale scout per l’apocalisse zombie. Chris a noi, solo a guardarlo in foto su imdb, fa simpatia, sembra un bambascione, uno che magari inviteresti a poker per spennarlo, ma davvero non è portato per il cinema in nessuna sua declinazione, questo restando fermi sul fatto che Landon ci è simpatico, tipo Simple Jack di Ben Stiller.

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In più non dimentichiamo che il Dio del cinema ci ha triturato davvero gli zebedei con questo giorno della marmotta! Negli ultimi vent’anni ne avremo visti a centinaia di rielaborazioni del film di Harold Ramis dalla fantascienza di Edge of tomorrow al pulp alla Tarantino di Lola corre fino ad arrivare alla commedia romantica del disastroso Prima di domani, senza contare naturalmente il remake ufficiale italiano con Antonio Albanese. Cazzo, Albanese al posto di Bill Murray, siate maledetti voi, umani!!!

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Albanese e il giorno della cicogna

Christopher Landon stavolta, sia dato Cesare quel che è di Cesare, gira meno a cazzo di cane, ma questo vuol dire solo una regia sonnacchiosa, senza guizzi, il compitino di bhu che permette alla ragazza che hai di fianco al cinema di stringerti più forte mentre sorridi beota. Se vi accontentate…

Quel che è assurdo è che Auguri per la tua morte funziona di più quando si dimentica di essere un horror e diventa una specie di commedia un po’ demenziale dove la protagonista deve capire chi l’ha seccata e il killer che piomba all’improvviso, sempre con una trovata nuova, per ucciderla male. Ecco, devo confessarlo, in questi punti mi sono anche divertito e ho sorriso come ai tempi di Porky’s. Peccato che poi ci sia il resto del film: un  thriller dove il sangue non scorre mai, una storia senza molto pathos e soprattutto la risoluzione più cretina mai vista in uno slasher.

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Ecco, permettetemi questa divagazione, ma io sono anni che vedo thriller con maniaci mascherati e tutti, chi più chi meno, ci provavano a buttare una motivazione per gli omicidi: si andava dal classico “Ti ammazzo perchè tua madre è una troia e ha rovinato la mia infanzia” di Scream fino ai vari cocco di mamma di Venerdì 13, magari risultavano alibi di merda, ma ci mettevano un briciolo di fantasia. Qui, e non sto spoilerando, è una cosa tipo “Ah ti uccido perchè mi stai sul cazzo“. Per forza che la protagonista guarda l’assassino con sguardo ebete ed esclama “What? Ma sei serio?“.

Carino però l’ambiente universitario che sembra uscito da un incubo anni 80 stile Le ragazze di Beverly Hills con le studentesse, a cominciare dalla protagonista, molto bitchies e stronzette con frasi come “Non farti venire il pancione da zoccola! Usa il presevativo!“. Oddio, allarme stronzaaaaaaaa!!!

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Prontooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

Il nostro assassino invece non è molto carismatico, indossa una maschera della mascotte della facoltà, una specie di orribile neonato, che assomiglia pericolosamente in brutto quella già vista in Valentine – appuntamento con  la morte di Jamie Blanks, solo che, non ditelo a voce troppo alta, Valentine era un signor slasher.

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Valentine (2001)

Per assurdo la maschera è stata copiata creata da  Tony Gardner, lo stesso di Scream, ma, siamo sinceri, stavolta gli è uscita decisamente peggio.

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Il giorno della marmotta di sangue (2017)

Gli attori sono tutti abbastanza carini e insignificanti, perfetto per un film che già domani dimenticheremo sempre che non siamo finiti anche noi nel loop della marmotta, condannati a vedere e recensire nei secoli dei secoli questa cosina teen horror.

Che destino di merda!

Andrea Lanza

Auguri per la tua morte

Titolo originale: Happy Death Day

Regia: Christopher Landon

Interpreti: Jessica Rothe, Israel Broussard, Ruby Modine, Charles Aitken, Laura Clifton, Jason Bayle, Rob Mello, Rachel Matthews, Ramsey Anderson, Brady Lewis, Phi Vu, Tenea Intriago, Blaine Kern III, Cariella Smith, Jimmy Gonzales

Durata: 95 min.