Vampires

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Vampires è un film che all’epoca, il 1998, spezzò in due i fan del regista: chi lo considerò un prodotto di poco conto, chi lo lodò. A distanza di più di vent’anni bisogna riconoscere che il film è invecchiato davvero molto bene.

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Maestro

Carpenter, nel girare questa pellicola, prende le distanze dai vampiri di Anne Rice, il modello che allora spopolava, eroi dannati e tormentati, creature tragiche e dannunziane, romanticamente flagellati dal retaggio dell’umanità e delle sue passioni. I suoi vampiri sono invece mostri, belve sanguinarie, succhiasangue senza morale che dormono sotto metri di terra che, quando morsicano, dilaniano la carne. Carpenter non poteva sapere che, soltanto un decennio dopo,  le librerie e gli schermi, grandi o piccoli, verranno invasi da vampiri ben diversi dai suoi: gli eterni indecisi di Stephenie Meyer, gli adolescenti efebici che chiedono al cielo e alle margherite se il loro amore è vero. Nel mondo di Carpenter non ci sarebbe stato futuro roseo per i teneri Bella e Edward Cullen, stuprati, uccisi e fatti a pezzi dagli uomini e dai mostri. D’altronde l’evoluzione a volte è crudele. In Vampires il sole non fa brillare nessuno, ma fa esplodere i corpi in mille pezzi, non c’è tempo per frasi d’amore, ma solo per scazzottate o scopate in saloon polverosi, quando la carne si apre sprizza un geyser di ferite, è la realtà che irrompe nell’irrealismo, cinema per machi non per fighette.

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Vampires è la quintessenza del film carpenteriano d’appendice, quello dei vari 1997 fuga da New York o Grosso guaio a Chinatown: un personaggio duro e tagliato con l’accetta (Jack Crow interpretato magnificamente da James Woods in un ruolo creato su misura per Kurt Russel), psicologie spicciole, colonna sonora orecchiabile, battute ad effetto e tanto western camuffato da horror. Carpenter amplifica l’idea di sessualità nella figura del vampiro, un’idea che ha il suo apice nella scena della vampirizzazione di Sheryl Lee, un amplesso selvaggio che imita nella morte le gioie dell’orgasmo. Le scene di sangue non sono moltissime, ma le uccisioni sono crudeli e alcuni momenti, come l’attacco nel motel, sono girate in maniera davvero magistrale. All’epoca però non si perdonava un cattivo cosi’ banale come il Valek di Thomas Ian Griffith, ma prendendo Vampires per un fumettone, un diversivo d’autore dopo tanti capolavori, il personaggio risulta coerente nell’insieme dove i buoni sono buoni e i cattivi maledetti figli di puttana da spedire all’inferno. Stop pippe mentali sulle sfumature di colori, no no in Vampires è tutto fottutamente semplice, ma anche divertente come una bella scorpacciata di cucina di mamma dopo tanto sushi sofisticato. Ci vuole pure quello, no?

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Non manca neppure la componente politica, cara al regista, accennata, blanda, ma che fa capire che siamo in un vero film di Carpenter con l’idea di una Chiesa padrona, tiranna e matrigna. D’altronde non siamo altro che in una pellicola mutaforme, un horror sì ma sotto un western, un western sì ma ancora più sotto un film su un gruppo di crociati che lottano per Dio per accorgersi che il Dio che servivano è falso. Valek, dal passato di prete, rappresenta la stessa Chiesa che John Crow e i suoi uomini servono, lo stesso simbolo usato per pregare diviene un mezzo per portare la morte sulla Terra, una croce nera che segnerebbe l’alba dei vampiri. Ecco allora che la fede diventa bugia, già nell’idea stessa di creare un gruppo di soldati stipendiati dal Vaticano c’è la blasfemia del concetto di guerra Santa intesa come atto di fede fino alla morte. Ecco allora che un prete dopo un massacro si sbronza e probabilmente va a donne, ecco che un altro non può resistere a passare dal bene al male per le promesse di vita eterna. Alla fine quello che resta non è lo spirito: guardate Jack Crown che nel finale sfida Valek a cazzotti. Uomo contro uomo. Alla fine il resto, come diceva Fulci nel suo racconto più bello, Voci dal profondo, “sono solo enormi bugie”. Non rimane neppure la consolazione di un amore se di amore si può parlare: il futuro incerto di Montoya e della sua compagna presto sarà spezzato dalla mano di Crow. Non è un paese questo per anime semplici.

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NOTA
Esistono pure due seguiti di Vampires, I cacciatori delle tenebre (Vampires: los muertos) di Tommy Lee Wallace (Ammazzavampiri 2, ItHalloween 3) con la rockstar Jon Bon Jovi nei panni del nuovo John Crow di turno, e Vampires 3: il tempio di sangue (Vampires: The turning) di Marty Weiss, dove i vampiri questa volta sono orientali e l’aderenza con il modello carpenteriano è pari a zero. Sono entrambi pessimi seguiti che tradiscono la loro natura di prodotti di cassetta senza natura artistica. E’ un peccato perché, almeno nel secondo capitolo, la mano di Tommy Lee Wallace alla regia e Carpenter alla produzione, lasciavano sperare in uno spettacolo meno becero. Ma ahimè per noi così non è stato.

Andrea Lanza

Vampires

Titolo originale: John Carpenter’s Vampires

Anno: 1998

Regia: John Carpenter

Interpreti: James Woods, Daniel Baldwin, Sheryl Lee, Thomas Ian Griffith, Maximilian Schell, Tim Guinee, Mark Boone jr.

Durata: 108 min.

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Giochi pericolosi

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Il cinema australiano, soprattutto quello dei generi popolari, ha una forza inventiva incredibile, capace di poter rivaleggiare con industrie più ricche senza impallidire. Nascono proprio in quella terra, di canguri, aborigeni e città dense di cultura, pellicole horror, action e fantascienza, dalla fattura eccellente e la fantasia al potere. Gli anni 80 vedono titoli conosciuti come Mad Max di George Miller o Razorback di Russell Mulcahy, altri meno come il cupo Nightmares incubi o l’avventuroso Dark Age, senza contare il fenomeno mondiale Mr. Crocodile Dundee, prodotti d’intrattenimento così ben fatti, avvincenti e spettacolari da essere notati subito dall’industria hollywoodiana.

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Così si porta l’Australia in America scritturando gli abili registi per produzioni a stelle e strisce che saranno per i più fortunati Highlander e, per quelli più sfigati, Nightmare 5, il capitolo più imbelle della saga di Freddy Krueger. Colpevole di quest’ultimo delitto sarà Stephen Hopkins che, negli anni, spiccherà sempre per l’ottimo talento al servizio di progetti non all’altezza del suo potenziale.

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In Nightmare 5 il nostro confeziona un horror ineccepibile sul piano tecnico, ma assolutamente noioso e mancante del body count necessario per fronteggiare i precedenti capitoli, anche il numero 2, quello che ingiustamente i fan sfottono. Con Predator 2 non andrà meglio: scene action pazzesche, finale da cult movie, ma storia così così. Da lì Hopkins diventerà l’esempio più eclatante di un cinema selvaggio, come quello australiano, addomesticato dall’industria americana, con l’unica eccezione del pirotecnico Blown away che, pur nelle sue esagerazioni, diventa la sua prova migliore in assoluto.

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anni 80

D’altronde la scelta per i cattivi copioni è una maledizione che il nostro Stephen deve avere nel DNA visto che la sua opera d’esordio, Dangerous Game, quella che sarà il lasciapassare per gli States, ha più o meno gli stessi difetti: regia potente, trama cretina. La poca accuratezza nella scelta dei progetti porterà il regista inesorabilmente negli anni, a causa di flop mostruosi, a girare soprattutto telefilm come 24 Legacy, altro fallimento tra l’altro.

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slasher

Dangerous Game è del 1988 e da noi esce, probabilmente solo in vhs, come Giochi pericolosi: un film talmente ben confezionato da farci credere, senza internet onnisciente, che si trattasse di un film americano. D’altronde per noi spettatori quando un film mostrava spiagge, una buona fotografia, macchine straniere e attori non europei era sempre e solo Stati Uniti. Questo mi fa sorridere perché poi ci provava il povero Bruno Mattei con lo pseudonimo di Vincent Dawn e poteva fregarti solo nelle copertine: quando infilavi nel videoregistratore cose come Cop game, dalla locandina alla Miami vice, partivano i bestemmioni contro le Filippine camuffate da Manhattan. Invece Dangerous Game è internazionale, un film che potresti vendere a Roma come a Los Angeles, ben fatto, avvincente e concorrenziale con produzioni molto più ricche a stelle e strisce.

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poliziotto pazzo

Certo la trama, come detto è quella che è, l’ossessione di un poliziotto verso un gruppo di ragazzi, una cosa che poteva essere anche buona se Hopkins avesse confezionato un horror urbano alla Maniac cop, ma invece sul piano omicidi contiamo una sola vittima e pure uccisa per sbaglio. Non ci siamo di certo, ma il film funziona inaspettatamente non per come viene venduto, uno slasher, ma per quello che effettivamente è, un action.

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horror

Come detto le morti sono esigue, ma è quando il gruppo di ragazzi si trova bloccato all’interno di un centro commerciale con questo maniaco armato di tutto punto che vuole ucciderli per mettere a tacere l’omicidio commesso, che il film ha una vera impennata. Così Hopkins si sbizzarrisce in scene incredibili come un combattimento su un cornicione o l’arrivo di una moto che demolisce al rallenti vetrine, una gioia per gli occhi fatta di oggetti che saltano, acrobazie e proiettili sparati, una cosa che ti aspetteresti da John McTiernan ma non da un regista venuto dalla Culandia.

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esplosioni

Gran lavoro lo fanno anche le scenografie con parti del centro commerciale, come il reparto pupazzi, che sembrano usciti da Poltergeist di Hooper o ancora questi manichini onnipresenti che ti riportano agli zombi romeriani, il modello più evidente insieme al Die Hard di un anno prima.

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combattimenti

Il poliziotto schizzato interpretato, con forse troppo trasporto, facce caricaturali comprese, da Steven Grives ha connotazioni abbastanza inusuali per un cattivo da imitazione americana: non il solito reduce del Vietnam disturbato ma un ex militare irlandese.

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zozzerie

Su imdb è segnata la presenza anche di un co-regista, tale David Lewis, direttore della fotografia ne Le colline hanno gli occhi 2 e La notte dei demoni. Da nessun’altra parte questa notizia viene confermata, anche se, sempre nei credits, è inserito lo sceneggiatore Jon Ezrine come autore del materiale aggiunto. Sarebbe interessante sapere cosa diresse David Lewis e perché, se le scene ulteriori furono pianificate per rendere più vendibile il film all’estero, magari calcando sulla componente horror splatter, ma non ci risultano versioni alternative della pellicola.

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Siamo in un thriller che incarna perfettamente gli anni 80, a cominciare dai capelli e gli abiti assurdi dei protagonisti fino alla visione ridicola, mutuata dal serial I ragazzi del computer, dell’avveniristico mondo dei pc, allora ad un passo dalla fantascienza.

Per il resto però abbiamo un thriller action ben recitato, purtroppo anemico, ma che riesce comunque a divertire. Forse, vista l’ultima scena, gli autori pensavano ad un seguito, ma l’anno dopo Stephen Hopkins era già con un biglietto di sola andata per l’America, pronto a lisciare le unghiacce di Freddy Krueger. Lui in Australia, a lavorare, nel bene o nel male, non ci è più tornato.

NB Questo Dangerous game è uno dei tanti titoli conosciuti in Italia come Giochi pericolosi insieme a  Pentathlon con Dolph Lundgren e il Sex crimes di John McNaughton. Il dvd Quadrifoglio è ai limiti dell’accettabile (4:3 e audio da vhs), ma viene venduto sui 7 euro, quindi, se avete voglia di vedere il film di Hopkins senza piratare, non avete scuse!

Andrea Lanza

Giochi pericolosi

Titolo originale: Dangerous game

Anno: 1988

Regia: Stephen Hopkins

Interpreti: Miles Buchanan, Marcus Graham, Steven Grives, Kathryn Walker, Sandie Lillingston, John Polson, Max Meldrum, Robbie McGregor, Susan Stenmark, Terry Flanagan, Peter West, Christopher Dibb, Raquel Suarstzman 

Durata: 98 min.

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The Faculty

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E’ il 1998 quando Robert Rodriguez termina The faculty. Siamo ancora lontani dai fasti e dalle miserie che lo porteranno a girare Sin city e gli Spy kids, dagli esperimenti quasi pionieristici con le videocamere digitali al grido di rivalsa di un simpatico cazzaro con talento che ora vuole essere considerato artista.

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Robert nel 1998 ha alle spalle il piccolo miracolo di El mariachi, girato con i soldi della mancia della nonna e venduto in tutto il mondo, uno strepitoso Desperado, l’amicizia nascente con Tarantino, e poco più. Anzi un po’ di più sì: è bravo, bravo da far paura, a livello tecnico è uno dei migliori registi sbarcati in America, qualcosa a metà tra il Sam Raimi più folle e il John Woo dei bei tempi passati, più bravo tecnicamente per esempio del buon Quentin. Il 1998 segna il suo incontro con un’altra promessa del cinema, questa volta horror, quel Kevin Williamson che scriverà Scream, So cosa hai fatto, metterà le mani sulla saga di Halloween, proverà a fare malamente il regista per poi sparire come un fuoco di paglia tra serie tv e insuccessi cinematografici, Alita compresa.

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Ma il 1998 è ancora il suo anno, la stella di Williamson brilla forte ad Hollywood, ed ecco che incrociando quella di Rodriguez i due partoriscono questo The faculty. Chiariamo ogni dubbio non stiamo parlando di un capolavoro, non lo era nel 1998, non lo è alle soglie del 2020, ma di un onesto film che nella sua ora e tre quarti riesce a spaventare, divertire ed appassionare. E’ il prodotto di serie B che ha una sua dignità, che non ha pretese diverse dal raccontare una storia che intrattenga, quel prodotto medio che forse ora non esiste più e se esiste viene rivestito d’oro come Jennifer’s body, ma che risulta più onesto e meno intellettualoide nel suo finto citazionismo di, per esempio, un Planet terror.

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The faculty inizia citando L’invasione degli ultracorpi con questi alieni che si sostituiscono ai pacifici abitanti di una cittadina perché, come dice uno dei protagonisti, “Se tu fossi un extraterrestre incominceresti dalla casa bianca o da un paesino dove poter fare con comodo?” Gli alieni di Rodriguez e Williamson vengono tratteggiati in maniera anomala rispetto al prototipo siegeliano: bevono acqua in quantità industriale, non esitano ad usare armi bianche per sottomettere i futuri involucri di carne e mantengono le emozioni. Ma non sono meno pericolosi: annullano la volontà del corpo ospite per immettere la propria volontà, i propri pensieri, il proprio vissuto, quindi gli umani diventano solo vestiti per extraterrestri.

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Ed è qui che arriva il colpo di genio, l’unico modo per sconfiggerli è strafarsi, sniffare droga, perché gli alieni ne saranno avvelenati. Ecco che in un gioco citazione de La cosa di John Carpenter i ragazzi protagonisti si troveranno, pistola puntata alla testa, a drogarsi per capire chi è il mostro. Un calcio al politically correct hollywoodiano: i nuovi eroi sono gli outsider, la (finta) lesbica, l’atleta con velleità intellettuali, il nerd, lo spacciatore, con un’unica arma per sopravvivere, sballarsi. Ecco quindi che The faculty acquista una propria dignità più del facile gioco delle citazioni, il reclutare nel cast la Piper Laurie di Carrie per ritagliarle un ruolo di cattiva, le battute metacinematografiche che tanto piacciono allo sceneggiatore, l’aria da complotto anni 50, perché The faculty grida una propria originalità di fondo che sublima ogni spunto passato nella contaminatio di essi. Gran cast con Robert Patrick (Terminator – il giorno del giudizio), Famke Janssen, la Fenice di X men, Jordana Brewster di Fast and Furious, Eliah Wood prima de Il signore degli anelli, Josh Hartnett pre Scarlet Johansson e Brian De Palma. La bella e nudissima Laura Harris invece ha fatto niente o quasi nel futuro, ma va a lei il dialogo finale più riuscito, la performace che si ricorda di più, quasi un ruolo citazione di Space Vampires di Tobe Hooper. “Alla fine noi vinciamo e voi perdete”. Non questa volta, baby.

NB La versione integrale originale del film includeva un personaggio di nome Venus (interpretato da Kidada Jones) presente in circa cinque scene, poi tagliata al montaggio. Viene mostrata però in alcuni spot e in una pubblicità di jeans con tutto il cast. La si può notare in una scena nella versione vulgata mentre sta guardando con i suoi amici, ovvero i protagonisti del film, la “nuova specie” nell’acquario.

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Kidada, prima di essere trombata al montaggio, che ride spensierata col resto del cast

Andrea Lanza

The faculty

Anno: 1998

Regia: Robert Rodriguez

Interpreti: Elijah Wood, Jordana Brewster, Clea Duvall, Laura Harris, Josh Hartnett, Shawn Hatosy, Robert Patrick, Famke Janssen, Piper Laurie, Salma Hayek, Bebe Neuwirth

Durata: 104 min.

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The Unnamable II: The Statement of Randolph Carter

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H. P. Lovecraft a metà anni 80 era tornato alla ribalta soprattutto grazie all’Empire di Charles Band che aveva confezionato due capolavori splatter, Re-animator e From Beyond, tratti da due racconti brevi del solitario di Providence. Da lì una sorta di lovecraftspoitation era dilagata nei cinematografi e nelle vhs, una mania che aveva creato negli anni più mostri che perle preziose, filmacci come Lurkin Fear (1994) di C. Courtney Joyner, da un progetto abortito di Stuart Gordon sempre per l’Empire, o il delirante La casa di Cthulhu (1992), abominio spagnolo diretto dal sempre poco talentuoso Juan Piquer Simón, autore del(lo) (s)cult Pieces.

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Già negli anni 60/70, grazie ad un pugno di pellicole, si era cercato di imporre al grosso pubblico il nome di Lovecraft, ma, malgrado opere eccellenti come La città dei mostri (The Haunted Palace, 1967, Roger Corman da Il caso di Charles Dexter Ward), La morte nell’occhio di cristallo (Die, Monster, Die!, 1965, Daniel Haller da Il colore dello spazio) e Le vergini di Dunwich (The Dunwich Horror, 1970, Daniel Haller da L’orrore di Dunwich), il tentativo era fallito. Era evidente che l’universo mostruoso ed onirico di H. P. non faceva presa sugli spettatori come invece quello di Edgar Allan Poe che aveva fatto la storia dell’horror cormaniano.

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Ah le vhs!

La creatura arriva in piena lovecraftmania ed è uno dei primi tentativi, con La fattoria maledetta (The curse) di David Keith, di bissare il successo dei film di Stuart Gordon. Girato con l’esiguo budget di 350000 dollari, in sole tre settimane, tratto dalla novella L’innominabile, calcava la mano dello splatter sulla falsariga di Re- animator. Non dovette comunque essere un grandissimo successo al box office, visto che per il seguito passarono ben 5 anni, ma ricordo perfettamente che in vhs, nell’edizione stracazzutissima della VIVIVIDEO, faceva la sua porca figura con questo mostro urlante tipo banshee che ti faceva cagare sotto solo a guardarlo.

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Il film fu diretto da Jean-Paul Ouellette in un’epoca dove la Francia non era ancora stata sdoganata dal cinema euroamericano di Luc Besson. Oltretutto il regista fece appena in tempo a girare negli States un action marziale pregevole, Chinatown Connection con lo sconosciuto Bruce Ly ovvero Lung Tsu Chiao ovvero Yung Henry Yu al fianco del Lee Majors de L’uomo da sei milioni di dollari, e naturalmente The Unnamable II: The Statement of Randolph Carter, La creatura 2 se fosse uscito mai in Italia. Dal 1993 Jean-Paul Ouellette, che nella sua carriera può vantare la seconda unità di Terminator di Cameron, ha abbandonato quasi del tutto la regia, dirigendo in 26 anni solo due cortometraggi, l’ultimo This Thing About My Wife è del 2019, un dramma su un ménage à trois tra un corridore brasiliano, la moglie e la sua amante.

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Tette

Ultimante ho letto cose molto negative su La creatura, critiche oltretutto ingiuste con aggettivi come trash (ecco una parola da abolire in campo cinematografico), noioso o stupido. Ho rivisto da poco il film di Ouellette e l’ho trovato di certo non un capolavoro, nessuno comunque lo pensava neppure nel 1988, ma comunque un prodotto ben fatto, divertente e con una creatura mostruosa dal make up fantastico. Fa sorridere è vero che questo gruppetto di persone si aggirino all’interno di una casa senza mai sentire le loro grida o incrociarsi (quanto diavolo era grande?), ma alla fine The unnamable è girato molto bene, con un sapiente uso delle luci per mascherare la povertà del budget, delle gustose scene splatter e le tette, fantastiche, della stuntgirl promossa ad attrice Laura Albert. In più il gruppetto di attori non sembra mai un saldo da brutto B movie e Mark Kinsey Stephenson è un perfetto Randolph Carter in versione teen.

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Splatter

Su questo punto poi ci sarebbe da aggiungere che La creatura, più che un sotto Re-animator, sembra invece una risposta horror low budget a Piramide di paura (1985, Young Sherlock Holmes) di Barry Levinson, con la declinazione adolescenziale del mondo lovecraftiano e dei suoi personaggi. Una sorta di What if Marvel o Elsewords DC, per intenderci, con linee narrative alternative e ipotetiche. E se Randolph Carter avesse vissuto le sue avventure al college? E se Lovecraft fosse stato il suo compagno di stanza? Queste le domande che si pone il film.

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9 ore di make up

Il racconto di Lovecraft era sì riadattato alle esigenze del copione ma manteneva inalterate alcuni suggestioni importanti come i vetri che possono catturare il volto delle persone o la presenza di un essere inquietante in una soffitta.

La creatura, Alyda, era interpreta da Katrin Alexandre al suo unico film. Trovare foto dell’attrice senza make up è quasi impossibile, ma il lavoro degli effettisti è stato eccezionale, un trucco che richiedeva 9 ore per rendere credibile il mostro, ogni pezzo era creato su misura per  la sua interprete per agevolarle i movimenti. Un vero miracolo considerato il budget modesto. Si racconta oltretutto che per le scene di sbudellamenti vennero utilizzate vere interiora animali, tra cui un cuore di agnello.

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Nel 2 forse non c’era tempo per il make up

La novella L’innominabile di Lovecraft non aveva un seguito perciò Jean-Paul Ouellette per girare La creatura 2 si ispirò ad un’altra avventura del ciclo di Randolph Carter, The Statement of Randolph Carter, che in linea temporale era però la prima. Non avendo nessun aggancio con la storia del precedente film, la sceneggiatura è appena ispirata al racconto. Quindi, per i primi dieci minuti, si affronta, come nella parte letteraria, il viaggio del nostro giovane studioso e di un professore, il Dottor Warren, nelle profondità della terra. Lì i due scopriranno che la creatura è imprigionata da una serie di radici magiche, ma anche, sorpresona, che nascosta in lei c’è una parte buona, l’Alyda umana.

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Amico, non mi frega del film.

Stavolta il bugdet è più alto, ben un milione di dollari, e la lavorazione si allunga a cinque settimane con l’ausilio stavolta di stunt dove nel primo film non c’era possibilità di controfigure nelle scene più pericolose.

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Amico, neanche a me frega del film.

Katrin Alexandre stavolta si rende disponibile solo per una giornata e perciò viene messa a contratto la modella di Penthouse Julie Strain, bellissima ma purtroppo nascosta dal pesante make up. La sua creatura stavolta è un gigante infatti la ragazza  misura ben un metro e 85.

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Julie Strain senza make up da mostra

Il personaggio di Tanya Heller, fidanzata di Howard, l’amico di Carter, viene liquidato in fretta senza neppure chiamare l’attrice Alexandra Durrell. Al suo posto riveste il ruolo di protagonista, nei panni di Alyda, la stupenda Maria Ford, una sosia di Alyssa Milano, così bella al naturale che la chirurgia plastica negli anni la devasterà peggio che la sua controparte mostruosa.

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La bellissima Maria Ford ora distrutta dalla chirurgia estetica

Visto che il film è più ricco si riesce a chiamare per qualche posa il grande David Warner e, qualche giorno di più, il futuro Gimli de Il signore degli anelli, John Rhys-Davies, all’epoca Sallah de I predatori dell’arca perduta.

Il problema è che, budget a parte, The unnamable 2: The Statement of Randolph Carter è nettamente peggiore al primo film.

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Partiamo subito dal fatto che il mix tette e sangue viene tradito da una versione PG13 de La creatura: gli squartamenti ci sono ma vengono mostrati solo ad atto compiuto con l’aggravante di alcune morti proprio fuori campo mentre i nudi non sono neanche pervenuti. Cioè Jean-Paul Ouellette ha tra le mani una modella di Penthouse e non la spoglia neppure in flashback, e scrive il personaggio di Alyda come una ragazza sempre svestita ma appiccica sul corpo di Maria Ford dei capelli copri seni? Qui rasentiamo la follia! Certo ogni tanto si vedono le chiappette strafantastiche della protagonista ma sembra la fiera della froceria nel mondo degli etero allupati!

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Capelli copri pudende

Anche la regia in 5 anni è peggiorata e non l’aiuta la decisione della sceneggiatura di mostrare in azione il mostro all’aperto: così senza le suggestive luci, senza accorti tagli di montaggio, il più delle volte sembra di assistere ad una puntata più gore di Buffy l’ammazzampiri, con lo stesso gusto non gusto per i pupazzoni di lattice. Per di più la creatura ad un certo punto cerca di spiccare un volo  col risultato di apparire come un mostro dei Power ranger trascinato dai cavi volanti.

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Chiappe che presagiscono peccati mai portati in scena

In The unnamable 2: The Statement of Randolph Carter entriamo nel vivo dell’azione dopo quasi 45 minuti di chiacchiere e scene alla Maial college: in queste, Randolph e il suo amico Howard portano Alyda tutta nuda nel loro dormitorio mentre alcuni compagni battono il 5 malpensando in un’orgia. Inutile dire che sono i momenti più idioti di una pellicola che non spicca per una grande intelligenza dei suoi comprimari e li manda al massacro senza scervellarsi molto sul perché.

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Zio, si ciula, vero?

Un peccato perché questo poteva essere un buon seguito, contando anche le buone interpretazioni degli storici  protagonisti della serie, Kinsey Stephenson e Charles Klausmeyer. Invece il film perde il divertimento, l’atmosfera lovecratiana e la sfrontata exploitation che tanto ci avevano fatto amare l’originale. Non stupisca che questo numero 2 sia rimasto inedito in Italia e che abbia meno fama del suo primo capitolo.

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Due fighe spaziali a confronto

Dimostrazione che il budget ricco non fa il buon film. Da recuperare solo a fini di completezza o con la scusa, giustissima, di rivedersi La creatura, un cult adolescenziale per tutti noi amanti del cinema horror ottantino.

NB Il dvd del primo film ad opera della Red Spot è scandalosamente un riversamento della vecchia vhs. In più i tizi non si sono neanche sbattuti a cercare informazioni sul film visto che sbagliano 1) a raccontare la trama 2) a dire che il film è inedito al cinema quando ha un visto censura del 26/08/1988. Per fare certi lavori a cazzo di cane sarebbe meglio non farli!

Andrea Lanza

NB Il flano cinematografico de La creatura è stato fornita gentilmente dall’amico Lucius Etruscus che ci ricorda l’uscita esatta del film in Italia: l’8 settembre 1988. Vi consiglio di guardare il suo blog dedicato alle locandine d’epoca, IPMP – ITALIAN PULP MOVIE POSTER, imperdibile e imprescindibile.

 

The unnamable II: The statement of Randolph Carter 

Anno: 1992

Regia: Jean-Paul Ouellette

Interpreti: Mark Kinsey Stephenson, Maria Ford, John Rhys-Davies, Charles Klausmeyer, Peter Breck, David Warner, Julie Strain

Durata: 104 min.

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La porta della paura

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La prima parola che mi viene in mente, dopo aver visto questo La porta della paura, è solo una: stupido. Difficilmente sono tanto severo con un horror anche quando, nel classico dei canovacci, le ragazze vanno a rifugiarsi in soffitta per essere massacrate piuttosto che aprire la porta e correre, per dirla alla Tarantino, “come un fottutissimo Carl Lewis” verso la salvezza. Qui siamo oltre: la cretineria è da parodia ma non c’è una volta, una sola volta che davvero il film di John Murlowski non si prenda sul serio. La porta della paura mi ha ricordato il terribile La casetta degli orrori (Doom Asylum) di Richard Friedman, una di quelle cose immonde che erano scritte da cani, non facevano mai ridere e ti sentivi sporco come se qualche maniaco sessuale ti avesse stuprato. Eccoti, povero spettatore, accovacciato nella doccia a piangere la tua innocenza abusata, il tuo occhio da fanciullino violato mentre Luca Barbarossa canta L’amore violato, una canzone che volevi dimenticare ma che ora, dolceamaro, accompagna il passaggio da Pascoli a una canzone degli Iron Maiden.

La casetta degli orrori però qualche asso nella manica per lo spettatore di bocca buona ce l’aveva: brutta era brutta, scalcagnata, girata col culo, nonsense, ma ti piazzava un paio di tette e sangue a fiumi. Non molto è vero ma il film di John Murlowski non ha neppure quello e, amico mio, se sei una merda e in più voti pure Comunione e Liberazione mi sa che tra di noi non potrà esserci, non dico una storia, proprio un futuro.

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Gli amici di Murlowski 

Non ci credete? Allora subitelo questo La porta della paura visto che non vi fidate del vostro critico del cinema miserabile di quartiere, la variante sempre con la birra in mano e la battuta pronta de L’uomo ragno perché a Malastrana, diciamolo senza problemi, Spiderman non esiste, noi leggiamo i giornaletti Corno con Devil e non Daredevil.

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Cazzo è Daredevil?

Il film di Murlowski vorrebbe essere una sorta di capitolo spurio dello Stepfather, Il patrigno, reso icona horror prima dal bellissimo film di Joseph Ruben e poi dalla buonissima carta e carbone di Jeff Burr, ma, senza usare vasellina, il paragone è da TSO. La porta della paura mette in scena l’incontro tra l’uomo dei massacri, il family man del titolo originale, con un gruppo di adolescenti eterogenei, colpevoli di avere affidato la casa del killer. Non esiste un solo personaggio che non sia una macchietta, a cominciare dal terribile maniaco che uccide le sue vittime solo dopo aver fatto loro la paternale. Eh sì perché l’uomo dei massacri vede in tutte le vittime la famiglia che aveva sterminato e che non si comportava bene ma non nel senso che, tipo, il figlio si drogava o la moglie gli faceva le corna, no no, roba che uno mangiava con i gomiti sul tavolo e lui, occhi da pazzo, pugnalava tutti. Io mi chiedo, ma come pensava John Murlowski, anche sceneggiatore, di rendere simpatico al pubblico un killer pedante e moralistico, la variante di Padre Maronno in versione slasher? Per dirla come i Fugees, “Uccidimi dolcemente” ma smetti di parlare o almeno dilla qualche battuta alla Freddy Kruger!

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Padre Maronno

Il livello di coglioneria dei personaggi però ha il suo apice nel finale, quando il gruppetto di giovani idioti scoprirà che l’assassino ha martellato a morte un loro avido amico (voleva trovare un tesoro nascosto in casa e tenerselo per sé) e, pur sapendo che l’uomo dei massacri si aggira in casa, resteranno lì a fabbricare trappole alla Willie il coyote per sconfiggerlo. No davvero, giuro che sono serio: l’unica cosa che fa il maniaco per fermarli è bucare loro le gomme dell’auto e non c’è uno di loro che pensi “Ragazzi, ma perché non scappiamo a piedi?“. Quindi i furbissimi protagonisti sfidano l’assurdo pronunciando frasi come “Se ci dividiamo siamo morti” e naturalmente si dividono e giustamente muoiono male, impiccati o con la testa nel frullatore. Ad un certo punto poi Johnny nostro si dev’essere ricordato che il film è uno slasher e avrà detto tra sé e sé “Il film è così fico che faremo non solo un 2, ma almeno altri 40 seguiti” e, al grido di “Jason fottiti!” decide di cambiare il look del killer sfigurandolo con ustioni di decimo grado perché non sei nessuno nel mondo horror se non hai la faccia da pizza makeuposa! Ovviamente non esiste un Return of family man 2.

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Non dividiamoci

Fa ridere davvero che i ragazzi perdano tempo a costruire queste ingegnose trappole (una bomba artigianale fatta di lacche per capelli, un baule esplosivo collegato ad una polaroid non si sa come, una pozzo coperto da legni friabili per farlo cadere e così via) senza mai pensare che basterebbe magari attaccarlo in gruppo, visto che sono tipo 10 contro uno, per fargli il culo. No, loro sono scuola Warner Bros, una cosa che non funzionava neppure con Beep Beep, figurarsi se ha successo con il temibile uomo dei massacri.

Il titolo italiano cancella l’idea del Family man per concentrarsi su una sequenza alla Psycho: il nostro assassino, prima di essere arrestato, ha deciso di murare tutta la famiglia in cantina, cane compreso, così li troviamo mummificati, seduti ancora a tavola. Composti mi raccomando!

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Trappole ACME

Il film poi è pieno di sottotrame che non vengono mai sviluppate: la più eclatante è l’intro. Nei primi 10 minuti vediamo un povero garzone (Liam Cundill) consegnare delle pizze ad un gruppo di mafiosi orientali armati di fucili ed essere costretto quasi ad un’orgia con gnocchissime escort prima che un altro orientale, sputato fuori da un’imitazione di John Woo brutta, uccida tutti eccetto il ragazzo a causa delle munizioni finite. Il nostro hitman del Sol Levante però giura al poveraccio di trovarlo e ammazzarlo, ma naturalmente non si vedrà mai più. Questa scena è solo un pretesto per far sì che il giovane vada con l’amica (ex ragazza) e il fidanzato nel luogo del massacro. Di certo non era un modo per mostrare al mondo le capacità registe nel campo action di Johnny nostro che gira peggio di un Ciro H. Santiago sbattuto nell’inferno di un Vietnam terribilmente simile al giardinetto di casa sua.

Così anche la sequenza della fuga del nostro Family man da un pulmino della polizia penitenziaria è abbastanza pedestre: tutti questi maniaci sono legati, tutti eccetto l’uomo dei massacri, per forza poi uccide male i poliziotti, chi cavandogli gli occhi, chi facendo una spremuta di cervello sul vetro. Sempre fuori campo ovvio. In più è proprio l’agente ciecato ad essere protagonista di una scena ad alto tasso di coglioneria: urla frasi al collega ancora vivo “Dove sei, amico? Ti salvo io” e, sparando al buio più completo, ovviamente lo ucciderà.

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Action brutto

La sceneggiatura poi ha degli strafalcioni ancora più incredibili: ad un certo punto si dimentica che i due gruppi di ragazzi, i tre protagonisti e una comitiva di turisti stranieri, non si conoscono affatto e nel giro di neanche 10 minuti tutti si comportano come fossero amici da una vita.

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Dite “Coglioni!”

I personaggi sono, come detto, macchiette non esseri umani, si passa dal punk incattivito dal mondo alla figlia di papà, dall’esotico indiano esperto in kamasutra alla francesina zoccola fino al classico menage a trois dei protagonisti che deve o nascondere uno stronzo tra i tre o far comunque morire male l’elemento di troppo.

Gli attori sono tutti miserabili e recitano in maniera così caricaturale da essere non solo dilettantesca ma proprio fastidiosa. John Murlowski ogni tanto ci prova invece a movimentare la regia con carrellate, ma ormai il danno è fatto e lo spettatore lo odia comunque. Non che in seguito abbia poi girato questi gran capolavori, anzi, a partire dal suo Amityville: A New Generation uscito nel 1993, brutto come pochi altri di una saga famosa per i brutti capitoli.

La porta della paura potrebbe davvero calcare la mano sul versante sangue e nudi come ogni buon film brutto di serie B richiederebbe, ma decide di spostare la telecamera quando la scena diventa troppo violenta o quando una ragazza si comincia a spogliare. Una cosa che sei quasi felice che nessuno mai abbia pensato di rieditarlo in dvd, in Italia e probabilmente nel mondo.

Il film poi è uno dei rari horror girati in Sudafrica. Altri esempi sono lo Slash del 2003, altrettanto orribile, il divertente The Stay Awake del 1988 di John Bernard, ragazze di un collegio femminile contro un serial killer fantasma, e il notevole The Stick, sempre del 1988, storia della maledizione di uno sciamano ai danni di un plotone di soldati sanguinari. Naturalmente da noi uscì solo il primo.

La vhs Columbia italiana è ai limiti del vedibile: troppo scura e slabbrata con colori che svirgolano, una cosa indecente anche sui vecchi televisori col tubo catodico. A quanto mi risulta non uscì mai in vendita, ma davvero meglio così.

Andrea Lanza

La porta della paura

Titolo originale: Return of the Family Man

Anno: 1989

Regia: John Murlowski

Interpreti: Ron Smerczak, Liam Cundill, Terence Reis, Debra Kaye, Vicki Bawcombe, Adrian Galley

Durata: 88 min.

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Fright Night 2 – Sangue Fresco

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Lo studente di liceo Charley si trova in Romania per frequentare un programma di studio all’estero con il suo migliore amico “Evil” Ed ossessionato dall’horror e la sua ex fidanzata Amy. Charley scopre ben presto che la loro giovane ed attraente professoressa Gerri è in realtà un vampiro. Peccato che nessuno gli crede. Infatti, Evil Ed trova la cosa molto divertente e questo non fa altro che alimentare la sua ossessione per i vampiri. Quando Gerri trasforma Ed, Charlie cerca Peter Vincent, il famigerato cacciatore di vampiri che si trova in Romania per le riprese del suo spettacolo “Fright Night”, per chiedergli un aiuto prima che Gerri arrivi ad Amy, il cui sangue permetterà a Gerri di trascorrere l’eternità come vampiro.

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Ammazzavampiri (Fright night) è senza dubbio uno degli horror più riusciti degli anni 80: ironico senza essere stupido, adolescenziale ma non infantile, pieno di situazioni spaventose condite da effetti speciali ancora oggi sorprendenti. Un vero miracolo di regia e sceneggiatura (Tom Holland girerà anche La bambola assassina) capace di convincere un po’ tutti, dal critico allo spettatore medio, dal ragazzino all’adulto. Siamo negli anni 80, dicevamo, quel periodo cinematografico che ha visto la nascita di culti come I Goonies, I predatori dell’arca perduta, Grosso guaio a Chinatown, un’epoca aurea che, per chi l’ha vissuta, è diventata, al pari delle madeleine proustiane, irripetibile. Ammazzavampiri fa parte di questi parti ottantini, così unico da non potere essere bissato mai né da pregevoli imitazioni (Vamp di Richard Wenk) né dai suoi legittimi figli, seguiti e remake. Così nel 1989 si provò a fare un numero 2, ma, anche se di discreta fattura, fu un flop clamoroso, così come successe col recente rifacimento distribuito da noi, tra lo scemo e il demente, come Fright night – il vampiro della porta accanto.

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Il problema è da imputare alla materia di partenza, così perfetta da essere quasi magica, e di conseguenza impossibile da eguagliare: ogni cosa nata sulla scia doveva per forza vivere di una mediocrità congenita. Dopo i magri incassi del remake non deve essere stato quindi un peso per la Dreamworks sbarazzarsi in fretta e furia dei diritti del film e venderlo per ogni tipo di stupro alla rivale Fox. Fright night 2 quindi si fa ma i presupposti per un disastro sono evidenti: low budget, attori quasi totalmente sconosciuti e location in Romania come il peggior action movie con Van Damme o Dolph Lundgren. In più è un film che esce direttamente in dvd saltando la sala come già era accaduto all’epoca per alcuni tra i seguiti più odiati dai fan, da Vampires 3 a Dal tramonto all’alba 2.

7_zpse6d177adEppure vi vogliamo tranquillizzare Fright night 2 inaspettatamente è un buon film, come già detto impossibile da confrontare col primo Ammazzavampiri ma superiore al remake che lo precedeva. I limiti del rifacimento di Craig Gillespie con Collin Farrell erano nella produzione che cercava di edulcorare la materia hardcore (i nudi, il sangue, lo splatter) in un ibrido per le masse un po’ insapore che diventava per assurdo interessante quando si allontanava dal plot originale. Sia bene intenso non era un brutto film, ma neanche bello, per di più presentava un vampiro troppo sanguinario per le masse decerebrate degli adolescenti in quel periodo rimbecilliti dai vari Twilight pucci pucci gne gne. In Fright night 2: new blood invece, forti di una produzione più povera e quindi più libera, ci si scioglie delle catene che frenavano Il vampiro della porta accanto e si calca la mano in maniera deliziosamente exploitation con tette e violenza.

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Il sottotitolo vuole indicare che si tratta di un nuovo inizio: infatti si è davanti ad un reboot che ignora gli eventi della pellicola precedente calando i soliti personaggi (Charley Brewster, Evil Ed, Ami e Peter Vincent) in una nuova storia a metà tra il primo e il secondo capitolo storico. Come nel seguito di Tommy Lee Wallace abbiamo quindi una vampira, ma non è Regina, sorella vendicatrice del villain per eccellenza della serie Jerry Dandridge, ma la sua variante femminile che scopriremo tra l’altro essere la contessa sanguinaria Elizabeth Bathory. Se quasi tutto il cast è da cestone da discount (e come nel caso di Chris Waller/Evil Ed pure atrocemente fuori parte), lo stesso non si può dire della regia, potentissima e visionaria, di Eduardo Rodriguez, autore di un testosteronico action con la star marziale Scott Adkins, El gringo.

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Il peggior Evil Ed (Fiele) di sempre

A livello visivo il film è ricchissimo, pieno di invenzioni azzardate che non possono non ricordare il primo Sam Raimi o lo Scott Spiegel di Intruder: inquadrature dai posti più improbabili, soggettive all’interno di una ferita ancora aperta e un ritmo indiavolato che maschera la location più miserabile. Eduardo Rodriguez è la sorpresa del film e riesce a passare con nonchalance dalle atmosfere citazionistiche di Suspiria all’omaggio più ardito del Dracula di Coppola in una concezione di cinema fast food che reinventa con originalità il passato. Se i puristi potranno lamentarsi dell’assenza dei licantropi (già comunque pecca del remake) o delle protesi facciali orribilmente deformi dei vampiri, il film sopperisce con idee fresche e non banali come quando fa usare alla sua vampira un sonar da pipistrello per cacciare le sue prede. Certo il film avrebbe meritato un budget più alto (le scenografie nel finale con l’enorme piscina piena di sangue sono comunque fantastiche) ma grazie ad espedienti semplici, come l’uso di un’animazione naif a metà pellicola, l’opera non fa sentire quasi mai l’effetto miserabile di tanti horror girati in Europa dell’Est. L’unico volto davvero noto nel cast è la bellissima Jaime Murray, già vista in ruoli da cattiva in Dexter, Spartacus e nell’interessante Le morti di Ian Stone, unica interprete meritevole di nota in un cast, come già detto, abbastanza anonimo. Sta di fatto che Fright night 2: new blood è la cosa migliore dai tempi del primo Ammazzavampiri, smentendo quindi tutti quelli (noi compresi) che l’avevamo già etichettato sulla carta come l’ennesimo pessimo seguito. Felici (ogni tanto) di sbagliare.

Andrea Lanza

Fright Night 2 – Sangue fresco

Titolo originale: Fright Night 2 – new blood

Anno: 2013

Regia: Eduardo Rodriguez

Interpreti: Will Payne, Sacha Parkinson, Jaime Murray, Sean Power, Chris Waller, John-Christian Bateman, Alina Minzu, Joelle Coutinho

Durata: 100 min.

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La notte di Halloween

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Jack Bender è famoso soprattutto per essere stato uno degli artefici, con J. J. Abrahams, del cult televisivo Lost. Eppure il nostro nella sua carriera ha fatto molto altro: gli appassionati del genere horror ricorderanno principalmente il grazioso La bambola assassina 3, ma Bender ha spaziato in ogni filone, prediligendo come mezzo il piccolo schermo, firmando ben 73 prodotti tra tv movie dei generi più disparati ed episodi di telefilm famosi come Falcon Crest, Alias o La famiglia Bradford. Stando a sentire gli appassionati le sue regie sono tra le migliori e più cinematografiche della televisione.

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Nel 1985, anno di questo La notte di Halloween (Midnight hour), Bender aveva alle spalle come lungometraggi una commedia romantica, In Love with an Older Woman, interpretata da John Ritter e Karen Carlson, l’adolescenziale Two Kinds of Love con il Ricky Schroeder di Il mio amico Rick affiancato da un Peter Weller non ancora Robocop e dalla Lindsay Wagner di La donna bionica, poi lo scandaloso Shattered Vows con David Morse nei panni di un prete innamorato di una suora sedicenne. Tutti prodotti televisivi di buona fattura, ma nessun horror o thriller prima del 1985 che lo vede firmare il tesissimo La prossima vittima (Deadly Messages), storia di una serie di omicidi anticipati da una tavoletta ouija, e La notte di Halloween, appunto un thriller e un horror destinati al mercato tv.

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Midnight hour, girato negli Universal studios, esordisce in America per la ABC venerdì 1 novembre 1985, un giorno esatto dopo Halloween ed divenne, a leggere i vari commenti su internet ,un cult movie televisivo. Titoli come “Un grande film per Halloween“, “Un film meraviglioso. Mi piace rivederlo più e più volte” o “Questo è il miglior film di tutti i tempi!!!” sono in bella vista su imdb come recensioni degli utenti per un horror anni 80 che ha il voto ragguardevole di 6,8 su 10.

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Diverso il trattamento dei critici dell’epoca, tra i quali uno dei più severi fu Leonard Maltin che bollò il film come “al di sotto della media … un blando miscuglio di commedie adolescenti, video musicali, parodia dell’orrore e mostri“. In generale il film ottenne sonore stroncature segnando un netto divario tra i recensori e gli spettatori, come spesso accade.

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In Italia il film arriva su TMC nel 1988, durante l’autunno, come La notte di Halloween senza spada ferire o generare molti fan. E’ indubbio però che il film aveva un certo fascino e quando lo vidi per la prima volta, da bambino, tendevo a confonderlo con Demoni o Il ritorno dei morti viventi , dei quali avevo letto su Sorrisi e canzoni. Naturalmente non potevo sapere cosa fosse un tv movie, ma anche ora, col senno di poi, c’è da dire che il lavoro di Bender era ben scatenato sia sul versante orrorifico che in quello comedy, un po’ una risposta in piccolo di Dan O’ Bannon e anticipando i due Fred Dekker a venire, Dimensione terrore e Scuola di mostri. Certo è vero che il papà degli zombi divertenti è L’assedio dei morti viventi (Children Shouldn’t Play with Dead Things) di Bob Clark ma è indubbio che l’opera di Bender, nella sua stretta dimensione di film del terrore televisivo, ha comunque una certa originalità.

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Naturalmente il sangue non scorre mai, ma il regista riesce abilmente ad aggirare la censura con fantasia: una delle scene più suggestive mostra l’assalto di una vampira ai danni della sua discendente in una cantina, tanto vino rosso che esplode come fossimo all’interno di un mattatoio.

A fare però la parte del leone è il magnifico make up dei mostri a firma di nomi come Jeff Dawn, Steve LaPorte e Rick Stratton che firmeranno autonomamente negli anni a seguire opere come Terminator 2 di Cameron, Beetlejuice di Tim Burton o Watchmen di Zack Snyder. Incredibili i mostri presenti nel film, tutti suggestivi, dagli zombi ai licantropi, con un particolare plauso per il simpaticissimo morto vivente nano che indossa gli occhiali da sole.

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La notte di Halloween è terribilmente sconclusionato è vero, ma anche molto divertente, un horror edulcorato per famiglie, castrato nella messa in scena ma capace comunque di regalare genuini momenti di terrore come la resurrezione di una guardia giurata come feroce licantropo. In più per essere un prodotto tv mette in scena dei ragazzi perennemente arrapati e fa pomiciare non proprio pudicamente una coppia in un’auto.

Quello però che distingue il lavoro di Bender dai prodotti tv dell’epoca è la sua follia, il suo essere un oggetto difficilmente catalogabile davvero in un genere: orrore e commedia sono mischiati in egual dosi e, vi prego di credermi se non  avete visto il film, ad un certo punto La notte di Halloween diventa pure un musical. Eh sì perché verso il finale i mostri cominceranno a ballare al ritmo dell’inedita Get Dead con una coreografia sulla falsariga del quasi contemporaneo Thriller di John Landis. Questo è uno di quei momenti MACCHECCAZZO (WTF) che ti fanno amare o odiare per tutta la vita un film. Io per esempio l’ho subito amato.

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Ad ispirarsi per certe idee a queste film sarà un’altra zombi comedy a venire, Il ritorno dei morti viventi 2 di Ken Wiederhorn che più che al modello bannoniano sembra in alcuni momenti guardare proprio all’opera tv di Jack Bender, a cominciare dalla resurrezione buffa dei suoi cadaveri.

Oltre al numero musicale il film presenta un personaggio che si chiama Sandy come la protagonista di Grease e la ritrae, nell’incarnazione attoriale della dolce Jonna Lee (la Gina Sterling di Dimensione Alpha), come un clone di Olivia Newton John.

Tra gli altri interpreti spiccano Shari Belafonte, stupenda figlia del cantante Harry, il Dick Van Patten de La famiglia Bradford nei panni di un dentista vampiro, il Kevin McCarthy de L’invasione degli ultracorpi, e la mai celebre ma bellissima Dedee Pfeiffer, sorella di Michelle e futura interprete di un altro cult horror, Vamp di Richard Wenk.

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Il film purtroppo a livello narrativo non mantiene tutte le promesse e si perde in un plot confuso e senza molto senso logico. C’è da dire però che La notte di Halloween ha un finale plumbeo che decima quasi tutto il cast e termina in maniera struggente sulle note della romantica Devil or angel dei The Clovers. Coraggioso a suo modo. In più dove ma avete visto un film che fa risorgere i suoi morti con un effetto cannonata?

The Midnight hour in Italia è uscito recentemente in dvd per la Jubal Classic Video nella collana “I migliori film della nostalgia“. La qualità del prodotto è mediocre, ma un cartello prima del film ci avverte comunque che, essendo un prodotto per la televisione, questo è il master migliore disponibile.

L’amico Denis, nei commenti a questa recensione, però sbugiarda queste affermazioni postandoci una recensione del dvd da amazon

La Jubal Video dichiara all’inizio del film che la scarsa qualità e i difetti “di pellicola” sono dovuti al passare del tempo. Balle. La versione DVD USA R1 (ormai fuori catalogo) è riversata da pellicola e si vede benissimo, mentre questa è una VHS NTSC convertita a PAL in analogico e mixata con l’audio italiano preso da qualche registrazione televisiva. E’ un film minore, ma molto raro, e so di dirlo solo per i pochissimi collezionisti là fuori: questa versione fa schifo, non sprecate soldi“.

Ricordiamoci però che, fino a pochi anni fa, questo era un film introvabile e le uniche registrazioni tv erano tra il pessimo e l’inguardabile. Dobbiamo purtroppo accontentarci, ma che peccato però che in Italia, tra Sinister che spacciano mux amatoriali per riversamenti 4k e Golem che si vedono peggio di vhs, molte volte accontentarsi è mangiare merda. Fortuna che esistono realtà come la Freak video o i grandiosi recuperi Cecchi Gori.

Se non lo conoscete vi invito a recuperarlo comunque anche perché il (pessimo ma unico) dvd a volte viene venduto sotto i 5 euro. Il rischio è solo che possa diventare un vostro cult di Halloween.

Andrea Lanza

NB Ringraziamo il lettore Paolo D’Alessandro per il prezioso aiuto archeologico!

La notte di Halloween

Titolo originale: The midnight hour

Anno: 1985

Regia: Jack Bender

Interpreti: Lee Montgomery, Shari Belafonte, LeVar Burton, Peter DeLuise, Dedee Pfeiffer, Jonna Lee, Jonelle Allen, Kevin McCarthy, Cindy Morgan, Dick Van Patten, Mark Blankfield, Hank Garrett, Sheila Larken, Dennis Redfield, Kurtwood Smith, Jennifer Shockey

Durata: 94 min.

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Qui il film completo se intanto volete farvi un’idea della pellicola:

Corda Tesa

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Gli anni 80 devono essere stati un momento altalenante della carriera di Clint Eastwood, mai (prima e dopo) così combattuto tra un’anima autoriale e una più decisamente commerciale. Sono gli anni è vero di grandi capolavori come Il cavaliere pallido e Gunny, di eccellenti lavori personali come Bird e Cacciatore bianco, cuore nero, ma anche di pellicole più meramente popolari come Firefox  la volpe di fuoco, Pink cadillac, La recluta e Scommessa con la morte, banali, stupidelle e altamente spettacolari, non dissimili come impianto da un Craig R. Baxley più ricco di budget.

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Corda tesa fa parte di quest’ultima categoria, i film meno personali dell’attore/regista, in ruoli che lo volevano sempre indossare la vetusta maschera dell’Ispettore Calla(g)han, poliziotto duro ma giusto. Qui si cerca però di sporcare quel ruolo collaudato  con inaspettate connotazioni psicologiche, rendendo questo Wes Block un personaggio frastagliato, fragile sotto una scorza di macho, con persino il vizietto delle puttane e del bondage sadomaso, gli stessi interessi di un killer che sta mietendo vittime proprio a New Orleans, la sua città.

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L’impatto sulla carta è forte, peccato che premesse così interessanti restino solo nelle intenzioni a causa di una recitazione di Eastwood imbarazzante e monocorde.

Basti pensare alla sequenza dove una prostituta pratica al nostro Wes Block un blow job e il viso dell’attore in pieno orgasmo non è dissimile da quando fa colazione con le figlie piccole. Più volte Eastwood ha dimostrato di essere un valido interprete, dall’intenso La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled) di Don Siegel (1971) senza dimenticare Brivido nella notte, e, in seguito, Gli spietati, Milion dollar baby e Gran Torino, solo che qui sembra davvero non crederci più di tanto, limitandosi ad attraversare il set senza preoccuparsi di cosa stia realmente facendo il suo personaggio.  In pura scuola Io sono fotogenico di Dino Risi quando Pozzetto veniva provinato.

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La regia stavolta è di Richard Tuggle, sceneggiatore di Fuga da Alcatraz alla sua prima regia, ma si vocifera, leggendo vari rumor, che gran parte dell’opera fu proprio filmata da Clint.

A fare da spalla femminile stavolta non troviamo la “solita” Sondra Locke, compagna all’epoca dell’attore, ma la più inusuale Geneviève Bujold, talentuosa attrice canadese, reduce dal recente Coma profondo. Peccato che tra i due non ci sia mai alchimia e almeno una scena che in sceneggiatura doveva essere ricca di sottotesti erotici (l’incontro in palestra come un amplesso) qui sembra un’impacciata parodia alla Aereo più pazzo del mondo.

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La scena meno erotica del mondo

Corda tesa può ricordare un Cruising in minore dove, al posto di un sottomondo infernale gay, un poliziotto si trova a dover fare i conti con la sua indole sessuale etero aggressiva, fatta di manette e lacci.

Non funziona però il tentativo di depistare lo spettatore facendo credere che l’assassino di prostitute sia proprio lo stesso Wes Block, anche perché, a neanche 5 minuti dall’inizio, vediamo in faccia il colpevole, vestito da poliziotto, sguardo inquietante e scarpe da tennis che stonano.

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Non  si pensi però che Corda tesa sia un brutto film, è solo un torbido poliziesco come tanti uscivano nel periodo, usuale per un Wings Hauser diretto da Paul Aaron con due lire, meno per un Eastwood da grande produzione.

Funziona tutta la parte investigativa, le apparizioni da horror del killer mentre indossa una maschera da demone, persino un frammento slasher, dove Clint trova la balia delle figlie ficcata in una lavatrice, fa la su porca figura. Anche le sequenze action con gli inseguimenti sono molto spettacolari, ma a non convincere è proprio la natura ibrida del progetto che vorrebbe essere più complesso della media dei prodotti analoghi e risulta, per interpretazioni e una sceneggiatura non proprio brillante, altrettanto superficiale.

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Un gran lavoro d’atmosfera lo fanno le musiche jazz di Lennie Niehaus e la fotografia virata in rosso di Bruce Surtees. Nudi pochi e solo delle vittime del killer, sangue nullo, questo prevedibile in un thriller che tende ad essere slasher senza varcare mai davvero la soglia.

Tra le attrici troviamo la figlia di Eastwood, Alison, dodicenne al suo primo ruolo di spicco, e Rebecca Perle che lo stesso anno combatté tette contro tette a fianco di Linda Blair, nei cessi di una scuola, nel magnifico Savage streets.

A conti fatti un’opera che non annoia, da sabato sera sonnacchioso, magari abbinato ad un Gunny, gagliardissimo e tosto, che risveglia, questo sì, l’attenzione verso il Clint che tutti noi amiamo.

Oscar della peggiore battuta di sempre: “Vorrei ricamarti un pigiamino di saliva” detto non da un maniaco ma da un arrapato a Wes Block ad una sexy Geneviève Bujold. Come cambiano i tempi, vero, Callaghan?

Andrea Lanza

Corda tesa

Titolo originale: Tightrope

Anno: 1984

Regia: Richard Tuggle

Interpreti: Clint Eastwood, Geneviève Bujold, Dan Hedaya, Alison Eastwood, Jenny Beck, Marco St. John, Rebecca Perle, Regina Richardson, Randi Brooks, Jamie Rose, Margaret Howell, Rebecca Clemons, Janet MacLachlan, Graham Paul, Bill Holliday

Durata: 114 min.

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Cruising (recensione due)

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Ad agosto del 2013 mi stavo scervellando su quale film recensire su Malastrana vhs, e la scelta cadde su Cruising di William Friedkin, uno dei grandi assenti nel mercato dei blu ray e DVD. Solo che non mi sentii all’altezza di scrivere personalmente la critica, ma la affidai all’amico e collega Francesco Ceccamea che scrisse un’analisi interessante e sicuramente diversa da quella che avrei imbastito io. Mi capita poche volte nella mia vita di avere questi abbassamenti di ego, ma esistono film che superano lo status di bello e assumono lo splendore dell’opera d’arte, talmente assoluti da essere materia divina e perciò sacra. Posso dire che Cruising (ma per restare in “campo Al Pacino” anche Carlito’s way e Scarface) è uno dei cento film che mi porterei su un’isolotto deserto insieme a due o tre modelle discinte e impudiche. A distanza di anni riprendo proprio Cruising, senza avere l’ambizione di fare né una critica assoluta sul film né di buttare giù pensieri eloquenti: siamo su questa pagina virtuale solo per fare due chiacchiere tra amici, nulla di più. Ma bando alle ciance, entriamo nel vivo del film.

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E’ il 1980 quando il regista William Friedkin decide di girare questo film con uno dei divi più importanti dell’epoca, Al Pacino, reduce dal successo di Il padrino (1972) e Serpico (1973) tra gli altri. Sembra che l’attore non piacesse al regista: lui aveva visto nel più atletico Richard Gere il candidato ideale per un ruolo da protagonista. Come scrisse  Ceccamea: “Reduce dal successo di “Serpico” (Pacino) vorrebbe tentare il colpaccio con quest’altro agente tormentato ma non ha il coraggio di abbandonare del tutto il suo status di sex symbol etero e così buona parte dei tormenti e le ambiguità che costituirebbero la parte più interessante di tutto il progetto vanno a farsi benedire. Per carità, se vogliamo usare Pacino come capro espiatorio (cosa che non merita) allora bisogna insistere anche sui suoi limiti fisici. Lui si allena, cerca di tirar su dei muscoli, ma in fondo ha un fisico troppo scarso per recitare certi machismi che il ruolo pretenderebbe. Però si tratta di uno degli attori più carismatici che ci siano e può starci che nel giro di qualche settimane inizi a farsi notare in una riserva di caccia fatta di pettorali scolpiti, catene, borchie e linguaggi in codice per abbordaggi”. A quell’epoca Friedkin non se la passava poi benissimo: i suoi lavori precedenti, Il salario della paura (1977) e Pollice da scasso (1978), non erano stati poi grandi successi e l’ultimo (eclatante) trionfo al botteghino si poteva rintracciare nel lontano 1973 con L’esorcista. Oltretutto a Friedkin sembra che questo Cruising non interessasse poi molto: già qualche anno prima gli era stato inutilmente proposto il progetto. La produzione chiama persino il giovane Steven Spielberg per occuparsi della regia, ma alla fine non se ne fa niente, passano gli anni e Friedkin si trova a leggere degli articoli scritti da Anthony Campana su una serie di delitti ancora irrisolti nel sottoborgo sadomaso gay, scopre con interesse la storia di questo poliziotto, Randy Jurgenson, che si era introdotto sotto copertura in quell’ambiente e si ricorda di una comparsa che, sul set de L’esorcista, gli aveva parlato di questi crimini.

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Ecco allora che riprende in mano il romanzo Cruising di Gerald Walker e si appassiona al progetto. Diciamolo a scanso di equivoci: Cruising è un capolavoro, non senza difetti è vero, a volte eccessivamente urlato o semplicistico, criptico in alcune sequenze, ma appassionante, girato in uno stato di grazia mai toccato prima dal regista e così scorretto e crudele che non ti aspetti da un prodotto mainstream. A Friedkin non serve il sangue per colpire il pubblico, non farà lo stesso ragionamento di, per esempio, un Lucio Fulci che, trovandosi per le mani materia scottante e sessuale, ne Lo squartatore di New York, spingerà il piede sull’acceleratore dello splatter e del nudo. C’è in Cruising la violenza, l’emoglobina che schizza contro lo schermo del peep show a gettoni, i cazzi che sublimemente accompagnano la fantasia del killer prima dell’omicidio di apertura, ma non solo, perché Cruising è soprattutto un’opera hardcore d’atmosfera, con i parchi pubblici di New York che si scuriscono di notte come nelle fiabe dei Grimm e la paura, palpabile, che accompagna il desiderio umano di piacere. Si potrebbe persino azzardare che il killer di questa pellicola sia una raffigurazione dell’AIDS e possiamo avvalerci, in questa lettura, pure di un finale ambiguo e non spiegato. Chi è che uccide il vicino di casa di Al Pacino? Lo stesso protagonista che, scoprendo il suo lato oscuro, prende i panni dello stesso “lupo cattivo” che ha arrestato o un altro killer che prosegue l’opera di punizione verso i gay? Sempre che, naturalmente, l’assassino sia quello che giace in un letto d’ospedale… Ecco allora che l’AIDS assume il ruolo della morte, un po’ come una sorta di versione dark e realistica di Final destination: è il compagno che ti porti a casa, l’occasionale amante che ti infetta e quindi ti condanna a morte, una creatura da uno e mille volti che potrebbe essere chiunque. D’altronde Friedkin è abile a non farci vedere il killer nella sua interezza e, man mano, che la vicenda prosegue ci si confonde sempre di più.

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Cruising è anche un horror, con una scritta che, un decennio dopo, avrebbe figurato bene in Essi vivono: “Noi siamo ovunque”. In questa lettura, quasi alla Burroughs, Al Pacino si trova non solo ad infiltrarsi in un mondo a lui, etero e con compagna, assolutamente sconosciuto ma ad esserne pure coinvolto mentalmente. E’ la stessa regola che, da che mondo e mondo, muove i polizieschi più classici, del quale Cruising mantiene comunque lo scheletro narrativo: quando entri in una realtà non tua, che sia il mondo dei mafiosi o una banda di motociclisti, rischi sempre di metterci le radici e scoprire qualcosa di te che non sai. Ecco che Al Pacino si trova a cambiare la propria pelle, in una recitazione tra l’altro magistrale dell’attore, e a scoparsi la compagna con una rabbia inusuale, a soffrire nel momento che lei glielo succhia e a ripetere “Mi sto perdendo”, neanche fosse nel romanzo di Richard Matheson, “Io sono Hellen Driscoll”. Non solo: comincia a fare scenate di gelosia al ragazzo del vicino di casa (James Remar) e a ritrovare la sua giusta dimensione, la stessa che lo terrorizza, in una scena di ballo scatenato in un pub gay. Quando, poi, la polizia irrompe per salvargli la vita da un probabile assassino, lo trova nudo e legato, lì lì sul compiere il salto sessuale estremo.

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La New York di Cruising è sporca e lurida, fotografata soprattutto di notte, e attraversata da figure che, anche nelle vesti di eroi, possiedono la stessa ambiguità dei cattivi.  Ottimo, in tal senso, l’esempio dei due poliziotti (uno di loro il grandissimo Joe Spinell di Maniac) che, all’inizio della pellicola, discutono di quanto il mondo faccia schifo, di come la città si sia riempita di derelitti, e poi si fanno “baciare il bastone” da un paio di travestiti pescati a battere. Neanche poi il capo della polizia, interpretato con nerbo da Paul Sorvino, risponde ai canoni classici del buono, costringendo Al Pacino a continuare la sua discesa nell’inferno e a non fermare un pestaggio ai danni di un innocente che si troverà costretto persino a menarselo davanti ad un gruppo di agenti omofobi. Non c’è spazio per le donne in questa pellicola e l’unico ruolo femminile è quello di Karen Allen che però non esita ad abbandonare il suo compagno nel momento che ha più bisogno di lei. Spetta comunque alla donna il momento più bello e toccante quando, sulle note di una dolcissima partitura di Jack Nitzsche, la si vede indossare gli stessi abiti sadomaso del fidanzato, annullando quindi nella sua carne da femmina le paure del maschio e assumendo un ruolo assoluto di compagna, amante e fantasia erotica. Non piacque all’epoca Cruising e il regista fu costretto a tagliarlo di quasi mezz’ora dei momenti palesemente pornografici, con sequenze di vero sesso non simulato davanti agli occhi di un Al Pacino spettatore. La comunità omosessuale fece fuoco e fiamme per boicottare il film trovandolo omofobo e non capendo che si trattava solo del ritratto di un sottobosco, vero e documentato, e non di tutta la comunità gay. Come a dire che a tutti gli eterosessuali piace leccare la fica. Falsità e luoghi comuni.

Andrea Lanza

Cruising

Anno: 1980

Regia: William Friedkin

Interpreti: Al Pacino, Paul Sorvino, Karen Allen, Richard Cox, Don Scardino, Joe Spinell, Jay Acovone, Randy Jurgensen, Barton Heyman, Gene Davis, Arnaldo Santana, Larry Atlas, Allan Miller, Sonny Grosso, Ed O’Neill

Durata: 104 min.

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Jack, Jekyll e Frankenstein: c’era una volta la paura in tv

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David Wickes è uno dei tanti nomi che probabilmente non vi diranno niente, ma, a suo modo, è stato un pioniere del cinema, stavolta però trasposto in tv.

L’11 e il 18 ottobre 1988 fu trasmesso sulla rete inglese ITV il suo Jack the Ripper (da noi La vera storia di Jack lo squartatore), un tv movie di 182 minuti, realizzato a cento anni precisi dagli omicidi di Whitechapel. In Italia sbarcò invece un anno dopo, in onda in prima serata, su Canale 5, il 22 e 23 ottobre 1989, non senza un certo clamore per l’epoca.

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Jack the Ripper versione 1988 nasceva dallo studio di documenti ufficiali dell’epoca quindi sulla carta era un lavoro d’indagine che poco spazio dava alla fantasia. Alla fine delle tre ore abbondanti una scritta infatti recitava:

Nello strano caso di Jack lo Squartatore, non c’era nessun processo e nessuna confessione firmata.

Nel 1888, non erano in uso né le impronte digitali né gli esami del sangue, né tantomeno erano disponibili testimonianze forensi o testimoni oculari. Pertanto, la prova certa sull’identità dello Squartatore non è disponibile.

Siamo giunti alle nostre conclusioni dopo uno studio attento e una deduzione scrupolosa. Altri ricercatori, criminologi e scrittori potrebbero avere un’opinione diversa.

Crediamo tuttavia che le nostre conclusioni siano vere”.

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Già queste affermazioni tradiscono però le premesse di un’opera che voleva dire l’ultima parola sugli omicidi di Whitechapel svelando per la prima volta l’identità del killer,  uno scoop eccezionale, senza dubbio, se fosse stato vero.

Non stiamo qui a svelare il colpo di scena, a livello spettacolare comunque ben assestato, ma le licenze che il regista prende sono molte, a cominciare dalla figura dell’ispettore che seguì il caso di Jack lo squartatore, Frederick Abberline, qui ritratto fantasiosamente come un alcolizzato. E’ però curioso come, nel successivo From Hell di Albert e Allen Hughes, tratto da Alan Moore, il poliziotto fosse descritto, con uguale licenza poetica, come un oppiomane, cosa che non fu mai. L’Ispettore Capo Walter Dew, un detective assegnato alla Divisione H di Whitechapel nel 1888, che conosceva molto bene Abberline, lo descrive invece come un uomo abbastanza pacioso, simile ad un direttore di banca. Certo è che non era celibe, come quasi tutte le sue reincarnazioni cinematografiche vogliono, ma sposato con la trentaduenne Emma Beament in seconde nozze dopo la morte prematura, per tubercolosi, della prima giovane moglie. Presente anche in La vera storia di Jack lo squartatore Emma Beament, interpretata dalla bellissima Jane Seymour, è invece qui una vecchia amante di Abberline che, ad un certo punto, lo tradirà con un attore, nell’incarnazione di un gigionesco Armand Assante.

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Di altri film sull’omicida ce ne sono stati e altri ce ne saranno dopo questo, ma la maggior parte, come nel caso dell’eccellente Omicidio su commissione di Bob Clark o, del già citato, From Hell, punteranno sulla teoria più accreditata, quella di un complotto massonico che coinvolgeva la famiglia reale. La vera storia invece sceglie una strada meno tortuosa, ma non per questo meno spettacolare, con un finale davvero pieno zeppo di colpevoli probabili e un assassino tra i più insospettabili.

In passato Wickes aveva curato la regia, nel 1973, di Jack the Ripper, una miniserie documentaristica di 6 episodi (due suoi) che cercava di scoprire, attraverso interviste e documenti originali, la vera identità dello squartatore.

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La vera storia di Jack lo squartatore (scritto dal regista con Derek Marlowe) è uno dei migliori prodotti sul tema: un’opera piena di ritmo anche nei tempi televisivi, impreziosita da ottime interpretazioni e con un gusto certosino nel ricostruire sia i delitti del killer che la Londra  ottocentesca. Non vi aspettiate però sangue a profusione: la sua natura da fiction tv non gli permette di calcare la mano laddove, per esempio, i precedenti lavori di Jesus Franco (Erotico profondo, 1973, con Klaus Kinski) e Robert S. Baker con Monty Berman (Jack lo squartatore, 1959) erano più scatenati nella violenza grafica pur trattando la stessa storia. E’ indubbio però che raramente si era visto prima in  televisione un prodotto di genere thriller così ben riuscito e capace di rivaleggiare con film girati e scritti per il cinema.

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A fare la parte del leone è senza dubbio Michael Caine che stringerà col regista Wickes un sodalizio fortunato tornando anche per il successivo Jekyll e Hyde del 1990, girato sempre per il piccolo schermo. Per La vera storia di Jack lo squartatore l’attore prese 1 milione di dollari su 11 di budget e rimpiazzò il protagonista scelto originariamente, il Barry Foster di Frenzy. Questa scelta non fu dovuta all’incapacità di quest’ultimo, ma semplicemente perché erano entrati nel progetto dei produttori americani e l’opera per essere venduta meglio chiedeva una star nel ruolo principale.

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Armand Assante, un ottimo interprete mai diventato davvero famoso, interpreta con convinzione il ruolo dell’egocentrico Richard Mansfield, attore che porta in scena un orrorifico Dottor Jeckyll e Mister Hyde con tanto di mutazioni raccapriccianti (la faccia che si gonfia, la risata bambinesca) davanti ad una platea terrorizzata. La cosa curiosa è che il make up del mostro verrà ripreso in Jekyll e Hyde, sempre, come già detto, di Wickes con Caine. Assante carica molto la sua recitazione, ma riesce a non risultare mai eccessivamente fastidioso pure nell’eccesso.

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Jane Seymour non ebbe una carriera così sfolgorante e la si ricorda principalmente per essere stata una splendida Bond girl in Vivi e lascia morire con Roger Moore, anche se vinse il Golden Globe per le fiction La valle dell’Eden e La signora del west. Nel 1983 era lì lì per interpretare la protagonista del fortunato Uccelli di rovo ma, durante una scena d’amore, perse del latte materno (aveva partorito da poco) sulla star Richard Chamberlain che chiese il licenziamento repentino dell’attrice minacciando di andarsene. Noi di Malastrana non saremmo mai stati di certo così schizzinosi anche perché siamo della vecchia scuola: a noi di una donna non fa schifo nulla, poi, cazzarola, la Seymour.

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Padre Ralph era intollerante al latte e alle donne

Da citare anche l’ottima interpretazione del divo tv Lewis Collins, l’aiutante di Abberlin, e la presenza nel cast di una ormai sfiorita Susan George (Straw Dogs, Die Screaming, Marianne, Fright e Dirty Mary, Crazy Larry, tra i suoi cult).

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Leggenda racconta che in pochissimi della troupe sapessero l’identità dello squartatore e per questo Wickes chiese ai suoi attori di recitare come se tutti fossero colpevoli. Il regista arrivò persino a girare 4 finali che mostravano 4 assassini diversi.

All’epoca uscirono due versioni del film: una lunga per la televisione e una più breve di neanche due ore, un po’ come accadde per Le notti di Salem di Tobe Hooper. Inutile dire che il montaggio cinematografico è lacunoso ed eccessivamente col fiato corto.

Il successivo Jekyll & Hyde è di certo meno ambizioso come progetto, ma non per questo meno interessante. La durata stavolta è di appena 96 minuti, ma alcuni siti, senza nessuna fonte, lo danno diviso, come Jack lo squartatore, in due parti di un’ora e mezza. Certo è che l’unica versione conosciuta è questa più breve e non ci risulta che da nessuna parte sia mai stato trasmesso come miniserie. Oltretutto in Italia arrivò per la prima volta in tv nel ciclo I bellissimi di Rete 4 senza il clamore della precedente opera di Wickes.

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Certo è che girare l’ennesimo adattamento de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Stevenson non  dev’essere sembrata poi un’idea così brillante, ma il film non è senza sorprese narrative. La migliore trasposizione dell’opera la si deve a Terence Fisher che con Il mostro di Londra (The Two Faces of Dr. Jekyll, 1960) presenta un ribaltamento dei classici ruoli del romanzo: il protagonista è un vecchio misantropo e la sua controparte malvagia invece giovane e affascinante. Qui invece Wickes resta ancorato al concetto della malvagità intesa come mostruosità ma, attenzione, calca la mano come nessuno prima su questo: il suo Hyde, più dello Spencer Tracy bestiale del capolavoro di Victor Fleming (Dr. Jekyll and Mr. Hyde, 1941), è un essere raccapricciante, orribile a vedersi e più simile ad una bestia rabbiosa che ad un uomo dotato di intelligenza. Le intenzioni di Michael Caine/Jekyll vengono tradite dai fatti: “Volevo creare il bello dal brutto, l’intelligente dallo stupido“. Non c’è che dire: esperimento fallito.

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Wickes, qui unico sceneggiatore, non punta, come già nella precedente opera, negli effetti grandguignoleschi, ma osa alcune scene, sul versante sessuale, non così caste come tradizione televisiva imporrebbe, a cominciare dallo stupro di Sara Crawford, la fidanzata di Jekyll, da parte di Hyde. Certo non vediamo l’atto mentre è attuato ma quando la ragazza si mostra, seminuda e con la schiena lacerata di tagli, possiamo presagire che i due non hanno giocato tutta la notte a settebello.

Il make up di Caine in versione mostruosa è efficace e, come detto in precedenza, ricorda il trucco di Assante in La vera storia di Jack lo squartatore: un Hyde simile ad un grasso bambino malvagio.

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La vicenda è raccontata in flashback e assesta uno dei suoi colpi più duri proprio nell’epilogo, crudele e inaspettato, pieno di un delizioso humor nero. Di più non possiamo dire per non rovinare la sorpresa.

Jekyll & Hyde è un film ottimo sul piano narrativo, perfetto su quello scenografico, ma paga stavolta un’interpretazione non così brillante di Michael Caine quando non gigioneggia col mascherone. Il suo Jekyll è insipido, la sua recitazione monocorde e sottotono, in più con i suoi 57 anni nel 1990 risulta anche eccessivamente fuori parte in un ruolo che lo vuole pure come affascinante seduttore.

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Ad affiancarlo l’ex Charlie’s Angels Cheryl Ladd, ancora splendida alla soglia dei 40 anni, e purtroppo però anche lei un esempio di casting bizzarro che la costringe ad interpretare un personaggio di almeno 10 anni in meno, non risultando però mai credibile.

Il migliore del lotto horror firmato Wickes è però anche il più sconosciuto, quello che sulla carta era un fallimento e che invece si rivela essere una tra le opere più innovative e brillanti tratte da Mary Shelley, Frankenstein.

Girato nel 1992 ma da noi distribuito direttamente in vhs per la VIVIVIDEO/RCS a ridosso del Frankenstein di Kenneth Branagh, nel 1994, è un film molto interessante e, come ci ha abituati il regista, dall’impianto altamente spettacolare.

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La versione visionata in videocassetta oltretutto è molto buona, gratificata anche da un ottimo doppiaggio che non presenta la solita negligenza pedestre degli adattamenti diretti in home video.

Quello che differenzia questo Frankenstein da ogni altro mai girato è l’umanizzazione del mostro, ritratto non come una bestia incattivita ma come un candido voltairiano, un puro che si trova a scontrarsi con un mondo violento e feroce. Tanto pathos nella caratterizzazione della creatura si deve alla delicata (e inaspettata) recitazione di Randy Quaid, conosciuto al grande pubblico soprattutto per ruoli comici. L’attore, premio Oscar comunque per il bellissimo L’ultima corvé (The Last Detail) di Hal Ashby, rende perfettamente il dramma di un uomo che sembra affetto da un ritardo mentale, ingiustamente perseguitato solo per il suo aspetto non per le sue azioni.

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Anche Patrick Bergin, fresco fresco dagli eccellenti Le montagne della luna e A letto col nemico, è ottimo nei panni di Viktor Frankenstein con una recitazione ricca di sfumature. Il suo personaggio, a differenza dei nichilisti mad doctor alla Peter Cushing, viene rappresentato soprattutto come un uomo di scienza mosso da pietas. Per questo il suo mostro non è formato con pezzi di cadavere, ma nasce da un liquido sperimentale, simile a quello amniotico.

Facciamo la conoscenza del dottore in un lazzaretto di tubercolotici, dove l’uomo presta servizio a discapito della sua di salute. Questa caratterizzazione del personaggio così privo di egocentrismo e hubris è agli antipodi rispetto alla maggior parte dei Frankenstein trasposti su pellicola.

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Certo siamo in un horror e, tra i vari esperimenti condotti dall’uomo, possiamo ammirare, in effetti speciali non così speciali, un ibrido tra un gatto e un serpente e tra un coniglio e un porcospino. Esperimenti che verranno presto dimenticati da una sceneggiatura che in altri frangenti è meno superficiale.

I due, il mostro e la creatura, sono legati da una simbiosi mentale e fisica: se uno si ferisce anche l’altro sente dolore.

Naturalmente la trama è la stessa vista mille volte in altri film tratti da Mary Shelley, dai classici Universal e Hammer fino al kolossal di Coppola e Branagh, ma questo Frankenstein tv è comunque una delle trasposizioni migliori, non fedele al modello letterario certo, ma comunque dotato di una propria originalità.

Ottima la fotografia di Jack Conroy (Excalibur) che, soprattutto nella scena della creazione della sposa del mostro, satura i colori come in un fumetto alla Creepshow con i blu sparati sopra le altre tonalità.

A suo modo questo è un film maledetto: Patrick Bergin si ruppe un braccio mentre recitava, John Mills che interpretava un cieco perse quasi del tutto la vista e Michael Gothard morì a fine anno di quel 1992.

Doveva essere oltretutto il terzo film diretto da Wickes con Michael Caine, ma l’attore rifiutò la parte del mostro dopo aver letto il copione.

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Patrick Bergin, l’uomo dei tarocchi home video

Stavolta la produzione doveva essere più povera e le riprese non furono effettuate nella solita Inghilterra, ma nella più economica Polonia. Il budget non altissimo lo si denota soprattutto in effetti speciali non riuscitissimi e nel make up minimale del mostro.

Frankenstein versione Wickes però merita una riscoperta anche perché, soprattutto da noi, è stato venduto come un tarocco di un  film di successo. Dev’essere la maledizione di Patrick Bergin che, sempre nel 1992, recitò nel Robin Hood non baciato dalla fortuna, quello senza Kevin Costner e da noi venduto in videoteca come imitazione a buon mercato di quello. Inutile dire che entrambi erano ottimi Robin Hood.

Frankenstein, La vera storia di Jack lo squartatore e Jekyll e Hyde mostrano una tv anni 80/90 già avanti col tempo, meno ancorata alle logiche strette e censorie dei prodotti televisivi dell’epoca e lanciata verso un possibile cinema sul piccolo schermo.

Mai baciati da un’uscita in dvd, ormai spariti da anni dai palinsesti, le tre opere di Wickes meritano una nuova vita in questo nuovo millennio soprattutto perché non sono invecchiati di un solo giorno.

Andrea Lanza