Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

La necrofila (Love me Deadly)

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La Necrofila (1972), non è un capolavoro misconosciuto ma un filmetto tecnicamente mediocre, recitato con l’istrionismo tipico di una telenovelas caraibica e voragini di sceneggiatura quasi in territorio Seirlingiano (inteso come il papà de Ai confini della realtà, esatto). Di contro è una perlina sozza, uno schiaffo audace alle buone maniere della perversità d’autore e forse il più genuino trattato sulla necrofilia pre-Buttgereit. Non c’è molta violenza, non ci sono secchiate di sangue e tanto meno la lascivia porno soft di certo cinemino border-line con il piede nelle staffe di più generi. In un certo modo è un ritratto toccante, discreto e sentito di una bella ragazza in fissa con i cadaveri. Punto. Lindsey Finch, (interpretata da Mary Charlotte Wilcox) ha un grosso trauma da manuale psichiatrico che la riduce a bighellonare tra vecchi cimiteri e Funeral Homes fin quando una setta segreta con gusti assai simili ai suoi non le mette gli occhi addosso e un marito (Lyle Waggoner) esasperato e sospettoso non la sgama.

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Gli amplessi orali e gli sfregamenti epifanici non mancano ma tutto è gestito mantenendo una decorosa patina anni 70 da rivista di moda, tra rolls royce e cappellini con velo, ristoranti etnici e mostre d’arte elegantone. Tutto il bric a brac da catalogo Vanity Fashion è scandito da un motivo musicale talmente vetusto da scatenare la necrofilia degli appassionati musicali di colonne sonore da archivio. Il brano composto da tale Phil Moody (che non è come Wikipedia linka il leader della pop band Cowabanga ma un dimesso e forse mai esistito compositore sinfo-jazz) si intitola come lo stesso film in originale: Love Me Deadly. Si tratta di una ballata in stile Artie Kane (Looking For Mr.Goodbar) se avete presente, dove una voce femminile pregna di solitudine e scotch di classe lagna verso il sesso maschile il gran bisogno di amore che ha. Quel deadly reiterato è facilmente ribaltabile con daddy, (il babbo), unico grande amore e ossessione d(‘)annata per la povera necrofila donna/bimba.

Il film inizia proprio con una serie di flashback giallo diarrea colerica al rallentatore e ricchi di zoom indiavolati dove vediamo il perpetrarsi innocuo del rapporto incestuosamente paposo all’origine di ogni casino narrato della piccola Lindsey. Il bel papà è divertito e forse un tantino consapevole della cotta di sua figlia e magari la disgrazia che seguirà è solo la provvidenziale e moralistica punizione di lui, vero colpevole di questa devianza letale (ma è solo una supposizione modesta di chi sta scrivendo, intendiamoci.)

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Probabilmente l’autore Jacque Lacerte, che dopo un esordio così entusiasta non sembra aver dato il via a una schiva carriera al servizio del male in pellicola o delle pubblicità Amaro Ramazzotti, non era molto fiducioso nelle proprie capacità di dialoghista (ha scritto anche la sceneggiatura, sì), ecco perché una metà del film sembra quasi un vecchio muto. I personaggi si muovono, parlano e agiscono per lunghi tratti sommersi da una colonna sonora birichina e dal sapore latineggiante. Bisogna ammettere che su un piano del linguaggio filmico è anche interessante: non è frequente veder sbrogliare ettari di trama con una specie di balletto di sguardi, abbracci e passeggi consumati nell’arco di pochi minuti in cui i personaggi muovono le labbra senza dir nulla e nel mentre si seducono, familiarizzano, si lasciano, si sposano… Peccato che Jacque si faccia prendere la mano e quello che avrebbe potuto essere un modo intelligente e umile di trasformare la necessità in virtù diviene un istrionico tentativo di attirare l’attenzione su di sé.

La povera “signorabbene” finisce per sposare un uomo assai simile fisicamente al povero padre perduto ma deve concedersi sovente una cavalcata di carne cruda per sfoderare i sorrisi da perfetta mogliettina. Questo la costringe come prima del matrimonio, a una doppia vita. Il suo reale problema però non è la pratica di una mania inaccettibile per il mondo civile di cui lei dopotutto vuole essere parte (organizzando feste chic e promettendola a destra e a manca di continuo) ma la distrazione cronica! La signora Lindsey Finch infatti è davvero un disastro di rincoglionitaggine! In più di un’occasione si lascia sgamare e seguire, dimentica sinistre lettere d’invito alla sospettosa mercé del marito; si scopa un cadavere sotto gli occhi di uno sconosciuto nascosto dietro un velo trasparente; si fa sorprendere dal tipo con cui esce, di notte, mentre vaga in città a orari inscusabili verso i suoi amici cadaveri e di giorno mentre balla con un orsacchiotto tra le braccia e due dementi treccine, sulla tomba del papà defunto.

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In parte è un po’ sfigata, per carità, ma forse è tutto un inconsapevole meccanismo di seduzione da vedova nera, forse… Non è un caso che gli uomini, invaghiti di lei finiscano per seguirla fino a trovarsi poi infallibilmente su un lettino d’acciaio con dei tubi nella giugulare, davanti agli sguardi inorriditi, disperati ed eccitati della protagonista e quelli malignamente arraposi della congrega necrofila di cui, dopo un iniziale fase di dubbio ed esitazione, Lindsey diventa parte attiva.

Ovviamente, in realtà la signora Finch è così sbadona, sfiga e puttana più che altro perché Lacerte è un pessimo sceneggiatore e risolve tutti gli inghippi della trama a spese della concentrazione della sua protagonista, ma in fondo poco importa come proceda la storia. Quello che davvero vale la riscoperta di La necrofila è il garbo e la sobrietà con cui un tema sordido oltre ogni canone venga trattato in un’epoca ancora troppo lontana per simili aperture mentali alternative. Non c’è sensazionalismo e per quanto in modo terribilmente scolastico, il film è incentrato sul tentativo genuino di restituire umanità a chi fa sesso con i morti senza giudicarlo.

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Da parte della signora Finch infatti non c’è la voglia di trattenere o esaurire una simile pazzia ma soddisfarla e tenerla segreta. Questo non la conduce a una morte orribile ma al soddisfacimento assoluto di ogni suo desiderio.

Il cuore del suo papà è ancora vivo dietro la rigida coltre cicciuta di anonimi corpi e per lei è semplicemente impossibile rinunciarvi. L’inferno però è pieno di gente che amò oltre ogni ragionevolezza e a qualsiasi costo, sembra dirci Lacerte, quindi non schifate la signora Finch, vuole solo essere felice e rassicurata, come tutti noi.

La donna, nonostante i casini mentali in cui si trova, finisce per rivestire il ruolo di una moglie (ma non di una madre) solo perché la realtà è scesa a patti con lei, restituendole un clone fisico del padre che però è troppo vivo per scatenarne la libido. Lei infatti è apparentemente frigida e non si concede. E tutti gli uomini che provano a farle cambiare idea non vanno mai molto avanti nell’approccio. Anche l’amico (interpretato dall’indimenticabile mannaro Christopher Stone de L’ululato) donnaiolo brutale finisce per desistere dopo una specie di stupro estemporaneo a inizio film. Eppure la signora Finch con i cadaveri è sessualmente scatenata, di gran fame e imprevedibile. Colpisce per esempio il bacio prolungato al pizzetto barbuto di un morto, al culmine della prima scena. Ci si aspetterebbe una rapida salita verso le labbra violacee ma lei si ferma a lungo sul punto che molte donne amanti dei vivi detesterebbero: il pelame pizzicoso.

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La congrega di necrofili-satanisti (capeggiati dal becchino spregevole interpretato dall’attore) in fondo è messa lì per dare azione (il film è più un dramma puro che un horror di genere) e ribadire che in certi termini violenti anche la necrofilia va condannata e deve morire. Però rappresenta la componente retrò più figa del film, quella che farà la gioia dei malati di horror anni 70, con orge liturgiche teneramente stroboscopiche e rallentate alla uomo da seimilionididollari.

La parte che invece incute sul serio paura è quando, nel finale, tra droghe e shock vari, la protagonista è lasciata libera di vagare nel buio della propria dimora mentale, accecata dai flash della morte di suo padre e con il vecchio orsacchiotto sottobraccio, custode esoterico del segreto incestuoso, assassino e mortifero della donna/bimba. Lei cammina languida verso l’alcova nuziale mentre la colonna sonora smette di essere fracassona e melensa e fa il suo porco lavoro d’atmosfera riducendosi quasi al silenzio, se escludiamo i rimbrotti vaghi di un carillion in lontananza; ma funziona e rende le immagini ancora più sinistre. Avvertiamo, oltre l’inquietudine, un senso di pietà e immaginiamo quanto quei piedi femminili, una volta tanto, si stringano intorno a due fette maschili ancora più fredde e inerti.

Francesco Ceccamea

La necrofila

Titolo originale: Love me deadly

Anno: 1972

Regia: Jacques Lacerte

Interpreti: Mary Charlotte Wilcox, Lyle Waggoner, Christopher Stone, Timothy Scott, Michael Pardue, Dassa Cates, Terri Anne Duvalis, Louis Joeffred

Noto anche come “Amami mortalmente” o “La regina del male” (aka “Queen of evil”). 

Durata: 90 min.

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Malizia 2mila

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«Forse non ero tagliata per fare l’attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell’ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida»

(Laura Antonelli)

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Dedicato a Laura Antonelli, nome d’arte di Laura Antonaz (Pola, 28 novembre 1941 – Ladispoli, 22 giugno 2015)

“Malizia” fu un classico della commedia erotica sexy del 1973, Laura Antonelli era una superstar e un simbolo del sesso. 18 anni dopo, il sequel “Malizia 2000″, uccise la sua carriera.

 Ignazio/Turi Ferro e Angela/Laura Antonelli (l’ex cameriera), ora sposati da quasi 20 anni, hanno perso la scintilla nella loro vita amorosa. Ignazio sta sbavando per la sua assistente del negozio, mentre Angela è profondamente annoiata a casa. Tutto questo cambia quando un archeologo(Roberto Alpi) arriva per condurre degli scavi nelle grotte sotto alla villa. Egli porta con sé il suo figlio di quindici anni, Jimmy, che viene immediatamente colpito dalla bellezza matura di Angela. Ma Angela gli rende cristallino che non è certamente la donna giusta per lui. Il ragazzo in età puberale non vuole però semplicemente seppellire così facilmente la sua cotta. Deviato e timido allo stesso tempo, egli escogita con Angela un gioco sinistro che include anche il ferimento fisico del padre. Quando Angela realizza le sue intenzioni, ella decide di stare al gioco.

Che inutile sequel. Come tale, esso deve sopportare il confronto diretto con “Malizia”, ​​ed è una delusione sotto ogni aspetto possibile. Questo distrugge la visione generale del film, e anche un paio di scene che si potrebbero salvare. I commenti sociali con le rispettive considerazioni socio-economiche -presenti nel primo film- sono del tutto andati. La conturbante tensione sessuale del 1973, ridotta al minimo.

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Le immagini impaginate dalla bella fotografia, non esistono più, “Malizia 2000″, non possiede nulla della profondità del modello a cui si rifà. Questo è davvero scioccante in quanto tutto il cast e la troupe è (più o meno) furono gli stessi di “Malizia”, tra cui ovviamente il regista e sceneggiatore Salvatore Samperi, che ebbe anch’egli la carriera cinematografica distrutta da questo film. E’ d’altronde, è stata anche sempre ineliminabile la sensazione che probabilmente nessuno nel reparto artistico e creativo, avrebbe voluto davvero fare questo sequel.

“Malizia 2000″, offre poi una storia noiosa, dai troppo superficiali e semplificati elementi, oltretutto messa insieme senza alcun effetto raggiunto, o profondità. Il ragazzo protagonista, “Jimmy”, è puramente così mal tratteggiato che è quasi ridicolo. Per trascinare il suo gioco delle lettere d’amore con Angela, crea trappole sorprendenti che finiranno col ferimento del padre – nel corso del film il ragazzo perderà un lobo dell’orecchio, un indice, e si farà una cicatrice aperta nel volto, perché Jimmy mette una lama in più nel suo rasoio, e io proprio non capisco – questo dovrebbe essere divertente (?)-, o un qualche tentativo di commedia nera? Forse il vecchio “Malizia” aveva necessità di tali accenti da dark comedy che non c’entravano niente, per creare tensione? E che cosa vorrebbe comunque dirci Samperi, un qualche commento sul ruolo delle donne mature, come vedono se stesse, come possono o dovrebbero essere viste? Piuttosto inutile, in una sceneggiatura scritta male, senza rimpianti di sorta che sarebbe potuta essere migliore. E senza neanche avere l’intenzione di discutere i molti buchi nella trama e le altre sciocchezze che circondano quella grotta al centro dello script … 
Parlando degli attori, a salvarsi è ovviamente il buon vecchio Turi Ferro, che ha sempre avuto la mia simpatia, anche se qui è in gran parte sottoutilizzato, soltanto come attore comico a buon mercato. Luca “Jimmy” Ceccarelli – basterebbe andare in internet a cercare alcune (inesistenti) informazioni sulla sua filmografia- non merita commenti. Venne probabilmente lanciato solo perché poteva mescolare nei dialoghi alcune espressioni in inglese, ma è assolutamente patetico. E poi arriviamo a Laura Antonelli, cui questo film è stato un po’ additato da sempre come l’origine e la causa di tutte le sue successive disgrazie. 49 anni durante le riprese, una donna sempre molto attraente, con il corpo perfetto di una ginnasta per tutta la vita (c’è anche un breve momento in cui mostra ancora i seni). Ma che non è più in grado di fornire ciò che la sceneggiatura vorrebbe proporre.

vlcsnap2012091817h52m07Gli occhi tristi, la pelle pallida, le rughe profonde in alcuni primi piani, ella sembra già trasportare pesi indicibili. Come in realtà era, non essendo qui effetto di un’interpretazione d’attrice. Gli eventi prima, durante e dopo le riprese di questo film sono stati per lei davvero infami, ma questa rece non è il luogo in cui riparlarne e ripeterli. Diciamo solo che fa terribilmente male vedere la Antonelli così ridotta.
Nel complesso, “Malizia 2000″, non riuscì minimamente a ricreare la formula “magica” di “Malizia”. Il flop economico oltre che di accoglienza critica, fu totale e senza appelli. La “magia” oltre che un certo tipo di pubblico, di cinema italiano di genere erotico-soft, di pruderie ancora consistente che lo resero possibile e dal così enorme successo, erano sparite definitivamente. E per Laura Antonelli calò il sipario per sempre.

“Malizia 2000” uscì in una vhs degli “Scudi” Warner, che lo distribuì anche nei cinema del 1991, avendo avuto i diritti di sfruttamento dalla Clemi Cinematografica di Silvio e Anna Maria Clementelli.

Napoleone Wilson

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Anno: 1991

Regia: Salvatore Samperi

Interpreti: Laura Antonelli, Turi Ferro, Roberto Alpi, Luca Ceccarelli, Barbara Scoppa, Miko Magistro, Marcello Arnone, Josephine Scandi

Durata: 90 min.

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MALIZIA

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Come avvoltoi, noi recensori, arriviamo a rimembrar le umane gesta delle stelle defunte. In codesta pellicola poi dovremmo rammentare di rammentare un bel po’ di gente. Da Salvatore Samperi, a Turi Ferro, passando per Alessandro Momo e finendo con Laura Antonelli.  I divi del cinema sono tutti giovani e belli, per sempre. La loro bellezza brilla e riflette sulle nostre vite da provinciali, alla periferia di Mediaset. Con quell’erotismo casalingo, bambole gonfiabili di carne, roba da consumare in fretta, roba alla Drive In. Chissà che l’italiano medio abbia mai compreso la differenza fra Erotismo e pornografia. Chissà se gli fosse mai interessato veramente qualcosa, sarebbe da indagare.

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Potremmo dire che il cinema abbia effettivamente aiutato a liberare da frustrazioni, repressioni, bigottismi pleonastici, il popolo italico. Pensandola così, ecco, Laura Antonelli è stata una rivoluzionaria. L’unica rivoluzione possibile, perché alla fine ne giova anche la borghesia, che si vede autorizzata a sospirar indecenze e poi tornare all’ovile e alla normalità.

Eppure Malizia è una pellicola che tanto ha dato e contribuito all’immaginario erotico italico, alla liberazione di libido, seppure con un linguaggio ora di una certa raffinatezza tecnica, ora molto sodo e diretto, seppure ormai datatissimo e legato a quel periodo. Ora è un film all’acqua di rose, ma per questo ancor più godibile. Perché ci sforziamo di comprendere il legame tra i personaggi, quella naturalezza tra Laura Antonelli e il bravo Alessandro Momo. In bilico tra primi vagiti della nascita nefasta della commedia scollacciata, e una sottilissima impalpabile malinconia adolescenziale. L’età d’oro della scoperta del Femminile, dell’altra, delle pulsioni erotiche, del sesso .

20150622_100811_malizia5Ma il film è anche un acido attacco alla famiglia di stampo conservatore borghese, con questa donna contesa da padre e figli, ritratto al vetriolo di una certa efficacia. Peccato che di tutto questo oggi sia rimasto solo un inno sempre più fiacco e logoro a presunte libertà individuali, che di fatto manifestano una incapacità di relazionarsi con gli altri. Trombare e amare di più, sopratutto amare di più. Ecco cosa si dovrebbe fare.

Però se pensiamo a quel periodo, ecco: era giusto. Lotta di classe e generazionale passata attraverso le pulsioni erotiche, un discorso ridondante e naif al massimo, come tutta l’opera di codesto regista. Di cui rammentiamo la visione di Nene, Un anguilla da trecento milioni, scandalo, pellicole comunque degne di nota.

Insomma seppure invecchiato e datato, seppure della brillante luce della libertà sessuale si è passato al neon a luci intermittenti della solitudine dei single in cerca perenne di divertimento, io mi sento di dire che codesta pellicola sia da vedere. Sempre e comunque. Perché vi è tutto un pezzo di storia italica da non scordare e per via di Laura Antonelli. Sensuale ma non volgare, femminile, forse l’ultima volta che una donna seduce essendo e rimanendo donna, non un semplice corpo nudo sotto la doccia.

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Tutti noi sappiamo della triste fine di Laura Antonelli. Vittima dello star system e non solo, non mi pare il caso di andar oltre.

Ricordiamola così, in questo film.

Davide Viganò

http://www.youtube.com/watch?v=QfA7KtEkaIE  Malizia Anno: 1973 Regia: Salvatore Samperi Interpreti: Laura Antonelli, Turi Ferro, Alessandro Momo, Tina Aumont, Pino Caruso, Angela Luce Durata: 100 min. image.axd Malizia malizia_laura_antonelli_salvatore_samperi_010_jpg_xhrs

I mostruosi seguiti direct to video: Sex crimes: tette, culi e belle lesbiche

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Inizia tutto con un bel paio di tette a Blue Bay, Florida

I seguiti video dei film di successo sono una vera incognita. Non ci si capacita perché da un film di un certo culto deve nascere una mezza schifezza con attori cani e budget ai limiti dell’accettabile. Certo, si sa, i seguiti, anche quelli ufficialmente usciti al cinema, non hanno mai peccato in eccessiva bellezza. Se si tolgono dai giochi quei pochi esempi che fanno comunque eccezione, i vari Aliens, Terminator 2 Il giorno del giudizio, Die hard 3, Mad max Interceptor 2, Arma letale 2, film eccellenti con o senza il numero 1 di fianco, il resto sono purtroppo solo copie sbiadite degli originali. Ma i seguiti per il mercato home video sono un’altra roba, un diverso terreno da gioco, per dirla alla Tarantino, perché fingono d’essere ancora cinema senza esserlo davvero. Li riconosci perché non escono nelle sale, passano al massimo in seconda serata su Italia uno, sono i seguiti fuori tempo massimo di successini dell’epoca, i film che non hanno davvero mai sbancato ma che posseggono comunque un buon passaparola, un progetto che tu, produttore che guardi solo al vile denaro, non sovvenzioneresti mai per milioni, ma per qualche centinaio di dollari sì. Ecco allora che nel 1998 esce il (bel) film di Joel schumacher 8 mm e dopo ben 7 anni, nel 2005, un seguito brutto come la morte, 8mm 2 – Inferno di velluto, che nulla ha a che vedere naturalmente con il primo capitolo. Per farvi capire: in 8mm 2 siamo più dalle parti di un brutto porno soft girato da Joe D’Amato. E gli snuff? Gli omicidi? E Nicolas Cage? Non pervenuti a questo giro. Ma non solo, di esempi ne siamo pieni, dai seguiti scamuffi di Cruel intentions di Roger Kumble a quelli del Vampires di John Carpenter, alla saga dei Tremors e a quella di Dal tramonto all’alba, tutti sequel che non hanno mai beneficiato di un’uscita al cinema, prodotti della qualità appena maggiore di un pilot per la televisione, il corrispettivo di un mockbuster dell’Asylum con il beneplacito però degli autori degli originali.

Cioè, cazzo, fammi capire esiste anche un 2 del nostro film?

Cioè, cazzo, fammi capire esiste anche un 2 del nostro film?

Noi di Malastrana vhs abbiamo voluto addentrarci in questo inesplorato mondo, un po’ per cercare di trovare qualcosa di buono in prodotti nati per essere presto dimenticati, un po’ per fare luce su quali siano i finti sequel ai quali stare davvero alla larga. Perché non dimentichiamolo, molte volte si trova del buono anche rimescolando la merda, soprattutto se hai cacato diamanti.

Iniziamo quindi oggi il nostro viaggio con Sex crimes e proseguiremo di volta in volta a proporvi nuove forme di dolore cinefilo, neanche fossimo cenobiti barkeriani.

Succhiami la fava, John Carpenter!

Succhiami la fava, John Carpenter!

Sex crimes è stato tutto sommato un buon prodotto: girato da un John McNaughton ancora alla ricerca di una dimensione (mai trovata) dopo Henry pioggia di sangue, si ricorda per una sequela di colpi di scena uno più assurdo dell’altro, per una scena di sesso a tre tra una bellissima Denise Richards, una non ancora inchiattita Neve Campbell e un impacciato Matt Dillon, e naturalmente per le paludi infestate dai coccodrilli a due passi dal mare tropicale. Il titolo originale era Wild things, cose selvagge, i nostri distributori italiani, oltre a calcare la mano sul tema del crimine sessuale (tutto l’intreccio parte da un presunto stupro di una ricca ragazza da parte del suo professore), hanno voluto aggiungere a mò di iperbole il sottotitolo “Giochi pericolosi”. All’epoca Sex crimes fece incazzare non poco gli spettatori paganti perché la distribuzione italiana (la Cecchi Gori) decise così a cazzum di sforbiciare al cinema la scena dell’orgia, un vizio che aveva già commesso con Cruel intentions e un bacio lesbo. Una strategia di marketing per poi vendere la vhs con scritto “contiene le scene censurate” che non ha bisogno di parole, solo bestemmie a Vittorio bello pacioccone. Sex crimes comunque, come già detto, anche a rivederlo, non era male, forte anche di un bel gruppo di attori (Bill Murray e Kevin Bacon su tutti), e la regia di John McNaughton che era un portento, così bella da far dimenticare la demenzialità della sceneggiatura.

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Ma Sex crimes era un film che non aveva bisogno di un seguito, anche perché, pure a pensarci, come fare a produrre un seguito di un film che alla fine uccideva tutto (o quasi) il cast? Al cinema certo la risposta sarebbe stata no, ma ecco allora che nel 2004 esce Sex crimes 2 – pronte a tutto, naturalmente diritto in home video. Perché, come detto, in home video non ci sono limiti.

A girare questo seguito non seguito è Jack Perez, un regista destinato all’Asylum con perle di inenarrabile bruttezza come 666: The Child, l’imitazione brutta di The Omen, e l’ennesimo film sui mostroni, Mega Shark vs. Giant Octopus, un film così orribile da costringere lo stesso Perez a firmarlo sotto pseudonimo (Ace Hannah). A dire il vero Sex crimes 2 non è neanche girato male, ma si percepisce la povertà dell’operazione, location e movimenti di macchina, pur essendo in assoluto il seguito migliore, a livello di idee, della pellicola originale. Per la prima e unica volta si cercherà di superare l’imitazione del plot di Wild things con stupro e parte forense, concentrandosi soprattutto sull’accumulo di colpi di scena sempre più esagerati fino a sfociare nella parodia demenziale. Stavolta però il divertimento, rispetto al primo film, viene a meno, causa anche un gruppetto di attori anonimo, a parte un convincente Isaiah Washington. In più né Susan WardLeila Arcieri, pur se bellissime, valgono Denise Richards e Neve Campbell.

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Peggio si va con Sex crimes 3 – Le cattive ragazze vogliono solo divertirsi, del 2005, diretto di malavoglia da Jay Lowi, autore di un non malvagio Giovani assassini nati (Tangled), e qui alla sua seconda (e ultima) regia nei lungometraggi. Il plot è ancora più assurdo, personaggi cretini, la direzione degli attori nulla. La storia parte nuovamente da un’accusa di stupro, stavolta nei confronti di un miliardario, una macchinazione atta solo a derubarlo dei suoi averi. La parte forte dovrebbero farlo le scene sexy ma, come nel film precedente, tutto sembra così finto e costruito che alzare il livello di erotismo, come il dardo di fuoco dello spettatore voyeur, è quasi impossibile. In più il film dura pochissimo, 75 min., e ha quasi 15 minuti in appendice di scene scartate dove mostrano l’incredibile (e cretino) piano articolato dagli autori della sceneggiatura, qualcosa che sulla carta doveva essere probabilmente geniale ed invece risulta il folle disegno di un dislessico senza fantasia.

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Sex crimes 4 – Il crimine è ancora più seducente è del 2010 ed è girato stavolta da Andy Hurst, sceneggiatore dei precedenti direct to video della serie. La sostanza non cambia: solito crimine sessuale, soliti omicidi, solito piano organizzato in maniera così machiavellica da essere incredibile. La regia è un po’ meglio del precedente, almeno si percepisce meno la povertà dell’operazione. Stavolta il sesso però non è a tre, ma a 4, con una terza donna che si unisce alla solita orgia, un’idea così mal realizzata da far pensare ad una parodia alla Scary movie. Siamo in una bassa operazione che però ha dalla sua un buon ritmo e la presenza di John Schneider, il mitico Bo Luke della serie tv Hazzard, che offre una buona prova attoriale. In più abbiamo la splendida Jullian Murray, carneade del cinema, di una bellezza però folgorante, tanto basta per apprezzare Sex crimes 4 e spararcelo in vena fino alla fine senza lamento.

Stiamo per fare un'orgia in quattro!!! Cheeeseeee!!

Stiamo per fare un’orgia in quattro!!! Cheeeseeee!!

Certo è che dal buon film di John McNaughton, pur con i suoi difetti, ci saremmo aspettati una fine e un proseguo meno da miserabili. Il problema è il nostro: bisogna imparare a pensare home video. Le regole del buon cinema valgono poco in questo territorio. Conta solo l’imitazione legittima e imbruttita del bello. Siete pronti ora a Cruel Intentions 2 e 3? Un no ha senso solo al cinema, naturalmente.

Andrea Lanza

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Anni ’70: Matteusz Gdula mette a punto un metodo di studio della recitazione basato su tecniche oscure ed estreme, al fine di portare alla luce il vero talento dai suoi allievi. Alcuni studenti muoiono, Gdula si toglie la vita e il metodo viene vietato. Oggi: Stella, studentessa di recitazione ambiziosa ma dallo scarso talento, viene accettata alla Scuola “Matteusz Gdula”: il bizzarro e macabro mondo che si nasconde dietro l’accademia non tarderà a manifestarsi.

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Suspiria è stato uno degli horror più innovativi degli ultimi trent’anni: basti pensare all’uso avanguaristico dei colori e della musica, qualcosa di così moderno da spiazzare il pubblico dell’epoca sicuro di trovarsi davanti al solito giallo italiano. Usando il linguaggio dei suoi thriller, Dario Argento girò un puro film del terrore, irrazionale e soprannaturale. Infatti in Suspiria non ci sono assassini da svelare, ma streghe crudeli e invisibili, un male così assoluto e impalpabile da dover avere (come si evincerà nel seguito Inferno) soltanto il volto della Morte, bruciando i tempi dei vari Final destination. 

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Masks di Andrea Marshall, autore del discontinuo ma affascinante Tears of Kali, è l’opera, insieme al The Woods di Lucky Mckee, che più si avvicina ad un vero rifacimento del Suspiria, ottimo anche quando si permette di rielaborare in maniera originale il plot. Il miracolo avviene grazie alla bravura del regista che non si fa scoraggiare da un budget modestissimo e dall’impossibilità di poter competere, a livello scenografico, con la magniloquenza dell’opera argentiana. In Masks c’è tutto l’universo di Suspiria: dalle voci bisbigliate agli omicidi scatenati fino alla musica onnipresente su un telone di colori violentissimi e innaturali. Non ci sono le scuole di ballo e le streghe è vero, ma questo avviene anche perchè l’opera non è un vero remake ma più che altro una sua intelligente rilettura. Marshall compie un cammino inverso rispetto a quello di Dario Argento: non contamina un giallo di horror, ma al contrario, usa il linguaggio del thriller per raccontare una storia dalle connotazioni soprannaturali. Gli elementi eterogenei fanno di Masks un’opera originale capace di affrontare senza banalità il tema dell’arte e dei pericoli dell’ambizione. Non è un’opera facile, densa di significati a volte nascosti (la porta con le tre mani che sfuocate riportano il 666 della Bestia demonio), ma è un film affascinante che trasuda un amore per il genere che vuole raccontare. Il tema delle sette, già presente in Tears of Kali, viene affrontato con una certa efficacia fin dalle prime sequenze con una sadica punizione ai danni di un’attrice incapace di recitare un “Ti amo” al suo patner.

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Il tanto decantato metodo Gdula, sorta di estremo actor studio a base di violenze psicologiche e droga, altro non è che l’ennesima depersonificazione dell’individuo a favore del gruppo, della comunità, in questo caso una famiglia di stampo mansoniano atta alla propria lenta cannibalizzazione. Masks è una pellicola folle, quasi sconsiderata quando mette in mano al suo killer non il solito coltello, ma un fioretto da scherma, qualcosa che all’atto pratico dei delitti ricorda non poco il Murderock di Lucio Fulci. Gli omicidi sono realizzati benissimo con colli e bocche perforate dalla furia del killer, geyser di sangue coreografici che richiamano l’assassinio come forma d’arte dei primi thriller argentiani. Verso il finale l’opera si sposta nei terreni dell’horror avatiano anche se riuscire a definire un solo modello di questo delizioso pastiche è arduo e abbraccia così tanti autori senza tuttavia scimmiottarne nessuno. Masks è un film non esente da difetti, troppo lungo e verboso, ma nei suoi tanti pregi è anche un modello per affrontare il revival dei generi senza finire nel criptico snob di un Amer o nel nonsense narrativo di un Tulpa. Difficile da noi arrivi in Italia, ma per chi ama Suspiria e se la sente di approcciarsi al tedesco è un film straconsigliato.

Andrea Lanza

 

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Masks

Anno: 2011

Regia: Andreas Marschall

Interpreti: Susen Ermich, Magdalena Ritter, Norbert Losch, Julita Witt, Dieter Rita Scholl, Michael Siller.

Durata: 112 min.

Release italiana: 31/10/2011

DVD-BRD: Edizione francese

LUPIN III

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Se c’è una cosa che accomuna la maggior parte dei nati nei ’70 e negli ’80, questa è sicuramente Lupin The Third. Non discutete troppo, le avventure del ladro gentiluomo nipponico sono un punto fisso dell’infanzia di molti e anche se preferivate Goldrake o Lady Oscar, sono pronto a scommettere che Lupin è riuscito ugualmente a entrare nella vostra vita. Dopotutto non potrebbe essere altrimenti, se ancora oggi, dopo quarantotto anni dalla sua nascita, è presente in TV e su innumerevoli tipologie di merchandising, assurgendo a vera e propria icona della pop culture.

lupin 1 Creato dalla mente e dalle matite di Monkey Punch, al secolo Katō Kazuhiko, e ovviamente ispirato ai romanzi di Maurice Leblanc, Rupan Sansei (ルパン三世) debutta in una rivista della Futabasha, storica casa editrice giapponese, nel 1967. È sulle pagine di Weekly Manga Action che il personaggio ha modo di superare qualsiasi aspettativa del suo autore, riscuotendo un sorprendente successo e divenendo in pochi anni un cult. Da qui in avanti è un viaggio verticale tra fumetti, anime, videogiochi, un’ascesa che porterà il ladro gentiluomo a varcare i confini giapponesi approdando anche nel Bel Paese. Tra prevedibili censure, sigle immortali e continui passaggi televisivi, Lupin conquista lo Stivale e la naturale evoluzione di tanta fama planetaria è ovviamente un esordio in live action sul grande schermo. Nel 1974, infatti, la Toho produce Lupin III – La strana strategia psicocinetica, lungometraggio di ottantadue minuti che vede il ladro donnaiolo cercare di sfuggire contemporaneamente agli assassini di una famiglia mafiosa e all’inarrestabile Ispettore Zenigata. Decisamente dimenticabile, questa prima incursione nella Settima Arte lascia l’amaro in bocca e la strada rastrellata di rocambolesche avventure prosegue unicamente nel campo dell’animazione, dove fioriscono diversi lungometraggi degni di nota, come Il Castello di Cagliostro. lupin 2 Ma dopo innumerevoli OAV, film, special televisivi e crossover, era inevitabile che il richiamo del Cinema restasse inascoltato ancora a lungo e così, ad Agosto 2014, esce nelle sale giapponesi il secondo live action, intitolato semplicemente Lupin III. Niente sottotitoli per un film che punta alle origini, con una storia nuova e nuovi personaggi, nel difficile tentativo di trasporre più o meno fedelmente gli antieroi tanto amati dal pubblico. E come in tutti gli adattamenti ecco il vero punto cruciale: in quale modo trasportare un personaggio cartaceo o animato nella realtà? A meno che non si tratti di Uwe Boll, qualunque sceneggiatore assennato passerebbe notti insonni davanti a un tale quesito, perché il rischio di deludere i fan è altissimo e quello di creare un prodotto indecente è ancora più alto. Il Cinema è colmo di oscenità tratte da videogame e fumetti, quindi questo è diventato un Genere dove muoversi con i piedi di piombo. Ma le case di produzione, TBS, Kadokawa e Toho in primis, compiono una scelta per nulla scontata e affidano tutta l’operazione al regista che non ti aspetti: Kitamura Ryūhei. Nativo di Osaka, classe 1969, Kitamura è tanto amato in patria quanto visto con sospetto nel resto del mondo, in particolar modo negli States, dove ha diretto Midnight Meat Train e No One Lives, tutt’ora assurdamente considerati da certa critica l’ennesimo esempio della sua mancanza di talento. Assurdamente, ripeto, poiché per quanto sottovalutati sono film ricchi di personalità e tocchi di genio, particolari su cui tanti mestieranti presuntuosi possono solo sognare, chiusi in bagno con l’arma carica in pugno. Resta ugualmente una sorpresa la scelta del regista di Osaka, alla quale viene affiancato Yamamoto Mataichiro, lo sceneggiatore di Azumi e Azumi 2: Death or Love, ma fa ben sperare per la riuscita di un film per nulla semplice da gestire. E proprio qui, infatti, succede il fattaccio: Kitamura, per buona parte della pellicola, si dimentica di essere Kitamura, e tanti saluti alle buone premesse. lupin 3 Completamente rivisitata, la storia parte dalla formazione della storica banda e vede Lupin, Jigen e Fujiko appartenenti a una società segreta di ladri chiamata The Work e gestita da Thomas Dawson, figura quasi paterna per il giovane Lupin. Ma tutto crolla quando Michael Lee tradisce il gruppo e ruba una preziosa collana appartenuta a Cleopatra, scatenando una sequela di eventi e colpi di scena che collideranno nel chiassoso finale. Potrebbe all’apparenza sembrare una qualunque delle avventure scritte da Monkey Punch, ma questo Lupin III si fa carico di una pesante eredità, cercando di sdoganarla nella modernità di tante nuove produzioni nipponiche, che strizzano l’occhio al patinato cinema hollywoodiano. Purtroppo, però, qui non c’è Michael Bay, che per quanto possiate odiare tramuta in oro quasi ogni cosa che tocca, e quindi la prima mezz’ora di film, per non dire tutta la prima parte, fatica incredibilmente a decollare, nonostante i siparietti fra Oguri Shun (Lupin) e Kuroki Meisa (Fujiko) siano ben fatti e divertenti. Kitamura sembra non sentirsi a suo agio, in qualche modo frenato e ne risente il ritmo persino durante le scene d’azione. Dal regista di un cult come Versus è più che lecito aspettarsi ben altro. Combattimenti e sparatorie non ricalcano lo stile dell’anime, ma se questo non è necessariamente un difetto lo è invece la noia che scaturisce in alcuni frangenti. Eccessivamente allungato, almeno trenta minuti avrebbero potuto senza dubbio essere tagliati, il film si snoda in un’alternanza di partenze e rallentamenti, montagne russe con il freno a mano tirato, e solo nell’ultima parte a Kitamura viene in mente di essere un regista con gli attributi e il divertimento inizia davvero a scorrere. Peccato che tutta quanta la pellicola non sia come i circa sessanta minuti finali: veloci, scoppiettanti, divertenti, i personaggi diventano quello che i fan hanno imparato ad amare e sono finalmente riconoscibili nelle loro caratteristiche migliori. lupin 5 Senza infamia né lode, Lupin III può essere piacevole se visto con la dovuta consapevolezza e questo grazie anche a Oguri Shun, Asano Tadanobu e Ayano Go, ben calati nei rispettivi personaggi. Insomma, possiamo storcere il naso perché ancora una volta l’adattamento non è perfetto oppure possiamo sorvolare sui difetti e goderci almeno una seconda parte che vale la visione. Comprensiva di Fiat 500 gialla, il tocco di classe che strappa un sorriso nostalgico. A voi la scelta.

…Chi lo sa che faccia ha, chissà chi è, tutti sanno che si chiama Lupin…

Manuel “Ash” Leale

Lupin III (Rupan Sansei)

Anno: 2014

Regia: Kitamura Ryuhei

Interpreti: Oguri Shun, Tamayama Tetsuji, Ayano Go, Asano Tadanobu, Kuroki Meisa, Jerry Yan, Nick Tate, Nirut Sirichanya, Vithaya Pansringarm

Durata: 133 min. lupin 7 lupin 8

SUPERMAN III

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I film dell’infanzia e adolescenza dovrebbero rimaner legati per sempre a quel periodo della nostra vita. Proprio perchè sono film fatti a uso e consumo da parte di quelle età, di quello che eravamo allora. Oggi va di moda parlare con termini enfatici ed esasperati di quelle pellicole, molto probabilmente perchè la mia non generazione si ritrova del tutto impreparata a sostenere le grandi responsabilità e conseguenze che l’età adulta in tempi di crisi ti offre manco fosse un negozio nel momento tanto atteso dei saldi.

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Sono quindi molto critico con queste categorie di film e sopratutto con la schiera di critici che peccano di nostalgismo cinefilo. Però ne comprendo benissimo le ragioni e rispetto le scelte.

Io da bambino,essendo un occhialuto cagionevole di salute, avrei desiderato aver i super poteri ed essere come superman. Quel mutandaro insostenibile, forse e anche senza forse, il peggiore super eroe di tutti i tempi. Mai amati in realtà i super eroi,per mille ragioni. Nondimeno i film di Nolan su Batman li amo profondamente,proprio per un certo tentativo di uscire dalla logica infantile dell’invincibile in un contesto sopra le righe e irreale che difende i cittadini da cattivoni sempre ,eternamente, sfigati. Si,si è una grande sparata per farvi dire :”Ohibò”, ma anche per allungare il vino , scadente, di questa recensione con tanta acqua.

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I film degli anni 70 di Superman hanno qualcosa di grande ed epico,e va riconosciuto. Odi i fumetti di quel tipo, ma non il grande cinema. Sopratutto il secondo capitolo, è a dir poco fenomenale. Secondo capitolo iniziato da Donner,ma poi ultimato da Lester, per via di alcuni disguidi tra regista e produzione, ( quando i registi ancora litigavano con la produzione ,prima della creazione dei mediocri yes man che da fine anni 80 hanno massacrato con la loro ignavia il cinema di genere americano),visto l’enorme successo di quella pellicola ecco affidare il terzo capitolo a  Lester di nuovo.

Capitolo che però non ha avuto la fortuna sperata nel mercato americano,ma si è rifatto su quello mondiale, (vedi che colonizzare le altre nazioni serve a qualcosa?),pellicola non amata ai tempi perchè sbilanciata troppo su un tono di commedia,e perchè a mio avviso si ferma dove invece avrebbe dovuto tentare.Ma sai, gli americani sono pusillanimi, viziosi repressi, gente che è pane al pane e vino al vino,cosa vuoi che possa comprendere della destrutturazione dei generi,della rielaborazione dei miti? Cosa vuoi che possa comprendere? Così il Superman eretico,blasfemo,volto nerissimo e crudele  dell’esser un supereroe e metaforicamente della superpotenza che è l’america, ha godibili potenzialità in codesta pellicola,ma sicuramente avrebbe potuto esser sfruttata meglio e dar frutti maggiormente appetibili . Lo stesso dicasi per la parte leggera e comica della pellicola, che si basa tantissimo sulle gag non sempre convincenti di un grandissimo commediante come il mai dimenticato Richard Pryor. Lo show business però predilige un umorismo sgangherato, placido,la percezione della risata,più che la risata stessa.

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La nostalgia ci porta anche a sorridere di fronte a queste cose e comunque lo script non è tutto da buttare. L’idea stessa del rapporto tra il genio del computer interpretato da Pryor al servizio di un cattivissimo capitalista che vuol dominare i mercati e quindi il mondo, e Super man non è da buttare. Uno scontro-incontro che avrebbe meritato tanto altro.

Come anche il ritorno a Smallville, l’incontro con il figlio di Lane,tutte cose che si vedono con piacere, volendo,ma che risultano un po’ sacrificate.

Reeve stesso era polemico con questo episodio ,che per molti è disastroso però io non sarei così drastico, dicendo che Lester cercava a tutti costi la commedia e la gag,che si sia dato troppo spazio a un Pryor non proprio in forma. Tanto che la critica in generale ha dato ragione al popolare attore ,salvando solo lui dalle stroncature generali.

Io credo che non manchino i momenti di buonissimo cinema, il superman cattivo,irriverente,bastardo,a me piace assai. Reputo che sia una brillante idea e che Reeve fosse assai in grado di proporre personaggi negativi. Lo scontro epico nel cimitero delle automobili è splendido ancora oggi,ma non coraggio questa pellicola, o forse il suo coraggio è mal riposto dal contesto generale.

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Lontano da quelle pellicole meravigliose che son i primi due capitoli, e lo dico da nemico giurato del mutandaro svulazzante,  ma assai meglio di quel terrificante,orrendo,inguardabile 4 capitolo, codesto film andrebbe rivisto

Non fosse altro perchè dall’idea del satellite Vulcan – e del suo potere di causare disastri ambientali- si rifà e nutre oggi la masnada di complottisti allo sbaraglio!

Davide Viganò

Superman III

Anno: 1983

Regia: Richard Lester

Interpreti: Christopher Reeve, Richard Pryor, Jackie Cooper, Marc McClure, Annette O’Toole, Annie Ross, Pamela Stephenson, Robert Vaughn, Margot Kidder, Gavan O’Herlihy

Durata: 90 min.

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Life After Beth – L’amore ad ogni costo

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Nell’epoca (nefasta?) della recrudescenza zombi, l’ennesima romcom insipida non sposta di molto il Plasil dal comodino dell’armadio farmaci della nonna. C’è una certa sensazione nauseabonda che, virale, aleggia sopra i fruitori del genere. Tradotto: non se ne può più della riproposizione di un modello nobile stuprato, rivisitato, rimaneggiato e adattato pur di farci qualche quattrino e questo Life After Beth non è di certo l’antiemetico magnifico. Ma andiamoci piano, aprire un dibattito sul tema è al momento fuori luogo e fuori tempo. Parlavamo di vomito ed è oltremodo paradossale quanto in realtà durante la visione tutto si può fare tranne rimettere, perchè di sangue c’è n’è poco, di gore meno ancora e la scelta dell’esordiente ma pompatissimo Jeff Baena di far ondeggiare la sua pellicola in un continuo saliscendi fra la black comedy intimista e il comico grottesco in salsa horror paga solo parzialmente.

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Eppure questo figlio del Sundance qualcosa di memorabile lo deve pur aver trasmesso per aver incantato parecchia critica a stelle e strisce. Di notevole c’è il cast, soprattutto John C. Reilly, caratterista strepitoso e sempre sul pezzo anche nelle vesti (e vestaglie) del padre della zombi Beth e Dean DeHaan, vera star della sua generazione, perfetto nel ruolo del fidanzatino della non defunta. Non defunta messa in scena da Aubrey Plaza che anche da semi putrefatta ha una più che discreta carica erotica e un appetito a doppio senso insaziabile. Peccato per la presenza marginale di Anna Kendrick, anche lei concupiscente involontaria con genetica propensione alla scappatella nei cessi della scuola, qui “sostituta” di Beth al momento dell’apocalisse nel cuore di Zach. Baena, anche sceneggiatore, sceglie di partire dal ritorno inspiegabile e inspiegato dalla terra, dal miracolo che tocca nell’intimo chi non ha ancora elaborato il lutto della perdita e già si ritrova senza un perchè i propri cari di nuovo a casa con loro. Un pò come nella serie Tv francese Les Revenants, i famigliari di Beth e in parte anche il fidanzato, tendono a nascondere al mondo il “miracolo” della ritornante per paura che la magia svanisca nonostante sia Beth stessa la prima a voler vivere e a non capire il bisogno di isolamento dal mondo.

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Qui l’indagine anti sillogistica della finitezza dell’uomo e dell’accettazione del non ritorno secondo le regole divine e biologiche viene solo sfiorata ed è proprio la sensazione di superficialità a caratterizzare l’intero impianto narrativo. Il non voler scegliere completamente né la strada del sorriso né quella della lacrima rende sterile e asettico non solo il messaggio ma anche lo sviluppo scenico con un accenno di apocalisse che in confronto quella di Shaun of The Dead è un marasma da bolgia urbana. Le incomprensioni fra famiglia d’origine e fidanzato di Beth e l’analisi delle dinamiche interfamiliari (il fratello di Zach invasato per le armi e svalutante, la famiglia di zach incapace di comprendere il dolore del figlio, quella di Beth che respinge la minaccia razionale di zach per cullarsi disperata nel sogno) sono sempre abbozzate, surreali ma mai convincenti nemmeno nel loro rivelarsi improbabili. Al contrario il finale della passeggiata romantica con fornello a gas come zainetto Quechua ha qualcosa di significativo e la metafora dell’asfissia dei rapporti di coppia basati su regole di condivisione frustranti, destinate al declino lungo i dirupi della vita, ha il suo perchè. Nel complesso Life After Beth è un film godibile, che si gioca in spazi stretti utilizzando una fotografia essenziale, un montaggio compassato in perfetto sundance appeal con movimenti di macchina e scelte cromatiche indie che più indie non si può all’interno di una confezione low budget che non fa gridare al capolavoro ma che soddisfa i palati alla buona più che i palati buoni.

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Nel sottogenere siamo decisamente sulle orme di Warm Bodies un poco più scanzonati e fracassoni e il che non guasta anche se alzando il cannocchiale all’avvistamento delle orde di zombi semiseri Fido, Dead Snow, Zombieland, Shaun of The Dead (ma aggiungerei anche Zombie Strippers e Juan de Los Muertos)appaiono ancora pellicole decisamente superiori con una caratterizzazione dei personaggi e uno sviluppo dei sottotesti qui mancante. Life After Beth non manca solo nella comicità e nell’orrore ma manca anche di romanticismo, un pò come se dei tre ingredienti base anche il terzo fosse un tantino insapore. Nell’augurio che Jeff Baena aumenti i dosaggi di condimento artistico, buona visione a tutti.

Stefano Paiuzza

Life After Beth – L’amore ad ogni costo

Anno: 2014

Regia: Jeff Baena

Interpreti: Aubrey Plaza, Dane DeHaan, John C. Reilly, Molly Shannon, Cheryl Hines, Paul Reiser, Matthew Gray Gubler, Anna Kendrick, Eva La Dare, Thomas McDonell, Alia Shawkat, Allan McLeod, Paul Weitz, Michelle Azar, Jim O’Heir

Durata: 100 min. (disponibile in dvd italiano)

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Holocaust 2000

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Dedicato ad Alberto De Martino[Martin Herbert] (Roma, 12 giugno 1929 – 2 giugno 2015)

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Egli distruggerà il mondo. Nessun uomo può fermarlo. Nessun uomo potrà nemmeno provarci. Egli è “Il Prescelto”.

Frase di lancio originale del film

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Ricordando Alberto De Martino, pochi giorni fa scomparso, voglio affrontare il suo cinema “satanico” che tanto successo aveva riscosso sulla scia de “L’Esorcista” con “L’Anticristo” nel 1974, parlando del secondo titolo che De Martino diresse nell’ambito dell’allora florido filone che sarebbe divertente definire dell’”Apocalisse cattolica”…. Ovvero costruito attorno ad un uso sinistro del suono nel film, ad una colonna sonora fatta di musica inquietante (preferibilmente con cori), morti accidentali e parecchio artificiose di sacerdoti dall’aspetto molto preoccupato, ma datemi tutto questo e io sarò sempre un felice spettatore di questo tipo di pellicole. Così mi fa piacere poter ricordare il cinema più “americano” del nostro cinema di genere, quello di De Martino, riscrivendo alcune righe su “Holocaust 2000” , che dopo anni di copie soltanto in vhs gloriosissime come le SSV-Star Video dei primordi dell’ Home Video o alcuni poverissimi riversamenti di questi master su autarchici altrettanto “cheapissimi” dvd, come quello della Legocart dei primi anni 2000, è stato negli Stati Uniti -dove ebbe un buon successo- dalla Lionsgate re-titolato “Rain of Fire” ri- confezionato con un packaging “modernamente” accattivante, e pubblicato finalmente in una buona edizione audio video e dal formato panoramico originale, insperabilmente non più scannato.

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Come “Il Presagio”, altro modello dichiarato, “Holocaust 2000” ha al centro della sua storia un protagonista dalla rispettabile posizione e dal grande potere economico, che si ritroverà a doversi fronteggiare con la venuta dell’Apocalisse prossima ventura, la quale ha trovato una formidabile alleata per compiersi, nelle disonestà e nella corruzione degli uomini. Il protagonista nella parte dell’uomo di potere è Kirk Douglas, all’epoca aduso agli ingaggi per alcune produzioni italiane di respiro più internazionale, il quale col marchio di fabbrica della sua imponente mascella, interpreta Robert Caine, un industriale il cui nuovo progetto è una grande centrale nucleare che verrà costruita in un paese del Medio Oriente senza nome. In una conferenza stampa Caine conosce Sarah (Agostina Belli), una fotografa. Robert le mostra una caverna vicina al sito dove si ergerà la centrale, che ha la parola “Gesù” inscritta da epoca antica su di una parete, probabilmente per scongiurare il male. Anche se Sarah dimostra da subito di riconoscere simili segni, e una conoscenza che potrebbe rivelarsi utile circa l’Apocalisse, Caine nella sua mente conosce ancora soltanto il valore del denaro e del profitto e fa demolire la grotta con l’iscrizione “GESÙ”. Spartacus non lo avrebbe mai fatto.

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Caine torna in Inghilterra dove è accolto da manifestanti (e pensare che per tutto il film in cui compaiono più volte grideranno lo slogan “Cosa faranno i nostri figli! Vogliono crescere! c Sopravvivere!” sia fastidioso udirlo per la prima volta, bisogna aspettare di sentirlo altre 100 volte scandito ad alta voce, per capirne l’effetto!). Le cose non vanno molto meglio a una festa organizzata per celebrare il lancio del progetto. La moglie di Caine (che è un’azionista della sua impresa) vuole staccare la spina alla faraonica costruzione, apparentemente perché il rischio è troppo grande, ma Caine pensa che tutto abbia in qualche modo a che fare con il loro figlio Angel (Simon Ward). Permettetemi una digressione per un momento. Il figlio di Caine si chiama Angel. Oltretutto, dato che tutto questo è sicuramente, anzi assolutamente normale, il suo nome per esteso è così “Angel Caine”. Per Favore. Aggiungendo a questo il fatto che Angel sfoggia in originale un accento inglese che lo fa sembrare come Lawrence d’Arabia (solo meno maschio), e che grazie all’aspetto quasi femmineo di Simon Ward si presenta un po’ come una bambola kewpie malvagia, abbigliato elegantemente alla moda maschile anni ’70 di un manager della City londinese, oltre ovviamente a mancare del marchio di fabbrica conferito dalla imponente mascella del padre….. Tanto valeva entrare direttamente in scena dicendo: “Salve a tutti, sono Angel Caine e sarò il vostro Anticristo per questo film.”

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Nel frattempo, alla festa, un misterioso e alquanto accigliato uomo barbuto dall’aspetto mediorientale si intrufola all’esclusivo ma sobrio party, portando chiassose urla in arabo e coltellate a vuoto indirizzate a Caine padre. Ne consegue una lotta, Angel all’inizio prende parte alla lotta in difesa del padre, fino a quando la moglie di Caine riceve -ma guarda caso- una fatale pugnalata in pancia. Ooops, che goffo e disgraziato epilogo! Beh, almeno con la moglie di Caine, e ultimo ostacolo rimasto al progetto tolta di mezzo, adesso tutto andrà liscio per la costruzione della centrale. Strano come le cose funzionino. Tutto andrebbe sul velluto ad eccezione per i soliti inquietanti avvenimenti che si manifestano sempre in questi film. Cose come il disegno di un drago a sette teste che appare in una delle foto che Sarah ha scattato a Caine, un leader mediorientale che si opponeva alla centrale la cui testa viene staccata dal rotore di un elicottero, in una fra le riconosciute migliori sequenze di decapitazione viste al cinema in quegli anni, a un computer in grado di riconoscere il numero de l’Anticristo (non 666, ma alcune cose con la radice quadrata). Caine considera però tutto questo un agglomerato di stupidaggini e coincidenze, poi lui ha adesso (già!?) una storia d’amore con Agostina Belli, ovvero Sarah la fotografa. (Ma se qualcuno pensasse che questo affaire de coeur stia accadendo un po’ troppo poco dopo la morte raccapricciante della moglie di Caine, si consideri che Caine e Sarah iniziano la loro relazione non piu’ di cinque minuti dopo aver visto il leader mediorientale ucciso, e nel modo in cui lo è stato).

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Il che ci porta al punto più alto del film: una sequenza tra l’incubo e la visione che è piuttosto interessante, ma anche totalmente ridicola allo stesso tempo (come il resto del film). Tale grande ricompensa alla visione sarebbe stata molto più grande, se non fosse stata palesemente telefonata solo poche scene prima. Questa scena è notevole anche perché Caine passa tutto il tempo della sua durata andandosene in giro nudo come novello Adamo. Nessuna obiezione, anche perchè sappiamo da questo come da altro film coevo quale “Fury”(1977) di Brian De Palma, della forma fisica di Kirk sessantenne, ovvero l’età di quando ha fatto anche il film di De Martino, egli era dannatamente bene in forma (senza citare nessun latente complesso di Elettra delle spettatrici e della veramente troppo più giovane co-protagonista Agostina Belli). O forse grazie a De Martino era giunto anche nel nostro cinema di genere il momento in cui dovevamo avere più nudità maschile gratuita nei film. Dove ero rimasto? Basti dire che “Holocaust 2000” è come molti film riusciti di De Martino degli anni settanta, pura exploitation, in questo caso del filone satanico allora in pieno boom commerciale, senza dubbio. Ma è una exploitation divertente. E possiede almeno altre due sequenze sanamente raccapriccianti e che si sono fatte ricordare dagli appassionati(tutte in campo medico, stranamente), e anche se prorompono risate involontarie, per essere dunque sicuri del gradimento del film, devi anche amare la visione della metà degli anni settanta di ciò che sarebbe potuto essere, qualcosa di più simile possibile ad un supercomputer. Kirk Douglas nella sua autobiografia non cita mai -come anche altri- questo film né tanto meno De Martino, che ha sempre considerato tra i suoi “alimentari”, ma non si potrebbe sicuramente dire, a vederlo nella sua parte. Lui e la sua ampissima, solenne mascella e marchio di fabbrica, offrono un’interpretazione vera e non svogliata, senza mai apparire come se fosse condiscendente al materiale. Come Sarah, Agostina Belli cerca ovviamente di sopperire con la sua bellezza botticelliana alla “pesantezza” di certe situazioni e impegni emotivi, ma lei e Douglas hanno una buona chimica -tant’è che le riviste gossipare dell’epoca attribuirono ai due un immancabile quanto improbabile flirt- e assieme paiono entrambi volenterosi nei loro personaggi. Al contrario, Simon Ward, solitamente buon attore del cinema e della tv britannici, è abbastanza terribile quale Angel. Non spaventa né convince come Anticristo e certo non si avvicina tanto per dire al carisma di un Damien Thorn/Sam Neill in “Conflitto finale”(The Final Conflict)(1981) di Graham Baker. Come spettatore infatti vorresti solo che Douglas gli desse un pugno nella sua faccia da viscido bambolotto kewpie. La regia di De Martino ha qui la mano pesante come forse si conveniva già alla sceneggiatura di addirittura Sergio Donati, con lo stesso De Martino e Michael Nelson, ma per la maggior parte del film essa non si fa poi dispiacere. La colonna sonora di Ennio Morricone, anche se non è uno dei suoi maggiori sforzi in quanto a originalità e riprende un po’ suoi temi di precedenti film del periodo, compie sempre in bellezza il suo compito e appoggia l’atmosfera con il solito lavoro di spatola. “Holocaust 2000” fu distribuito anche con il titolo internazionalmente noto “The Chosen”. Prima del nuovo titolo “Rain of Fire” con cui come detto all’inizio la Lionsgate l’ha nuovamente distribuito in dvd. “Il mondo sarà distrutto in una pioggia di fuoco”. E così è stato scritto.

Napoleone Wilson

La versione europea generalmente distribuita del film presenta un finale aperto, dove Kirk Douglas è in esilio assieme a Sarah/Agostina Belli con il loro bambino appena nato e novelli Adamo ed Eva, mentre il suo adulto figlio Angel Caine(Simon Ward) sta costruendo con successo la centrale termonucleare che sarà destinata a provocare l’Armageddon. Nella versione ridotta uscita nelle sale americane, e nell’home video NTSC, come sulle reti televisive nordamericane, un nuovo finale è stato aggiunto, nel quale Douglas torna in America e fa saltare in aria l’impianto, sacrificando se stesso nella distruzione.

Il DVD edito negli Stati Uniti dalla Lionsgate mantiene questo più oscuro finale originale.

Sul DVD “Cheezy Horror Volume 1” è contenuta una clip, uno spot tv, preso appunto dai Cheezy Flicks.

http://www.youtube.com/watch?v=nuhHJyJawcU Holocaust 2000 Anno: 1978 Regia: Alberto De Martino Cast: Kirk Douglas, Agostina Belli, Simon Ward, Anthony Quayle, Adolfo Celi, Ivo Garrani, Spiro Focas, Massimo Foschi, Romolo Valli Conosciuto anche come”Rain of fire” 220px-Holocaust2000 Holocaust2000 crop holocaust2000_uk HOLOCAUST-2000 HOLOCAUST 2000 1389769808-2908335064_m zEEgBDQ7e380ipFV6s7KdO5V8Rs The Chosen600 313Holocaust_2000  6a017d4117b2c6970c01901dcd3cf6970b   Qui il finale alternativo: http://www.youtube.com/watch?v=ar3JgSIOW4E

The rover

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Certo, ambientare una storia distopica nel deserto australiano è quasi una presa in giro: quel posto non sembra restituito all’anarchia selvaggia di un futuro dove il caos ha vinto ma è un’oasi di spietata naturalezza di suo, dove ci si potrebbe ridurre mentalmente come i protagonisti del film anche senza l’Apocalisse a far da sfondo. Tolto questo particolare che infila The Rover nello stesso genere ormai prevedibile e autocompiaciuto del mondo fottuto e senza speranza di The Road o Interceptor, bisogna ammettere che il film funziona bene e date le premesse la cosa non è così scontata. In entrambe le pellicole citate sopra i protagonisti, nonostante vivano in contesti tremendi, fanno di tutto per soddisfare dei bisogni comprensibili anche per lo spettatore affondato in una poltrona di un cinema multisala con superdolby stereo e occhialetti 3D: proteggere il proprio figlioletto dalle grinfie di pazzi cannibali (The Road); vendicare moglie e figlio massacrati da una carovana di centauri bastardi e senza scrupoli (Interceptor). Nel caso del film di Michôd si trascorrono i primi venti minuti a sghignazzare sull’inverosimiglianza di un soggetto tanto strambo. Dei rapinatori in fuga si azzuffano nel momento sbagliato ed escono fuori strada con l’auto. Scendono e salgono sulla prima vettura disponibile che trovano, dato che la loro sembra impantanata sopra un bivacco di grossi tubi di plastica. Il proprietario della seconda macchina (Guy Pearce) è nei paraggi e si fa rodere il culo, emerge da un torpore zombesco molto intonato all’ambiente afoso e piatto e dopo aver fatto ripartire caparbiamente il mezzo lasciato lì dai rapinatori, li insegue per costringerli a restituirgli la sua auto.

GUY PEARCE AND ROBERT PATTINSON, STILL BY MATT NETTHEIM

I tizi se lo ritrovano alle spalle e dopo un breve balletto a otto ruote che ricorda fugacemente la sintassi iniziale di Interceptor (fatta di ruote e strada e sguardi psicotici e altre ruote e altra strada) ecco che si fermano e gli puntano addosso le pistole. Lui non pare tanto spaventato, rivuole la sua macchina e propone uno scambio con la loro.

I rapinatori non ci pensano e lo tramortiscono, lasciandolo in mezzo al nulla con la vettura sbagliata.

Quando il tipo si riprende guarda l’orizzonte e invece di fregarsene e accontentarsi dell’auto lasciatagli dai rapinatori, parte all’inseguimento e questa è la storia del film.

The-Rover-1

A parte qualche schizzato che lava la propria macchina tutti i fine settimana e non permette alla fidanzata di salirci con le scarpe, nessuno spettatore di questo mondo può capire il bisogno che muove il protagonista incontro all’inferno di derelitti, pistoleri, pederasti e soldati nevrastenici per riavere una stupida, sporca e ammaccata auto di merda. In fondo nemmeno i rapinatori ci riescono e invece di restituirgli il mezzo e riprendersi il proprio (tanto che differenza fa?) proseguono sul mezzo che gli hanno requisito. Il pregio di The Rover sta proprio qui però: nella capacità di farci entrare in un contesto privo di morale ed empatia e mostrarci che i più messi male siamo noi, non l’uomo che rivuole la sua macchina a tutti i costi come si trattasse del recupero di un figlio rapito. Tutti i personaggi che ruotano attorno a lui, spettatori anch’essi di questa spedizione assurda, non capiscono come mai lui si dia tanto da fare. L’uomo spiegherà un po’ per volta quale trauma, quale peccato commesso gli ha insegnato che al mondo non si può vivere senza pagare il prezzo per le proprie decisioni e soprattutto senza rispondere delle responsabilità che hanno comunque, anche se uccidi qualcuno e nessuno viene a cercarti per fartela pagare.

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E la cosa incredibile è che il protagonista stesso sembra il più disumano di tutti quanti: uccide chiunque (persino un nanetto tatuato adorabile) senza pensarci due volte, maltratta le donne e non ha pietà per il ragazzo ferito che recupera dalla strada (Robert Pattinson): lo usa per raggiungere il suo scopo, visto che è il fratello di uno dei rapinatori, lasciato indietro perché creduto morto dagli altri. Le poche volte che apre bocca è per dichiarare cose atroci, senza scampo sul mondo e le persone ma è tutto un inganno, mentre gli altri sprofondano in un’esistenza tagliata fuori da ogni valore morale, lui è l’unico che combatte fino alla morte per ripristinarne un po’.

Inoltre, nel bagagliaio dell’auto che gli hanno portato via, c’è qualcosa che gli preme molto riavere, ma non rivelo di che si tratta, ok.

L’aspetto meno convincente di The Rover è che si basa su una sceneggiatura perfettina e che si nota sempre, troppo scolara, con i colpi di scena al punto giusto, gli ingredienti necessari dosati in modo davvero scrupoloso, il macGuffin, le didascalie fastidiose mimetizzate per finta dietro a un covone di silenzio sospeso. Si avverte la paura che il film taciturno che si è scelto di fare non dica comunque tutto quello che deve dire in modo chiaro e preciso al pubblico di fagocitatori di mais soffiato e bibite zuccherose.

E poi c’è il solito difetto imperdonabile che impedisce al cinema di oggi, quando vorrebbe recuperare un po’ della poesia decadente dei film americani degli anni 70, di riuscire a farlo: la monocromia. The Rover è assolutamente grigio, dall’inizio alla fine e tutti sappiamo che la vita, anche in contesti estremi è fatta comunque di sogni e risa: persino nei campi di sterminio c’erano canti e barzellette. Gli uomini sono questo, animali affamati e profondamente codardi nelle situazioni più viziate dal benessere e insolitamente sodali e generosi in quelle estreme e disperate.

Altro problema, ma solo fino a un certo punto, è Robert Pattinson. Per quasi tutto il film assistiamo agli sforzi del giovane vampirello luminoso di Twilight che cerca con tutto se stesso di farci credere che lui sia davvero la reincarnazione del Billy Bibit di Brad Durof in un Nido del cuculo all’aria aperta (ma finisce per ricordare più che altro il Simple Jack stilleriano di Trophic Thunder!), poi però, nel finale ci ritroviamo a soffrire con lui e ammettere di averlo sottovalutato. Questo dimostra che Bobby si impegna molto e alla fine riesce, ha talento: sopravviverà al vampirismo liceale grazie agli ultimi minuti di The Rover, potete scommetterci il volante.

Francesco Ceccamea

The Rover

Regia:David Michôd

Interpreti:Robert Pattinson, Guy Pearce, Scoot McNairy, Nash Edgerton, Anthony Hayes

Durata 103 min. – USA, Australia 2014

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