I 7 peccati capitali di Instagram

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La mattina sono mosso da istinti animali, come fossi dentro le strofe di una canzone dei C.S.I. 

Come un animale che non può capire guardo il mondo con occhio lineare
come un animale nel tempo di morire cerco un posto che non si può trovare
come un animale nel tempo di morire mi accontento di un posto in cui sostare

E quel posto stamattina, mentre sorseggio il pessimo, amaro e infernale caffè solubile di marca U!, “Gustoricco solubile” mente l’etichetta, lo trovo in Instagram.

Sono sempre stato più interessato ai peccatori che ai santi, mi affascinano i bugiardi, i miserabili, gli assassini, il mio concetto di Paradiso profuma dei fiori del male di Baudelaire, dei gigli di De Andrè, impossibile, armonico e bellissimo come il pianto di una mandragola sotto i piedi degli impiccati.

In Instagram ho cercato 7 donne diverse, 7 donne che mi ricordassero i peccati capitali, quelli che ti condannano alla dannazione eterna, ma come diceva Harrry Angel “Solo l’anima è immortale. E la mia appartiene a lui“. Non un lui qualsiasi naturalmente, il lui supremo, il Diavolo.

7 donne, come dicevo, che ho trovato per caso, senza guardare quanti ammiratori avessero, ma che facessero traspirare, attraverso i loro scatti di modelle, suicide girl, ragazze comuni, l’inferno con gli stessi colori accecanti di un inverno assoluto.

Questi sono i 7 peccati di Instagram per Andrea Lanza, questo l’inferno che mi risucchierà quando chiuderò gli occhi e la mia anima sarà sua.

CAVE CAVE D[omi]N[u]S VIDET

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1- Ira

Allora cos’è che rende l’ira differente dagli altri sette peccati capitali? È piuttosto semplice: se ti abbandoni a un peccato come l’invidia e la superbia, ferisci solo te stesso. Se cedi alla lussuria o al desiderio, non solo fai male a te stesso, ma probabilmente anche a qualcun altro. Ma l’ira, l’ira è la peggiore. È la madre di tutti i peccati. Non solo l’ira può portarti a superare ogni limite, ma quando succede, rischi di coinvolgere un mucchio di altra gente.

Sara Ronco

https://www.instagram.com/sara.ronco/

Le prime foto di Sara che arrivano tra l’occhio e il cervello sono veloci come un pugno di un pugile, più del destro di Cassius Clay. Non trovo nudi ma accenni di erotismo, un erotismo che si amalgama con lo sfondo dello scenario: ghiacciai, boschi, la natura che si apre sotto i suoi passi. Sara ha vestiti di foggia antica, posso sentire la seta verde accarezzarle la pelle, mentre si confonde tra le foglie di timido autunno, anche quando il temporale che aleggia nell’aria non è esploso, ma, quando lo farà, sai che spazzerà ogni gente, ogni amore, ogni tuo più recondito desiderio. In uno scatto Sara sta per baciare una maschera, in un altro ha sul collo un bellissimo diadema di Acherontia atropos, la sfinge a testa di morto, quella che univa le indagini di Clarice Sterling e la prigionia di Hannibal Lecter, poi le foto scorrono veloci come fossero polaroid. Una danza tra i girasoli, lei che si stira su una panchina, le sue gambe lunghissime in un fiume, i suoi capelli rossi rivelano corna da demone, ora ha una pistola in mano, imbronciata, il suo occhio è quello di Dio. Vorresti fermarla ma è lontana, di spalle, con le braccia incrociate sulla schiena. Il suo colore lo puoi trovare sulla tavola di un pittore, quello più accesso, il blu metallico, il sangue artificiale, il giallo che si macchia dopo la caduta del comico. Sara non si arrabbia ma se lo facesse il mondo tremerebbe.

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2- L’avarizia

L’avarizia è un vizio che può trarre in inganno perché all’inizio assume l’aspetto di una virtù.

(Decimo Giunio Giovenale)

Riae 

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Eccola la regina della suicide girl, la più famosa, la più eclettica, la più affascinante: capelli blu, corpo tatuato, voce dolce che tradisce l’aspetto di bad girl. Riae è puro erotismo, in ogni scatto, anche il più semplice, è comunque bomba atomica, un Hiroshima fusa con Nagasaki, un incendio che cerchi di spegnere e invece stai solo alimentando. Le sue forme non possono essere state create da Dio, ma da un disegnatore, da un Masakazu Katsura sotto viagra, con i seni cercano di distruggere camicette di taglie più piccole, con quella schiena che si inarca e il tatuaggio sembra muoversi, veloce sempre più veloce, fino ad ipnotizzarti. Riae è Tarantino, è Robert Rodriguez che mette in scena una sparatoria come un balletto, è il bacio di Magritte dei due amanti, è l’esplosione nei tuoi pantaloni di adolescente impacciato come neanche Jean Paul Belmondo faceva nel finale di Pierrot le fou. Riae è l’avarizia, quella che ti prende alla gola, quel desiderio che non puoi colmare, lo stesso che muoveva alla morte il mercante di Babilonia in deliranti scritti di Thomas De Quincey.

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3 – L’invidia

Ti dirò un segreto, una cosa che non insegnano. Gli Dei ci invidiano, ci invidiano perché siamo mortali, perché ogni momento può essere l’ultimo per noi, ogni cosa è più bella per i condannati a morte… E tu non sarai mai più bella di quanto sei ora, questo momento non tornerà…

(Troy, 2004, Wolfgang Petersen)

Alizee Tassoni

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Alizee Tassoni è soprattutto colore. Non lo diresti mai a guardare i suoi capelli neri e gli scatti in bianco e nero, i primi che trovi su Instagram, ma il suo mondo, quello che si presenta scatto dopo scatto, è una capsula del tempo, è lo Yellow Submarine dei Beatles, anche le tonalità di grigio ora si sciolgono, come mascara dopo un pianto, per diventare il swing di Christina Aguilera lanciata in Candyman. Alizee è una pin up anni 40 nata accidentalmente alla fine del secolo scorso, ma come le Rita Hayworth, le Betty Grable, le Marilyn Monroe è eterna, con una bellezza che non può assoggettarsi alle logiche mortali. Quello che la rende unica, rispetto ad altre modelle, è il suo sorriso, quella spontanea simpatia da ragazza della porta accanto in contrapposizione agli inflazionati sguardi truci da bad girls da strada, così motherfucker da essere, queste sì, comiche. Alizee è talmente bella che quasi non te ne accorgi, confuso dai maglioni larghi e gli occhiali giganti, ma il suo corpo di tatuaggi e racconti è straordinario, le sue ciglia sono porte verso altri mondi, altri universi quasi fossimo sulla USS ENTERPRISE. Alizee è una pubblicità su un vecchio cartellone della Higway 61, è un disegno sopra un  B-17, è la Cedrata Tassoni che non hai mai assaggiato ma che se lo facessi ti farebbe così innamorare da non poterne fare a meno. Lei è l’invidia, quella che gli Dei provano per le donne mortali.

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4 – La superbia

La sola cosa che sostiene una persona nella sua vita è la consapevolezza dell’immensa inferiorità di chiunque altro, e questo è un sentimento che ho sempre coltivato.

(Oscar Wilde)

Blooma Blossom

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Forse Blooma Blossom è una vampira extraterrestre e viene dal pianeta  Drakulon, forse è nata decenni fa dalla fantasia di Forrest J. Ackerman, Trina Robbins e Frank Frazetta col nome di Vampirella, così che milioni di lettori l’hanno letta, desiderata e immaginata, senza sapere che fosse vera. Tutto può essere, certo è che, in alcuni scatti, la somiglianza tra le due, la vampira di carta e inchiostro e la donna di inchiostro e pelle, è quasi incredibile, più di qualsiasi altra persona al mondo, attrice o cosplay che sia. Blooma Blossom è, in questa reincarnazione di nuovo millennio, una donna dal fisico statuario, un mix incredibile di sensualità e carattere, un modello non solo di bellezza ma di girl power che si emancipa dal dominio del maschio conquistatore. Se fossimo negli anni 80 sarebbe la Ellen Ripley che spara agli alieni che escono dalle fottute pareti, se fosse un quadro sarebbe stata ritratta da Luis Royo come una guerriera a cavallo di un drago feroce e geloso. D’altronde Blooma se la guardi bene sembra disegnata a tempera e acquarelli, unica ad essere dolce anche nella forza che trasuda, con quello sguardo pazzesco che ti accorgi che è amore, lei e i suoi amati cani come una favola che possiamo solo spiare. Il suo ruolo all’inferno è la regina della Superbia perché alla fine in poche possono essere davvero al suo pari.

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5- Gola

Solo gli imbecilli non sono ghiotti… si è ghiotti come poeti, si è ghiotti come artisti…

(GUY DE MAUPASSANT)

Lyn Believe

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La prima foto di Lyn Believe che ho visto era di lei con il marchio del Burger King a nascondere i capezzoli, escamotage usato per evitare il ban dai principali social network. Eh sì perché alla fine, in questo 2019 appena nato, puoi essere stronzo, sessista, razzista, puoi vomitare come in un pezzo di brutta musica trap tutto il tuo odio verso il mondo, ma, oddio, i capezzoli sono il male del secolo, sono le mammelle del Demonio, l’Armageddon che sta giungendo sulla Terra, pentiti prima che sia tardi. A me però quella foto ha fatto venire fame e sono corso subito verso il Burger King più vicino, sarà che sono sensibile alle tette e quelle di Lyn sono onestamente spettacolari, sarà che sono un’anima semplice e le pubblicità, anche quelle indirette, mi convincono sempre. Lyn Believe l’ho cominciata così a seguire quindi su Instagram con le sue storie, i suoi video. Mi è riuscita a conquistare con la sua semplicità: ecco un’altra cosa che mi frega. Lyn potrebbe tirarsela e non lo fa, sembra sempre una ragazza spontanea, con quelle svirgolate schizofreniche da adolescente insicura, con i monologhi buffissimi prima di andare a letto, con quel culo che è quasi monumento d’arte moderna che chissà perché non è esposto al Louvre tra La Gioconda e la Venere di Milo. Guardandola mi perdo tra i suoi molteplici scatti, veri, immaginati o soltanto filtrati attraverso la mia fantasia: eccola sensuale in un amplesso robotico di lampadine blu metallo, e ancora con un maglione rosso in un momento mai immortalato, brutto da vedere ma bellissimo, mentre sbadiglia con le mani che sembrano toccare il cielo. Lyn, una e mille volte, mi manda un bacio senza sapere chi sono e senza che io la conosca davvero. “Anche questa è alta magia”, penso mentre mi torna la fame.

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6- Accidia

Gola, accidia, lussuria: queste sono le tre virtù cardinali, le virtù della festa. Il paradiso sulla terra.

(Jean-Louis Bory)

Milena Vigo (Morrigan Lynx)

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Sono da sempre un patito di videogames fin dai tempi in cui i miei genitori, maledetti loro!, mi regalarono Aztec Adventures per Sega master system. Milena Vigo è una attrice e cosplayer, anzi LA COSPLAYER, specializzata appunto in videogiochi. La sua pagina Instagram è piena zeppa di scatti che la ritraggono nei panni, aderenti come una seconda pelle, delle eroine delle più famose saghe videoludiche, da Tomb Raider a Resident Evil. Milena cambia colore dei capelli a seconda del ruolo che riveste, dona ai suoi modelli una dimensione inedita di umana fragilità e diventa la perfetta Jill Valentine sperduta nella Spencer’s Mansion brulicante zombi, la tenace Lara Croft mentre brandisce un arco, la bellissima Cammy che fece innamorare Van Damme in un film dimenticato. Molto attiva sul canale personale di Twich, rivela anche un umorismo incredibile quando gioca live ai vari videogames, diventando quasi un’amica più che un personaggio di pixel fatto carne. Il suo demone è l’accidia perché i videogames vanno vissuti seduti, comodi e tranquilli anche quando una voce troneggia dagli autoparlanti: “Meno dieci minuti alla distruzione!“. Cazzo, imbracciamo il fucile!

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7 – Lussuria

Perché ci si immagina di essere innamorati? Aveva letto da qualche parte che l’amore era stato inventato nel secolo XI dai trovatori. Perché non ci hanno lasciati con la sola lussuria?

(Graham Greene)

Alexiel Lioncourt

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Un’altra cosa che mi frega è la cultura, la trovo più sexy delle tette mostrate o dei culi sodi. Alexiel Lioncourt è bella, senza dubbio, ma la sua bellezza è quella del serpente che divora la mela dalle mani di Eva, è un cervello pulsante, sono le sue recensioni su Nocturno che riportano ai canti dolorosi di Moldoror e tendono a divorarti il cuore insieme all’anima. Così  Lautréamont si confonde con Lioncourt, il conte e il vampiro, la sensualità e l’impotenza fredda dei non morti, tutto quel sapere che resta lì tra la bocca e il respiro, tra l’ultimo desiderio del condannato a morte e quel calore caldo che lotta, si muove, non vuole morire tra le gambe. Seguitela, leggetela, amatela, ma non aspettatevi da lei lo stesso perché forse Alexiel non esiste in questo mondo, è tra le lancette di un orologio, è la madre dei sospiri che si lacera il petto per provare una parvenza d’amore. Non diresti mai forse che la lussuria è il suo peccato, ma solo perché siamo ciechi davanti alla bellezza.


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La mano

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Nel 1981 Oliver Stone non era ancora nessuno ad Hollywood: alle spalle aveva solo la sceneggiatura per Fuga di mezzanotte di Alan Parker, che gli valse comunque l’Oscar, e  un misconosciuto horror dal titolo Seizure, prodotto dai canadesi. Però Oliver Stone, da lì a qualche anno, sarebbe diventato un nome importante per Hollywood macinando successi e cult, sia come sceneggiatore che come regista, con titoli come il Conan di Milius, lo Scarface di De Palma e poi i suoi Salvador, Platoon e Wall Stret.

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Nel 1981 però era un creativo, alla soglia dei quaranta, con, soprattutto, un sogno irrisolto nel cassetto: portare al cinema il libro Nato il quattro luglio di Ron Kovic, una biografia su un soldato che aveva perso l’uso delle gambe in Vietnam, un progetto che sembra nessuno volesse realizzare. il regista racconta la sua frustrazione al New York Times del 15 Maggio di quell’anno:

Ho scritto ben otto bozze. Al Pacino stava per recitare, ma alla fine si è tirato indietro. E’ una maledizione: il cofinanziatore tedesco, dopo che sembrava tutto lì lì per partire, ha dichiarato fallimento e abbiamo dovuto cancellare il film. Nessuno vuole aiutarmi: lo scropt è stato rifiutato due volte da ogni studio in città, ma mi piacerebbe ancora farlo. Non penso che la storia del Vietnam sia stata ancora raccontata con lucidità. Il Vietnam ha incasinato molti ragazzi. Io stesso mi sento ancora un mostro. Quando sono tornato alla NYU, che all’epoca era un focolaio di radicalismo, gli altri studenti mi consideravano un assassino. Non è mai stato oggetto di discussione, nessuno ne  ha mai parlato, ma penso che tutti i veterani si sentissero messi da parte. Il tasso di suicidio tra di loro è enormemente alto“.

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Nato il quattro Luglio resterà un sogno fino al 1989 cambiando attore protagonista, non più Al Pacino ma la stella emergente Tom Cruise, e diventando uno dei più grandi successi della carriera di Stone.

Ma torniamo ai primi anni 80 dove, sempre leggendo il New York Times del 15 Maggio, scopriamo che La mano fu un successo, perlomeno critico.

Il film horror The Hand che ha debuttato a New York e Los Angeles, e ha avuto molte recensioni entusiastiche, sta arrivando in tutte le sale degli States” scrive la giornalista/scrittrice/modella Chris Chase, la stessa che interpretò il cult di Kubrick Il bacio dell’assassino sotto lo pseudonimo di Irene Kane. Il suo è un articolo particolare che si focalizza, più che sulla recensione del film, sul ritratto di Oliver Stone come artista emergente.


MV5BZjg5MGFhZjgtYTdkNy00OGZjLWI3NmMtMGExYWU3MmZiMDcxXkEyXkFqcGdeQXVyMjUyNDk2ODc@._V1_.jpgLa mano da noi invece non arrivò mai al cinema ma sbarcò prima su vhs Warner e poi in tv. Stando al sito Davinotti la prima ci fu lunedì 13 aprile 1987, su Rete 4, nel ciclo “Ultimo spettacolo. Inediti illustri“. Esiste pure un dvd, sempre Warner, ma ormai introvabile.

Stone giocava in casa scegliendo come seconda opera, un altro horror dopo il suo debutto con Seizure del 1974, un film bizzarro, a tratti incomprensibile e dal culto di solo pochi ammiratori. Stavolta però la Orion Pictures e la Warner Bros. garantivano una maggiore visibilità presso il grande pubblico.

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Il prezioso sito Davinotti

Se le recensioni all’epoca furono buone, non si può dire lo stesso di quelle recenti che lo definiscono il più delle volte “banale” o “una delle peggiori regie di Oliver Stone”. Che The Hand non sia un capolavoro è sicuro, ma è un buon B movie girato dignitosamente, dal buon ritmo e da una buona recitazione generale.

Lo spunto iniziale per la pellicola è il romanzo, quasi contemporaneo, di Marc Brandel, The lizard’s tail, titolo che deriva da una scena presente anche nel film: la coda di una lucertola staccata reagisce come viva quando la figlia del protagonista sta per toccarla.

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Stone arriva già svantaggiato in un genere, quello delle mani assassine, che di nuovo ha ben poco da dire ma riesce, grazie ad una sceneggiatura ben strutturata, a ribaltare il prevedibile in una sequela di colpi di scena ben assestati.  Sul tema c’erano già stato Il mistero delle 5 dita (The Beast with Five Fingers) del 1946 di Robert Florey, un episodio de Le cinque chiavi del terrore, 1965, di Freddie Francis e, tornando agli albori del cinema, il classico Le mani dell’altro (Orlac’s Hände), 1924, di Robert Wiene (più i suoi due remake). Quello che stupisce ne La mano  è la sua struttura inaspettatamente ambigua: la sceneggiatura è ben attenta ad insinuare il dubbio nello spettatore che alla fine, forse, non esiste nessuna mano assassina se non nella testa del protagonista.

The hand è uno dei rari horror che ha come personaggio principale un fumettista. Oltre a questo possiamo ricordare L”Ork di Carl Buechler, il delirante Occhi dentro di Bruno Mattei e lo sfortunato Notte profonda di Fabio Salerno. I disegni visti nel film di Stone sono opera di Barry Windsor-Smith, vero illustratore per Conan il barbaro della Marvel.

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Una tra le cose migliori nel film è la recitazione di Michael Caine: schizofrenica, con sbalzi di umore repentino. Il suo Jonathan Lansdale è un anomalo antieroe, un protagonista antipatico, egoista e egocentrico, qualcuno con il quale empatizzare è davvero difficile.

A suo modo The hand è un apripista per gli horror che verranno: basti vedere il combattimento finale tra Caine e la sua mano quanto anticipi scene analoghe di La casa 2. Non solo: dal film di Stone, più che dai citati modelli precedenti o dalle influenze letterarie, prenderà a piene mani il successivo, e ottimo, No Control – Fuori controllo di Eric Red.

Gli effetti speciali sono a cura di Carlo Rambaldi che definì il suo lavoro più “difficile” di quello analogo per King Kong, soprattutto perché stavolta si trattava di rendere credibile il movimento della mano di un uomo e non quella di uno scimmione gigante. Il reparto make up invece è coordinato da un altro nome illustre nel genere, Stan Winston, da lì a poco artefice dei bellissimi effetti di Terminator di Cameron. Si contano più di trenta mani cattive in scena e lo stesso regista definì l’esperienza “elettrizzante”.

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Per quanto riguarda Michael Caine fu un film alimentare: dopo l’esperienza positiva nel genere con L’isola e Vestito per uccidere, cercava solo un altro ruolo di paura per continuare la catena del successo. The hand gli servì poi soprattutto per restaurare un garage che aveva appena comprato quindi per lui alla fine un film sarebbe valso un altro. I detrattori considerano questa una delle peggiori interpretazioni dell’attore al pari del successivo Lo squalo 4, altro film girato per evidenti ragioni finanziarie. A torto perché, se nel quarto capitolo del pescione assassino, l’interprete è palesemente svogliato, qui invece è persino gigionesco, sempre ad un passo dall’overacting senza fortunatamente esserlo mai.

Durante le riprese Caine e Stone (che nel film interpreta un barbone molesto) instaurarono una bellissima amicizia, ma, casualità del destino, i due non lavorarono mai più insieme.

La mano  non calca mai nel sangue o nelle nudità, anche quando la trama lo permette, e cerca una messa in scena più elegante della media e sottilmente psicologica. Il punto forte però della pellicola è il finale shock che, per efficacia, può essere accostato alla chiusura spaventosa di Carrie di Brian De Palma.

In più questa è una pellicola che straordinariamente mette in scena ritratti di donne forti, non le solite vittime, ma persone plausibili anche nel reale, a partire dalla Anne Lansdale, interpreta da Andrea Marcovicci, la moglie che lascia il protagonista per inseguire un desiderio personale di libertà ed emancipazione, alla Stella Roche di Annie McEnroe, una ragazza dagli appetiti sessuali non diversi da quelli degli uomini, sincera senza false inibizioni da vergine sacrificale o da mignotta stereotipata.

Alla fine questa di Oliver Stone è una delle sue pellicole meno note, ingiustamente, e che va vista per quello che è: un discreto horror di serie B che sa regalare brividi genuini. Cercare un capolavoro equivale a rimanere delusi.

Da riscoprire.

Andrea Lanza

La mano

Titolo originale: The hand

Anno: 1981

Regia: Oliver Stone

Interpreti: Michael Caine, Andrea Marcovicci, Annie McEnroe, Bruce McGill, Viveca Lindfors, Rosemary Murphy

Durata: 104 min.

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Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla

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Esistono film così brutti che sfiorano il sublime, film che sai in cuor tuo che sono scritti male, girati peggio e interpretati cagnescamente, eppure… eppure… resti lì, davanti alla tv, intontito come dopo un sonoro uppercut, ad aspettare la fine. Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla fa parte di queste ammalianti pellicole del brutto: un reperto negato a noi italiani finché l’etichetta Freak Video non l’ha riesumato, in inglese e con i sottotitoli nel nostro idioma. Oltretutto un trattamento di qualità per un film che ha ben 67 anni sul groppone: dvd che si sente e soprattutto si vede benissimo, un bianco e nero pulitissimo che rende finalmente giustizia ad un capolavoro dell’infimo americano, finora circolato, in lingua originale e senza sottotitoli, in versioni ad un passo dalla vhs, brutte e sfuocate.

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Il gorilla di Brooklyn

Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla è uno dei 372 film girati dal prolifico regista William Beaudine, attivo fin dal 1915 al cinema e in tv, un tuttofare adatto per tutti i generi senza mai davvero specializzarsi in uno. Suoi sono molti episodi di Lassie, di The Green Hornet con Bruce Lee, di Rin Tin Tin, caposaldi della tv che vedevamo da ragazzi, ma sue sono anche perle di goduriosa indecenza come Jesse James Meets Frankenstein’s Daughter e Billy the Kid Versus Dracula, entrambi del 1966, follie che in un mondo perfetto non avrebbero mai visto la luce, ma per fortuna siamo avvolti dal peccato.

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Oltretutto William Beaudine è forse uno dei pochi casi di regista che uscì con due film dopo essere morto. Si trattava di La furia del drago e di Superdraghi della notte, del 1974 e 1976, copia e incolla di alcuni episodi de Il calabrone verde ad uso e consumo dei fan necrofili di Bruce Lee. L’altrettanto sfortunato Beaudine se n’era andato nel 1970, a 78 anni per uremia, lo stadio terminale dell’insufficienza renale, lasciando così come testamento due scalcagnati film non film, non indegni di molte sue pellicole girate da vivo.

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Ad Hollywood era conosciuto per essere un regista veloce e affidabile: un artigiano dell’industria cinematografica come ora non ce ne sono più.  La sua carriera comunque non fu carente di gratificazioni: ricoprì il ruolo di assistente per D. W. Griffith nel celebre Nascita di una nazione (1915) e nel suo seguito Intolerance (1916).

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Quando Beaudine girò Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla era il 1952 ed era già a fine carriera: gli offrivano copioni sempre più scadenti e sempre con meno soldi. Il suo successo maggiore era stata la collaborazione con il gruppo comico dei Bowery Boys, una serie di pellicole di basso profilo ma redditizie come Let’s Go Navy! o Ghost Chasers, entrambi del 1951, non lontane come qualità dalle analoghe di Gianni e Pinotto.

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Dean Martin e Jerry Lewis della serie Z

Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla metteva in scena come star Duke Mitchell e Sammy Petrillo, due spudorati cloni di Dean Martin e Jerry Lewis, un po’ come capitò da noi in Italia con Paul Smith e Michael Coby, due sosia di Bud Spencer e Terence Hill in film acchiappa gonzi.

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No non sono Bud Spencer e Terence Hill

Inutile dire che i due protagonisti, sia nella versione Dean Martin che nella sua spalla comica, non funzionano mai: troppe battute squallide che non fanno ridere, aggravate da un’esasperazione della mimica facciale di Petrillo che scade spesso e volentieri nello stucchevole. In più Duke Mitchell sembra imbalsamato, persino imbarazzato davanti alla macchina da presa e tra i due non c’è mai l’alchimia delle grandi coppie comiche, da Stan Laurel e Oliver Hardy ai nostri Franco e Ciccio. Una cosa abbastanza disagiata soprattutto se si pensa che per lavoro il duo si esibiva nei vari cabaret o night, in locali che non potevano permettersi i veri Dean Martin e socio.

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Leggenda vuole che la carriera di Petrillo fu stroncata, ad appena 16 anni dallo stesso Lewis. Il ragazzo infatti conobbe di persona il suo mito che lo fece lavorare come comparsa in un suo spettacolo tv (interpretava l’attore in culla), ma da allora, pur avendo avuto buone recensioni critiche, si trovò senza lavoro. Lewis era rimasto sconvolto, sembra, dalla somiglianza, anche nei gesti, con Petrillo tanto da intimargli serio “Non firmare assegni a mio nome”. Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla fu l’ultima goccia: Lewis andò su tutte le furie e le porte della televisione si chiusero per sempre, in spettacoli importanti, per Sammy Petrillo.

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Martin Landau, leggenda racconta, nel prepararsi ad interpretare Bela Lugosi per Tim Burton vide per ben tre volte questa pellicola definendola “La cosa peggiore mai fatta tanto da far sembrare i film di Ed Wood Via col vento“.

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Diciamo che il giudizio è esagerato: Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla non raggiunge mai le vette di squallore nella messa in scena di un Bride of the monster o di un Plane 9 from outer space. E’ solo un brutto film che sembra avanspettacolo portato al cinema, con fondali palesemente di plastica che simulano una foresta tropicale e non più di dieci attori in scena per formare il cast.

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In più la sceneggiatura sembra improvvisata con una storia che ha del delirante e che vuole questo vecchietto, Bela Lugosi in una interpretazione comunque non disprezzabile, che vuole farsi a tutti i costi la figlia del capo villaggio degli indigeni. Solo che, problema non sottovalutabile, lei lo schifa e preferisce la compagnia del manzone Duke Mitchell che si metterà a cantarle la terribile Deed I Do con un’accompagnamento musicale di trombe e sax invisibili. Ecco allora che il diabolico Lugosi, che sappiamo chiamarsi Dr. Zabor e che ha un castello nella giungla dove conduce esperimenti per trasformare le scimmie in esseri umani, ha un guizzo da folle fumetto: farà diventare il suo rivale in amore un gorilla. (Risata diabolica)

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Non aspettatevi scene truci alla Korang – La terrificante bestia umana di René Cardona o echi da I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe, ma un mix tra il futuro Scooby Doo e i film con Gianni e Pinotto. Tra l’altro il modello, un mix tra horror blando e commedia, sembra essere proprio il loro Il cervello di Frankenstein del 1948, nel quale Lugosi interpretava per l’ennesima volta Dracula.

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La cosa incredibile è che Duke Mitchell non solo non è aggressivo ma da gorilla continua a cantare la sua Deed I Do con voce gutturale. Questa è una sequenza davvero oltre: inconcepibile solo che l’abbiano pensata e poi trasposta in scena.

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Il film comunque è pieno di momenti di sublime delirio: dal servo che si chiama Chula pronunciato come CIULA ed è pure alto, grande e, diciamo, non proprio un genio, agli indigeni che, oltre a parlare perfettamente inglese, mangiano per cena banane in un ritratto che più razzista non si potrebbe. Tralasciamo poi le gang con una ragazza cicciona che non fanno mai ridere, con un secondo gorilla femmina che, come in Una poltrona per due, vuole trombarsi il nostro povero Duke Mitchell, goffissimo e fintissimo nel suo costume da primate da due dollari. In più come guest star troviamo Cheetah, ma non una Cheetah qualunque, proprio la scimmietta che interpretò l’amica di Tarzan nei film di Weismuller e di Lex Barker, anche lei a fine carriera, vecchietta ma la migliore del cast con Lugosi.

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La bella indigena invece è interpretata dall’avvenente e scosciatissima Clara Isabella DeFreitas, qui col nome d’arte di Charlita, attrice che non fece grande carriera al cinema e finì il suo percorso artistico nel 1972.

Inutile stendere troppe altre parole per un film che dura neanche 80 minuti e che non possiede neppure un vero finale. Eppure, come detto, a discapito della sua fattura è un aborto cinematografico che vale la pena recuperare per il buon ritmo, per le trovate surreali involontarie o solo per la curiosità di vedere un indecente Jerry Lewis/Dean Martin movie interpretato da sosia, costato solo 50000 dollari e finito in 9 giorni.

Il titolo originale cambiò comunque da White Women of the Lost Jungle a The Boys from Brooklyn fino ad arrivare al curioso Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla che, Lugosi o meno, non portò in sala nessuno.

Andrea Lanza

Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla

Regia: William Beaudine

Interpreti: Duke Mitchell, Sammy Petrillo, Bela Lugosi, Charlita, Muriel Landers, Al Kikume, Mickey Simpson, Milton Newberger, Martin Garralaga

Anno: 1952 

Durata: 74 min.

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Adrian

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In principio c’era Joan Lui, uno dei più grandi flop della storia del cinema italiano: 20 miliardi delle vecchie lire per un kolossal musicale sulla falsariga di Jesus Christ Superstar. A distanza di più di trent’anni da quel capitombolo che precluse al suo autore la via del cinema, Celentano ripropone la stessa formula, stavolta scegliendo però la strada del serial a cartoni animati.

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Adrian è un prodotto oltre il buon gusto, il buon senso, fermo, anche nell’animazione, ad almeno un decennio fa, ma altrettanto spassoso, fuori di testa, una sorta di Geppo il folle, altra regia celentanesca, spinto ancor di più verso l’anarchia tecnica di un montaggio quasi epilettico. Di questo cartone si potrebbe dire tutto il bene o il male del mondo senza per altro sbagliare: troppo retorico, troppo pomposo, troppo arzigogolato in una narrazione di indecente approssimazione, vero, ma con i disegni di Manara che sono fantastici, con le musiche di Nicola Piovani davvero sublimi, con una Napoli fagocitata dalle acque come la Waterworld di Kevin Reynolds, con una Milano che accoglie nelle fogne i suoi ultimi, i disperati, i derelitti, gli immigrati.

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In più Adrian(o) mette in scena combattimenti come fossimo in V per vendetta di Alan Moore, con una maschera da volpe che ricorda Zorro, rallenty e momenti folli dove le mosse di arti marziali diventano un tango: è cinema popolare trasposto in tv che diventa una sorta di crepuscolare spaghetti western con sfondo urbano. Criticatissimo, anticipato da uno show che urla il suo essere fuori dal coro con frecciatine all’attuale governo, con presentatori che disertano all’ultimo, Adrian è stato programmato per 9 serate in prime time su Canale 5: non si era vista da anni una tv così polemica e chiacchierata capace di accendere al bar discussioni più di una partita di calcio. Non male per un vecchietto di 81 anni.

Andrea Lanza

Hold the dark

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Dove si annida il Male? In che zone oscure della nostra mente o profonde della nostra anima? Ha a che fare con l’individuo o egli è solo plasmato dall’ambiente in cui vive? Queste sono alcune domande che potremmo farci mentre guardiamo questo film decisamente riuscito, disponibile su Netflix.

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Hold the dark segue le tematiche care al regista. Se in Blue Ruin si poneva una riflessione sul desiderio di vendetta e in Green Room c’è di scena la violenza dei gruppi di estrema destra, qui abbiamo a che fare con lo stretto legame tra la bestialità degli animali e l’istinto ad uccidere degli esseri umani.

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Russel è un naturalista in pensione che ha ottenuto un vasto successo economico grazie a un libro in cui parla dei libri.  In quelle pagine affronta anche il tema della caccia a questi magnifici animali. Questo spinge una giovane donna a contattarlo in quanto è convinta che un branco di lupi abbia rapito e presumibilmente sbranato il suo piccolo bimbo. Le cose però non sono come sembrano e il ritorno a casa del marito della donna ( un reduce della guerra psicopatico) non farà che aumentare il clima di violenza, sofferenze e pericolo che circonda Russel.

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Il film è tutto qui.  Vi assicuro non è affatto poco. Perché l’opera spiazza lo spettatore convinto di veder un prodotto che punta tutto sul branco di lupi cattivi e feroci e invece loro sono forse la minaccia meno pericolosa dell’intero film. Chi fa davvero paura sono gli esseri umani. Uomini e donne cresciuti in un ambiente ostile, freddo, duro.  Un posto dove c’è sempre la neve, la tormenta, pochissimo sole. Tutto quel buio e freddo non possono che spinger le persone ad alienarsi, a impazzire.  Sì, il Male è legato ai luoghi, all’ambiente sociale e questo influenza l’essere umano. Nel piccolo paese la comunità cerca di esorcizzare questa follia latente e pronta ad esplodere che alberga in molti di loro dando la colpa ai lupi.  La bestia,  l’animale, quello che non è umano come noi. Un confortevole alibi per non affrontare il dolore, la sofferenza, il senso profondo di solitudine, abbandono. Ognuno ha storie di sangue e crudeli alle spalle e nulla serve dar a costoro una parvenza di civiltà. La polizia è nemica come lo sono le altre bestie. Uccidere sbirri o lupi è la stessa cosa.

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Un delirio lucidissimo  di follia mascherata da rapporti coniugali o di amicizia. Il reduce è una macchina per uccidere che talora mostra una sua morale (in guerra uccide un altro soldato americano sorpreso mentre stupra una donna irachena e più volte risparmia la vita a Russel perché ha saputo che costui voleva trovare il lupo responsabile della scomparsa del figliolo) ma spesso è come se fosse un automa programmato per ammazzare, la giovane moglie una donna distrutta dalla solitudine, dall’isolamento. In questo mondo totalmente dipendente dalla violenza e da leggi tribali non scritte, solo Russel e un funzionario di polizia sembrano aver un minimo di umanità. Questi due sono persone che provano sentimenti, empatia, sono spiazzati e spaventati per tutta la violenza gratuita a cui assistono. Rappresentano il tentativo vano della civiltà di resistere,

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Il film tuttavia non è un’opera monocorde, per fortuna non si basa su un pessimismo d’accatto e un nichilismo per quarantenni incapaci di vivere. No. A modo suo riesce anche a regalare una piccola speranza sul finale.

Detto questo quello che impressiona è la regia di Saulnier: mdp dai movimenti lenti e fluidi, grande senso dell’inquadratura e la descrizione minuziosa della violenza. Sopratutto è abile a costruire tutta una serie di eventi e dettagli che porteranno poi a un’esplosione di crudeltà molto potente.

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Il vero pericolo non sono tanto le bestie e la natura ma gli esseri umani.  Tranne quelli che, pur avendo toccato con mano l’inferno, cercano di non perdersi del tutto e cercano un tentativo di avvicinamento delle persone che per vari motivi hanno lasciato a distanza dalla loro vita e dal loro cuore.

Una sorta di risveglio dopo un lunghissimo incubo. Perché questo sembra essere codesta pellicola, un incubo. Il film procede con un ritmo lento, rarefatto, quasi immobile, come se fossimo persi in un’altra dimensione in cui il tempo si dilata, espande e in cui le azioni subiscono un’improvvisa deriva verso la violenza più assurda, pleonastica, folle . Per cui non lasciatevi ingannare dal ritmo non proprio sostenuto e godetevi questo viaggio infernale in uno dei posti più ostili del mondo: L’Alaska.

Davide Viganò

Hold the Dark

Anno: 2018

Regia: Jeremy Saulnier

Interpreti: Riley Keough, Jeffrey Wright, Alexander Skarsgård, James Badge Dale, Julian Black Antelope, Michael Tayles, Tantoo Cardinal, Conor Boru, Anabel Kutay, Tantoo Cardinal

Durata: 125 min.

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Future World

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“Mad Max meets Resident Evil”

(frase di lancio menzognera)

James Franco è un simpatico cazzone, uno di quelli che, se fosse il tuo vicino casa, chiameresti per prenderti una sbronza, fare bagordi e magari progettare il party più leggendario della storia dei party. Roba che, per intenderci, Animal house sembrerebbe un compleanno da Mcdonald e sappiamo tutti quanto sono tristi i compleanni a casa di Ronnie il pagliaccio: qualche festeggiato scompare, un disadattato ride con il cappello da somaro e la lingua da gatto, peperepeppè,  il disagio in un pomeriggio di sano relax. Invece già vedo il Jimmy Franco nostro con i suoi leggendari calzoncini hawaiani, la camicia alla GTA V, che ti guarda serio, poi comincia a muovere le mani da vero gangster bianco dicendo “Sarà epocale: la festa più bella di sempre“. Eh sì perché stai sicuro che non mancheranno mai tre cose con lui: la musica, le fighe e la ganja, quella buona. In parole povere: Spring break, fratello, spring break.

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Un tipico party alla Jimmy Franco

Però Jimmy Franco ha un problema piccolo piccolo, un po’ come il difetto di comportamento di Cobra, è un attore con velleità da autore. Ahi ahi. A volte la cosa gli riesce bene e ti tira fuori genialate come The Interview o il recente Ed Wood del nuovo millennio, The disaster artist, altre volte è un disagio sia come attore che come regista, non capita sempre ma quando succede sono, come diceva il sommo Lando Buzzanca, augelli senza zucchero, cazzi amari.

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Ditelo con me “Caaaazzi amari!”

Future World è un film girato a 4 mani, sia dal nostro Jimmy che si ritaglia pure un ruolo importante, il cattivo più cattivo di tutta la pellicola, e da Bruce Thierry Cheung, regista, sceneggiatore e abituale aiuto nei deliri targati Franco. Sulla carta si tratta di un’opera interessante: un Mad Max apocrifico con un bel cast stellare, da Snoop Dogg a Milla Jovovich. Ottimo no? Sì ma solo nelle premesse.

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Bollette da pagare, amicizie discutibili, un cappello buffo e un Wahlberg non famoso

Future World si rivela presto una pellicola sci-fi d’incredibile sciatteria e bruttezza, un film che, soltanto vent’anni fa, sarebbe stato diretto da Albert Pyun con Olivier Gruner, un pasticciaccio marziale tenuto legato da un voice over senza capo né coda, pieno di banalità poetiche a supercazzola di Blade Runner. In più Future World può vantare le scene d’azione girate peggio di sempre, una cosa che non ci credi se non le vedi: gente che si mena (male) mentre i nemici aspettano il proprio turno per essere ammazzati. Una roba che aveva senso in Cyborg con Van Damme perché a Jean Claude perdonavamo qualsiasi cosa, ma da quel 1989 sono passati 40 anni e i nostri capelli sono meno selvaggi di allora.

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una donna malata curata dalle correnti di vento

Per scrivere Future World si sono messi in tre, Jeremy Cheung, Jay Davis e Bruce Thierry Cheung, un po’ come quando, nei credits di Vacanze di Natale 91, leggevi di 6, dico 6, sceneggiatori e ti sentivi un po’ paraculato mentre Boldi scivolava sulla tazza del cesso urlando “Bestia, che dolore!“. Qui troviamo, in un contesto da dopo bomba, un ragazzo di nome Prince perché appunto è un principe di un oasi, e Franco e amici belli non sono proprio tipi da sottotesti. Comunque, dicevamo, il giovane vive in questo paradiso che, senza spiegazione logica, è pieno di piante in mezzo al deserto, e ha il cruccio di avere la mamma malata, interpretata da una Lucy Liu invecchiata, giustamente scazzata e semi muta. Qui vorrei aprire una parentesi: se io stessi male, con la febbre da ebola, credo che piazzare il mio letto in mezzo ad un giardino, senza nessuna parete, con il pericolo che piova, non sarebbe proprio la trovata più geniale. Eppure la nostra Lucy Liu la troviamo proprio in mezzo alle correnti d’aria, coperta da un misero lenzuolo, con le tende che svolazzano mosse dal vento gelido, mentre chiede una medicina che si può trovare solo in Culandia, nel mezzo di un deserto pieno di assassini mascherati a cavallo di una moto. Magari, e dico magari, sarebbe bastato solo spostarla dentro un edificio, un brodo caldo e una bella tachipirina e passava la paura, ma chi sono io per dare consigli medici?

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il culo ipnotico di Suki

Prince è interpretato in maniera cagnesca dal Wahlberg più scarso della storia dei Wahlberg, ovvero Jeffrey, nipote senza arte né parte di Mark e Donnie. Il nostro piccolo New Kids on the Block è assolutamente inadatto nel ruolo da eroe: sfigato, magrettino, non ci credi quando prende un machete e macella un energumeno incazzato.

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ecco un’altra imbucata: la figlia di Bruce Willis e Demi Moore

La quota figa invece è fornita dalla procace Suki Waterhouse che interpreta l’androide più letale del mondo, una macchina creata per uccidere e che il cattivissimo Jimmy comanda con un dispositivo tipo quello che si usa per muovere le macchinine telecomandate. All’inizio la vediamo che strozza un cretino che le ha appena urlato frasi come “Ti voglio fottere il faccino” e poi spara agli amici di Prince con una precisione da cecchino, fortissima anche mentre impicca il ragazzo all’albero più alto, manco fossimo in un western di Ted Post con Clint Eastwood. Con una virago stracazzuta come questa è facile intuire che Future World sarà un Mad Max misto a Terminator 3 con tanto di combattimento finale con la bella Suki. Invece no, ragazzi miei, perché Jimmy e l’amico Bruce Thierry Cheng sono più interessanti a filmare il culo della Waterhouse, gran culo tra l’altro, e, con la loro visibile erezione, si dimenticano che la ragazza è un cyborg sanguinario. Giuro, una roba da non crederci: Suki diventa all’improvviso un Johnny 5 con le tette, l’equivalente dell’inutile robot di Fargo stagione 3, quello che diceva “Posso aiutarti?” e tutti lo prendevano a calci in culo. La nostra, dagli occhi bicolore, uno verde smeraldo e uno blu oceano, ad un certo punto si ribella a Jimmy, non risponde più al telecomando che fino a quel momento la bloccava, quindi un apparecchio inutile, e si scopre lesbica. Credetemi: succede questo. Mentre Prince, poverino, viene drogato, sfottuto perché è l’eroe di un postatomico senza muscoli e con la vocetta da castrato, la robotessa si trova una fidanzata, una stragnocca interpreta da Margarita Levieva imbruttita perché è un meccanico del futuro e che la sceneggiatura senza sottotesti chiama Lei.

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uno dei rari momenti che vediamo Suki uccidere qualcuno

In questo delirio scopriamo però che Jimmy è riuscito a far recitare una microscopica parte anche alla figlia di Bruce Willis, non sia mai che Wahlberg JR. sia l’unico inutile raccomandato in Future World. In compenso però facciamo la conoscenza di uno Snoop Dogg che dovrebbe essere il primo boss da affrontare, ma che si rivela solo Snoop Dogg che rifà male Snoop Dogg, il gangster cattivissimo nero che da’ le scossone elettriche alle ballerine del suo locale e ride tutto giulivo, il coglione, anzi il motherfucker coglione. Seguendo sempre le regole del videogame anni 80, sulla falsariga di un Final fight, incontriamo il secondo cattivo, Milla Jovovich che carica talmente la parte di regina del Mondo droga, il suo schema, che è oltre l’overacting in un film che vive l’overacting come vanto. La ascoltiamo increduli mentre parla con la voce da bambina, poi strabuzza gli occhi e si muove sinuosa tipo una tossica di cocaina, sciorina dialoghi velocissima, si inietta merda in siringhe strausate, le sparano cento volte, ride come fosse dentro un film di Polselli, e cade miseramente solo perché il terzo e ultimo boss è Jimmy, lui non lo puoi uccidere se non sei uno dei protagonisti.

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overacting puro.

Future World è così sciatto nella regia da fare tenerezza: telecamera a spalla che non capisci nulla, piani sequenza tentati ma abbandonati perché vige la regola del buona prima, e assoluta  incompetenza nel girare un combattimento che sia per lo meno emozionante. In più la sceneggiatura è incomprensibile: si pensi che ad un certo punto ci si  dimentica persino che lo scopo di Prince è trovare la medicina per la mamma  in un posto chiamato Paradise beach, ma, visto che il film sta giungendo al termine, Jimmy e compagnone urlano al giovane Wahlberg: “La cura per tua madre è dentro la pancia di un tuo nemico!!!“. Ehhhh????? E Paradise Beach???? E che cazzo ci fa questo miracoloso rimedio tra le viscere di un panzone anonimo? Ma Franco sfodera il suo sorriso da cattivone con i denti marci e sussurra serpentesco “Il paradiso è nel tuo cuore, fratello“. Doppia luna, x e affondato: cosa puoi davanti a parole così profonde?

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Saffo cyborg

Future World non è neanche un film: è uno scherzone venduto come action fantascientifico, un modo alternativo che ha trovato Franco per passare le sue giornate ai danni del suo pubblico. Improponibile, brutto come il culo di una vecchia che indossa la minigonna perché pensa di essere figa, un crimine che in libro di Philip K. Dick sarebbe culminato nell’eliminazione di tutto il  cast tecnico e artistico. Immagino le facce dei poveri spettatori italiani che il 30 Ottobre dell’anno scorso l’hanno subito al Trieste Science+Fiction Festival. Non un film, ma una vera esperienza masochista.

Andrea Lanza

 

Future World

Regia: James Franco, Bruce Thierry Cheung

Interpreti: James Franco, Milla Jovovich, Method Man, Wilmer Calderon, Jeffrey Wahlberg, Lucy Liu, Snoop Dogg, Suki Waterhouse

Durata: 90 min./USA, 2018

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Assassination Nation

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Mi chiamo Lily Colson. Ho 18 anni. E non so se io e le mie amiche supereremo la nottata.

Con queste parole si apre Assassination nation, seconda prova registica di Sam Levinson che i ragazzacci della serie B conoscono più che altro per essere stato uno dei carcerati dell’intenso Stoic di Uwe Boll. Già da queste poche frasi, si percepisce la direzione che il film andrà a prendere: una nuova Notte del giudizio in versione teen movie. Si e no a dire il vero perché la parte alla DeMonaco c’è ma è relegata al secondo atto, quello che porta una moderna caccia alle streghe in una città, Salem, nel 22esimo secolo, pronta a impiccare, immolare come nel 1692 donne innocenti senza ancora nessun vero processo.

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Assassination nation è potentissimo, stiloso, un figlio bastardo nato dai bagordi dello Spring breaker di Harmony Korine con una narrazione che un tempo si sarebbe chiamata da MTV e che ora appare schizzata, schizofrenica, da MDMA tenuta sotto controllo con il Lexotan.

Nel giroscopio di luci intermittenti, colori violenti e immagini veloci che bombardano lo spettatore, il film cerca di essere dalla parte dei diversi, degli emarginati, degli outsider, gli stessi che armati di fucili, nella finzione, facevano esplodere tritolo e rivoluzione alla Westerburg High, e, nella realtà, alle Columbine, dritto dritto nel cuore, american beauty, di villette e incesti tra i denti, dei meravigliosi Stati Uniti d’America.

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Ci riesce in parte fallendo solo per la mole esagerata di input che il suo autore, regista e sceneggiatore, vomita in  faccia, come dopo una colossale sbronza, al suo pubblico, ma è indubbio che il suo quartetto di eroine, bellissime e sfigate, vestite come in un sogno erotico da nerd con katane, due pistole alle John Woo e potenza deflagrante da Hiroshima uterino, sono non solo personaggi, ma icone di genere, quello dei ragazzi problematici che, da John Hughes a Gregg Araki, ha raramente dato un posto in prima fila alle donne. Almeno non in maniera così stracazzutissima e prorompente.

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Assassination nation è un film che sa affrontare il difficile e delicato tema dell’adolescenza e dei pericoli del web senza scadere nel banale o nel moralista, cosa non da poco. La protagonista Lily, ragazza  tutta casa e chiesa, amiche del cuore, voti alti, si rivela così tremendamente umana, un amore segreto, delle voglie non soddisfatte dal fidanzato, un padre e una madre assenti, diventando agli occhi della sua piccola comunità una strega ributtante. Ecco che la famiglia non l’ascolta e la butta fuori casa, ecco che il suo mondo crolla, per strada la chiamano “puttana”, vogliono sgozzarla, ucciderla, bruciarla, Lily da Barbie bionda e perfetta è diventata una Monster High per ragazzine che si incidono la carne.

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Non è diversa la Salem del 2018 da quella del diciasettesimo secolo, un micro mondo impazzito dove la legge è quella del fuoco, della lapidazione, della donna che scopa solo alla missionario, sotto l’uomo, perché l’uomo, e solo lui, deve essere il baricentro dell’universo. La femmina, la moglie,  la figlia, la poetessa rinchiusa tra le mure di un manicomio è da compatire, curare, infibulare se è necessario. O, peggio, da uccidere, murare, rendere sposa di Cristo. Brucia, strega brucia. Sottomessa sempre agli occhi di nostro Signore.

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Così la nostra Lily scopre che un mondo dove i messaggi sul cellulare sono pubblici è un mondo utopicamente impossibile, un inferno dove i nostri peccati sono sotto gli occhi di tutti, da un sindaco che incita furiosamente a ghettizzare i gay e la sera si veste da donna, così via, di peccato e peccatore. Ed è qui che le maschere metaforiche cadono per indossare altre maschere, questa volta da slasher, Jason che soppianta i cappucci del KKK, perché la colpa non può essere nostra, un agnello che monda i peccati del mondo deve esistere, così è sempre stato, dai tempi del Golgota o di Rodney King. E Lily diventa la madre di tutte le colpe. Eli, Eli, lama sabac thani?

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Female Prisoner 701: Scorpion di Shunya Ito

Come in una versione hardcore di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, i messaggi segreti di un cellulare sono l’inizio dell’apocalisse: donne tradite picchiano altre donne ferocemente, nei parcheggi, come in una guerra tra cani per l’osso, si massacrano i figli in bagni tinteggiati dal sangue della propria progenie, Medea e il conte Ugolino in un  amplesso musicato da 100 Bad di Charlie Heat, ipnotico e romantico come un Mcdrive. In un paesino, che, a leggere su wikipedia, contava nel 2017 più o meno 44 mila anime, a farne le spese sono soprattutto loro, i diversi, come nel caso della transessuale Bex,  rapita e lì lì per essere impiccata come simbolo dell’America bianca, eterosessuale e cristiana. O del preside Turrell, pedofilo solo per aver scattato foto alla figlia, ma la sua colpa è probabilmente radicata nel DNA, in quella pelle nera da stupratore che i buoni padri fondatori arrostivano nei campi di cotone. Buana, fratello, buana.

Take this hammer, (huh!) carry it to the captain (huh!)
Tell him I’m gone, tell him I’m gone (huh!).
If he ask you (huh!) was I runnin’, (huh!)
Tell him I’s flyn’, tell himI’s flyn’ (huh!)

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Assassination nation è un’opera solo all’apparenza semplice e superficiale, soprattutto per il linguaggio videoclipparo che sceglie di adottare, ma che in realtà possiede una grande forza visiva, visionaria e anarchica. La regia di Sam Levinson è in stato di grazia, è capace di regalarci momenti di incredibile goduria figurativa come la sequenza che preannuncia il massacro della cheerleader Bella Thorne, prezzemolina della produzioni teen, con la sua assassina in posa, mazza alla Harley Quinn, mentre sullo sfondo una gigantesca bandiera americana troneggia. O ancora il finale con le quattro ragazze, redivive e agguerrite, in una marcia contro i loro aguzzini, non più sole ma supportate da una una folla di altre donne. Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo in versione #MeToo perché d’altronde  quello è il pensiero della nuova Lily, uscita indenne dalla sua personale notte del giudizio.

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Da quando sono nata, non ho ricevuto che ordini. Sorridete. Divaricate le gambe. Elargite la vostra figa. Parlate più piano. Urlate più forte. State in silenzio. Siate sicure di voi. Siate interessanti. Non fate cosi’ le difficili. Siate forti. Non reagite. Siate un angelo. Siate una puttana. Siate una principessa. Siate tutto ciò che volete. Persino il presidente degli Stati Uniti d’America. Scherzavo. Fanculo. Volete ancora uccidermi? Violentarmi? Pugnalarmi? Spararmi? Andiamo. Radunate i vostri sgherri. Afferrate le armi e nascondetevi dietro le maschere. Ora volete farlo nella vita vera? Fate del vostro meglio. Perché per tutta la vita mi avete preparata per questo. Potreste uccidermi. Ma non ci potete uccidere tutte“.

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A completare la riuscita dell’opera un cast, soprattutto di attrici, convincente, con le sue ragazze caricate nella recitazione come fossero testimonial di un moderno “We Can Do It!” dell’epoca Kill Bill.

Non male.

Andrea Lanza

Assassination Nation

Regia (e sceneggiatura): Sam Levinson

Produttori: David S. Goyer, Matthew J. Malek, Anita Gou, Kevin Turen, Aaron L. Gilbert, Manu Gargi

Interpreti: Suki Waterhouse, Hari Nef, Odessa Young, Danny Ramirez, Bill Skarsgård

USA, 2018, durata 110 minuti

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Bird Box

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Quando una forza misteriosa decima la popolazione mondiale, una cosa è certa: se la vedi, ti togli la vita. Affrontando l’ignoto, Malorie trova amore, speranza e un nuovo inizio, solo per vederseli sfuggire. Ora deve scappare con i due figli lungo un insidioso fiume, verso l’unico possibile rifugio. Ma per sopravvivere dovranno affrontare il pericoloso viaggio di due giorni con gli occhi bendati.

45 milioni, tante sono le visualizzazioni che Bird Box, horror catastrofico, sta macinando in questi giorni sulla piattaforma di streaming Netflix. Ormai il cinema è anche questo, non solo una sala, ma proprio il salotto di casa nostra con pellicole che nulla hanno da invidiare a quelle che sbarcano nei multiplex. Gli haters si inalberino pure a suon di forconi, ma è indubbio che titoli come Tau di Federico D’Alessandro, Mute di Duncan Jones o La fine di David M. Rosenthal sono di pregevole fattura con gli stessi difetti di un Transcendence su maxi schermo. Certo la magia del popcorn, dei ragazzini che urlano davanti alle scene che non hanno fatto mai paura neanche al fantasma formaggino sono impagabili, ma Netflix non dev’essere il demonio ma un passo necessario dell’evoluzione tecnologica: se si vuole lo si fruisce sennò amen, i multisala resteranno sempre in piedi con o senza di esso.

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Bird Box non è un bel film, scansiamo ogni dubbio, ma è un film comunque interessante, che paga lo scotto di un primo tempo disastroso, povero e raffazzonato per poi ingranare, coinvolgere e impantanarsi ancora in un finale di pochezza inenarrabile.

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Non ho idea di quanto del libro omonimo di Josh Malerman (da noi uscito per PIEMME come La morte avrà i tuoi occhi) sia rimasto in questa pellicola, ma sono evidenti, almeno a livello cinemagrafico, i dazi da pagare ad uno sci-fi più o meno recente, E venne il giorno (The Happening) di M. Night Shyamalan, nel quale, lì come qui, una forza sconosciuta spinge le persone al suicidio. Bird Box perde la sfida proprio con quel film a livello spettacolare perché il budget di appena 20 milioni non permette di mettere in scena un’apocalisse degna di nota con gente che si getta contro camion in movimento, che si lascia bruciare come bonzi buddhisti, un mondo che sulla carta dovrebbe essere vibrante ma che ricorda solo una brutta intro per un gioco della playstation, 1 si intende non 4.  Siamo ai livelli miserabili, per intenderci, di una produzione alla Renzo Martinelli che cerca di scimmiottare Hollywood, il Barbarossa contro Braveheart, Vajont contro Deep impact, in questo caso il mondo caotico di The Dawn of the dead di Zack Snyder di fuoco e olocausti virato in una poveracciata, come direbbe la nostra Silvia Kinney Riccò, senza paragoni.

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Dopo non è meglio, soprattutto quando il film diventa una specie di remake lovecraftiano di La notte dei morti viventi con personaggi antipatici che dicono cose sensate e altri empatici che risultano dei coglioni. Bird box migliora quando si lascia alle spalle le pretese da blockbuster hollywoodiano e si trasforma in un home invasion claustrofobico per poi accelerare con il ritmo quando sterza nel survival con una fuga incredibile  ad occhi bendati.

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E’ quando smorza il suo cast concentrandosi solo sulla Bullock, una magnifica milf graziata dal tempo, che il film risulta interessante, che riesce a far sentire anche allo spettatore l’angoscia prima di un luogo chiuso per poi ributtarlo in pasto ad un intero mondo allo sbando, senza il ricorso degli effetti speciali stavolta ma con la magnifica idea della privazione della visione.

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Così abbiamo un film spezzato, da una parte le ambizioni spettacolari inattese dall’altro un prodotto più intimista nelle corde della sua regista, non molto a suo agio in un’opera dalle forti sterzate di action orrorifico.

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Sarah Paulson e il cammeo tra un American Horror Story e un altro

Il cast è buono anche se sembra di assistere ai saldi di un discount con attori un tempo sulla cresta dell’onda come John Malkovich, ora ridotti a fare da spalla incolore alla protagonista, anch’essa lontana dal successo di neanche vent’anni fa.

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Attori bravi in saldo a fare parti inutili

Sembra che l’azzeccata scelta di non far vedere i mostri sia stata motivata soprattutto dalla cattiva resa degli effetti speciali. Lo sceneggiatore Eric Heisserer racconta “C’è stato un periodo in cui uno dei produttori ha detto – No, a un certo punto devi mostrare qualcosa- e mi ha obbligato a scrivere in pratica una sequenza in stile incubo in cui Malorie deve affrontarne uno in quella casa. Era tipo un serpente e ho pensato -Non voglio vederlo quando accade. Portatelo nella stanza e basta. Gireremo la scena-. Mi sono girato e il “mostro” era lì che mi ringhiava contro. Mi ha fatto ridere. Sembrava semplicemente un lungo bambino ciccione. Era un uomo verde con una terrificante faccia da bambino“.

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La donna serpente di Jennifer Lynch

Non palesando l’immostrabile, il film comunque ci guadagna tantissimo. Lo stesso problema se l’era posto Jacques Tourneur che, nel girare il bellissimo La notte del demonio, nel 1957, ben 14 anni dopo i suoi exploit horror/fantastici degli anni 40, lottò con tutte le forze per non mettere in scena il suo mostro, il diavolo, perché ridicolo. A differenza di Susanne Bier e del suo Bird Box gli riuscì peggio: il produttore impose la creatura, tanto da sbandierarla nelle locandina.

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Il demonio di Jacques  Tourneur 

Certo che il demone di Tourneur  tanto odiato dal suo stesso autore aveva comunque fascino, malgrado il pensiero del regista. Il “lungo bambino ciccione” mi accende invece i peggiori effetti speciali visti negli horror serpenteschi da La tana del serpente bianco di Ken Russel all’invisibile Hisss di Jennifer Chambers Lynch.

Le somiglianze con il recente A Quiet Place – Un posto tranquillo (A Quiet Place) di John Krasinski esistono, inutile negarlo, ma sembra che il mistero non sia una scopiazzatura da parte di Netflix ma deve essere ricercato nelle influenze che il romanzo di Josh Malerman, anno 2015, ha avuto sul film (semi)muto con Emily Blunt.

E’ all’ordine del giorno, notizia freschissima, che negli States il tasso di cretinismo sia aumentato grazie anche a Bird Box generando degli inaspettati idioti dell’ultima ora che, usando l’hashtag #birdboxchallenge, hanno iniziato a guidare e filmarsi bendati come i protagonisti del film.

Come diceva Cicerone “O tempora, o mores“, tradotto liberamente “la madre dei coglioni è sempre incinta”.

Andrea Lanza

Bird Box

Anno: 2018

Regia: Susanne Bier

Interpreti: Sandra Bullock, Trevante Rhodes, John Malkovich, Sarah Paulson, Jacki Weaver, Rosa Salazar, Danielle Macdonald, Lil Rel Howery, Tom Hollander, Machine Gun Kelly, BD Wong, Pruitt Taylor Vince, Vivien Lyra Blair, Julian Edwards, Parminder Nagra, Rebecca Pidgeon, Amy Gumenick

Durata: 124 min.

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L’ultima preda del vampiro

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L’ultima preda del vampiro, conosciuto all’estero come The playgirls and the vampire, è una pellicola del 1960 scritta e diretta da Piero Regnoli,  uno di quegli uomini di cinema che hanno fatto la storia del genere in Italia scrivendo centinaia di sceneggiature senza privilegiare nessun genere. Opere anche dozzinali però efficaci, capaci di catturare l’attenzione del pubblico inteso di massa. Il classico, importante, lavoro di quelli che una certa critica togata con tono sprezzante definisce “mestieranti”.

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Questa volta il nostro si dedica al genere horror raccontando la storia di cinque “playgirls” accompagnate dal loro “impresario” che si fermano a passar la notte in un castello, causa crollo del ponte che collega la zona in cui stanno transitando con il luogo d’arrivo. Avvertiti di non fermarsi, il gruppo ignora l’avvertimento e si dirige verso il castello. Qui faranno conoscenza con il padrone di casa e la loro governante. Altro avvertimento: “Chiudetevi in camera e non uscite di notte”.  Ovvio che una delle ragazze non darà ascolto a queste parole e andrà incontro alla morte.

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La tragica notizia verrà superata dalle ragazze e dal loro impresario facendo le prove del loro spettacolo.

Una parola su come si eccitavano gli spettatori di simili film negli anni sessanta: con alcune donne  semi svestite che “ballano” lente  e con movimenti anche un po’ comici. Tuttavia all’epoca bastava lasciar credere che si sarebbe vista un po’ di carne ignuda, che la popolazione maschile accorreva a vedere il film. Non dimentichiamo che il nostro Paese allora era diverso. Un po’ bigotto e rigido, per cui queste opere avevano il compito di forzare il limite del lecito da mostrare e- seppur in modo grossolano e dozzinale- li possiamo considerare come i primi passi verso una certa libertà sessuale sia nei film che nella società, seppure senza consapevolezza politica e di genere, ma per far soldi a palate.

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L’erotismo è presente fin dall’inizio nella pellicola. Regnoli gioca con i chiaroscuri della buona fotografia- il film usa molto bene le suggestioni del bianco e nero- per cui è sempre in bilico tra mostrare i corpi e lasciarli immaginare. Qua e là affiorano alcune raffinatezza pressoché introvabili in altre pellicole del genere.

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Credo che l’apparizione della vampira a seno nudo, ai tempi, fosse una scelta davvero azzardata e forte. Come se il gioco tipico dell’erotismo al cinema “vedo/non vedo” sia servito per superare lo sguardo vigile della censura e infine ecco a voi i seni della vampira in primo piano.

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Ma davvero è l’erotismo l’elemento di reale interesse circa questo film? In realtà no. Quello che mi ha ammaliato, interessato di questa pellicola non del tutto riuscita, imperfetta e a tratti un po’ tediosa è l’ambientazione di un tipico film gotico nell’era moderna.

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Il castello,  la ragazza che è sosia della moglie deceduta e mai scordata dal cattivo di turno, le voci del villaggio circa la natura maligna del proprietario del castello. Tutti elementi usati anche in film d altra e più alta caratura artistica in quel periodo, ma sempre legati ad ambientazioni in un medioevo poco realistico o meglio ancora nel 1800. Un po’ come avveniva in Inghilterra con la Hammer o in America con Corman.

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Regnoli però sposta questi elementi e vi rimane fedelissimo negli anni sessanta. Un po’ per metterci le donnine discinte certo, nondimeno è una trovata di sceneggiatura davvero geniale. Tanto che anche il pericoloso vampiro, che semina morte e terrore nel castello, non è il classico succhia sangue vestito da signorotto medioevale o con il mantello. No, il mostro in questo film veste giacca e cravatta. Un classico e qualunque impiegato o manager d’azienda. In questo l’opera si potrebbe dire in anticipo sui tempi, lo scrivo anche per far felice quei lettori che vedono cose magnifiche e rivoluzionarie in tutti i film dimenticati o sgangherati perché so che “in anticipo sui tempi” procura loro diversi piaceri.

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Il film usa tutti gli elementi che il genere horror possa offrirgli facendogli bene omologare tra di essi. C’è anche il padrone di casa buono che fa esperimenti nel suo laboratorio per fermare quella terribile malattia che per lui è il vampirismo.

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Non manca nemmeno una storia d’amore e un happy end che non stonano affatto con l’insieme.

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The Playgirls and the vampire è un film piccolo, che usa vari registri pescando a pieni mani in diversi generi senza arrivare a creare nulla di memorabile o potente dal punto di vista della rilettura del genere. Però è abbastanza interessante, ha dalla sua una buona fotografia e momenti anche interessanti. Certo le parti che dovrebbero terrorizzare fanno ridere tantissimo, colpa di un cast non proprio formato da attori e attrici riconosciuti per bravura e credibilità.

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Un prodotto da consumarsi con affetto per quel cinema di serie B che da un po’ di tempo è diventato così importante e amato da migliaia di cinefili (de internet). A me in fondo non è dispiaciuto per nulla. Pur non ritenendolo all’altezza dei lavori di Bava, Margheriti, Freda.

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L’ultima preda del vampiro

Anno: 1961

Genere: horror (bianco e nero) Regia: Piero Regnoli

Interpreti: Lyla Rocco, Walter Brandi, Maria Giovannini, Alfredo Rizzo, Tilde Damiani, Corinne Fontaine, Leonardo Botta, Marisa Quattrini, Antonio Nicos (Antoine Nicos), Erika Di Centa (Erika Dicenta), Enrico Salvatore

Durata:88 min.

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Full contact

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Ringo Lam (林岭东, Lín Lǐngdōng) (Hong Kong, 1955 – Hong Kong, 29 dicembre 2018)

Immagino che a chiunque di voi sia capitato di andare al cinema, sedersi nel suo posto preferito opportunamente prenotato, godersi il film e alzarsi alla fine con un bel sorriso godereccio stampato in faccia. Una bella sensazione, la pace serafica che riconcilia l’universo, il tepore del cuore colmo di gioia…bellissimo. Ecco, è esattamente in questo momento che il vostro udito, infame croce e delizia, capta i commenti degli spettatori che stanno sostando o sciamando fuori dalla sala. Perché il mondo vi odia e il vostro udito lo sa: “Bellissimo questo film, pensa che l’hanno copiato anche in Cina. Addirittura delle scene identiche. Quelli copiano tutto, ma ovviamente male”. Le risate che seguono sono il colpo di grazia e tornate a casa mesti, silenziosi, la morte nel cuore mentre, rannicchiati nel letto, stringete gli occhi pregando l’apocalisse. Ora è mio sommo dovere portarvi la verità e so che sarà dura, difficile, ma so anche che potete sopportarla. Fatevi coraggio: “La maggior parte delle volte, non mi azzardo a dire tutte perché sarebbe esagerazione, è il cinema occidentale a copiare, omaggiare, rifare film orientali e non viceversa”. Un bel respiro. È fatta.

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Adesso che avete capito di vivere in una menzogna, è giusto rincarare la dose e dire che uno dei professionisti che ha influito maggiormente sui registi occidentali è Ringo Lam. Classe 1955, Lam è uno dei personaggi chiave della New Wave di Hong Kong degli anni ottanta, insieme a gente come Tsui Hark, John Woo e Ann Hui, in quella che fu una rivoluzione nel cinema hongkonghese che si farà conoscere nell’occidente mainstream, grazie anche a una certa riscoperta dei classici wuxiapian. Autore attento ai dettagli, capace di essere essenziale quanto incisivo, veloce nella sua impietosa violenza scevra dell’epica di altri colleghi, Lam è un maestro del Genere e ancora oggi certe pellicole fanno scuola.

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Full Contact (Xia dao Gao Fei, 1992), è una delle sue opere più rappresentative, insieme probabilmente a City on Fire, ed è un esempio perfetto della poetica di Lam. Insieme al suo attore feticcio, Chow Yun Fat, si muove nel territorio noir di una Hong Kong dove la notte sembra eterna e il sole un miraggio fugace. L’ex colonia britannica si presta come scenografia perfetta per la storia di Gou Fei (Chow Yun Fat), criminale legato agli amici che, per salvare uno di loro, decide di partecipare a un rapina in Thailandia insieme alla banda di Judge. Tradito da quest’ultimo e creduto morto, Gou Fei ritorna a Hong Kong, dove metterà in atto la sua vendetta.
Con un cast eccezionale, oltre a Yun Fat ci sono anche Simon Yam e Anthony Wong, il film è intrattenimento puro, brutale, pulp senza paura di apparire scostante. Ringo Lam non è regista a cui piace la leggerezza e colpisce lo spettatore con sangue innocente, in una scia di follia che caratterizza novanta minuti senza sconti.

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Full Contact è una macchina ben oliata, funzionale, un meccanismo che dispiega l’arsenale bellico fatto di proiettili e violenza cruda, mai una volta ammantata di eroismo, virile nella fisicità di Yun Fat senza raggiungere il lirismo a volte splendido, ma a volte stucchevole, di altre produzioni. A permettere ciò, oltre al notevole lavoro di Lam dietro la macchina da presa, sono la perfetta danza di morte degli scontri e i personaggi che la permettono. I protagonisti sono tratteggiati brevemente, ma nei loro dettagli si nasconde una caratterizzazione chiarissima, che mette lo spettatore di fronte alla loro ambiguità, cosa non rara nel cinema di Lam. Buoni e cattivi si mescolano, non esiste l’eroe senza macchia ma solo un cattivo che cerca di porsi limiti e di fare, a volte, la cosa giusta. Da questo punto di vista salvare una ragazzina tra le fiamme diviene gesto quasi salvifico, atto di redenzione, prima di capire, tuttavia, che il mondo non è diviso tra bianco e nero e forse siamo tutti condannati.

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Ringo Lam mette la firma a un gioiello che splende ancora oggi, dopo ventisei anni, e la sua scomparsa, il 29 Dicembre di quest’anno dannato, resuscita la cupa malinconia delle sue opere migliori. Soprattutto se pensiamo che, da oggi in poi, non ne vedremo mai più di nuove. Fatevi un regalo, quando scende la notte e la pioggia batte sull’asfalto illuminato dai neon, guardatevi questo film, o la trilogia di City on Fire e alzatevi alla fine sorridenti. Godetevi quel silenzio e levatevi il cappello.

Manuel “Ash” Leale

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Titolo originale: Xia dao gao fei

Anno: 1992

Genere: action

Regia: Ringo Lam

Interpreti: Chow Yun-Fat, Simon Yam, Anthony Wong Chau-Sang, Ann Bridgewater, Frankie Chin 

Durata: 96 min.

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