Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

War Pigs – Bastardi di guerra

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C’è qualcosa di confortante in Dolph Lundgren. Non nei suoi film, ma proprio in lui come professionista. Credo sia perché, nonostante lo si possa trovare in produzioni che riempiono il cuore di tristezza, da Lundgren sai sempre cosa aspettarti. Potrai vederlo alle prese con pugili, alieni, belga calcianti, premi oscar, zombie, nazisti, ma la sensazione è la stessa: quella di un uomo che sta facendo esattamente il suo lavoro. Dovunque lo si piazzi, lo svedese prende il proprio mestiere con serietà, mettendoci l’usuale carisma e non sfigurando nemmeno quando costretto a interpretare personaggi che poco si adattano a uno scandinavo che parla inglese con accento curioso. In più, probabilmente, il suo cachet non è proibitivo, visto ch’è diventato come il prezzemolo e spunta ovunque, perlopiù in film DTV o in esclusive del mercato home video. Non che questo sia un male, intendiamoci, ma purtroppo la qualità media di un film per la TV non è sempre apprezzabile e noi italiani siamo pieni di buoni esempi a riguardo. A meno che non siate tra quelli che considerano roba come Un coccodrillo per amico, Cient’anne o Un’australiana a Roma perle imperdibili del made in Italy, s’intende. Nel caso, lasciate perdere e andate pure a vedervi una di certo divertentissima retrospettiva di Boldi e Mattioli, non vi odierò per questo. Mi limiterò a fare spallucce mentre ricarico l’arma.
Se quindi il buon Dolph riesce a non deludere mai, digerire un film di guerra tanto generico quanto stereotipato come War Pigs è tutta un’altra storia.

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Il film di Ryan Little nasce per il mercato DTV e questo non fa partire l’operazione nel migliore dei modi. Non serve essere Tullio Kezich per capirne il motivo: l’epicità di un film di guerra è data, il più delle volte, dalla drammaticità del racconto e dalla grandezza della sua narrazione. In altre parole, un war movie deve avere il budget adatto per trasportarci nella storia oppure deve essere in grado di deviare dai binari della stessa storia per raccontare un singolo episodio e, magari, approdare a lidi assolutamente non prevedibili. Raramente un film TV riesce nell’impresa e War Pigs, purtroppo, non rientra nella piccola percentuale di piacevoli sorprese che sopperiscono al basso budget con ottime idee. Dico purtroppo con sincerità e una punta di rammarico, perché nel cast non c’è solo Lundgren, ma anche Chuck Liddell, Luke Goss e Mickey Rourke. Ora, non è certo il cast della vita, ma un risultato più che accettabile lo si poteva concludere, notando alcuni piccoli dettagli. Per esempio, se hai nel tuo film un ex campione di MMA e Kick boxing, perché gli fasci un braccio e non gli fai tirare un pugno che sia uno?  Sarebbe come avere a disposizione Faye Reagan e lasciarla vestita per tutta la durata. Perfino Goss risulta legnoso e fuori luogo ed è un attore che ce la mette sempre tutta, uno che ha partecipato come protagonista a pellicole con i controcazzi come Blade 2 (2002) e Hellboy: The Golden Army (2008). Discorso a parte per Mickey Rourke, ormai in piena anarchia di qualche nervo cranico, il viso gonfio e inespressivo che si muove incontrollato. Triste o imbarazzante, lascio a voi la scelta. Gli altri comprimari sono capaci di strapparci almeno un sorriso e, se non altro, di farci ricordare due o tre nomi. Tutta la caratterizzazione si ferma qui e gridiamo di gioia perché poteva andare veramente peggio.

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Cosa che in realtà succede puntualmente, con tanta pace dello spettatore che, attonito, guarda passare davanti agli occhi scene impacciate in preda al disagio. War Pigs non lesina sul dejà vu, proponendo una trama vista centinaia di volte, senza mai essere in grado di sopperire ai buchi di sceneggiatura con qualche trovata originale o con qualche scena degna di nota. La storia che vede il riscatto del tenente Wosick (Goss), caduto in disgrazia per aver eseguito gli ordini, facendo ammazzare la sua squadra, non regala mai una sorpresa, figuriamoci un’emozione. E la conseguente nuova missione, da affrontare con un gruppo di cazzuti reietti che troveranno il rispetto e l’eroismo una volta superati i contrasti con l’ufficiale, non è da meno. La povertà del film ti getta preda di un horror vacui senza ritorno, ma il problema principale non è la scarsità di mezzi, bensì l’idea e la sua realizzazione. Se tralasciamo infatti lo script debole e la totale mancanza di personalità, resta comunque un climax gestito con una parte del corpo che, vi do un indizio, non è il cervello. Incredibile assistere a tempi morti in cui i protagonisti potrebbero tranquillamente, e soprattutto logicamente, venire investiti da tutto l’armamentario bellico del Reich e invece niente, un rilassante campeggio in pieno campo nazista. Visto che nessuno ci spara addosso, perché non distruggiamo anche la fantastica nuova arma di Hitler, dopo aver preso il tè? Se esisteva un briciolo di tensione, salutatela con un epitaffio.

Come si può definire un film che non serve a nulla? Inutile, suppongo. Ecco, restiamo su questa definizione e tanti saluti. Io torno al mal de vivre. È un’occupazione più interessante.

Manuel “Ash” Leale

War Pigs – Bastardi di guerra

Titolo originale: War Pigs

Anno: 2015

Regia: Ryan Little

Interpreti: Luke Goss, Dolph Lundgren, Chuck Liddell, Mickey Rourke, Noah Segan, Steven Luke, Ryan Kelley, Jake Stormoen, K.C. Clyde

Durata: 91 min.

DVD/BRD: Import

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Il diavolo abita nel Texas

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Marilyn Curtis (Tracy Baldwin) si ritrova sola di notte a dover cambiare la gomma della propria auto in una strada solitaria, e viene aggredita. Cinque settimane dopo, sua sorella Sandra (Tamara Hext), rimasta sconvolta dalla scomparsa di Marilyn e datasi al bere, viene aiutata da un poliziotto amichevole, Nick Berkley (Tom Campitelli). Rinfrancata, Sandra gli chiede di indagare sulla scomparsa della sorella e lui accetta, prendendosi una settimana di ferie per farlo. Dapprima i due cercano indizi a casa di Marilyn, dove un fattorino consegna loro un pacchetto contenente un amuleto. Scopriranno che ha poteri notevoli e scopriranno anche qualcosa di importante sul passato di Marilyn.

Lucio Fulci ha fatto tante belle cose nella sua carriera, certo anche tante brutture, ma ogni suo lavoro, capolavoro o mano, aveva sempre il lepre, quel guizzo che lo rendeva appunto “fulciano”.

Lo dico con tutto l’affetto del mondo perché Lucio Fulci è stata la mia nave scuola, il mio grande amore cinefilo, il primo e quindi il più meraviglioso.
Credo che senza Fulci non avrei mai scoperto i vari Jess Franco, Jean Rollin, non mi sarei mai addentrato nell’universo transgender di David Decoteau o amato alla follia le sparatorie sgarruppate di Albert Pyun, non avrei forse mai pianto per una sposa turca o maledetto Tom Cruise e Nicole Kidman come fossi dentro le Chungking Express.
Tutto iniziò appunto con Paura nella città dei morti viventi e quel ritmo assente, ma ipnotico, quelle musiche potentissime, quello splatter estremo e quel senso di terrore unico in un prodotto tutto sommato derivato.
Vidi Paura su una vecchia VHS Avo e da lì, indeciso se stessi assistendo ad una cazzata o no, prosegui con il più facile ma altrettanto splendido Quella villa al cimitero, il mio amore infimo Zombi 3 e via di film comprati, noleggiati, smerciati dagli spacciatori di registrazioni tv di tutta Italia, in quella formula un film 20000 lire, due 35000 sulla stessa videocassetta. Con la qualità già bassa a metà anni 90.

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Perché vi parlo di Fulci in una recensione di un film americano di metà anni 80 diretto da un oriundo regista alla sua prima e unica prova dietro la macchina da presa?
Beh facilissimo perché Il diavolo abita in Texas è dedicato alla memoria di Lucio.
Memoria???? Si chiederà qualcuno più attento, aggiungendo, caro K. Lanza, ti sei rimbecillito, hai appena detto che è un film di metà anni 80, come fa ad essere dedicato alla memoria di un regista ben lontano dall’essere anche solo moribondo in quegli anni???
Io di risposta tiro fuori la mia frusta, rubata sul set di I cacciatori del Cobra d’oro, perché a Malastrana vhs fa più figo avere un oggetto di scena di un film di Anthony M. Dawson che di Steven Spielberg, e colpisco sulle chiappette tutti voi saputelli gne gne di stocazzo.

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Il diavolo abita in Texas è stato sì filmato nel 1987 col titolo Through the Fire, ma è stato distribuito a fine anni 90 negli USA col più incisivo Gates of hell 2: the Awakening, diretto diretto in vhs.
E visto che noi in Italia non facevano uscire bellezze come Pumpinkhead o Basket Case, ma cosacce come Neon maniacs o Il ritorno degli zombi, ecco che Il diavolo abita in Texas, tanto per agganciarsi al Texas di Non aprite quella porta, ha fatto capolino tra i nostri scaffali da videoteca.
Ad editarlo, senza molti sforzi, la nostra storica Image video, un’etichetta famosa per i suoi titoli horror scarsi, la sua qualità video indegna e i doppiaggi da emorroidi letali.
Anche qui il livello qualitativo è basso, sia della resa su sopporto magnetico sia proprio del film proposto.

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Gates of hell 2, inutile dirlo, non ha nulla da spartire con Lucio Fulci e il suo Paura nella città dei morti viventi, famoso in America appunto come Gates of hell.
La trama cerca di coniugare il tema del satanismo con il filone thriller poliziesco sfarfallando di tanto in tanto nell’irrazionale lovecraftiano, fallendo comunque miseramente ogni strada imboccata.
Colpa è dell’incapacità del suo regista, della pochezza della trama e di un ritmo che, se in Fulci era trasognato, qui è solo noia allo stato puro.
Il regista Marcum cerca di omaggiate Paura con delle luci molto violente, un po’ alla Suspiria o Inferno dei poveri, e nell’inserire a forza uno zombastro assassino nella trama.
Anche gli omicidi che potrebbero calcare nel sangue e nelle frattaglie, in onore del padre del gore italico, risultano castrati e mancanti della minima tensione, senza neppure l’elemento bizzarro che potevano avere gli assassinii all’interno di Paura nella città dei morti viventi.

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Il finale è sicuramente la parte migliore, anche perché possiamo finalmente goderci un po’ di sano irrazionale, con musiche potenti alla Fabio Frizzi e un assedio di zombi putrefatti e cattivi, ma la goduria finisce presto davanti a un make up malfatto dei mostri e una virata action alla Stallone delle Filippine che lascia basiti.
Per non parlare poi dell’umorismo becero, dei non attori coinvolti e dei costumi da comparsa di Gardaland dei cattivi, i Satanisti meno carismatici della storia del cinema mondiale.
Trovare un punto di divertimento malastrano è arduo, forse impossibile.
Per i puristi c’è da sottolineare che la pellicola nella vhs italiana è più lunga rispetto alla copia USA e ha alcuni nudi non presenti, soprattutto all’inizio quando Tamara Hex chiama Tom Campitelli in dolce compagnia.
Poca roba, s’intende.

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C’è poi da segnalare che col titolo Through the Fire fu distribuito in Inghilterra.
A noi non resta che sconsigliare la visione e consigliarvi una volta di più quella di Paura nella città dei morti viventi o al massimo di un altro Gates of hell, Le porte dell’inferno, di Umberto Lenzi, film brutto da morire, con templari assassini, ma divertente davvero se amate le peggio cose.
Qui da amare c’è ben poco nel lavoro di Gary Marcum o G.D. Marcum, come si è firmato qui.

Andrea K. Lanza

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Il diavolo abita nel Texas

Titolo originale: Through the Fire

Anno: 1988

Regia: G.D. Marcum (Gary Marcum)

Interpreti: Tamara Hext, Tom Campitelli, Randy Strickland, Billie Carroll, Dan Shackleford, John S. Davies, Wendy Wade, Terry Wegner, Martin Smith, Lourdes Regala, Dan Robbins

Durata: 90 min.

Vhs: Image Home Video

 

Julia

Julia è stata ingannata, violentata e uccisa. Abbandonata come un sacco d’immondizia sul bordo di un fiume, e risorta, come un Cristo blasfemo.
La Julia di Matthew A. Brown, regista sudafricano alla sua opera prima, è un oggetto strano, sfuggente, difficilmente catalogabile in un solo genere.
Julia è un film che muta sinuoso, un’opera transgender che dovrebbe appartenere al filone dei rape and vengeance, ma che è invece una e mille cose diverse, un caldeiscopio di intuizioni, sensazioni e influenze.

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Matthew A. Brown ha stile da vendere, vicino alle suggestioni di Takashi Ishii e del suo Gonin, un cinema capace di mostrare sì la violenza più parossistica ma anche l’intimismo più straniante.
Lo si capisce già, nella prima bellissima scena, dove Julia sale le scale mobili sulle note di Julietta 2, della band islandese Ske, e la telecamera indugia soltanto sul suo viso, sulle sue magnifiche espressioni, quasi fossimo in un’opera intimista e non uno splatter di vendetta.
E ancora, nella sequenza successiva, la cosa si palesa ancor di più, quando la fotografia vira sul rosso, giocando con i cromatismi, puro territorio Greg Araki, senza dare spazio alle voglie più barbare dello spettatore: la violenza è lì lì per esplodere, nell’aria, tanto da percepirla grondante sangue. Sarà così? No, l’assenza totale di violenza è l’iperbole inaspettato, che sublima nel momento in cui Julia si trascina, avvolta in un sacco, in campo lungo, nella notte, questa volta in un territorio asettico alla Kitano.

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Anche la città di Julia che, leggiamo su imdb, essere New York è fotografata come una città dell’Est, Bucarest, Sofia, o qualche scenario da Chernobyl dei miserabili, dove potremmo vedere capitolare un invecchiato Van Damme del suo periodo più nero.
Ma, come detto, Julia è un film intimista, ma non solo, tanto che l’attesa viene ripagata diventando davvero un rape and vengence, con tanto di cazzi tagliati a gente che non c’entra nulla. Anche in questo caso però agendo in maniera completamente anarchica: più che al blasonato I spit on your grave, Julia è in qualche modo figlia de Il giustiziere della notte con la stessa identica concezione di vendetta inespressa.
In tutto questo calderone di generi ed influenze, fanno capolino idee da cancro impazzito, psicopatici transessuali come il Buffalo Bill di Jonathan Demme, scene lesbo improvvise e una setta di assassine ninja che dovrebbero echeggiare le puttane di Sin city.
E questo, beninteso, mantenendo una propria identità.
La presenza di Ashley C. Williams, una delle vittime di Human centipede, nei panni della protagonista, potrebbe far pensare ad un film ignorante e rozzo, una porcheria exploitation da due lire, ma fortunatamente Julia ha un’anima affascinante, puro cinema d’autore, assolutamente inaspettato.

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Una bella sorpresa che, chissà come, chissà perché, sbarca pure, con un passaggio fantasma, nei cinema, in Italia. Chissà che presto non lo segui l’inedito e interessante American Mary delle sorelle Soska, un altro film di genere assolutamente inclassificabile e sublime.

Andrea K. Lanza

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Regia: Matthew A. Brown

Interpreti: Ashley C. Williams, Tahyna Valentina MacManus, Jack Noseworthy, Joel de la Fuente, Darren Lipari

Durata: 95 min./uscita home video 20 Aprile 2016 (Cult media)

 

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La trilogia della porcellina: Jenna tra pirati e fuochi nemici

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Noi di Malastrana vhs siamo come gli orsi.
Ad una certa stagione, quando viene il freddo più inteso, andiamo in letargo.
Sarà che veniamo da Marchirolo, il paese più gelido del Nord Italia, qualcosa che sta a metà tra il trono di spade e il lago dei cigni di Čajkovskij.
D’altronde a Marchirolo, parlando sempre di orsi, c’è da sempre una diatriba tra loro e noi umani, anche perché noi marchirolesi, discendiamo dagli antichi spartani col sangue più puro di Leonida.
Dimenticatevi la rupe Tarpea con i ruzzoloni dei poveri bambini con due teste, qui siamo in un campo ancora più crudele dove gli infanti si sfidano all’ultimo sangue in lotte rovinose con i figli dei grizzly.

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Tipico addestramento marchirolese

Ecco perché nella mia classe dell’asilo c’erano più orsi che bambini e ancora non capisco come sono sopravvissuto, ma ho imparato da buon marchirolese la biologia dell’orso che va in letargo.
Questo per giustificare i mesi di assenza, e per ribadire che Malastrana vhs non è un sito pornografico, al massimo appoggia la pornografia come dimostrano i miei calli sulle mani da vero minatore senza mai essere andato in miniera.
Eppure vi abbiamo lasciato, un po’ prima di Natale con la recensione del mitico L’assicuratrice di cazzi (mi dicono che esiste pure un numero 2 ma devo controllare) e riprendo le comunicazioni con un saggetto su Jenna Jameson, la regina del porno, parlando di alcuni suoi lavori essenziali senza peraltro riguardarli ma affidandomi alla memoria.

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Certo ne avrei di cose da affrontare, dalle serie tv nuove strafighe come il grandioso American horror story hotel, o dal più infimo film in vhs, ma la verità è che sono un lascivo e le mie madeleine prussiane hanno l’aspetto di una vhs porno noleggiata da ragazzo.
In primis vorrei spiegare, a chiunque ci stia leggendo, chi è Jenna Jameson.
Sarò ridondante, anche perché nel mio immaginario anche Fra Talezio da Velletri, uno che ha vissuto 70 anni in una grotta, sa chi è Jenna Jameson, d’altronde è una cosa programmata nel DNA di ogni uomo, gay, etero o rettiliano.
Jenna è il James Dean del cinema porno, l’Amleto di Shakespeare recitato da Al Pacino, il simbolo di ogni eiaculazione solitaria, la donna che mai avresti potuto avere da adolescente brufoloso e che, sgranata sul tuo televisorino 15 pollici, ora hai, mon ami.
Jenna è il primo amore, le sue tette spettacolari sono i 6000 metri d’Himalaya scalati da Edmund Hillary, il suo culo è l’Agarthy, l’Eldorado, la Terra rotonda di Galileo, e fanculo i farisei.

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Jenna è l’attrice porno anni 90 più bella, brava e dotata che la storia del cinema porno ricordi o almeno la mia storia del cinema porno.
Jenna è diventata Jenna, la divina, nel mio immaginario, per tre film, Blue movie, Flashpoint e Conquest.
Certo ci avrei potuto mettere pure Paradise, ma è un porno corale, e Jenna non risalta tra tutte come dovrebbe, anche se il film resta comunque un grande porno.

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Blue movie è una follia, un film oltre gli schemi, diretto da un Michael Zen in puro delirio creativo.
Immaginatevi di avere tra le mani l’attrice più bella dell’hardcore americano e darle come compagno di giochi una palla blu che è la reincarnazione del marito morto.
Il film è anche più ingarbugliato, sempre che siate propensi a seguire la trama, che comunque c’è, e neanche è scritta pedestremente, solo pecca di bizzarria, ma è qui, a memoria, dove, per me, la leggenda di Jenna inizia.
Blue movie è una detective story dalle atmosfere chandleriane, un superlativo divertissement pornografico che non stanca mai, e che riesce, con maestria, a non annoiare, a non essere solo uno svuotapalle movie, in quel sottile confine tra film vero e non film hard.
Michael Zen riprenderà anni dopo Jenna con un ancora più folle Satyr, ma senza catturare come in Blue movie la sua essenza, non solo per colpa sua, ma anche per via dell’attrice che a fine anni 90 era diventata una Gloria Swanson stanca e annoiata, niente di peggio per una Dea del sesso.

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Fashpoint invece è la risposta porno a Fuoco assassino di Ron Howard con Jenna al posto di Kurt Russel.
Immaginatevi un hardcore che dura un botto, quasi un kolossal, dove durante la prima mezz’ora gli attori recitano e non si buttano nelle classiche scene cia cia cia giù di spatola e contropelo.
A girare Brad Armstrong, uno dei migliori registi porno che ricordi, uno che se avesse avuto la voglia di girare un film non hard avrebbe spaccato il culo a tanti registi seri e togati.
Brad tra l’altro era all’epoca anche il marito di Jenna, un rapporto turbolento di odio/amore raccontato nella biografia dell’attrice, Vita da pornostar. con toni da torture porn alla Seed di Uwe Boll.
Se Flashpoint è bello, già dalla copertina stratosferica con Jenna vestita da pompiere con le bretelle ad infastidire i capezzoli, Conquest è bellissimo.

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Sempre girato da Brad Amstrong, è un atto d’amore verso i vecchi cappa e spada anni 50, con combattimenti all’arma bianca, pirati sanguinari, carrellate come se non ci fosse un domani e veri galeoni da produzione miliardaria, ben prima dei Pirati dei Caraibi Disney.
Tra scene lesbo focose, la prima consumata in una cambusa senza molta logica narrativa, momenti da grande melò in technicolor intervallati da scene di sesso bollente, e una regia potentissima, Conquest all’epoca fece man bassa di Oscar del settore.
Jenna mai come qui è stata grandiosa, bellissima, quasi un astro di folgore. Dopo ci poteva essere solo il declino.
Il matrimonio con Brad che si disgregava, la sua idea folle di essere una vera attrice al di là del porno diventando una ragazza come tante, la Dea che sceglie la mortalità dopo l’Olimpo, poi l’arrivo della vecchiaia, le chirurgie plastiche sbagliate, l’anoressia, le tette sempre più grandi in un corpo esile, il suo divenire freak al pari di una Mickey Rourke bionda.
Però questa trilogia non trilogia della mia infanzia, credetemi, mi ha formato come cinefilo al pari di un John Woo, e mi manca davvero l’essere ingenuo, il non credere più all’isola che non c’è, ora.
Come d’altronde mi manca lei, Jenna, e il suo tatuaggio con scritto “Cuore spezzato” proprio su quel culo che mai ho posseduto e che ho posseduto mille volte da ragazzo.

Ma i grandi amori, si sa, vivono di ricordi e di rimpianti. Purtroppo.

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Andrea Lanza

Ash vs Evil Dead Ep.6 – Killer of Killers

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Viaggiando e provando a superare le insidie dei demoni kandariani, Ash vs Evil Dead arriva alla puntata numero sei, The Killer of Killers. Se le somme si tirano a fine stagione, è indubbio che quanto visto finora non fa che confermare le idee iniziali, siano esse contrarie oppure a favore. Chi vede in questa serie un inutile spreco di tempo o una malriuscita operazione nostalgia, continuerà tranquillamente a pensarla tale. D’altro canto, chi ha imbracciato la motosega di plastica e tentato di baciare una sconosciuta, con tanto di frase a effetto, persevererà nella visione di un continuum atteso da tanti anni. Da che parte stia colui che scrive è cosa risaputa e quindi si potrebbe anche chiudere qui, andare a farsi spillare una pinta di rossa e attendere il prossimo episodio, mentre tentiamo rovinosamente di sedurre la cameriera al suono di “dammi un po’ di zucchero, baby”.

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Ma non sarei totalmente sincero con voi, perché la verità è che la mancanza di Sam Raimi alla regia un po’ si fa sentire. El Jefe, il primo episodio, scritto e diretto dal geniaccio di Royal Oak, è finora il più frizzante, inquietante, divertente e visivamente appagante fra tutti quelli trasmessi e dispiace che il regista si sia limitato a quello. Ciononostante non fraintendetemi, questa è una critica solo in parte poiché la serie si è mantenuta su livelli che soddisfano il palato e fanno bene al cuore. Ash vs Evil Dead, dopotutto, non è un serial come gli altri, non è solo sangue e frattaglie e nemmeno superficialità sorniona: è uno stato mentale. Muovendosi nei territori già battuti degli adattamenti televisivi, la creatura di Raimi e compagni rompe tuttavia l’aura patinata che circonda serial più blasonati e con la forza anarchica dell’irriverenza continua la sua marcia verso una seconda stagione già annunciata.

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Killer of killers non si discosta dal modus operandi dei precedenti episodi e questa volta alla regia abbiamo una sorpresa. Dietro alla macchina da presa, infatti, c’è Michael Hurst, vecchia conoscenza di chi ha qualche anno in più sulle spalle e nei ’90 amava seguire le gesta eroiche di Kevin Sorbo in Hercules, dove il buon Michael interpretava Iolao. Come sempre, tutto in famiglia per la Renaissance Pictures e non mi sorprenderebbe se in qualche puntata comparissero improvvisamente Renée O’Connor o Ted Raimi. Bei ricordi a parte, prosegue il viaggio di Ash, Pablo e Kelly, inseguiti da Ruby e Amanda, lungo le strade americane, in cerca di qualcuno o qualcosa che possa fermare l’apocalisse scatenata dal Necronomicon. Dopo aver liberato Kelly dalla possessione e aver cremato il Brujo, fanno sosta in un locale per rifocillarsi e qui vengono raggiunti da Amanda, che in un primo momento riesce ad arrestare Ash, salvo poi rendersi conto che non c’è nessun altro in grado di contrastare l’avanzata del male.

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L’episodio parte piano, crescendo d’intensità quando si arriva ai minuti finali, in uno scontro d’usuale e divertente crudezza, ben coreografato e interpretato. Considerando anche una Dana DeLorenzo scatenata, una gioia per gli occhi. I personaggi crescono e le peripezie incontrate ne sviluppano man mano la psicologia, anche se a scrivere così potrei fuorviare il lettore. Ash vs Evil Dead non è The Walking Dead, tutt’altro, se ne discosta volontariamente, magari spernacchiandolo pure e sarebbe sciocco aspettarsi l’introspezione di Kirkman e soci, laddove non c’è e, forse, non è neppure necessaria. Nel proseguo della storia i caratteri si forgiano ma se da una parte ci sono Pablo, Kelly e Amanda, in un mondo terribile che si dispiega davanti ai loro occhi scioccati, dall’altra c’è Ash, che di quel mondo è simbolo e mito. E lui non ha bisogno di introspezione o di sviluppo, dev’essere sempre uguale a sé stesso, l’identico presuntuoso cazzone che tanto amiamo.

Killer of killers è consegnato ai posteri, la serie continua e per quanto riguarda il sottoscritto continua anche bene. Certo, un altro episodio diretto da Raimi non dispiacerebbe, ma bando alle lamentele, qua si gioca con la leggenda. E quando il gioco si fa duro, i duri imbracciano il boomstick. Quindi sturatevi le orecchie, idioti primitivi, Ash vs Evil Dead non è da giudicare, è da amare.

Manuel “Ash” Leale

L’assicuratrice di cazzi

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Erano anni che non recensivo un porno, da quando da adolescente iniziai la mia carriera di critico cinematografico sulle pagine della rivista Videoimpulse. Erano anni meravigliosi quelli, alla stregua dei capelli selvaggi di un film di Wong Kar Wai anni 90, dove il mio zaino da universitario si riempiva di vhs hardcore piene di fighe, donne virtuali  pronte alla mia sega solitaria in onore della settima arte.

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Devo dire che è proprio negli anni 90 che mi sono fermato, il mio cumshot si è cristallizzato sulle magnifiche tette di Jenna Jameson, il suo viso perfetto non ancora sformato dalle protesi, dal silicone e dalla vecchiaia puttana. Dopo, il nulla e mi piace in fondo restare così, ignorante, perché le cose, che ho visto dopo, erano lontane dalla mia idea di porno, di arte estrema fatta di liquidi e carne. Il resto, autori che all’epoca mi piacevano pure, è diventata col tempo noia, un vuoto pneumatico quasi alla Brett Easton Ellis.

Il porno è un mondo che non mi affascina più come da ragazzo, maledizione alla volta che ho preso l’ultima stella a sinistra e fino al mattino, sono cresciuto, ho vissuto e mi sono ingrigito come le ragazze dell’hardcore. Probabilmente non sono neanche l’Andrea Lanza del 1999 o giù di lì, sono i suoi sogni interrotti, il terrore di essere quello che si diventerà. Cos’è il porno per me ora? Un video di youporn senza trama, il tempo di un orgasmo annoiato e via a farmi un panino. Che ci volete fare? Col tempo sono diventato un viziato della carne e odio i surrogati di essa.

Andrea Lanza è diventato un borghese vizioso.

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Comunque tempo fa cercavo una vhs da recensire, un horror americano sulla falsariga di Lucio Fulci, e sono incappato in questa videocassetta che neanche sapevo di avere, senza copertina, con gli adesivi strappati dal tempo, una copia di una copia di una copia forse, e ho scoperto essere un porno dal titolo romantico, L’assicuratrice di cazzi.

Faccio partire la vhs e mi si apre un mondo di squallore quasi divino, ridivento un adolescente tra le onde ipnotiche di questo film, osceno, ridicolo, dalla visione incerta e slabbrata che solo il nastro digitale può regalare.

Il film si apre come il peggior porno di Joe D’Amato con l’immagine fissa di una casa e i titoli di testa che scorrono su uno score rubato da chissà dove. Mi ricorda con nostalgia il mitico Robin Hood la storia mai raccontata dove un castello in fermo immagine tremolante scandiva l’intro dell’opera.

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L’assicuratrice di cazzi mi appare già per quello che sarà: miserabile e divertente.

La prima scena è una doccia hot dove la rossa Simona Valli si masturba con un doppiaggio allucinante e straniante. Una scena top della commediaccia italiana trasposta in chiave luci rosse, ma dal grado di erotismo simile ad una gara podistica di foche monache.

Ma ecco che bussa alla porta un assicuratore che propone alla donna, in rigoroso accappatoio post doccia, una nuova e moderna polizza: l’assicurazione del corpo. Segue una sequela di frasi sceme dove l’uomo si rivela palesemente un truffatore, almeno nel mondo reale, ma nel mondo del porno assicurare tette e culi è una prassi comune.

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Quindi ecco che il nostro assicuratore tira fuori un metro e scrupolosamente prende le misure dei seni della donna, poi non pago vuole farle un’assicurazione sui pompini e sulle chiavate. Chiamatelo scemo!

Quello che noi non sappiamo però è che gli assicuratori di cazzi se si scopano una donna la rendono un’assicuratrice di cazzi. Eh sì, non servono scuole, diplomi, basta una scopata! Gli assicuratori di cazzi sono come i vampiri o gli zombi, ti infettano e ti rendono come loro!

Seguono lunghissimi minuti dove l’assicuratore viene lasciato da solo e mangia una mela, non un morso, ma lentamente tutta, e dove parla da solo in lunghi monologhi dal sapore di un film girato da Michelangelo Antonioni.

Ecco che senza motivo ci spostiamo all’interno di una macchina dove una delle pornostar più strafighe degli anni 90, Deborah Wells, parla fuori sincrono con un primate parzialmente pelato e dalla fronte scimmiesca. Discutono di cose senza senso, finché non capiamo che stanno andando a casa dell’assicuratore di cazzi che è anche casa della rossa Simona Valli. Quindi facendo uno più uno, oltre ad avere reso la donna un’assicuratrice di cazzi, le ha rubato pure la casa.

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Deborah è triste perché non sa se sarà all’altezza di fare l’assicuratrice di cazzi, ma il primate la ferma subito: la testerà prima lui. Quindi via di musica a cazzo e oh yeah si fottimi, quanto ce l’hai grosso, posso farcela anch’io.

Ma ecco che, a casa di Simona e dell’assicuratore, oltre a Deborah e al suo manzo, c’è un’altra coppia mai vista, lei dall’aspetto di un troione da strada, lui di un sgozzapreti stupra bambini. Parte una lezione e l’orgia è servita.

Il film finisce improvvisamente. Sarà stato così il cut? Si è smagnetizzato il nastro? Un bo grande come una casa insieme a un chi se ne frega.

Cercando su internet scopro che il regista è un certo Carlo Vallone, che non credo di avere mai sentito nominare, ed esiste pure un dvd, incredibilmente, di questo porno, venduto in alcuni siti a prezzi da criminali.

Se dovessi tornare ai miei anni 90 su Videoimpulse direi che il film è girato malissimo, interpretato da cani ed è impossibile anche solo avere un’erezione per una sega, a meno di avere fantasie verso la vostra nonna novantenne.

Le attrici, almeno le principali, sono comunque strafighe e ho paura a cercare sul web come si sono conciate negli anni. Tanto so che il tempo rende tutti diversi, il segreto sta accettarlo e non cercare l’eterna giovinezza in chirurgie plastiche, perché alla fine, anche con mille barbatrucchi, se si è vecchi si resta sempre vecchi. Non voglio vedere Simona Valli o Deborah Wells palesarsi come comparse di Society di Brian Yuzna, il viso sformato in maschere grottesche. Voglio ricordarle con le tette e il culo talmente perfetti da essere degni di un’assicurazione.

Il dubbio però che mi resta è perché si chiama l’Assicuratrice di cazzi se non la vediamo mai all’opera?

Scommetto che nella risposta c’è l’essenza di Dio.

Andrea Lanza

 

 

ash vs evil dead : ep 5 : The Host

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Come era finita? Diciamo non benissimo per il povero Ash. Tanto ha detto e tanto ha fatto che è finito legato e imbavagliato, pronto per esser esorcizzato dal zio esorcista, o brujio come si suol dire -almeno penso- di Pablo. Un demone cazzuto, spavaldo, uno di quelli che è meglio lasciar stare, tipo il peggior ras del vostro quartiere, quanto pare si è impossessato di Ash.

Quanto pare…Perché come scopriremo poco dopo, questo demone parassita si è impossessata di Kelly.

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Come fare a salvarla? Chi riuscirà a fermare il demone parassita e la sua boccaccia fucina di minacce, maledizioni, schiamazzi e ingiurie? Dio quanto parlano sti bulli delle superiori che Raimi e soci ci vogliono vendere come pericolosi demoni, che magari dovremmo pure temere.

Forse sarebbe possibile in altri lidi e con altre intenzioni, ma Ash è l’ Homer Simpson dello splatter, rivisto sotto le regole della slapstick. Quindi è la fracassonata, l’ironia greve, l’esagerazione pop a farla da padrone. Ad alcuni piace, ad altri no. Per alcuni codesta serie è un capolavoro, per altri no. Ma succede con qualsiasi serie o film. Qui vi è anche una deviazione verso il sentimento. Il mitico Pablo, dichiara il suo amore, in un certo senso, a Kelly. Un bel personaggio quello di Pablo, naif il giusto. Offre più possibilità rispetto al mr Doh con la motosega al posto della mano, ma è giusto così. Ash è un’icona dell’immaginario collettivo e così deve essere e rimanere. Per me un piccolo difetto, ma non conta un cazzo il giudizio di una persona che ha un’idea di horror lontanissima da quella di questa serie e forse anche di Raimi. Conta la leggenda che si riesce a costruire e devo dire che la saga di Evil Dead l’ha superato da tantissimo tempo. Quindi il divertimento non manca, vogliamo vedere come faranno a salvare Kelly, si vuol vedere dove e come agirà Pablo, aspettiamo la battutona di Ash. Un puro spettacolo di intrattenimento con una giusta dose di horror, un demone farabutto che dà filo da torcere ai nostri.

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La quinta puntata non deluderà i fans della serie. Questo è fuori di ogni dubbio!

Davide Viganò

Ash vs Evil dead episodio 4: Brujo

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Psichedelica,
nostalgica,
delirante,
introspettiva,
rivelatrice.

Questi sono solo alcuni degli ingredienti che ribollono nel pentolone di sangue e frattaglie ben cucinate che è la puntata quattro di di ASH VS EVIL DEAD.

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Al timone della regia troviamo un inedito David Frazee, che si occuperà di mettere in opera anche il prossimo episodio. Proprio la scelta di affidare ad ogni regista due puntate in seguito (fatta eccezione per la prima e l’ultima) ci può aiutare a capire meglio la natura di questa serie televisiva totalmente fuori dagli schemi. Il racconto all’interno di un telefilm può essere portato avanti in tre modi differenti:

1 – Puntate autoconclusive, come ad esempio i vecchi telefilm alla Supercar, A-Team.
2 – Puntate autoconclusive (detto “Il mostro della settimana”) accompagnate da una sottotrama che si snoda durante la stagione (detta Mitologia), come succede in X-Files (da cui nascono questi termini) e nella maggior parte delle serie che oggi vengono prodotte.
3 – Una unica storia divisa in più puntate che intrattiene lo spettatore come in un vero e proprio romanzo televisivo a puntate. Di questa ultima categoria possiamo elencare Il Trono di Spade e The Walking Dead.

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ASH VS EVIL DEAD appartiene con fierezza alla terza famiglia, una serie completamente mitologica, ma con le dovute distinzioni. Perché diversamente da altri prodotti con la stessa vocazione narrativa, molto più attenti a modellare le sceneggiature all’interno dello spazio televisivo e delle regole della serialità, il cucciolo catodico della STARZ ha un approccio decisamente più naif. Pettinato nel dettaglio con la motosega, anarchico e insofferente ad una certa fighetteria. Semplice, sverminato di intellettualismi parassitari, ma non privo di ambizione. Quella di Raimi non è un facile adattamento televisivo di un Film, vedi Fargo, Bates Motel, che vanno a riscrivere da zero una storia, quella di Raimi è piuttosto un seguito della Casa 2. Certo, preso a martellate per farcelo entrare nello scaffale, mozzato qua e la per renderlo presentaile, ma avrebbero potuto benissimo intitolarlo Evil Dead 3, o Army of Darkness 2 (anche se non abbiamo ancora capito se L’armata delle Tenebre è inserito nella continuità oppure incatenato al palo di qualche diritto non ceduto).

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Non la chiamerei serie, piuttosto film a puntate. Una lunga pellicola distribuita su dieci appuntamenti. Il pregio, o il difetto, della sua palingenesi è proprio questo: l’ambizione di portare sul piccolo schermo un seguito, una nuova avventura, forse un epilogo, a quasi trent’anni di distanza dalla Casa 2. Chi afferma che ASH VS EVIL DEAD non gli piace, non sta dicendo che non gli piace l’adattamento televisivo, piuttosto che non gradisce come è invecchiato ASH.
ASH sei invecchiato di merda
ASH sei il mio modello di pensionato
Data la natura particolare del film a puntate, altre possibili critiche non ne vedo. Sarebbe come proporre un taglio di capelli emo a Telly Savalas.

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Ma come detto all’inizio, e senza rivelare troppo, questo quarto segmento è stato:

Psichedelico, perché attraverso uno sciamano ASH si immergerà in un lisergico viaggio iniziatico.

Nostalgico, perché se lo scontro con il Necronomicon è stato uno di quei momenti spartiacque in cui c’è un prima e c’è un dopo, il cuore di un uomo non dimentica, riuscendo anche senza l’ausilio di una DeLorean ad azzerare il tempo.

Delirante, dove in un trip sintonizzato sugli anni ’80 la lucertola di ASH diventa il suo spirito guida, il suo animale totem parlante, la voce ancestrale della salvezza.

Introspettivo, poiché le risposte sono dentro di noi, e certe volte ruggiscono come ruggisce la fame metallica della motosega.

Rivelatrice, perché cazzo, è tutta la vita che mi chiedo ma cosa diavolo è quella roba che lo insegue nei boschi? E per la prima volta ASH si volta a guardare IL MALE PURO e noi ci voltiamo con LUI!
Succedono anche altre cose, ma qualcosa succede sempre.
Ad ogni modo, ASH sei il mio modello di pensionato.

Luigi Pellini

Albi di sangue: l’horror a Darkwood

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Zagor è il più vecchio fumetto giovane in Italia, capace di spaziare, fin dai primissimi numeri degli anni 60, dall’avventura alla fantascienza horror più pulp. Certo anche Tex aveva i suoi bei mostri, ma restando sempre ancorato ad un certo legnoso classicismo da vero western alla John Ford, malgrado le meravigliose svirgolate dei Mefisto e degli Yama.

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Zagor è invece vicino ad una certa deliziosa concezione di contaminatio dei generi che riporta sia, da una parte, le avventure de L’Uomo mascherato di Lee Falk (uno dei modelli più evidenti con il Tarzan di Edgar Rice Burroughs) che, dall’altra, i nostri esperimenti filmici più scellerati, come lo Zorro contro Maciste di Umberto Lenzi o Ercole al centro della terra di Mario Bava, una terra filmica di mezzo dove vampiri e streghe coesistevano con personaggi eterogenei della letteratura o mitologia. L’eroe creato da Sergio Bonelli, sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta, era, non dimentichiamolo, il prodotto italiano più vicino al supereroe da fumetto americano della Marvel o della DC: costume sgargiante (la casacca rossa con il simbolo dell’aquila sul petto), dotato di un’identità segreta quando quella vera, a causa di un lutto, era stata aborrita (il vero nome è Patrick Wilding), ed equipaggiato con un sacco di barbatrucchi per spaventare e cacciare i vari cattivi. Se Batman diceva “Io sono la notte”, Zagor non era da meno, e, con un urlo selvaggio, veniva temuto e venerato dalle tribù indiane come una divinità, lo Spirito con la scure. Anche perchè la sua Darkwood accoglieva volentieri minacce ultraterrene difficili da tenere a bada da un semplice uomo.

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Arrivano i mostri

A Darkwood sono sbarcati da Hollywood, clandestinamente, quasi tutti i classici della Universal, dal mostro di Frankestein (Molok) all’uomo lupo. Il più spudorato omaggio a questi celebri mostri è però l’apparizione de Il mostro della laguna nera di Jack Arnold in alcuni adrenalici albi del 1968. Spezziamo una lancia a favore della Bonelli perchè nessuna storia dello Spirito con la scure, anche quando in copertina sfoggiava personaggi noti del cinema, ha mai realmente copiato dai modelli ma anzi ha fornito varianti interessanti sul tema in contesti completamente originali, ben prima lo facesse Dylan Dog. Qui, grazie anche ai disegni fantastici del compianto Donatelli, siamo calati in un’avventura concitata che annovera sacrifici umani e persino un combattimento tra il nostro Zagor e il celebre uomo pesce.

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Non sono mancati però in territorio Darkwood altri mostri meno tipici come le tigri mannare, gli uomini rana e druidi sanguinari, senza dimenticare naturalmente di ritagliare uno spazio per le più classiche ghost story sullo sfondo di antiche magioni. Questo gusto per l’avventura più eterogenea però si può ritrovare già nei primi albi quando fanno capolino elementi da fantascienza anni 50 grazie all’invenzione del professor Helligen, il suo gigantesco robot Titan e, più avanti, di una razza di alieni supercrudeli, gli Akkroniani. Il disegnatore che meglio riesce a incarnare la fantasia nolittiana più azzardata è sicuramente il ligure Gallieno Ferri, il copertinista ufficiale della serie e l’unico con quel tocco dark horror che ben si presta alle storie più cupe. Grazie poi all’apporto del papà di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, il professor Hellingen e gli Akkroniani torneranno, a fine anni 80, con l’avventura più cerebrale e lunga della storia di Zagor (dal numero 275 al 280). Le storie horror più riuscite della serie però vedono, come antagonista del nostro spirito con la scure, il Barone Bela Rakosi, vampiro di stampo stokeriano, stavolta più vicino però al modello sanguigno Hammer che al classicismo di un Tod Browning anni 30. Forse mai come in questo caso la serie Zagor tocca vette horror altissime con un’impianto narrativo maturo fatto di trucidi morti e creature soprannaturali, genuinamente terrorizzante e poco propenso alla facile farsa, malgrado i gustosi siparietti del simpatico Cico.

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Lo Zagor di Burattini alle porte di Clive Barker

Mentre scriviamo è uscito da poche decine di giorni il numero 604 di Zagor (Zenith 655) dal titolo Mad Doctor.
Inaspettatamente gagliardo.
Non che i precedenti 4 numeri, compreso il ritorno degli alieni Akkroniani, fossero pessimi, anzi, ma mancava il lepre, il guizzo che distingue i compitini ben fatti dai capolavori.

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Moreno Burattini, con gusto quasi grindhouse, per capirci alla Tarantino e Rodriguez, riesce a resuscitare, nell’universo dello spirito con la scure, quel gusto da B movie e da fumetto sadico, un po’ alla Squalo, che ha lo stesso effetto di un montante dato dal tuo avversario quando credi di vincere. E’ una sagra dell’eccesso, una rivoluzione in un fumetto tutto sommato reazionario come Zagor, che alla Bonelli non ha paragoni odierni, neanche nel tanto inflazionato Dylan Dog.
Leggendo Mad doctor, entriamo dritti dritti in un incubo nero pece, popolato da cyborg sanguinari, da corpi spellati come in incubi cenobiti alla Clive Barker e fantasie omosadomaso di frustate e muscoli guizzanti.
Le regole da western classico alla Rock Hudson vengono abbattute: ora si muore davvero sul serio e i cattivi sparano a bruciapelo, alle spalle delle vittime, senza codice Mccarthy che tenga. Sembra di leggere uno Zagor rielaborato da Lasdale, con quel gusto referenziale e sovversivo del suo Batman letterario per esempio, una cosa che probabilmente Nolitta non avrebbe mai potuto concepire. Per questo i lettori più fedeli probabilmente storceranno il naso, ma Zagor alle soglie del 2016 sembra più vivo, giovane e  moderno di Dylan Dog, senza peraltro bisogno di rivoluzioni dal sapore di un gattopardo dormiente.
Dove lo trovate d’altronde un sessantenne tanto in forma?

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Andrea Lanza

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