Il Signor Diavolo

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Nel 1952, il giovane funzionario ministeriale Furio Momenté viene incaricato di una questione delicatissima: nel Polesine un bambino uccide un coetaneo convinto di annientare il Diavolo in persona. Il compito di Momenté è quello di evitare uno scandalo per i componenti del Clero locale e a causa di questo si troverà ben presto coinvolto in una danza macabra.


Pupi Avati è un regista che nel cinema ha sempre portato un suo mondo di ricordi (il delta padano, la gente del delta e la pressoché scomparsa cultura di quella regione), di fantasia e di riflessione: Balsamus (1968), Thomas (1969), La mazurca del Barone, della Santa e del ficofiorone (1975), La casa dalle finestre che ridono (1976). A questo tipo di cinema, noncurante del fatto di essere così controcorrente e con molta probabilità anche impopolare, è tornato con Il Signor Diavolo.


Un film che riflette sulla condizione esistenziale delle nuove generazioni, vittime innocenti della società degli altri, la cui crudeltà, in nome del potere e del profitto, inventa il “Signor Diavolo”.  Avati affronta ancora il destino di un debole schiacciato dalle forze del male, confrontandosi con la tragica realtà della bugia e con un fenomeno sociale che si va espandendo.  Un’ opera elegante dove il rigore classico del dialogo e la sensualità della fotografia cenerina di Cesare Bastelli danno un respiro raro. Il fascino de Il Signor Diavolo sta tutto nel vago simbolismo di cui vive, nel clima magico e sfumato, nel suo dire e non dire che ce lo imprime nel ricordo. Guai, insomma, a volerlo sezionare, a classificarne allusioni e riferimenti: andrebbe irrimediabilmente perduta quell’ aurea misteriosa di cui il regista ha voluto adombrarlo.

Walter Salami Jr

Regia: Pupi Avati

Sceneggiatura: Pupi Avati, Tommaso Avati, Antonio Avati

Interpreti: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Lorenzo Salvatori, Gianni Cavina

Durata: 86 min

Humandroid

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La polizia umana, debole, fallibile e corrotta, è del tutto superata a Johannesburg.
Il futuro della sicurezza qui sono gli Scout prodotti dalla Tetravaal: droidi pressoché indistruttibili che pattugliano le strade e restituiscono alle loro famiglie tutti gli agenti sapiens. Nemmeno gli hacker possono leccarsi le dita e sperare di prenderne il controllo, perché il loro creatore è stato abbastanza furbo da concentrare qualunque possibilità di aggiornamento o modifica in una chiavetta unica e religiosamente custodita dalla ditta. Il genio che si cela dietro questa svolta robotica è di Deon Wilson (Dev Patel, The Millionaire) che ha in serbo un altro progetto, davvero rivoluzionario: ha creato un software che racchiude un’intelligenza artificiale dotata di autocoscienza. Per sperimentare la nuova creazione si appropria di nascosto di uno Scout destinato alla rottamazione, ma prima ancora di potergli dare vita viene sequestrato da tre gangster. Così Chappie nasce sulle note dei Die Antwoord, circondato da una strana, sgangherata e pericolosa combriccola.

District 9 fu l’opera prima di Neill Blomkamp (regista e sceneggiatore per Humandroid), un capolavoro complesso che racchiudeva un messaggio sociale forte e sentitissimo, poi arrivò Elysium, freddo e dimenticabile tanto da far temere  fossero già state sparate tutte le cartucce per il primo bersaglio. Humandroid, fortunatamente, dimostra il contrario.
Analogamente a District 9 è ambientato in Sudafrica, paese natale di Blomkamp, ritratto a tinte forti estremizzando tutte le sue contraddizioni e le sue problematiche. Fra gli altri sottostesti impegnati il tema della vita ai margini della società, sia come dramma che come soluzione, si riconferma centrale. Doppio pollice in su per la scelta di piazzare i suoi connazionali Ninja e Yo-Landi (i Die Antwoord) fra i protagonisti: molto più bravi di quanto onestamente chiunque potesse aspettarsi, soprattutto lei. Il duo psichedelico spadroneggia anche nella colonna sonora, dando un potente valore aggiunto (soprattutto per chi già ne era fan).

Sicuramente fare un film su un’intelligenza artificiale dotata di personalità non è proprio quello che si definirebbe “una nuova trovata”; l’argomento, un po’ trito e ritrito, è stato declinato in tutte le sfumature possibili: dalle scoppole di Robocop e Io, robot, alla poesia struggente e romantica di Wall-e e A.I.
Ma la sfida va a buon fine e Humandroid ha qualcosa di speciale, sarà la variabile dose di lacrimucce (in una scala che va da occhio lucido a urla e disagio in sala) che costringe a versare, sarà l’accattivante movimento delle “orecchie da coniglio” di Chappie, sarà la capacità di dipingere una figura completamente pura e fanciullesca senza cadere nel banale, o forse qualcos’altro ancora. È un film cazzuto e tenero, poetico e che fa riflettere.
E poi c’è Sigurney Weaver, e da sola basta come motivazione per vederlo.

Alexia Lombardi

Regia: Neill Blomkamp

Sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell

Interpreti: Sharlto Copley, Dev Patel, Hugh Jackman, Sigourney Weaver, Yolandi Visser, Watkin Tudor Jones

Durata: 120 min

Human Zoo

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Prendete un gruppo di persone, muratele vive, lasciate un pertugio per buttargli dentro una bottiglia d’acqua e una sportina con qualcosa di commestibile. Posizionate, ovviamente prima di chiuderle dentro, una telecamera che permetta al mondo di vederle in azione. È un gioco, un reality, e come tale sa anche di esperimento scientifico nazistoide. Il Grande fratello è stato una manna per gli psicologi e i sociologi…ghi, insomma avete capito. Da lì abbiamo assistito a varianti sempre più esasperanti e cattive della formula di base. Filmare qualcuno in situazioni al limite della sopravvivenza, vederlo perdere il controllo, piangere, vomitare, cagare, scopare, ridursi a una bestia. Una volta fuori, per quanto non sia il vincitore, avrà in cambio fama, attenzione, soldi, compiacenza sessuale e una moltitudine di adoratori incondizionati.

Quando però i concorrenti di Solitary Confinement, primo reality in streaming, almeno nella storia diegetica del film, iniziano ad averne abbastanza di mangiare sempre la stessa pietanza, di dover cagare in un secchio e non poter usufruire nemmeno della carta igienica, quando iniziano a subire l’ansia di una situazione dove c’è poca aria, nulla di utile a occupare il cervello e assolutamente alcun segnale esterno che il mondo si prenda in qualche modo cura di loro, ecco che a uno a uno, si arrendono e chiedono di uscire. Ma arrendersi non cambia nulla, nessuno li tira fuori. Di conseguenza le cose degenerano sempre di più. In palio dovevano esserci due milioni di dollari ma a quanto pare basterebbe riavere indietro la propria vita per sentirsi ricchi sfondati. I concorrenti sono esponenti di una fauna apparentemente piuttosto varia: c’è la donna sola e compulsiva che si definisce mamma di tre gatti, c’è l’ex campione di football caduto in miseria, il gigolò spavaldo che non si sente ancora pronto per la vecchiaia, il cervellotico e logorroico nippo-coreano che vive lavorando con i social, il maestro di yoga, la pilota di elicotteri, l’artista fallita, il ragazzo della porta accanto. Dico in apparenza differenti perché sono tutti vittime della stessa fame d’attenzione, un narcisismo incistato e irrevocabile di cui la società è sempre più maternamente responsabile. L’unico che potrebbe essere lì per altre ragioni è un maturo signore, un uomo sbucato da un altro tempo, il quale ammette di doversi inventare qualcosa per racimolare i soldi sufficienti a pagare due difficili interventi chirurgici che salverebbero la moglie malata. I selezionatori annuiscono con gravità davanti al caso umano, ma nei loro occhi guizza l’istinto feroce dei predatori mediatici: lacrime, dolore e pietà che torneranno utili con gli spettatori.

Essendo una webserie non stiamo più parlando del pubblico generalista e conservatore della normale TV ma di mostri che si cibano di porno e deep web fino a notte fonda, gente in cerca di carne, sangue e sborra, sofferenza e follia e magari, se ci scappa, anche un po’ di morte in diretta. Questo il pubblico a cui pensa il dottor Hillard May, un appesantito e quasi irriconoscibile Robert Carradine, che devo ricordarlo è reduce da un incidente terrificante con l’auto, cinque anni fa, in cui ha perso la vita sua moglie e dal quale comprensibilmente non si è ancora ripreso. È lui la sola guest star di un cast formato da sconosciuti, ma è forse il solo a non convincere. Sembra preso da un set di Cosmatos jr, per l’aria trasognata e stoner. A stento riesce a leggere il discorso di iniziazione ai concorrenti. Bisogna ammettere che Interpreta il solo personaggio inverosimile in partenza. Il creatore dello show, convenzionalmente rappresentato con la barba freudiana, vaga per i corridoi alla Plan 9 From Outher Space e poi si mette seduto dietro una scrivania, tra due computer Mac immancabili. Osserva i concorrenti in cam fingendo un qualche interesse e ghigna alle loro farneticazioni scrivendo su un bloc notes cartaceo chissà quali astruse rivelazioni sulla psiche umana, o magari disegnando casette, chi lo sa?

Dopo ore che sembrano infinite ma che di fatto non raggiungono i tre giorni complessivi, i concorrenti sono già psicologicamente a pezzi: sputano insulti, picchiano la testa contro il muro, piangono come bambini abbandonati, tirano le proprie feci contro la telecamera come scimmie, oppure le usano per scrivere su una parete di andare tutti affanculo. La struttura del film è piuttosto semplice e dentro i limiti di un budget palesemente osseo: c’è una prima parte fatta di monologhi montati uno di seguito all’altro, sullo sfondo di un lenzuolo blu. E una seconda parte nella cella quattro metri per quattro, con la telecamera d’ordinanza che punta i concorrenti fissi dall’alto a destra, mentre fanno i topi da laboratorio.  

Durante i provini, i candidati esprimono idee spirituali o ciniche sull’esistenza, si tengono al sicuro dietro le loro maschere sociali, le illusioni cosmetiche, lo charme artificiale che inizia già a gocciolar via sotto il fuoco delle luci di ripresa nello studio delle audizioni. Ribadiscono tutti, dal primo all’ultimo, il medesimo concetto: l’importanza di sentirsi dei vincenti, almeno per una volta. Nessuno di loro è stato concepito per risultarci simpatico. Non c’è un buono che meriterebbe di vincere. Persino il vecchio smarrisce la propria tempra morale in un torrente di lacrime e di farneticazioni. A Seymore, il regista, non interessano i suoi personaggi e vuole che non ce ne freghi niente nemmeno a noi. Sono carne da macello, come in un qualsiasi slasher da due soldi. Le loro idee sceme sul farsi valere e la realizzazione sociale, l’orgoglio e le nevrosi servono solo a rendere più appetitose le sequenze in cui strisceranno e si ciberanno di se stessi per sopravvivere. Metaforicamente, s’intende.
Hanno l’anima ingolfata di retorica capitalista, cercano di realizzarsi per sentirsi felici e i soldi sono il mezzo. Il montepremi è quindi l’occasione per questi esemplari umani medi di rilanciarsi, liberarsi di un mutuo che li affoga, un lavoro di merda che li spersonalizza, risorgere a una nuova esistenza fatta di soddisfazioni e occasioni di rivalsa e di vendetta verso coniugi, genitori o colleghi stronzi. Persino il maestro di yoga, nonostante le sue pose tantriche e da saggio della montagna, si accende di arrapamento animico, alla domanda di come spenderebbe due milioni di dollari. E proprio lui, alla fine del film, da barbuto uomo dall’interiorità curata come un giardino inglese, assumerà sempre di più l’aspetto di un Glen Benton ultra-satanico e rabbioso con la carcassa piena di rovi e rampicanti spirituali. C’è chi finirà per suicidarsi rompendosi il collo a mani nude, scena che va presa con un certo spirito, e c’è chi si ridurrà a piangere e gridare “mamma!” dopo aver blaterato per giorni della propria superiorità fisica e mentale rispetto agli altri concorrenti dello show e al mondo intero.

Il film di John E. Seymore non ha chissà quali pregi creativi e non aggiunge nulla che Dread di Anthony DiBlasi (2008), Stoic di Uwe Boll (2009) o Climax di Gaspar Noé (2018), non abbiano detto. Però ribadisce un concetto che è sempre salutare ricordarci: non c’è niente di peggio di un silenzio così profondo da permettere al battito del cuore di essere il rintocco funebre del tempo che resta. Siamo talmente disabituati a relazionarci con il nostro io, ad ascoltarci e viverci sul serio nel profondo, che rimanere soli e senza vie di evasione, che siano arte, libri, attività ludiche sofisticate, social media e blah blah vari, ci spinge al suicidio o alla pazzia. La morte piuttosto che rimanere da soli con gli esseri più insulsi, noiosi e idioti che conosciamo: vale a dire noi stessi.

Prima di chiudere vorrei portare all’attenzione quattro cose.

Primo – c’è un film con lo stesso titolo, Human Zoo, è del 2009, diretto dalla modella, fotografa e in fondo anche cineasta Rie Rasmussen. Se non ve ne siete ancora accorti, non è di quello che ho parlato fino a qui, mi spiace.
Secondo – è esistito nella storia un vero Zoo Umano in occidente dove erano esposte le razze giudicate inferiori, catturate in qualche paese esotico. Come al solito la realtà è sempre più orrenda e in anticipo sulla finzione.
Terzo – per quanto sia difficile da notare, c’è qualcuno che ha curato la colonna sonora, riuscendo a rendere l’idea, tra scorie lamentose, fischi e fruscii, del desolante silenzio dello zoo umano. Io definirei lo sfondo acustico un inno liturgico di dannati captato e trasmesso dalle onde del Purgatorio nel culo a transistor della medium Tangina. I responsabili di tutto quello che sentite sono: Mark Freed, Finn Cain e lo stesso Seymore. Bravi tutti e tre.
Quarto – ho letteralmente adorato e tratto conforto, nonostante la durezza essenziale del film, specie nella seconda parte, dai calzoncini azzurri da ciclista indossati dalle concorrenti. Quindi un plauso alla costumista, Amber Geneva, anche attrice nel film, per la scelta stilistica in linea con il mio feticismo per i tessuti femminili sintetici e i colori vivaci associati agli stessi.

Francesco Ceccamea

Human Zoo

Regia: John E Seymore

Sceneggiatura: John E Seymore, John D. Crawford

Interpreti: Robert Carradine, Kristyne Evelyn, Jessica Cameron, Megan Le, John D. Crawford, Jose Rosete, Edward Hong, Heather Dorff, Robert Catrini

Durata: 1h 49m

Bloody Nightmare

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Bloody Nightmare era uno dei tanti titoli curiosi che si nascondevano, in pieno boom delle vhs, nei polverosi cataloghi dei film a noleggio. Troppo povero, poco famoso, eccessivamente sgarruppato per ambire all’esposizione aurea dei grandi titoli a noleggio come i Predator, i Die Hard, le mitiche “stallonate” o i sospira movie alla Julia Roberts. Certo, in quella sala di numeri 1, di star pagate miliardi e di produzioni così splendide che i film te li guardavi non una ma cento volte prima di riportarli al mittente, si intrufolava goliardicamente a mò di guappo guascone anche il nostro Bruno Mattei quando nel presentare il suo Shocking dark lo ribattezzava Terminator 2. Anche in quel caso, con un film che faceva schifo persino a Cristo delle montagne nevose, ingoiavi il rospo amaro, sorridendo da brava boyscout dalle sette medaglie, non senza però maledire James Cameron, li mortacci sua, che poretto non c’entrava nulla. Ah, meravigliosi i tempi d’ignoranza pre internet!

Ecco che Bloody Nightmare era il film disgraziato, la vhs con una copertina italica abbastanza bruttina che strillava: “Corpi conturbanti orribilmente trasformati in cadaveri“. Neanche il più sciamannato cinefilo made in Burkina Faso l’avrebbe forse noleggiato. Nell’aria, come la primavera e l’odore rustico di letame di campagna, aleggiava l’aroma di brutto film con l’aggiunta di un (probabile) pessimo doppiaggio italiano. Lo editava però la gloriosa Deltavideo che aveva dato i natali ad Aenigma di Fulci, In una notte di chiaro di luna di Lina Wertmüller, un tostissimo melodramma con Rutger Hauer e Nastassja Kinski, la bellissima Nastassja Kinski, e ovviamente il padre delle follie post Evil dead, Spookies di Thomas Doran, Brendan Faulkner e Genie Joseph. Questo non bastò però per salvare Bloody Nightmare da un’esistenza all’interno dei cataloghi delle vhs più infami, senza una custodia fisica, solo con le locandine da sfogliare. Bellissimi piccoli mostri per cinefili suicidi e ingordi.

Cheerleader Camp, girato col titolo di lavorazione di Bloody Pompon, si chiamò solo da noi Bloody Nightmare, un titolo palesemente acchiappagonzi in puro stile Freddy Krueger. In effetti il film di John Quinn aveva questa strana sottotrama onirica che vedeva la protagonista, una stralunata Betsy Russell, avere terribili incubi nei quali uccideva crudelmente le sue amiche/colleghe. Però il richiamo alla saga di Nightmare era davvero labile anche se, almeno in un momento, il risveglio con una mannaia insanguinata in mano all’eroina, l’omaggio al capitolo 2 di Elm street, a firma Jack Sholder, è tangibile. Restano però, a onore del titolo italico, dei sogni davvero sanguinosi che rendono, per lo meno, Bloody Nightmare uno slasher anomalo, sulla scia del più riuscito, almeno a livello di atmosfera, Dreamaniac di David DeCoteau.

Cheerleader Camp è uno strano ibrido tra la commediaccia alla Porky’s e il thriller violento alla Venerdì 13: da una parte abbiamo una sequela incredibile di nudità gratuite delle generose e bellissime protagoniste, dall’altra omicidi sanguinosi e graficamente efferati. Tutto questo ovviamente frammentato dagli scherzi goliardici di un molesto ciccione che, fin dalle prime scene, mostra le chiappone gargantueliche alle ragazze e poi si traveste, come fossimo in un cartone animato Warner VM18, da cheerleader oversize per meglio spiare le future vittime del killer. Nude ovviamente.

Inutile dirlo: Bloody Nightmare è molto divertente, ma anche molto cretino. L’identità del killer, come scrive anche il sommo Rudy Salvagnini nel suo Dizionario del cinema horror, è un segreto di pulcinella, la si intuisce subito, ma non è questo il punto. Bloody Nightmare è uno spasso anche quando si rivela una cazzatina, fa ridere, è violento, osa come nessun esponente del genere ha mai fatto con tette e culi, è, in parole povere, l’eiaculazione dell’adolescente sulle foto dell’amica, la sborrata catartica, il vaffanculo al metatesto, un horror drive-in che ti piaceva a 16 anni con i calli sulle mani e che, a 44 anni, ti fa applaudire malgrado ” le donne, il tempo ed il governo”.

John Quinn gira palesemente distratto. È alla sua opera prima ma in futuro non farà di meglio. Posiziona la telecamera sbilenca nelle scene oniriche per darsi un’aria alla Wes Craven, ma non ha idea né di cosa sia il ritmo né di come si tagli una scena, col risultato che più volte il film prosegue per inerzia, tipo porno, alternando le tette della futura pornostar Teri Weigel (Masturbation Nation 5, Anal Obsession e l’imperdibile American Bukkake 7) a forbiciate selvagge che penetrano nella nuca delle vittime per uscire dalla bocca devastata. D’altronde il nostro John Quinn girerà, solo qualche anno dopo, La fantastica avventura dell’orso Goldy, in maniera assolutamente identica a questo film, alla cazzo di cane, con scene nate e morte senza nessun criterio logico.

A scrivere l’opera ci pensano lo sconosciuto R.L. O’Keefe, alla sua unica prova artistica, e David Lee Fine, più famoso come tecnico del suono e artefice di un altrettanto follia, questa volta messicana, Demonoid (1981) di Alfredo Zacarías.

Il cast ovviamente è pieno di cagnacci, uomini senza arte né parte e ragazze belle da ammirare ma atroci come attrici. Tra queste bellezze, come detto tutte strepitose a livello estetico, si distinguono, almeno per il loro curriculum vitae da film degenere, Betsy Russell, Rebecca Ferratti e Lucinda Dickey. La prima, la futura moglie del killer enigmista di Saw, la si ricorda soprattutto per il giovanile American College con Phoebe Cates e Matthew Modine nel quale si spoglia nuda a cavallo. La seconda la si era vista nei due Gor, fantasy dove la nostra spiccava con selvaggia bellezza in costumi striminziti, mentre Lucinda Dickey aveva interpretato i meravigliosi Breakdance e il mai troppo lodato horror ninja Trancers. Una menzione d’onore poi per Lorie Griffin, in Bloody Nightmare certamente messa in ombra dalle sue colleghe, ma solo 3 anni prima, nel 1985, capace di accendere gli ormoni del licantropo Michael J. Fox in Voglia di vincere.

C’è da dire che, per chi scrive, l’idea di un horror a tema cheerleaders è sempre vincente, qui come nel più recente, bellissimo e gore, All cheerleaders die di Lucky McKee.

Bloody Nightmare è uscito in dvd in tempi recentissimi per la nuova casa High Show, in versione numerata a 500 copie, un video formidabile che mette a riposo la scura vhs, un poster che riproduce la locandina originale, e ben tre lingue, italiano, inglese e tedesco, tutti 2.0. Non si poteva chiedere altro per uno scult del cinema slasher, misconosciuto e divertente, ardito e imbecille, l’ideale per ogni cinefilo con il sangue guerriero, pronto ad affrontare ogni temeraria impresa filmica.

Per noi di Malastrana comunque, se non lo si era capito, solo amore per Bloody Nightmare!

Andrea Lanza

Bloody Nightmare

Titolo originale: Cheerleader Camp

Anno: 1988

Regia: John Quinn

Interpreti: Betsy Russell, Leif Garrett, Lucinda Dickey, Lorie Griffin, George ‘Buck’ Flower, Travis McKenna, Teri Weigel, Rebecca Ferratti, Vickie Benson, Jeff Prettyman, Krista Pflanzer, Craig Piligian, William Johnson, Kathryn Litton, Tom Habeeb (Tommy Habeeb)

Durata: 89 min.

Nightmare Symphony (The peacock’s tales)

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Hitchcock ha inventato il brivido, Fulci l’ha perfezionato“. Così si lanciò, con grande impeto e strilli da venditori di fumo, Un gatto nel cervello, il parto più folle, anticommerciale e sgangherato di un autore che, nel 1990, stava collezionando le peggiori prove registiche della sua carriera. Arrivò prima al cinema, in piena estate, poi dritto dritto in vhs, distrutto nel suo metafilmico finale, questo strano horror Frankenstein, girato riutilizzando pellicole scadenti di una serie tv mai uscita all’epoca, “Lucio Fulci presenta“, un guazzabuglio di brutte pellicole di vari autori. Un gatto nel cervello viene dopo l’atroce Demonia e la sua fotografia sovresposta, un periodo fatto di opere anche interessanti ma mortificate da produzioni terzomondiste, incapaci di poter realizzare al pieno i sogni, anzi gli incubi, di Fulci. Così Un gatto nel cervello è diventato, contestualizzandolo successivamente, un 8 e mezzo horror, un intellettuale gioco tra i fan e lo stesso Fulci, un grido d’orgoglio del regista romano che, come nella sua lunga intervista con Antonella De Lillo, ribadisce che esiste e fa ancora cinema. Certo è un cinema diverso sia dai suoi thriller anni 70 e dai suoi horror della prima metà anni degli anni 80, ma è sempre qualcosa di profondamente fulciano anche nei risultati disastrosi perché Fulci non riesce a depersonalizzarsi. Il lepre, il suo tocco, è tangibile anche in pellicole da contrabbando, criminali e nocive alla salute mentale dello spettatore incauto, lo stesso che l‘8 Agosto del 1990 decise di chiudersi in un cinema a vedere la perfezione del thriller hitchcockiano con i Cristi e le Madonne annesse, a visione ultimata. Come il Joan Lui di Adriano Celentano, siamo davanti ad un cinema troppo avanti anni luce forse per essere compreso nella sua totalità.

In America Un gatto nel cervello è conosciuto come Nightmare concert e vanta una strana aurea di cult movie partigiano. Non che tutto sia sbagliato: per esempio l’ottima colonna sonora di Fabio Frizzi, è una tra le più riuscite e d’atmosfera della sua collaborazione col maestro romano, e poi, ovviamente, c’è Fulci, magnifico, doppiato come fosse un attore straniero, perfetto nel non ruolo di Fulci tra la leggenda e la realtà. E’ un film sbagliato questo sì ma a suo modo adorabile, testamentale più di un incolore Fulci for fake.

Facciamo un passo avanti però da quel 1990 e spostiamo la lancetta della macchina del tempo di Martin McFly trent’anni dopo, in questo strano 2020 fatto di cinema chiusi e pandemie globali. Il cinema italiano del terrore da quell’8 Agosto ha compiuto passi, anzi ha compiuto l’ultimo passo, il più atroce, è morto. L’ultima pellicola che segna un passaggio tra il Pianeta delle scimmie e la zona proibita è Dellamorte Dellamore di Soavi, dopo, perché esiste un dopo, è un cinema clandestino e zombi, qua e là ravvivato da produzioni più ricche come lo Shadow di Federico Zampaglione, ma assolutamente incapaci di essere una scintilla che genera prima un fuoco poi un incendio. Il cinema horror italiano è una terra di morti viventi, un terreno arido e sterile percorso, per la maggior parte, dai sogni di studenti mediocri o da vecchie mummie leggendarie, siano Pupi Avati o Ruggero Deodato che riposino in pace, incapaci di non solo rinnovarsi ma anche solo di ripetersi con entusiasmo.

Nightmare Symphony arriva come una buona novella, accompagnato da un gagliardissimo e stiloso trailer che omaggia appunto Nighmare Concert. Un’operazione sulla carta fuori tempo massimo, ma dal grande fascino, ora più che nel 1990, con la fama di Fulci così cresciuta e sdoganata da essere oggetto di discussione persino nei circolini critici ad un passo dal Dams.

Ma ha senso un omaggio, un reboot, un sequel di un film che viveva soprattutto in virtà del suo attore/autore?

Nightmare Symphony, scritto dallo stesso sceneggiatore dell’epoca, Antonio Tentori, è un’operazione diversa, più complessa del semplice rifacimento. E’ sicuramente un omaggio al cinema di Lucio Fulci, soprattutto il violento Lo squartatore di New York. A incarnare il protagonista però stavolta è Frank LaLoggia, autore di un film cult degli anni 80, Scarlatti il thriller (Lady in white), un regista sul viale del tramonto chiamato, per girare in miseria, un horror incentrato sui delitti di un killer travestito da pavone, The peacock’s tales. Ecco quindi che il metacinema è servito con il parallelismo tra il personaggio principale e la controparte fantasiosa, un cortocircuito che viene ampliato anche dall’uso di spezzettoni di Fear No Evil, opera prima di LaLoggia. Se Un gatto nel cervello era però un’opera di taglia e cuci commercialmente autoriale, Nightmare Symphony non usa, se non in un piccolo momento, lo stesso schema di antologia anomala. In questo l’operazione acquista una certa originalità: non è Nightmare concert, è un altro film che amplia, potenzia e sublima i concetti dell’opera fulciana, non un film su Fulci, un mero esercizio di stile e partigianeria, ma un film anche su Fulci, che parla del cinema e della sua morte. Frank LaLoggia, forse più di Lucio Fulci, è un sopravvissuto, un artista ambizioso che si spinge in Kosovo per girare un film e trova solo ostacoli, un budget ridotto all’osso mentre sceneggiatori e produttori cercano di castrare la sua creatività.

Siamo davanti al Vertigo del cinema indipendente: sembra un’opera più ricca di quella che è, elegante, baciata da lampi di luce da cinema chirurgico alla David Cronenberg. Nightmare symphony con i personaggi che interpretano loro stessi, con i doppi ruoli, con le bionde vittime sacrificali che si tramutano in more orchesse, amorevoli e spietate, si presenta come un Brian De Palma intento a stuprare Hitchcock e, per rifarci allo strillo iniziale, a stuprare di riflesso anche Fulci, il perfezionatore di quel tipo di thriller.

Domiziano Cristopharo e Daniele Trani girano un’opera sulla carta commerciale che si rivela essere, nel finale, quel bellissimo finale alla Aldilà, un horror cerebrale e complesso, con un discorso non banale sul gioco dei ruoli e delle parti, come si trattasse di un lavoro tratto da Jorge Luis Borges.

Nightmare Symphony calca la mano sì sullo splatter, ma, a differenza di Un gatto nel cervello, non dimentica la forma e la composizione degli omicidi, freddi come quadri viventi di Robert Wilson. Convince il look del serial killer con la sua maschera da agghiacciante pavone, e l’idea, proprio da thriller anni 70, alla Sette orchidee macchiate di rosso, della piuma deposta sui cadaveri dopo ogni delitto.

Convincono anche le musiche, stupende quelle di Fabio Frizzi dell’epoca, funzionali ed efficaci quelle di Antony Coia. Gli attori, compresi anche i non attori come lo sceneggiatore Antonio Tentori, sono tutti perfettamente in parte nei ruoli da totentanz funebre. Spicca tra tutti Antonella Salvucci, straordinaria e cameleontica, bellissima e perfetta in due ruoli di donna così diversi e diversificati.

Come Hitchcock (o Fulci) il regista Christopharo appare in un cameo: è l’uomo nel bagno che incrocia la brava e sfortunata Poison Rouge, lì lì per essere massacrata come nell’intro di Zombi 3.

Nightmare Symphony uscirà il prossimo anno in home video per la Tetro video, casa specializzata in horror estremi. Io vi consiglio di non perderlo, poi mi direte voi.

Andrea K. Lanza

Nightmare Symphony (A Peacock’s tales)

Regia: Domiziano Cristopharo

Sceneggiatura: Antonio Tentori (da un’idea di Domiziano Cristopharo)

Interpreti: Frank LaLoggia, Antonella Salvucci, Antonio Tentori, Poison Rouge, Pietro Cinieri, Irene Baruffetti, Federico Di Pasquale, Blid Budakova, Edi Hasan Lushi, Halil Budakova, Merita Budakova

Durata: 78 min.

Ragazzi perduti

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Se cercate sul web Ragazzi perduti, lo troverete categorizzato sia come horror sia come commedia di fine anni ’80. In effetti può tranquillamente rientrare in entrambe le categorie ed è forse questo a renderlo tanto fluido e piacevole. Mi sento quasi una “matusa” a dirlo, eppure non ero ancora nata quando nelle sale cinematografiche lo proiettavano: film come questo oggi difficilmente vengono girati.

Non che la storia che si cela dietro le scene di Ragazzi perduti sia irripetibile o mai più rivista. Semplicemente, è raccontata in modo eccelso.

Inizialmente vi sembrerà di ritrovarvi in un prequel di Casper, con questo viaggio in auto verso una nuova casa sconosciuta, una nuova città e due adolescenti non troppo convinti di questo cambiamento. L’arrivo in una casa, quella del nonno, che accoglie una figlia — Lucy, appena divorziata — e i suoi due figli: Michael, il più grande (il bello e impossibile), Sam, il piccolo di casa (amante dei fumetti, ancora un po’ mammone). La casa del nonno, che ha tutta l’aria di essere un po’ suonato ma anche un gran mattacchione, ricorda vagamente il castello di Casper, infestato da spettri; è piena di animali impagliati, che lavora e colleziona lui stesso. Durante il film, vedremo con quale tenerezza, riempirà la camera di Sam di questi lavoretti.

I nostri avventori, che dal Midwest si sono appena trasferiti a Santa Carla in California, decidono di ambientarsi; si lanciano all’avventura in una tipica serata del posto. Qui la scena cambia e da Casper, ecco che ci sembra improvvisamente di entrare in una sorta di giusto mix tra West Side Story versione anni ’80 e una delle migliori love story all’americana.

Lucy, la mamma, si aggira alla ricerca di un lavoro; la sua attenzione viene colpita da una bambino che piange alla ricerca della mamma. Nel tentativo di chiedere aiuto, entra in una videoteca; qui incontrerà Max, un signorotto distinto, con il quale poi inizierà a frequentarsi. È in questo contesto che fanno la loro prima apparizione i ragazzi che nella zona creano più scompiglio fra tutti e che Max sembra non apprezzare molto: una banda di motociclisti con a capo un biondino di nome David. Nel frattempo Michael e Sam sono in spiaggia ad assistere ad un concerto, immersi nella bolgia di ragazzi che, come loro, sono attirati più dal caos e dall’eccitamento generale, che dalla musica. Ad un certo punto, Michael nota in lontananza una ragazza in mezzo a tutte le altre. La trova bellissima, non le toglie gli occhi di dosso. Letteralmente. I loro sguardi si incrociano molte volte. Lei si accorge di questa insistenza, all’inizio sembra ricambiare, poi qualcosa la turba, forse un pensiero, allora fugge.

Michael, anche se è lontano, prova ad inseguirla. Quella sera non riuscirà a raggiungerla.

Intanto Sam ha iniziato a girare per suo conto ed è finito nel suo paradiso in terra: una fumetteria.

Qui incontra i fratelli Ranocchio che gestiscono il posto per la famiglia e che — dopo un iniziale sfiducia nei suoi confronti per i vestiti poco affini al luogo — decidono di accoglierlo e metterlo in guardia dai pericoli del posto, facendogli leggere i fumetti più consoni, ovvero quelli ad argomento vampiresco.

Pare infatti che Santa Carla sia infestata dai vampiri… Così vorrebbero fargli intuire. Sam ovviamente non vuole crederci.

Lucy trova lavoro e sta fuori casa più tempo; il mitico nonno è impegnato con la sua tassidermia e con una nuova o vecchia fiamma, chi può dirlo?! La sera successiva, Michael torna in città alla ricerca di Stella. Non sa ancora il suo nome in quel momento ma ha bene in mente il suo viso e vuole ritrovarla. Quando finalmente la incontra la invita a mangiare qualcosa ed ecco che arriva la nostra banda di motociclisti. Il capobanda, David, intima a Stella di scendere dalla moto di Michael per salire sulla sua. Un gioco di sguardi tra i due contendenti ed è subito un balletto mentale con lo schiocco di dita per me. Solo più contenuto, più psicologico. Il biondino malefico, con tono di sfida, invita Michael a seguirli e partono. Ad un certo punto, giunti nei pressi della scogliera, con una nebbia fittissima, accelerano e si sfidano; Michael rischia molto al punto di dover frenare bruscamente per non cadere da un dirupo e così cade dalla moto.

Così ha inizio finalmente il vero film. Si abbandonano gli indugi e si entra nel clou della storia. Al di sotto di questa scogliera, si nasconde una caverna molto profonda, nella quale questi ragazzi “perduti”, hanno organizzato il loro covo. Il dettaglio della caverna, per inciso, ricorda vagamente la storia del testo teatrale dal quale prende spunto il titolo di questo film, ovvero Peter Pan di James Barrie.

Con alcuni stratagemmi e scherzi, i teppistelli riusciranno a convincere Michael a bere da una bottiglia che all’apparenza contiene vino ma che in realtà ha un contenuto ben diverso. Quella notte, avviene una sorta di iniziazione non prevista, non cercata, non voluta. Di cui Michael prenderà consapevolezza poco alla volta e solo grazie a suo fratello Sam, che nel frattempo, grazie ai fumetti forniti dai fratelli Ranocchio, si sta facendo una vera e propria cultura sui vampiri e le creature della notte.

Una particolarità di Santa Carla sono gli avvisi di persone scomparse, presenti ovunque. Sui muri, sulle bacheche, sui cartoni del latte. Perché tutte queste persone scompaiono? Michael lo scoprirà prestissimo. La banda di David gli mostrerà ciò che sono e ciò che ormai, è anche lui. Una notte, si avvicinano ad un falò in spiaggia, tenuto da ragazzi e ragazze. Michael in realtà sa già di essere diventato una creatura della notte ma crede di essere ancora in tempo per non subire una trasformazione definitiva. Sam, con l’aiuto dei fratelli Ranocchio, ha scoperto che uccidendo il capo vampiro, spezzerà l’incantesimo che tiene intrappolati lui e gli altri mezzi vampiri.

Quello che ancora non sa è cosa voglia dire concretamente essere un vampiro ma sta per vederlo con i suoi occhi durante quel falò. Ecco come spariscono nel nulla tutte quelle persone.

David vuole spingerlo a commettere il primo omicidio, così diventerà come loro e la trasformazione sarà definitiva. Michael resiste. Cerca aiuto in Sam ma i due vengono raggiunti da Stella che si rivela per quelle che è: anche lei e Laddie, un bambino “ospite” della caverna, sono mezzi vampiri. Lei si sente in colpa, Michael si trova in questa situazione a causa sua, lui avrebbe dovuto essere il suo primo omicidio ma lei ha resistito, prova sentimenti per lui.

È mattino, il sole è alto, i nostri fratelli del Midwest, assistiti dai fratelli Ranocchio, si avventurano nella caverna dei vampiri, con l’intento di farli fuori uno ad uno. Mentre Michael mette in salvo Stella e Laddie, i piccoli fumettari si infilano in cunicoli sempre più bui e maleodoranti. Una fifona come me, a quel punto, inizia a dire “No, cosa fate creature, fuggite!”; ovvio no?! Ti aspetti, come nei migliori film horror, che qualcosa di lercio sbuchi da un angolo a farti saltare dalla sedia. Invece no, qui parliamo di vampiri, che fanno i vampiri di giorno? Dormono appesi a testa in giù! Eccoli, in tutto il loro splendore. Appesi per i piedi, piedi orrendamente cianotici, con unghie più simili ad artigli, con posizione delle braccia simile a quella di un pipistrello. Nel loro essere inquietanti, quasi angelici?!

I tre ragazzi non sanno chi sia il capo vampiro e certo non possono tirar ad indovinare quindi decidono di partire dal più piccolo e vulnerabile. Impalano il poveretto, Marco, con un palo di legno, dritto nel cuore. Il vampiro inizia a divincolarsi, urlare, perdere liquidi ovunque. Gli altri chiaramente si svegliano e David inizia a gridare “me la pagherete” e rincorre i ragazzi che, nel frattempo, hanno iniziato a correre verso l’uscita. Non riuscirà a fermarli per un soffio. Un primo piano su David rivelerà persino una lacrima. Anche i vampiri hanno sentimenti, dunque?

A questo punto i “buoni” della situazione dovranno prepararsi ad una rappresaglia notturna.

Attrezzano la vasca da bagno con un improbabile intingolo di acqua santa e aglio, con cui riempiono anche pistole ad acqua. Si armano di arco e frecce e paletti vari. Nanuk, il loro fedele cane, è pronto a collaborare.

Durante l’attacco finale, i vampiri verranno sconfitti uno ad uno, fino al duello dei i più classici tra il capo banda David e il bello e impossibile Michael, in versione vampiresca. Durerà pochissimo in realtà ma il risultato non sarà quello che ci aspettiamo tutti. Michael sconfiggerà David ma rimarrà vampiro. Si capisce quindi che non è David il capo vampiro, non è lui quello che può spezzare la catena.

All’improvviso Lucy rientra a casa con Max, da una cena. Trova una casa distrutta e corpi ovunque. Max, nemmeno troppo sconvolto dalla scena che gli si para davanti, si dirige dal corpo senza vita di David. Gli accarezza il volto e inizia a dire cose che fanno intuire la sua diversa posizione a Santa Carla, in quella famiglia e in generale nel mondo. Quei ragazzi erano sotto la sua protezione, lui è il capo vampiro, ed eccolo trasformarsi. Nello stupore generale di tutti, in particolare di Sam e dei fratelli Ranocchio, che durante una cena casalinga lo avevano testato e non lo avevano trovato positivo alla “vampirite”, ecco arrivare in tutto il suo splendore il mitico nonno sulla sua macchina, che sfondando la facciata della casa, schiaccia Max e lo impala.

Indubbiamente un finale inaspettato, almeno lo è stato per me. Ed anche scioccante, perché vorrei dire al buon Schumacher (R.I.P.) che non mi può traumatizzare mettendomi Edward Herrmann (R.I.P.), ovvero il nonno di Rory Gilmore in “Gilmore Girls”, in veste di terrificante vampiro! Non si fa!

Citazioni sciocche a parte, credo davvero che questo film meriti un pomeriggio con copertina e popcorn; dona emozioni, risate e anche un po’ di brividi se si è fifoni, almeno un pochino.

Un giusto mix di tutto, fluido a sufficienza, quella magia anni ’80 che mi dispiace non aver vissuto dal vivo e che ringrazio di poter vivere con questi film.

Chiudo con una citazione dal film stesso, che ho trovato geniale e che dimostra che a volte anche i più insospettabili tra i personaggi, in realtà sono centrali:

« C’è una cosa in questa città che mi è sempre rimasta sullo stomaco… Tutti quei maledetti vampiri. » il nonno.

Valeria Vaccaro

Ragazzi perduti

Titolo originale: The Lost Boys

Anno: 1987

Regia: Joel Schumacher

Interpreti: Jason Patric, Kiefer Sutherland, Jamie Gertz, Corey Haim, Dianne Wiest, Corey Feldman

Durata: 97 min.

Capitan Power e i Combattenti Del Futuro

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Stati Uniti, primo settembre del 1987. In televisione appare una serie di fantascienza action decisamente sui generis, per alcuni versi persino sperimentale. S’intitola Captain Power and the Soldiers of the Future, è una coproduzione tra Canada e USA, ed è legata – come tante altre serie del decennio dei fenomeni pop per antonomasia – a una linea di giocattoli, prodotta dalla prestigiosa ditta Mattel.

Con il coinvolgimento della casa dei Masters of the Universe, delle Hot Wheels, di Barbie e di mille altre icone dei toys moderni, all’epoca uno dei giganti assoluti del settore (lo è tuttora, ma non naviga più in acque altrettanto buone…), le cose si fecero necessariamente in grande: così Captain Power fu venduto e adattato – giocattoli al seguito – un po’ in tutto il mondo, proponendosi come una sorta di evento globale. Da noi, l’annunciato fenomeno arrivò un anno dopo sulla gloriosa Odeon TV, con il titolo tradotto (quasi) alla lettera in Capitan Power e i combattenti del futuro; e inevitabilmente anticipato in pompa magna da attraenti pubblicità sulla rete e la carta stampata (in primis quelle su Topolino – ovviamente – e altre riviste per bambini).

Ricordo abbastanza chiaramente il me stesso di allora, appena dodicenne, piazzarsi davanti al suo grande televisore a tubo catodico, carichissimo per le promesse esaltanti degli spot. E ricordo l’estasi della prima visione di un programma – se non sbaglio, persino in prima serata – che effettivamente era diverso da quanto conoscessi. Perché ero sì giovanissimo: ma nell’età pre-internet della teledipendenza compulsiva, un dodicenne com’ero io allora poteva vantare già una notevole bagaglio in fatto di programmi TV.

Ma cosa aveva di tanto particolare Capitan Power? Innanzitutto il suo essere una serie di fantascienza action dal vivo, con attori in carne ed ossa. La cosa suonerà strana, poiché sicuramente nei favolosi anni Ottanta film e serie live popolari, eventualmente anche di fantascienza, certo non mancavano; come del resto neppure il merchandising giocattolifero associato. Ma all’epoca, perlomeno in Italia, la vetrina principale delle grandi serie di giocattoli erano soprattutto i cartoon: questo riguardava per esempio i già citati Masters of the Universe, i Transformers, i G.I.Joe, i MASK, e tante altre linee ancora. Eppure il telefilm (così allora si chiamavano) Capitan Power veniva proposto come decisamente collegato a una linea di giocattoli, peraltro attraverso un concetto che appariva quanto di più forte e avveniristico potesse esserci: l’interattività. Su quest’ultimo punto, e le sue conseguenze, torneremo più avanti.

Al di là del format di live action, tuttavia, quello che colpiva immediatamente in Capitan Power era la sua modernità: la serie trasgrediva di fatto alcuni stereotipi dei programmi per ragazzi coevi, presentando anzi una storia di guerra dai toni piuttosto drammatici e, per gli standard di allora, adulti. Tutto questo emergeva già dalla sua opening, un piccolo e piacevolissimo gioiello di contestualizzazione sintetica.

Possiamo anzi ripercorrerla insieme… dunque, riaccendiamo il televisore!

Un uomo in una tecnologica armatura dorata si volge verso di noi; esclama “Power on!”, e quasi innesca l’apparizione del logo della serie, il cui titolo è dichiarato severamente da una voce narrante. Su di un sottofondo strumentale grave e accattivante (“da film”), la voce inizia a raccontare: Terra, 2147. Ecco l’eredità della Guerra di metallo. Quando l’uomo lottò con la macchina, e la macchina vinse!

Terra, 1988. Un ragazzino abituato per lo più a show USA rassicuranti, in cui i buoni tipicamente lottavano e vincevano sempre contro i cattivi, mantenendo uno status quo fatto essenzialmente di pace perenne, veniva calato a tradimento in un futuro distopico e post apocalittico. Un contesto sintetizzato, già all’inizio dell’opening, da una serie di gelidi scenari fatti di macerie e deserto… qualcosa fra il western e il delirio industriale Un mondo opprimente e insidioso, in cui l’umanità era stata parzialmente annientata e soggiogata in un conflitto con un Impero di computer e robot, che si avviava ineluttabile alla vittoria totale.

Uno scenario che aveva un precedente diretto in Terminator (1984): ma al di là del fatto che il film di James Cameron non fosse tipicamente noto ai più piccoli, la cosa notevole era come con Capitan Power si andasse in qualche modo persino oltre. Questa serie era infatti ambientata nel futuro, dopo il disastro, collocandosi in ciò propriamente nel filone post-apocalittico. Inoltre, in essa non c’era ombra di macchine del tempo, o simili stratagemmi che avrebbero potuto permettere di modificare lo stato di cose, in un eventuale scenario alla Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991, James Cameron). Capitan Power e i suoi potevano solo lottare, nella speranza di fermare l’annichilimento degli esseri umani, per poi in seguito contribuire a ricostruirne la società. Ma il disastro era ormai avvenuto, e le vittime sepolte.

A simbolo della gravità della situazione, nell’opening ci viene mostrato un minaccioso robot volante, dalle fattezze di rapace antropomorfo dotato di larghe ali di metallo. Si tratta di Soaron, all’inizio della serie il principale comandante sul campo dell’esercito delle macchine. In seguito egli avrà un pari, ma soprattutto un rivale, in Blastarr, un possente robot cingolato specializzato nelle operazioni terrestri.

Il nostro narratore presenta Soaron quale un Bio Dread: ovvero non un “semplice” robot, bensì una vera e proprio intelligenza artificiale da guerra in grado persino di autorigenerare le parti distrutte (le nanomacchine prima delle nanomacchine?); dunque, un’entità virtualmente immortale e inarrestabile. La sua missione primaria è “rintracciare gli uomini sopravvissuti e sottometterli”… o più correttamente “digitalizzarli” (to digitize), come viene detto nella versione originale dell’opening. Presumibilmente, la digitalizzazione fu uno stratagemma per non mostrare vere e proprie uccisioni nella serie: che va bene l’audacia, me c’erano comunque dei limiti da rispettare. Riprendendo una scena del primo episodio, nell’opening vediamo così Soaron colpire una malcapitata con un laser; ma costei, anziché finire morta ammazzata, viene come disgregata in energia, per essere dunque riassorbita da Soaron stesso.

Cosa buffa: per quanto la violenza “reale” fosse così scongiurata, e nonostante lo scopo della digitalizzazione non fosse poi così chiaro (nella serie s’incontrano diverse ex vittime, che dopo aver subito il processo sono poi state rigenerate), la sua rappresentazione, e soprattutto la descrizione della sua esperienza, era ugualmente agghiacciante. Le vittime diventavano parte della macchina, attraverso un processo di perdita della propria identità umana che anticipa per certi versi l’assimilazione dei Borg in Star Trek: The Next Generation (1987-’94).

Siamo così arrivati a nemmeno una ventina di secondi di opening, e il programma era già ampiamente venduto. Anche perché l’apparizione di Soaron e i suoi poteri sigillavano la seconda grande novità tecnologica, oltre l’interattività, rappresentata da Capitan Power e i combattenti del futuro. Essa è stata infatti la prima serie televisiva a presentare personaggi (i Bio Dread), alcuni mezzi e scenari realizzati interamente in CGI! Una CGI rudimentale, che per quanto suggestiva (ottima, ancora oggi, la commistione estetica attuata tra virtuale e reale nella serie, nonostante l’evidente separazione tra i due) sarebbe divenuta rapidamente obsoleta. Ma all’epoca era una novità emozionante, che implementava l’immaginario pop con un riferimento fortissimo alla tecnologia, nonché ai popolarissimi videogiochi. E va sottolineato come, rispetto alla grafica videoludica dell’epoca, Capitan Power fosse comunque piuttosto avanti.

La CGI sino allora era stata impiegata solo al cinema: dall’utilizzo pioneristico in 2D per rappresentare il punto di vista degli androidi, ne Il mondo dei robot (1973, Michael Crichton), oltretutto precursore anche sul tema delle macchine ribelli; sino a classici già ampiamente rivoluzionari quali il disneyano Tron (1982, Steven Lisberger), con la sua iconica corsa di moto nel cyberspazio. Adesso, il nuovo sistema di rappresentazione muoveva i primi, sostanziosi passi anche sul “piccolo schermo”, ampliando così le prospettive creative degli autori.

Tornando alla sigla (così allora si chiamava, parte 2) di Capitan Power, lo spaventoso Soaron è solo l’avanguardia del nuovo e apocalittico ordine. Il narratore procede illustrando L’Impero dei Bio Dread, e in particolare la sua capitale: Volcania, una gigantesca e ipertecnologica base dalle fattezze – nomen omen – di vulcano. E sul trono di Volcania siede Lord Dread, magnificamente interpretato da David Hemblen: un attore di origini inglesi (nato a Londra), ma cresciuto e formatosi nel teatro a Toronto in Canada, per poi diventare un apprezzato caratterista in televisione e al cinema.

Hemblen dà vita ad un villain assolutamente emblematico per la serie. Infatti, se il suo nome “Lord Dread” suona piuttosto kitsch – come quelli della maggior parte dei personaggi ricorrenti del telefilm, del resto – può rievocare la genìa pop dei vari Skeletor, Megatron, Cobra Commander (ricorderei per analogia anche il Dr. Terror di Centurions) e via discorrendo, il personaggio se ne discosta nettamente per la sua caratterizzazione autenticamente cupa e minacciosa, e piuttosto complessa nella sua ambiguità psicologica.

Lord Dread incarna perfettamente, cioè, lo spirito di quest’opera: offrire qualcosa che sembra “per ragazzi” in superficie, ma che nei fatti tradisce, soverchiandolo, il suo potenziale stereotipo di riferimento. Un tiranno oltremodo oscuro, un uomo che ha mezzo volto e corpo meccanici (ne saranno state narrate anche le origini), e che vive in uno strano rapporto simbiotico con Overmind, il supercomputer responsabile della rivolta delle macchine (lo Skynet della situazione insomma). Come scopriremo durante la serie, infatti, Lord Dread un tempo era il Dr. Lyman Taggart: un eminente scienziato che da faro dell’umanità ne divenne poi la principale minaccia, per via della sua ossessione di un mondo perfetto; un mondo che fosse cioè privo dei difetti e della debolezza che caratterizzano la nostra specie. Il modello di riferimento, con il suo accento sull’avanguardia di una razza superiore, è evidentemente quello nazista: vedi tra l’altro i giovani ufficiali umani, le loro uniformi e la loro marzialità, delle vere e proprie SS dell’Impero dei Bio-Dread; nonché alcune suggestive scene in cui Lord Dread parla ai soldati fanatizzati tra le bandiere dell’Impero… un vero e proprio Hitler cibernetico del futuro!

Ma d’altro canto – ecco l’ambiguità psicologica – il tiranno Lord Dread, che grazie alla brillante interpretazione di Hemblen riesce a essere terribilmente carismatico pur senza quasi mai lottare in prima persona, entra talvolta in disaccordo con Overmind; ricevendone critiche che suonano quasi come moniti, e che il sovrano delle macchine talvolta rigetta con fastidio. Siamo di fronte a una diarchia, o in realtà il tiranno è a sua volta comandato? C’è ancora, in Dread, l’uomo Lyman Taggart che lotta per riprendere il controllo? Nelle intenzioni degli autori, da questo conflitto interiore Dread sarebbe dovuto uscirne ancora più disumanizzato: in una versione cyborg più completa che avrebbe dovuto esordire nella seconda, mai prodotta, stagione della serie.

Sino a questo momento, l’opening di Capitan Power e i combattenti del futuro ha descritto gli ipertecnologici villain della serie. Scelta significativa, nel presentare un universo fittizio dove costoro – al momento – dominano. Ma ecco arrivare, in un ingresso trionfale e deciso, i nostri eroi.

Ma dai fuochi della Guerra di metallo è sorta una nuova razza di guerrieri. Uomini che hanno giurato di abbattere Lord Dread e il suo impero di Bio Dread. Sono i combattenti del futuro, l’ultima speranza dell’umanità!

Letteralmente, tra il fumo e le macerie appaiono cinque risoluti combattenti dalle armature scintillanti. Armature che, in termini (fanta)tecnologici, sono evidentemente la controparte positiva dei Bio Dread.

Essi sono: il Capitano Jonathan Power (ebbene sì, Power è il cognome), ottimamente interpretato dall’americano Tim Dunigan: un leader forte, giusto, intelligente e coraggioso, sempre in prima linea con il suo team – a marcare un’evidente differenza di leadership con Lord Dread. Dopo questo ruolo da protagonista, Dunigan non riuscì a spiccare il “grande salto”, restando tuttavia un buon caratterista. Tra l’altro, è – tristemente – famoso per aver interpretato Sberla nella longeva e fortunata serie A-Team (1983- ’87)… ma solo nel pilot. Venne infatti subito sostituito da Dirk Benedict, perché a causa del suo volto giovanile non venne ritenuto credibile nel ruolo di veterano di guerra! (Destino particolarmente amaro per il futuro capitano…)

Segue il Maggiore Matthew Masterson, nome in codice “Hawk”, interpretato da Peter MacNeill. Come suggerisce il nome, e soprattutto l’armatura dotata di ali e casco simile a quello di un pilota, il veterano Hawk è l’esperto di combattimenti aerei, e sarà numerose in numerose occasioni l’avversario di Soaron in godibili battaglie a base di CGI e chroma key. In alcuni flashback è lui ad addestrare il giovane Power, di cui ora è a buon titolo l’esperto secondo.

Tra gli interpreti ricorrenti della serie, tutti ottimi caratteristi soprattutto in televisione, il canadese MacNeill ha saputo “volare in alto” (sic!), apparendo al cinema in opere quali A History of Violence (2005, David Cronenberg) e Regression (2015, Alejandro Amenabar).

È poi il turno di un autentico carrarmato umano: il Tenente Michael Ellis, detto appunto “Tank”. Gigante buono del gruppo, ma in battaglia fortissimo e letale, egli è dotato della più massiccia e inarrestabile delle cinque armature. Capace, per dire, di sfondare un muro come niente: sparando con il suo potente cannone, o semplicemente passandoci attraverso! A interpretarlo l’attore, culturista e stuntman danese Sven-Ole Thorsen, forse il più cinematografico del gruppo: figura ricorrente, ad esempio, in tanti film con Arnold Schwarzenegger; nonché avversario finale (Tigris, quello con la maschera da tigre appunto) di Russell Crowe ne Il gladiatore (2000, Ridley Scott).


Al quarto posto ecco il Sergente Scott Baker detto “Scout”, esperto in spionaggio e comunicazioni, dotato di un’armatura in grado di assumere sembianze altrui per infiltrarsi quando serve (in verità la sua mimetizzazione salta spesso e volentieri per un nulla), nonché vari congegni da hacker. Anche il suo interprete, il canadese Maurice Dean Wint, avrà una buona carriera con alcune sortite nel cinema. Tra l’altro, è lo schizzatissimo poliziotto Quentin nello splendido Cube – Il cubo (2001, Vincenzo Natali).

Chiude l’elenco lei, il Caporale Jennifer Chase detto “Pilota”, interpretata dalla magnifica Jessica Steen. Unica donna del gruppo, ma anche unico personaggio del quale ritengo utile parlarvi più diffusamente in seguito.

Del team avrebbe dovuto far parte anche uno specialista in missioni subacquee, il Colonnello Nathan “Stingray” Johnson, contrapposto ad una propria nemesi Bio Dread, chiamato Tritor. I due furono tuttavia tagliati dalla serie per ragioni di budget, pur venendo entrambi realizzati come giocattoli da Mattel. Stingray appare anche in un interessante video promozionale, con attori differenti da quelli poi scritturati per la serie.

Come anticipavo sopra, nel più classico dei dualismi Il Capitano Power e i suoi compagni d’arme si contrappongono a Lord Dread e i suoi anche concettualmente, a partire dalla relazione con la tecnologia. Se da un lato l’Impero dei Bio Dread è il dominio oscuro di chi ha spinto il rapporto con la tecnologia sino a perdersi in essa, rinunciando alla propria umanità (macchine; ma anche umani che si comportano come macchine, e un leader che è persino fisicamente a metà tra le due cose), dall’altro il luminoso Power Team è l’élite che ha saputo mantenere il dominio sulla tecnica, asservita ai fini di benessere e protezione dell’umanità. Lo stesso principio che può diventare veleno o risorsa, a seconda della saggezza di chi ne fa uso.

Così le Power Suit, gli esoscheletri corazzati e armati che indossano, utilizzano una tecnologia per molti versi analoga a quella dei Bio Dread. Sono armature di pura energia, che si costituiscono a partire da un distintivo, concretizzandosi dal nulla quando richiamate al grido di “Power on!” (Ma sparendo anche nel nulla allorché esauriscono l’energia, lasciando il malcapitato di turno inerme. Il che dovrebbe verosimilmente porre alcuni dubbi sulla loro attuale efficacia…).

Esse sono il frutto delle ricerche del Dr. Stuart Gordon Power (Bruce Gray), il padre deceduto del Capitano… che anche qui, in un classico del dualismo bene/male nella cultura pop, era collega e amico del dr. Lyman Taggart, il futuro Lord Dread. Come viene raccontato in un interessante doppio episodio flashback, le ricerche dei due erano intrecciate, salvo poi prendere strade decisamente differenti, sino a esplodere in una vera e propria rivalità dopo il disastroso tradimento di Taggart. Il dr. Power riuscirà a produrre almeno cinque prototipi delle sue armature, sacrificando tuttavia la sua vita nello scontro con Taggart (che resterà mortalmente ferito, divenendo il cyborg Dread grazie alle “cure” di Overmind). La sua conoscenza e la sua immagine resteranno tuttavia nell’intelligenza artificiale della Power Base (sorta di controparte buona di Overmind), manifestandosi come ologramma (Mentor) con le sembianze del dottore.

Prodotta con Mattel da Landmark Entertainment, quali creatori di Capitan Power e i combattenti del futuro figurano Gary Goddard e Tony Christopher, che tuttavia non scrissero mai alcuno degli episodi prodotti. Tra gli sceneggiatori effettivi della serie spicca il nome di J. Michael Straczynski (14 episodi su 22), creatore tra l’altro di Babylon 5 (1993-’98) e Sense8 (2015-’17), e sceneggiatore di tanti film tra i quali Changeling di Clint Eastwood (2008).

Tornando ai due showrunner, dalle più importanti fonti Tony Christopher risulta associato esclusivamente all’avventura Capitan Power; diversamente, Gary Goddard è noto quale regista di un’altra opera collegata ai toys della Mattel. Si tratta del discutibile lungometraggio I dominatori dell’universo (1987), ovvero il film live action dei più volte citati Masters of the Universe: con Dolph Lundgren nei panni dell’eroe muscoloso He-Man, e Frank Langella in quelli del malvagio Skeletor. Che a parte il buon casting dei due rivali protagonisti (particolarmente brillante la prova di Langella), funzionò malissimo e si rivelò un flop… destino comune, purtroppo, con la serie che stiamo analizzando.

Sulla carta il progetto Captain Power funzionava a meraviglia. L’intuizione, come abbiamo visto, era stata di creare una serie action fantascientifica spettacolare, battendo anche sul piano della tecnica strade (la CGI e l’interattività) coraggiose nel loro sperimentalismo. Una serie che, sfumando gli stereotipi dei programmi d’intrattenimento per ragazzi attraverso tematiche e atmosfere più adulte, avrebbe dovuto conquistare un target più ampio del solito.

Tecnologia a parte, questa scelta d’obiettivo era forse la sperimentazione più ardita in tutto il progetto Capitan Power: in un’epoca e un contesto (gli USA) in cui la distinzione di target nell’intrattenimento televisivo era piuttosto rigorosa; e più in generale, determinate suggestioni come tutto ciò che atteneva alla dimensione kitsch di settori quali il fumetto, le serie animate, i videogiochi (“Capitan Potere e i combattenti del futuro”, un titolo all’epoca impensabile per un programma che guardava anche agli adulti), erano ben lontano dall’emancipazione odierna. Oggi siamo – abbastanza – abituati agli adulti che fruiscono di questo genere di prodotti; oggi TV, cinema e Internet sono pieni – forse anche troppo – di personaggi in calzamaglia & CGI che hanno nomi bizzarri e fanno cose impossibili (talvolta meno all’avanguardia e più rassicuranti di quanto accada in Capitan Power). All’epoca, nonostante i Frank Miller e gli Alan Moore (roba ancora molto di nicchia), il “fumettoso” e il “cartoonesco” erano fortemente associati all’infantile, o peggio al disadattato nerd.

Così Capitan Power fallì nell’agganciare il pubblico adulto: poiché per via di certi suoi aspetti caratterizzanti, nonché il forte legame della serie con i giocattoli Mattel, veniva snobbato come roba da bambini. Ma la formula “target ampio”– che in futuro sarebbe diventata un leit motiv nell’intrattenimento – si rivelò particolarmente disgraziata nel relazionarsi con l’altra estremo del pubblico, quello infantile… o meglio, di chi “ne faceva le veci”.

All’epoca i movimenti statunitensi dei genitori erano sul piede di guerra contro gli show per ragazzi, in particolare per due motivi: la violenza e il condizionamento prodotto dal marketing mirato, ovvero la vendita di giocattoli.

Capitan Power finì presto al centro di tale polemica, esponendosi in pieno a entrambe le critiche: era una serie percepita come violenta, costruita com’è su tematiche forti e atipiche che attengono alla dimensione della guerra, della resistenza e della sopravvivenza, implicando persino (per quanto relativamente ai malvagi) suggestioni nazistiche. Inoltre, Capitan Power era una serie indubbiamente e fortemente associata alla vendita di una linea di giocattoli: un tema particolarmente caldo, poiché le serie televisive per ragazzi (cartoon in testa) nacquero effettivamente come stratagemma per aggirare le leggi sulla limitazione della pubblicità orientata ai minori; leggi poi fortemente indebolite dalle politiche economiche di liberalizzazione attuate durante la presidenza di Ronald Reagan, ovvero proprio negli anni Ottanta.

L’associazione con i giocattoli era anzi resa particolarmente forte dalla più volte citata interattività. Infatti, la linea Captain Power by Mattel era speciale, un ulteriore esperimento legato a questo franchise. Essa era costituita dalle action figure articolate dei principali personaggi, realizzate nel formato 3 ¾ di pollici: uno standard imposto a suo tempo dalle classiche action figure di Star Wars, e utilizzato in quegli stessi anni per il fortunato rilancio dei militareschi G.I.Joe (originariamente action doll: lo standard poi utilizzato anche per Big Jim e Action Man).

Per l’epoca le action figure erano piuttosto carine, per quanto inevitabilmente molto semplificate nel design rispetto ai modelli reali, e un po’ troppo fragiline. Ma il pezzo forte della linea erano i veicoli e i playset, dotati in alcuni casi di meccanismi capaci di interagire con gli episodi della serie TV, permettendo così ai suoi giovanissimi fan di lottare “a fianco” dei loro eroi sullo schermo.

In questo senso i giocattoli rimasti iconici sono i due jet, il Powerjet X-7 di Capitan Power (bianco) e il Phantom Striker (nero) di Lord Dread. Dal design molto dettagliato e accattivante, essi erano palesemente delle pistole giocattolo, in grado di lanciare e intercettare (grazie a dei fotodiodi) particolari segnali luminosi. Visionando gli episodi dello show, noterete che alcuni elementi (simboli e raggi laser) sono realizzati con particolari effetti luminosi. Con uno dei jet era dunque possibile “andare in missione” contro i nemici Bio Dread in TV: si facevano punti colpendo i simboli obiettivo, e li si perdeva quando si veniva colpiti – vale a dire, quando non si avevano i riflessi di spostare il jet mentre, nell’episodio, i nemici stavano sparando (nota: a prescindere dalle fazioni e dal realismo, i due jet funzionavano nello stesso identico modo). Inoltre, le pistole/jet potevano “scontrarsi” tra di loro, in maniera analoga a quanto avveniva in altri sistemi di gioco coevi (per esempio Lazer Tag di Worlds of Wonder).

In questo senso, la ending sequence della serie, che rappresenta un attacco a Volcania in POV dal jet (con un chiaro rimando all’attacco alla Morte Nera in Star Wars: Episode IV – Una nuova speranza), era intesa come un’altra occasione di gioco interattivo. E come se non bastasse, in alcuni giftset dei jet erano comprese delle VHS di addestramento: esse contenevano delle avventure, stavolta animate, che in un livello crescente di difficoltà (da 1 a 3) permettevano di giocare anche da videoregistratore.
I difetti maggiori di questo sistema di gioco erano essenzialmente due. In primo luogo la sua longevità, sia in termini propri che assoluti: vale a dire, se da un lato (avevo il Phantom Striker) mi annoiai velocemente di praticarlo, per un’esperienza interattiva costituita principalmente da effetti sonori, che in generale l’avanzata dei videogiochi con accessori analoghi (pistole et simili) lo rese quasi subito obsoleto. In secondo luogo, la scelta di rappresentare il game over – determinato ovviamente dalla perdita di tutti i punti giocatore – facendo “esplodere” l’abitacolo del jet, era particolarmente sciagurata. Sulla carta era una action feature carina: ma nella pratica metteva a serio rischio l’incolumità dello schermo del veicolo (una lastra sottile di plastica trasparente), e del pilota che veniva eiettato con esso.

Neppure la linea di giocattoli, alla fine, ebbe il successo sperato. Ascolti in discesa (nonostante un successo iniziale enorme), polemiche tediose e relativo danno d’immagine, costi altissimi (alcune fonti parlano di un milione di dollari a puntata!), i ricavi del merchandising che non bastavano nemmeno a coprirli… Capitan Power venne interrotto alla fine della prima stagione, con la seconda già pianificata ma mai girata.

Così, nonostante un duraturo successo di nicchia, tale che l’opera è tutt’oggi ricordata con affetto da molti, e i diversi aspetti che rendono la serie oggettivamente interessante e originale, la battaglia di Jonathan Power e i suoi venne lasciata per sempre in sospeso.

Rivista oggi, Capitan Power e i combattenti del futuro ha tutto l’appeal dell’esperimento grandioso ma imperfetto, fallito quasi inevitabilmente; dell’azzardo visionario, mirato nella sua intuizione, ma precoce e sovranamente pretenzioso; anche fuor di finzione, ha l’eroismo della rivoluzione combattuta e purtroppo persa – ma con onore – da soli contro tutti. Una serie che nonostante una regia non sempre altrettanto audace, ha indubbiamente il coraggio di mescolare le carte, tentando di dar vita a qualcosa di nuovo ed entusiasmante negli spettacoli TV di allora. Una serie drammatica, che attraverso il tema della guerra racconta l’importanza della pace e della libertà, mostrando grandezza e miseria dell’umanità con una chiarezza entomologica rara: durante la serie incontriamo un set completo di delatori di ogni genere (citerei almeno il falso Capitan Power dell’episodio 6, The Mirror in Darkness, al centro di un complotto diffamatorio e genocida agghiacciante), a far da prepotente contraltare a eroi oltremodo fragili (a monte, cioè, il problema non è sicuramente la macchina in sé…). Una serie che, per ottenere tutto ciò, mette in scena personaggi complessi, kitsch solo in superficie, che evolvono attraverso una continuity piuttosto forte, notevolmente moderna. Pur non rinunciando alla classica chiusura d’episodio, quella di Capitan Power è infatti una storia che evolve, in cui gli avvenimenti non si spengono con la sigla di chiusura, influenzando coerentemente gli eventi a seguire. La volontà di andare oltre i vecchi schemi è forte e consapevole, e fa mettere in campo riferimenti sorprendenti: abbiamo citato il nazismo, il genocidio, la tortura… ma anche la propaganda (12, Gemini and Counting), la guerra batteriologica (episodio 4, Pariah), il cyberpunk (11, Flame Street), persino le sette (8, And Study War no More), e molti altri ancora.

Insomma, CGI e interattività in fondo erano il meno. Capitan Power presentava numerosi elementi narrativi e formali di rottura, che appaiono effettivamente proiettati nel futuro della serialità televisiva.
Purtroppo, non andò bene. Eppure, nella sua incompiutezza, Capitan Power seppe ugualmente concludersi alla grande: con un finale di stagione caratterizzato da un climax notevole, e quello che oggi chiameremmo un cliffhanger riuscito.

E veniamo così alla storia di Jennifer “Pilota” Chase… semplicemente, il miglior personaggio di tutta la serie.

Negli anni Ottanta la presenza femminile nelle serie più orientate all’azione, che venivano intese come rivolte a un pubblico prettamente maschile, era piuttosto ridotta. In particolare, nel contesto del team protagonista, era limitata di solito a un’unica “quota rosa” sindacale, leggermente defilata rispetto ai protagonisti più di spicco, tipicamente tutti maschi. Molto era cambiato (Ellen Ripley docet) da quando la figura femminile era condannata a un ruolo strettamente di supporto, poiché – per note questioni culturali – si riteneva che la rappresentazione di una donna quale combattente sul campo fosse fuori luogo. Questo, nonostante esistessero da tempo eccezioni-modello quali Wonder Woman, seminale supereroina della DC Comics (nonché parte della triade fondante dello storico editore, assieme a Superman e Batman) creata addirittura nel lontano 1941.

Per esempio – tornando ai favolosi Eighties – nella serie animata G.I.Joe: A Real American Hero (1983-’86), basata sulla fortunata linea di action figure Hasbro, non mancano certo figure di letali ufficiali al femminile: mi riferisco a personaggi quali per esempio Scarlet e Lady Jaye fra i “Joe”, o ancora la Baronessa passando tra le file terroristiche dei Cobra. Ma ancora c’erano delle resistenze: in nome dei vecchi pregiudizi, si finiva talvolta col tirare il freno alla bellicosità dei personaggi femminili. Valga per tutti il caso di She-Ra, la celebre “principessa del potere” della celebre animata realizzata da Filmation e Mattel (ancora loro) tra 1985 e ’86. Nata quale spin-off al femminile del cartoon He-Man e i dominatori dell’universo (1983), presenta una vera e propria protagonista donna e guerriera: un indubbio punto a favore della serie, che resta il primo esperimento in tal senso nel contesto dei cartoon USA dell’epoca. Tuttavia nel corso degli episodi, autoconclusivi e molto innocui in termini di rappresentazione della guerra, è evidente come rispetto ai colleghi maschi a She-Ra sia attribuito un ruolo molto più orientato alla difesa (l’insistenza sui suoi poteri curativi; la sua spada che muta di continuo in scudo, lazo o simili: perché una donna non deve maneggiare troppo un’arma d’attacco); un ruolo inoltre molto estetizzante (è nettamente una supermodella guerriera, sempre impeccabilmente bella), e svolto con il continuo supporto del “gemello” He-Man – ospite frequentissimo della serie – a rimarcare le incertezze degli autori in questa operazione.

Come abbiamo visto a proposito di Lord Dread quale atipico leader delle “forze del Male”, di prim’acchito anche Jennifer “Pilota” Chase sembra assolvere appieno il suo ruolo stereotipico: quello, cioè, di semplice quota rosa del Power Team. Interpretata dalla splendida Jessica Steen, attrice canadese dalla biografia affascinante, che apparirà poi in numerose altre serie (recentemente l’abbiamo vista sui nostri schermi in NCIS – Unità anticrimine, 2003-2015), Jennifer Chase è bella e impavida, coraggiosa ma fragile, e sin dal primo episodio mostra un debole per il suo bel Capitano. Sembra quasi la fidanzatina del gruppo: tanto che ha il grado più basso, è elencata come quinto e ultimo membro del team nella opening, ed è apparentemente relegata a un ruolo più strategico (“Pilota” appunto: prevalentemente del grande jet che il Power team usa per viaggiare dove richiesto). Un ruolo che, sulla carta, potrebbe tenerla lontana dalla battaglia diretta sul campo.

Ma sappiamo ormai come in Capitan Power e i combattenti del futuro la ribellione stia anche nel concept. Così, non solo Jennifer partecipa – eccome! – alle battaglie sul campo; ma in diverse occasioni proprio il suo ruolo di “Pilota” la rende essenziale nelle operazioni belliche più rischiose, per esempio attaccando direttamente le più pericolose postazioni nemiche con il suo mezzo. Ma non finisce qui: se tutti i membri del Power Team hanno un retaggio oscuro e difficile, legato all’esperienza nelle Guerra del metallo e poi nella resistenza, Jennifer Chase cela in assoluto quello più doloroso. Nel già citato episodio 12 (Gemini and Counting), dove la nostra è protagonista di una rischiosa infiltrazione tra le linee nemiche, apprendiamo come Jennifer abbia militato nella ”Bio Dread Youth” (riferimento chiarissimo alla Gioventù hitleriana), l’élite dei giovani ufficiali umani dell’Impero dei Bio Dread; risultandone anzi un membro particolarmente abile ed efficace, le cui mani sono sporche di molti crimini verso i propri simili. Nata e cresciuta senza genitori nella zona dominata dall’Impero (nell’area dei Grandi Laghi, apparentemente), Jennifer non ha avuto in realtà molta scelta. Tuttavia, l’esperienza sul campo della crudeltà dell’Impero ha saputo infine scuoterla: liberatasi dalle illusioni della propaganda, la giovane ha infine abbracciato la causa della resistenza, diventandone anzi una colonna nel contesto Power Team. Il che, tra l’altro, getta una luce particolare anche sulla sua relazione con Jonathan Power, che agli occhi della sua sottoposta è un vero e proprio salvatore.

Il rimorso del passato continuerà sempre a gravare sulla coscienza di Jennifer: nonostante il suo indiscutibile valore come soldato della resistenza, e la sua totale dedizione alla nuova causa. Diversamente da Adora, l’identità segreta di She-Ra, che nel film animato Il segreto della spada (1985) può permettersi di passare dall’esercito del malvagio Hordak alle file della resistenza senza colpo ferire, Pilota continuerà a patire profondamente le colpe della sua precedente militanza tra le fila di Lord Dread. Una sottotrama che esplode nell’episodio 14 della serie (Judgement), dove il caporale Chase – in cerca di aiuto dopo un atterraggio sfortunato con Power, rimasto ferito – trova un villaggio in cui viene riconosciuta da alcune sue ex vittime. Qui viene sottoposta a un vero e proprio processo in salsa western, durante il quale sarà costretta a ripercorrere alcuni dei momenti peggiori quale luogotenente dei Bio Dread. L’episodio rappresenta la vetta assoluta di tutto il dramma bellico presente nell’opera, e valse alla Steen una nomination per i Gemini Award del 1988, come “migliore interpretazione di un’attrice in un ruolo continuativo”.

Il realismo di Capitan Power nel mettere in scena la crudeltà della guerra e delle sue conseguenze, era qualcosa di mai visto e inaudito, almeno per la platea cui si riferiva. Era qualcosa di mai visto anche nella gestione dei personaggi, sulla cui caratterizzazione si riverberava con una severità inedita. Questo è particolarmente evidente nel personaggio di Jennifer Chase e nel suo fato… e arriviamo così al finale di stagione; che purtroppo, come abbiamo visto, sarebbe stato prematuramente anche quello di serie – per cui, ALLERTA SPOILER, proseguite a vostro periglio.

Con il progresso della serie, la continuity di Capitan Power si fa più serrata. E negli ultimi 4 episodi della serie, due doppi episodi dai toni decisamente drammatici, molti nodi vengono al pettine. Negli apocalittici episodi 19 e 20 (New Order parte 1 e 2), assistiamo al tentativo di Lord Dread di lanciare un attacco definitivo ai ribelli, che è stato precedentemente organizzato attraverso diverse fasi (una sottotrama importante della serie, dal nome nettamente nazi di “Project New Order”). Capitan Power e i suoi sono stati in grado di intervenire contro le precedenti, ma il peggio deve ancora venire: con un satellite sviluppato per digitalizzare in massa la popolazione, e un’arma capace di distruggere la superficie terrestre su larga scala. Lo scopo, insomma, è eliminare ogni traccia di umanità libera. Il Power Team si mobilita: e dopo un’epica battaglia non solo impedisce la realizzazione dei piani dell’Impero, ma riesce persino a danneggiare gravemente l’apparentemente inespugnabile Volcania.
Lord Dread non la prende affatto bene. Così, nel dittico finale degli episodi 21 e 22 (Retribution parte 1 e 2) assistiamo alla sua tremenda vendetta. In sintesi, Dread stavolta ha le intuizioni giuste, che gli permettono di risolvere l’enigma relativo all’apparente ubiquità di Power e i suoi: per spostarsi, i nostri eroi utilizzano il teletrasporto; e una volta scoperto questo tramite Blastarr, un Soaron equipaggiato con un dispositivo apposito riesce persino a decrittarne le frequenze. Il Power Team, che poco prima festeggiava la vittoria definitiva sul progetto Ordine Nuovo, si ritrova presto in mezzo a una colossale trappola: con il Capitano e i suoi attaccati sul loro jet, di cui l’Impero può ormai agevolmente rintracciare gli spostamenti; e contemporaneamente la Power Base messa sotto assedio da Blastarr e le sue truppe. A difenderla, per una serie di combinazioni, c’è solo il caporale Jennifer Chase. In un finale che più tragico non si può, assistiamo alla strenua e sofferta battaglia della giovane donna. Dopo una parziale confessione d’amore, corrisposta dal Capitano ma interrotta dagli eventi, Jennifer riuscirà a dichiararsi completamente solo nella sua ultima, concitata comunicazione radio; questo poco prima di sacrificarsi nell’autodistruzione della base, impedendo così che i segreti del team potessero finire negli artigli dell’Impero.

Attraverso gli anime e i tokusatsu, il Giappone ci ha abituato al dramma bellico e alle morti tragiche. Non altrettanto gli USA: e vedere un sacrificio simile – di un’eroina poi! – in una serie americana “per ragazzi” fu qualcosa di totalmente shockante. In un tragico contrappasso, Jennifer Chase ripagava per sempre tutti i suoi debiti, nel contempo alzando gloriosamente al cielo la bandiera del dramma. Niente male davvero, per una serie stupidamente accusata di essere “solo pubblicità per giocattoli”.

Di Capitan Power esiste anche un film di montaggio, uscito nel 1991. Dal 2012 circolano voci, attribuite a Gary Goddard, relativamente a un possibile reboot. Nel 2016 il teaser di un ipotetico reboot intitolato Phoenix Rising, fa effettivamente capolino in occasione dell’annuale edizione del San Diego Comic-Con. Ma da allora non se ne è saputo più nulla.

Alessandro Bruzzone

Una notte in Transilvania (Transylvania 6-5000)

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Dopo aver visionato un found footage ritraente il mostro di Frankenstein, il direttore di un giornale di provincia decide di inviare due reporter in Transilvania per indagare sulla vicenda.

Una volta giunti nel Vecchio Mondo, il duo dovrà sgarbugliare una semplice matassa condita da un’ingenua componente mistery e da svariate supercazzole che porterà alla scoperta di un covo segreto e di un mad doctor con disturbo dissociativo d’identità.

Analizzando la pellicola, è chiaro fin da subito che la redazione per cui lavorano i nostri compagni di merende, sia una becera testata giornalistica di scoop inesistenti. Alle pareti è possibile notare prime pagine che strillano: “Are alien creatures using your body for sex while you sleep?”.

Il giovane Jeff Goldblum, un anno prima de La Mosca, interpreta Jack Harrison: un giornalista capace, incentivato da una continua ricerca di un’esclusiva e indignato per questo assurdo compito impostogli. A fargli da spalla, troverà uno sprovveduto Gil Turner, impersonificato da Ed Begley Jr.

L’accostamento tra i due personaggi è ben bilanciato; e mentre il primo è un abile segugio che fiuta piste e scova indizi, il secondo brucia qualsivoglia copertura e attira su di sé gli scherni dei popolani.

Dopo questo veloce siparietto ambientato negli States, si aprono i titoli di testo con un fatto curioso: l’aereo che decolla è palesemente differente da quello ripreso in volo e da quello che infine atterra. Ingenuo errore, o chiaro riferimento alla mancanza di una tratta intercontinentale diretta tra U.S.A. E Romania?

Notevole, inoltre, il treno notturno che viaggia tra monti innevati, in grado di far risvegliare anche i più assopiti parafiliaci del modellismo ferroviario.

Giunti a destinazione, Jack & Gil troveranno una meta ormai svuotata del proprio fascino gotico e soppiantata da attrazioni turistiche fatiscenti degne solo di Alan Ford e del gruppo TNT.

Ospitati nel castello del sindaco (una sorta di sballato cappellaio matto che ghigliottina uova, ironizzando sul fatto che in America usino invece la sedia elettrica), veniamo a conoscenza della servitù: una combriccola di folli borderline in grado di far piovere gag in un continuo diluvio di risa isteriche. Forse alcune trovate comiche potranno sembrare banali o incomprensibili a causa di un non troppo riuscito doppiaggio; ma la scena della colazione tiene testa ai “germi miei” di Scary Movie 2. Da notare che nemmeno Goldblum riesca a trattenere le risate durante il ciak.

Dopo un paio di fallimenti nelle indagini, i reporter scovano la pista giusta che li porta ad intrufolarsi in un manicomio e alla conoscenza del dottor Malavaqua (un medico ormai radiato dall’albo che continua in segreto i suoi esperimenti).

In concomitanza, con un montaggio alternato da far impallidire Griffith, ci vengono mostrati i vani tentativi di depistaggio da parte del sindaco e del capo della polizia intenti ad insabbiare qualsiasi storia che possa riportare in auge i nomi delle antiche leggende folkloristiche locali.

A circa cinquanta minuti dall’inizio della pellicola, ci viene mostrato il laboratorio di Malavaqua (che si trasforma in una sorta di Mr. Hyde ogni qualvolta oltrepassa l’ingresso del suo covo) in cui tiene prigioniero al suo interno tutte le antiche glorie horror della Universal.

Scovati dalla polizia e da un gruppo di popolani che vuole linciarli in pubblica piazza, assisteremo ad un banale plot twist con happy ending: in realtà il mad doctor, altri non è che un filantropo intento ad aiutare un gruppo di freaks.

Ecco allora che le creature ci vengono mostrate per quello che in realtà sono: la vampira altri non è che una ninfomane in cerca del vero amore; la mummia scopre le vesti, mostrandoci la donna più bella di tutta la Romania; l’uomo lupo è un povero individuo che soffre di ipertricosi e che si sottopone a sedute di elettrolisi per poter, a detta sua, andare in spiaggia.

Il dialogo finale sembra dettato da un Giovanni Verga ottimista e intriso di speranza. Radu, membro della servitù, ultimo tra gli ultimi, lancia un monito ai popolani e agli spettatori inneggiando ad una rivolta di classe che si tramuta in rivolta metafisica: improvvisamente, assieme a suo figlio e sua moglie, perde la gobba e assume una posizione composta, quasi trascendente.

Dirige con alcuni scivoloni sui tempi del racconto, il maestro Rudy De Luca, che dieci anni più tardi sceneggerà la pellicola di Mel Brooks, Dracula morto e contento; concedendoci anche un piccolo cameo con le braghe abbassate intento in un animalesco atto sessuale tra i rovi delle foreste transilvaniche.

Finanziato dalla Dow Chemical Company con un budget di 3 milioni di dollari, il film venne girato per motivi di fondi congelati dall’azienda, in territorio jugoslavo.

Piccola curiosità per i lettori di Malastrana: il titolo originale dell’opera, Transylvania 6-5000, è lo stesso di un corto animato della Warner Bros del 1963 con protagonista Bugs Bunny. Entrambi i titoli però, si rifanno al brano Pennsylvania 6-5000 di Glenn Miller del 1940.

Luca Caponi

Una notte in Transilvania

Titolo originale: Transylvania 6-5000

Anno: 1985

Regia: Rudy De Luca

Interpreti: Jeff Goldblum, Ed Begley jr., Michael Richards, Geena Davis, Jeffrey Jones, John Byner, Carol Kane

Durata: 93 min.

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Chi è sepolto in quella casa?

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Nel 1981 Sam Raimi rivoluziona l’idea di Horror con Evil Dead, pionieristico primo capitolo della saga che porterà nel mito il personaggio di Ashley “Ash” J. Williams, il più cazzaro e sbruffone degli eroi, interpretato dal Re dei B-Movie, Bruce Campbell. Il successo del film ne consente l’esportazione e il suo arrivo nel Bel Paese è seguito dal solito dilemma: come adatto il titolo? Siamo abituati da sempre a traduzioni incredibili, ma qui si toccano vette di genialità visto che Evil Dead diventa La Casa. Se qualcuno obietta che effettivamente succede tutto in una baita e che tradurre letteralmente avrebbe fatto schifo, sappia che sì, ha perfettamente ragione, ma comunque è un orribile compromesso. Più che altro perché, da quel momento in poi, moltissimi film horror aventi come location un edificio stregato, maledetto o infestato avranno nel titolo la parola “Casa”. Non fa nulla se non c’entra un beneamato, l’italico adattatore ce l’ha più lungo di voi e se ne sbatte: La Casa 2, La casa 3, La Casa 4, 5 e 7 (già, il 6 non esiste, acquistato come titolo seppur mai utilizzato), La Casa di Helen, Sola…in quella Casa e, per finire altrimenti andiamo avanti tutto il giorno, Chi è sepolto in quella Casa?, titolo italiota di House.

Se non bastasse su quasi ogni locandina spicca lo stesso font e la stessa C a falce, giusto per creare un meraviglioso quanto inutile trait d’union tra film che non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Curiosità a parte, in mezzo alle innumerevoli “Case” ce ne sono poche degne di nota, nel bene o nel male, ma sicuramente una di quelle che spicca è House, ovvero Chi è sepolto in quella casa? di Steve Miner, regista di Venerdì 13 parte II e III, Warlock e Lake Placid. Con il soggetto scritto dal Fred Dekker di Scuola di mostri e Dimensione terrore, il film di Miner è un pezzo d’infanzia, per chi ha già spento un po’ di candeline, e senza dubbio è uno dei degni figli di quegli eighties fantastici e irripetibili che per molti non sono mai passati. Dopotutto è il 1986, anno incredibile che sforna Top Gun, Nove settimane e ½, Il nome della rosa, Platoon, Labyrinth, La Mosca, Velluto Blu, Grosso guaio a Chinatown e basta così altrimenti mi deprimo causa brutale consapevolezza d’invecchiamento. Piccoli fruitori dell’horror crescono, in quei pomeriggi di scazzo adolescenziale o nelle serate dove speravi che i film dell’orrore ti aiutassero nelle conquiste da latin lover dei poverissimi.

Ecco, Chi è sepolto in quella casa? è una di quelle pellicole che si potrebbero erroneamente guardare solo come pretesto, causa anche banalissimo titolo italiano, e nel farlo si compirebbe peccato sacrilego. A dispetto dell’apparenza, infatti, il lavoro di Miner e dello sceneggiatore Ethan Wiley (La casa di Helen, Gli adoratori del male) è qualcosa di stupefacente, in grado non solo di vincere diversi premi, ma di restare quasi indelebile nella memoria degli appassionati di Genere. La cosa curiosa, anche se forse non sorprende, è che complice di questi affettuosi ricordi non è la trama, in realtà altalenante e non priva di buchi, bensì tutto il resto, tra invenzioni visive, intuizioni che non passeranno inosservate nel tempo, solide basi e un folle mix di horror, onirico e grottesco. La storia di Roger Cobb (il simpatico William Katt del mitico Ralph Supermaxieroe), reduce del Vietnam divenuto scrittore, non è di per sé originalissima, ma la sua narrazione è capace di regalare momenti spassosi. Cobb, un matrimonio fallito alle spalle a causa della prematura morte del figlioletto, si ritira nella casa della zia appena morta suicida per scrivere il suo nuovo libro. In quella inquietante dimora, dove anche il figlio era scomparso, si rende conto che la zia aveva ragione e che qualcosa di malefico si aggira per le stanze.

Attrezzi e utensili che svolazzano provando a uccidere, mostri nell’armadio, traumatiche visioni di vita vissuta, un essere in abito da sera che pare uscito da Evil Dead, ma soprattutto un’onirica discesa nelle tenebre attraverso lo specchio rotto del bagno e un finale magari frettoloso, ma che di sicuro lascia il segno. Un segno cazzuto e divertente, intendiamoci, perché se puntate a guardare Chi è sepolto in quella casa? per ammirarne la sceneggiatura, allora forse non avete ben compreso di cosa si tratta. No, per questa volta lasciate stare velleità varie o chissà quali recensioni critiche, questo film pur dimostrando tutti gli anni che ha, e anche di più, è un divertissement che andrebbe rispolverato più spesso: atmosfere che ricordano Evil Dead 2 senza l’imbarazzo del citazionismo becero, tocchi horror anni ’80, umorismo e un’inaspettata profondità nel condurre il protagonista dal suo tragico passato all’accettazione e alla rinascita. Che scritto così pare di vedere un thriller psicologico, ma non temete, al mostro in stile “Henrietta Knowby” con le unghie laccate avrete già sputato un polmone dal ridere. Ad avercene di film così.

Manuel “Ash” Leale

Chi è sepolto in quella casa?

Titolo originale: House

Anno: 1985

Interpreti: Steve Miner Cast: William Katt, George Wendt, Richard Moll, Kay Lenz, Michael Ensign, Mary Stavin, Erik Silver, Mark Silver, Susan French, Alan Autry, Steven Williams, Jamie Calvert, Mindy Sterling, Jayson Kane, Billy Beck

Durata: 93 min.

Breakfast Club

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Chicago, 1984. Alla Shermer High School cinque sedicenni si preparano a passare il sabato in punizione, chiusi in biblioteca.

Ad accoglierci, avvolgente e penetrante, un successo dei Simple Minds scritto appositamente per questo film: “Don’t You (Forget about me)”. Non potete negarlo, l’avete letto cantando!

La stessa canzone chiude anche il film, come a suggellare un percorso completato, un traguardo raggiunto. Pare che l’originale di questo brano durasse due ore e che fosse in possesso del regista, John Hughes.

Con questo successo anni ’80 ancora nelle orecchie ci addentriamo nella Shermer High School ed eccoci in biblioteca. Arrivano i nostri protagonisti, all’apparenza nulla li accomuna.

Abbiamo Claire, bella e impeccabile; la tipica ragazza popolare, tutta shopping e buone impressioni.

Poi c’è AndySportiv — l’atleta del gruppo, un futuro già scritto attorno al pallone da football.

Brian, il secchione, ottimi voti, timido, viso quasi angelico. In mezzo agli altri potrebbe quasi passare per un bambino.

Allison, la disadattata, ombrosa, a tratti impenetrabile. Per gran parte del film sta per conto suo e solo ad un certo punto, quando lei lo vorrà, troverà il modo di emergere e far capire che non è poi così strana.

Infine lui, John, John Bender. Quello che darà più filo da torcere al preside Vernon — carceriere dei nostri amati ragazzacci — intento a fare il meno possibile nel suo ufficio.

John è il tipico bullo, così vuole apparire. All’interno della nostra storia riveste però un ruolo cardine; sin dall’inizio smuove le acque di questo sabato di punizione. Mette gli altri compagni nella condizione di doversi adattare alla sua presenza e questo li porterà ad interagire in modo molto diverso da quello che probabilmente loro stessi avrebbero voluto o pensato. È il protagonista tra i protagonisti.

Superati i convenevoli, diamo un contesto alle scorribande dei nostri protagonisti. L’inizio della loro punizione in biblioteca ha un suono amarissimo: il preside Vernon lascia loro il compito di scrivere un tema dal titolo “Chi sono io?”. Obbligo per tutti: restare in biblioteca.

Sembra che nessuno abbia voglia di farlo ma, come credo capirete guardando il film, la domanda “Chi sono io?”, in qualche modo sembra insinuarsi nella mente di ognuno di loro. Con tempi e modi diversi, ciascuno di loro mostrerà una parte di sé.

Grazie a questi scambi verranno anche fuori i veri motivi per cui ciascuno di loro è finito in punizione.

Claire, ad esempio, ha saltato scuola per andare a fare shopping. Un modo per evadere dalla sua vita da principessa o magari semplicemente uno spazio suo, lontano dai disagi causati dai genitori sempre in lite con lei in mezzo.

Andy, per rendere orgoglioso il padre che vorrebbe vederlo più “macho”, ha bullizzato un compagno di squadra più debole. Se ne vergogna molto, ne soffre perfino.

Brian è terrorizzato, quasi depresso per aver preso brutti voti in una materia tecnica. Sa di poter recuperare ma la media è compromessa. Questo in famiglia è inaccettabile. Ha tentato il suicidio con una pistola lancia razzi. Certo, tentativo goffo ma, la pistola è stata trovata ed ecco la punizione.

John, per attirare l’attenzione — che a casa non ha — ha fatto scattare l’allarme antincendio senza motivo. Ha collezionato l’ennesimo sabato in punizione.

Infine Allison. Lei pare non abbia fatto nulla. Non aveva niente di meglio da fare. A casa non la considerano, non ha amici, dice. Così è venuta a passare il sabato in punizione a scuola.

Sembra, quindi, che i nostri giovani protagonisti siano tutti profondamente turbati dal rapporto con una generazione di genitori problematici. Maneschi, assenti, calcolatori, troppo esigenti. Ad un certo punto iniziano a chiedersi se anche loro diventeranno così. L’istinto li porta a rispondere di no, chi con lo sguardo, chi a voce. Ma una saggia Allison, con le lacrime agli occhi, dice che è già successo e aggiunge: «Quando cominci a crescere, il tuo cuore muore.».

È questa una delle scene più toccanti del film, in cui i ragazzi si parlano a cuore aperto, confessano l’un l’altro molto di sé. È anche una scena interessante perché girata in modo molto spontaneo e casuale. L’intero film è girato in sequenza e questa scena in particolare, ovvero la conversazione in cerchio, è stata completamente improvvisata. Forse anche per questo ha avuto un impatto emotivo così forte.

Il sabato sta per finire e i ragazzi hanno pur sempre un compito da consegnare; a Brian, il cervellone del gruppo, resta l’ingrato compito. Lo svolgerò per tutti e nel migliore dei modi. Una rivincita sul mondo degli adulti che etichetta gli adolescenti nei modi più assurdi per poi fare in modo che diventino esattamente ciò che quelle etichette dicono.

Breakfast Club è un cult anni ’80 ma sono convinta che non abbia tempo e che anche oggi possa avere un suo perché, un suo impatto. A prescindere dal contesto sociale e da aspetti che forse oggi non siamo più in grado di tollerare — aggiungo giustamente — come le insistenti molestie di John a Claire, credo che la storia di fondo potrebbe essere comprensibile anche da un adolescente di oggi.

Concludo con una citazione dal film, del secchione Brian: «Tutti siamo un po’ strani, solo che qualcuno di noi è più bravo a nasconderlo.».

Valeria Vaccaro

The Breakfast Club

Anno: 1985

Regia: John Hughes

Interpreti: Anthony Michael Hall, Emilio Estevez, Judd Nelson, Molly Ringwald, Ally Sheedy, Mercedes Hall, Paul Gleason

Durata: 97 min.