Le notti mai viste di Zio Tibia: Beyond The Black Rainbow

Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno, in altri lidi, l’immenso capolavoro Society e, il discontinuo La casa del diavolo. Intanto, noi di Malastrana, abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca al pazzo, psichedelico, inqualificabile Beyond The Black Rainbow. Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi, è la colonna sonora dell’altrettanto folle Blue Sunshine di Jeff Leiberman.

Chi scrive è troppo vecchio e stanco per lanciarsi in una oracolare interpretazione di questo delirio firmato Cosmatos. Cosmatos, sì, ma non George P.! Il regista di Beyond The Black Rainbow è il figlio Panos. E questo suo debutto assoluto nella regia e sceneggiatura, dopo alcune partecipazione in veste di aiuto negli ultimi film del padre, è un incrocio tra un delirio artistoide e un incubo metagrafico; parola che non esiste e di cui il sottoscritto scrivente rivendica la paternità. E pure la maternità.

btbr4

George P. Cosmatos era il regista dei violenti film d’azione anni 80 con Sly Stallone (Cobra, Rambo 2) e di rivisitazione storiche posticce della vecchia frontiera (Tombstone). Un regista dal pedigree indiscutibile per questo sito. Il figlio un po’ meno. Diciamo anzi che la presenza di Panos sul blog Malastranavhs è più dovuta a ragioni di sangue. Per il resto Cosmatos jr. sembra il nemico da combattere. Questo se non fosse che le sue scelte stilistiche e le sue pretese autoriali risultino così eccessive e prive di compromessi rispetto all’andazzo generale di oggi, da farne un serio anticonformista.

MOV_BeyondTBRainbow4_2324.jpg

Le visioni di Panos e il suo linguaggio sono così fuori misura, di rispetto per i soldi spesi, da rendere la sua epica della rarefazione una cosa degnissima dello spirito malastrano e il suo film un piatto originale e ambiguo che merita più di un assaggio.

I figli lavano via i peccati dei padri? Qui diciamo che è il figlio a peccare, di tante cose. George era inquadrato, commerciale, cinico, un professionista poco stimato dalla critica, colpevole di piazzare i suoi titoli in cima alle classifiche da botteghino e uno che se ne fregava di non figurare tra gli approfondimenti dei Cahiers. Panos invece è autore criptico, pentecostale, sadico e misantropo nei confronti di un pubblico che nella maggior parte dei casi non ha l’ossatura cognitiva abbastanza resistente e flessibile da arrivare al primo tempo di Beyond The Black Rainbow senza avere una reazione simile a quella di Elena al minuto 26: collassando così male da fratturarsi il buon umore per un anno.

maxresdefault

Questo film di fantascienza che mette insieme Jodorowsky e Kubrick, Lynch e Carpenter, Sean Cunningham, Ridley Scott e Kenneth Anger è un bel pasticcio di presunzione impunita, creatività sconvolta. Il mondo rappresentato sembra un sogno hipster, più che hippie, di un retro-culturista degli anni 80: la colonna sonora composta da tal Sinoia Caves, riecheggia i Tangerine Dream e Carpenter, le citazioni pop invece sono davvero puriste (Angel Dust dal primo e inviolabile capolavoro dei Venom, Welcome To Hell o la misconosciuta synthpop band SSQ con Anonymous) mentre tutto il retroculto di macchine in stile Kit-Delorian e poi mangianastri e computer rumorosissimi riportano al consueto arcadismo anni 80. Si ribadisce il concetto di Alien e della sci-fi di 30 anni fa: la tecnologia è rumorosa, musicale quasi. Noi del futuro abbiano scoperto che così non è ma Panos Cosmatos dice fottetevi, in un altro futuro, incistato negli anni 80, l’elettro-domestica sarà gioiosamente fastidiosa. Anni 80 o forse il 2020, con una contaminazione popster che ormai non ha più risparmiato nulla. I due metallari bevono birra con le magliette anni 80, un registratore e una cassetta che spara heavy metal ma potrebbero essere degli intellettuali che magari leggono i fumetti di Robert Crumb per addormentarsi e mangiano semi di lino a colazione.

beyond-the-black-rainbow

C’è poi un motivo per cui hanno messo una ridicola parrucca da Ken a Michael Rogers; non vogliono solo farlo sembrare Matthew McConaughey durante una chemio particolarmente intensa spendendo molti meno soldi che ingaggiando l’originale. Nella seconda parte del film si capirà che la parrucca è un’illusione ostentata; come i manichini di Fulci che precipitano. Diciamo che il regista deve aver avuto le sue ragioni. E anche lo sceneggiatore. E siccome sono la stessa persona, possiamo prendercela con uno solo e fare male a entrambi.

A essere schietti bisogna ammetterlo: ci sono degli elementi che sfuggono in Beyond The Black Rainbow. Buchi neri da colmare con le nostre più sfracellanti significazioni. Lo spettatore deve interpretare la decisione di mettere e togliere un parrucchino dalla testa di un attore, per esempio. A guardare Michael Rogers completamente glabro tornano in mente gli infetti del film Blue Sunshine di Jeff Leiberman, ma non è una pista così buona per raccapezzarsi della metamorfosi. Una volta libero dalla capigliatura finta non abbiamo tempo di riflettere perché siamo subito lasciati soli davanti a una nuova sfida interpretativa: perché fargli smettere i panni alla Ted Bundy e indossare abiti in pelle tipo Psycho-bikers alla Corman?

michael-rogers-as-barry-nyle-in-beyond-the-1

Inizialmente Beyond The Black Rainbow è lento. Poi peggiora. Sfocia nel mare acido. Pare l’esperimento di Herzog di Cuore di vetro con le caramelle per diabetici al posto delle droghe vere. Per certi versi ricorda Begotten di Merhige, con la sua muscolare artisticità inferta in modo estremamente violento. Per dire, nei primi trenta minuti, l’uso dei rallenty e delle dissolvenze optate da Panos Cosmatos sembrano provocazioni; schiaffetti e pitalocchi in faccia allo spettatore più ben disposto.

Cosmatos è nato in Italia, dal padre George e una scultrice svedese, nel 1974. Aveva 36 anni quando ha esordito alla regia con Beyond The Black Rainbow. Queste info biografiche vanno dette, ma facendo come lui, senza specificare il motivo. Così, ci sono e chi vuole può usarle per capire di più o di meno. Lui ha un po’ lo stile Refn. Non puoi guardare un suo film e dire: uhm, carino. Accade lo stesso con Mandy, il secondo lungometraggio. Esci dal cinema o riavvi il pc e dici a te stesso che lo vorresti morto oppure che oh, tu lo adori quasi con lo stesso entusiasmo con cui ti inebriavi dei calzini dei compagni di classe dopo l’ora di ginnastica alle medie, libero di amare qualcosa che tutti rifugiano.

Beyond The Black Rainbow still image

Beyond The Black Rainbow è caotico, impressionista del tipo dead end, ovvero il suo cinema è un telone imbrattato che nasconde un muro di mattoni contro cui spappolarti il capoccione gonfio di critica supponente e tossine analogiche. Il nero arcobaleno del titolo onestamente è solo una frase che balena nelle stringate battute del film. Poteva intitolarsi anche La sospetta fetta di formaggio e avrebbe avuto lo stesso livello di senso inglobante.

Nel finale la ragazza prigioniera si libera ed è come se nascesse. Prima vaga per la clinica – astronave – alveare in stile Alice carroliana sotto shock. Prima ancora è una sorta di Giovanna D’Arco alla Dreyer ma senza battute e soprattutto senza un dio a cui guardare; quindi è banalmente e disperatamente pazza. C’è chi dice che i pazzi siano quelli davvero in comunicazione con l’Altissimo. E se non c’è chi lo dice, qualcuno dovrebbe dirlo. In un certo senso questo film, così disperato e indisponente, sembra in fondo più religioso di un qualsiasi carnaio di Mel Gibson ma non sappiamo a che Dio si stia votando Cosmatos. Di sicuro nemmeno noi spettatori riusciamo a crocettare la nostra scheda eternorale. Se dobbiamo dare briglia alle associazioni puramente soggettive, l’aria incerta della protagonista, finalmente libera dall’amniocentico centro di detenzione per la ricerca psicoschizofrenica, è L’Atalante di Vigò che risale dall’Inferno. Gli insetti, il creato intero fatto di fango e fili d’erba è invece una goethiana reviviscenza del caro vecchio Romanticismo necrofilo, con una strizzatina di bulbo a Phenomena; perché in fondo anche la fascinazione di Helen per la natura è sofferta e stregata come quella di Jennifer del film di Argento. Il finale sembra Shining sull’astronave di 2001. E per non farci mancar nulla, Cosmatos trasforma la ragazza, patetica, struggente e un po’ pallosa, in un ibrido tra Carrie di De Palma e uno scanner buono sì ma fino a un certo punto.

Francesco Ceccamea

Beyond the Black Rainbow

Anno: 2010

Regia: Panos Cosmatos

Interpreti: Michael Rogers, Eva Allan, Scott Hylands, Marilyn Norry, Rondel Reynoldson, Ryley Zinger, Gerry South, Chris Gauthier, Geoffrey Conder, Roy Campsall, Richard Jollymore, Christian Sloan, Sara Stockstad

Durata: 110 min.

beyond-the-black-rainbow (1)

Le notti mai viste di Zio Tibia: Cabin fever 3 (Patient Zero)

Tag

, , , , , , , , , , , ,

Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il cult soaviano La setta e, a casa del  mitico Zinefiloil Dr. Giggles. Intanto, noi di Malastrana, abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca al terzo, folle capitolo di Cabin Fever.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi, è la fighissima Flesh to Flesh da Il ritorno dei morti viventi 2.

E’ il momento dell’addio al celibato per il giovane Marcus, ma anche il momento di dire addio ai suoi amici d’infanzia. Quale occasione migliore di una vacanza su un’isola deserta a fumare erba e bere birra senza un domani? Peccato che il paradiso terrestre sia anche la base segreta di un equipe medica che studia un virus letale. E’ l’inizio di un contagio che consumerà sia i rapporti tra i personaggi che la loro carne!

wiz_khalifa___cabin_fever_3_by_renofswagzareth_d9jvmbn-pre.jpg

Kaere Andrews è un signor nessuno nel mondo del cinema: un horror e un episodio degli Abc of death, entrambi non memorabili. Discorso diverso per quando si parla di Kaare Andrews fumettista e sceneggiatore: emozionanti i suoi lavori per la Marvel, soprattutto le avventure dell’Uomo Ragno e dell’Incredibile Hulk. Dev’essere stata questa la sua buona fama creativa a convincere i produttori del terzo Cabin Fever ad affidargli il timone del progetto, vuoi anche perché il suo film d’esordio, Altitudine, pur se non riuscito, aveva un buon piglio tecnico e una cerca bizzarria nel plot, motivo di culto tra i fan del genere.

CabinFever-still

Dopo l’esagerato, grottesco e sanguinosissimo Cabin fever 2: spring fever, la saga sembrava destinata alla prematura chiusura: il lavoro di Ti West aveva scontentato i produttori e il film, rigirato parzialmente e montato senza l’ausilio del suo autore, era stata un’uscita repentina in dvd, distrutta criticamente ed odiata dal pubblico. Da noi, in Italia è passato, con ritardo, solo per il mercato home video, un’uscita corsara e invisibile,  un peccato perché Cabin Fever 2 con i suoi eccessi era una pellicola molto divertente. Questo terzo capitolo si presuppone essere un prequel al primo film, ma alla fine ne esce un’opera a sé stante, con ben pochi punti d’unione con il suo prototipo. Scende anche il livello di nudi (un paio di tette mostrate di sfuggita) e di gore, ma questa volta a contare più che la quantità è la qualità: la regia di Andrews è inaspettatamente potente. Se nel complesso il film narrativamente risulta già visto con il solito gruppo di ragazzi che per un addio al celibato scelgono, sfiga della vita, un’isola perduta (ma cazzo si chiamava Isola del diavolo!!!!) dove il bacillo del famoso virus magia carne contamina persino l’acqua del mare, a contare è soprattutto l’inedito tocco registico, da vero cinecomix horror. Tra colori violentissimi che riportano al Creepshow romeriano o personaggi tagliati caratterialmente con l’accetta come un fumettaccio di serie B, il film scorre liscio come l’olio, fino all’incredibile (raccontarlo non rende giustizia) lotta tra due ragazze infette. Sembra di assistere, in questa sequenza, ad uno scontro tra due supereroi arrabbiati, i famigerati numeri dove Hulk prendeva a mazzate La cosa, con botte da orbi, ma anche arti che si spezzano per la cancrena del virus, pelle che si sfila come guanti e umori vomitati, nel momento più insostenibile di tutta la pellicola.

img

I cliché della serie ci sono tutti e non manca una sequenza di sesso estremo tra un’infetta e il suo ragazzo, un cunnilingus che vede impegnato lo sprovveduto con eccessiva foga (“Sei bagnatissima”) finché, alzando il viso dal sesso della partner, il giovane non ne esce tutto pieno di sangue e pezzi di carne.
Sono però cose che ogni fan della serie si aspetta ed era proprio l’approccio troppo dissacrante di Ti West nel secondo capitolo ad averne decretato il disastro: qui invece Andrews, pur non rinunciando all’ironia (vedere la divertente morte del poliziotto infetto per esempio), riesce perfettamente a calibrare ogni aspetto del suo film. Siamo poi nell’unico film della serie dove i malati sembrano zombi, una virata che, prima o poi, doveva essere fatta, e che riporta senza dubbio al modello ispiratore del primo film di Roth, l’Evil dead raimiano. Tra gli attori, abbastanza anonimi, spicca per professionalità lo Sean Astin di Goonies e Il signore degli anelli, qui nei panni del paziente zero, portatore sano del virus. Nel complesso quindi non aspettatevi un film rivoluzionario per trama (anche se un paio di colpi di scena nel finale sono ben assestati), ma un horror ben girato, leggero e divertente, né più né meno rivoluzionario di un fumetto di Oltretomba. Il rischio è solo di divertirvi.

Andrea Lanza

Cabin Fever: Patient Zero

Anno: 2014

Regia: Kaare Andrews

Interpreti: Sean Astin, Currie Graham, Ryan Donowho, Brando Eaton, Jillian Murray, Mitch Ryan, Solly Duran, Juan ‘Papo’ Bancalari

Durata: 91min.

Cabin-Fever-Patient-Zero-Movie-Poster813Ze+K0KOL._SL1500_

TH1RTEEN R3ASONS WHY: Oh Mamma, mi è sembrato di vedere il fantasma di Hanna Baker!

Tag

, , , , ,

TH1RTEEN R3ASONS WHY è una serie che mi ha subito catturato. Non mi è mai importato degli haters, dei complottisti dell’ultima ora, di quelli che se la moglie se ne è andata, se il cane ha pisciato sul tappeto, se gli immigrati avanzano, la lega si scioglie, il PD assassino, le foibe, Bibbiano, le cavallette, non ci sono più i gelati come il Piedone, è colpa solo ed esclusivamente di Netflix, anzi Merdflix, perché ci vuole la merda per odiare, mica la Nutella. D’altronde TH1RTEEN R3ASONS WHY è una serie, appunto, Netflix, quindi schifo, disgusto, accendetemi in Piazza Tienanmen perché non posso vivere così.

nuda-per-protesta--ape1.jpg

Abbasso Merdflix!!!

Però, a me, la prima serie piace, mi piace com’è girata, mi ha catturato la storia, sono state 13 puntate che sono filate sulla mia pelle con la stessa facilità di una lama da adolescente suicida. Non la cosa più bella che ho visto ma, se avessi avuto almeno 25 anni in meno, sono sicuro che avrebbe avuto un altro impatto in me, magari sarebbe stato il mio Schegge di follia personale da Generazione Z. D’altronde la prima stagione ha 4 puntate girate da uno dei registi più folli e visionari di sempre, Gregg Araki, lo stesso di Doom Generation, di Ecstasy Generation, dove tra l’altro un simil Godzillino spara a Shannen Doherty. Gregg Araki è l’artista che, grazie a luci da discoteca, splatter esagerato e vuoto cosmico alla Brett Easton Ellis, ha raccontato con fervore invidiabile l’altra Beverly Hills 90210, fatta di orge gay, festini alla coca e castrazioni di giovani americani sullo sfondo della bandiera USA. Certo col tempo è stato evirato pure lui, dalla tv, da film che scimmiottavano i suoi successi come checche isteriche troppo attempate, ma con TH1RTEEN R3ASONS WHY, pur nell’ambito di un prodotto per ragazzi, l’abbiamo visto finalmente alzare la testa e regalarci le puntate più adrenaliniche, colorate e sessualmente scatenate.

NAS1_Safe_H_no-text-1920x930-758x367.jpg

Che brutto trip, Gregg!

Non male per una serie che ha infiammato, fin dai suoi esordi nel 2017, le pagine del web più sciagurate, con pseudo recensioni che ti fanno capire, alla fine, il terribile crimine di internet: dare la parola a tutti anche a chi, per leggi mai comprese di Dio, per il caos shakesperiano, per la Santa Vergine del Pilar, dovrebbe lasciare il suo parere al circolino di pinella, alle chiacchiere con la mamma quando alle 16 mangia felice pane e marmellata. Poi non parliamo di Facebook e dei milioni di post che potrebbero far pensare a TH1RTEEN R3ASONS WHY come ad un omaccione coi baffi che esce con solo un impermeabile il pomeriggio e mostra il pipino alle ragazze nel parco, lascivo e molto molesto. Invece abbiamo davanti una serie che, basandosi sul romanzo 13 di Jay Asher, racconta con delicata spietatezza le ragioni, 13 appunto, registrate su nastro magnetico e spedite ai diretti interessati, che hanno spinto la bella Hannah Baker al suicidio.

13-Reasons-Why-Hannah-Baker-Poster

E’ una storia straziante dove alla fine nessuno è innocente, una storia toccante di bullismo, emarginazione e identità sessuali represse, di giovani mostri in procinto di diventare uomini altrettanto mostruosi, di stupri, di botte e di amori mai dichiarati. In TH1RTEEN R3ASONS WHY tutto è miscelato con furbizia, ma anche con abilità: nulla di quello che racconta è davvero originale, ma palesa una storia che potrebbe succedere ai tuoi figli, ai tuoi amici, magari l’hai vissuta pure tu all’epoca senza raccontarla mai a nessuno. Così le cassette diventano il corrispettivo di un diario, con l’occhiolino alla moda anni 80/90 che è marchio di Netflix, e ci portano dritti in un’inferno adolescenziale che raramente si è visto in tv.

133-1280x640

Di TH1RTEEN R3ASONS WHY ne hanno parlato i giornali, se ne è discusso nelle scuole, i libri di Jay Asher sono balzati di nuovo in cima alle classifica, ma molte polemiche sono state futili e stupide, al pari delle crociate contro i fumetti, i videogiochi o i film violenti che da sempre incendiano i titoli più ignoranti dei giornali. Lo diceva saggiamente Wes Craven in ScreamGli horror non fanno impazzire le persone, al massimo le rendono più creative“, come dire che se sciroccato sei, sciroccato resterai con o senza GTA V, Far Cry o le raspone davanti alle tette di Valentina Nappi. E’ però capitato che qualche adolescente davvero si sia ucciso dopo la visione di 13, magari riconoscendosi nello sconforto senza nessuna speranza di Hanna Baker, abbandonata da tutti, amici, professori e genitori.

d_think_interview_13ReasonsSuicide_180616.jpg

nessuno si suicida nel mondo Netflix

Credo che queste perdite non siano da minimizzare, ma la colpa di certo non è in una serie tv che, vorrei ricordarlo, cerca di sensibilizzare il tema del suicidio. E’ come se, per assurdo davanti ad una pubblicità progresso sui danni dell’eroina, i ragazzi cominciassero a bucarsi. Il problema non è in TH1RTEEN R3ASONS WHY ma nella famiglia e nella scuola, a volte basterebbe solo capirli certi segnali, ma è più comodo puntare il dito verso la tv cattiva e omicida, la stessa televisione che usiamo come babysitter per i nostri bambini, non dimentichiamolo.

13-reasons-why-300.jpg

Così Netflix ha deciso un mese fa di censurare il suicidio di Hanna Baker con una scelta, questa sì, di merda. Perché è con decisioni drastiche come queste, politicamente accomodanti, che una serie tv dalla sua concezione di opera (d’intrattenimento, d’arte, non importa) diventa il Big Mac al quale decidi di togliere i cetriolini perché ti fanno schifo. Però TH1RTEEN R3ASONS WHY non è un fast food, non è lo scherzo di un bambino, è il lavoro creativo di uno scrittore che ha trovato la terza dimensione nella serialità dello streaming, che non ha senso tagliare, come non ha senso mettere le mutande al David di Michelangelo perché la censura non abbellisce un’opera, la castra, la snatura ed è il retaggio più bestiale dei regimi dittatoriali. Un film, una serie tv, un libro, un fumetto o un videogioco, belli o brutti che siano, restano arte e l’arte è un flusso che non puoi imbrigliare ma devi solo subire e comprendere. I metodi potevano essere tanti, dal VM18, al parental control, alle doppie versioni, ma si è scelto, anzi Netflix ha scelto per noi, come neanche fa un genitore severo, che, neanche a 42 anni, potrai vedere e inorridire, incazzarti e magari piangere davanti al suicidio di un’adolescente che hai imparato a conoscere anche, e soprattutto, nei suoi drammi. No, ora la sua morte è tronca, raccontata fuori campo così, si spera, non ci saranno più giardini per vergini suicide.

1034619.jpeg

Io però ho scaricato, e questa volta lo dico con vanto, l’episodio, il tredicesimo, in versione integrale e stavolta, incredibile dictu, la pirateria vince a piene mani sulla legalità. Ora se mai riguarderò TH1RTEEN R3ASONS WHY so che quella puntata sarà solo ed esclusivamente in chiavetta e fanculo al MOIGE. D’altronde, lo dice anche Zucchero nel suo album più bello, Dio salvi il giovane dallo stress e dall’azione cattolica.

Però la storia di questo telefilm mica finisce qui. Perché, ad appena un anno dal suo esordio, nel 2018, su Netflix, esce la seconda stagione. Bene, mi dico, la prima è terminata con degli interrogativi e ci saranno altre cassette, probabilmente, a far continuare la serie. Mi metto comodo e comincia l’orrore.

13-reasons-why-season-2.jpg

Sono state inserite, prima di ogni puntata, dei fastidiosi interventi da parte del cast, nei quali, con sguardo languido, gli attori mettono in guardia gli spettatori della visione pericolosa. Mi ha ricordato non poco cartoni anni 80 tipo Mister T, dove il nostro P. E. Baracus dell’A-team, a fine episodio, faceva un pistolotto moraleggiante che neanche Fra Tazio da Velletri si immaginava, una cosa che, pure da bambino, ti faceva alzare gli occhi e cadere le palle verso l’inferno del Satanasso bestemmiatore. Questi interventi in TH1RTEEN R3ASONS WHY fungono né più né meno dei molesti tutorial dei videogames quando ormai tu giochi da anni e, cazzo, saprai come si muove la videocamera!

maxresdefault.jpg

No alla droga, capito????

Va beh, mi ridico, ora però prepariamoci alla seconda stagione e a vedere quali nuovi sviluppi hanno ideato. Mai avere troppe aspettative nella vita, ricordatevelo.

TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 inizia già male: la regia è peggiorata, gli attori sembrano, a solo un anno di distanza, dei trentenni sfatti e la storia è incredibile. Quando uno sceneggiatore è a corto d’idee, è una regola sacrosanta, si affida sempre, come deus ex machina per salvare capre e cavoli, ad un amico invisibile, un molesto amico invisibile che vede quasi sempre solo il protagonista. Non ci credete?

    • Nei Flinstones Fred e Barney incontrano l’incredibile , un alieno verde, odiato da tutti i fan e presto giustamente dimenticato
    • Ricky Cunningham in Happy Days fa la conoscenza di Mork prima di Mindy
    • Batman e Superman hanno i loro amichetti rompicoglioni, Mister Mxyzptlk e il Batmito

      maxresdefault (1).jpg

      Si, un alieno verde, Barney

e così via, in quelle derive orribili che scontentano sempre tutti, al pari del cambio del protagonista con un sosia cugino. In TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 non diversamente il buon Clay Jensen dalla testa da Exogino pensa che, dopo la dipartita del suo amore Hanna Baker, ora si può ricominciare, trova persino una nuova fidanzata, una teppista un po’ ribelle con la giacca in pelle e la passione per i motori, ma ecco che si palesa il suo The Great Gazoo personale e contemporaneamente, sfiga delle sfighe, il pipino non gli si rizza più!

IMG_0732.jpg

Oddio, mi è apparsa Hanna Baker!

Giuro: i popcorn mi sono andati di traverso. Credevo che più in basso di Prison Break che diventa una sorta di A-Team non si potesse andare, ma, solo guardando TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 ho compreso il senso della canzone Andrea e la frase “Il pozzo è profondo più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto“. Quella era la mia notte del pianto, quando credevo di avere toccato il fondo ecco che continuavo a cadere. E chissà quanti TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 diventeranno soldati da immolare per far comprendere all’uomo che la vita fa schifo, che non puoi abituarti alla merda perché è un blob mutaforme, puoi scappare quanto vuoi, ma prima o poi ti beccherà per riportarti in quel pozzo profondo, più profondo degli occhi. E allora ai giochi addio, per sempre addio.

1528098874-e767a26328fa8561-13rw-110-00573r

Mai una gioia

In TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 Clay Jensen vede il fantasma di Hanna Baker, lei gli parla, lei rompe sopratutto i coglioni, e, come in Happy Days con Ricky e Mork, nessuno oltre lui la vede. La giovane adolescente dai mille moti d’animo ora diventa solo una macchietta fastidiosa, collocata nella vita del protagonista senza un perché davvero logico apparendogli, puf, nei momenti più sacrosanti, soprattutto quando si apparta con la fidanzata ribelle. Immaginate l’emozione della prima volta, l’eccitazione di compiere quel passo importante nella vita come fare l’amore con la vostra ragazza e aggiuntevi Hanna Baker che vi fissa, con il suo broncio distrutto dai 300 panini mangiati tra una stagione e l’altra, mentre vi domanda piangendo “Perché mi hai dimenticato?”. Oddio che stress… Ed ecco che l’ansia di prestazione diventa abitudine perché, giuro, Hanna Baker appare sempre sul più bello e allora il pendolo batte impietoso le sei e vai a spiegare che è un caso, la quarantesima volta!

wtf.jpg

Giuro è solo colpa di Hanna!

TH1RTEEN R3ASONS WHY 2 ripropone la stessa formula della prima stagione con adolescenti problematici, ma lo fa peggio come uno di quei seguiti anni 80 di film di successo, tipo Voglia di vincere 2, dove non avevi più l’attore protagonista ma speravi che il pubblico non se ne accorgesse. Qui il cast è al completo, ma sembra che tutta la voglia di denunciare temi scottanti sia scomparsa: tutta la storia raccontata col pilota automatico, ma soprattutto davvero nulla da censurare stavolta a parte l’idea, cogliona, di rendere Hanna Baker il fantasma formaggino e non una ragazza come tante, dai toni umanamente chiaroscuri.

vogliavincere2_c.jpg

Magari col make up non si nota che non sei Michael J. Fox

Però dopo il 2 segue il 3 no? Anche una serie tv orribile come Scream ha avuto una terza parte che prometteva miracoli, maschera giusta, omicidi sanguinosi, e abbiamo avuto ovviamente una nuova stagione ancora più vomitevole delle altre con un Ghostface mai così umiliato e snaturato. Perché quindi non dare un ulteriore seguito a TH1RTEEN R3ASONS WHY?

Scream-Resurrection.jpg

RIP Ghostface. Vai ad insegnare agli angeli come si accoltella.

Come per Stranger Things, altra serie che ha vissuto una seconda stagione mediocre, si resetta tutto come (quasi) non fosse mai esistita la precedente storia e si ricomincia con un nuovo intreccio che, si spera, spaccherà il culo ai passeri. Con Stranger Things ha funzionato e la terza parte era forse la migliore, la più horror, la più emozionante, ma TH1RTEEN R3ASONS WHY è sempre TH1RTEEN R3ASONS WHY nella declinazione da brutta da rapa che non puoi cavarci il sangue, da vecchio mulo che si incaponisce e come fai a farlo trotterellare per i sentieri del Perù? Impossibile.

13-reasons-why-3-chi-ha-ucciso-bryce-walker_2303981.jpg

Stavolta nessuna Hanna Baker,  si ritorna al realismo della prima stagione e il pilot inizia col botto: una mancata strage di uno studente armato di mitra e Clay Jensen arrestato dalla polizia. Che è successo? E perché lo stupratore della scuola, Bryce Walker, è scomparso? Qualcuno l’ha ucciso? Ovvio che sì ed ecco che l’idea di TH1RTEEN R3ASONS WHY 3 è trasformare, anzi snaturare la serie, in Veronica Mars, nelle sue derive più becere da Scooby Doo high school.

scooby-doo.jpg

Un altro caso per Scooby Doo

Niente di interessante, personaggi ormai allo sbando, irriconoscibili anche caratterialmente da quelli della prima stagione, una trama così cretina che non ci credi con Clay che salva l’amico pronto a massacrare una scuola e giustamente uno gli chiede “Ma non è che lo rifà?”. E perché mai? Tanto scrive solo messaggi suicidi sul diario, ha gli occhi da pazzo e ripete “Voglio morire”, mica è uno pronto ad imbracciare il suo UZI e ritornare alla scuola per far saltare la testa a compagni e professori.

TH1RTEEN R3ASONS WHY 3 segue tante trame e sottotrame, guarda molto alla serie tv spagnola ÉLITƎ, ma la imbruttisce di molta retorica e imbecillità. La regia è accomodante e senza guizzi, le derive queer di Gregg Araki sono scomparse, ora davvero la serie è quel Big Mac che puoi modificare a tuo piacimento senza che nulla cambi, un prodotto senz’anima, senza più voglia di graffiare, senza più essere TH1RTEEN R3ASONS WHY nella concezione di Jay Asher.

13-reasons.jpg

Non proprio Padre Pio

Alla fine ci sono riusciti, più di Hanna Baker che spunta molesta mentre caghi, a imbrigliare l’imbrigliabile, l’adolescenza, la ribellione, e a mostrare al pubblico come sarebbe perfetto ed utopico un mondo dove i ragazzini sì sbraitano e si azzuffano ma poi tornano col sorriso a casa, finalmente comprensibili ai genitori, lobotomizzati come quel film anni 90 con Kathie Wolmes, Generazione perfetta.

In quest’ottica di continuità quel frammento tagliato di carne e sangue, di dolore e grido d’aiuto, non ha più senso: TH1RTEEN R3ASONS WHY è solo quello che volevano i genitori preoccupati, uno show innocuo. Il suicidio di Hanna Baker non si incastra più, i geroglifici sono stati cancellati dalla tomba, McMurphy non vola più dal nido del cuculo, la Blue Whale è solo una balena cicciosa da colorare all’asilo. Tutto perfetto e rassicurante, ma cazzo che schifo.

Andrea Lanza

Le_peggiori_serie_animate_anni_80_basate_sui_film_Mr_T_1983-2.jpg

E m i raccomando, ragazzi, fate i bravi!

Beast within

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il bellissimo Cimitero vivente e l’altrettanto figo Deliria col gufo assassino di Michele Soavi. Intanto noi di Malastrana abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca ad un film bellissimo, anni 80, sui licantropi o meglio sulle cicale mannare, girato da un  regista famoso per aver girato gli Ululati peggiori, il 2 e il 3.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi è la sigla del cartone più terrorizzante di sempre, Bem il mostro umano.

Strano film questo Beast within, forse l’opera più interessante dell’australiano Philippe Mora, che si macchierà in seguito di abominevoli horror (The Howling 2 e 3) e altrettanto orribili film di fantascienza (2049, L’ULTIMA FRONTIERA con Joanne Chen e Rutger Hauer). Strano perché inclassificabile come genere: ad occhio distratto trattasi di un film licantropesco, d’altronde gli elementi sono quelli, la luna piena, la metamorfosi da uomo in bestia, gli omicidi ferini, ma più vicino come concetto, soprattutto nel make up del mostro, ad una fantascienza anni 50, pur essendo troppo fuori tempo massimo per appartenervi.

s-l1000.jpg

La sceneggiatura del bravo Tom Holland, uno che in seguito girerà due cult movie come Ammazzavampiri e La bambola assassina, non è rozza, ma ricca di sottotesti, soprattutto sessuali, arrivando a dipingere le vittime del mostro come altrettanti mostri, il becchino in odore di necrofilia, il padre che ama troppo morbosamente la figlia adolescente (in una scena che culmina con un abbraccio passionale tra i due), un giornalista con tendenze pedofile (la frase “Come ti piace la carne?” detta al ragazzo protagonista), tutti elementi lasciati in ombra, ma che conferiscono a Beast within un’aria malata al di fuori delle scene di stupro mostruose che lo contraddistinguono. A questo aggiungiamo che la regia di Philippe Mora è nel complesso buona, quando i suoi standard sono tra il mediocre e il disastroso, e si può pure perdonare qualche faciloneria evitabile di sciattezza nella messa in scena (la fasciatura grondante sangue che il dottore non cambia mai tutto nell’ultima parte).

beastwithin5big

Il make up del mostro è anticipatore de La mosca di Cronenberg, ma anche debitore di Curse of the Fly di Don Sharp, con un’idea, a livello effettistico, di fare ibrido tra look classico e moderno, tra scifi vecchio stile e la trasformazione della carne tipica degli anni 80. Il lavoro di morphing di Thomas R. Burman è fantastico, impressionante e quasi inaspettato in un film che tutto sommato dal cast senza sorprese e dagli autori poco più che esordienti lasciava credere ad un’innocua serie B. Cosa che sicuramente è Beast within, ma di certo non innocua, perché si ritaglia un posto magico negli horror 80 per i temi maturi trattati (lo stupro come abbiamo detto, ma anche la paura nascente per l’AIDS e il contagio sessuale), ma anche per l’idea di un mostro cicala antropomorfo, unico a quanto ricordi in tutta la storia del cinema del terrore. L’inedito tema naturalistico a muovere le azioni della belva, il suo contatto con gli insetti (“Stava ore a parlare con il bosco e tutto quello che conteneva”) rendono sicuramente il film di Mora un’opera poco conosciuta (in Italia non è mai stata editata), ma meritevole di una riscoperta.

Andrea Lanza

The beast within

Anno: 1982

Regia: Philippe Mora

Cast: Ronny Cox, Bibi Besch, Paul Clemens, Don Gordon, R.G. Armstrong, Katherine Moffat, L.Q. Jones, Logan Ramsey, John Dennis Johnston, Ron Soble, Luke Askew, Meshach Taylor, Boyce Holleman, Natalie Nolan Howard, Malcolm McMillin

Durata: 90 min.

Inedito in Italia

Hellraiser revelations

Tag

Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il (bel) remake americano di Ringu e il classico Changeling di Medak. Intanto noi di Malastrana abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca ad uno degli Hellraiser più sfigati, il Revelations, quello con l’anima più da straight to video miserabile, ma anche uno dei più interessanti da tanto tempo a questa parte.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi, in piena nostalgia da Festivalbar, è il compianto Giorgio Faletti nella terribile Ulula col make up da I Was a Teenage Werewolf is del 1957.

Steven e Nico, due amici inseparabili, decidono di partire per il Messico e fare una vacanza a base di bevute e ragazze, filmando le tappe del viaggio. Una sera vengono attaccati da una misteriosa figura e svaniscono nel nulla. Le autorità non possono fare altro che comunicare la cosa alle famiglie, inviando loro anche le registrazioni del viaggio dei due giovani. Emma, sorella di Steven, trova tra gli oggetti del fratello una misteriosa scatola con decorazioni dorate che sembra un rompicapo. Manipolandola, riappare Steven, coperto di sangue. E’ l’inizio di un incubo…

hell

Vedere Hellraiser Revelations è assistere a uno spettacolo quasi di contrabbando, una sorta di snuff movie negato ai più. La storia dietro al film è un piccolo film a se stante che poteva terminare peggio di come è andata. Si perché il tanto detestato, dai fan, dai produttori, dai critici, dallo stesso Barker, Hellraiser revelations si rivela alla fine opera buonissima che sublima il bassissimo budget a disposizione con una storia avvincente, capace di rileggere con efficacia il primo capitolo della serie. Eppure all’inizio il motivo che ha spinto i produttori della Dimension, o meglio della sua sottocasa per horror diretti in video, Dimension extreme, a mettere in cantiere un nono episodio della saga del cenobita dalla testa di puntaspillo è solo e meramente commerciale. Infatti troppi anni erano passati dal brutto Hellraiser hellword e i diritti sul marchio stavano per scadere, cosa imperdonabile anche perché un remake ad alto budget del primo film era accarezzato da troppo tempo senza concretizzarsi.

hell4

Fare un altro Hellraiser di poco conto significava avere tempo per il progetto più ambizioso, anche in fretta e furia e senza crederci molto. Venne quindi contattato il regista più abile in circolazione nel giostrarsi con seguiti dal budget nullo, il Victor Garcia di Mirrors 2 e Return to the house on haunted hills, costretto ad improvvisare un canovaccio scritto forse su qualche centimetro di carta igienica, con appena i dollari giusti per comprarsi un panino alla salamella nel chiosco del Vuncio.

hell5 Doug Bradley, il Pinhead storico di Hellraiser, fiuta la fregatura e si da’ alla macchia: si opta per il meno conosciuto Stephan Smith Collison, gigionesco e fuori parte pltre misura. Il film ha destino davvero sfortunato: vive un futuro di oblio, solo un Festival sperduto in Texas, e due anni quasi di nulla, dove lo stesso Garcia si chiede che fine abbia fatto la sua creatura. Poi, magia delle magie, il film riappare, solo in dvd insieme ad un altro seguito di basso profilo della Dimension extreme, Children of the corn genesis, ottenendo critiche feroci da tutto il globo. Che Hellraiser revelations non sia un capolavoro è un dato di fatto: troppo povero, troppo gratuito nel suo gioco al massacro, troppo inconsistente per gareggiare con i grandi capitoli della serie, il primo di Barker e il secondo di Randel, eppure dotato di un fascino tutto suo.

hell3

Non proprio il miglior Pinhead

La prima parte, quella a Tijuana, è anche quella più originale, si gioca con la moda dei mockumentary e si da’ una nuova dimensione alla serie, più giovanile, meno pomposa, sicuramente più barkeriana nell’anima di tutti i seguiti, dal terzo in avanti. Non si lesina nel sangue, nel sesso, si remakizza l’Hellraiser originale ribaltando il rapporto tra due amanti con quello di due amici. Il finale è la parte più debole certo, ma nel complesso Garcia osa, in un film di basso profilo, a dare un tocco autoriale, ritrae una famiglia “american pie” con un occhio quasi fasshbinderiano, dove la scatola di Lemarchand, quella del dolore e del piacere, è solo l’imput per rovesciare un vaso di Pandora fatto di incesti taciuti e odi malcelati.

hell7Ecco la famiglia mostruosa, che in Hellraiser comprendeva Julia e l’amante Frank, si è ampliata e ha generato aborti di ipocrisia accomodante, quasi un rigurgito di horror troppo corretti politicamente, troppo pulitini che, dalla politica Bush in avanti, abbiamo sopportato in un cinema castrato e imbelle, così lontano dai fasti hardcore anni 80. Con Hellraiser revelations si ha certo il tassello meno perfetto, il più rozzo, ma anche il seguito più riuscito da molti anni a questa parte, tanto da collegarsi alla fine con l’immortale (e inavvicinabile) capolavoro barkeriano. I catecumeni della serie ne stiano lontani, ma chi non si accingesse con la puzza sotto il naso potrebbe anche divertirsi e non trovare questo nono capitolo tanto orribile come lo si descrive. Col decimo si è fatto peggio.

Andrea Lanza

Hellraiser: Revelation

Anno: 2011

Regia: Victor Garcia

Interpreti: Stephan Smith Collins, Tracey Fairaway, Nick Eversman, Jolene Andersen, Jay Gillespie, Sebastian Roberts

Durata: 75 min.

hell2

Le notti mai viste di Zio Tibia: 388 Arletta Avenue

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il divertente So cosa hai fatto  e il folle La casa 5. Intanto noi di Malastrana abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca ad un mockumentary inquietante come pochi altri, 388 Arletta Avenue.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi sono  i Motörhead con Hellraiser dal terzo capitolo della saga di Pinhead, ma cambierà ogni settimana.

James e Amy stanno vivendo un momento difficile; qualcuno decide di accrescere la loro tensione facendo accadere fenomeni bizzarri. Episodi insignificanti il cui susseguirsi però trasformano la tensione in rabbia. Così, quando Amy sparisce all’improvviso, James pensa sia il suo modo di vendicarsi. Intanto gli strani incidenti continuano a ripetersi, sempre più macabri, e l’uomo intuisce che qualcosa di inquietante si nasconde dietro la scomparsa della moglie.

But the cat came back, she couldn’t stay no longer,
Yes the cat came back the very next day,
The cat came back—thought she were a goner,
But the cat came back for it wouldn’t stay away.

(Henry S. Miller, 1893)

image

Cos’è uno stalker?

Leggiamo da wikipedia:

Stalking (IPA: [‘stɔːkɪŋ]) è un termine inglese che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, perseguitandola e generandole stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità” e ancora “Il termine inglese stalking, suggerito dalla letteratura scientifica specializzata anglofona in tema di molestie assillanti, intende un insieme di comportamenti molesti e continui, costituiti da ininterrotti appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, ulteriormente reiterati da intrusioni nella sua vita privata alla ricerca di un contatto personale per mezzo di pedinamenti, telefonate oscene o indesiderate.Include, inoltre, l’invio di lettere, biglietti, posta elettronica, SMS e oggetti non richiesti; più difficile è l’attribuzione del reato di stalking a messaggi indesiderati di tipo affettuoso – specie da parte di ex-partner o amici – che può variare a seconda dei casi personali. Oppure producendo scritte sui muri o atti vandalici con il danneggiamento di beni, in modo persistente e ossessivo, in un crescendo culminante in minacce, scritte e verbali, degenerando talvolta in aggressioni fisiche con il ferimento od, addirittura, l’uccisione della vittima. Letteralmente stalking significa “fare la posta”, “inseguimento”.

5h0dGlRmF24Ysjtc27WFWhSzfSb

388 Arletta Avenue è un film che parla di uno stalker che, senza alcun motivo, decide di perseguitare una giovane coppia. Il maniaco, che non vediamo mai in faccia, filma le sue vittime, grazie ad una serie di telecamere nascoste, introducendosi di nascosto nella loro routine . I due coniugi, Nick Stahl e Mia Kirshner, James e Amy, sono una coppia normale, arrivata forse alla fine della relazione. Lo stalker entra nel più sacro dei luoghi, la casa, compie qualche scherzo innocente, imposta la sveglia nel pieno della notte, sciocchezzuole di poco conto, solo che una mattina decide di rapire Amy e di lei non si sa più nulla. Scatta la paranoia per il marito, non crede di essere stato lasciato, qualcosa deve essere per forza successo anche perché il gatto di casa, lo giura fino ad essere preso per pazzo,  è stato ucciso e sostituito come in una variante felina de L’invasione degli ultracorpi. James non è proprio uno stinco di santo a dirla tutta, forse picchiava la moglie almeno a sentire l’amica Sherry che continua a chiedergli “Che ne hai fatto?”, sul lavoro non è molto amato, in più non esita a prendere un coltello ed uccidere un uomo quando crede di trovarsi davanti al rapitore. Forse è vero che parteggiare per lui è impossibile, ma la cosa che fa rabbrividire di 388 Arletta Avenue è l’abisso della crudeltà umana, quanto siamo disposti a sporcarci in situazioni estreme, cosa potremmo diventare se messi alle strette, anche perché si parla di un male assoluto e senza senso, assolutamente umano e non soprannaturale.

maxresdefault (1).jpg

Randall Cole scrive e gira un film ambiguo, sinistro, spaventoso nel suo realismo, di una malvagità assoluta, sottile, impalpabile, e lo fa usando il linguaggio del mockumentario, il finto film reportage alla Blair witch project o Paranormal activity. Stavolta non è una telecamera che filma gratuitamente il tutto, ma un insieme di telecamere, da quelle di sorveglianza a delle microcamere, occhi artificiali dello stalker sì, ma anche escamotage del regista per dare un’impronta cinematografica al tutto grazie ad un sapiente montaggio. Il film risulta uno dei più felici esponenti del genere, mai noioso, sempre teso, con uno stile personale nascosto nel piattume del finto amatoriale che osa persino inquadrature azzardate (la ripresa da dentro la sveglia). I due attori sono perfetti nella parte, volti conosciuti, ma mai davvero sbocciati nel successo, tanto da essere perfettamente anonimi al grosso pubblico, cosa importante per non spezzare il velo di maia di realismo di ogni mockumentary. Alla fine il film ci lascia sulle note di The cat came back, una canzone per bambini, con un senso di vuoto incolmabile e la paura che storie come queste potrebbero succedere anche a noi. Dio non voglia mai.

Andrea Lanza

388 Arletta avenue

Anno: 2011 (Canada)

Regia: Randall Cole

Interpreti: Nick Stahl, Mia Kirshner, Devon Sawa, Aaron Abrams, Charlotte Sullivan, Krista Bridges, Graham Abbey, Gerry Dee, Daniel Lévesque, Martin Roach

Durata: 87 min. 

91t37RoLFrL._SL1500_MV5BMTM2NTI2MTk1MV5BMl5BanBnXkFtZTcwNjU1MDE4Nw@@._V1_.jpg

Le notti mai viste di Zio Tibia: Dark ride

Tag

, , , ,

Malastrana appoggia completamente il progetto Notte horror, un tributo settimanale dove i blog di cinema più gagliardi recensiscono i film apparsi sul mitico ciclo di Zio Tibia. Stasera per esempio si affronteranno il malsano American Gothic e, su queste pagine, il terribile Trucks, la versione scema di Brivido di Stephen King. Intanto noi di Malastrana abbiamo deciso di iniziare parallelamente una rubrica a cadenza settimanale a tema horror: Le notti mai viste di Zio Tibia, ovvero film horror inediti su ogni supporto che avrebbero potuto essere pane per i denti delle notti d’estate di Italia uno. Stasera tocca ad uno slasher fantastico, Dark ride.

Via con la sigla, in questo mondo alternativo di film mai trasmessi è Alice Cooper che canta Identity crisis, uno dei guilty pleasure di Malastrana vhs, Monster dog, ma cambierà ogni settimana

Dieci anni dopo aver brutalmente ucciso due giovani fanciulle, un pericoloso serial killer riesce a fuggire dall’istituto psichiatrico dove era stato rinchiuso, per tornare nel suo macabro covo, il Dark Ride, una sorta di tunnel dell’orrore dove si è divertito a trucidare decine di vittime. La fortuna vuole che proprio in quel momento un gruppo di giovani studenti in vacanza, decida di fare una visita al Dark Ride, elettrizzati dall’idea di addentrarsi in quel luogo ancora avvolto dal terrore.

Di Craig Singer conoscevamo un solo film: Perkins’14, una pellicola cupissima, creata grazie ai consigli dei fan raccolti via internet. Caso più unico che raro e, forse anche per questo, esempio di cinema irripetibile che spezza il velo di maia tra autori e spettatori.

Dark ride è l’opera precedente, un omaggio al Tobe Hooper de Il tunnel dell’orrore, un film splatter vecchia maniera come se ne giravano nei gloriosi anni 80, senza incursioni nel comico, un’opera talmente tesa e grondante sesso e sangue che quasi non ci si crede.

maxresdefault.jpg

Dark ride con i suoi colori accesi da vero luna park dell’orrore, con la sua straordinaria atmosfera e le budella mostrate senza paura, è una boccata d’aria fresca ai vari teen movie con ragazzi urlanti o alle masturbazioni mentali meta horror di vecchi tromboni alla Wes Craven.

Dark ride è un horror con tutti i crismi, un perfetto B movie del terrore che non ha alcuna pretesa che non sia quella di intrattenere in maniera onesta per un’ora e trenta.

C’era il pericolo di un prodotto estremamente banale, pieno di apparenti eterni cliché (ragazzi in fregola chiusi in un luogo isolato alla mercè di un maniaco deforme e mascherato), ma

1) il film non risulta mai, grazieiddio, noioso, anzi il ritmo concitato lo rende scorrevole e avvicente

2) la sceneggiatura di Robert Dean Klein, autore di almeno un capolavoro, Heart of America di Uwe Boll, riesce ad rielaborare il deja vu con colpi di scena frequenti e non banali.

iaNmi5EzspitVTIpIpg0amFQy4S

Dark ride, rispetto a tanti altri film con maggiori pretese, fa la sua porca figura di prodotto di cassetta riuscendo ad anticipare persino umori futuri del cinema horror, come il più recente The Hills Run Red, mettendo in scena una maschera se non uguale, molto simile al villain Babyface.

Siamo davanti ad una perfetta opera grindhouse senza i trucchetti di sgranatura o perdita di pellicola dei vari Rodriguez e Tarantino, un atto d’amore sincero verso il cinema del terrore passato.

Tanto di cappello a Craig Singer per questo. Consigliato.

Andrea Lanza

Dark ride

Regia: Craig Singer

Interpreti: Jamie Lynn-DiScala, Patrick Renna, Clayton Rogers, Alex Sorowitz

Durata: 94 min.

Dark-Ride-film-images-efa9471a-6761-4e1f-9c66-c7b2e04a5cf

dark-ride
71-ZL5gpPbL._SL1289_

Notte horror: Trucks – Trasporto Infernale

Tag

, , , , , , , , ,

Per un motivo non ben precisato (ma forse c’entra la vicina Area 51) i camion iniziano ad avere una propria vita: si muovono da soli, hanno una certa intelligenza ed aggressività. Ma non solo i camion “veri”, anche quelli giocattolo! Un gruppo di persone cerca la salvezza in un’area di servizio ma scamparla non sarà semplice.

vlcsnap-2019-07-29-15h25m29s794.png

Avete presente quando acquistate un greatest hits con le canzoni più belle delle vostra band rock preferita, che so i Guns N’ Roses, e un brivido freddo vi attraversa la schiena. Certo avete comprato quel cd con la copertina che sembra fotocopiata, a 1 euro e 99, dal cestone delle offertissime dell’Ipermercato di fiducia, proprio proprio vicino al mai venduto (ad anima viva) Zucchero filato nero di Mauro Repetto, ma che c’entra? C’entra mio amico, c’entra. Non voglio fare il Bob Dylan di turno e non ti dirò che la risposta è nel vento, ma davanti ai tuoi occhi sì. Se ora Axel ti sembra meno Axel con gli acuti che, per Dio, li ricordavi migliori e invece paiono il tentativo di Pupo di darsi all’heavy metal, è perché non sei lontano dalla realtà. Non è il greatest hits dei Guns N’ Roses ma un tributo ai Guns N’ Roses, roba che magari l’ha inciso Peppuzzo il tripparolo nella sagra della salsiccia di Torbellamonaca.

Don iu criiii tonait Ai still lov iu, bebiiiiiiiiiii!!!

Vai maestro Repetto con la sigla che oggi sostituirà quella tradizionale di Notte horror:

Trucks di Chris Thomson è quella fregatura incredibile che ti colpisce per la tua ingenua disattenzione. Magari, e dico magari, da bambino hai visto in tv Brivido (Maximum Overdrive) di Stephen King, nel quale un gruppo di camion ribelli, capitanati da un grosso cingolato con la facciona del Goblin de L’uomo ragno, teneva sotto assedio un gruppo di persone all’interno di una stazione di servizio. Magari, e dico magari, da bambino hai pensato “Che figata questa storia!“: le macchine che si ribellano, la cometa che fa impazzire la tecnologia, le battute fighe, la musica degli Ac Dc erano rock ‘n roll. D’altronde la prima e unica regia del Re non era male per davvero, piena di ingenuità certo, ma divertente, ben ritmata, un B movie ignorante e gagliardo che ti soddisfaceva come un grasso e malsano Big Mac, fanculo la dieta. Quindi quando hai acquistato questo film in dvd o l’hai visto quel lontano 22 giugno del 1999, proprio su Notte horror, magari, e dico magari, hai frenato la tua erezione nei pantaloni di giovane cinefilo, preparato le patatine Pat O Bon col ketchup già dentro e, One o one ghiacciata alla mano, hai atteso le 23, ora dell’arrivo di quel folle film coi camion e… cazzo, non era Brivido!

one o one

La voglio ancora!

Amico mio, ingenuo amico mio, ti sei trovato nel mondo dei cd tributi, il lato B mai ascoltato di un 45 giri, la copia scema di Shining senza Jack Nicholson, insomma ora stai guardando Trucks, un film tv canadese, ispirato allo stesso racconto di Stephen King, Camion, ma senza essere quello che credevi, il cazzutissimo Maximum overdrive con Emilio Estevez che chiede tutto romantico ad una ragazza: “Te la sei depilata?“.

Maximum-Overdrive-4k-Stephen-King-Featurette.jpg

Non è andata come nei piani, Stephen?

Il problema è che Brivido all’epoca non è piaciuto a nessuno, è stato un fallimento in un periodo dove per fare successo bastava scrivere su una locandina il nome di King, disprezzato dai fan e dal suo stesso autore tanto che con gli anni qualche buontempone l’ha ribattezzato “Il plan 9 from outer space degli anni 80“.

MaximumOverdrive

Il film sbagliato, quello bello

Quindi sulla carta Trucks era il Brivido bello, quello girato da un regista vero non da uno scrittore, ignorante del mezzo cinematografico, con in più pesanti dipendenze da alcol e droga. Qualcosa dev’essere andata storta però perché, per assurdo, Trucks sembra il Brivido brutto, quello girato peggio e che fa sembrare Stephen King un George A. Romero.

vlcsnap-2019-07-29-15h26m53s077.png

Anonimo camion in un anonimo film

Se Maximum Overdrive era la rilettura con camion di The night of the living dead,con l’idea presa però da Zombi di un luogo amato che attira le macchine morti viventi nella nuova vita, in Trucks tutto questo viene banalizzato, dimenticato per concentrarsi sull’effetto splatter insistito o sui banali personaggi.

Chris Thomson, che ha come curriculum vitae tanta tv e un dramma con Kylie Minogue non male, I delinquenti, gira sciattamente, non riesce mai a conferire il senso di oppressione e paura che la storia richiederebbe, e confeziona un film indecente, mal recitato e con diverse situazioni non sense di rara cretineria.

vlcsnap-2019-07-29-15h25m42s871

Tuta killer

Che dire davanti all’omicidio di un postino con la testa spiaccicata da, credetemi che è vero, una macchinina telecomandata? O della tuta che si rianima con l’elio e fa a pezzi due malcapitati a colpi d’ascia? O ancora l’esilarante momento dove una donna armata di accetta si accanisce su un camion fermo urlando, in perfetto overacting, “Muori maledetto!”?

La sceneggiatura di Brian Taggert, uno degli scrittori della classica miniserie Visitors, è densa di coglionerie incredibili come mostrare un uomo che per sfuggire ai camion assassini cerca di scappare… a bordo di un camion! Perfetto esempio di un film sciagurato e stupido che, in 95 minuti, riesce ad essere il perfetto manuale di come non si dovrebbe girare un horror.

vlcsnap-2019-07-29-15h23m29s372

Brr! Macchinine assassine!

Stendiamo tanti veli anche sul finale che si vorrebbe crudele e invece è solo confuso, sugli attori uno più incapace dell’altro (compreso un giovanissimo Brendan Fletcher pre Uwe Boll), ma soprattutto sulle cose che non ci sono ed erano iconiche in Brivido: la cometa, le altre macchine impazzite (il bancomat che dice allo stesso King “Sei un coglione” o il tritacarne che macera la mano della cameriera del drugstore), e il faccione del Goblin, vero protagonista malvagio della vicenda.

Resta un brutto adattamento di Camion, arrivato anche qui in Italia su Notte horror e poi in un dvd fuori catalogo, qualcosa di talmente orribile che viene voglia di rivalutare come capolavoro il vecchio Maximum overdrive, che bello forse non era, ma, cazzo, si trattava di cinema di serie B cazzutissimo e che, porca troia, ci manca.

Andrea Lanza

Trucks – Trasporto Infernale

Titolo originale: Trucks

Anno: 1997

Regia: Chris Thomson

Interpreti: Timothy Busfield, Brenda Bakke, Aidan Devine, Roman Podhora, Jay Brazeau, Brendan Fletcher, Amy Stewart, Victor Cowie, Sharon Bayer

Durata:95 min.

poster-780

Copertina già indecente