Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che io ti aspetto.

Andrea Lanza

La prova

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C’era una volta Jean-Claude Van Damme e c’era una volta anche la mia adolescenza. Facile accostare le due cose, per il sottoscritto inscindibili, tanto che ogni volta si chiacchieri di JCVD scatta il momento nostalgia, quelle maledette epifanie che ti fanno sentire vecchio anche se tanto vecchio, in fondo, non lo sei. Ma è così, inutile negarlo, l’action man belga fa volare la mia mente a tempi più lieti, dove non avevi nulla a cui pensare se non a fare colpo sulla ragazzina dai capelli rossi che ti mandava in pappa cervello e capacità vocali. Che poi, diciamocelo, il cinema degli ottanta e inizio novanta creava esempi ammazza autostima. Sì perché noi, Van Damme, non lo siamo stati mai. Ci sarebbe piaciuto e provavamo a darci arie da grandi uomini, eroici e combattivi, ma poi qualcuno ti faceva fare il sub nella sabbia del campo di calcio oratoriale e tu ridimensionavi le aspettative. Era proprio lì, mentre respiravi il gesso delle linee, che capivi la fregatura. Come diceva Sordi ne Il Marchese del Grillo: ”Mi dispiace…ma io so’ io e voi non siete un cazzo”.

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Non siete un cazzo

Eppure esiste un film, tra l’altro diretto da JCVD in preda a velleità autoriali, dove il Nostro non è il personaggio più cool. Strano a dirlo, lo so, ma a rubargli la scena, complice un carisma attoriale d’altri tempi, è un attore inglese, Cavaliere dell’Impero Britannico, Ambasciatore UNICEF e sette volte 007. Il film è La Prova e lui, per chi non l’avesse ancora capito, è Sir Roger Moore.

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Vaya con Dios, Roger

Ebbene sì, in un film di arti marziali a spiccare è l’unico che non le pratica. A dirla tutta La Prova è uno dei film ai quali Moore era meno affezionato, nondimeno resta un punto di forza in un lavoro altrimenti piuttosto stereotipato. The Quest, titolo anglofono, vede il solito JCVD alle prese con un torneo, il Ghan-gheng, dove si affrontano i migliori lottatori provenienti da tutto il mondo. Christopher (Van Damme) si ritroverà a combattere per la vittoria e per la vita dei suoi amici. Ora, potrebbe cogliervi una lievissima sensazione di déjà-vu, ma non fateci caso, passerà. Specialmente se non avete visto Senza esclusione di colpi.

69c85ea2d0516139f78dec52a3f085b5 Sottigliezze a parte, sarebbe ingiusto affossare La Prova, siamo dopotutto nel 1996 e JCVD è ancora molto popolare, tanto da cimentarsi, come già detto, non solo nel soggetto e nell’interpretazione, ma pure nella regia. Il risultato è qualcosa che, in fondo, un poco sorprende per professionalità, cura e attenzione, facendo dimenticare in fretta la mancanza di originalità del plot. Van Damme è capace di rendere il tutto funzionale, muovendosi in bilico fra i toni seriosi di altri lavori, come appunto Bloodsport o Lionheart, e quelli più ironici, mantenendo per tutta la durata il senso epico dell’avventura.

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Jean Claude ironico

Non si gridi al miracolo, intendiamoci, qui non siamo davanti a un Hard Target e Jean-Claude non è John Woo. Occorre però dare a Cesare quel ch’è di Cesare: La Prova è invecchiato molto bene e il fatto che il box office all’epoca non l’abbia premiato non sminuisce affatto il valore della pellicola. Una pellicola impreziosita, concedetemi il termine, da un Roger Moore che appare sempre sornione e divertito da ciò che sta facendo.

maxresdefaultIl suo Lord Dobbs è un ladro, pirata, gentiluomo, l’elemento di disturbo in un mondo di guerrieri, un infido approfittatore che però non riesci a detestare. The Quest rimane uno dei lavori migliori di JCVD, dall’ambientazione esotica del Siam di inizio ‘900 ai combattimenti tra stili diversi, intriganti e ben coreografati. Altri tempi e un altro cinema, passato come la nostra giovinezza, ma sempre capace di gasarci come tanti anni fa, gli anni di che belli erano i film, gli anni del “qualsiasi cosa fai”, gli anni del “tranquillo siam qui noi”. Il tempo passa, gli uomini falliscono, gli eroi restano. Lunga vita a Jean-Claude Van Damme.

Manuel Ash Leale

La prova (The quest)

Regia: Jean Claude Van Damme

Soggetto Frank Dux e Jean-Claude Van Damme

Sceneggiatura Steven Kliven e Paul Mones

Interpreti:Jean-Claude Van Damme: Christopher Dubois,  Roger Moore: Lord Edgar Dobbs, James Remar: Maxie Devine, Janet Gunn: Carrie Newton, Jack McGee: Harry Smythe, Abdel Qissi: Khan, Kristopher Van Varenberg: giovane Christopher

Durata: 94 min.

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Shark in Venice

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Attenzione: possibili spoiler. Se qualcuno mai avrà il coraggio di vederlo.

David Franks e la sua fidanzata Laura intraprendono un viaggio in Italia per indagare sulla morte del padre di David, un noto sommozzatore che pare aver perso la vita in un tragico incidente durante un’immersione a Venezia. David capisce che il padre stava lavorando per conto della mafia veneziana, interessata ad una sensazionale scoperta dell’uomo: nascosto nei tunnel subacquei, fra i canali veneziani, infatti vi è il tesoro segreto dei Medici. A questo aggiungiamo che a nasconderlo sono stati i Templari e che la ricerca parte dalle mappe di Marco Polo (?!?) A complicare le cose, se è possibile, troviamo un enorme squalo (ma probabilmente anche più di uno, la cosa non è molto chiara) che nuota indisturbato nella laguna.

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Se state cercando un senso a quanto appena letto potete rinunciarci. La vicenda è il delirio più assoluto, ma non quel genere di nonsense consapevole, forzato, esasperato di film come Sharknado o Ghost Shark. Ancora in maniera più esilarante, sembra che il film si prenda quasi sul serio come se lo sceneggiatore avesse davvero creduto che il mix Venezia/templari/squali fosse quanto meno accettabile. Il regista Danny Lerner torna alla carica con un altro imperdibile (no) film di squali dopo i suoi precedenti Shark Zone e Shark Invasion, che vede fra gli scialbi protagonisti Stephen Baldwin e Vanessa Johansson, la sorella cessa e sfigata di Scarlett Johansson.

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La vicenda si rifà a film come Il codice Da Vinci ed Indiana Jones (mi sento in imbarazzo solo a citarli in questo contesto). David è un professore e studioso di antichità (talmente esperto che per lui Medici si pronuncia “Médici”) alle prese con un’indagine storica credibile ad accurata (sarcasmo). Le sue ricerche lo conducono all’ingresso sottomarino della grotta del tesoro, piena di trappole mortali che lui riesce facilmente ad evitare. La sequenza più figa del film, e probabilmente quella che ha assorbito il 90% budget, è quella che ci viene mostrata durante la lettura della carte di Marco Polo, dove vediamo l’assedio da parte dei templari a cavallo che distruggono e depredano il villaggio massacrandone gli abitanti. In che modo la scena ci è utile ai fini della trama? Nessuno, ovviamente.

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Inseguimenti, scazzottate e sparatorie: ma in tutto ciò, dove sono gli squali e cosa diavolo c’entrano? Si scopre ben presto che il boss mafioso Vito Clemenza (tipico nome veneziano), per evitare che qualcuno ficcasse il naso nei suoi affari, ha liberato dei piccoli di squalo fra i canali per usarli come cani da guardia una volta cresciuti. Una trovata geniale, considerando che gli squali rendono impossibile la ricerca a cui sta lavorando divorando gli scienziati da lui assoldanti ed un numero imprecisato dei suoi scagnozzi.

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I nostri beneamati pescioloni in realtà non si vedono poi così tanto, e quando lo fanno sono per lo più scene di repertorio rubate a documentari oceanografici, dove si capisce chiaramente che la creatura sto nuotando in mare aperto, fra le onde ed i pesci tropicali. Gli attacchi ai danni degli umani sono resi con una poraccitudine imbarazzante: la telecamera che si muove avanti ed indietro fra le bolle sott’acqua seguito dal frenetico montaggio di scene di stock con squali che mordono cose di vario tipo -non ha molto importanza di cosa si tratti.

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Fantastica la sequenza di un attacco quando, durante il consueto flash di scene di repertorio, si vede anche uno squalo mordere il fondo di una barca (già usato anche in Shark Zone), totalmente a caso visto che nella scena non c’era nulla del genere. In pratica non si vede niente di niente, se non appunto roba riciclate da documentari o altri film. E fino a qui, ok, film brutto ma non osceno. Solo al minuto 40 parte il trash vero e proprio: l’enorme squalo bianco balza fuori dall’acqua in tutta la sua gloriosa CGI del cazzo, come da tradizione, e azzanna una coppietta ubriaca.

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In realtà le scene in computer grafica sono giusto un paio e il trashometro rimane purtroppo basso, anche se l’attacco alla gondola vale da solo il film. Parliamo ora di una delle componenti chiave: l’Italia e gli italiani. Partiamo subito col dire la cosa più importante: il film non è stato girato a Venezia. Sì, c’è qualche ripresa di repertorio della città, più alcune scene filmate da una barca dal fortunato cameraman mandato in Italia per l’occasione, ma nessuno del cast ci ha veramente messo piede. Gli esterni sono stati ricostruiti (male) in uno studio in Bulgaria, il film si sarebbe dovuto intitolare “Shark in Bulgaria” ma è stato poi cambiato in “Shark in Venice” perché faceva più figo.

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Se vi sembra di notare qualcosa di innaturale è perché ogni tanto, fra un edificio e l’altro, troviamo aggiunta l’acqua in una computer grafica come sempre posticcia. Gli italiani vengono chiaramente rappresentati nella maniera più stereotipata possibile, come il tizio che mentre ringrazia manda con entusiasmo baci allo schermo del computer, perché come è noto gli italiani gesticolano e baciano tutti. Non poteva mancare l’italianissima mafia. Il boss, interpretato dal nostro connazionale Giacomo Gonnella, recita in inglese aggiungendo qua e là parole in italiano -come a voler sottolineare che sì, siamo proprio in Italia! – con la conseguenza di strappare risate involontarie. Come rimanere seri difronte a frasi come “Rossi, answer me! Vaffanculo!” o ancora meglio “I put the bambino sharks into the canal”.

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La cosa pazzesca è che nonostante Gonnella sia proprio italiano pare quasi che si sforzi per dare una pronuncia “italo americana” alle parole, come se già il suo personaggio non fosse abbastanza ridicolo. Apriamo una parentesi per parlare della scelta dei nomi dei personaggi italiani, alcuni presi direttamente dal panorama calcistico: troviamo il luogotenente Totti e il covo dei cattivi posto nella “laguna Del Piero”. No, non sto scherzando. Nel gran finale David ed il boss si azzuffano e finiscono sott’acqua, mentre alla base dei mafiosi fanno irruzione le forze dell’ordine iniziando una sparatoria che sembra non finire mai, mentre i protagonisti vengono completamente ignorati. Dopo 10 minuti finalmente finiscono di spararsi, David e Vito sono ancora sott’acqua che tanto l’ossigeno è un optional, e finalmente arriva lo squalo che si pappa il cattivo.

sharksinvenice12Concludiamo in bellezza con la fidanzata di David che si lancia in una battuta di chiusura a dir poco esilarante “Promettimi che non verremo in luna di miele a Venezia” e a quel punto col sorriso sulle labbra lo spettatore può procedere ad impiccarsi all’armadio. Per concludere: Shark in Venice è film con pochi squali e pochissimo sangue ma che riesce comunque a non annoiare grazie ad una trama totalmente delirante. Cose che si fanno ricordare: -La location senz’altro atipica (anche se fasulla) per un film di squali -La scena del gondoliere divorato Consigliato solo ai patiti di low budget squaleschi per passarsi un’ora e mezza in idiozia. Tutti gli altri: per il vostro bene, statene alla larga.

Silvia Kinney Riccò

Shark in Venice

Regia: David Lerner

Interpreti: Stephen Baldwin, Vanessa Johansson, Bashar Rahal, Giacomo Gonnella

Durata: 88 min.

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Se volete leggere anche un altro punto di vista sul film (ma credetemi non cambia di tanto) qui il link dell’amico Zinefilo

 

 

Ghosthunters

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Quando perde la moglie e la figlia per mano di un serial killer, l’investigatore del paranormale Henry uccide prima l’assassino e decide poi di mettere in piedi una squadra di cacciatori di fantasmi per catturare gli spiriti dei suoi cari e permettere loro di riposare in pace. Una volta dentro la casa del killer, il gruppo si renderà conto come i fantasmi siano in realtà ostili, scoprendo la sconvolgente verità che si cela dietro gli omicidi.

Lo sanno anche i sassi che dire l’Asylum è il corrispettivo dei discount cinesi dove trovi roba che sembra che so Nesquik con l’immancabile Quickly, coniglio pazzerello della Nestlè, e invece è Lesquik con la sorniona lontra dagli occhi sottili e malvagi che sorride.

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La fiera testimonial  del Nesquik del discount

Ecco l’Asylum prende i più grandi successi usciti da poco al cinema e li trasforma in qualcos’altro, non necessariamente imitandoli ma stravolgendoli e lasciando intatta solo la sostanza più superficiale tipo il costume del simil figlio di  Odino in Mighty Thor, più vicino comunque a quello visto ne La rivincita del’incredibile Hulk che nell’incarnazione testosteronica di  Chris Hemsworth.

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IL Thor della Marvel anni 80 uguale a quello Asylum

Nel caso di Ghosthunters, il modello è senza dubbio il remake di Ghostbusters, quello brutto con l’appena citato Chris Hemsworth a tentare di fare la spalla comica e alcune antipaticissime ragazze a vincere il peggior premio di cosplayer de Gli Acchiappafantasmi di Reitman.

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La linea comica

In questo caso il livello di clonazione si spinge alla follia visto che del modello resta l’attrezzatura di uno scienziato e lo slimer riasciato dagli ectoplasmi. Stop.

Per il resto Ghosthunters è un onesto e poverissimo torture porn con una storia di spiriti incazzati e un serial killer vestito da medico della peste senza che ci sia davvero una ragione se non il wow dato dal vestito creepyssimo.

Però l’Asylum stavolta il film l’azzecca per caso perché se tralasciamo la cattiva resa degli attori e alcune cazzate d’illogicità narrativa, il film funziona anche in virtù dei propri difetti ovvero la fotografia scadente che valorizza le decadenti scenografie e i continui spaventi a random che almeno una volta ti fregano come una fighetta al liceo, omone dei miei stivali.

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Non credete però che stia parlando di un capolavoro, ma di un film appena appena sufficiente, ma che si eleva come un cazzo di dinosauro dal mare di mediocrità che l’Asylum ci ha abituato negli anni dei suoi squali volanti e tutto il nerdume più becero di corollario.

Ghosthunters invece è un film vero che se non si leggesse all’inizio “The asylum” neanche ci faresti caso ai suoi difetti, che come detto ci sono, ma non superano i pregi a cominciare da un’efficace regia di Pearry Reginald Teo, del quale riconosco di aver visto solo Blade Gen – The Gene Generation con la bellissima Bai Ling, un onesto action fantascientifico usa e getta.

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La forza di Ghosthunters è di essere uno spettacolo horror da cassetta onesto che da’ quel che promette: fantasmi, sobbalzi alla poltrona, un po’ di sadismo e la sensazione di non aver perso un’ora e trenta della vita. Non proprio il film di una vita ma neanche il solito film Asylum che spegni dopo trenta minuti.

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Per certi versi mi ha ricordato il migliore Death tunnel di Philip Adrian Booth, horror del 2005 con una sceneggiatura davvero scema ma con il raro pregio di lasciare durante la visione una sensazione di sporcizia, malattia e morte come poche altre pellicole. Qui non siamo a quei livelli ma l’aria che si respira ogni tanto è la stessa.

Andrea Lanza

Ghosthunters

Regia: Pearry Reginald Teo

Sceneggiatura: Pearry Reginald Teo

Interpreti: Francesca Santoro, Stephen Manley, David O’Donnell

Durata: 90 min

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Seed 2: the new breed

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Ne ho visti di film brutti nella mia vita, lo sapete se mi seguite da un po’, e alcuni di questi mi sono pure piaciuti perché d’altronde è vero che il Mcdonald è malsano, ma, se non siete ipocriti, sapete benissimo che, per esempio, il Big Tasty è la cosa più vicina ad una scopata nel mondo dei ghiottoni.

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Cioè tanta roba

Per questo nell’approcciarmi a Seed 2 mi sento imbarazzato perchè è sì un brutto film, ma non di quelli che ti fanno ridere o incazzare, è solo calma piatta, il piatto di merda fumante che il regista Marcel Walz vuole farci assaggiare dopo averlo ricoperto di spezie prelibate, ma caro francese la merda è sempre merda.

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Il peggior cuoco del pianeta

Seed 2: the new breed è il seguito non seguito di quel capolavoro di pece oscura che era Seed di Uwe Boll, un film che è invecchiato peggio di come lo ricordavamo ma che aveva dentro una quantità così esagerata di bile, cattiveria e disillusione da essere l’esperienza torture porn più genuinamente disturbante di sempre. Più di Martyrs, più di Hostel, Seed era il male nella sua forma più pura, a partire dalle raccapricianti scene di morte ai danni di animali dell’inizio fino ad arrivare a quel cazzo di finale che ha il coraggio di condannare ad una morte terribile uno dei personaggi più innocenti del film. Seed era un pugno allo stomaco anche senza la scena della martellata ai danni di una vecchia, una sequenza che molti trovano esageratamente ridicola ma che a me fa sempre effetto, sarò un’anima pura.

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Seed 2 è il contrario: è un continuo vorrei ma non posso fatto di frattaglie, urla, tette e crocefissioni, di inaspettati voltafaccia e colpi di scena per non fare addormentare il povero spettatore in piena visione del bisonte bianco, di Manitu manco fosse Richard Harris appeso ai cavi, fanculo Walz non mi avrai mai.

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Il finto Seed

Seed 2 l’anti cinema, il trattato del perfetto film redatto da uno studente del Dams malato di mente, il montaggio alla Tarantino tutto tra fashback, flashforward e scene del primo film, una cosa che magari sulla carta sembra geniale ma è tremendamente incasinata.

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Giuro che alla prima visione sono rimasto spiazzato: cioè prima mi fai vedere queste ragazze partite per festeggiare un addio al nubilato e subito dopo mi mostri due di queste, senza nessuna logica, torturate nel deserto, poi ancora loro che ridono. No dai è uno scherzo, ho pensato ad una versione italiana monca, magari con un rullo invertito, e invece Seed 2 è così perché Marcel Walz ha girato il film poi ha montato il tutto prendendo scene a cazzo e posizionandole a random, un montaggio casuale che vorrebbe essere pulp, ma non lo è neanche per sbaglio, è solo cretino, il genio non visto di un autore che ha capito da solo di essere genio. Bello lui, gli piace il sole.

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Il problema di Seed 2 è che non è neanche divertente: la storia scimmiotta Le colline hanno gli occhi e non capisci perché il cattivo sia il silenzioso criminale del film precedente che ora ha una famiglia, è diventato un maniaco religioso, ed è pure un porcone mica da poco.

Ecco questa è la cosa più terribile del film perché è come se avessero appiccicato il personaggio di Max Seed e l’avessero messo all’interno di questa vicenda per forza, senza neanche studiarsi la pellicola precedente, e facendolo muovere a cazzo di cane come un qualsiasi membro sciroccato della famiglia di Leatherface.

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In più Seed 2 manda ancora di più tutto in vacca con una fotografia smarmellatissima, un digitale da porno, attori così cani che non ci credi e Marcel Walz che sembra avere il parkinson quando tiene in mano la camera. Ma vogliamo comprarglielo un cavalletto? Gliela facciamo una colletta?

Certo il tutto è violentissimo con masturbazioni femminili che finiscono a colpi di pistola nelle parti intime, con crocefissioni, budella bene in vista, ma se volevo tornare indietro negli anni 90 per vedermi un brutto indie tedesco rispolveravo la videocassetta di Antropophagus 2000.

E in mezzo a questo scommetto che Uwe Boll se la ride, magari sogghignando “E dicevate che il mio Seed era brutto?”. Diavolo di un crucco!

Andrea Lanza

Seed 2 – The new breed

Titolo originale: Seed II: The New Breed

Anno: 2014

Regia: Marcel Walz

Interpreti: Natalie Scheetz, Nick Principe, Caroline Williams, Christa Campbell, Annika Strauss, Sarah Hayden, Manoush, Jared Demetri Luciano, Jeff Dylan Graham, Micaela Schäfer, Ryan Nicholson

Durata: 75 min. (uscita il 3 Agosto in Italia se siete masochisti)

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400 giorni – Simulazione nello spazio

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Immaginatevi un film povero, ma così povero di mezzi che cerca un’idea figa per emergere e fallisce, miseramente. Ecco questo è 400 giorni- simulazione nello spazio, una porcheria con il peggior Superman di sempre, nonché uno degli attori più cagneschi che mente umana possa ricordare, Sir Brandon Routh, il principino della mediocrità recitativa. Cioè voi potete pensare che io, per una qualsiasi ragione umana, sia portato ad odiare Brandon nostro, ma sbagliate perché, anche in cosacce brutte brutte come Dylan Dog, a lui voglio bene, perché è come la Corinna di Boris, una cagna maledetta, un dilettante stonato con la voglia di essere un soprano, una ballerina zoppa, insomma Brandon Routh se non fosse un discreto fico, amico di Brian Singer, sarebbe nessuno, come giustizia divina vorrebbe.

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400 giorni è il film indipendente che non vorresti, tu spettatore, mai vedere: velleitario negli intenti e nei risultati, una discreta rottura di coglioni che ti fa lacrimare lo scroto anche quando dovrebbe tirare le somme e non lo fa perché si crede una sotto nolenata senza mai raggiungere Christopher Nolan, figurarsi Jonathan.

400 giorni è la storia di una missione di simulazione nello spazio dove i 4 candidati astronauti sono tra i peggiori elementi papabili per una simile missione, un maniaco suicida, un pazzo, una coppia in crisi. Ad un certo punto sembra di entrare in dimensione Event horizon con gli incubi dei poveri Cristi che irrompono nel reale, il figlio morto di uno dei protagonisti che fa capolino tra i corridoi, la paranoia di un altro che sfocia nel delirio sanguinolente con urla e dolore, insomma una versione Hellraiser nello spazio che potrebbe portare il film in campi interessanti e invece si arena in un delirio senza capo né coda.

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Matt Osterman, uno che nel suo curriculum ha due corti e un lungo di fantascienza ignoto ai più, cerca in tutti i modi, grazie ai dialoghi, grazie alla storia, di creare tensione e interesse, malgrado il budget modesto, ma, poverino, non ci riesce, perché la materia è robina, insignificante e non sense, che alla fine irrita perché ha lo stesso mistero di un adolescente che per fare l’interessante ad una festa resta ai bordi della stanza, in silenzio, anche quando le luci si spengono, pace all’anima sua, e le donne se ne vanno, sfigato ma misterioso sempre.

Nessuno spiegherà mai perché i 4 astronauti siano capitati in un’apocalisse post nucleare (una pioggia di comete come dice il gestore del drugstore? Una bomba? Un’altra dimensione?) e non ha senso neppure il finale wow a sorpresa perché è tutto troppo stupidello se ci stai a pensare un po’ su.

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Gli attori non fanno molto, anzi si trovano spaesati e spauriti, ad aggirarsi in un set pauperistico che a qualche folle ricorderebbe Mario Bava o Antonio Margheriti, in una storia che vorrebbe essere 2000 maniacs ma non è neppure il seguito di Tim Sullivan, tanto mediocre è.

Dispiace perché 400 giorni è giunto in Italia, non si sa come, non si sa perché, alla faccia dei tremiladuecento film che in Italia non ci giungono mai, una cosa così mediocre da essere ripugnante e non perché sia oscenamente brutta, ma proprio perché non ha il coraggio di esserlo e così resta lì lì tra il bene e il male, ebete, imbelle, come direbbe Shannen Doherty in Generazione X, una cosa senza coglioni.

Andrea K. Lanza

 400 giorni – Simulazione spazio

Titolo originale: 400 Days

Anno: 2015

Regia: Matt Osterman

Interpreti: Brandon Routh, Dane Cook, Caity Lotz, Ben Feldman, Tom Cavanagh, Grant Bowler, Dominic Bogart, Fernanda Romero, Sally Pressman, Mark Steger

Durata: 90 min.

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La bambola assassina 2

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Chucky è un bambolotto buono, disgraziatamente posseduto dall’anima di un serial killer, un certo Charles Lee Ray che ha tresferito con un rito vodoo tutta la sua cattiveria nel bambolotto. Il piccolo Andy Barcaly è reduce da una brutta avventura con Chucky, ma ora è tutto finito?

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I seguiti non godono di buona fama tra gli appassionati del cinema, sia horror che no. Come dare torto d’altronde quando dopo uno splendido Cimitero vivente, tratto da Stephen King, arriva un obbrobbioso Cimitero vivente 2, per di più stupidotto e mal girato? La storia del cinema horror non è, fortunatamente, così tragica per i seguiti che la maggior parte delle volte, se non ci si chiama Romero, sono copie insapori dell’originali, non brutte certo ma superflue si. Pensiamo all’Ammazzavampiri 2, a Carrie 2 the rage, a Voglia di vincere 2, a Scanners 2, film che magari se non avessero avuto il 2 davanti sarebbero state accolte meglio mentre sembra che sceneggiatori e registi si siano spaparanzati sull’amaca solo a riproporre la stessa, vecchia idea vincente.

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Così anche questo La bambola assassina 2 rientra nel club dei tanti anonimi seguiti di film cult: è divertente alla fin fine, girato anche decentemente ma non dice nè più nè di meno di quello che diceva l’originale. Il regista Tom Holland lascia la palla al nuovo arrivato, John Lafia, uno che nel futuro avrà solo molta tv e un onesto B movie sui cani assassini con Lance Henriksen, Il migliore amico dell’uomo. La regia di Lafia è onesta ma non regge il confronto quella di Holland, che, ricordiamo a tutti, è stato il regista del cult Ammazzavampiri. Certo poi anche lui sarebbe finito a fare molta tv e indecenti film, ma nel 1990, anno de La bambola assassina 2, era ancora una promessa dalle bellissime speranze del cinema horror. La sceneggiatura di Don Mancini non che aiuti molto: riprende il personaggio di Andy, il bambino del precedente film, e si limita a sistemarlo in un’altro ambiente, una casa famiglia per ragazzi problematici. Purtroppo sia che stiamo nel palazzo del precedente film o in questa villetta a schiera alla American Dream il risultato non cambia: Chucky arriva e fa fuori un po’ di persone prima di essere crudelmente eliminato da uno o più personaggi. Sono fuori dai giochi, oltre al già citato Tom Holland, anche Chris Sarandon e Catherine Hicks, ovvero il poliziotto che nel primo film si interessava al caso del piccolo Andy e la mamma del bambino, sostituiti dalla Jenny Agutter de La fuga di Logan e dal caratterista Gerrit Graham, nuovi genitori per il nostro protagonista. Genitori aggiungiamo antipaticissimi perchè se c’è una cosa che cerca di accumulare La bambola assassina 2 è un campionario di adulti tra i più stupidi, arroganti e indigeribili visti in un horror, roba che quando arriva Chucky a farli fuori un po’ sei pure dalla parte dei cattivi. Pensiamo alla morte della maestra, un’insegnante che strattona per il braccio il piccolo Andy e lo punisce senza motivo, ovvio che, quando la nostra bambola assassina preferita la prende a bastonate, in cuor tuo non ti senti di versare neppure una lacrimuccia di empatia per lei.

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La parte migliore dell’opera è senza dubbio la catarsi finale all’interno della fabbrica Tipobello, la casa produttiva di Chucky, dove al pupazzo malvagio succederanno così tante cose brutte da lasciare allibiti: verrà mutilato di una mano, perderà le gambe e poi verrà squagliato da gomma bollente con tanto di sangue che schizza copioso. A prestare la voce di Chucky è ancora il bravo Brad Dourif in un doppiaggio divertito che ben si adatta ai torpiloqui improvvisi del bambolotto, tra i momenti più esilaranti di tutta la pellicola. Alla fine poteva andare peggio e, anche se gli omicidi non peccano in fantasia, il film scorre bene fino alla fine, solo che lo si confonde troppo con il primo capitolo, segno di una mancanza di personalità del progetto. Andrà leggermente meglio con La bambola assassina 3, ma bisogna aspettare la fine degli anni 90 per godersi un buon film della serie, il folle La sposa di Chucky.

Andrea K. Lanza

 La bambola assassina 2

Anno: 1990

Nazione: USA

Durata: 88 min.

Regia di: John Lafia

Scritto da: Don Mancini

Interpreti: Alex Vincent – Brad Dourif – Jenny Agutter – Gerrit Graham – Christine Elise

Durata: 90 min.

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Alien 2 sulla terra

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Thelma (Belinda Mayne) è una speleologa con qualche potere telepatico e, mentre è intervistata da una giornalista in attesa dell’ammaraggio di una navicella spaziale di ritorno da un viaggio, ha la sensazione di un grave pericolo. Nella navicella non vengono trovati gli astronauti. Più tardi, Thelma, assieme a un gruppo di speleologi suoi amici, va in una caverna sotterranea dove si imbatte negli extraterrestri giunti sulla Terra grazie alla navicella spaziale. Sono dei minerali piuttosto cattivi che cominciano a far fuori gli speleologi. Ma è solo l’inizio.

Raccontare dettagliatamente la storia dietro Alien 2 sulla terra sarebbe aprire una parentesi interessante, divertente quanto si vuole, ma che toglierebbe la sua importanza ad un film dai mille limiti, ma anche dalla fervida fantasia e da una regia mai prevedibile o banale. Per farla breve il regista Ciro Ippolito improvvisò la pellicola senza avere quasi una sceneggiatura, folgorato sulla via di Damasco dalla visione dell’apocrifo Zombi 2 fulciano, riuscendo ad aggirare i non pochi problemi (bruciò in gioco d’azzardo e donne di piacere il budget fornitogli dai produttori) con una dose di sana “guapperia” tutta italiana.

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L’idea folgorante era quella di creare un seguito dell’Alien scottiano (i diritti sul titolo fortunatamente non erano stati depositati) con un pugno di mosche, ma anche con il genio di trasportare un orrore cosmico dallo spazio profondo alle viscere della nostra terra. Il paragone con il prototipo sarebbe ingeneroso (e pure con il seguito a venire di James Cameron), ma questo non leva al film del napoletanissimo Ciro Ippolito un certo fascino e una certa preveggenza dell’horror futuro, da The descent di Neil Marshall al recente Apollo 18 con la stessa grande idea delle pietre aliene. Eppure non si tratta di un seguito sciacallesco alla Bruno Mattei come il terribile Terminator 2 pre Swarzy, no qui c’è una sorta di originalità di fondo, maggiore dell’altro apocrifo di Alien, il Contamination di Luigi Cozzi, anche perché alla fine con il film di Ridley Scott c’entra poco o niente, la storia è su altri binari, interessanti, non stupidi e stranamente efficaci per un film creato per necessità e furbizia. Gli attori non brillano per espressività, ma siamo nella norma di un qualsiasi b movie, italiano o americano che sia, con il futuro regista Michele Soavi, all’epoca tuttofare delle produzioni bis più variegate da Massaccesi a Fulci, in un ruolo abbastanza sostanzioso.

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Sul piano voyeuristico abbiamo le straordinarie (e gratuite) tette di Belinda Mayne, sano splatter con teste mozzate e sangue rosso vernice, volti di bambini scarnificati, e, naturalmente lei, la trippa, consigliata da Mario Bava per creare il mostro e sopperire al budget nullo, tanto puzzolente da richiamare i carabinieri mentre regista ed effettisti provavano. Genio allo stato puro, scriteriato, ma efficace, che diventa quasi un classico nel finale siegaliano di pura paranoia dove l’alieno “ora può colpire pure te”. E che dire dei colori violentissimi quasi da Suspiria quando il gruppo, spinto senza saperlo al massacro, si inoltra nel profondo spazio terrestre? Alien 2 sulla terra è un film troppo spesso messo alla berlina, tacciato di essere trash solo per la sua natura di bassa speculazione, ma capace di stupire, emozionare e perché no essere uno dei più validi esempi di fantascienza italiana.

Andrea K. Lanza

Alien 2 sulla terra

Regia: Sam Cromwell (Ciro Ippolito)
Interpreti: Belinda Mayne, Roberto Barrese, Claudio Falanca, Belinda Mayne, Mark Bodin, Judy Perrin, Benny Aldrich, Michele Soavi, Vincent Palanga, Don Parkinson
Durata 92 min.

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Anno: 1980 (Italia)

Fantasma dell’opera

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Negli incubi di Nightmare ROBERT ENGLUND era “Freddy”

(Frase di lancio)

Il fantasma dell’opera è sicuramente uno dei romanzi più conosciuti di Gaston Leroux, anche per chi non l’ha mai letto, ma lo conosce attraverso una delle trecentomila trasposizioni cinematografiche, dagli apici di Terence Fisher agli abomini di Dario Argento fino ad arrivare ai musical schumacheriani.
Quello di Dwight H. Little non è uno dei migliori, ma neanche uno dei peggiori, vive un suo stato artistico di mediocrità innocua, qua e là ravvivato da tostissimi momenti splatter, a volte fuori luogo e insensati.

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Fantasma dell’opera è sicuramente in primis un film girato intorno a Robert Englund e al suo desiderio di sdoganarsi dal Freddy Krueger che gli ha dato fama rifugiandosi, per assurdo, in un altro Freddy Krueger.
Dwight H. Little non era forse il regista più adatto al servizio di una storia che ha la sua forza nell’alchimia tra amore e repulsione, più che negli omicidi e nele nefandezze sanguinarie del villain. D’altronde si sta parlando di un regista che ha dato il meglio in action testosteronici (il sottovalutato Drago d’acciaio soprattutto) e che, quando si è cimentato nell’horror puro, tipo Halloween 4, è sempre stato sottotono. Non che Little sia un virtuoso della macchina da presa, ma anche nella sua dimensione di puro artigiano, senza toccare gli eccessi anche involontari di un Pyun, di un Wynorski o di un Decoteau, ha quasi sempre portato a casa opere ben confezionate e divertenti.

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I momenti migliori del Fantasma dell’opera sono quando la storia svacca completamente negli eccessi, nella pornografia horror che devasta i volti, che sventra gli stomaci e diventa puro veicolo per il gigionismo di Englund che passa senza cognizione di causa dalla recitazione più pacata a quella urlata e fuori controllo. Davanti a questo delirio di overacting anche la graziosa Jill Schoelen, che altrove emergeva anche duettando con ottimi attori come Terry O’Quinn, è spenta, messa nell’ombra, incapace di trasmettere la minima scintilla di vita in un personaggio apatico e bidimensionale.
Non l’aiuta, a lei come al resto del cast, un doppiaggio italiano mediocre quando non fastidioso.
Eppure questa versione dell’opera di Leroux, forse in altri mani, avrebbe potuto essere buona se non memorabile a cominciare dall’escamotage del viaggio nel tempo fino all’epilogo che risistema l’asse dell’azione dal passato al presente. Solo che, come detto, tutto è lasciato allo sbando della fortuna, senza interessarsi di curare i dettagli, i personaggi, solo tentando la strada più facile, quella degli eccessi che rendono questo Fantasma dell’opera un vero horror di serie B come tanti se ne facevano a fine anni 80.

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Dispiace ancor di più perché la cornice storica era efficace, con una Londra ottocentesca baciata da una luce iperrealista e da fog innaturali, ma sono i tanti momenti di vorrei ma non posso sacrificati in onore della scelta più commerciale, qui incarnata nella raffigurazione di un Fantasma dell’opera, in alcuni momenti vicino alla follia di un anarchico Dottor Jeckill di Kikoine, imbastardito purtroppo dall’eterna maschera di Freddy Krueger e dalla sua terribile ironia a commento dei troppi omicidi.
Delle puttane che infestano la Londra del 1881, dei suoi topi, del suo demonio nano pronto a stipare poco fruttuosi patti di vita eterna, che importa se scippato dal Fantasma del palcoscenico, resta poco nei ricordi così come di una storia d’amore maledetta che riesce a diventare persino ridicola nell’osceno finale che si vuole a sorpresa.
Questo film non è mai stato pubblicato in dvd, ma solo in vhs e resta una bizzaria da raccontare più che da vedere, qualcosa che puoi arricchire con la tua fantasia nel parlarne all’amico curioso.
Ecco quindi che la poco fruibile vhs diventa, in mancanza di supporti digitali, qualcosa di mitico e miticizzato, al pari dell’arca dell’alleanza del film di Spielberg, qualcosa che in questo caso faremmo meglio a non aprire per scoprirne l’orrore celato.

Andrea K. Lanza

Fantasma dell’Opera

Titolo originale: The Phantom Of The Opera

Anno: 1989

Regia: Dwight H. Little

Interpreti: Robert Englund, Jill Schoelen, Alex Hyde-White, Billy Nighy, Stephanie Lawrence, Terence Harvey

Durata: 90 min. 

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L’amico che non c’è più: Tomas Milian

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Ho chiesto a Manuel di scrivere un pezzo su Tomas Milian, a lui e soprattutto a lui, perché Manuel Ash Leale è una delle penne che sono più orgoglioso di avere in questa landa desolata di disperati chiamata Malastrana vhs. Dico questo perché Manuel ha ancora la candidezza di un bambino, sa ancora emozionarsi davanti ad un film e considerare un attore, anche se mai conosciuto, come un amico. Purtroppo, con i miei 40 anni suonati e l’essere più puttana di una Marina Ripa Di Meana interpretata da Carol Alt, io non ne sono più capace, purtroppo. Manuel ha scritto questo sentito pezzo due mesi fa, ma io ho voluto congelarlo perché sulla morte di Milian si è scritto davvero tanto e non volevo che questo restasse un pezzo scritto per l’occasione e basta. Eccolo quindi il saluto a Tomas Milian che si merita da Malastrana vhs, il saluto ad un amico scomparso con il lutto che davvero il tempo non può cancellare. 

Andrea Lanza

Tomas Milian se né andato e io, sinceramente, non avevo intenzione di scrivere nulla in proposito. Volevo restare in silenzio, lasciar passare la doverosa marea delle esequie e salutarlo a modo mio, tra un film, una birra e una lacrima. Perché Milian è un altro pezzo di cuore che se ne va e, come Bud Spencer prima di lui, lascia un dannato vuoto. Volevo davvero restare chiuso in me stesso, ma quando mi è stato chiesto di scrivere questo editoriale è scattato qualcosa, ho mandato a quel paese la reticenza e mi sono messo a pensare. Avrete ormai capito che qui si va sul personale, quindi se volete leggere vita, morte e miracoli dell’attore cubano andate pure sul sito di un qualunque quotidiano e troverete tutto quello che cercate. Se restate accontentatevi del mio ricordo, vi assicuro che è scritto con il cuore.

Sapete però ch’è difficile mettere in mostra i propri ricordi? Un po’ per la memoria, non sempre perfetta, e un po’ per quel senso di possesso e gelosia che circonda le cose preziose. Ecco, Milian per me è prezioso, perché aldilà di gusti, film riusciti o non riusciti, personaggi e piccoli ruoli, è uno degli attori che ha permesso alla mia percezione cinematografica di maturare. Certo, ne capivo gran poco la prima volta che lo vidi, in Vamos a matar compañeros, al fianco di Franco Nero, ma quella pellicola rimase impressa, il mio battesimo del fuoco allo spaghetti western. Da quel momento ogni suo film, non li vidi mai in ordine cronologico, segnava un tassello: Tepepa, dove il Nostro fronteggiava un sadico Orson Welles, La resa dei conti, insieme a Lee Van Cleef, Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci e poi ancora i lavori con Martino, Lenzi, Hopper, Chabrol, Bertolucci, Antonioni, fino alla proficua collaborazione con Bruno Corbucci e alle parti minori alla corte di Spielberg, Soderbergh, Stone, Pollack.

Di un attore così che cosa si vuol dire? Che cosa si può scrivere? Il suo lavoro parla da sé e la sua filmografia è la dimostrazione di come il Cinema possa essere grande in ogni forma, da quella considerata più alta, il cosiddetto cinema “impegnato”, a quella considerata bassa, il “trash”, le commedie più becere. Milian è passato attraverso tutto questo rifiutando ogni etichetta, ogni incasellamento. I suoi personaggi, le maschere che l’hanno caratterizzato e reso famoso sono entrate nella storia del cinema italiano, tanto quanto il Fantozzi di Villaggio o Totò. E così Er Monnezza, il maresciallo Nico Giraldi, il Gobbo, non sono da meno del Gino Migliacci di Un giorno da Leoni (Nanni Loy, 1961) o del Michele Ardengo de Gli Indifferenti (Francesco Maselli, 1964). Impegnato o popolare, tutto si unisce senza differenze, senza mai fare a gara con le emozioni, in un unico grande amore: quello per il cinema. Questo e molto altro era Tomas Milian, il cubano de Roma, città che l’ha adottato e a cui lui ha dato anima, corpo e cuore. Quel cuore pulsante che questo editoriale non riuscirà pienamente a onorare, ne sono certo. Ma per quello, come scritto all’inizio, la ricetta giusta è una sola: film, birra, amici e ‘na bella padellata de cazzi vostri!

Manuel Ash Leale

Sinister Squad

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Stroncare un film dell’Asylum è obiettivamente semplice, come “sparare sulla croce rossa”, per usare una similitudine famosa. È così semplice da risultare perfettamente inutile. In che modo critico un film brutto e sopra le righe scritto, diretto e interpretato esattamente per essere tale? Si rischia di fare la figura del critico velleitario, di quello che si erge a difensore del buongusto scadendo poi nel ridicolo. Perché la casa di produzione californiana non fa segreto del suo modus operandi e questa onestà intellettuale è disarmante, bisogna concederglielo. A differenza di altri crea bruttezza con il preciso fine di farlo, non solo per mancanza di mezzi ma anche perché è diventato un marchio di fabbrica. Questa consapevolezza può cambiare totalmente la prospettiva di uno spettatore, ma persino nella vasta filmografia targata Asylum ci sono film più brutti del brutto. Non è proprio una definizione tecnica, me ne rendo conto, ma concedetemela in nome dello sforzo che sto facendo.

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Uno sforzo enorme, credetemi, poiché personalmente nei confronti dell’Asylum ho una sindrome di Stoccolma considerevole. Le sue produzione violentano la mia intelligenza critica, tuttavia non posso fare a meno di amarla e il perché è presto detto.
Prendete Sharknado, la sua creazione più famosa. Brutto, siamo tutti d’accordo, ma allora da dove arriva il successo che ha ottenuto, tanto da consentire tre sequel? Dall’assurdità della proposta e dalla conseguente, folle messa in atto. Sharknado è il divertissement ignorante di una serata fra amici, il pretesto becero per birra, pizza e risate idiote. Magari stanno esagerando con quattro capitoli, ma certamente il capostipite non è passato inosservato e la formula ha vinto. È quindi con cuore pesante che mi accingo a rovistare nel fondo melmoso e maleodorante delle produzioni patetiche per estrarre un film imbarazzante persino per gli standard Asylum: Sinister Squad.

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Ovviamente ispirato al ben più famoso Suicide Squad, e non vi sfugga l’eufemistico “ispirato”, è scritto e diretto da Jeremy Inman, attore, regista, sceneggiatore, produttore, addetto agli effetti speciali, editor, d.i.t., uno che fa un sacco di cose e tutte con il culo. Eppure male non era partito, la sua commedia Super Hero Party Clown (2010) è un piccolo film grazioso e ben fatto, ma a giudicare dal resto qualcosa, nella sua carriera, a un certo punto probabilmente è andato storto. Non ci sono altre spiegazioni, nessuna mente lucida avrebbe potuto partorire una simile idea, raggruppando personaggi tratti dalle fiabe e piazzando Alice a capo di un team di villain fiabeschi assemblati per combattere la Morte. Aspettate, ve lo riscrivo: Alice a capo di un team di villain fiabeschi assemblati per combattere la Morte. Lo sentite? Riuscite a percepirlo? È l’odore del genio. Sinister Squad è la versione ignorante di Once upon a time, il prodotto di menti libere da catene e raziocinio, è il risultato di un giorno di ordinaria follia concluso con il solo desiderio di fare del male a qualcuno. Povertà è la parola che meglio si associa a tutta l’operazione, che consiste in un pugno di attori e una singola location a fare da sfondo per quasi tutta la durata. Sinister Squad scatena un horror vacui che fa sanguinare l’anima, provoca ansia e disagio, è talmente povero di qualsiasi cosa debba esserci in un film, anche pessimo, da lasciare inebetiti. Non un singolo elemento funziona, a parte forse l’interpretazione di Johnny Rey Diaz nei panni di Tremotino, fastidioso, palesemente ripreso dal Joker di Leto, ma perlomeno funzionale e dignitoso.

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Un film come Sinister Squad, per essere sinceri, te lo aspetti dall’Asylum. Scarso, con attori sconosciuti o mummie riesumate da una carriera autodistruttasi, con effetti speciali indegni e una sceneggiatura delirante, queste cose sono punti fissi, sono ciò che sai di stare per guardare, approcciandoti ai suoi film. Ma miseriaccia non così. Qui non siamo all’indipendente, siamo all’amatoriale, ai filmini delle recite da oratorio, ai video dei genitori al saggio di danza della figlia. Va bene tutto, davvero, vanno bene gli squali volanti e quelli meccanici, coccodrilli, serpenti, mega piranha e brutte copie di film famosi, va bene persino Tara Reid, che più la guardi recitare e più ti sanguinano gli occhi, tutto. Ma una cialtronata come Sinister Squad no. Triste, tecnicamente a livelli miseri, noioso. Indegno pure per casa Asylum. Coraggio, sapete fare cose molto, molto più brutte. E orribilmente divertenti.

Manuel “Ash” Leale

Sinister Squad

Regia: Jeremy M. Inman

Interpreti: Johnny Rey Diaz, Christina Licciardi, Lindsay Sawyer, Isaac Reyes, Fiona Rene, Nick Principe

Durata: 1h 30m

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