One-Eyed Monster

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Nel 2018, superati i 40 anni, non pensavo di sorprendermi più di nulla. Eppure ho visto davvero tantissime cose bizzarre, dalle vagine dentate di Teeth (Denti) passando per il preservativo assassino di Killer condom fino ai pompini killer di The Killer Tongue, ma questo One-Eyed Monster arriva davvero inaspettato, una pellicola del 2008 della quale non sapevo nulla.

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La trama è più o meno la solita dello slasher: un pazzo uccide un gruppo di malcapitati in uno chalet. Scusate ho scritto male: non un pazzo, un cazzo. Sì un pisello assassino lungo 25 cm, quello del pornoattore Ron Jeremy, che si stacca di netto impossessato da un alieno malvagio e va in giro a scopare a morte le donne o ad infilarsi tra le natiche delle sue vittime per muoverle come marionette. Brr.

Il bello è che, se pensate di trovarvi davanti ad un film parodistico, sul modello Troma, vi sbagliate perché One-Eyed Monster è serissimo anche nelle sue evidenti cazzate. Il ritmo è teso, le battute più cretine sono recitate con la convinzione di stare facendo un grande horror (“Aiuto la mia amica ha un cazzo in bocca?” “E qual è la novità?”) e la fattura è professionale, lontano dallo scherzone amatoriale.

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E’ evidente che il regista stia facendo una grande supercazzola allo spettatore: le scene demenziali, i momenti assurdi non si contano così come i tanti personaggi stralunati, su tutti Charles Napier, il Murdock di Rambo 2 – La vendetta, che ci regala il momento più cult della pellicola, un assurdo monologo sul vietnam dove racconta le origini del pene killer.

Una notte io e il comandante eravamo al posto di guardia, e ci stavamo facendo una canna… roba thai. 
Sto totalmente fatto e, d’improvviso, vediamo un raggio di luce… 
E sembrò come atterrare a, forse, a circa due Km, a nord-est del campo. 
Allora il capitano dice: 
“Vado a controllare”. 
“Vai avanti amico!”, più erba per me, capisci? E così se ne va. 
Ah… possono essere passati dai dieci minuti alle due ore. Non saprei, ero fatto. 
Ma torna indietro e mi accorgo che è strano. 
E ora, beh… nessun problema, è solo quella roba thai che fa effetto. 
Beh, amico, in un attimo comincia a saltare dappertutto come se i suoi pantaloni fossero in fiamme. 
Non ti sto prendendo per il culo, sai. 
E poi… gli esce dalle mutande. Le strappa. 
Strappa via le sue mutande. 
E così mi ritrovo col capitano in piedi, di fronte a me tutto nudo dalla cinta in giù. 
E poi è successo qualcosa percui, amico, non mi hanno preparato al campo di addestramento. 
L’uccello del tipo, il suo cazzo, si è strappato dal corpo, e si è indirizzato ai tendoni. 
Così il capitano comincia a strillare come un pazzo! 
Presto non lo sento più perché le urla ora vengono dai tendoni. 
Vuoi sapere cosa diavolo sentivo? 
Sentivo come… trenta uomini massacrati da un cazzo! 
E così mi sono nascosto dietro una roccia per circa un’ora e ho dovuto ascoltare il mio intero plotone venire ucciso. 
Ed ho sentito un tipo sparare un colpo, ma poi ho sentito che veniva ucciso. 
Così, dopo, tutto tacque. 
Sono entrato con cautela, credimi, nel tendone per chiedere soccorsi via radio, e… vedo il cazzo, sdraiato lì sulla branda. 
E sembra come mi stia guardando anche lui. 
Ma ti guardava come, sai, come se fosse stanco, amico. 
E se ne stava tutto così, accartocciato, e avrei potuto ucciderlo lì, ma ero così fatto da aver paura di mancarlo. 
E, d’altrocanto, sapevo che era soltanto questione di tempo, prima che tornasse di nuovo in azione. 
Così, senza togliergli gli occhi di dosso, prendo una radio e chiedo di spedire in elicottero due troie di Saigon. 
Così, nella mezz’ora successiva, tengo sotto mirino questo cazzo. 
Ora, pensavo che non sapesse che ero fatto, così non mi salta addosso. 
Così l’elicottero atterra appena in tempo, grazie a Dio, perché ora il cazzo stava per tornare grande e duro. 
Così ho detto alle due troie: 
“Guardate, farò di tutto, cavolo, vi porto in America, qualsiasi cosa se solo ve ne state lì sdraiate e aprite le vostre gambe per me.” 
Beh, credo che America fosse la parola magica, perché non ho mai visto due zoccole levarsi di dosso le mutande così in fretta. 
Ora, il cazzo deve aver odorato la cena perché… si precipita sulle due troie. 
E così io guardo. 
E aspetto, e guardo. 
Finalmente… finalmente esplode il suo carico… 
L’ho afferrato e sono andato fuori, e l’ho lanciato in un bunker. 
Dio, Gesù Cristo… 
Circa dieci secondi dopo rincorre quindici musi gialli! 
E avrei potuto fotterli uno per uno ma… no: ho preso una decisione prioritaria, lanciare una granata! 
Fuoco nel buco! Ba-booom… 
Sta piovendo cazzi…. Sì, sta piovendo cazzi. 
Sono strisciato dentro una bottiglia di whiskey una volta tornato in America, e ci sono rimasto da allora…

Come detto però è l’approccio a spiazzare, il camuffare la comicità involontariamente volontaria dietro un cotè da fantahorror cupo, nel quale il cazzo assassino si muove e agisce come il più furbo e spietato degli Alien.

Situazioni grottesche come la macchina cattura peni si intervallano a momenti trucidissimi come un uomo tagliato a metà dal fallo o la soggettiva di una testa forata dopo un mortale blow job. Senza dimenticare gli ammiccamenti ai classici del genere come Lo squalo (“Serve un tampone più grande” al posto della barca più grande) che rinforzano la consapevolezza che la sceneggiatura sia meno abborracciata di come sembri a prima vista.

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Per assurdo One-Eyed Monster è un film che puoi apprezzarlo solo quando non lo prendi però sul serio, quando lo vivi come un B movie parodistico di tanti B movie della fantascienza del terrore, sulla scia più degenere del metacinema craveniano. A suo modo è un divertissement, una satira non solo dello scifi ma anche del porno che ad un certo punto fa dire a Ron Jeremy che interpreta Ron Jeremy frasi amare sulla degenerazione del settore hardcore (“Un tempo avevo battute, ero un attore, ora sono costretto a recitare banalità e puntare sulla scopata“).

Il regista Adam Fields, più famoso come compositore di colonne sonore, da Dawson’s Creek a Buffy l’ammazzavampiri, al suo primo lungometraggio, è discretamente bravo, non inquadra quasi mai il micidiale ammennicolo ma ci regala raccapriccianti dettagli e soggettive suggestive, sfruttando intelligentemente il poco budget a disposizione.

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Tra gli attori, tutti dignitosi, spiccano le due star del porno anni 70, la Veronica Hart di tanti porno anni 70, qui visibilmente sciupata dall’età, e Ron Jeremy, l’anti John Holmes, sempre panciuto e fuoriforma ma dal pisellone celebre. D’altronde come dice l’hacker serissimo “Ogni giorno nello spazio gli alieni captano segnali e il 70 per cento di quelli è pornografia, ma quei film sono per la maggior parte interpretati da Ron ovvio che il suo cazzo sia per loro l’arma più micidiale“.

In un ruolo minore troviamo un’altra attrice hardcore, la giovane Carmen Hart di “capolavori” come Big Cocks in Her Little BoxI Love Big Toys 2: prima di essere uccisa, la vediamo arrabbiarsi perché non si ricorda le battute del porno che dovrà recitare da lì a poco, frasi come “Oh yeah” o “Fuck me” ma affrontate con la dedizione di un Orson Wells con Shakespeare.

I fan di Buffy l’ammazzavampiri riconosceranno nel cast Amber Benson, famosa per aver interpretato Tara, la fidanzata di Willow, uno dei primi ruoli dichiaratamente omosessuali della tv per adolescenti.

One-Eyed Monster è un film molto divertente, a suo modo intelligente e che si lancia in letture non banali sull’industria del sesso filmato, risultando a tratti un amaro ritratto di un settore che baratta la calda pellicole di capolavori come Devil in Miss Jones per il digitale usa e getta di youporn. Se non ci fosse un pene assassino che diventa vulnerabile solo quando è moscio, penseremmo persino ad un docufilm sulla scia di After Porn Ends.

Andrea Lanza

One-Eyed Monster

Anno: 2008

Regia: Adam Fields

Interpreti: Amber Benson, Jason Graham, Charles Napier, Jeff Denton, Caleb Mayo, Bart Fletcher, Jenny Guy, Veronica Hart, John Edward Lee, Carmen Hart, Frank Noel, Ron Jeremy

Durata: 84 min.

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Viaggio vintage nel videogame horror su Ps2

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Ben 4 anni fa (e qualche mese sulle spalle) scrivevo uno degli articoli che adoro di più: Viaggio vintage nel videogame horror su Ps1, nel quale parlavo di tutti i giochi del terrore usciti per la mitica console di casa Sony.

Stasera voglio parlare di videogame, in un appuntamento che voglio riprendere anche in futuro con altre console, ma questa volta voglio concentrarmi con la mitica playstation 1 e con il mio genere preferito il survival horror. Naturalmente sto scrivendo per Malastrana vhs e perciò tralascerò titoli ormai troppo celebri come i bellissimi Resident Evil e Silent hill, ma mi concentrerò su giochi meno famosi, magari da noi neppure usciti, ma che sarebbe bello qualche stronzone della Sony decidesse di ristampare magari in Hd“.

Il futuro finalmente è arrivato, certo vi ho fatto aspettare anni e anni, ma stamattina, mentre correvo, mi è venuta la voglia di riprendere le file del discorso interrotto nel 2014 e quindi passare alla PS2 con la sua grafica più definita restando però sempre nel territorio del terrore.

Stavolta farò un’eccezione: parlerò anche di Resident Evil e Silent Hill, ma non dei capitoli classici, ma delle incarnazioni meno decantate, gli Outbreak per esempio, tutti quegli spin off o episodi principali che Capcom o Konami avrebbero voluto, a volte stupidamente, non avere mai prodotto.

E se ve lo state chiedendo: no, ancora a distanza di 4 anni, la Sony non ha buttato in HD i gioiellini dispersi della sua PS1. Sti stronzi!

Silent Hill – The Room/ Silent Hill – Origins

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A Silent Hill ci piace spiare

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Incominciamo con il capitolo della saga di Silent Hill più sfigato in assoluto, il The room, quello che nella HD collection per PS3 non hanno neanche calcolato. Questo quarto segmento è visto in casa Konami come il diavolo impestato, la troia di paese, il sindaco pescato con le mani nelle casse del comune, tanto da aver segnato la fine del glorioso Team Silent, creatori dei primi mitici episodi.

Cosa c’è che non va in questo titolo? Sicuramente la monotonia di alcune meccaniche di gioco come il dover tornare sempre, come base operante, alla stanza che da’ il nome al l’opera. Ad ampliare la non fruibilità del titolo poi c’è una certa difficoltà, non  paragonabile ai precedenti capitoli, che rende il tutto molto ostico. Non cose poi così insormontabili, per capirci Forbidden Siren è più tosto, ma diciamo che non siamo davanti ad un gioco poi così facile, motivo principe perché non vendette tanto.

Di buono però ci sono tantissime cose e invenzioni: in primis la visuale che passa dalla terza persona alla prima a seconda che ci si trovi in casa o nelle dimensioni parallele. Poi ci sono molti mostri, alcuni completamente nuovi, e un intreccio thriller che si impone sul classico storyline lovecraftiano della serie. Silent Hill: The room è anche il capitolo più claustrofobico, ansiogeno e con le uccisioni più tragiche dai tempi della morte dell’infermiera Lisa Garland.

Al’uscita il gioco ebbe critiche contrastanti, a volte ferocissime da parte dei suoi giocatori. Si racconta, ma la cosa è stata smentita più volte dalla stessa Konami, che The room non nacque come Silent Hill, ma come un titolo autonomo chiamato Room 302. Questo potrebbe spiegare perché è l’unico capitolo a non essere completamente ambientato nella città della nebbia, ma in una località adiacente, Ashfield. Era comunque un titolo interessante che, oggi come nel 2004, meriterebbe di essere giocato. In più le bellissime e struggenti musiche di Akira Yamaoka impreziosiscono un gioco forse troppo avanti nel tempo come meccaniche ma che, all’epoca, fu comunque lì lì per vincere l’ambito Best Adventure Game di GameSpot, andato però al più canonico Mist IV: Revelation.

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Tre anni dopo, con un altro team di sviluppatori, i Climax Studios, la Konami resuscita Silent Hill con un prequel del primo capitolo chiamato appunto Origins. Pensato per la piccola e sfortunata console di casa Sony, la PSP, uscì nel 2008 anche per la PS2, purtroppo in una mediocre versione. Il porting era abbastanza deludente, con una grafica che in piccolo sembrava grande ma sui televisori rivelava la sua miserabilità, in più la mancanza di poter ruotare a 360 gradi la telecamera e i comandi non proprio fluidi completavano il disastro. Un peccato perché il gioco, pur se più tradizionale di The room, era davvero molto buono, spaventoso e con una trama interessante che rivelava alcuni dettagli rimasti oscuri dai tempi del primo capitolo. Solo che giocarlo su PS2 era il male, davvero.

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Se Origins centrava il bersaglio, almeno su PSP, così non fu per il capitolo successivo, sempre per le due console, la piccola e la grande, di casa Sony. Silent Hills: Shattered Memories ambiva di essere un remake del primo episodio, ma falliva su tutta la linea: ripetitivo, con l’idea folle, che anticipava Outlast, di scappare senza difendersi mai dai mostri, non faceva paura neanche per scherzo. La grafica poi era buona sulla PSP mentre, sulla più potente PS2, orribile. Ci si avviava lentamente all’inizio della fine: le incarnazioni successive, su PS3, sarebbero state ancora peggiori con l’aggravante di un Silent Hill: Downpour scritto benissimo ma confezionato così male da essere scambiato per una produzione indipendente per kickstarter. Deplorevole.

Resident Evil: Outbreak 1 e 2

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I due Resident Evil Outbreak dovevano essere il contentino per tutti i fan SONY che non avrebbero mai avuto modo di giocare, almeno così si credeva, ai Resident Evil ufficiali, il 4 (2004), lo 0 (2003)e il remake (2002), esclusive Nintendo per il suo Cube. In più visto che il quarto capitolo rinunciava agli zombi in favore dei Las plagas, infetti veloci e parlanti, i puristi pensarono “Fanculo Resident Evil 4! In questo Outbreak ci sono i morti viventi, c’è il vero Resident Evil!“. In Giappone uscì a fine 2003 e aveva una cosa importantissima per essere goduto, avanti mille anni nel tempo, il multiplayer, un’idea suggerita da quel geniaccio di Shinji Mikami, creatore della serie. Così potevi divertirti, insieme agli amici, a sparare agli zombi, ad uccidere elefanti putrefatti in scenari strafighi, ripercorrere i luoghi amati dei capitoli classici della serie, una cosa incredibilmente divertente. Purtroppo in Europa, nel 2004, 9 mesi dopo il Giappone e gli USA, lo fecero uscire senza online. Risultato: il gioco faceva schifo e non poco, una merda ad un passo dall’ingiocabile. Immaginatevi un videogame che punta tutto sul cooperativo dove però i tuoi amici, comandati dal computer, fanno cose sceme nei momenti meno consigliati: combattere disarmati i mostri, non aiutarti quando sei in pericolo o fare una strana gara podistica contro il muro. In più in Europa i caricamenti erano lunghissimi. Frustrante. L’anno dopo (2004 per il Giappone e 2005 da noi) ripararono il malfatto con Resident Evil Outbreak File #2: praticamente un’espansione del gioco precedente ma con l’online anche da noi. Il gioco così era fighissimo ma nel 2007, causa le cattive vendite, spensero i server facendo finire la pacchia e relegando il gioco in quella dimensione di coglioneria e cretineria videoludica che aveva contraddistinto il precedente Outbreak, con la gioia sadica però di poter condividere stavolta questa fetenzia anche con i giapponesi. Come diceva Snake Pliskeen in Fuga da Los AngelesBenvenuti nel mondo della razza umana“.

Resident Evil: Survivor 2 Code: Veronica/Resident Evil Dead Aim

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Sembra la PS1 e invece è la 2

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Raccapriccio

Con Resident Evil: Survivor 2 Code: Veronica siamo davanti invece ad uno dei Resident Evil più brutti mai creati, non solo per la serie classica ma anche per il suo spin off sparatutto con pistola di plastica alla mano. In questo titolo, uscito nel 2001, la Capcom riesce a superarsi nel peggio: prende uno dei suoi titoli migliori, Codename Veronica, quarto capitolo spurio della serie, e lo peggiora con grafica scadente, dialoghi scritti da un babbuino con un ictus cerebrale, longevità di un Gig Tiger e tanto mal di testa post pixel da prima persona. Non che il primo capitolo dei Gun Survivor fosse bello, ma per lo meno era giocabile. Questo sembra persino un insulto al gioco ispiratore, concepito da un programmatore che probabilmente neanche ha mai giocato al Codename Veronica originale. Anche come shooter puro e semplice fa schifo: monotono, mai adrenalinico, con solo l’intuizione di mischiare arcade con lo sparatutto e passare dalla terza persona (quando si esplora) alla prima (durante le sparatorie).

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Nettamente migliore la grafica

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Fortunatamente nel 2003 entrano in scena i Cavia, quelli del meraviglioso Nier Gestalt/Replicant, e sviluppano Resident Evil: Dead Aim, lo sparatutto Capcom più gagliardo della PS2. Stavolta siamo in un gioco vero con una storia ben scritta, una grafica all’altezza e una dose di ritmo e divertimento ben bilanciato. Niente STARS, niente personaggi classici come Chris, Claire o Jill, la storia di Resident Evil Dead Aim porta in scena per la prima e unica volta le avventure di Bruce McGivern, agente della US-STRATCOM (United States Strategic Command), alle prese con il recupero del T- Virus su una grande imbarcazione. La Capcom deve essere molto affezionata ai transatlantici o comunque agli scenari navali visto che, in più occasioni, ha fatto muovere all’interno di essi i suoi personaggi, dal vetusto Resident Evil Gaiden per Gameboy ai più recenti Resident Evil Revelations e Resident Evil 7. Le vicende di Bruce McGivern convincono: il personaggio è simpaticamente strafottente e la sua comprimaria Fong Ling, mutuata sul carattere di Ada Wong, è sexy, letale e tosta. In più Dead Aim è un’avventura in terza persona che diventa in prima solo quando si punta la pistola addosso ad un nemico, in un riuscito mix, stavolta, tra avventura classica e shooter selvaggio. Anche i mostri sono vari e spietati: in poche parole, una figata. L’unica cosa che purtroppo non si può fare è spaccare tutto a colpi di pistola: gli scenari restano intonsi, sia che si tratti di una porta che di un semplice vaso. Un peccato visto la bellezza della grafica e soprattutto l’esistenza di un titolo sparatutto per PS2 come Black che faceva del realismo da demolizione il punto forte. I Cavia torneranno alla saga di Resident Evil con i riusciti Umbrella Chronicles per WII e svilupperanno per XBOX 360 un gioco non riuscito ma dalle grandissime potenzialità, Bullet Witch, che vi invito a recuperare.

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Siamo OT ma quanto bella è Bullet Witch?

Extermination

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Immaginate di essere così fan di Resident Evil da voler a tutti i costi giocarne ad un altro anche quando non è in programmazione nessuno. Nel 2001 ci è venuta in soccorso la Deep Space con Extermination, un progetto concepito dal mitico Tokuro Fujiwara di Ghosts ‘n Goblins , Commando, Bionic Commando, Sweet Home e naturalmente del suo quasi remake, Resident Evil. Siamo davanti ad un clone fatto benissimo del survival horror Capcom: mostri, munizioni scarse e inquadrature fisse di telecamere invisibili. La formula Resident Evil viene anche migliorata con l’idea, ripresa poi in Oubreak, di un virus che infetta il giocatore, il quale se, se non curato, morirà in breve tempo. Extermination ha un impianto più da fantahorror e si ispira chiaramente a La cosa di John Carpenter con un’aria ansiogena unica che rende questo titolo un gioiellino di scrittura e gestione sapiente della suspense. A non renderlo un capolavoro è solo il personaggio principale, Dennis Riley, esperto agente operativo e membro della unità RECON, che è un cliché vivente di altri eroi già visti. Certo anche Chris Rendfield non era poi il protagonista più caratterizzato psicologicamente della storia dei videogames, ma Resident Evil giocava la carta della demenzialità da B movie horror che Extermination non ha. E’ un gioco comunque da recuperare: splendido da vedere e divertente da giocare.

Project zero 1, 2 e 3.

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Qui siamo davanti a tre capisaldi del genere survival horror, i Project zero, titoli dall’atmosfera di grandissimo terrore, baciati da un comparto tecnico eccellente. Il primo titolo, uscito in America come Fatal frame e in Giappone semplicemente come Zero, mette le basi per quello che sarà la punta apice della serie: il due, Crimson butterfly. E’ il 2001 e la Tecmo ha l’intuizione di scalzare il dominio incontrastato dei Resident Evil e dei Silent Hill nel territorio dei giochi horror, non aumentando gli elementi conosciuti, ma sottraendoli. In Project Zero c’è un ritmo molto lento, quasi da gotico ottocentesco, con però una inusuale tensione che tiene il giocatore incollato allo schermo, spaventato da ogni rumore, ogni porta che scricchiola, in attesa del prossimo fantasma bramoso di vendetta. Se i due colossi del survival guardavano modelli occidentali, dagli zombi di Romero alla letturatura di Lovecraft, il gioco della Tecmo invece si rifà al folklore giapponese con spettri rancorosi dai lunghi capelli neri, gli stessi che hanno fatto la fortuna del The ring di Hideo Nakata e del Ju-On- The Grudge di Takashi Shimizu. In più il giocatore non comanda il solito poliziotto spaccaculi ma una ragazza senza pistole o fucili, armata solo di una macchina fotografica, capace però con essa di catturare e uccidere i fantasmi che la perseguitano. Grazie a questo espediente, che amplifica il concetto di Silent Hill dove il protagonista è un uomo comune senza addestramento militare, possiamo conoscere anche i cattivi, gli spettri, attraverso la loro storia di sofferenza e dolore, un’esperienza unica nel genere.

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z3magad3z3magad2z3magad1ff3_magadzero4madad414imagen-i1228-pgeCosì è per Project zero 3 (2006), un gioco eccezionale ma che paga il suo essere uscito dopo il secondo capitolo. Eppure l’idea dei tatuaggi che coprono il corpo della fotografa Rei Kurosawa è ottima con il disegno che diventa man mano più grande fino a forse ricoprirla tutta e quindi ad ucciderla. La canzone che fa da colonna sonora a quest’avventura è Koe (voce) composta dall’artista Tsukiko Amano che racconta di una donna diventata pazza dopo la morte del suo amante tanto che non ne ricorda più, appunto, la voce. Da brividi.

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La saga su PS2 finirà qui ma continuerà con due ottimi capitoli, Zero: Tsukihami no kamen (2008, WII) e Project Zero: Maiden of Black Water (2014, WII U), su Nintendo, il primo solo per il mercato giapponese, il secondo anche per l’America. Inutile dirlo: in Italia non arriverò nessuno dei due.

Per onor di cronaca esistono due spin off di Project zero, entrambi molto scadenti: Real: Another Edition per cellulari e Spirit Camera: Le memorie maledette per Nintendo 3DS. In più di Project zero 1 e 2 esistono due versioni per XBOX migliorate graficamente con un’opzione prima persona per il secondo e tanti nuovi bonus. Da recuperare.

Kuon

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Quando la From Software non era ancora la casa dei difficilissimi Bloodborne o Dark souls, nel 2004 si mosse timidamente nei meandri del survival horror con un gioco non molto fantasioso, ma dalle dinamiche interessanti. Con Kuon abbiamo un clone smaccato di Project zero, ma dall’anima leggermente più action che sostituisce le macchine fotografiche con gli incantesimi inserendo anche la possibilità di affrontare i mostri a colpi di armi bianche. Non temete però anche qui ci sono scene di tensione e spaventi molto ben riusciti, in questo Kuon sa essere un ottimo esponente del genere. La From Software per rendere difficile il suo gioco inserì delle idee alquanto sadiche: se non bastava che i personaggi perdessero energia correndo, complicarono la vita aggiungendo l’increscioso handicap della barra di sanità mentale, potenziando un’idea già presente in Clock tower 3 e in Eternal Darkness: Sanity’s Requiem. Kuon era un gioco fortemente giapponese, ambientato nell’epoca Heian a Kyoto, tanto che in Italia non fu neppure tradotto con buona pace di chi non conosceva l’inglese. Il giocatore poteva comandare, durante la storia, tre personaggi diversi: una ragazza, Utsuki, in visita ad un tempio maledetto con la sorella, una giovane esorcista, Sakuya, e un sacerdote, Abe no Seimei, tre vicende correlate che componevano i tre schemi del titolo, la fase Yin, la fase Yang e la fase Kuon. I mostri erano vari: si affrontavano fantasmi, simil zombi, ibridi di più corpi e boss feroci come nel caso di due gemelli particolarmente ostici e malvagi. La grafica appariva molto buona per l’epoca e il titolo, pur non raggiungendo vette di eccellenza per la sua natura derivativa, viene ricordato come un buon esponente del survival horror. Malgrado le non ottime vendite, per anni si ipotizzò un Kuon 2, ma non vide mai la luce.

Michigan: Report from Hell

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Un titolo del 2004 considerato poco, ma davvero molto interessante. Michigan: Report from Hell è un azzardato tentativo di trasportare nel regno del survival horror il genere mocku, diventato famoso qualche anno prima al cinema, nel 1998, con Blair Witch Project. Con una storia che anticipa Cloverfield, il gioco metteva il giocatore nei panni di un cameraman alle prese con un’invasione di alieni in una grande città. Un’idea semplice, ma dal grande impatto emotivo: un horror visto attraverso gli occhi della videocamera, una cosa assolutamente innovativa per un videogioco. In Michigan: Report from Hell a morire non è chi riprende, ma la bellissima inviata di turno. In una struttura originale quindi fallire non voleva dire finire il gioco, ma semplicemente passare ad un altra parte della città con un’altra splendida cronista tv: così però la storia, mancando di alcuni tasselli, diventava lacunosa. Purtroppo una grafica non proprio buona e la mancanza di una parte action consistente, rendevano il titolo non proprio fruibile al grande pubblico, pur restando un videogame a suo modo epocale.

Bloodrayne 1 e 2

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Bloodrayne è un gioco del 2002 pazzesco, il sogno di ogni fan del cinema di serie Z trasportato nel magico mondo dei videogiochi: vampire sexy, combattimenti selvaggi e nazisti cattivissimi come nel classico Wolfenstein. La trama non è gran cosa, la grafica non raggiunge livelli eccelsi ma il divertimento è ai massimi livelli: un titolo che non annoia mai, esagerato, sanguigno e con un gran comparto di nemici, boss e cose da fare. La dhampira Rayne, metà metà umana e metà succhiasangue, ha carisma da vendere e in un mondo perfetto avrebbero avuto non uno ma mille seguiti, come una sorta di Lara Croft delle tenebre.

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Bloodrayne 2 fu parzialmente geolocalizzato in italiano ed è un titolo molto raro

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Sequel non eccelso, ma Rayne spacca e la grafica è migliorata

Invece abbiamo solo due sequel non memorabili, Bloodrayne 2 (2002, PS2), discreto titolo che sposta però l’azione di 70 anni nel futuro rinunciando così al folle divertimento di una seconda guerra mondiale  distopica, e BloodRayne: Betrayal (2011, PS3), un gioco 2d a scorrimento laterale abbastanza mediocre, tanto da segnate ingloriosamente la fine della serie.

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più manga, ma meno divertente

Nel corso del 2005 Majesco annunciò un Bloodrayne per PSP definendolo “un titolo che non deluderà i fan, nel quale i cattivi dei capitolo precedenti resusciteranno per dare filo da torcere a Rayne“. Questo non successe mai e la rossa dhampira tornò solo in tre film folli, scriteriati e assurdi di Uwe Boll, uno ambientato nel medioevo, uno nel west e uno, stranamente il peggiore, durante la seconda guerra mondiale. Ad interpretare la nostra eroina ci fu, nella prima pellicola, la bellissima Kristanna Loken, la Rayne perfetta, e, nelle due restanti, la stupenda Natassia Malthe, un po’ meno a suo agio però nel ruolo della sexy vampira mezzosangue.

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Bloodrayne nacque dalle ceneri di un progetto degli stessi sviluppatori, i Terminal Reality, purtroppo cancellato, ovvero Nocturne 2, seguito di un gran gioco horror del 1999 su PC. In questo secondo capitolo la dhampira Svetlana Lupescu, dall’aspetto molto simile alla nostra Rayne, avrebbe dovuto essere la protagonista assoluta: purtroppo non successe e il titolo fu trasformato appunto in Bloodrayne. Per la nostra gioia.

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Svetlana Lupescu

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Natassia Malthe

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Kristanna Loken

Obscure 1 e 2

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Quando nel 2004 la francese Hydravision Entertainment sviluppò Obscure, il genere era un po’ inflazionato, ma il gioco graficamente si impose sul mercati soprattutto per una grafica impressionante. Non c’era differenza tra i filmati di presentazione e la parte giocata, la stessa strabiliante qualità visiva. Obscure mischiava la fantascienza anni 50 con il teen horror di fine millennio alla Wes Craven, sopratutto il The faculty di Robert Rodriguez. La trama vedeva un gruppo di studenti fronteggiare una minaccia indefinita in un liceo, un pericolo sotto forma di spore nere che, come si desumeva dal titolo, si nutriva di oscurità. I personaggi giocabili erano cinque, dal giornalista in erba all’atleta, ognuno con le sue capacità, tutte essenziali per superare il gioco. Infatti Obscure era un videogame che dava il meglio di sé soprattutto in cooperativa, giocandolo con un amico che controllava il secondo giocatore, evitando così l’effetto Resident Evil Outbreak di aiutanti con deficit mentali mossi dalla console. Tra i personaggi spiccava Stanley “Stan” Jones, lo studente più ribelle del gruppo, un pluriripetente con il fiuto per gli affari poco onesti, palesemente plasmato sul modello Josh Hartnett di The Faculty e il suo Zeke Tyler. Obscure non raggiungeva l’eccellenza soprattutto per un gameplay a volte ostico e comandi non perfetti, ma era comunque un discreto survival horror pieno di momenti paurosi e con nemici ispirati e tosti. In più come voler male ad un gioco che, su alcuni volantini all’interno della scuola, presenta la scritta “Fulci lives“?

Ultimamente sono saltate fuori alcune immagini e persino un video di Obscure in versione BETA con vestiti alternativi dei nostri eroi, personaggi secondari che sarebbero dovuti essere i protagonisti e persino mostri dall’aspetto diverso.

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Obscure 2 è del 2007 e ci presenta i sopravvissuti del primo capitolo questa volta all’università. Naturalmente la grafica risulta ancora più spettacolare ma non sono purtroppo stati eliminati i problemi di gameplay. Un peccato perché i ragazzi di Hydravision Entertainment si concentrano ancora di più sul ritmo e Obscure 2 è più vario, ampio da esplorare e con personaggi più interessanti. Solo che alla trentesima volta che devi schiacciare il tasto salta e il tuo personaggio resta fermo a decantare Kant, la pazienza viene a meno. Si racconta che molti joypad siano volati nel paradiso delle bestemmie contro il muro, una fine giusta per un gioco capace di uccidere la pazienza del giocatore più serafico. Sembra che il titolo ebbe non pochi problemi di sviluppo e vennero persino eliminate intere aree di gioco per farlo uscire il prima possibile in un periodo dove la PS2 era già data per morta. Questo lo si può vedere confrontando il gioco finito con la demo della versione BETA che presenta persino la possibilità di scegliere quali personaggi far morire e quali tenere fino alla fine.

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Obscure 3 non si farà mai, ma, come capitò con Bloodrayne, divenne un gioco terribile in 2d per la PS3 dal titolo Final exam, qualcosa di così sottilmente brutto da far pensare ad una nuova invasione di spore nere, non più in una scuola, ma direttamente nel nostro cervello.

Un triste finale per una serie che ricordiamo con affetto.

Cold fear

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Immaginate un gioco come Resident evil revelations ma fatto una decina di anni prima: zombi cattivissimi su navi lì lì per affondare. Cold fear arriva nel 2005 sulla nostra amata PS2 e, fin dai primi gameplay, è roba da spaccare le mascelle. Purtroppo una cosa importantissima giocava a suo sfavore: la mancanza di tensione, micidiale per un survival horror. Cold fear è figlio della virata action di Resident Evil 4, più attento all’azione che alla costruzione della paura, non un problema se, ad aggiungersi alle magagne, non ci fosse anche una storia striminzita e un personaggio, Tom Hansen, un po’ troppo insipido. E’ comunque il primo gioco horror Ubisoft per la console di casa Sony e una delle cose più impressionanti a livello visivo viste in un survival, con la nave che sembra davvero colpita dalle onde e gli oggetti che rispondono ad una fisica realistica. Cold fear fu sviluppato dai francesi Darkworks, già famosi per un altro titolo del terrore, Alone in the Dark: The New Nightmare. Ci furono per anni voci di un seguito imminente ma nulla di fatto: le modeste vendite bastarono per fermare l’epidemia degli infetti più della pistola di Tom Hansen. E’ un gioco comunque che, pur con i suoi difetti, è invecchiato molto bene, molto divertente se si lo affronta come uno sparatutto in terza persona a tema morti viventi incazzati.

Rule of roses

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Rule of roses è un ottimo gioco: pieno di atmosfera, dalla trama ben scritta e dal gameplay divertente. Eppure se lo chiedete a qualsiasi profano del videogame dall’ottima memoria vi dirà che è un brutto gioco, magari aggiungerà, come la mia cara zia Ivonne che di survival ne capisce quanto Bertoldo con la passera, che è pure per deviati mentali. Colpa di Panorama che, all’apice di giornalettismo da Novella 2000, intitolò un suo articolo “Vince chi seppellisce viva la ragazza“, riferendosi appunto a Rule of Roses. Colpevole di tanta nefandezza fu Pietro Calabrese che probabilmente neppure aveva una PS2, ma il suo brutto pezzo, lacunoso e urlato, fece il suo effetto da pubblica gogna per il popolino della tv che ora sapeva anche leggere.

E’ vero che Rule of roses tratta temi non facili, ma lo fa con la crudeltà di una favola dei Grimm, con la spietata delicatezza di un Henry James e del suo Giro di vite, un gioco sicuramente non facile, ma dal fascino unico. Di certo non era il Carmageddon di turno, il giochino sadico che si divertiva a seppellire viva una ragazza: crederci equivaleva a  liquidare Arancia meccanica come blanda pornografia.

In Rule of Roses scottano, come ferite ancora fresche, i fantasmi del bullismo, della pedofilia, della bulimia su anime non ancora convinte di essere morte, ma che ripetono in eterno un teatrino tragico dove vittime e carnefici alternano i ruoli. Un titolo che dimostra quanto un gioco può essere maturo, spietato e fare davvero male. Con Silent Hill 2 siamo davanti ad una delle cose più belle mai viste, non solo su console ma in senso assoluto nell’arte. E’ con Rule of Roses che il media videogame viene crocifisso davanti alle masse e ucciso inesorabilmente senza nessun peccato da mondare.

La Punchline, casa di sviluppo del gioco, fallì pochi anni dopo il rilascio questo titolo. Per i fortunati che lo comprarono all’epoca (ora una copia introvabile è pagata peso d’oro) fu un’esperienza indimenticabile, merito anche delle malinconiche note di Yutaka Minobe, soprattutto la struggente A love suicide.

Certo si può imputare che alcune meccaniche di gioco (l’aiuto del cane per esempio) non siano proprio originalissime, già viste nel precedente Haunting ground della Capcom, ma la forza di Rule of roses è la grandezza della sua maestria nel raccontare, qualunque cosa racconti, facendoci sentire, a 16 anni come a 40, ancora bambini in attesa della fiaba del nonno davanti al focolare.

Alone in the dark : The New Nightmare/Alone in The dark

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Alone in the Dark: The New Nightmare arrivò sulla ps1 nel 2001 ed era davvero un bel vedere, forte di una grafica pazzesca che spingeva al massimo la console di casa Sony. Quando fu annunciata anche una versione per PS2 si sperò che quella riuscisse a migliorare il migliorabile. Purtroppo il nuovo Alone in the Dark: The New Nightmare era uguale alla vecchia versione, un banale porting senza abbellimenti di nessun tipo. Non era comunque l’unico difetto del gioco che rinunciò in fase di sviluppo al numero 4 per diventare reboot definitivo della serie più longeva del survival horror. Il gioco cercava di svecchiare la formula ansiogena classica con inneschi di action puri, scopiazzando un po’ dal Nightmare creatures di Kalisto, ma lo faceva con un gameplay ostico, nemici non ispirati e una storia troppo contorta. Un peccato perché è grazie al primo capitolo di questa saga, l’Alone in the dark del 1992, ideato dal francese Frédérick Raynal, che tutto il genere horror videoludico, come lo conosciamo ora, nacque. Questo reboot sarebbe dovuto essere il primo di una trilogia che però morì lì colpa di un gioco non brutto ma anonimo e dai molti problemi tecnici.

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alone-in-the-dark-ps2-02 La visuale passava dalla terza persona alla prima quando si usavano le armi

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Per questo, nel 2008, la serie tornò con un altro Alone in the dark che dimenticava The New Nightmare senza molto rimpianto. Non più castelli gotici, isole infestate da creature lovrecraftiane, ma un horror sulla falsariga di Alan Wake (con tanto di struttura episodica clonata) ambientato nella suggestiva cornice moderna di Central Park. Purtroppo anche in questo caso abbiamo un gioco pieno di difetti che, sulla PS3, cerca di riparare le magagne viste in precedenza sull’XBOX 360 con telecamere meno sbarazzine e nemici più attivi. Questa versione, per contraddistinguerla da quella Microsoft, fu chiamata Inferno, ma era alla fine comunque lo stesso disastro. Nel contempo però ATARI cercò di non perdere gli ancora tanti giocatori che erano rimasti fedeli alla PS2 (e alla WII) e presentò lo stesso anno una versione in piccolo del gioco. Mentre Eden Games sviluppava il titolo per PS3Hydravision Entertainment lo faceva per il vetusto sistema, generando in questo caso un gioco ancora peggiore: scarso di grafica, senza free roaming, con telecamere ancora più indecenti e una trama che dimenticava personaggi strada facendo, questa versione di Alone in the dark era oltre il brutto, un oltraggio sciacallesco sviluppato in fretta e furia. Un lavoro indegno della Hydravision Entertainment che poco tempo prima ci aveva regalato un gioiello come Obscure e che lentamente agonizzava prima di morire.

Underworld: The eternal war

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Ah i giochi presi dalle licenze cinematografiche! Se non sono brutti è un miracolo, ma, anche in quel caso, è raro che superino la sufficienza. Underworld: The eternal war non faceva difetto: breve, graficamente scadente e monotono nei combattimenti. Lo spirito fracassone e romantico del film con Kate Beckinsal non veniva echeggiato neanche per scherzo: si trattava di un brutto shooter in terza persona dove si ammazzavano nemici sempre uguali, sia che fossero vampiri o licantropi. In poche parole una noia. Underworld: The eternal war uscì nel 2004 e sembrava vecchio  di almeno cinque anni: l’ideale per finire nel cestone dell’Iper a 5 euro, tutti comunque strapagati.

Van Helsing 

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Con Van Helsing abbiamo un’altra licenza cinematografica trasposta in videogame, ma, rispetto a Underworld: The eternal war, siamo davanti ad un gioco gradevole, breve ma divertente. Si tratta di uno smaccato clone di Devil May cry con un Van Helsing/Hugh Jackman più simile, come acrobazie, al Dante di Capcom che al cacciatore di vampiri visto al cinema. Se si è di bocca buona, e si passa sopra ai soliti nemici cretini, c’è da divertirsi con schemi ispirati (Notre Dame su tutti) e soprattutto un ritmo concitato. Van Helsing è il corrispettivo di un seguito di un blockbuster che esce solo in dvd: povero ma gagliardo.

Haunting ground

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Capcom si riconfermava, nel 2005, la casa di videogames più abile e incline all’horror grazie a questo Haunting ground, uscito in Giappone come Demento. La lezione di Clock tower 3, sempre Capcom, veniva assorbita, rielaborata e sublimata in questo gioco dalle forti note sadiche, molto ansiogeno e dalla grafica spettacolarmente gotica. D’altronde Haunting ground sembra che fosse nato appunto come Clock tower 4, diventando poi, per motivi a noi sconosciuti, questo nuovo titolo. Protagonista del’avventura era la bella Fiona che si risvegliava seminuda nelle segrete di un castello: da lì a poco la sua vita si sarebbe ingarbugliata con giganti dementi dalle strane voglie, cameriere psicopatiche e un fedele cane pronto a tirarla fuori dai guai. Se la trama sembra stupida, il gioco non lo è: si respira tensione e paura per tutta la durata dell’avventura soprattutto perché la nostra Fiona è davvero in balia dei suoi aguzzini, inerme, senza possibilità di salvezza in uno scontro. L’unica soluzione è nel trovare un nascondiglio e far perdere le proprie tracce: più facile a dirsi che a farlo. Prima di Outlast il survival horror giocava già a nascondino e lo faceva in maniera egregia senza l’uso della prima persona e soprattutto non barando coi jumpscare. Nello sviluppo del gioco si perse una componente interessante per ogni buon voyeur: i vestiti della bella Fiona si distruggevano sempre più ad ogni incontro con i nemici finché non restava nuda o quasi. Slurp!

Clock tower 3

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Clock tower è del 2001 e si pone come reboot di tutta la saga precedente imbastendo una nuova storia di varchi temporali e pericolose eredità. Per 2 terzi tutto funziona egregiamente, il gioco tocca punte di crudeltà inaspettata, la storia è appassionante e la tensione è ai massimi livelli. Poi, nel finale, l’impianto crolla con una protagonista che si tramuta in una specie di angelo e spara frecce al suo antenato malvagio: qualcosa di così delirante e inopportuno da distruggere tutto quello che di buono c’era prima. Ma che diavolo si erano fumati gli sviluppatori? E’ un peccato perché alla regia dei filmati non giocabili c’era il veterano Kinji Fukasaku di tanti polizieschi giapponesi anni 70 e soprattutto dell’iconico Battle Royal. Il suo apporto al titolo è qualcosa di incredibile: raramente in un videogioco si sono visti intermezzi in CGI così spettacolari e cinematografici, scorretti e violenti. Basti pensare all’arrivo di un nemico, Il corrosore, che entra in scena inaspettatamente, durante un intermezzo molto dolce, nel quale un ragazzo copre con uno scialle le spalle della vecchia madre. La scena è sconvolgente: il serial killer coperto da una maschera antigas spruzza dell’acido sulla faccia dei due, li colpisce selvaggiamente e ridendo li scioglie ancora vivi in grosse taniche. Il gioco presenta come personaggio principale una ragazza, Alyssa (come in Clock tower 2 ma dal cognome diverso), con l’unica possibilità, per salvarsi la vita, di trovare un nascondiglio sicuro. Torna il nemico storico della serie, l’uomo forbice, questa volta accompagnato da una gemella, più psicopatica di lui e con lo stesso amore per le cesoie giganti. Se si ignora il finale è un gioco eccezionale, ma, proprio per colpa dell’epilogo così dissonante, non è perfetto come Haunting ground.

Di Clock Tower esiste comunque un capitolo 4 dal titolo Nightcry su regia del notevole regista horror Takashi Shimizu: si tratta di un brutto gioco, disponibile solo su PC, scarso di grafica, di gameplay ma soprattutto di cuore.

The Thing

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Eccoci davanti all’eccezione: un gioco tratto da un film che risulta però buono. In The thing si ritrovano tutte le cose che abbiamo amato nel fanta horror di John Carpenter: ambientazione sotto zero, alieni che simulano gli umani e un senso di paranoia sempre altissimo che ti fa dubitare di tutto e tutti. Il gioco è un proprio un seguito di quel film, non un riadattamento videoludico della stessa vicenda, con una nuova squadra che arriva ad indagare sui luoghi conosciuti in La Cosa entrando in contatto con l’organismo alieno ancora presente. The Thing aveva tre misuratori importanti per proseguire nell’avventura: fiducia, paura e assideramento. Il personaggio giocabile JF Blake doveva guadagnare la stima dei suoi uomini e soprattutto cercare di non far alzare la loro barra del terrore per non causare gesti avventati quali aggressioni o suicidi. In più se si esplorava l’ambiente esterno, bisognava starci il meno possibile, pena il congelamento. The Thing fu approvato dallo stesso John Carpenter che lo definì “il seguito ufficiale de La cosa“. Era un titolo davvero buono, ma che non manteneva le premesse per tutta l’avventura, diventando nella seconda parte un po’ più action a discapito della tensione.

Forbidden siren/Forbidden Siren 2

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Keiichirō Toyama è uno quindi dei pionieri del survival horror, il creatore della famosa saga di Silent Hill. Dopo il successo del primo capitolo, decise però di non interessarsi ai seguiti della serie horror Konami, ma di unirsi alla SCE Japan Studio per i tre Forbidden Siren di Sony (2003-2006-2008). L’innovazione di questi giochi è di mostrare per la prima volta in un videogame horror un’innovativa visuale in prima persona, non dei nostri personaggi giocanti ma proprio dei mostri lanciati alla nostra ricerca. Al posto dei classici zombi troviamo gli shibito e, nel numero 2, gli yamimibito, simili a feroci fantasmi della tradizione giapponese. Sono giochi molto ben fatti, più difficili della media dei survival horror in commercio, dalla trama non molto articolata ma dalla grafica discreta. Enormi, suggestivi e tetri appaiono invece gli scenari sullo sfondo: nel primo un villaggio abbandonato e nel secondo un’isola. Esiste un omonimo film giapponese ispirato a Forbidden Siren 2, del 2006, non molto interessante purtroppo: prova ulteriore che da un buon videogame non per forza deve nascere un buon film. Il terzo capitolo venne sviluppato per PS3 risultando però il segmento più debole: troppo facile e senza la vivida tensione che accompagnava i precedenti Forbidden Siren.

The Suffering/The Suffering: Ties That Bind

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The Suffering è un gioco sviluppato dalla Surreal Software per Midway nel 2005: in esso rivestiamo i panni di un detenuto, Torque, mentre cerca di fuggire da un carcere dalle connotazioni infernali. Il titolo è molto divertente, dalla grafica non eccezionale, ma velocissimo e denso di frenetiche e sanguinose scene di morte. Prima di Infamous, The Suffering ci poneva dei bivi morali, chi uccidere e chi no, se restare umano o se far scatenare una bestia sanguinaria generata dalla nostra follia, in base a queste decisioni il gioco portava ad un finale tragico o meno. I mostri erano abbastanza vari, l’intelligenza del nemico accettabile: un validissimo survival horror in chiave action.

Nel 2005 viene pubblicato il capitolo 2, The Suffering: Ties That Bind, migliorato sul piano della giocabilità soprattutto aggiustando le telecamere del primo titolo, non sempre precise. Anche la grafica è più dettagliata e il gioco risulta più elaborato a livello di trama: un prequel che nulla ha da invidiare all’originale, pronto a reclamare il nuovo scettro di horror su console. Purtroppo The Suffering: Ties That Bind si rivela un flop colossale e castra ogni altro proseguimento, sia un numero 3 che un film che avrebbe portato la firma del compianto Stan Wiston.

I due The Suffering avevano la possibilità di scegliere se giocare totalmente in prima o in terza persona, una cosa abbastanza innovativa per l’epoca.

Echo Night: Beyond

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Della serie ne abbiamo parlato nella prima parte del nostro viaggio vintage sulla ps1 con parole entusiastiche. Questo segmento, Beyond, è il terzo e abbraccia per la prima volta ,in questa saga, la fantascienza. Si tratta di un ottimo titolo in prima persona, purtroppo non tradotto in italiano, che mischia temi quali la solitudine e l’abbandono con un impianto scifi horror che anticipa per certi versi il Dead space di Visceral Games. Siamo però davanti ad un gioco che rinuncia alle armi da fuoco per cercare una strada più introspettiva, uno strano gotico con fantasmi che infestano astronavi al posto di castelli. La grafica è discreta, il titolo ha carattere, unica pecca è il ritmo molto lento e a tratti frustrante. E’ un gioco però che fa anche dei suoi difetti la forza diventando pioniere di un genere che allora non esisteva, i walking simulator, titoli che subiscono la storia più che viverla. A suo modo un cult che all’epoca non fu capito.

The X-Files: Resistence or Serve 

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X-Files è stata una saga cult della televisione, ma altrettanto cult non sono stati i videogiochi tratti da essa, tutti tra il pessimo e il mediocre. Questo Resistence or Serve del 2004 è un filino meglio degli altri, soprattutto per l’idea, pubblicizzata all’epoca, di portare su console tre episodi mai girati della settima stagione della serie, Renascence, Resonance e Reckoning. Figlio bastardo di Resident Evil dal quale copia le telecamere fisse e l’impianto da survival horror, il titolo, ben sceneggiato, paga una grafica orribile e un sistema di comandi disastroso. Un peccato perché se Vivendi, la casa di sviluppo, l’avesse curato meglio avremmo avuto un piccolo gioiellino invece di un aborto ingiocabile.

Zombie zone/Zombie hunters/Zombie Hunters 2

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maxresdefault (2) Tette e zombi anche su PS4

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Su PS4 il divertimento è lo stesso ma con la banana al posto dei pixel!

Per noi poveri italiani questi tre titoli da cestone puzzavano di merda da discount lontano un miglio. Tipo quella schifezza di Zombie Virus, sempre per PS2, dove dovevamo guidare un’ambulanza in una città infestata da zombi, un titolo brutto come pochi altri.

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Il male puro e semplice

Non sapevamo però che con Zombie zone, Zombie hunters e Zombie hunters 2 eravamo davanti ad una serie bellissima e folle, quella degli OneeChanbara, la fantasia più vicina all’orgasmo per un nerd. Immaginatevi una trama ridotta all’osso, morti viventi ributtanti ma soprattutto delle tettone strafighissime vestite da cosplayer intente a tagliare i nemici a colpi di katana, col sangue che sporcava le boccione sballonzolanti. Non un gioco di grande spessore, ma a suo modo un cult brutto e nel contempo bellissimo che generò un milione di altri titoli per ogni console immaginabile. Per la cronaca Zombie zone (2004) era The OneeChanbara, il primo capitolo, Zombie Hunters (2005) invece The OneeChanpurū: The Onechan Special Chapter, una versione aggiornata del precedente titolo, e Zombie hunters 2 (2006) naturalmente The OneeChampon: The Onechan 2 Special Chapter ovvero una nuova edizione di OneeChambara 2, mai uscito in Occidente. Naturalmente, ma stavolta non era un problema, nessun titolo era tradotto in italiano.

Glass Rose

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Capcom produsse questo strano survival horror nel 2003 resuscitando per console il vetusto genere dei punta e clicca. Impersoniamo un ragazzo, piombato dal futuro, che deve risolvere un intricato mistero in una villa del 1922. Certo Glass Rose non fa mai paura, a differenza di altri punta e clicca horror come Clock tower o D, ma riesce a tenere vivo l’interesse per le indagini grazie a personaggi ben scritti. Per gli appassionati del genere è un gioco sicuramente da riscoprire. Unica pecca per gustarlo è sapere l’inglese, sola lingua presente.

Curse: The Eye of Isis

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Questo titolo uscì per PS2 solo in Europa restando una esclusiva Xbox e Microsoft nel resto del mondo. Non una cosa della quale vantarsi però visto che questo survival horror ambientato nell’800 era un disastro totale: corto, orribile a vedersi e terribile a giocare. Curse: The Eye of Isis scimmiottava Resident Evil per l’uso delle telecamere ma il confronto, in ogni campo, col titolo Capcom si fermava qui. Peccato perché la storia che trasportava le maledizioni egiziane in una Londra passata era sulla carta interessante. Nel 2003 quando uscì però sembrava un titolo sviluppato per la PS1 nel 1996.

Run Like Hell

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Parliamo di un gioco uscito nel 2002 dalla lavorazione travagliata: ben 5 anni di sviluppo, più volte abortito e alla fine editato in una forma diversa dalle intenzioni originali. Secondo i piani del team creativo avremmo dovuto avere un Resident Evil nello spazio, ma alla fine si optò per uno sparatutto, influenzato sì dagli zombi Capcom ma senza un briciolo di tensione. Nel pasticcio di grafica scadente e di una storia, pensata come una trilogia, inevitabilmente incomprensibile, si riconoscono le voci dei grandi Lance Henriksen (Aliens, Pumpkinhead) e Brad Dourif (La bambola assassina), in un labiale comicamente fuori sincrono. Un disastro.

Con questo titolo finisce la nostra carrellata di titoli horror per PS2. Mancano volutamente all’appello titoli come Devil may cry e Onimusha per via dell’impianto più action rispetto all’horror. Un grande assente è anche il bellissimo Shadow of memories, ma purtroppo non era abbastanza horror. La saga di Evil dead su console invece è stata presentata in un altro articolo che potete trovare qui.

A noi non resta che darci appuntamento per una data indefinita con un nuovo speciale che affronterà stavolta il Dreamcast. Curiosi? Speriamo di sì.

Andrea Lanza

 

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– Lanza quando parlerai di me? – Mai, Dino caro!

 

Young guns 2: La leggenda di Billy the Kid

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Il 14 Luglio del 1881, Henry McCarty, alias Henry Antrim, alias William H. Bonney, alias Billy the Kid, venne ucciso a Fort Sumner colpito a morte da un colpo di pistola dello sceriffo Patrick “Pat” Garrett. Prendendo elementi storici reali e inserendoli in una drammatizzazione in bilico tra serio e scanzonato il film, scritto nuovamente da John Fusco e diretto da Geoff Murphy, prende il via da un fatto vero accaduto nel 1950: l’avvocato William Morrison scoprì che nella città di Hico, in Texas, esisteva un uomo che dichiarava di essere Billy the Kid, tale Brushy Bill Roberts, scampato alla morte. Da qui il film prosegue, con la voice over del vecchio cowboy che racconta gli ultimi periodi della leggenda di Kid e quello che successe alla sua banda, dalla latitanza al tradimento di Garrett, fino alla presunta uccisione a Fort Sumner. Controverse, in realtà, le dinamiche legate alla morte di Kid e studi dei primi anni duemila attestano quella da sempre più accreditata come falsa. Ciononostante la storia di McCarty e del suo amico e avversario Pat Garrett è entrata di diritto nelle leggende del vecchio West, ispirando opere, romanzi e lasciando un segno anche nel cinema. Da Furia Selvaggia (1958) di Arthur Penn a Pat Garrett e Billy Kid (1973) di Sam Peckinpah, fino a rivisitazioni più moderne, tentativi di portare il western sotto gli occhi di una generazione più giovane, come Young Guns. Quando il primo capitolo dell’esperimento post moderno di John Fusco e Christopher Cain venne alla luce, nel 1988, venne vietato agli under 17, segno che l’idea di usare giovani attori promettenti in uno script con piglio da commedia ben si sposava alla violenza che si decise di mettere in atto. Young Guns colpì nel segno non tanto nella critica o nella massa di spettatori, dove ebbe un riscontro altalenante, quanto piuttosto nel portare alle nuove generazioni di allora un Genere ormai secondario, per non dire defunto. Due anni dopo quest’incursione dall’atteggiamento rivoluzionario, le Giovani Pistole imbracciarono nuovamente le armi per un secondo capitolo e visto che gli adattatori italiani amano i sottotitoli, perché probabilmente vogliono salvarci dalla nostra stupidità, ecco l’aggiunta essenziale: Young Guns 2 – La leggenda di Billy the Kid. Ringraziate, massa di ignoranti.

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Il 1990, anno d’uscita del film negli States, è anche l’anno in cui Kevin Costner portò al cinema la sua opera più famosa, vincitrice di sette premi Oscar e campione d’incassi: Balla coi lupi. In quello stesso anno uscì pure Carabina Quigley, con Tom Selleck e da lì in avanti il Western parve mandare nuovi segnali di vita notevoli, considerando che le annate successive sfornarono Conagher, Gli Spietati, il Geronimo di Walter Hill, Jonathan degli orsi e via così. Young Guns 2 si discosta dai suoi colleghi di Genere, provando a mantenersi sulla stessa lunghezza d’onda del suo predecessore. Inutile dire che, questa volta, la miscela riesce solo a metà ed è facilmente intuibile dal PG-13 assegnato come il film di Murphy viaggi su di un binario simile ma parallelo, incrociando la corsa del primo capitolo in qualche occasione.

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Questa non venga però intesa come una pecca: Young Guns 2 brilla di luce propria, con tutti i pregi e i difetti della sua regia particolare e della volontà produttiva di non tagliare il target di riferimento. Ogni cosa è fatta per attirare il pubblico giovane, dagli attori, di nuovo capitanati da un frizzante Emilio Estevez, alla musica di Jon Bon Jovi che proprio in quell’anno si dedicò alla carriera solita con Blaze of glory, peraltro colonna sonora del film. Ed è impossibile decontestualizzare tutto ciò, specialmente per uno che, in quegli anni, viveva la sua adolescenza. Il dittico di Fusco è goliardia e sangue, sogni e disillusione, libertà e anticonformismo, è il canto della ribellione di un pugno di ragazzi sotto i trenta che, in barba ai mostri sacri del Western, si prendono il loro spazio con l’energia sconsiderata della gioventù.

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Meno violento, ma anche più cinematografico del predecessore, il film di Murphy perde per strada qualche caratterizzazione che sarebbe stato interessante approfondire, come il Chisum di James Coburn, tuttavia guadagna con l’incipit la possibilità di rielaborare la storia e concederle un respiro più ampio. Il viaggio della banda è ritmato in modo solido e pulito, adagiato sulla musica prepotente di Alan Silvestri e sì, diciamolo pure, tutto è più forte anche per il ricordo che abbiamo del film.

Perché Young Guns 2 non è il capolavoro, parola abusata ormai svalutata, non è l’opera che ha ridefinito o rinnovato il Genere. Non è nulla di questo. Ma sfido chiunque a dire che non ha un cuore grande quanto la leggenda del far west.

Manuel “Ash” Leale

 

Young Guns 2 – La leggenda di Billy the Kid

Titolo originale: Young Guns II

Anno: 1990

Regia: Geoff Murphy

Interpreti: Emilio Estevez, Kiefer Sutherland, Lou Diamond Phillips, Christian Slater, William Petersen, Alan Ruck, R.D. Call, James Coburn, Balthazar Getty

Durata: 104 min.

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Romina

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Se esistessero i Razzie Award di Malastrana, Romina avrebbe sicuramente fatto man bassa di premi in questo 2018 non ancora finito. E tutti voi lettori sapete quanto noi di Malastrana siamo a volte generosi con i brutti film, ma esiste un brutto che piace e un brutto che fa schifo, Romina è il secondo caso.

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Uscito a sorpresa direttamente sulla piattaforma Netflix, in Italia come in tutto il mondo, il film girato con mano sifulina dallo sconosciuto Diego Cohen è qualcosa di incredibilmente insensato, gratuito e stupido.

Peccato perché il film parte bene, la regia non sembra neanche malvagia quando mostra, su una partitura classica, i corpi orribilmente devastati di un gruppo di ragazzi, e una giovane che, coperta di sangue, ferma un’auto.

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Sono i restanti 75 minuti a non funzionare con una storia che non sa che strada prendere, piena di colpi di scena prevedibili, aggravata da un gruppo di attori che non fanno altro che urlarsi contro le peggio cose e dovrebbero essere amici. Aggiungiamo poi tanto scenario naturalistico ripreso solo per fare metraggio e l’inserimento  come colonna sonora dell’aria Lascia ch’io pianga di Händel come presupponente omaggio a Lars Von Trier.

Ad un certo punto c’è persino uno stupro che dovrebbe essere il motore della vendetta della Romina del titolo, ma non lo è: succede e basta. In più quella è una scena girata con tutta la miserabilità del mondo: telecamera fissa da lontano, tenda che si muove, urla di protesta della ragazza e stop. Sì ma stop anche l’empatia per la vittima, stop il dramma di un atto così becero come succede invece nel film di Wes Craven L’ultima casa a sinistra, in Non violentate Jennifer, ma anche in un qualsiasi B movie sciacallo sul tema! Lo vediamo il messicano Diego Cohen che insegue le farfalle, si rotola nella merda come un cane randagio e poi, occhi da pazzo, dice alla troupe “Giriamo una scena di violenza ma come gireremmo il volo dello struzzo del Perù“. I tecnici si guardano sconcertati e uno osa “Maestro, ma nella sua magistrale sceneggiatura, questi due sacri fogli scarabocchiati, non c’è nessuna sequenza di stupro, e poi che senso ha?“. Diego ride, unico depositario di un sapere assoluto, poi tace, alza la mano e sussurra “Lo sentite? Questa è la ragione, esta è la razón”. Si, amici miei, la razón, qualunque cosa essa sia.

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Il maestro

Leggendo un intervista al regista ci viene spiegato che Romina è tratto da un fatto di cronaca: un gruppo di ragazzi di buona famiglia messicana, chiamati Los Porkys sui social network, stuprarono una minorenne in un campeggio. Il problema è che se l’intento di Cohen era quello di analizzare quell’atto bestiale, di sensibilizzare il pubblico, non ci riesce mai e questo spunto ai fini della trama è influente perché, come  già detto, nulla della mattanza finale ha correlazione con esso.

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Il maestro ancora che imita lo struzzo del Perù

Romina sembra un film suicida, capace di scontentare tutti: è uno slasher dove la maggior parte degli omicidi sono fuori campo, senza ritmo, con protagonisti oltre l’antipatico, con effetti scadenti e una trama che fa acqua da tutte le parti anche quando tira le somme.

In più il maestro Diego decide di ambientare le vicende del suo capolavoro al Crystal Lake di Venerdì 13 senza che ci sia una ragione oltre la sua assoluta razón di folle.

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L’unica a sopperire ad una scarsa recitazione con una prorompente fisicità è Francisca Lozano, la folle Romina del titolo, ma è la sola cosa, e le sue tette non salvano stavolta il tutto, di un film che dura 77 minuti e sembra una Quaresima.

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Tette ma riprese da lontano, non sia mai

Romina è per i catecumeni delle frustate sui coglioni, i fedeli chierichetti della Santa Chiesa della merda cinematografica. Per tutti gli altri anche un video su youtube di un comico francese che imita un T-Rex è meglio.

Andrea Lanza

Romina

Regia, soggetto e scenegiatura: Diego Cohen

Messico, 2018

Interpreti: Francisca Lozano, Roberto Beck, Walter Berch

Durata: 77 min.

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Tarek che fa il dinosauro è molto meglio!

Young guns (Giovani pistole)

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“Sulla sua tomba qualcuno incise una sola parola, amici”.

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1878, Nuovo Messico. John Tunstall assolda un gruppetto di giovani pistoleri per farli lavorare al proprio ranche, ma anche per insegnare loro a leggere e renderli degli onesti cittadini. Tuttavia l’uomo rappresenta anche un serio ostacolo agli affari del ricco rancher Murphy, suo concorrente nella vendita di bovini. Proprio per tale ragione, Tunstall viene ucciso dagli uomini di Murphy Nonostante l’evidenza dell’accaduto il giudice Wilson si dimostra incapace di fare giustizia, dato che il corrotto sceriffo Brady è uno degli uomini di Murphy. Decisi comunque a vendicarsi, cinque dei giovani accolti da Tunstall, guidati da William Bonney, decidono di farsi giustizia da soli e diventano degli eroi e William viene soprannominato “Billy the Kid”. Tuttavia i cinque giovani dovranno vedersela da un lato con l’esercito che è sulle loro tracce e dall’altro con gli uomini del feroce Murphy, decisi a ripristinare l’ordine.

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Quest’anno Young Guns (o col titolo porno italiano Giovani pistole) compie ben 30 anni, ma sarà difficile che qualcuno festeggi il suo compleanno perché di solito il film di Cristopher Cain, pur avendo avuto un buon successo commerciale all’epoca, viene ricordato poco o male.

Ed è un peccato perchè questo anomalo western, girato in un periodo dove il western ormai era morto, è davvero un esperimento interessante, un’opera postmoderna dal sapore steampunk che trasuda non solo amore per il genere ma rabbia giovane di rivoluzione cinematografica.

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Di solito si ricorda Young Guns solo per essere stato la vetrina di un mucchio di giovani promesse, molte non mantenute, del cinema, alcuni, come Emilio Estevez o Kiefer Sutherland, appartenenti al movimento brat pack ottantino, del quale questo film potrebbe essere un anomalo esponente.

Giovani pistole però non è solo questo: si tratta di un western modernissimo che tenta la carta giovane per svecchiare un genere snobbato dai giovani. Lo fa con l’azzardo di schitarrate rock nei duelli, con un’ironia più marcata che sembra uscita da una commedia di John Hughes, ma soprattutto promuovendo a protagonisti dei ragazzini con soltanto l’accenno di barba. E funziona.

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Il film è girato con energia da Christopher Cain, un autore  interessante soprattutto per quel gagliardo The principal dell’anno precedente, una Scuola della violenza con un inaspettato James Belushi che insegna, a suon di calci nel culo e colpi di pistola, ad un gruppo di teppisti in una scuola, come si vive (o si muore).

Aiutato anche da una bella sceneggiatura di John Fusco che ha l’intuizione di raccontare la storia di Billy the Kid nell’inedita cornice delle sue prime avventure, il regista compie il miracolo di mettere in scena una storia piena di violenza (uccisioni brutali improvvise, massacri dove i corpi vengono crivellati letteralmente dai proiettili) con un piglio guascone e scanzonato. In questo strano mix ben shakerato che ha il rispetto per i grandi classici, da Leone a John Ford, ma li guarda come un’azzardata rilettura pulp pre Tarantino, emerge, in un bel gruppo di attori, soprattutto Emilio Estevez. Il suo Billy The Kid è straordinario, qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altro Billy The Kid sullo schermo, da Kris Kristofferson a Paul Newman, una sorta di simpatico psicopatico con la risata sempre pronta nelle più disparate occasioni, sia che uccida a sangue freddo che si diverta con i suoi fratelli/compagni di avventura.

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Buone anche le interpretazioni dei suoi colleghi, da un  giovanissimo Kiefer Sutherland nei panni di Doc Scurlock a Lou Diamond Phillips che interpreta con trasporto l’indiano/messicano Chavez y Chavez, ultimo della sua tribù dopo il massacro del Sand Creek. Meno convincente Charlie Sheen, visibilmente a poco agio nei panni del cowboy, uno dei personaggi più antipatici per un attore che non ha mai peccato di simpatia.

Se invece doveste chiedervi chi diavolo fossero Dermot MulroneyCasey Siemaszko, all’epoca anche loro giovani promesse, beh credo che il non ricordarveli è già una risposta sufficiente al segno che hanno lasciato al cinema.

Compongono il cast due vecchi mostri sacri, Jack Palance e Terence Stamp, in due ruoli subliminali ma di un certo impatto: il primo è il cattivissimo L. G. Murphy, il secondo interpreta John Tunstall, mentore e padre putativo della giovane banda.

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In Young Guns si affronta la battaglia di Lincoln county, uno degli eventi probabilmente meno conosciuti al grande pubblico, una guerra tra allevatori che causò non pochi morti e che coinvolse personaggi entrati nella leggenda del western movie come il Chisum di John Wayne.

In un ruolo minore possiamo trovare l’imbalsamato figlio del Duca, Patrick, che fortunatamente nel seguito, come Pat Garrett, verrà sostituito dal più efficace William Petersen.

Giovani pistole è una pellicola da riscoprire, mai noiosa, moderna, ora come trent’anni fa, e che poteva essere un’idea per far rinascere il genere western dopo i fallimenti di Silverado e prima dell’araldo Balla coi lupi.

Due anni dopo, nel 1990, un seguito godibile ma fracassone, spettacolare ma superficiale, distruggerà completamente una serie come quella di Young Guns, perfetta per un solo memorabile capitolo.

Andrea Lanza

Young Guns (Giovani pistole)

Anno: 1988

Regia: Christopher Cain

Interpreti: Emilio Estevez, Kiefer Sutherland, Lou Diamond Phillips, Charlie Sheen, Dermot Mulroney, Casey Siemaszko, Terence Stamp, Jack Palance, Terry O’Quinn, Geoffrey Blake, Alice Carter, Brian Keith, Patrick Wayne

Durata: 90 min.

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Spalle larghe (Youngblood)

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Personalmente mi piacciono molto i film adolescenziali girati negli anni 80 sulle varie discipline sportive: dalle arti marziali dei tre Karate Kid alla boxe o al basket dei due Voglia di vincere. Non conoscevo però questo Spalle larghe, in originale, dal cognome del protagonista, Youngblood, ed è assurdo perché è una pellicola con un ottimo cast di giovani promesse (a volte non mantenute). In America fu anche un successone, non tanto al cinema, ma nel mercato dell’home video con il boom di vhs noleggiate dalle ragazzine in piena tempesta ormonale. In Italia mi sembra che non se lo cagò nessuno.

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Youngblood è sicuramente un veicolo per il suo protagonista, Rob Lowe, un giovane sex symbol che non riuscì mai a sbocciare davvero: non così bravo da essere ricordato per la sua recitazione, non così carismatico da avere fan disposte a seguirlo negli anni della maturità. Certo l’attore girò almeno tre pellicole molto riuscite, oltre questa: l’agrodolce commedia Class di Lewis John Carlino al fianco di Andrew MacCarthy e una milfissima Jacqueline Bisset, e i thriller Masquerade di Bob Swaim con le fantastiche Meg Tilly e Kim Catrall, ma soprattutto Cattive compagnie di Curtis Hanson al fianco di James Spader. Ci sarebbero anche  da segnare il St. Elmos fire di Joel Schumacher e I ragazzi della 56esima strada, ma non spaventatevi se non vi ricordate di Rob Lowe perché, inserito in film corali, il nostro sparisce, diventa il pollo alla diavola senza peperoncino, un belloccio uguale ad altri, magari meno belli ma con il fuoco della recitazione, elemento importante se non sei in un fotoromanzo della Lancio.

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Qui stanno per rasargli il pube come rito d’iniziazione. Se ci vedete qualcosa di frocio è un problema vostro.

Mr. Lowe negli anni 90, invecchiato, lo si vide in Neavy Seals, anche qui oscurato da tutto il resto del cast, fino a diventare protagonista o comparsa in film sempre meno importanti, una sorta di Ronn Moss meno incapace a recitare, bravo ma non bravissimo.

Qui però il nostro è ancora un giovanotto dalle belle speranze, in un ruolo di ragazzino piagnucolone che grazie allo sport diventerà uomo. Non aspettatevi drammi interiori: la maturità fisica e psicologica di Dean Youngblood avviene grazie ad un allenamento contadino a metà tra il Miyagi di Karate Kid e il Mikey di Rocky con tanto di sacchi picchiati tra balle di fieno, scazzottate col padre sul ghiaccio e tanto body building in mezzo alla cacca di mucca. In questo Spalle larghe è simile ai suoi fratelli sportivi, almeno nella struttura della storia: un perdente che viene umiliato e si allena per dimostrare di essere migliore. L’abbiamo visto con Daniel San e lo vedremo con il Bloodsport di Van Damme da lì a qualche anno.

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In più Rob Lowe è abbastanza discutibile come protagonista: troppo bello per essere un contadino, quasi un proto Zoolander, e troppo effeminato per essere un rude giocatore di hockey. Questi elementi oltretutto hanno generato letture azzardate su una presunta chiave omosessuale del film che vede Youngblood innamorato del suo Patrick Swayze, attaccante di punta della sua squadra. Fortuna noi non siamo così maliziosi e la teoria viene fugata da due momenti che vedono il buon Lowe sollazzarsi con una milfona (Fionnula Flanagan) col vizietto di provare sessualmente i suoi giovani affittuari, ma soprattutto quando soddisfa una sorprendente Cynthia Gibb che vedendola vestita non gli daresti due lire.

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Ma non sei Patrick, l’amore mio!

Tutti noi amanti del cinema, buono o cattivo che sia, la ricordiamo per il suo ruolo di missionaria stuprata in Salvador di Oliver Stone, nel terribile Corto circuito 2 e soprattutto nel Van Damme più sfigato degli anni 80, Colpi proibiti. La scena di sesso con il nostro Lowe è più calda della media dei vari teen movie dell’epoca, con le sue tette magnifiche in bella vista e il corpo atletico che calvalca il nostro probabile cripto gay dalle voglie etero. “Sto venendo Patrick… volevo dire Cynthia!“.

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Anche Johnny 5 ama le tette

In più la bella Gibb dal faccino buffo ma dal fisico wow è anche brava a recitare, sia quando simula le mosse da hockey che quando è alle prese con dialoghi banalmente romantici. Il suo rapporto col padre, un ottimo Ed Lauter in versione coach irascibile, è solo abbozzato, ma è il difetto di un film che tiene il piede schiacciato sull’acceleratore del ritmo dimenticando i suoi personaggi, caricaturali e purtroppo senz’anima.

Con questo non voglio dire che Spalle larghe sia un brutto film, anzi è un ottimo film adolescenziale che da’ quello che ci si aspetta da uno spettacolo popolare: azione, musica cool, drammi sentimentali e divertimento. Un po’ il Top Gun sul ghiaccio.

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All’epoca comunque Youngblood fu oggetto di critiche negative, a queste si aggiunse il totale disinteresse delle più importanti federazioni di hockey che giudicarono l’opera come inverosimile e più attenta alle scazzottate che al gioco. E’ questa una cosa che salta all’occhio per tutti i profani di questa disciplina: sembra fondamentale, per essere un buon atleta, il  saper picchiare a sangue gli avversari. Youngblood non verrà accettato dalla sua squadra finché non dimostrerà di essere anche un tosto attaccabrighe. Questa violenza gratuita che, crediamo non abbia nulla a che vedere con lo sport in generale, la vediamo anche sugli spalti dei tifosi, che inneggiano alla pugna di rito mentre Ed Lauter mena forte gente a caso.

A questo proposito una dei due controfigure di Lowe,  Randy Walker, all’epoca promessa dell’hockey di appena 16 anni, racconta un episodio successo nel finale: “Ricordo molto bene il combattimento col bastone. E’ stato davvero strano. I giocatori di  hockey che recitavano nel film andarono da Peter Markle e gli dissero che non sarebbe mai potuto accadere una cosa del genere in una partita. Aggiunsero che non avrebbe funzionato, che era una pessima idea, ma Markle fu irremovibile“.

Come cattivo di rito abbiamo, al suo secondo e ultimo ruolo, George J. Finn, un energumeno barbuto alto tipo due metri, col vizio di uccidere o paralizzare permanentemente i suoi avversari. E continua a giocare… ok…

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Ti spezzo in due, mezza sega

Il film è in parte ispirato alla vita del regista, Peter Markle (Bat 21), e alle sue esperienze come giocatore di hockey. Lo stesso, per rendere più dinamiche le sequenze di gioco, girò sui pattini con la telecamera a spalla.

Meno abile Rob Lowe che, in diverse interviste dell’epoca, si lamentò della tuta indossata durante le scene: “Odio gli sport che ti fanno stancare solo dopo aver perso tempo a vestirti pesantissimo. Volete vedermi dare il meglio:guardatemi mentre surfo“. Ora lo potete trovare più a cavallo di un’onda che in una produzione rispettabile.

Spalle larghe sconta l’imbarazzo di sembrare un incrocio tra un film sportivo e un film sul ballo, soprattutto quando ha in campo il suo attore principale che si muove e sculetta come una cazzo di Jennifer Beals sulle note di Maniac.

La maggior parte del cast era però composta da giocatori professionisti a cominciare dal padre di Youngblood, Eric Nesterenko dei Chicago Blackhawks.

Spalle larghe comunque fa il suo lavoro di buon film anni 80 d’intrattenimento, una pellicola divertente che ha nel cast oltretutto un giovanissimo Keanu Reeves in duetto con Patrick Swayze ben prima di Point break. Un motivo in più per vederlo, no?

Andrea Lanza

NOTA: In un cinema proiettano il cult slasher, The Slumber Party Massacre, film però del 1982. E’ anche vero che Youngblood fu girato nel 1984 e fu rilasciato due anni dopo.

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Titolo originale: Youngblood

Anno: 1986

Regia: Peter Markle

Interpreti: Rob Lowe, Cynthia Gibb, Patrick Swayze, Ed Lauter, Jim Youngs, Eric Nesterenko, George J. Finn, Fionnula Flanagan, Ken James, Peter Faussett, Walker Boone, Keanu Reeves

Durata: 110 min.

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Nightmare 2 (La rivincita)

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L’episodio più odiato e meno apprezzato di tutta la saga kruegeriana, è girato nell’ormai lontano 1985 da Jack Sholder e scritto da David Chaskin.

Ai due citati autori non fregava assolutamente niente del Freddy Krueger  “personaggio” né della sua mitologia, ma solo la possibilità di imbastire un horror duro e puro che incassasse almeno quanto il precedente capitolo di Craven, ai tempi non interessato allo sfruttamento commerciale della sua creatura. Missione compiuta perché, al di là delle lamentele dei fans,  la pellicola in questione è un ottimo horror, senza ammiccamenti, battutine e imborghesimento del villain ustionato che rimane ancora figura inquietante e minacciosa. Un orco vero e proprio che elegge cantine, caldaie e fabbriche dismesse a sua dimora, con l’unica intenzione di uccidere e “collezionare” anime (ora siete tutti figli miei dice alle sue potenziali vittime durante la grande scena della piscina).

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Jesse (Mark Patton) si trasferisce con la famiglia nella casa che fu di Nancy Thompson, ereditando sia gli incubi terribili sia la presenza ossessionante di Krueger che, in una bellissima scena, vedrà  di soppiatto dalla finestra della cantina mentre brucia degli oggetti nella caldaia. Siamo quasi dalle parti di Amityville Horror (o Possession) per molti versi, la casa sembra posseduta, fa un caldo infernale, i pappagallini in gabbia impazziscono e muoiono per combustione spontanea, e poi, Jesse sogna, ha degli incubi spaventosi in cui si materializza la figura dell’uomo nero con il cappellaccio. In più, cominciano le morti, inspiegabili, tanto che Jesse comincia a credere di essere pazzo, non aiutato nemmeno da una delle famiglie più odiose e disfunzionali mai apparse sugli schermi. Plot classico, nessuna concessione all’ironia per un film che sembra viaggiare anche in territorio slasher regalando al pubblico grandi scene d’omicidio come quelle della morte  sadomaso del coach Schneider (Marshall Bell) o la già citata mattanza in piscina, con un Robert Englund in gran spolvero, torreggiante, a dispetto della bassa statura, in mezzo al gruppo di teen-agers festaioli (Anthony Hickox questa sequenza l’ha vista sicuramente, guardate un po’ il massacro discotecaro di Pinhead in Hellraiser 3-Hell on Earth).

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Forse gli appassionati della saga non hanno mai perdonato a Sholder il fatto di aver mostrato poco l’uomo nero di Elm Street, praticamente assente per tutta la prima parte. Vero, ma bisogna pur ammettere che tutte la apparizioni di Freddy sono straordinarie e centellinate in vista del twist finale in cui il Nostro si materializza nella “realtà” dei personaggi messi in scena letteralmente facendosi strada tra la carne del protagonista principale, ragazzo complessato in odor di omosessualità che non consuma il rapporto con la ricca fidanzata perché in simbiosi con il terribile Krueger. Scena grandiosa, orchestrata dall’effettista Mark Shostrom, regista non accreditato di tutta la sequenza di trasformazione, mentre il make-up di Englund fu affidato al bravo Kevin Yagher, destinato a divenire uno dei professionisti più apprezzati e richiesti in ambito orrorifico (la creazione di Chucky in Child’s Play su tutte). Una leggenda metropolitana, o presunta tale, vuole che il guanto artigliato sia stato rubato sul set, motivo per il quale, in alcune immagini,  le lame fuoriescono direttamente dalle dita di Freddy.

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Curiosità a parte, il film di Sholder (regista pure di un gioiello dimenticato come L’Alieno) è girato e fotografato in modo splendido, Jacques Haitkin fu il direttore della fotografia del capostipite, ed è un peccato relegarlo nel limbo dei seguiti indegni, non solo perché fu un buon successo al botteghino, ma perché è una pellicola in grado di camminare sulle proprie gambe. Dopo il buon Craven prenderà in mano le redini del franchise, ma questa è un’altra storia. E poi, ci sia concesso di dire che A Nightmare on Elm Street 2: Freddy’s Revenge sfodera l’incipit forse più fenomenale dell’intera serie, con la folle corsa dello schoolbus, guidato da un Robert Englund senza trucco, in una landa desolata e quasi preistorica che avrà portato all’innamoramento subitaneo una legione di giovani amanti del cinema horror. Non è poco. Da riscoprire.

Domenico Burzi

Nightmare 2 – La rivincita

Titolo originale: A nightmare on Elm Street 2 – Freddy’s revenge

Anno: 1985

Regia: Jack Sholder

Interpreti: Mark Patton, Kim Myers, Robert Englund, Clu Gulager, Hope Lange

Durata: 90 min.

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NOTA: Ogni curiosità sulla serie di Nightmare vi rimando sia all’articolo su Malastrana sulla serie https://malastranavhs.wordpress.com/2017/08/06/la-saga-di-nightmare-on-elm-street/ che al sommo blog di Lucius Etruscus (uno dei suoi tantissimi blog) https://ilzinefilo.wordpress.com/2018/06/22/nightmare-1-1984/

 

 

Hack!

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Di questo film non conoscevo nulla se non i feroci commenti degli utenti che se lo sono visti caricare gratis su youtube. Ne prendo uno tra i tanti:

Mammamia…come si fa a recensire una ciofeca simile? A me mancano le parole…. Una delle schifezze più assurde viste negli ultimi anni, peggio ancora di un film dell’Asylum che, in confronto, è arte pura. L’unica cosa positiva sono a/v assolutamente perfetti. Che orribile spreco. Non classificabile, manco una stella gli dò. Vade retro“. Il resto sono giudizi più o meno dello stesso tenore con la punta apice del fantasioso “Questo film e come quella volta che tra i DVD di mio padre trovai dentro la custodia di Matrix un certo CD dal nome Buchi Sfondi…terribile” con buona pace della grammatica.

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Tette!!!

Mi sono oltretutto accorto che lo spettatore medio, quello dei film scaricati su cb01, non comprende la differenza tra i vari generi. Tante volte leggo commenti come “Ma non è un horror” magari davanti ad Evil dead 2, ma il fatto non cambia: spiritoso, parodistico, ma sempre horror resta, La casa 2. Questi utenti usa e getta, disabituati al cinema, capaci di spegnere un film di Michael Bay dopo 5 minuti perché noioso, non hanno le basi per scrivere una recensione, sono la versione di carne delle scimmie volanti del Signor Burns, poverini.

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Hack! non è un brutto film, anzi. E’ una pellicola terribile se la affronti in maniera sbagliata: prendendola sul serio. Il regista Matt Flynn gira una parodia del genere horror sulla scia di Wes Craven e del suo Scream, a volte centrando l’obiettivo, a volte no, ma con un risultato finale più di alti che di bassi. Un film che non puoi credere sia stato scritto senza intenti caricaturali a cominciare dalla scelta dei nomi dei vari personaggi: il signor Bates, il professor Argento, lo sceriffo Stoker o la zia Mary Shelley!

Certo Hack! non fa paura, ma quello non era il suo scopo, è più che altro una satira sul cinema del terrore, dai suoi classici, Gli uccelli di Hitchcock ma anche Hellraiser, Venerdì 13 e Non aprite quella porta, fino alle derive torture porn a base di snuff su super8. Matt Flynn mette in scena non personaggi ma cliché viventi, la cheerleader, l’atleta, il nero, la secchiona, il gay checcosissimo, in balia di altri cliché del genere sotto forma di cattivi, una famiglia, guarda caso, incestuosa e sadica.

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La forza di Hack! è di proporre situazioni stupide senza mai essere davvero stupido, non scadere nello Scary movie surreale mantenendo un rigore narrativo logico anche nell’illogicità di un B movie.

La confezione non è da produzione amatoriale: la recitazione è buona così come gli effetti speciali splatter e vari, dal sapore di vecchia scuola ottantina. A patto ovviamente di vederlo in lingua originale perché il nostro doppiaggio è abbastanza terribile, figlio di un’uscita dvd made in “Enrico Pinocci presenta” che non ha scappatoie dall’inferno dell’amatoriale.

Hack! è un’opera moderna che regala uno spettacolo passato a base di tette (stupende quelle di Gabrielle Richens) e omicidi sanguinosissimi, un film che a prima vista potresti pensare sia solo cretino ma che stai solo sottovalutando. Per chi scrive è stata una bella sorpresa, un horror oltretutto con un inaspettato colpo di scena nel finale. Stiamo parlando di una pellicola che mette in scena due serial killer con ambizioni da grandi registi, due inetti come pochi. Una critica ai tanti filmakers che si improvvisano autori dall’oggi al domani. Ad un certo punto un personaggio non riesce a trattenersi e urla loro “Questo film fa schifo e lei recita di merda!“. La risposta della prima attrice  è una fucilata ai danni del critico: “Solo recensioni positive!

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Hack! è un horror che trasuda amore per la settima arte, che mostra con orgoglio le locandine del Porcile di Pasolini e del Mondo Cane di Jacopetti, Cavara e Prosperi, modello assurdo per questi assassini della settima arte.

In ruoli minore segnaliamo Burt Young, l’immenso Paulie di Rocky, e Kane Hodder senza la maschera di Jason Vorhees.

Hack! è una pellicola divertente, sanguinosa e scorretta, capace di  intrattenere più di tanti horror, seri e seriosi, che ci propongono al cinema con frasi come “Dal genio malvagio di”.

Andrea Lanza

Hack!

Anno: 2007

Regia: Matt Flynn

Interpreti: Danica McKellar, Jay Kenneth Johnson, Sean Kanan, Juliet Landau, William Forsythe, Justin Chon, Burt Young, Kane Hodder

Durata: 89 min.

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La fine del gioco

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“La Lamborghini è spazzatura italiana, io rubo solo Porsche”

(Charlie Sheen/Ted Varrick)

Benvenuti nel triplo gioco

(Dal trailer)

La fine del gioco è un poliziesco molto ben fatto di fine anni 80, uno di quei piccoli grandi film del quale non parla nessuno ma che a loro modo hanno influenzato il cinema più celebre a venire.

Il titolo originale No Man’s Land, Terra di nessuno, è di certo più suggestivo di quello italiano, uscito e morto in una vhs Columbia dopo un esordio non memorabile nelle sale.

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Non che in patria fece questi grandi incassi: fu un flop abbastanza consistente, 2 milioni d’incasso su 8 di budget, anche se divenne un piccolo cult dell’home video.

La fine del gioco ha un bel cast di attori: Charlie Sheen come ragazzo cattivo che ruba le auto, il D.B. Sweeney di Bagliori bel buio nella parte di uno sbirro sotto copertura affascinato dal crimine, Randy Quaid come tenente di polizia paterno ma sempre arrabbiato, e, in un ruolo marginale, il Bill Duke di Predator e Commando. Non c’è male, no?

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Il regista Peter Werner dichiarerà, negli extra del blu ray americano, che la Orion Pictures congelò il film per qualche anno facendolo uscire solo dopo il successo di Platoon di Oliver Stone. All’epoca delle riprese, che dovrebbero essere tra il 1985 e il 1986, Charlie Sheen era un signor nessuno, conosciuto per ottime pellicole giovanili come il fantascientifico Il replicante (sempre con Randy Quaid), il drammatico I ragazzi della porta accanto e naturalmente Alba rossa di Milius. Werner è sicuro che l’attore, dopo Platoon, non avrebbe mai accettato di partecipare ad un film a budget così basso.

In La fine del gioco ci sono tutti i semi del Fast and furious che nel 2001 farà impazzire il pubblico di tutto il mondo: l’amicizia tra uno sbirro e un criminale entrambi fissati con le auto (qui solo Porsche), le corse spericolate, persino la Corona come birra consumata e, dulcis in fundo, la sorella del delinquente che si innamora del poliziotto. Certo il film di Rob Cohen non è La fine del gioco, ma diciamo che nell’aspetto gli somiglia moltissimo.

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Il titolo originale si riferisce a quella Terra di nessuno, senza regole, che risucchia il protagonista, uno stile di vita spericolato, vissuto ai limiti, fatto di auto rubate, di soldi e donne. E’ il confine tra quello che si desidera e quello che si ha, a rendere molto interessante il personaggio di D.B. Sweeney, sempre lì lì sul punto di perdersi in quella parte che dovrebbe solo recitare. Il Ted Varrick di Charlie Sheen, più manipolatore, è sicuramente meno interessante, ma ha nel finale, da noir anni 40, il suo riscatto tragico e sanguinoso dal sapore di melodramma disperato.

Come un anomalo teen movie, La fine del gioco è un racconto di formazione che ci presenta un ragazzo e il suo percorso di dure scelte per diventare uomo. Quello che Randy Quaid chiama “novellino”, che i colleghi sfottono per l’eccesso di zelo in servizio, pensa, agisce, si muove come uno di quei criminali che deve arrestare, e alla fine sceglie, dopo aver amato il buio, la luce.

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Nel ruolo della sorella di Sheen si fa notare la bellissima Lara Harris, un’attrice molto valida, ma anche poco sfruttata al cinema, che ritroveremo nel bizzarro La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam. Tra le cose curiose della sua carriera però citiamo la partecipazione al seguito di Johnny Mnemonic, The Interactive Action Movie, un interessante videogame del 2001 con attori campionati.

Peter Werner si dedicherà soprattutto alla televisione e questo La fine del gioco si può considerare, con la serie brucewilliana Moonlighting, il suo lavoro migliore. Sicuramente nella sceneggiatura di Dick Wolf, creatore di Law & Order: Unità Speciale, c’era il modello Miami vice, del quale scrisse 12 episodi, e il suo mondo di auto lussuose, vestiti firmati e criminali poliziotti.

Senza dubbio un poliziesco da recuperare, invecchiato davvero benissimo.

Andrea Lanza

NOTA: Brad Pitt fa una comparsa di qualche secondo come cameriere ad un party. Dovrebbe essere il suo primo ruolo.

 

La fine del gioco

Titolo originale: No Man’s Land

Anno: 1987

Regia: 

Interpreti: Charlie Sheen, D.B. Sweeney, Lara Harris, Randy Quaid, Bill Duke, R.D. Call, Arlen Dean Snyder, M. Emmet Walsh, Al Shannon, Lori Butler, Kenny Endoso, James F. Kelly, Linda Carol, Clare Wren, Claude Earl Jones, George Dzundza, Peggy McCay, Danitza Kingsley, Linda Shayne, Guy Boyd, Henry G. Sanders, Michael Riley

Durata: 105 min.

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Due vite in una

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Dall’autrice di “The Outsiders” e “Rumble Fish”

Quello era allora … questo è adesso

Due amici cresciuti sotto lo stesso tetto. Bryon ha visto il futuro arrivare. Mark non ha mai capito cosa glielo ha impedito.

Frasi di lancio originali del film

Le crisi giovanili che formano la storia di Due vite in una (That Was Then … This Is Now/Quello era allora…Questo è adesso, il titolo originale è migliore) saranno familiari a chiunque abbia letto i libri di S.E. Hinton, o visto gli altri film più noti, adattati dai suoi libri (come I Ragazzi della 56° strada/The Outsiders e Rusty il selvaggio/Rumble Fish di Francis Coppola, entrambi del 1983). I personaggi sono quindi tipicamente dei giovani “losers”, irrequieti, che soffrono di angoscia adolescenziale o di un malessere generale semplicemente riassumibile nella loro irritabilità.

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Come con gli altri due e ben più famosi adattamenti dai romanzi della Hinton, le esplosioni di violenza sono parte integrante della vita e la brutalità fisica è uno sfogo per tutti i disordini psichici dei personaggi.

I libri della Hinton sono stati molto popolari, almeno negli Stati Uniti, e anche se tutti e tre i film tratti hanno avuto meno successo commerciale, per gli altri due è stato forse a causa dell’eccentrico approccio esoterico e fortemente autoriale -seppure fingendo di assecondare le esigenze di un prodotto realizzato su commissione-, da parte di Coppola.

Naturalmente That Was Then non ha deviato da questo solco. È un film molto “dark”, ben diverso dai teen movie del 1985 (e anche quelli a venire).

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La trama è abbastanza senplice: ci sono due amici di vecchia data,uno buono (Craig Sheffer), uno più incattivito dalla vita (Emilio Estevez), entrambi con i problemi tipici dell’adolescenza. Il primo sta attraversando una fase di transizione, dalla quale diverrà un uomo, il secondo non è mai maturato e finirà nei guai con la legge.

Il panico di Estevez quando vede l’amicizia frantumarsi è il nucleo principale del film. È un orfano cresciuto nella famiglia di Sheffer e sembra che non riesca a rallentare i suoi frenetici tentativi di degradare se stesso, compresi i piccoli furti, o come il “prendere in prestito” macchine e lo spacciare negli spogliatoi delle piscine. La sua idea di divertimento è far ubriacare una compagna di studi, e tagliarle i capelli mentre è mezza svenuta. Sheffer si allontana dall’amico dopo che una delle loro bravate ha ucciso accidentalmente un conoscente. L’amore per una compagna (Kim Delaney, in uno dei suoi primi ruoli) poi è la molla che lo spinge a cercare di salvarsi dall’autodistruzione del compagno di scorribande arrivando a trovarsi un lavoro umile ma dignitoso, imbustatore della spesa in un supermercato.

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Gli attori sono tutti bravi, anche nei ruoli più piccoli. Estevez, un membro fondatore del “Brat Pack” di Hollywood, ha creduto moltissimo nel progetto scrivendone la sceneggiatura e interpretando un ruolo significativo.

Il regista Christopher Cain e il direttore della fotografia Juan Ruiz Anchia, che avevano in precedenza già collaborato in The Stone Boy (1984), hanno realizzato un buon prodotto, girato in una suggestiva Minneapolis. Un paio di sequenze sono di buon impatto, come lo skyline di notte illuminato dalle scariche dei fulmini mentre i protagonisti siedono in una macchina parcheggiata sotto ad un ponte. Purtroppo il film è fondamentalmente freddo e questo inficia un po’ il risultato. La stessa cosa che già aveva impedito a The Stone Boy di diventare un grande film, ma in quel caso si trattava di una storia di congelamento emotivo, e lo stile distanziato era appropriato.

Due vite in una avrebbe richiesto più calore, cosa che purtroppo non accade. Questo lo fa apparire più debole e schematico dei due sforzi cinematografici di Coppola, molto ma molto più incisivi e nitidamente memorabili, al confronto.

Napoleone Wilson

Il racconto è stato pubblicato per la prima volta nell’Herald, il 12 novembre 1985

Morgan Freeman è tra gli interpreti.

Nel romanzo originale, Ponyboy Curtis  personaggio de I ragazzi della 56esima strada, è presente, così come la rivalità tra i Greasers e i Socs.

Questo è l’unico adattamento cinematografico di un romanzo di S.E. Hinton nel quale non recita Matt Dillon.

Due vite in una

Titolo originale: That Was Then… This Is Now

Anno 1985

Regia: Christopher Cain

Soggetto: S.E. Hinton (romanzo)

Sceneggiatura Emilio Estevez

Fotografia: Juan Ruiz Anchia

Interpreti: Craig Sheffer, Emilio Estevez,  Jill Schoelen, Kim Delaney, Cathy Carlson , Morgan Freeman

Durata: 102 min

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