Lo zio Lanza vuole Te!!!!!

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E’ un mese che questo blog è online con risultati molto buoni per un sito non pubblicizzato e, soprattutto, che si occupa di film che hanno, per essere fortunati, vent’anni sul groppone. Per questo scendo in campo e ringrazio tutti quelli mi hanno scritto in privato facendomi i complimenti per questa creatura, per tutti quelli che leggono in silenzio e per chi commenta pubblicamente. Ringrazio anche chi nell’accingersi a Malastrana vhs pensa “Chi se ne frega” o a chi il mio lavoro, senza giri di parole, fa schifo, perchè se tutto fosse rose e fiori non sarebbe bello mettersi in gioco e migliorarsi. Ringrazio Domenico Burzi e Napoleone Wilson che questo mese mi hanno affiancato con recensioni diverse e diversicate dalle mie, ma d’altronde che palle un intero blog lanzacentrico dove vivono solo film assurdi e tette sempre perennemente fuori dalle magliette. E ne approfitto per dare il benvenuto a Mariangela Sansone, a Francesco Ceccamea, ad Alexia Freddy Lombardi, a Marcello Gagliani Caputo, a Raffaele Picchio che nelle prossime settimane si intervalleranno a scrivere su queste pagine virtuali. Ma non mi basta perchè io voglio una legione, io voglio, come dice il titolo, anche la tua collaborazione. Se ti piace scrivere, se ti piace il cinema a 360 gradi, se vuoi entrare a far parte di questa famiglia vintage scrivimi su andreaklanza@yahoo.it e mandami le tue proposte. Certo stai sicuro non ti pagherò, se per pagare intendi dindi sonanti, ma se busserai alla mia porta ci sarà sempre un piatto caldo per te e una bibita ghiacciata. Meglio di un calcio nel sedere, come si dice. Questo mese arriveranno altre novità, ma è inutile sciorinarle ora. L’importante è che ti sto aspettando.

Andrea Lanza

Terrifier

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Terrifier è il filmaccio che spegni dopo cinque minuti scegliendo produzioni più importanti, gli squali in CGI brutti di Deep sea blue 2, lo spaventone bubusettete della Blumhouse, l’ennesima patacca uscita al cinema d’estate, e poi, grazie alle notti insonni, lo riprendi e capisci, come il principe di Bel Air, che tanto male non è.

Di Damien Leone, regista indie dall’infama celebrità, uscì un po’ di tempo fa un horror brutto come la morte impestata a Pisa, All Hallow’s Eve: tre episodi poveri, girati col culo, noiosi dove primeggiava soltanto lo spaventoso clown Art. Per noi, fan del cinema bello ma sgarruppato, la carriera del regista poteva soltanto concludersi con una prigionia in Siberia, sotto zero, a cercare per i nazisti la lancia di Longino, in eterno, sotto le frustate di Ilsa la belva umana.

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Damien Leone e Art il Clown

E sbagliavamo perché Terrifier è sì un film con i limiti di una produzione girata con i soldi dati dalla mamma per il Buondimotta della ricreazione, ma anche uno dei parti più spaventosi e genuini degli ultimi anni.

Damien Leone capisce che il punto forza del suo precedente lavoro è solo lui, Art il clown, e gli dedica un intero, cattivissimo, sanguinoso film.

Art non è Pennywise, non ha battute, non è simpatico, non ha nessun background triste da empatizzare, è la morte pura e semplice che un giorno di Halloween, come Michael Myers, esce per le strade e richiede il suo pagano tributo di sangue.

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Per certi versi Terrifier ricorda, con i dovuti limiti, Inferno di Dario Argento: la sua scatenata danza di morte su scenari che vengono bombardati da luci violente, gli omicidi fantasiosi e quel senso di favola per bambini ormai adulti che è perenne, dappertutto. Certo Inferno è quel capolavoro che Terrifier non sarà mai, ma questo non leva all’opera di Leone di essere altrettanto riuscito nelle atmosfere, una cosa, ricordiamolo, non da tutti con il budget ridotto che si è trovato tra le mani il regista.

Ovviamente Terrifier ha le sue lacune, grandissime, come il ritmo e soprattutto la sceneggiatura che, per forza di cosa, pena il finale dopo dieci minuti, fa fare cose cretine ai suoi personaggi che neppure in Scooby Doo. Vi faccio l’esempio più grande: se siete imprigionati in balia di serial killer che vi sta per uccidere e, per grazia di Dio, riuscite non solo a liberarvi, ma anche a dargli una mazzata bella forte, che fate? Scappate o infierite finché lo stronzo non è a terra in una poltiglia di cervello spappolato? La seconda ovviamente, beh non tanto ovvio perché le vittime di Terrifier scelgono sempre  la via più impervia, danno uno sbuffetto sul coppino del pagliaccio come monellacci e poi corrono verso la futura morte certa perché sai che Art il clown presto o tardi si rialzerà e farà loro molto male.

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Gli omicidi nel film di Leone sono davvero tantissimi e tutti fantasiosi: pizzaioli bruciati come la zucca di Jack-o’-lantern, ragazze segate a metà dal pube alla testa con le viscere che cadono, teste riempite di piombo, visi mangiati, donne spellate e indossate come in un capitolo apocrifo di Non aprite quella porta; è una sagra dello splatter più ignorante e genuino. Il bello, quello che fa la differenza però, rispetto a produzioni altrettanto povere e gore come Hazard Jack, è la confezione perché Damien nostro crede al suo film e lo cura con effettacci vecchia scuola ben fatti, quelli che un tempo avresti visto in un film di Joseph Zito con la complicità di Tom Savini.

Non siamo fortunatamente però in un gioco vintage che piange sugli anni 80 come Hatchet, no qui si fa sul serio, si usano i cellulari per chiamare e fare selfie e non c’è spazio, tra una morte e l’altra, per una frase maschia perché quando si muore, qui, si muore malissimo.

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Notevole il cast femminile soprattutto la splendida Jenna Kanell, alla quale spetta un ruolo da pseudo protagonista, omaggio questo sì alla struttura di Psycho.

Terrifier, come detto, riesce nel difficile compito di turbare, spaventare e disgustarti, una cosa che in un cinema così laccato e pulito come quello horror americano moderno sembra davvero una specie di miracolo. Per questo benediciamo Damien Leone e vi consigliamo il film, a patto, ovvio, che siate disposti a sporcarvi di sangue e budella calde perché Terrifier è imperfetto ma delizioso, povero ma ricco di idee, non un blockbuster ma forse l’esempio più genuino di bloodbuster nuovo millennio.

Andrea Lanza

Terrifier

Anno: 2017

Regia: Damien Leone

Interpreti: Jenna Kanell, Catherine Corcoran, David Howard Thornton, Margaret Reed, Katie Maguire, Samantha Scaffidi, Pooya Mohseni, Sylvia Ward, Gino Cafarelli, Kamal Ahmed, Michael Leavy, Julie Asriyan, Xiomi Frans-Cuber, Erick Zamora

Durata: 90 min.

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Cold Prey 3 (Fritt vilt 3)

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Siamo una nicchia di poche persone forse, ma sicuramente intenditrici, una piccola schiera che adora il cinema del terrore norvegese e gioisce ogni volta può godere di un altro frutto sanguinoso. Dire Fritt vilt significa parlare della saga horror più interessante uscita fuori da questo minuscolo Paese: nulla di così innovativo da far strappare i capelli, ma, come nel nostro bel cinema di genere ormai morto, c’è una tecnica, un senso del ritmo e della suspense da far dimenticare che in fondo in fondo si parla di un ennesimo slasher alla Venerdì 13.

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Al terzo capitolo l’esordiente Mikkel Brænne Sandemose (ma ogni film di questa serie porta una firma diversa alla regia) e i due sceneggiatori Lars Gudmestad e Peder Fuglerud cercano una strada nuova per raccontare le gesta di questo misterioso killer, Geir Olav Brat, tornando indietro di quasi trent’anni rispetto ai fatti avvenuti nei primi due capitoli. Fritt vilt 3 è infatti un prequel, usa questo escamotage per districarsi dall’assoluto finale del film precedente così da potere rimettere in piazza il nostro serial killer preferito senza bisogno di resurrezioni occulte alla Michael Myer o Jason Vorhees.

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Diciamo subito che questo è sicuramente il capitolo più debole, anche perché manca il personaggio cardine di tutta la serie, quello di Jannicke interpretato dalla straordinaria Ingrid Bolsø Berdal che sta a Fritt Vilt come Sigourney Weaver sta ad Alien. Qui purtroppo non abbiamo un personaggio altrettanto forte ed empatico né sul versante maschile né su quello femminile: alla fin fine i giovani protagonisti fungono da anonima carne da macello senza scossoni neppure nel twist finale.

Però non pensiate che Fritt Vilt 3 sia brutto, no è solo un onesto slasher che non raggiunge mai i livelli aurei dei capitoli precedenti, roba però che Marcus Nispel e compagnia brutta dovrebbero invidiare a vita. La nostalgia abbonda come ogni buon prequel richiede: i walkman che mangiano le cassette, i primi prototipi di telefoni senza filo grandi come cocomeri, poi la musica, norvegese o meno, dal taglio anni 80. Siamo in un viaggio nel tempo che riporta lo slasher alle sue radici quando Sean S. Cunnighan girò quel Venerdì 13 che fu da base (più del riuscito Halloween) per tutte le mattanze future cinematografiche: là come qui i boschi, il senso di pericolo imminente, gli omicidi coreografici e sanguinosi. Nulla di nuovo, ma riproposto con una certa freschezza della messa in scena che è difficile trovare in altri prodotti nostalgia, anche ora che il vintage con Netflix e il suo Stranger Things la fa da padrone.Quello però che rende diverso il film di Mikkel Brænne Sandemose è il suo essere retrò portando in scena un serial killer moderno ed è qui che Fritt Vilt 3 diventa potente: l’assassino non cammina con passo zombesco, ma corre, usa armi da fuoco come fucili, non ha bisogno di maschere, e alla fine non c’è neanche bisogno di un finale consolatorio perché, arrivati al terzo capitolo, sappiamo che la serie deve ancora iniziare e che presto nevicherà .

Avremmo certo sperato in un’umanizzazione maggiore dell’assassino protagonista che non fosse solo un pretesto per rimetterlo in pista, ma probabilmente un capitolo introspettivo sarebbe stato poco apprezzato dai fan. In Fritt vilt 3 ci sono cose notevolissime come gli omicidi dal sapore onirico sotto la luna e altre un po’ tirate via come i soliti echi a Non aprite quella porta con i cadaveri appesi come quarti di manzo, ma c’è soprattutto la voglia di raccontare una storia del terrore, convenzionale che sia, con uno stile, un vigore, un’onestà di essere un prodotto d’intrattenimento che non può non far ricordare i Fulci o i Bava dei tempi passati.

E questo a noi tanto basta per essere sazi e felici.

Andrea Lanza

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Titolo originale: Fritt vilt III

Anno: 2010 – Norvegia

Regia: Mikkel Brænne Sandemose

Interpreti: Ida Marie Bakkerud, Kim S. Falck-Jørgensen, Pål Stokka, Julie Rusti, Arthur Berning, Sturla Rui, Endre Hellestveit, Terje Ranes

Durata: 90 min.

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Red

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Se Umberto D l’avessero concepito gli americani sarebbe stato Red.

Come descrivere la solitudine, l’amicizia tenera e straziante di un vecchio e il suo cane?

Facciamo che tre giovani sparano al cane per divertirsi (Gioventù bruciata reloaded, non si è avanzato di un millimetro da lì; raccontare il disagio giovanile come se gli adolescenti fossero Il villaggio dei dannati) e il vecchio fa il culo a tutti quanti.

E la solitudine?

La solitudine gliela rende il sistema, che non lo tutela (100 dollari di multa e dieci giorni di prigione per crudeltà sugli animali, reato minore, mentre per lui il cane è tutto ciò che rappresenta ancora qualcosa). Lo Stato non comprende i suoi problemi: un cane è un cane. E così rimettiamo mano all’unico best-seller davvero sicuro di tutti i tempi: La Bibbia. Cit: “Abbi timore dell’ira del mansueto”. Quindi, al pover’uomo, (Brian Cox straordinario come non gli riusciva dai tempi di Manhunter) bruciano anche il negozio, ovvero il secondo elemento classificato nel suo podio chiamato SENSO DELLA VITA. Alla fine lui reagisce e fa un macello: cane di paglia a cui ammazzano il cane. Sam Peckinpah avrebbe adorato questa storia. E Charles Bronson sarebbe stato perfetto per il ruolo di Giustiziere della notte 9: non c’è pace tra i pensionati. Bang bang bang. L’anziano li fa fuori tutti quanti. E non azzardatevi a dirmi Spoiler! Ecco fatto. Umberto D.evastation.

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Jack Ketchum è uno di quegli scrittori dallo stile talmente forte, lo stile così riconoscibile, marcato, che qualsiasi film sia tratto da un suo libro, si nota. È roba sua, di Ketchum. Purtroppo questo scrittore, che a guardarlo bene sembra il fratello indiano di Willem Dafoe, ha sempre portato il suo pubblico a fare dei fastosi pic-nic con i più insostenibili tabù sociali, quindi non sarebbe potuto diventare un altro brand, come Stephen King o Clive Barker. Diciamo che lui era una specie di Joe R. Lansdale per adulti. E questo è un complimento che deponiamo sulla sua tomba. Già, Jack Ketchum è morto. Un grande scrittore se ne è andato e non ci sembra di aver scorto fiaccolate strazianti per le main street delle nostre città culturali. E non ci sorprende, visto che i veri morti sono proprio gli abitanti di questi agglomerati di inaudacia in fila per lo Strega e lo studio di Marzullo. Ketchum anche ora è più vivo di quasi tutti loro, i grandi scrittori secolari che narrano il male, la sofferenza, l’odio, la pazzia dell’uomo come fosse un episodio di C.S.I prima che si tarantinizzasse.

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Jack Ketchum non racconta, lui mostra. Ecco perché i suoi romanzi non perdono un briciolo di forza una volta trasposti al cinema. Ovvio, deve pensarci gente con le sfere di tuono al posto giusto, e Lucky McKee (e il tipo che firma la regia con lui) è uno dei migliori registi horror in circolazione, tra i pochi ad avere le capacità di misurarsi con gli inferni reali di Ketchum. Per dire, La ragazza della porta accanto sarebbe stato immenso nelle mani del piccolo Lucky e solo la storia impedisce invece alla versione di Lucke Greenfield di entrare nel catalogo dei film dossier di Canale 5.

Red è un gran film. Scritto così bene che ogni sceneggiatore aspirante dovrebbe studiarselo fino a trasformarlo in un riflesso condizionato. Prendete la madre del ragazzo cattivo (Ashley Lawrence, la Kristy di Hellraiser, divenuta una milf davvero appetitosa). Lei si presenta alla porta. Ha circa quattro ingressi in scena da dietro una porta. Non fa altro che aprire porte ma ogni volta c’è un nuovo elemento, un indizio visivo che ci racconta tutto ciò che lei patisce dietro quella porta. Nella prima scena, in una mano tiene lo spolverino, in una mano un bicchiere pieno di scotch o quel che è. Due oggetti emblematici per dirci che è una donna sottomessa, infelice, che non parla nemmeno per accogliere l’uomo maturo col cappello da cowboy all’ingresso, si limita ad abbozzare un sorriso. Lei non ha quasi battute. Compare per prendere l’aspirapolvere, al secondo incontro tra il vecchio e il consorterribile della donna; unico motivo plausibile per un suo ingresso nello studio. E al terzo, sempre con Ludlow/Cox, parla sottovoce, implorando l’anziano pestifero di lasciarli in pace; un pesto sullo zigomo è la didascalia inequivocabile, proprio se a quel punto del film siete così di coccio da non averlo capito che il più matto di tutti, lì dentro è Mr. McCormack. Del resto perché farlo interpretare a uno degli attori più disturbati e ingestibili degli anni 90: Tom Sizemore?

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Sizemore ha lasciato pezzi di cervello nel capannone di Reservoir Dogs e nel carcere che tentò di trattenere i coniugi Knox. Lui è il padre dei giovani immorali, Mr. McCormack; un uomo ricco, autoritario ma cieco nei confronti dei figli. Quando, dopo aver sopportato con sempre maggiore disagio le chiacchiere di Ludlow, decide di tagliar corto traducendo la questione nel solo modo in cui è abituato a fare da troppo tempo: “Parliamoci chiaro, Ludlow, lei vuole soldi?”. McCormack/Sizemore è questo; i suoi money: uno che misura ogni cosa col denaro, anche l’educazione dei figli. Un mostro che terrorizza moglie e figli, li tiene sottochiave, un patriarcale tombale. Fa il paio con il Chris Cleek (Sean Bridgers) di The Woman. Il figlio di McCormack, Danny (ormai non più una minaccia ma una tremenda conferma) va a caccia di cervi e il padre ha due trofei alle pareti. Sono ovviamente due poveri cervi. Si è tanto smerdata e rimitizzata la figura del cacciatore di cervi, da Bambi a Cimino, ma quello che viene fuori dopo aver visto Red, è che ormai ogni americano è un cacciatore e ogni ragazzo americano che si rispetti vaga per i boschi con un’arma, in cerca di un animale da accoppare a scopo esclusivamente competitivo. Nessuno parla di alimentarsi. I trofei sono per chi entra e ammira le prodezze venatorie di un vero cacciatore bianco a stelle e strisce. La testa è ciò che serve, il resto del corpo è da smaltire. L’uomo ha accompagnato il figlio a comprare il fucile per i suoi diciotto anni, una specie di iniziazione all’arte venatoria a cui però il cucciolo è del tutto impreparato. Il torto del signor Ludlow è quello di smascherare il ragazzo, già atteggiato a grande cacciatore con jeans e maglietta: neanche un paio di calzoni mimetici o un berretto verde, niente. Questo per dire che in realtà il fucile è ormai una specie di chitarra da portare fino al prossimo bivacco, nella stagione dell’amore per la guerra. Dagli hippies, libido per la pace, agli yuppies, libido per la grana, agli Harmy, libido per i fucili. Altro esempio della mancata preparazione del giovane alla caccia è proprio di aver mirato alla testa del cane del vecchio. La parte del trofeo da usare è così inutilizzabile. Ludlow magari ha immaginato il capo del suo povero Red, appeso in alto, alla sinistra del signor McCormack; “il primo trofeo del mio ragazzo. Glielo dico sempre del resto: figliolo, di qualsiasi cosa si tratti, spara ma non sciupare la testa!

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Riguardo l’attitudine educativa del grande padre, è chiaro da subito che tipo sia, proprio perché il film è scritto bene, quindi è già tutto mostrato in pochi secondi. Appena il vecchio gli chiede un confronto con i figli, Mr. McCormack non si muove dalla sua grande scrivania, si sfrega il naso con la mano, allarga le palpebre per stemperare l’irrequietezza chimica sempre maggiore. La casa è grande, i rapporti tra papa Sizemore e i famigliari talmente gerarchici e distanti che per chiamare i ragazzi, Mister Mister alza il ricevitore che ha di fianco e ordina alla moglie, come fosse una segretaria, di mandar giù i pargoli inquisiti, tipo impiegati da mettere in riga.

Nell’era di facebook, olimpo della solitudine in scatola, i cani e i gatti sono diventati nuove entità sociali degne di premura e attenzione alla pari di figli e nipoti. Cani e gatti sono i pompieri nell’11 settembre infinito delle nostre solitudini. Però ci sono due mondi, a riguardo. Quello in cui gli animali uccisi sono sempre vittime minori (e reati minori da punire) e quello in cui uomini e donne soli, per quegli animali ammazzati darebbero la sedia elettrica agli assassini. Il film mette in contrasto queste due concezioni estreme che girano attorno agli amici a quattro zampe. Attenzione, però. Non c’è bisogno di scivolare nella retorica consueta su uomini e cani che la giornalista passionaria (Kim Dickens) sciorina durante il servizio televisivo dedicato alla vicenda di Red. Quello che Ketchum/McKee/altro tizio sembrano dire è: ogni vita è sacra, uccidere per divertimento, che si tratti di un cane o di un albero è sintomo di una mancanza di umanità. Danny la carogna ammazza il cane e ci ride su e non esita più di tanto quando il padre gli chiede di spappolare anche il cranio del padrone di quel cane. Ovvio, ci sono persone che uccidono animali e che non ammazzerebbero mai un essere umano (vedi i macellai di professione) e ci sono assassini di massa che adorano i cani e i gatti (Hitler) ma statisticamente il teorema del serial killer gioca a favore della tesi di Red: se fai fuori un povero animale, prima o poi alzerai il tiro su un uomo. Decine di perizie psichiatriche lo confermano. I nomi dei soggetti di queste perizie sono Jeffrey Dahmer, Ed Gein, Henry Lee Lucas, Michael Myers

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Ludlow è un brav’uomo americano con la casa piena di fucili, medaglie per aver servito la patria e un gran senso della giustizia e dell’educazione. Ovvio che nel suo armadio, da buon figlio di Sam, c’è uno scheletro formato famiglia e che se prende così di punta una bravata, per quanto crudele, di alcuni pischelli, è perché rappresenta una specie di seconda possibilità per lui di riaversi da uno smacco terribile. Non salvò i suoi di figli e vorrebbe fare qualcosa per questi tre che gli hanno ucciso Red. C’è da intervenire, sensibilizzare i genitori, aiutarli a capire quali cancri gli girino per casa, e tentare di guarirli, umanizzarli, raddrizzarli. Purtroppo gli altri genitori non possono capire che dalle bugie di un figlio ci si può ritrovare cosparsi di cherosene e con il corpo pieno di lividi da non riuscire a camminare più. Ludlow ci prova a dirglielo, ma è dura. O forse i genitori sanno bene che i loro bambini sono dei pezzi di merda irrecuperabili come loro stessi e ghignano delle chiacchiere del vecchio. In ogni caso John Wayne avrebbe tifato per Ludlow fino a perdere la voce. Questo film sarebbe stato perfetto anche per il vecchio mangiafagioli.

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La vicenda di Ludlow con i suoi di figli sorprende fino a un certo punto. Quell’uomo ha più di una guerra sul groppone. E la scrittura del film talvolta è davvero subdola, come la vita, del resto. Si muore ogni giorno, con nulla. Pensate al cherosene. Noi non possiamo conoscere tutta la storia nel momento in cui un fatto insignificante si presenta davanti ai nostri occhi e a quelli di Ludlow. Non immaginiamo cosa possa essergli capitato, prima del fattaccio di Red. Vediamo solo che Emma (la donna che aiuta il vecchio in negozio e lo sostituisce quando lui vuol concedersi una “spensierata” mattina di pesca in compagnia del suo cane) dicevo, Emma, viene a sapere che il cane è morto e allora deve fermarsi da quello che sta facendo e tributargli un sospiro di cordoglio. Ha in mano una latta di cherosene a cui probabilmente stava per dare una collocazione sugli scaffali del negozio e la poggia un momento sul banco tra lei e Ludlow.
Red è morto, l’hanno ammazzato. Quel cane è stato un araldo di violenza totale. Da quando è arrivato in casa dell’uomo, più di dieci anni prima, regalatogli dalla moglie per le loro nozze d’oro, ha assistito a una serie di orrori incredibili. Alla fine qualcuno massacra anche lui ma non riposa in pace. Torna pieno di vermi, per dare il colpo di grazia definitivo a una situazione degenerata all’inverosimile. Insomma, Ludlow dice a Emma che il cane non c’è più. La donna mette il cherosene sul banco incurante.
Sbam!

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C’è tutta una storia sul cherosene che dobbiamo conoscere per notare il particolare. Il figlio maggiore di Ludlow sceglie il cherosene come liquido infiammabile, invece della benzina (errore che non fa chi appicca il fuoco al negozio nella seconda parte del film). La scelta del cherosene è dovuta all’incapacità del figlio di Ludlow di combinarne una giusta. Avrebbe dovuto scegliere la benzina ma non ha mai capito un cazzo di niente e quindi ha usato il liquido sbagliato. Insomma, noi non possiamo saperlo ma quella latta poggiata sul banco da Emma deve dare molto fastidio a Ludlow e non solo noi ma persino la donna non si rende conto dell’enorme stronzo di merda che ha messo sotto al naso del vecchio nel momento in cui lui le dice che anche il cane è andato, unico superstite di una strage impossibile da metabolizzare. Jack Ketchum fa un cammeo, quando comunica al vecchio che il suo negozio è in fiamme. Probabilmente è stato Freddy Krueger. Del resto quel falegname disoccupato (interpretato bene da Robert Englund) è abbastanza uomo di mondo da sapere cosa occorre per fare un bel falò e spazzar via tutto: benzina. Fossero stati quei giovinastri, avrebbero usato il cherosene. Sicuro.

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Alla fine arriva il dog ex machina, in un finale in cui Tarantino incontra Walt Disney. Un cane misterioso giunge da chissà dove; sembra essere lì per aiutare il povero Ludlow nel momento di maggior pericolo: coraggio, alzati, sembra dirgli e poi raspando in terra gli mostra la pistola dimenticata dai suoi aggressori. Una specie di solidarietà senza frontiere tra spiriti canini, vivi e morti? “Ti manda Red?” pare chiedergli Ludlow dalle nebbie del suo trauma cranico. Dopo aver svolto l’ambasciata, il bastardello trotta via nel bosco e lascia che l’ex soldato torni ancora una volta per la resa dei conti finale, che è una roba alla Tarantino prima maniera: tutti sparano a tutti e nessuno resta in piedi, chi è vivo non cammina. Striscia.
La dissolvenza è in rosso.

Francesco Ceccamea

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Anno: 2008

Regia: Trygve Allister Diesen, Lucky McKee

Interpreti: Brian Cox, Noel Fisher, Kyle Gallner, Shiloh Fernandez, Kim Dickens, Marcia Bennett, Richard Riehle, Tom Sizemore

Durata: 90 min.

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Massacro al Central college

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Bizzarro destino quello di Massacro al Central College, almeno in Italia: insertato con scene pornografiche venne proiettato nei nostri cinema prima normalmente e poi come film hardcore in una versione chiamata Sexy Jeans. Certo quando uscì in vhs per la GVR e in tv, fu nella sua versione pura (o quasi) ma tutto questo non toglie che non si capisce il perché di questo vilipendio verso il tosto thriller di Rene Daalder.

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Dicevo quasi perché sembra che la versione home video si rifacesse a quella hardcore tagliando (male) le scene pornografiche, ora quasi subliminali, con la dubbia nuova colonna sonora scritta tra l’altro (malamente) da Malgioglio.

Certo che negli anni 70/80 impazzava il boom del film porno, quindi la richiesta era davvero alta, e si usava prendere film che nulla avevano con il cinema a luci rosse per riempirli di cazzi, fighe e cum shot selvaggio.

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Penso al capolavoro di Jean Rollin, Fascination, un delicatissimo horror erotico che diventa nei nostri cinema un altro hardcore con la solita politica degli inserti a cazzo di cane. Eh si perché non crediate che girassero scene sporcacciose apposta per metterle nei film normali, no no, le sequenze erano random, poteva capitare che due vampirette lesbiche si trovassero ad amoreggiare in salotto e vedevi un pene entrare in una vagina su sfondo bucolico, perché negli anni 70 i cazzi erano dotati di teletrasporto, roba da Capitano Kirk, almeno al cinema.

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Anche qui in Massacro al Central college, un thriller drammatico che nulla ha di eccitante a livello sessuale, si ampliano allo stesso modo le scene: se c’è un principio di stupro si inserta una bella penetrazione, se due ragazzi amoreggiano via di inculata perché in Italia siamo poeti, marinai e un po’ pipparoli.

In più nella versione uscita al cinema, per non farci mancare nulla, come anticipato poco fa, si cambia pure la colonna sonora e al posto della struggente Crossroads, interpretata da Jill Williams, troviamo l’immonda Sexy Jeans, scritta da Renato Pareti e Cristiano Malgioglio e interpretata dalla cantante Roxy Robinson, con sospiri e mugugni da Serge Gainsbourg dei poracci.

Ma torniamo al film, porno e non porno, com’è?

Ottimo, una vera sorpresa che non conoscevo e, se non avessi visto per caso il trailer, di certo non mi sarei messo a sprecare probabilmente il mio tempo per un film dal titolo Sexy Jeans.

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Una simil Gloria Guida nel manifesto

Siamo davanti, come molti altri colleghi di penna prima di me hanno scritto, ad una sorta di proto Heathers (Schegge di follia), il film anni 80 dove Christian Slater il versione teenager si mette ad ammazzare anarchicamente gli studenti del suo liceo perché si sa se il mondo adulto fa schifo, la scuola ne è l’anticamera con piccoli stronzi che diventeranno grandi stronzi. Allora perché non  sistemarli prima? Schegge di follia è uno di quei film che quando lo vedevi da moccioso ti sentivi schierato dalla parte di questo pazzo schizzato perché, diciamocelo, a nessuno piacciono i bulli.

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Massacro al Central college però compie un passo ancora più ardito: il nostro antieroe David uccide a metà film tutti i teppistelli che infestavano la scuola, ma, a quel punto, si accorge che il suo lavoro non è finito. Eh sì perché in un sistema dove la pace la si costruiva con angherie e regole ferree, ora vige la pura anarchia, e quindi le vittime si ergono a carnefici con nuove prese di potere ai danni degli studenti più deboli. Cane mangia cane. Quindi il nostro giustiziere del liceo affila le armi e riparte alla carica.

Come non dare torto però al povero David, promessa della corsa giovanile, che si trova zoppo perennemente per vendetta. D’altronde chi perché simpatizzerebbe con questi giovani mostri del domani che per divertirsi prendono due ragazze e vogliono stuprarle in gruppo?

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Certo che il comportamento di queste vittime sacrificali non è dei più empatici: si fanno sottomettere, giustificano i comportamenti dei loro aguzzini e un atto vile come una violenza sessuale sembra pura routine scolastica al pari dell’ora di religione.

Siamo in puro territorio John Carpenter, lo stesso che vedremo in Fuga da Los Angeles con un fascistissimo villain dai tratti di Che Guevara, un’opera sottilmente politica, densa di umori anarchici che pone destra o sinistra sullo stesso piano, d’altronde tutti i politici sono uguali quando vanno al potere, è morto il re viva il re.

L’opera di Rene Daalder, ex cameraman per Russ Meyer, non è ascrivibile a nessun genere, è molto moderna pur essendo girata nel 1976, dall’ottimo ritmo e con scene di morti ingegnose senza mai sforare nell’horror però o nell’ancora limbico genere slasher. Si pensi alla dipartita del capo dei bulli, folgorato dalla corrente mentre vola sul deltaplano, o quella di un altro con le ossa spaccate dopo un tuffo in una piscina senz’acqua. Tutte morti a distanza dove il nostro David si sbizzarrisce ad usare le metodologie più disparate con una certa propensione per il tritolo come fossero esecuzioni mafiosi, non dissimili da quelle viste nel bellissimo The mechanic di Michael Winner.

In più la pellicola rappresenta una scuola non scuola, nella quale non si capisce se si faccia lezione; oltretutto non vediamo mai in azione né un professore né tantomeno un adulto, a parte come comparsa non parlante nel finale.

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Gli attori sono abbastanza anonimi ad eccezione di un bravissimo Robert Carradine che fa qui le prove generali, rosso sangue, del suo La rivincita dei nerds.

Il film è generoso di nudi e risalta in questo una prorompente e strepitosa Kimberly Beck che ritroveremo qualche anno dopo come protagonista di Venerdì 13 capitolo finale, come dire che il buon Jason se ne intende di ragazze!

Altra pupattola che si fa notare è Cheryl “Rainbeaux” Smith, una delle due ragazze quasi stuprate, un’attrice molto familiare ai fan del cinema exploitation anni ’70. La Smith aveva recitato in Lemora La metamorfosi di Satana nel 1972 all’età di 17 anni ed era diventata un icona dello spettacolo da drive-in per tutto il decennio successivo in film come Caged heat (1974), Swinging Cheerleaders (1974), ed aveva rivestito il ruolo principale nella versione per adulti di Cinderella nel 1977. L’attrice avrebbe probabilmente avuto un futuro fiorente al cinema, ma la carriera forse non interessava tanto a Cheryl quanto l’eroina: morì all’età di 45 anni, povera e abbandonata da tutti.

Massacro al Central college, migliore regia di Daalder che si farà notare a fine anni 90 solo per un bizzarro horror, Habitat, è  un film spietato, amaro e dal finale non proprio consolatorio. Leggenda vuole che gli attori considerassero lo script una vera immondizia, tanto che alcuni si rifiutarono di studiare le battute improvvisandole.

Nel girato doveva essere presente un flashback nel quale si spiegava l’origine del rapporto di amicizia tra David e Mark, ma questo fu tagliato in fase di montaggio. Infatti il futuro killer avrebbe dovuto salvare l’altro ragazzo da un pestaggio sotto un ponte. Daalder trovò però la sequenza superflua, forse giustamente, e la eliminò. Possiamo trovare alcuni fotogrammi della scena eliminata però nei titoli di testa.

Certo è che Massacro al Central college è un film che noi di Malastrana consigliamo, un’opera ingiustamente violentata da un’edizione italiana aguzzina e che meriterebbe lo status di cult che purtroppo non ha.

Andrea Lanza

Qui il film, in italiano, in versione pura senza gli inserti, neppure subliminali:

Massacro al Central College

Titolo originale: Massacre at Central High

Anno: 1976

Regia: Rene Daalder

Interpreti: Derrel Maury, Andrew Stevens, Robert Carradine, Kimberly Beck, Ray Underwood, Steve Bond, Rex Steven Sikes, Lani O’Grady, Damon Douglas, Dennis Kort, Cheryl Smith, Jeffrey Winner

Durata: 75 min o 83 min (a seconda delle versioni)

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Nuovo ordine mondiale

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Ho il brutto vizio di guardare youtube mentre pranzo. Intorno all’una mi cucino i miei proverbiali maccheroni col sugo di Satana usando il peperoncino, portato di contrabbando dall’amico Josè che ogni volta mi chiede “Ganja? Ganja? Ganja?” e io “No. El sangre del diablo”, nel mio altrettanto proverbiale spagnolo di Marchirolo, e lui scuotendo la testa mi porge sconsolato un  sacchettino con roba buona, rossa, che solo ad odorarla muori, e che messo sulla pasta con aglio e peperoncino è la morte di chiunque. Beh io, mentre mangio i miei maccheroni brucia culo, guardo gli youtuber, di solito i The Jackal o i cartoni di Sio, ma anche i Playerinside Midna e Raiden con le novità sui videogames, solo che molte volte i loro video li ho già visti, la pasta si scuoce, e scrivo ricerche a caso tipo “Tette, lesbiche, sangue e vampire”. Cioè tutte cose che metterei anche su youporn, ma, si sa, sono un abitudinario e come diceva il sempre saggio Zio Mario, che però si chiamava Luigi (giuro!), “Cazzo cambi casa quando hai già una casa”, qualunque cosa egli volesse dire, pace all’anima sua, tvb zio.

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Mentre mangio mi informo

Beh in queste ricerche random sono capitato nell’antro di uno youtuber mai sentitito, “Stroncando l’orrore“, dove un simpatico ragazzo si sdoppia in 4 persone o più, tipo  Split di M. Night Shyamalan, e commenta buffamente alcuni brutti film. C’è da dire che ogni suo video è una martellata di coglioni perché tutti durano il tempo della cacca di Noè, tipo 40 minuti, e io dopo 10 minuti perdo interesse a guardare Youtube, ma nel suo lavoro c’è del buono tipo quando parla di film che neppure conoscevo.

Nuovo ordine mondiale è uno di questi e mi chiedo come ho fatto a vivere senza vederlo prima.

Cioè dimenticate Stallone, Van Damme, Steven Seagal, Bruce Willis! Ora l’azione ha un nuovo nome: Mario Ferrara!

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Il nuovo volto dell’azione

Se vi state chiedendo chi è Mario Ferrara, vi aiuto io. Immaginate un marcantonio di neanche un metro e mezzo, imponente sul grassottello, dalla faccia dura che riporta i lineamenti machi di Lillo della coppia comica Lillo e Greg, e avrete il perfetto eroe d’azione del perfetto film d’azione: il commissario Torre di Nuovo ordine mondiale, il film  che aprirà gli occhi agli spettatori, almeno così promettono i due registi (si sono due e di cognome fanno sempre Ferrara).

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Van Damme spostati

Se il Michael Dudikoff della sagra del panzerotto di Salerno non vi ha convinto, vi posto alcune dichiarazioni prese dal sito Vice di uno dei due registi del film, Fabio Ferrara, per capire il grado di serietà di questa pellicola.

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L’idea è partita da un concetto sano: ovvero quello di fare un film che possa servire alla gente, che possa aprire le menti. L’Italia fa sempre lo stesso cinema. Quindi noi abbiamo tentato qualcosa di diverso: volevamo parlare di un problema internazionale. Un qualcosa di reale: perché purtroppo questo problema esiste. Ci sono forze oscure che muovono i fili dell’economia e della politica internazionale. Noi abbiamo avuto il coraggio di parlarne. Se non lo facevano i Ferrara Brothers non lo avrebbe fatto nessuno. Questo lo metta per inciso: noi con questo film vogliamo salvare il cinema italiano.

In Matrix è stato fatto un lavoro che dà un messaggio interessante, ma non concreto. Matrix non l’ha mai capito realmente nessuno, perché è stato fatto in modo molto fantascientifico. Nuovo Ordine Mondiale sarà un film 100 volte più comunicativo di Matrix.

Per molti sarà solo un film. Ma per molti altri sarà un modo per iniziare a riflettere su quello che sta succedendo nel mondo. Pensiamo di poter aiutare a cambiare la realtà.

Ecco e rimpolpiamo il tutto col delirante trailer dai Ferrara brothers, the power of Old schoool work!!!!

Ora io non voglio fare i conti in tasca a nessuno ma cosa ha spinto il buon Mario Ferrara che nella sua vita sicuramente faceva altro rispetto all’attore, si spera, a produrre e rendere vero il delirio dei suoi due figlioli, due probabili sciroccati con la carta argentata sulla testa per “non far leggere i pensieri agli alieni rettiliani”.

L’idea di apparire su grande schermo, di diventare davvero un eroe per le masse al pari, che so, di un Will Smith? No, io non ci posso credere anche perché se cerco su internet fiuto solo un colossale sputtanamento di massa, altro che Nuovo ordine mondiale.

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Mario Ferrara chi?

La pagina ufficiale del film, uscito nel 2015 in cinema campani dopo 5 anni di produzione, è scomparsa ma è rimasta la fiera pagina di Mario Ferrara Produttore Cinematografico aggiornata al 2015 ovvero pochi giorni prima del debutto del film che avrebbe spazzato Matrix in qualche cinema Uci della Campania.

Lì è rimasto probabilmente Nuovo ordine mondiale: in qualche uscita pagata suon di bigliettoni dai tre Ferrara per ingolosire qualche vero distributore, fare una terribile figura barbina a base di fischi e recensioni feroci e poi, puf, sparire per sempre come dei fottutissimi Kaiser Soze.

Anche le pagine Facebook dei due Ferrara brothers sono bianche dal 2015, quel maledetto 2015 che ha segnato per loro il Big Bang, l’Armageddon, la fine della razza dei dinosauri. Ci sono solo post mai risposti di amici, parenti, debitori che chiedono “Ma ci siete?” e auguri di compleanno, anno dopo anno, di zia Concetta che ha fatto il babà ai nipotini suoi. Poveri.

Eppure i due registi di Nuovo ordine mondiale erano sulla cresta dell’onda fino ad allora:

  • vincitori del prestigioso Premio Industria Cinematografica, un trofeo che, anche se cerchi sul deep web dove trovi cocaina, armi e mignotte ucraine, non esiste traccia.  Probabilmente qualche massone burlone o un agente segreto del Sisde avrà eliminato ogni notizia riguardante questo alto riconoscimento cinematografico. Per fortuna che i due Wachowski italiani non hanno mai vinto un Oscar o me li vedevo i nostri 007, in combutta con un Visitor rettiliano, a bussare a casa, che so, di Jack Nicholson per intimarlo di stare zitto, “non hai preso nessun Oscar” perché è un effetto Mandela, l’Oscar non esiste!

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  • creatori, docenti, factotum, bidelli dell’Accademia Cinematografica “Ciak Academy” di Napoli, “una vera istituzione contro il fenomeno della raccomandazione e del favoritismo politico”. Peccato che anche la pagina Facebook della scuola sia ferma prima di quel fatale 2015. Anche qui gente che scrive disperata: “Ma che fine avete fatto?”. Di questo se ne occuperà Adam Kadmon se Mistero mai ripartirà. Si vocifera che ora a comporre il numero della “Ciak Academy” risponda Aziz il kebabbaro di Fuorigrotta. E se Aziz fosse un rettiliano????
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Scomparsi

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Ancora scomparsi

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Una vera istituzione contro il fenomeno della raccomandazione e del favoritismo politico

Ma bando alle ciance, entriamo nel vivo di questo Nuovo ordine mondiale, un action movie dalla sobria durata di 2 ore e un minuto, che vi farà capire una cosa importante: i Ferrara brothers sono sicuramente bravissime persone, gente con la quale puoi uscirci a cena, bere birra, sparare cazzate, ma di certo col cinema c’entrano come il due di picche a briscola.

Siamo davanti ad un film che scimmiotta male i blockbuster di Michael Bay: stessa retorica ridondante, stesse pose mache degli interpreti con occhiali da sole Rayban che fanno FBI anche quando sono la squadra mobile più sfigata, e poi sparatorie massicce, urla maschie e melò che neanche ad Hong Kong negli anni 80 osavano fare. Una cosa è girare però Bad boys 2 con dietro 100 milioni di dollari, le 300 telecamere, il montaggio concitato, Will Smith che urla sotto il sole di Miami frasi che a 14 anni ti avrebbero fatto arruolare in polizia, un’altra è la telecamera da 30 euro, il montaggio da poveracci con Final cut scaricato, il non capire che se un attore esce di casa a mezzogiorno poi non può essere sera, la zeppola nel recitare le battute, le location da miserabili, e Mario Ferrara che urla sotto il crepuscolo di Napoli frasi che a 14 anni avresti alzato gli occhi, “Mazza che palle sta polizia”.

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Nuovo ordine mondiale non è solo un film sbagliato, è un crimine contro la cinematografia italiana, è quello sì il folle piano di qualche rettiliano per ingannare le menti degli spettatori facendoci credere di quanto siamo incapaci nel nostro Paese a girare film d’azione e questo non è vero. Perché la nostra gloriosa storia ha avuto i Castellari, ma anche Fragasso che, sebbene tutti ridano del suo Troll 2, quando girava Palermo Milano solo andata, Coppia omicida, La banda, Operazione odissea, che fosse tv o grande schermo, era una gioia per gli occhi con una regia potente, proiettili che distruggevano la carne, coreografie sul modello di John Woo, e melò, questo sì, ma degno di un vero film di Hong Kong.

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Facce truci a random

Qui cosa abbiamo invece? Una storia che non si capisce dove vuole andare a parare: mette sul fuoco tanta carne, cospirazioni, massoneria, servizi segreti, virus, agenti del governo, satanismo, persino il fluoro del dentifricio che inibisce la coscienza. Mancano solo le cavallette e siamo a posto!

Tutto superficiale come uno strillone di una fake news acchiappa gonzi, il classico “Padre evira marocchino che stuprò la figlia” con foto della violenza al presunto violentatore e sotto il popolo che si indigna “Negri di merda, tornate a casa“, “Ha fatto bene“, “Viva Salvini“, e poi scopri che lo scatto è di un povero Cristo che ha pestato una bomba in qualche buco del culo del mondo senza torcere capello a nessuna povera italiana. Italiana che per inciso non esisteva.

Mario Ferrara nel suo non essere un attore, nel suo essere folle produttore di un film senza nessun destino oltre alla pubblica gogna di pubblico e critica, è quasi commovente. Davvero questi tre eroi della cinematografia italiana dove volevano andare? Credevano davvero che questa cosaccia, peggio girata e male interpreta da attori che fanno le facce truci per dimostrare di essere cattivi, potesse essere buona? Cioè ma quando l’hanno guardato hanno pensato “Che grandi che siamo!“? No perché davvero non posso crederci e, se è successo, non meritano solo il Premio Industria Cinematografica mai sentito, ma tutta la pucciosità del mondo, un abbraccio di quelli teneri dati da Rascal l’orsetto dolce di Telereporter.

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Ti voglio bene, Mario

Mario Ferrara si impegna ma è fuori ruolo, come tutto il resto del cast che, leggo su internet, è per la maggior parte gente diplomata nell’accademia di cinema dei tre, una roba che pensi “Ma chi diavolo è il maestro di recitazione? Coccolino?“.

Certo ci sono le tette di Elisabetta Gagliardi che sono un bel vedere, un finale che ti fa morire dal ridere quando Ferrara diventa Solid snake e il film impazzisce, tipo la maionese, diventando una versione live di Metal gear solid, ma il resto, Dio perdonami per quello che ho visto, il resto è da ricovero in sanatorio immediato.

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L’imbarazzo del brutto va dagli agenti del governo vestiti come gli uomini in nero di Martin Mystere, dalle frasi deliranti come “Sai cosa placa la voglia di uccidere? Uccidere!“, al finale che mischia la massoneria alle Bestie di Satana, una sequela di, perdonatemi il francesismo, puttanate così eclatanti che fai fatica a credere che non siano concepite apposta. In più è palese il marchettone al Flores Market di Ottaviano (Napoli) in un momento iniziale della pellicola, nulla di che se non fosse questa è la scena più cretina e gratuita del film, assolutamente avulsa dalla logicità che la trama vorrebbe avere. Cioè, io mi dico, volete rendere protagonisti i vostri sponsor, ma non infilateli così a cazzo di cane nella storia. Che mi rappresentano dei terroristi che, prima di compiere una strage in un laboratorio segretissimo, si dicono “Vi va se intanto facciamo casino al Flores Market?“. Ma perché???

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Terroristi si ma buongustai

Mi chiedo come abbia fatto Enzo Jacchetti con una carriera televisiva onorevole a Striscia la notizia ad accettare un ruolo in un film così brutto? Tra parentesi la sua è l’unica performance, equilibrata e decente, che salverei insieme a quella di Marzio Honorato direttamente da Un posto al sole. Stefania Orlando, ex di Andrea Roncato, anche lei dal mondo della tv, è invece una comparsa, un ruolo che poteva anche non esserci e non sarebbe cambiato molto.

Ad un certo punto fa pure capolino un sosia in pieno overacting di Bud Spencer, ma l’effetto sorpresa/stronzata viene smorzato perché lo spettatore ormai è assuefatto dal nulla cosmico della pellicola.

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Mica micio micio bau bau

In più la regia è terribile, per i Ferrara non esiste l’essere concisi, il film è interminabile, pieno di momenti inutili di un action comunque fondato sulla supercazzola antani come fosse prematurata. Almeno si fossero affidati ad un vero montatore forse il film ne avrebbe giovato, sarebbe stato brutto sempre, ma meno difficile da vedere, più ostico per le emorroidi sul sedere dei tristi tre spettatori.

Il film è scomparso subito dopo l’uscita veloce del 2015 e l’anno scorso è riapparso in una copia sottotitolata in arabo, censurata delle tette bellissime della nostra Elisabetta Gagliardi, l’unica cosa degna di nota dell’intero universo ferrariano. Probabilmente Nuovo ordine mondiale viene usato da qualche cellula terrorista come tortura estrema per i prigionieri più reticenti. Per (s)fortuna se cercate bene su youtube, e la metterò in calce alla recensione, c’è anche la versione uncut di questo “capolavoro”. Solo che siete avvertiti: vi state per addentrare in una selva troppo oscura.

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Se pensate oltretutto che le scene d’azione, brutte e con fucili palesemente di plastica, siano improvvisate, un po’ come scuola Bruno Mattei insegna, vi devo correggere: i Ferrara brothers hanno ingaggiato un vero esperto di tecniche di combattimento. Questi risponde al nome di Benito Noviello, qui anche nelle vesti di attore che compie credibilissime pirolette sulle auto mentre spara e urla frasi intelligenti come “Più piombo, cazzo!“.

Se qualcuno  vi vuole far credere che siete di fronte ad un film pareggiabile ai vari Renzo Martinelli movie non credeteci perché per lo meno anche cose brutte come Il mercante di pietre sono cinema, questa è melevisione dopo vent’anni di crack.

Andrea Lanza

Nuovo ordine mondiale (New World Order)

Anno: 2015

Regia: Fabio Ferrara, Marco Ferrara

Interpreti: Mario Ferrara, Benni Branco, Marzio Honorato, Enzo Iacchetti, Massimo Pascucci, Stefano Jotti, Antonio Furiano, Gianni Reggia, Stefania Orlando, Elisabetta Gagliardi, Maria Guerriero, Martina Liberti, Francesco Nicotra, Alessandro Incerto

Durata: 121 min.

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Jason va all’inferno

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“L’ultimo Venerdì” per modo di dire.

Nei primi anni novanta Sean S. Cunningham tentò di instillare nuova linfa in una serie che non se la passava bene dopo l’insuccesso dell’ottava capitolo di Rob Hedden.

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Si può dire di tutto sul parto di Marcus, che sia brutto, inutile, cialtrone, assurdo, ma non si può negare che abbia tentato di percorrere strade alternative. Certo, non si tratta di una rivoluzione sistematica, tipo levare di mezzo Jason come si levò di mezzo Michael Myers in Halloween III-The Season of The Witch, tuttavia il buon Adam Marcus, qualche piccolo cambiamento l’ha pure accennato.

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E’ un film molto, molto fumettistico Jason va all’inferno, non a caso conobbe una vita extra-cinematografica con le graphic novels Friday the 13th: Hate-Kill-Repeat e Friday The13: Church of The Divine Psychopath edite dalla Topps Comic e scritte da Andy Angels, che comincia in modo classico, propinandoci uno strip-tease da manuale, con fanciulla sola in quel di Crystal Lake (e dove sennò?) che improvvisamente ma non troppo viene insidiata da Mr. Voorhees con machete alla mano; già tutto visto e rivisto, si, se non per l’irruzione subitanea di una Task Force dell’FBI decisa a fare definitivamente il culo all’assassino mascherato. Un fuoco incrociato proveniente da millanta mitragliatori distrugge il serial killer/morto vivente, anzi, lo riduce quasi in poltiglia. Rimangono pochi pezzi di quella che fu una straordinaria macchina omicida. Ma, attenzione, il Male alberga nel cuore nero e pulsante di Jason. E il Male trova sempre un nuovo corpo/involucro con il quale seminare il Verbo.

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Detto così, potrebbe non significare niente. Espedienti di questo tipo sono già stati usati in tempi non sospetti, per rimanere in ambito eighties, basti pensare a L’Alieno di Jack Sholder o a Sotto Shock di Wes Craven, tuttavia, in un franchise fortemente legato alla figura iconica di Jason, il tentativo di “mascherare” il personaggio principale, non di cancellarlo dallo schermo si badi bene, risulta se non altro un tentativo apprezzabile di reinventare una serie costruita su sceneggiature sempre uguali. Uguali perché il successo della serie si costruisce su uno schema collaudatissimo che prevede giovani in fregola uccisi senza pietà da un feroce “censore” di comportamenti osceni. I ragazzi da massacrare diventano, quindi, in Jason Goes To Hell-The Final Friday un contorno e non la prima portata del banchetto, visto che il plot è incentrato sulla ricerca di altri corpi da abitare e , in particolare, di un corpo, quello del legittimo nipote, in cui rinascere.

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Un film ibrido, slegato, che frulla slasher e action e ritrova la suo dimensione prettamente horror nel finale, con Jason (il solito, grandissimo Kane Hodder) che rinasce dalla ceneri e si trasforma in personaggio/demonio da fumetto con fuoco infernale a fare da scenografia. La dimensione è quella fumettara, che spiana definitivamente la strada al cross-over con Freddy Krueger non disdegnando riferimenti diretti alla saga Evil Dead con il Necronomicon in bella vista. C’è chi lo odia, chi lo ignora, chi lo apprezza, questione di gusti, tuttavia Jason Va all’Inferno possiede il fascino di quelle produzioni scalcinate fuori tempo massimo che trasudano di passione per la saga. Non tutto funzione nella regia di Marcus, ma un giro su questo tunnel dell’orrore jasoniano è sempre consigliato. O no? E poi un film in cui Steven Williams fa il cacciatore di killer seriali come si fa a non amare. Recuperate la versione uncut, che dura tre minuti in più rispetto a quella uscita nelle sale.

Domenico Burzi

Jason va all’inferno

Titolo originale: Jason goes to hell – The final Friday Anno: 1993

Regia: Adam Marcus

Interpreti: John D. LeMay, Kari Keegan, Allison Smith, Steven Culp, Billy Green Bush, Kane Hodder, Steven Williams, Rusty Schwimmer, Richard Gant, Leslie Jordan, Kipp Marcus, Andrew Bloch, Adam Cranner, Julie Michaels

Durata: 87 min.

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Pattuglia di notte

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Se qualcuno mi chiedesse com’è fatto l’inferno, sicuramente la mia risposta spazierebbe di tortura in tortura: dallo stritolamento di palle eterne alle avances di lascivi uomini diavoli sempre arrapati. Eppure dopo aver visto Pattuglia di notte di Jackie Kong, ieri, un caldo pomeriggio primaverile che potevo correre nei campi fioriti come Georgie dolce Georgie, ho cambiato la mia idea su cosa sia l’inferno. Niente scorticamenti, niente bocche cucite a La casa 4, niente donne che ti danno buca per l’eternità (cazzo, questa è come la realtà), ma Pattuglia di notte! Si, amici lettori, Pattuglia di notte è il peggior inferno che io abbia visto, una visione così raccapricciante, fastidiosa, molesta che, durante la sua ora e mezza scarsa, ho pensato a mille modi per uccidermi perché, sappiatelo, lo dice anche Dylan Thomas, “La morte non avrà dominio”, soprattutto quando capisci che può essere un sollievo alle vicende de La scuola di polizia del cinema di merda!

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Il nano bugiardo, una gag che si ripete almeno trecento volte

Jackie Kong è probabilmente una tra le peggiori registe mai nate, una dilettante della macchina da presa che, per ragioni a me sconosciute, ha visto i suoi pessimi film uscire dal mercato americano per invadere le videoteche di tutto il mondo, Italia compresa.

Se il buon Dio ci ha risparmiato del suo orribile film d’esordio, The Being con Martin Landau, inedito da noi, purtroppo non siamo stati così fortunati con lo sbilenco Il ristorante all’angolo, Una fabbrica di matti e, naturalmente, forse il peggiore del lotto, Pattuglia di notte.

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Il comico misterioso in una delle sue performances che mai fanno ridere

Immaginate un film interminabile, pur durando neanche 90 minuti, pieno di battute che non fanno mai ridere, di doppi sensi squallidissimi sugli omosessuali che neanche il peggior De Sica e Boldi movie poteva concepire, poi personaggi antipatici che fanno cose oltre lo scemo, una cosa che non ti riuscirebbe così brutta neanche se tu, che non sai distinguere un piano americano da un  pianoforte, ti sforzassi di farlo.

In più la regia di Jackie Kong, anzi Queen Kong come piace chiamarsi lei, è di un piattume paratelevisivo che sembra un prodotto Finivest degli anni 80, soltanto imbellettato da luci violente che magari volevano fare stile e invece sono fuori contesto.

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Pat Morita nei trenta secondi di recitazione

Certo ci sono le tette e, Alleluja, proprio prima della fine la nostra Linda Blair del cuore ce le mostra in tutta la sua sfolgorante bellezza! Certo per mezzo secondo, ma, diciamolo, che mezzo secondo della Madonna! Anche le graziosissime bocce di Lori Sutton fanno la giusta porca figura, ma questi piaceri bassi non salvano il film dall’essere una delle peggiori commedie mai viste nella mia vita di critico cinefilo.

Pattuglia di notte, girato nei fine settimana con una paga minima per gli attori coinvolti, è una smaccata imitazione di Scuola di polizia di Hugh Wilson, amplificandone però i difetti e annullando i pregi. E’ più simile in questo alla demenzialità senza ritegno di Police academy 5, 6 e 7, quelli senza Carey Mahone/Steve Guttenberg per intenderci.

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Lori Sutton e le sue tette

Il titolo di lavorazione, come si evince dai ciak sbagliati nel finale, era The Unknown Comic, probabilmente cambiato per essere venduto come appunto un seguito di Scuola di polizia, campione di incassi di quel 1984.

Nei titoli di testa figura, con caratteri cubitali, Pat Morita, il Miyagi della serie di Karate Kid, ma altro non è che l’ennesima presa in giro di un film che cerca di risplendere del successo altrui senza avere una propria identità e che ha in scena l’attore per forse due minuti.

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Kitten Natividad, orfana di Russ Meyers

Linda Blair è sicuramente la migliore del cast, la più spigliata e spiritosa. Questo film non sarà il suo peggiore perché da lì a pochi anni accetterà qualsiasi ruolo comparendo anche solo per pochi minuti di film. Così  facendo brucerà ogni credito guadagnato con le sue performances degli anni 70 dov’era considerata, non solo per L’esorcista, una delle migliori attrici giovani, sicuramente una delle più talentuose. Qualche anno dopo, nel 1989, la Blair confermerà le sue doti brillanti con la commedia dolceamara Vittime indifese (Up Your Alley) di Bob Logan dove si racconta la storia d’amore tra una cronista d’inchiesta e un barbone, interpretato tra l’altro da Murray Langston, il protagonista di questo Pattuglia di notte.

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– Perché mette il dito nella minestra? – Ho un infezione, lo devo tenere al caldo – Ma non potresti mettertelo nel culo? – Quello lo faccio di là, mentre sono in cucina.

Jackie Kong firma regia, montaggio, parte della sceneggiatura, riuscendo nel difficile compito di non fare nulla di buono. In più, speranzosa di un successo che mai avverrà, coproduce persino la pellicola.

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Portare le tette con garbo: Linda Blair

Murray Langston era un cabarettista conosciuto in tutta America appunto per le sue apparizioni in programmi televisivi di culto come il The Gong Show. Il suo personaggio, più famoso è quello del comico sconosciuto, sacchetto di carta in testa e vestito elegante, lo stesso travestimento che indossa in questo film. In Pattuglia di notte fa un’apparizione pure un’altra comica molto apprezzata dello stesso show, Jaye P. Morgan, qui nei panni della manager del protagonista.

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Tette di Pazuzu mascherato

La cosa curiosa è che Murray Langston, pur essendo il protagonista, figura come sesto nome tra i credits. Capite? Non il secondo o il terzo, ma il sesto, quasi Linda Blair fosse più in scena di lui. Ovviamente, questo film è stato originariamente scritto per diventare un veicolo per l’attore. Allora, perché Langston è stato “retrocesso” nei titoli di coda e il film è stato promosso come una specie di Scuola di Polizia ? Leggendo delle interviste all’attore, non molto tempo prima della lavorazione di Night Patrol, ho scoperto che il personaggio di The Unknown Comic era diventato, dopo anni di successi, uno dei più odiati dal pubblico americano. Aggiungiamo a questo anche il fatto che i momenti più mosci di un film di per se stesso moscio sono proprio gli schetch di Langston col sacchetto in testa, ai limiti dell’imbarazzante.

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Sergio Leone e i suoi peggiori incubi

Il film in Italia uscì in vhs per la Avo Film e persino in un dvd fuori catalogo per la 01. Ad accrescere il disagio ci pensa l’adattamento italiano che inventa interi dialoghi per sopperire all’intraducibilità di alcune freddure: il peggio imbruttito.

Andrea Lanza

Su cinemazoo, la Bibbia dello streaming del cinema che amiamo, trovate Pattuglia di notte intero e in ottima qualità

http://www.cinemazoo.it/2018/03/30/pattuglia-di-notte/

Pattuglia di notte

Titolo originale: Night patrol

Anno: 1984

Regia: Jackie Kong

Interpreti: Linda Blair, Pat Paulsen, Jaye P. Morgan, Jack Riley, Billy Barty, Murray Langston, Pat Morita, Sydney Lassick, Kent Perkins, Lori Sutton, Roxanne Cybelle, Joe Battaglia, Mik One, Alex Folks, Patrie Allen

Durata: 85 min.

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I Paraculissimi (Porki’s n.2)

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Animal house di John Landis fu un successo grandioso, 141.600.000 dollari di incasso su 3 milioni di budget, generando un culto assoluto sia per il film, folle ma non stupido, sia per il suo attore protagonista, il geniale John Belushi nei panni di John “Bluto” Blutarsky. Anche il tema delle confraternite risuonò a livello mondiale e generò una serie di figli degeneri che del capolavoro comico di Landis presero solo la parte più superficiale, gli scherzi goliardici e le varie flatulenze.

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Giuro che non mi ricordavo di avere fatto questo film

Il clone più smaccato però di Animal House arrivò dal Canada, un anno dopo il film originale con Belushi, e si chiamava King Frat, da noi I paraculissimi.

A girarlo un autore che, solo due anni prima, si era fatto conoscere per uno zombi movie con Peter Cushing abbastanza anomalo, L’occhio nel triangolo, ovvero morti viventi in versione nazista. Come riuscirono i produttori Jack McGowan e Reuben Trane ad imbarcare nell’operazione Ken Wiederhorn non è dato saperlo, ma il regista, nella sua breve carriera (l’ultimo film è del 1993), aveva una predilezione smaccata per la commedia un po’ demenziale: suoi infatti sia il discontinuo Il ritorno dei morti viventi 2 sia il demenziale Meatballs 2: porcelloni in vacanza.

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A me piace l’horror ma anche le scorregge!

L’idea di fondo di questo I paraculissimi era tra le più sincere e semplici del cinema di bassa imitazione: clonare Animal house senza avere neanche una vera sceneggiatura, tanto che l’autore dello script, Ron Kurtz, mente creativa dietro i Venerdì 13 più riusciti, si firmerà con lo pseudonimo di Mark Jackson (così come nel successivo thriller di Wiedhorn, Gli occhi dello sconosciuto).

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Stocazzo!

Non si può dire che King Frat sia un brutto film come non si può dire che sia bello: è oltre, una pellicola aliena ipnotica, qualcosa di indecifrabile che forse possiede, dietro l’ostentazione di tette e scorregge, la prova dell’esistenza di Dio.

In un’ora e venti scarsa la trama si dipana in altre cento sottotrame (un ragazzo che scopre che la sua pudica ragazza si prostituisce, il furto di una statuetta dal pene abnorme, l’introduzione di una fidanzata per il John Belushi di turno, la salma di un preside morto e così via) e nessuna di queste tracce viene portata avanti, le scene muoiono il tempo di una barzelletta tra spaghetti stracotti buttati contro i muri, vomito indotto per bere più birra e fischietti infilati nel culo.

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Essere John Belushi

Eppure King Frat incarna quell’anima goliardica che il genere confraternite richiede: è il mal di testa post sbornia, è la paura di un domani che si esorcizza nell’ennesima scopata o nella risata post canna. Per questo il film di Wiedhorn va preso per quello che è: un hellzapopping non sense che si deve guardare non con gli occhi dell’adulto ma del ragazzo che si affaccia alla vita, un mondo ancora semplice e a suo modo pulito pur nella trivialità di un universo di dita tirate per scorrare e giù di ghignate.

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Nel suo essere una copia carbone di John Landis, I paraculissimi propone il suo John “Bluto” Blutarsky ovvero J.J. ‘Gross-Out’ Gumbroski, in Italia “Cicciobello“, interpretato da un John DiSanti truccato, abbigliato e clonato per essere un John Belushi della serie B. Oltretutto l’attore, bravo nel ruolo, all’epoca delle riprese aveva ben 41 anni e doveva far finta di averne 18, un’impresa comunque riuscita perché non fai tanta attenzione al suo volto ma soprattutto alle sue natiche flaccide che emettono l’ennesimo peto. E’ la mossa Kansas city predicata da Bruce Willis all’inizio di Slevin – patto criminale: “E’ quando loro guardano a destra e tu vai a sinistra“, un trucco paraculissimo, come appunto il film.

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Non so se sia mai stato stilato un guiness dei primati delle scorregge nel cinema, ma credo che questa pellicola possa vincere senza problemi: solo nel primo tempo ne ho contate 79.

Difficile dire chi sia il migliore del cast perché, a parte John Di Santi che è perennemente in scena, il resto degli attori ha ben poco spazio e molti appaiono e scompaiono senza molto senso narrativo. Forse il capo indiano interpretato da Dan Chadler ha più di un punto d’interesse e il personaggio, quando è in action, risulta molto divertente.

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Lo spirito del film è ben rappresentato dai primi 5 minuti dove le nostre matricole dei Deltas percorrono il campus mostrando le natiche a qualunque essere umano incontrino, causando la morte per infarto del preside mentre fa jogging. Crudele? Si come tutte le barzellette e come tutte le barzellette non ha bisogno di avere una chiave di lettura diversa dal “Ah ah ah che coglione che sei!” detto all’amico burlone.

Sul piano delle tette si segnala soprattutto le due incredibili bocce dell’attrice Teri Kelso impegnata in una scena che non ci credi possa esistere: sesso con un uomo vestito da gorilla (momento che anticipa una sequenza di Una poltrona per due di Landis) su un’ambulanza con la conseguenza dolorosa di restare incastrata nell’amplesso. Si quelle cose che leggi in Cronaca vera e che speri di non accadano mai a te!

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La stessa Teri Kelso poco prima, vestita da Wonder Woman, era apparsa con un pene finto in mano davanti ad un prestigiatore: “Cos’è che ha due palle?” “Stocazzo!“. A suo modo una martire del film scorreggione di cui King Frat ne è il massimo esponente.

C’è da dire che questo film, almeno in una sequenza, le fiamme create dalle flatulenze, anticipa l’altrettanto folle e scorretto Scemo & più scemo (Dumb and Dumber)di Peter Farrelly con Jim Carrey.

I paraculissimi arrivò in Italia nel 1982, fu spacciato per un seguito finto di Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni con il titolo Porki’s numero 2 su distribuzione DRAI e uscì in videocassetta per la Avo film col divieto ai 14. Il doppiaggio lo denaturalizza un po’ inventando intere battute in derive regionali che non esistevano (il presentatore della gara delle scoregge. la scena clou del film, che parla con accento campano).

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Su  imdb si racconta un aneddoto divertente: un utente aveva fatto un’apparizione nel film come membro della band che suonava alla festa della confraternita. Lui e i suoi compagni  andarono a vedere I paraculissimi quando uscì nella loro zona, e la reazione del pubblico fu incredibile: popcorn gettato, soda rovesciata, pomodori contro lo schermo. Un usciere  riconobbe i ragazzi e, temendo per la loro incolumità, li scortò fuori  dal cinema con delle borse in faccia per paura fossero aggrediti.

Difficile dare un giudizio a questo film, ma, come scritto prima, non saranno certo gli 80 minuti peggiori della vostra vita, forse i più incredibili come cinefili più di un Kubrick o un Tarkovskij scassa palle. Viva la figa e chi la ama tiri una riga!

Andrea Lanza

Qui, grazie al sempre benedetto sito di streeaming cinemazoo, il film completo:

http://www.cinemazoo.it/2018/04/05/i-paraculissimi/

I paraculissimi

Titolo originale: King Frat

Anno: 1979

Regia: Ken Wiederhorn (in alcuni Paesi come Reginal Rheigold)

Interpreti: John DiSanti, Charles Pitt, Roy Sekoff, Robert Small, Dan Chandler, Mike Grabow, Ray Mann, Suzina Volpina, Dan Fitzgerald, Tom Tully, Glenn Scherer, Lee Krug, Taryn Hagey, Teri Kelso, Karen Gold, Sally Ricca, Rahnee Reiland, Lee Sandman, Jean Jarvis, Bette Shoor, Bruce McLaughlin, Wolfie Udikoff, Ted Richert, Michael Sandler, Joel Kolker, Joanne Marsic, Bobby Gale, Herb Goldstein, Sonia Zomina, Lee Willis, Tommie Grimstad, Reuben Trane, Ken Wiederhorn, Starr Dey, Tom Chatlos, Joseph Reed, Vincent Agostino, Pat Fendley, Bill Hendrickson, Neil Fleischer, Floyd Schneider, Kent Levack, Vinny Quaranta, Bob Norris

Durata: 80 min.

VHS: AVO FILM

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Deadly Prey

Il colonnello Hogan allena il suo esercito di mercenari rapendo poveri innocenti per poi abbandonandoli nel bosco e scatenandogli dietro i suoi uomini, in una caccia all’uomo mortale. Questa volta però ha scelto la vittima sbagliata: Mike Danton. Lo mettono in pantalonicini, lo cospargono di olio di palma, lo lasciano nel bosco… e inizia il finimondo!

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Queste le premesse di uno dei massimi capolavori del cinema trash degli anni 80. Preparatevi a scendere più in basso di quanto non siate mai scesi, in uno dei più nascosti e sporchi recessi del cinema americano, perché oggi parliamo di Deadly Prey!

Come molti, mi sono avvicinato al b-cinema trash grazie ai film horror con mostri plasticosi, sangue finto, e attori pessimi. Purtroppo una volta che inizi con queste delizie, ne vuoi sempre di più. Alla ricerca di qualcosa di meglio (o peggio…), mi imbattei in un altro genere che condivideva simili caratteristiche con l’orrore… parliamo del cinema d’azione.

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Negli eighties sono stati prodotti decine, se non centinaia, di film spazzatura chiaramente ispirati ai più famosi Rambo, Commando, etc. etc. Questo Deadly Prey è il classico film durante il quale resti continuamente a bocca aperta per le risate, tra inesattezze, scarsa recitazione, facce ridicole, effetti speciali infimi. Purtroppo non ne esiste una edizione italiana, quindi se volete apprezzarlo al 100% dovete masticare un tantino di inglese, anche se non è indispensabile per comprenderne la trama, che è ridotta all’osso.

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Si inizia a ridere fin dall’insulsa introduzione nella quale vediamo il muscoloso Mike Danton che cammina al tramonto su una collina, poi si ferma e inspiegabilmente alza il fucile verso il cielo, il tutto farcito da una divina musichetta 80’s fatta al sintetizzatore. Appare il titolo del film, e veniamo catapultati nel fantomatico bosco dove vediamo morire la prima vittima dell’esercito di mercenari del colonnello Hogan. E’ fantastico vedere come questo povero attore mediocre, proprio prima di essere ucciso prega i cattivi di risparmiarlo con sul volto un’espressione tanto drammatica come se stesse ordinando un caffè al bar: “NO PLEASE DON’T KILL ME”. Insomma, i primi 5 minuti di film ci fanno subito capire che ci troviamo di fronte a un grande capolavoro.

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La cosa bella è che tutto il film è un alternarsi di momenti morti durante i quali cresce la trepidante attesa del prossimo momento incredibile, che lascia le lacrime agli occhi. Appena il nostro eroe Mike Danton viene rapito e lasciato nel bosco inizia la sua caccia ai mercenari, fatta di trappole stupide e uccisioni prive di senso. Alla fine muoiono TUTTI!

Non ho mai visto un film in cui tutti i fottuti personaggi vengono uccisi. Ogni attore ha una faccia da idiota senza paragoni, soprattutto il protagonista e quando prova a fare il duro genera l’effetto contrario. Stesso discorso vale per i cattivi, che finiscono per risultare ridicoli. Ma non voglio assolutamente rovinare la visione raccontando tutte le scene più importanti. Farò semplicemente un piccolo background sull’opera.

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Il regista e sceneggiatore del film si chiama David A. Prior, noto per aver diretto film come Raw Justice – Soli contro il crimine, che annoverava Pamela Anderson tra i protagonisti, Killer Workout, altra piccola gemma del cinema horror di quel periodo, oppure Future Force con David Carradine. Invece il nostro protagonista, Mike Danton, nella vita reale si chiama Ted Prior… è il fratello del regista (raccomandato?), e stranamente ha recitato anche in tutti gli altri succitati film.

Questi due fratelli sono figli di un comico e dell’assistente di un mago. Uno è diventato regista, l’altro è stato attore per 26 anni, ed ora è proprietario di una scuola di recitazione… Prova del fatto che l’America era negli anni 80 veramente il regno dei sogni dove tutti potevano diventare qualcuno anche senza saper fare nulla.

Insomma, se non l’avete ancora fatto, consiglio vivamente a tutti di andarvi a vedere questa mostruosità cinematografica, vero capostipite del genere dei b-movie d’azione e divertimento assicurato! Buona visione e sogni d’oro.

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Deadly Prey

Anno: 1987

Regia: David A. Prior

Interpreto: Cameron Mitchell, Troy Donahue, Ted Prior, Fritz Matthews, David Campbell, Dawn Abraham, William Zipp, Suzanne Tara, Thomas Baldwin, Leo Weltman, Peter Aston, Charles Venniro, Jimi Elwell (Timothy Elwell), Jasper Collins, Brian Edward O’Connor

Durata: 90 min.

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Day of dead 2: contagium

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1968, Pennsylvania: Un ospedale precipita nel caos quando un agente tossico infetta i pazienti che cominciano a mutare e a divorarsi l’un l’altro. Il virus sembra essere scatenato da delle misteriose provette di proprietà militare. L’arrivo dell’esercito contiene il disastro: gli zombie vengono uccisi e le provette sequestrate. Ma una di esse sfugge al loro controllo: uno dei dottori nasconde una provetta all’intero di un thermos che finisce disperso nel parco adiacente la struttura.
Quarant’anni dopo un gruppo di pazienti psichiatrici durante una gita all’aria aperta ritrova proprio il thermos del dottore che viene portato alla clinica dove ovviamente sarà aperto generando il caos.

Romero poses with fans wearing zombie make-up during the 34th Toronto International Film Festival
Ribadiamo il concetto, man: in questo film io non c’entro un cazzo

Tutti quelli che, incuriositi dal titolo, hanno acquistato questo DVD sperando di trovarvi atmosfere romeriane hanno probabilmente valutato l’idea del suicidio finita la visione.

Day of the Dead 2, sequel non ufficiale di Il giorno degli zombi, è un horror low budget ma questo giustifica solo in parte la bruttezza generale della pellicola. Stando ad alcune fonti il budget ammontava a 8 milioni (!), notizia che spero sinceramente fosse falsa, secondo altri soltanto a 2, che sono comunque un mucchio di soldi se si pensa a quando sia brutto e mal girato questo film. Pensiamo ad horror come Dead Snow o Wyrmwood, realizzati con meno di un milione di dollari, o a Bruce McDonald che con un milione e mezzo ha girato quella chicca di Pontypool. Day of the Dead 2 è lontano anni luce dagli horror citati. È il perfetto esempio di prodotto straight-to-cestone squallido e raffazzonato, con una fotografia sciattissima, una telecamera che traballa in continuazione ed attori talmente cani che strappano risate involontarie.

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– Che hai?  – Ho visto Day of dead 2!

I registi Ana Clavell e James Glenn Dudelson sono principalmente noti al pubblico horror per Creepshow 3 ed è evidente che il povero Romero lo odino profondamente.

Si parte in bruttezza con l’outbreak degli zombie nell’ospedale in Pennsylvania nel 1968. Nonostante anno e zona coincidano con quelli de La notte dei morti viventi il riferimento è puramente casuale. Tanto per cominciare, gli zombie corrono. È già solo per questo è difficile guardare il film nell’ottica romeriana. Parlando degli zombi che si vedono nei primi minuti, troviamo make-up praticamente inesistenti, in pratica sono persone normali spruzzate di sangue finto. Ad aggiungere un ulteriore tocco di poraccitudine all’intro, l’arrivo dei militari che giungono a bordo di jeep realizzate per metà in CGI (non se ne accorge nessuno, tranquilli), fra sparatorie ed esplosioni orrendamente realizzate in computer grafica.

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– Gennaro, non fare il pirla con la pummarola in faccia!

Dopo i titoli di testa torniamo ad i giorni nostri e facciamo la conoscenza dei protagonisti che ci accolgono immediatamente con un pipppone di carattere esistenziale. Sbattiamo così il muso su quello che è il problema numero uno: il film si prende maledettamente sul serio ed è infarcito di dialoghi orrendi sul senso della vita, della morte, l’immortalità e cose di questo tipo.

Contagion infatti ha pure la pretesa di mettere in scene dramma e romanticismo, buttando nel mezzo del contagio persino una storia d’amore, credibile come una moneta da 3 euro. È inutile cercare di girare un film “profondo” e “serio” se non si hanno i mezzi e soprattutto le capacità per farlo. Quindi Day of the Dead non solo è brutto, cosa su cui potrei passare sopra, ma è pure noioso come pochi, difetto imperdonabile per un b-movie.

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E così se ne andò l’aretino Pietro con una mano davanti e con l’altra dietro

Il momento del contagio, che dovrebbe essere ricco di pathos, si svolge all’intero di un cesso: scoprono che il thermos conteneva una fiala che, cadendo a terra, si apre lasciando fuoriuscire questi strani globi luminosi realizzati in una CGI che grida vendetta. I globi sul momento si disperdono per poi tornare la sera raggiungendo gli sfigati che erano al cesso qualche ora prima, posandosi sulle loro fronti. La scena è completamente insensata e lascia quasi pensare che la cosa abbia natura aliena, ma non lo spiegheranno mai con esattezza, come tanti altri elementi dalla trama buttati lì senza una motivazione precisa.

Il giorno dopo gli sfigati infetti si svegliano e si rendono conto di stare perdendo la pelle. Avete presente quando in seconda elementare ci si divertiva a spalmarsi la colla vinavil sul palmo della mano per poi togliere la pellicina che si formava? Ecco, l’effetto della muta è realizzato nella stessa maniera. Vinavil spalmata in faccia, niente più, niente meno.

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Cioè questa è una pancia da birra?

I protagonisti cominciano a mutare, ed il make-up si fa un po’ più elaborato della colla ma sempre poraccio: in una scena uno dei neo-zombi si stringe una pustola e il lattice si stacca, lasciando vedere il bianco sotto.

Dopo un’ora di scene inutili e noia, fra personaggi insopportabili, litigi, lesbiche isteriche, risse, gente che si vomita addosso e roba di cui non ci frega niente, arrivano finalmente gli zombie. Ammetto che ci siano delle scene gore niente male e gli ultimi 20 minuti quanto meno intrattengono. Se avessero mantenuto uno stile del genere per l’intero film invece che relegare lo splatter e la mattanza agli ultimi minuti sarebbe stato quanto meno un film divertente, invece che fracassarci le palle con riflessioni filosofiche e storie d’amore al limite del patetico.

Nel mentre i protagonisti hanno scoperto di avere un legame mentale sovrannaturale e che quando uno si ferisce sentono male anche gli altri. Per quale motivo? Non ci è dato saperlo. Uno zombie bizzarramente mutato si aggira per i corridoi facendo un gran casino, ma pure il motivo della sua presenza e mutazione rimane ignoto. Emma, una dei protagonisti, si trova incinta senza aver mai fatto sesso, e la pancia le cresce in maniera esponenziale di minuto in minuto. Attribuiscono la colpa al virus che l’ha infettata ma il senso qual è? Cosa le starebbe crescendo in grembo? Altre domande che rimangono insolute. Ci sono un sacco elementi della trama inseriti senza alcuna ragione e l’intera storia non va da nessuna parte.

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Da Moreno dove tutto costa meno il make up più efficace

Il tocco trash definivo è gentilmente offerto dagli zombie “cattivi” che acquistano l’uso della parola. Lo sceneggiatore, ubriaco, era evidentemente indeciso se scrivere qualcosa di serio o una commedia demenziale e si è detto “Perché no, faccio entrambe le cose”. Ed eccoci quindi a sorbirci gli sproloqui e le battute al limite dello squallore di questi infetti orridamente truccati.

A questo punto vi starete giustamente domandando cosa c’entri tutto ciò con Il giorno degli zombi: un emerito cazzo. Non è certamente un sequel ma viste le incoerenze con la saga di Romero non può nemmeno essere considerato un prequel. Il titolo è una presa per il culo plateale e gratuita. I registi provano a dare un contentino agli spettatori chiamando il reparto psichiatrico “Romero Ward” ma non è sufficiente per sedare la frustrazione dei fan. Infatti, se da un lato sfruttare il nome di Romero per incuriosire i fan poteva essere una mossa inizialmente vincente per la vendita, hanno poi dovuto fare i conti con l’ira funesta della gente che si è sentita presa per in giro nonché offesa dal fatto che il nome “Day of the dead” sia associato ad una tale vaccata.

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Tre stronzi che fingono di essere mille zombi

Pure sorvolando su questa vomitevole mossa di marketing rimane uno zombie-movie infimo e palloso che mi ha fatto rimpiangere il remake del 2008, visto qualche giorno fa.

Se qualche amante del b-movie ci tenesse a vederlo posso suggerire di skippare direttamente agli ultimi 20 minuti e fare finta che il titolo sia diverso.

Silvia Kinney Riccò

Day of the Dead 2: Contagium

Anno: 2005

Regia: Ana Clavell, James Glenn Dudelson

Interpreti: John Freedom Henry, Joseph Marino, Jackeline Olivier, Andrew Allen, Laurie Baranyay, Christopher Stanley Burton, Simon Burzynski, Derrick Carr, Samantha Clarke

Durata: 90 min.

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