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Danilo Ferranti (Ricky Memphis) è un pugile alle prime armi che vorrebbe sfondare nel mondo della boxe. Casualmente dopo un incontro conosce Tresir (Johara), una ragazza maliana, e si innamora di lei. Ignora purtroppo che lei si droga…

Alla fine degli anni 80, insieme alla morte dei generi, il cinema italiano decide di tornare alle origini neorealiste del dopoguerra con un pugno di artisti, giovani e arrabbiati, che avevano voglia di fare (anche) cinema scomodo dopo il decennio delle frivolezze. I temi affrontati erano di attualità, si parlava soprattutto di disagio giovanile, del nostro Paese martoriato dal consumismo chiavi in mano degli anni 80. Non tutto d’altronde era Yuppies e Via Montenapoleone, mentre il berlusconismo imperava c’era chi stava male, gente comune che in fabbrica guadagnava 600 mila lire, che non poteva permettersi le cene in locali alla moda o la cocaina da mezzo milione. Era una rabbia feroce che esplodeva, un rancore di classe, sociale, i pugni in tasca di Bellocchio venivano stretti sempre più forte, il risentimento non era di destra o di di sinistra, era odio puro e anarchico fatto di fame e voglia di rivalsa in un’Italia che ghettizza(va) il disagiato, il popolo accattone, il sottoproletariato all’ombra dei Burghy paninari. Se il neorealismo con le opere di De Sica e Rossellini focalizzava il punto di vista sul vissuto comune degli italiani, sulla voglia di rivalsa e di ricostruzione dopo la sciagura della guerra, il neo neorealismo, con un pugno di pellicole alla fine degli anni 80, si occupava pasolianamente dei giovani, usando attori alle prime armi o presi per strada, e marcando la mano, quasi urlando, su temi come la droga o le marchette. Il movimento (non riconosciuto da molti critici come tale) durò pochi anni, iniziò con Marco Risi e il suo Mery per sempre e finì, a sancire la quadratura, con Marco Risi e il difficile Il branco. Nel mezzo ci furono opere sciacallescamente d’imitazione come Vite perdute di Giuseppe “Castellani” Greco, ma anche una serie di film interessanti (quando non completamente riusciti) come Ultrà di Ricky Tognazzi, Crack di Giulio Base e Teste rasate di Claudio Fragasso. Il difetto di questi titoli era molte volte di voler dire tante cose in modo superficiale, di avere quel fuoco tipico dell’adolescenza ribelle che si risolveva in un niente di fatto, ma erano comunque ferite aperte in un cinema che da troppo tempo si masturbava nel lusso dei Vanzina. Pugni di rabbia del Risi meno dotato, Claudio, autore tra l’altro di I ragazzi della terza C, ne è uno degli esponenti minori, incapace di appassionare, ma soprattutto incapace di raccontare una storia che potesse essere soltanto un attimo lontana dal fumetto underground. Eppure ci sono molti temi interessanti all’interno: il quartiere di Corviale a Roma con l’edificio simbolo “Il serpentone”, tutta una varieganta umanità a gravitare intorno, drogati, puttane, pugili falliti. Pugni di rabbia era il lato romantico del neo neorealismo: raccontava una storia d’amore impossibile sullo sfondo di un mondo borgataro violento e crudele. Solo che era anche tremendamente superficiale: il sociale affrontato senza nerbo, il verismo ridotto a due pere iniettate e ad un gruppo di attori incapaci di dire una frase senza biascicare. Pugni di rabbia risulta molte volte implausibile e sciatto, diretto distrattamente da un regista assolutamente incapace di gestire la materia trattata. Come d’altronde poter dare credito ad un film che riprende, in un impianto verista, i combattimenti clandestini in  piscina di Lionheart di Sheldon Lettich con Van Damme? Ricky Memphis, al suo primo ruolo da protagonista assoluto, almeno ce la mette tutta, ma ha sempre quella faccia bonacciona che non ci credi mai sia un cattivo ragazzo. Il resto del cast è, purtroppo, sotto il livello di guardia, così come la partitura musicale, terribile, di Simone Luca, con quel sax che fa tanto cinema impegnato e invece è solo rottura di palle. Ma l’Oscar della cagneria spetta a  Johara Farley, bellissimo corpo di femmina, scoperta da Antonio Ricci per il famoso Drive in, ma assolutamente incapace di recitare. Dio benedica i suoi momenti di nudo gratuito!

Pugni di rabbia uscì all’inizio del 1991 tra il disinteresse generale degli spettatori e sparì altrettanto velocemente senza dolore. Tra i nomi coinvolti nel progetto spiccano Ciro Ippolito, regista di molte lacrime napulitane e del mitico Alien 2 sulla terra, e Roberto Manni, colpevole come produttore esecutivo di tanti parti scellerati del nostro cinema come Melissa P.
Claudio Risi finirà a dirigere pessimi film con Boldi senza De Sica e ancor più pessime serie tv. Se fossimo cattivi diremmo se l’è meritato.

Andrea Lanza

voto 1/5

Pugni di rabbia (Jab)

Anno: 1991

Regia: Claudio Risi

Cast: Ricky Memphis, Johara, Alessandra Fassio, Mario Aglietti

Durata: 105 min.

VHS: FOX VIDEO – Film per tutti (visto censura del 30 Aprile 1991)