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Il successo di Mery per sempre e Ragazzi fuori generò almeno un mostro di indicibile bruttezza, Vite perdute di Giorgio Castellani. Vedere questo film è un’esperienza unica, incredibile, difficilmente raccontabile. L’idea dello sceneggiatore della commediaccia Crema, cioccolata e pa…prika era di girare una storia alla Marco Risi con ragazzi sbandati in una Palermo violenta. In Vite perdute c’era una buona parte del cast di Mery e Ragazzi, almeno i nomi che nessuno voleva, visto che, per esempio, Benigno e la Di Sanzo erano già stati arruolati in produzioni più alte. La cosa più curiosa di  questo scombinato film è un’altra però e riguarda il suo autore: all’anagrafe non esiste nessun Giorgio Castellani, ma un certo Giuseppe Greco, figlio di Don Michele detto il Papa, boss di Cosa nostra.

Purtroppo Castellani o Greco che sia è morto 2 anni fa di tumore nella sua villa a Palermo, sarebbe stato interessante sentirlo sui retroscena di questo film. Però la sua carriera cinematografica non si fermò con questo Vite perdute, flop all’epoca al botteghino, ma continuò con due pellicole sempre di mafia non mafia, I grimaldi e La mafia dei nuovi padrini, uno più brutto dell’altro, tutti usciti malamente e tutti insuccessi sia di critica che di pubblico. Però se La mafia dei nuovi padrini lo si trova pure nei famigerati cestoni da ipermercato a meno di cinque euro (uscì per la Avo film in digitale), I grimaldi è quasi un film fantasma, quello che per Nocturno cinema sarebbe un mistero d’Italia. Di questo crime movie, ambientato in un cascinale, sorta di tributo al padre Don Michele, si conoscono solo alcuni spezzettoni (agghiaccianti) in un documentario di Ciprì e Maresco, dove si vede una strage di pecore poco morte con tanto di sugo sulla lana e testa che si alza incurante del ciak. E come nella sua opera prima, le stesse dichiarazioni del suo autore e della sua crew “Non si parla di mafia”. Infatti in Vite perdute si rapina, si stupra, si portano teste mozzate in giro con i motorini, ci sono boss di quartiere, ma guai a parlare di mafia perchè si sa “La mafia non esiste”. Sarebbe stato bello sentire allora la stessa cosa per La mafia dei nuovi padrini. “Mafia? Io nun saccio niente. Mafia? Ah no è il nome di un attore!”. Certo come no, guarda c’è nel cielo Mazinga Zeta!

Ma torniamo al nostro criptico film e parliamo un po’ della storia che definire confusa è poco. Non si capisce mai chi sia o meno il protagonista, se si intendeva fare un film corale si è fallito visto che la maggior parte dei ragazzi di vita portati in scena sono semplici macchiette che urlano o fanno caciara al pari delle scimmiette. Vite perdute inizia da sceneggiata neomelodica, un po’ alla Nino D’Angelo, con questo mariuolo che si aggira per Palermo, spinto dalla fame ruba un pollo con una mossa che neanche Diabolik poteva immaginarsi e chiama da una cabina la donna che ama. Lui è povero, non canta, ma potrebbe farlo, e lei invece è ricca, con mammà e papà che le dicono “Stu disgraziato dovrebbe lasciarti in pace”. Potrebbe essere la variante nel melodramma partenopeo musicarello trasportato in Sicilia, ma  ecco che scatta il neo neorealismo alla Marco Risi. Il nostro eroe camminando per strada vede il suo amore infrattato con un altro uomo a pomiciare, e, ferito nell’orgoglio, pianifica, con l’aiuto di amici, il ratto della palermitana. Naturalmente ci accorgiamo che il ragazzo è uno psicolabile: la ragazza che ama non lo caga neppure di striscio, anzi ha detto ai genitori, pure un po’ spaventata: “Mi perseguita, poi è povero e puzza”. Mannaggia lui, pazzo, squattrinato e pure senza doccia! Che tragedia! Ecco però che parte, un po’ alla cazzo di cane, un inseguimento tra i malamente e la polizia che fa sembrare i polizieschi di Lenzi quelli di William Friedkin, girata senza il minimo piglio spettacolare con questi sbirri idioti che sparano in mezzo alla gente contro l’auto dei rapitori. Va beh, ma ora siamo riusciti almeno a capire chi è il protagonista, il puzzolente innamorato senza soldi! No aspetta, la macchina sbanda e il presunto eroe esplode con la bella e un paio di amici. Boom. Diabolico Castellani, ci hai ingannato! Ma gli sbirri sono degli infami ed ecco che spunta all’improvviso in mezzo alla strada Gianni Celeste, cantante neomelodico palermitano (lui sì per davvero), che, come un fottuto Charlie Bronson, spara contro l’auto dei poliziotti assassini. Pam pam due colpi e sono morti, sti fetusi. Ma Gianni, che nella finzione ha forse 16 anni, malgrado la pelata da quarantenne e lo sguardo da australopiteco sotto elettroshock, torna a casa, vomita per lo schifo e si mette a letto. Il non giovane però vive ancora con mammà che è disperata e gli dice “Figlio mio, trovati un lavoro, hai tutta la vita davanti”, ma lui nulla, lui vuole diventare importante. E che fa quindi? Con gli amici, ovvero Filippo Genzardi, Salvatore Termini e Alfredo Li Bassi di Mery per sempre e Ragazzi fuori, decide che bisogna picchiare a sangue il padre della ragazza che avevano rapito, senza nessun motivo logico che non sia “Diamo una lezione ad un padre padrone”. Immaginate questo poveraccio che oltre ad essergli morta la figlia da poco si trova pure ad essere pestato! Naturalmente ci scappa il morto e i quattro, in tipo cinque secondi, con pala e  picchetto già in auto, fanno una buca di 4 metri e ci buttano dentro il disgraziato. Se pensate che questo porterà a degli sviluppi siete degli ingenui: Vite perdute vive di micro sequenze scollegate e morte lì senza perchè. Ecco che manca all’appello nel cast però Maurizio Prollo, il ragazzino molestato nel film di Marco Risi, che vediamo uscire dal gabbio, senza soldi e con in tasca solo l’indirizzo dalla sorella che purtroppo fa la vita. Ottiene, suonando alla porta della ragazza, di essere pestato da un protettore romanaccio che lo apostroferà con frasi quali “Va a lavarti” perchè è chiaro che se uno a Palermo è povero deve anche puzzare! Vendetta chiama vendetta però ed ecco che il ragazzo va a bussare alla porta di Gianni Celeste che non lo conosce, ma gli offre lo stesso il suo aiuto. Il clan di amiconi quindi va a parlare con il pappone che intanto tutto tranquillo sta bevendo una damigiana di vino ruttando come un porco e lo intimano con una pinza nei coglioni di lasciare stare il lavoro di magnaccia. Lui sembra aver capito, ma i giovani per spiegargli meglio il concetto lo investono, fuori dal locale, con l’auto a tutta velocità. Maurizio Prollo per una buona ora scomparirà da Vite perdute riapparendo in versione figlio di puttana, ma ci arriveremo. Intanto Filippo Genzardi che in Mery per sempre faceva il maritino carcerato qui ha sempre il ruolo di Romeo sfortunato: vorrebbe stare con la sua fidanzata, si allontana dagli amici per farle un po’ di coccole e quelli credono invece sia un informatore della polizia! Non si può avere un minimo di intimità in Sicilia che potresti murire acciso! Comunque la sua fidanzata è una sciroccata che, su consiglio di una cartomante, gli fa bere un caffè pieno di peli pubici e ciclo mestruale perchè così lui sarà sempre legato a lei. Intanto, dopo una rapina, Gianni Celeste viene catturato da un poliziotto che è il sosia di Bud Spencer. “Fermo lì” e, si legge sulla vhs, Fine primo tempo.

Sticazzi. Avete capito qualcosa? Un legame che tiene insieme le sequenze? Io vi giuro di no. In più Giuseppe Castellani (il nom de plume viene dal cognome della madre, Castellana, trasformato in omaggio al grande regista Renato Castellani) non è che giri malissimo, ma neanche bene, ha dalla sua una bella fotografia piena di colori caldi e uno score musicale anonimo, ma orecchiabile di Claudio Simonetti, il leader dei Goblin. Quello che distrugge il film, che potrebbe essere solo un brutto film, sono le velleità registiche, il continuo inquadrare Madonne (Vite perdute si apre con i Carmina burana e la statua della vergine Maria), mettere sulla bocca dei suoi protagonisti frasi cristologiche grottescamente aggiornate a Cosa nostra (“Gesù, una tua parola vale più di quella dell’onorevole Andreotti. Meglio morire crocifisso che sparato! Ti stimo tu eri un re!”), ma soprattutto avere il coraggio (sciagurato) di girare un’ultima cena michelangeolesca a base di pane e salame (“Prendetene a mangiatene tutti questo è il salame della rapina al supermercato”). Di Mery per sempre e Ragazzi fuori alla fine resta la cornice di Palermo e i suoi protagonisti, il resto è indecoroso, la storia sembra improvvisata sul set, gli attori sono a ruota libera, tutto è buttato alla carlona soprattutto l’introspezione psicologica e sociale su questi giovani che non hanno altra scelta di vita che delinquere (“Alla fine è la vita che mi ha costretto, io non volevo” dice il protagonista ad un crocefisso). Sembra il regista non sappia che strada prendere: mostra prima nefadezze indicibili commesse da questi malavitosi poi li vuole quasi assolvere. Tutto davvero nauseante a livello ideologico, profondo quanto un tema  svolto da uno studente svogliato.

Secondo tempo. Shht, silenzio, inizia lo spettacolo. Un nuovo personaggio si sveglia ed è tutto arrabbiato perchè la cameriera non gli ha portato il caffè. E’ un vecchio onorevole che parla con accento campano e boffonchia cose senza senso (“O’ caffè, a cocaina, a stricnina”) e corre a lamentarsi con la sua domestica. Sorpresa: la donna è la mamma di Gianni Celeste che si dispera per la cattura del figliuolo. Il politico prima cerca di rincuorarla (“Meglio la prigione che la morte!”), poi allunga le mani, le tira fuori un seno cadente e le promette che, se lei sarà cara con lui, il figlio uscirà di galera. Lei tentenna un po’, dice che non è una brava amante, che da tempo non fa sesso, ma il vecchietto arrapatissimo le urla sfilandole le mutandine: “Ti tolgo io la ragnatela da in mezzo alle cosce”. Castellani inquadra pudicamente un vaso tra i gemiti dei due e si passa ad altro con la solita leggerezza. Gianni Celeste esce dalla galera, un avvocato corrotto ha fatto in modo l’arresto non fosse regolare e l’uomo che l’aveva denunciato, spinto dalle minacce, ha ritrattato (“Commissario, devo farmi operare di catarrata”). A questo punto il nostro eroe viene contattato da alcuni tipi loschi per portare un pacco misterioso ad un ignoto committente. Abbiamo omesso che:

1 la strada ha posti di blocco dappertutto e lui è in sella ad un motorino

2 quello che deve consegnare, chiuso in una borsa, è probabilmente una testa mozzata che perde anche copioso sangue!

Eppure riesce a passare lo stesso perchè, alle insistenti domande delle forze dell’ordine, lui risponde con convincente “E’ un cane morto” e loro senza controllare, come fosse la cosa più normale del mondo portare una carcassa di animale in giro, lo lasciano andare. Da questo episodio lui diventerà una specie di boss locale specializzato in furti e rapine, ma senza che il regista ci mostri il suo percorso di inserimento nella famiglia malavitosa, forse perchè, come detto in precedenza, “La mafia non esiste”. Intanto arriva il momento della già miticizzata Ultima cena a base di pane e salame con tanto di bacio di Giuda a Gianni Celeste novello Gesù, solo che nessuno in realtà tradisce nessuno e la sequenza risulta gratuita e messa lì, come molte cose nel film, tanto per fare. Vite perdute prosegue con il politico che tratta male il protagonista che vorrebbe ringraziarlo invece per averlo fatto uscire dal gabbio: questo scatena un delirante monologo che sulla carta probabilmente era shakespeariano ma che sembra ideato da un ritardato. Per sfregio il nostro eroe picchierà a sangue il figlio dell’onorevole, un bamboccione con un bel rolex d’oro che, piuttosto che spendere due lire per un albergo ad ore, si infratta tra i boschi in Ferrari con la fidanzata. Ci dovrebbe essere anche lo stupro della ragazza, ma ci viene risparmiato e raccontato chissà perchè solo alla radio. Intanto Filippo Genzardi decide che non ce la fa più ad essere additato come infame dal gruppo e rivela a Gianni Celeste che nel magazzino dove lavora il padre c’è un bel giro di soldi da rubare. Come copione vuole qualcosa va male, il genitore riconosce il figlio e gli amici di rapina sparano a tutti e due. La scena successiva vede la sorella del ragazzo defunto buttarsi giù da un ponte, il corpo verrà ritrovato da un passante che però scapperà veloce urlando “Minchia minchia non ho visto niente” in un’apologia dell’omertà di grana grossissima e tendente al grottesco. Ecco che rispunta pure Maurizio Prollo che da tisico poveraccio è diventato il pappone della sorella, la picchia e le spende tutto l’incasso in caffè (ne beve due alla volta), ma questo a Gianni Celeste non va. Cioè lui può ammazzare, stuprare, rapinare, ma, cascasse il mondo, a random lui diventa una specie di moralista, perciò ordina “Ammazziamo quel porco, non esiste che un fratello non rispetti la sorella”. Fortunatamente Prollo capisce l’andazzo, vedendo l’auto degli ex amici si nasconde e, sorpresa, diventa il protagonista della vicenda. Ma come? Non era Gianni Celeste? No perchè a sto punto, dopo un interrogatorio in polizia con il Bud Spencer finto, il nostro sedicenne quarantenne scompare senza perchè. Maurizio Prollo ora progetta rapine, è rispettato da tutti e ha studiato un modo infallibile per derubare l’avvocato corrotto di Gianni Celeste. Ad aiutarlo non c’è nessuno della vecchia banda, ma due ragazzi mai visti prima. Con il favore delle tenebre i tre entrano nel villone, ucccidono il proprietario e attirano l’attenzione delle forze dell’ordine. Forse tanto perfetto il piano non era. Comunque i suoi complici vengono arrestati, ma Prollo fugge e va a casa della sorella, l’ultimo posto dove sicuro non è atteso. Ad aspettarlo come volevasi dimostrare c’è Bud Spencer finto che gli spara due proiettili sulla schiena appena questi urla “Non ci torno in galera”. In una scena girata malissimo, con persone che appaiono e scompaiono da un’inquadratura all’altra, il nostro Maurizio, dopo averla chiamata “bottana”, spira tra le braccia della sorella che piangendo grida “Ti volevo bene!!!”. Il poliziotto barbuto sale triste sulla macchina, musica melò, “Portami a casa” e citazione di Jung sui titoli di testa che fa restare a metà tra il sorpreso e l’infuriato.

Ma vaff…

Vite perdute è oltre il bene e il male: lunghissimo (quasi due ore), non riesce mai ad appassionare, soltanto ad irritare. Era probabilmente pensato come finta pellicola di denuncia sociale e invece è un brutto crime movie che sembra un aggiornamento di cosacce anni 70 come I ragazzi della Roma violenta. Non è mai eccessivamente truce per attirare gli amanti dell’exploitation, è solo materiale curioso per farsi due risate. Nessuno degli attori comunque farà carriera al cinema, anche se Gianni Celeste, pessimo come tutti, ha tutt’ora un buon seguito come cantante neo melodico. Il doppiaggio è buono anche se ammazza le intenzioni neo neorealiste alla Aurelio Grimaldi o Marco Risi che l’opera ambiva ad avere. Sono comunque questi i film che ti permettono di sognare che anche tu con una macchina da presa potresti essere Steven Spielberg o almeno, Dio voglia, non Giuseppe Castellani.

Andrea Lanza

VOTO 1/5

Vite perdute

Anno: 1992

Regia: Giorgio Castellani (Giuseppe Greco)

Cast: Gianni Celeste, Carlo Berretta, Filippo Genzardi, Alfredo Li Bassi, Maria Amato, Salvatore Termini

Musiche: Claudio Simonetti

Durata: 115 min.

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