Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Non siamo cretini dai, mica si può violentare un uomo, per di più un soldato! Che è una barzelletta?”

(Un comandante dei carabinieri sullo stupro del protagonista)

La recluta Saro Franzese stringe amicizia con il sergente della sua squadra Gianni Tricarico, un ragazzo dalla personalità deviata ed innamorato di lui; il soldato non accoglie, non comprendendole, le avances del sergente e, dopo una movimentata serata in discoteca, durante la quale Saro critica i comportamenti ambigui ed aggressivi dell’amico, escono insieme con la macchina con l’apparente scopo di rientrare in caserma ma in realtà Gianni lo porta in una strada frequentata da transessuali dove lui sembra essere molto conosciuto. Saro mostra di non gradire la situazione e scende dall’auto accettando un passaggio su un’altra macchina, apparentemente col solo guidatore a bordo, per tornare indietro ma poco dopo viene aggredito da un uomo che era sdraiato sul sedile posteriore e, dopo essere stato picchiato per avere tentato di difendersi, subisce una violenza sessuale.

Marciando nel buio è una pellicola di denuncia sociale interessante e poco conosciuta, ma anche una pellicola non riuscita. Il referente più prossimo è senza dubbio, nell’intreccio di amori sotterranei tra militari, il Furyo di Oshima, ma nell’impianto drammaturgico, gioca un ruolo regio anche il Soldati 365 all’alba di Marco Risi dove si riprende lo stesso villain, Massimo Dapporto, qui venditore d’auto stupratore, lì cattivissimo comandante col tarlo della gelosia. Massimo Spano alla sua seconda regia, gira diligentemente nella media dei film che venivano prodotti e  destinati all’oblio nell’Italia di metà anni 90. Che la sceneggiatura di Marciando nel buio non piacque all’esercito italiano, tanto da negare il suo appoggio nel fornire divise e mezzi ufficiali, è una cosa anche comprensibile: il film d’altronde affronta lo scottante tema dell’omosessualità nelle caserme con un certo piglio nero pece non dissimile da quello che aveva  William Friedkin in Cruising. Anche Risi aveva tentato di accennare quest’argomento, ma lì il suo film, comunque uno dei migliori esponenti italiani del micro genere dramma militare, buttava tutto in caciara, giocando il facile clichè della checca isterica nella macchiettistica interpretazione di Pietro Ghislandi, travestito in una scena persino da Madonna Ciccone, tanto da rendere chiaro e ridondante il concetto “frocio sbracato”. Siamo comunque in un prototipo, e questo è perdonabile, come si può essere comprensivi che la parte omo venga chiusa in quattro e quattr’otto con l’allontamento per motivi disciplinari di Ghislandi e la battuta in napoletano detta da un commilitone esaltato “Nun ce vulimmo ricchioni dind all’esercito”. Il problema del film di Risi era di non toccare mai le corde drammatiche con vigore, ma di essere sempre in bilico tra serio e faceto, e l’analisi di un tema spesso taciuto come l’omosessualità in caserma non poteva essere molto profonda, po’ come quei film sull’Aids fatti nell’epoca dove sembrava si venisse infettati anche con una stretta di mano. D’altronde è cosa risaputa che dietro l’esibizione di un ostentato machismo si nasconde spesso un cuore di donna, ma si faceva finta di niente, l’omosessuale negli anni 80/90 non veniva alla luce, ma si nascondeva dietro maschere virili, eppure i gay esistevano allora come ora, e a parlare di omosessualità in campo militare c’è ancora abbastanza astio. Quindi la checca isterica, il frou frou sbracante alla Vizietto era (ed è) più accettabile di un ultracorpo che può essere il tuo amico, un tuo parente che scopri omosessuale. Marciando nel buio arriva in un’altra epoca, sul finire degli anni 90, e non sarebbe mai potuto uscire in Italia soltanto un decennio prima, ma fallisce e non convince mai del tutto: il suo essere sempre sopra le righe, narrativamente e nelle interpretazioni, lo rende alla fine un prodotto troppo superficiale. Se in Soldati 365 all’alba il “ricchione” era uno, una mela marcia ridanciana, qui lo sono un po’ tutti, con frasi sentenziose come “Da che mondo e mondo nell’esercito ci sono i froci”. Ecco le battute sono un po’ un problema di Marciando nel buio: come si può prendere seriamente qualcuno che urla “Tu non sei Leonida ma una checca del cazzo”? Il film è senza dubbio coraggioso, qui non ci piove, ma è anche tremendamente sensazionalistico, accresciuto ulteriormente da attori inadatti o fuori parte come il francese Jean-Marc Barr dall’interpretazione legnosa o  il già citato Massimo Dapporto in stato di perenne esagerazione gigionesca. Meglio sicuramente Thomas Kretschmann, soldato innamorato di una recluta, che nella sua trasformazione anche fisica da miltare a marchettaro per strada, tra prostitute e viados, ricorda il Querelle dell’immortale capolavoro fassbinderiano. Purtroppo il film di Massimo Spano ha momenti bellissimi come l’inizio quasi da action con una simulazione di guerriglia o le esercitazioni sotto la pioggia che camuffano screzi tra innamorati, ma anche momenti abbastanza puerili come tutta la parte processuale (il figlio di Dapporto che dopo un lungo monologo urla alla corte “Lui non è un criminale è un bastardo casalingo!”) o il finale alla Mishima con tanto di harakiri d’onore, momenti ridicoli, improbabili e mai come si vorrebbe emozionanti. Eppure sia dato atto che Marciando nel buio (riferimento al non fare outing) quando parla d’amore usa corde molto tenere fino ad avere il coraggio di far finire una pellicola che ha momenti forti (lo stupro in auto, gli accoltellamenti sotto la doccia, le violenze domestiche) con un tenero bacio tra due innamorati, senza che ci interessi il sesso dei due. La miserabilità del budget è evidente dalle scenografie, imprecise e fantasiose nell’allestire un possibile ambiente militare, con le famose divise dalle stelle a sei punte che già Risi, per gli stessi problemi con l’Esercito, aveva dovuto utilizzare. Anche il (di solito) bravo Pino Donaggio risulta insoddisfacente nel comporre una partitura banale e poco accattivante, elemento che non gioco a favore nella riuscita della pelicola. Produce per la prima volta la bella Zeudi Araya, attrice esotica del nostro cinema in pellicole di un certo culto come La ragazza dalla pelle di luna, e da poco compagna appunto del regista Massimo Spano dopo la morte del marito/produttore Franco Cristaldi due anni prima. Per l’occasione si firmerà appunto Zeudi Araya Cristaldi, ma la sua carriera di produttrice conterà solo un altro titolo per poi tornare saltuariamente a recitare. Marciando nel buio fu accolto abbastanza bene dalla critica (Maurizio Porro su tutti), ma il pubblico lo snobbò. Pur essendo un film imperfetto è opera da vedere almeno una volta, per il coraggio di un cinema italiano che malgrado il budget e le difficoltà aveva voglia di graffiare senza paura di offendere i padroni. Un cinema che, anche nelle sue sbragature, ci manca terribilmente.

Andrea Lanza

voto 2/5

Marciando nel buio

Anno: 1995

Regia: Massimo Spano

Cast: Jean-Marc Barr, Massimo Dapporto, Thomas Kretschmann, Roberto Citran, Ottavia Piccolo, Flavio Albanese, Stefano Abbati, Lorenzo De Pasqua, Franco Interlenghi, Mariella Valentini

Conosciuto anche come “Marching in Darkness”, “Mon capitaine, un homme d’honneur”, “Für Ehre und Vaterland”

Durata: 90 min.