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In memoria di Koji Wakamatsu, scomparso tragicamente lo scorso 17/10 per i postumi di un brutto investimento stradale ad opera di un taxi in una trafficata strada di Tokio, affronto con questa rece in suo omaggio uno dei suoi ultimi e splendidi film da egli diretto e presentato nel 2007 -2009 con grande successo in molti dei maggiori e più importanti festival, come soprattutto alla Berlinale. “Uno dei migliori film della decade!” per Sight & Sound, “Una monumentale cronaca dei movimenti giapponesi dell’ultra -sinistra…Il capolavoro di Wakamatsu!” -Christopher Huber, Cinema Scope, ecc.  Estremamente prolifico e dalla carriera cinquantennale e ipertrofica in tutti i generi di successo “popolari” o meno del cinema giapponese, anche produttivamente (tra i tanti produsse persino “L’Impero dei sensi” [’76]di Nagisa Oshima), e aveva presentato un altro film al Festival di Venezia, la continuazione fino agli anni ottanta proprio di “United Red Army” sull’Armata Rossa giapponese, gruppo del quale fece anche parte negli anni sessanta come ritornerò in seguito, oltre ad un terzo film ancora, in uscita a breve.

“United Red Army” del 2007 doveva essere distribuito in home video anche in Italia, oltre ad avere una limitata distribuzione cinematografica, niente di tutto questo è ovviamente mai avvenuto, ma è stato solo e ripetutamente trasmesso sottotitolato all’interno di “Fuori Orario” il benemerito, che ha anche trasmesso praticamente la filmografia completa di Wakamatsu
Ci sono due modi per accingersi alla visione di questo capolavoro dalla durata di tre ore diretto Koji Wakamatsu, ovvero”United Red Army”, per la critica americana addirittura il capolavoro assoluto della sua intera carriera. Potremmo dire che la visione da versione del “bicchiere mezzo pieno” è che si tratta di una storia straordinariamente completa e dettagliata del celebre gruppo terroristico giapponese, e che ci offre una particolare attenzione ad alcune delle pagine più (in) famose della storia del paese tra gli anni sessanta e i primi settanta. L’altro punto di vista è che si tratta di un racconto straziante di vero orrore incorniciato da un’ esposizione e un epilogo che serve a distrarre dalle parti veramente eccellenti del film. Non è certo un brutto segno dover ammettere che dunque anche la visione da “bicchiere mezzo vuoto” del film abbia un nucleo molto solido.

Un Film-Documento così approfondito  come lo dovrebbe essere ogni film con le medesime caratteristiche.

Il film di Wakamatsu è strutturato in tre atti ancora più facilmente rispetto alla maggior parte dei film che egli ha diretto. Il primo ci dice in stile documentaristico come i movimenti di protesta variamente formatisi in Europa come in Giappone negli anni sessanta si sono poi radicalizzati, portando a due dei più radicali, la Rote Armee Fraktion tedesca, rivoluzionaria corrente di sinistra, che si unisce ai nipponici  per diventare l’Unified (poi Reign) Red Army. La seconda URA ha la sua Direzione Strategica come si potrebbe dire nel lessico BR, rintanata nelle Alpi giapponesi, nascondendosi dalla polizia così come i capi diventano sempre più autocratici, e sempre più esageratamente e assurdamente, violentemente punitivi, sui loro seguaci. In seguito, cinque membri rintanatisi in una baita nella località sciistica dell’ Asama Mountain Lodge, prendono in ostaggio la moglie del gestore, mentre la polizia fa scattare un assedio della durata di ben un mese.

L’ambiziosissimo film di Wakamatsu e progetto di una vita dato che egli stesso fece parte di questo gruppo terroristico, è portato a compimento con “United Red Army” capo d’opera impressionante e ammirevole, ma il quale può essere anche francamente scoraggiante per chi non ha una conoscenza della materia. Il film ha letteralmente decine di personaggi, molti dei quali sembrano essere inclusi per la completezza e massima adesione alla realtà dei fatti per come si svolsero. Molti personaggi vengono infatti introdotti e costruiti come se se fossero dei protagonisti o comunque personaggi principali, solo per essere arrestati e scomparire venti minuti dopo (non è infatti da rimanere troppo attaccati neppure a Tak Sakaguchi, probabilmente il membro più noto del cast per il pubblico occidentale dei festival). L’ apertura della pellicola copre circa dodici anni e predispone una strana combinazione di narrazione, stock footage, e scene che sembrano più come ricostruzioni (spettacolari dei crimini(in bianco e nero per poterli abbinare meglio con le stock images), e nel tono che diparte da una forte caratteristica drammatica. La fine ci fornisce le informazioni su quello che è successo ai membri del gruppo nei successivi trenta anni, informazioni così sufficienti che i sottotitoli possono cambiare più velocemente di quanto il pubblico sia in grado di leggerli. E’ senza dubbio un’opera altamente informativa, e Wakamatsu fa un lavoro ammirevole nell’essere riuscito a rendere questi segmenti non come puramente informativi, ma nella loro secchezza altrettanto schiaccianti.

Il più secco di tutti ed estremamente potente, è il terzo atto del film, quando i cinque uomini fuggiti dell’ URA si barricano in un cottage con un ostaggio. Si tratta di una classica situazione per eccellenza da film di genere “d’assedio”, sulla quale si incentra la fine del film, che con scelta vincente non ci mostra mai neanche con uno sguardo l’esterno né gli assedianti della polizia con il loro avvertimenti e ultimatum tramite i megafoni, e acqua sparata dagli idranti attraverso gli infissi. Questo è anche l’atto in cui alcuni personaggi molto minori sono portati in primo piano. In un certo senso, che è coerente con il resto del film – anche se c’è un po’ di esposizione in più rispetto al tipo d’impostazione durante la fase del primo atto, Wakamatsu racconta la storia quasi interamente all’interno dell’ URA – ma riduce la tensione, tanto più che un ostaggio Yasuko Muta (Karou Okunuki) è appena un fattore variabile nella storia. E’ anche difficile poi tornare a vedere i protagonisti con un po’ di simpatia ancora dopo quello che era accaduto prima.

E che cosa viene prima, alla metà del film, è dinamite. Wakamatsu è noto, come ho scritto in parte per le sue simpatie con la politica radicale, ma lui non si tira indietro da come i mesi trascorsi nelle Alpi giapponesi si dimostrarono un microcosmo di come il comunismo fosse andato terribilmente storto in quasi tutto il mondo: un movimento dedicato alla liberazione dei lavoratori dalla classe dominante  sviluppa i propri e personali despotismi al suo interno, e chi non riesce a rispettare gli slogan e i dogmi sempre più assurdi e fanatici è considerato un traditore. Vai Jibiki e Akie Namiki ritraggono Tsuneo Mori e Hiroko Nagata come una coppia terribilmente complementare di veri folli, ed esaltati credenti. Mori si fa soprattutto forte del bullismo e Nagata è gelidamente terrificante – quando Nagata commenta che una ragazza membro del gruppo in stato di gravidanza è una minaccia perché pensa al suo bambino come appartenente a lei piuttosto che al partito, l’ orrore di cotanto fanatismo tipicamente orientale ci raggiunge immediatamente, anche se deve passare attraverso la via dei sottotitoli. Essi sono e rimarranno fino all’ultimo in netto contrasto con le loro vittime, in particolare Maki Sakai  e Mieko Toyama. Toyama è uno dei personaggi che abbiamo visto dall’inizio nel film, e anche se il film non ce la presenta come un innocente, Sakai ci viene reso più simpatico, dando allo spettatore la sensazione che egli abbia seguito la sua migliore amica nel movimento, subendone una sofferenza via via sempre maggiore, non essendo in fondo lui una persona violenta.

Questa sezione centrale ha i suoi problemi all’interno del film, almeno da una certa prospettiva. Molti sceneggiatori probabilmente avrebbero snellito le dinamiche tra la base del movimento e alcuni personaggi, come ad un certo punto la stessa storia di base (una donna e due uomini sono torturati per non essere in grado di “auto-criticarsi” correttamente) si divide su due posizioni. Anche con questo, è terribilmente efficace, per come Wakamatsu intensifichi la violenza e la follia in un montaggio e una escalation perfetta, il che rende ancora peggio l’intervallare con le scene che mostrano allo spettatore come certi personaggi si siano infilati così personalmente nei guai solo per non essere stati abbastanza duri e determinatamente “senza pietà”. La violenza è brutale e si presenta in questo modo – sarebbe stato facile per questa porzione della storia diventare quasi una sorta di film horror in cui le diverse morti ci donano segretamente un brivido, o per la simpatia del regista per la causa in generale, facendogli iniettare un accenno di giustificazione, ma il che non accade – ciò che vediamo è orribile in tutti i sensi.
E’ un film così riuscito e incisivo che a volte ho desiderato tutto il film stesso per la durata di tre ore si mantenesse allo stesso medesimo livello e per l’intera durata, con una razionalizzazione narrativa poco o quel tanto che basta di ciò che preceda o segua gli avvenimenti che ci vengono raccontati, e il loro contesto. Ma, come ci ricorda il film, la storia è disordinata, e non si adatta sempre perfettamente alla forma standard di un lungometraggio di finzione.

Napoleone Wilson

United Red Army

Titolo originale: 実録・連合赤軍 あさま山荘への道程 Jitsuroku Rengo Sekigun: Asama sanso e no michi

Paese di produzione: Giappone

Anno: 2007

Durata: 190 min

Regia: Kōji Wakamatsu

Soggetto: Muneko Ozaki

Sceneggiatura: Kakegawa e Kōji Wakamatsu

Fotografia: Jim O’Rourke

Montaggio: Takeshi Seyama

Musiche: Francis López

Interpreti: Maki Sakai, Arata, Akie Namiki, Go Jibiki