Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Nei primi anni del nuovo secolo la produzione di remake ha visto registi e produttori strizzare l’occhio soprattutto ai classici horror degli anni ’70: da Non aprite quella porta a Le colline hanno gli occhi fino a Zombi di Romero passando per Fog e Halloween di Carpenter, è sembrato un vero e proprio ritorno al passato. Ma se i primi due e gli ultimi due possono definirsi dei remake abbastanza fedeli al proprio prototipo, lo stesso non si può dire per L’alba dei morti viventi di Zack Snyder che a distanza di quasi trent’anni dallo Zombi di Romero, riporta sul grande schermo la storia di un gruppo di sopravvissuti al virus che si rifugiano in un centro commerciale.

Facendo parte di quella scuola di giovani registi rampanti (Rob Zombie, ma soprattutto il Marcus Niespel del remake di Non aprite quella porta, sono gli altri più importanti rappresentanti) figli della cultura dei videogame e dei videoclip, Snyder sembra soltanto ispirarsi al capolavoro di Romero, decidendo di prendere una direzione molto diversa, a tratti eccessiva. Il suo obiettivo sembra infatti quello di spaventare e di colpire lo spettatore dritto allo stomaco, al contrario del suo predecessore che invece lo immergeva all’interno di una società a rotoli, in preda al caos dove l’uomo combatteva contro se stesso e che invece di arrovellarsi per trovare una soluzione al disfacimento che gli sta attorno, pensava a litigare, a insultarsi, a minacciarsi. Il mondo che ci presenta Snyder è invece un mondo in guerra (come in tanti altri film di questi anni, è chiaro il peso della tragedia dell’11 settembre), con tanto di scene da film catastrofico e immagini di repertorio, dove questo misterioso virus che risveglia i morti rendendoli dei mostri insaziabili e affamati di carne fresca, non è altro che l’ennesima battaglia che l’America si trova a combattere contro un nemico sconosciuto che attacca all’improvviso e che tra le sue fila annovera perfino innocenti bambini trasformati in creature infernali.

 Il leit motiv del remake sembra essere la frase pronunciata da uno dei protagonisti (L’America risolve sempre i suoi problemi) e di conseguenza, anche la costruzione dei personaggi e delle storie è diametralmente opposta: in Romero i protagonisti sembravano non avere passato, non si sapeva nulla di loro se non che volevano salvarsi dagli zombi che li assediavano. Non si sapeva se avessero una famiglia, da dove venivano e dove andavano, se non per qualche accenno en passant. Il regista americano li trasformava in semplici strumenti per la sua denuncia contro una società in cui il nemico più pericoloso per i quattro sopravvissuti (due appartenenti alla SWAT e una coppia in attesa di un figlio) non erano le creature che avrebbero voluto cibarsi di loro, ma gli altri uomini. Gli attacchi più pericolosi sarebbero infatti arrivati da un gruppo di motociclisti sciacalli che, approfittando del caos ormai regnante nelle città, giravano l’America razziando tutto il possibile, perfino oggetti che in quella situazione avevano perso qualsiasi utilità (in primis i soldi), ma anche da se stessi e dalla propria incapacità di rinunciare ai beni materiali. In questo senso, era esemplare la scena in cui Stephen, uno dei sopravvissuti, non riuscendo ad accettare che i motociclisti razziassero il centro commerciale (È nostro, ce lo siamo conquistato, è tutta roba nostra), decideva di reagire scatenando la guerra che avrebbe permesso alla fine agli zombi di aver la meglio.

La scelta di Snyder è invece molto più stereotipata: tra i sopravvissuti (molti di più rispetto al film di Romero) abbiamo la giovane e attraente infermiera scampata all’aggressione del marito-zombi, il venditore di televisori “pessimo marito ma ottimo padre”, il giovane delinquente di colore pentito e deciso a cambiare vita in vista dell’arrivo di un figlio, il muscoloso poliziotto disilluso dal mondo. Tutti personaggi già visti che non danno molto al film, divenendo spesso perfino di secondo piano rispetto a questi superzombi. L’unica menzione la meriterebbe Andy, il venditore di armi barricato nel suo negozio-appartamento, per cui, nell’edizione speciale del dvd, è stato addirittura pensato un documentario esclusivo sui suoi ultimi giorni di vita (furbissima operazione di marketing…). Lo spessore delle due pellicole è pertanto molto diverso: con Snyder siamo di fronte a uno dei più classici film per teenager, tutto colpi di scena, angoli bui, ombre, urla strazianti (abusato ma efficace l’utilizzo dell’improvvisa entrata in campo visivo degli zombi) in cui far paura è l’unico scopo. Uno di quei film che visto al cinema verrebbe continuamente interrotto dagli strilli dei ragazzini/ragazzine spaventate. Un abisso lo divide dal capolavoro di Romero, autentico manifesto di denuncia politica e sociale.

La scelta di Snyder di trasformare lo Zombi di Romero in un vero e proprio action movie per adolescenti, lo ha portato da un lato a snaturare il significato del prototipo, dall’altro a cambiare radicalmente il concetto cinematografico di zombi conosciuto fino a oggi (anche se per la verità il “merito” va a Danny Boyle e al suo 28 giorni dopo). Se infatti per Romero queste creature rappresentavano soltanto uno strumento per denunciare la deriva della società di quel tempo, incarnandone i problemi irrisolti, nel remake di Snyder diventano protagonisti rubando spesso la scena ai sopravvissuti al virus: non sono pertanto più i fantocci stolti, lenti e privi di ogni capacità cognitiva spinti ad attaccare l’uomo dall’istinto primordiale dell’alimentarsi, ma cacciatori di carne di una ferocia mai vista. Corrono come frecce, assalgono, mordono come cane rabbiosi, pensano e ragionano forse meglio dell’uomo stesso. L’intento di sconvolgere lo spettatore con questo radicale mutamento, Snyder lo mette in scena fin dal’inizio, scegliendo una bambina come primo zombi in una delle scene più raccapriccianti di tutto il film. Dai volti degli zombi snyderiani traspare violenza e odio esattamente come nel film di Romero traspariva invece confusione e disorientamento. Gli zombi del prototipo sembrano persone malate che non riescono nemmeno a capire cosa gli stia succedendo (esemplare la sequenza in cui una “povera” zombi viene derubata dei gioielli che porta dal gruppo di sciacalli arrivati nel centro commerciale), sembrano bambini smarriti per cui si riesce a provare anche pietà, come ben mostrato da Romero che ci fa vedere più volte la difficoltà di alcuni soldati a ucciderli: devono sforzarsi a premere il grilletto, spesso chiudendo gli occhi, perché sanno di dover uccidere quasi dei malati psichici. Tutto ciò non è presente nel remake del 2004 in cui invece domina il mors tua vita mea arrivando perfino a trasformare l’uccisione degli zombi in un gioco per passare le interminabili giornate dentro il centro commerciale. Snyder mette da parte ogni intento “sociologico” rinunciando perfino a spiegare il motivo per cui gli zombi si radunano davanti al centro commerciale: mentre per Romero li spinge un ricordo inconscio della precedente vita, un voler tornare in qualche modo alla normalità, per Snyder c’è solo una volontà di uccidere e sfamarsi, l’istinto di dare la caccia a qualsiasi umano ancora “fresco”.

Nella reinterpretazione snyderiana, un peso importante lo ricoprono anche i rimandi e gli omaggi che il regista sembra voler tributare sia al prototipo di Romero sia in generale al cinema horror degli anni ’70 con cui è cresciuto. In questa sorta di gioco alla ricerca di scene “già viste”, si comincia subito, dalle prime sequenze: la bambina che attacca la famiglia della nostra infermiera sembra ricordare la piccola Reagan di L’esorcista con quella sua camicetta da notte sporca di sangue e quel suo incedere piegata in avanti. Passa appena qualche minuto ed ecco rivivere la scena madre di Shining di Kubrick col marito di Sarah (l’infermiera di qualche riga sopra) che sfonda la porta del bagno mostrando il suo volto insanguinato e in preda alla violenza zombesca. Ma Snyder non si ferma qui e così ecco riapparire alcuni dei protagonisti del prototipo di Romero: prima vediamo Tom Savini (nel prototipo era uno dei motociclisti che assalgono il centro commerciale) fare lo sceriffo in alcune immagini in cui si spiega la natura degli zombi e il modo in cui ucciderli; e poi nei panni di un predicatore televisivo addirittura ci regala un cameo uno dei protagonisti del film di Romero, Ken Foree (nel film di Romero era Peter) che ha il compito di pronunciare la frase simbolo delle pellicole zombesche “Quando all’inferno non ci sarà più posto, i morti torneranno sulla terra”. Infine, verso la fine del film si ritorna a L’esorcista con Luda legata al letto per evitarle di scatenare la sua violenza una volta trasformatasi in zombi e perfino alla mitica serie di Chucky – La bambola assassina con il neonato-zombi partorito da una ormai trasformata Luda.

Marcello Gagliani Caputo