Trama:  Un antico dio pagano viene liberato dalla sua prigione millenaria e per poco non si mangia un intero villaggio inglese. Uno studioso riesce a ricacciarlo nel buio, con la decisiva complicità della moglie, scagliandogli contro una pietra a forma di donna obesa.

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Tratto da uno dei racconti più “truzzi” di Clive Barker e sceneggiato dallo stesso, questo film dimostra quanto sia stato lo scrittore a fare la differenza, non la storia, privata comunque di quasi tutti i suoi aculei letali. Il regista, tale George Pavlou, diresse un altro film scritto da Barker, il misconosciuto e a detta dei pochi che sono riusciti a vederlo, inguardabile Underworld. C’è chi sostiene che sia proprio a causa dei modesti risultati di queste due pellicole che Barker decise di portare lui stesso sullo schermo le proprie creazioni. Se fosse davvero così dovremmo ringraziare il vecchio George, anziché prenderlo in giro, ma la verità è che neanche gli script dell’autore inglese sono irresistibili, si nota la volontà di fare un buon lavoro, con alcuni momenti pieni di montaggio alternato abbastanza efficaci ma il film è didascalico e pedante: Clive che fa palestra e impara il mestiere del cinema.

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Nonostante tutto Rawhead Rex è un film che si fa amare, la confortevole ambientazione british, il paesino fatto di piccoli cimiteri, locande e chiesette pittoresche, campi sterminati e contadini buzzurri in perenne tenuta da lavoro; l’atmosfera di imminente condanna e la recitazione burbera di tutti gli attori entrano nel cuore dello spettatore solitario e decadente. Il film sembra quasi una roba discreta a dirla tutta, almeno fino a quando il mostro pagano non viene liberato inconsapevolmente da un campagnolo testardo. Ecco allora che sullo schermo iniziano a sfrecciare queste luci azzurrine anni ’80 che riconducono più a un fantasy per bambini tipo Labyrinth e il Re “Testacruda” irrompe come una versione sfigata di Predator e muggisce verso il cielo sprofondando tutti noi in un grosso bidone trash: un giocatore di basket vestito come un membro dei Gwar, che per chi non la conoscesse è la band metal più demente e geniale degli ultimi 30 anni. Il look del mostro, con i capelli a cresta da moicano e l’abito medieval-cyberpunk è lo stesso “post-atomico” che riporta a Interceptor e ai video più coatto-futuristici dei Duran Duran. Il faccione dell’essere, descritto appena nel racconto, ci viene mostrato in tutta la sua pochezza effettistica: una faccia a metà tra un cinghiale ed Enrico Meale, (un mio compagno delle medie che voi non potete conoscere) gli occhi rossi sempre accesi, tipo lucine natalizie, che dovrebbero esprimere l’irresistibile magnetismo dell’essere e invece ci riconducono a una miriade di giocattoli luminosi che ancora si aggirano nel buio nostalgico e inquietante della nostra perduta infanzia.

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Le scene violente non mancano e in fondo questo bestione infuriato e all’apparenza inarrestabile riesce a far venire persino i brividi quando carica i poveri contadinelli infondendo un picco di inquietudine nell’unica scena davvero ben fatta del film: quando il protagonista e la sua famiglia sono in viaggio con la macchina e lo vedono, immobile, immenso, che li scruta da un campo. Tornano indietro per guardarlo di nuovo e si fermano a studiare quel “coso” per un momento interminabile, con il motore acceso. Lui li fissa senza fare nulla e loro ripartono. Poi ovviamente finisce mooolto male.

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Nel racconto originario “Testacruda” è un divoratore di carne umana e predilige i bambini: più piccoli sono e meglio è. Nella storia cartacea non si limita a dirselo, se ne mangia un paio: la figlia di una contadina e il figlio dello studioso protagonista. Con il secondo addirittura ci pasteggia sdraiato in un campo, mentre guarda l’orizzonte. Perso in oscure elucubrazioni pagane, ogni tanto allunga la mano sul corpo sventrato del bambino, estraendo come fosse un vassoio di paste un polmone o il fegato. Nel film la cosa viene omessa con rammarico di tutti, ma almeno c’è il momento topico in cui Rex piscia in faccia al canonico, sorta di battesimo al suo proprio culto e scena sacrilega per eccellenza di tutto l’horror anni 80.

Il finale ha un colpo di scena piuttosto prevedibile e incoerente che non sveliamo perché di certo avrete già messo il cappotto per dirigervi nell’unica videoteca ancora in piedi nella vostra città, decisi a noleggiarlo, vero? Se ancora invece non vi abbiamo convinti ci proviamo assicurandovi che è il solo horror di tutti gli anni ’80 a non avere in colonna sonora un orrido pezzo hair metal, né Cindy Lauper nei titoli di coda.

Francesco Ceccamea

Rawhead Rex

Anno: 1986

Regia: George Pavlou

Cast: David Dukes, Kelly Piper, Niall Toibin, Ronan Wilmot

Durata: 80 min.

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