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Se lo scopo di un remake deve essere quello di rinverdire i fasti di un classico per ripresentarlo a quel pubblico che tanti anni prima non lo aveva potuto apprezzare, il caso di Le Colline hanno gli Occhi (Alexandre Aja, 2006) può rappresentarne un esempio. Fin dall’inizio, infatti, tutto è stato fatto secondo le regole, con Wes Craven stesso intenzionato a riproporre uno dei suoi migliori film e che segue personalmente (e poi produce) il remake, affidandolo a due ragazzi cresciuti a “pane e horror” come Alexandre Aja e Gregory Lavasseur, autori nel 2003 di Alta tensione. Il risultato è quanto di meglio lo stesso Craven non si potesse attendere, grazie a un sapiente lavoro di sceneggiatura che aggiorna la materia, chiarisce maggiormente le radici degli avvenimenti e ripresenta i personaggi già visti nel prototipo, anche attraverso un’introduzione (già utilizzata in altri recenti remake, da Non aprite quella porta a The Fog) in cui si parla degli esperimenti nucleari che il governo americano avrebbe effettuato negli anni in zone desertiche del Nuovo Messico. I due giovani autori attualizzano quindi la storia, dandogli una base più solida di quella di Craven, ma riuscendo nello stesso tempo ad adattarla al moderno pubblico di film horror.

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Aja e Lavasseur si affidano meno al caso rispetto a Craven e se nel prototipo, è la famiglia Carter ad andarsi a “cercare” la disavventura, decidendo arbitrariamente di prendere una famigerata scorciatoia, nonostante il consiglio del gestore della stazione di servizio che più volte gli urla dietro di non lasciare la strada principale, nel remake sono presi in trappola, vengono ingannati proprio dal gestore della stazione di servizio che gli indica una nuova strada per portarli dritti in bocca al lupo. Anche nella presentazione della famiglia di cannibali selvaggi, Aja e Lavasseur prendono una strada diversa rispetto a Craven e decidono, al contrario di quest’ultimo, di fornire una spiegazione del motivo per cui questa gente vive tra le colline ed è dedita al cannibalismo (gli esperimenti nucleari di cui hanno pagato le conseguenze). Il lavoro effettuato sullo script originale è stato, quindi, molto intelligente: si sono andati a cercare gli elementi più deboli dell’opera di Craven, aggiornandoli e chiarendoli; un lavoro facilitato dalla maggiore libertà avuta rispetto a trent’anni prima, quando la censura aveva fatto un lavoro feroce sulle idee originali di Craven, in cui la computer grafica e gli effetti speciali non erano paragonabili ai giorni nostri e dove i fondi non erano quelli avuti a disposizione da Aja e Lavasseur (il prototipo fu girato con un budget tra i 275.000 e i 325.000 dollari, il remake con circa 15.000.000 di dollari). Il risultato pertanto non è altro che un riadattamento dell’originale al pubblico moderno: tanto sangue, spettacolo a go-go, violenza inaudita, un ritmo incalzante che tiene inchiodati alla poltrona, ma anche importanti rimandi al classico cinema horror dei decenni passati, come la splendida ricostruzione del villaggio degli esperimenti che tanto ricorda Il villaggio dei dannati di John Carpenter.

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Come detto, la strada presa da Aja e Lavasseur è quella di mantenere un’assoluta fedeltà all’opera originale, inserendo qua e là temi e argomenti adatti al pubblico moderno dell’horror. Una di queste operazioni, è subito riscontrabile quando incontriamo per la prima volta la famiglia Carter: rispetto al prototipo, l’età dei personaggi si abbassa e la loro interazione è scandita dai classici contrasti tra generazioni, a differenza dei Carter di Craven che erano l’immagine della tradizionale famiglia americana degli anni ’70, patriarcale, in cui l’uomo era la guida e la difesa, mentre moglie e figli erano i fedeli o obbedienti “servitori”. Nel remake, i Carter sono invece il prototipo della famiglia moderna, in cui il padre tende a perdere il potere di controllo sulla prole, ormai insofferente a ogni suo ordine o consiglio, mentre la madre è impegnata a trovare un punto di incontro. La conseguenze di ciò è che anche il nucleo familiare dei cannibali cambia e se in Craven è quasi speculare ai Carter, nel remake questi vincoli parentali vengono cancellati e il nucleo familiare diventa vera e propria comunità.

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Negli anni trascorsi all’indomani del suo film, più volte Wes Craven ha detto che il nucleo del suo film è l’invasione da parte di una famiglia (i Carter) del territorio di un’altra (i selvaggi), fino a quando queste non vengono a fondersi, e infatti il dualismo è costantemente accentuato lungo tutta la pellicola: fin dalle prime battute, da un lato abbiamo la civiltà rappresentata dai Carter (auto, roulotte, armi), dall’altro i primitivi muniti esclusivamente della loro ferocia. Il percorso scelto da Craven è quello del cinema dell’estremo, già visto in quegli stessi anni in Non aprite quella porta, in cui un gruppo di ragazzi si trova improvvisamente in un luogo fuori dal mondo, “governato” da una folle famiglia antropofaga, e come successo nella pellicola di Hooper, anche ai Carter, una volta in panne nel deserto, vengono gradualmente sottratti tutti quegli oggetti simbolo di civiltà: prima perdono l’auto, poi la roulotte e infine anche le armi. Solo a questo punto comincerà la vera battaglia, quando in un’ambientazione da era preistorica, gli avversari si troveranno ad armi pari ed è qui che Craven opera il suo capolavoro, trasformando un giovane padre in uno spietato assassino deciso a tutto pur di riavere la sua unica figlioletta rapita dalla famiglia di selvaggi. In quest’ottica, è esemplare il finale del film che si chiude con Doug che pugnale con inaudita violenza l’ultimo dei cannibali, tirando fuori una ferocia di cui per tutto il film non erano stati capaci neppure i suoi aguzzini.

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 Se l’obiettivo dichiarato di Craven, ma non di Aja, è quello di mettere di fronte due concetti totalmente agli antipodi di famiglia (da un lato quella civile e dall’altro quella selvaggia e primitiva), è anche vero che mentre alla fine il regista di Nightmare e Scream sembra voler chiudere il cerchio con un finale in cui le posizioni tendono a ribaltarsi, trasformando i nostri eroi positivi in macchine da guerra, nel remake questo confronto lascia spazio a una più dura condanna verso gli atti scellerati che l’uomo è in grado di compiere. Se nel prototipo, Craven non aveva alcuna intenzione di farci provare pietà per i selvaggi cannibali, se non forse nel finale, Aja prende una strada diversa, arrivando perfino a giustificare la follia omicida dei mutanti: «La tua gente ha mandato via le nostre famiglie dalla nostra città, avete distrutto le nostre case, noi siamo andati nelle miniere, voi avete messo le bombe e avete trasformato tutto in cenere. Voi ci avete trasformato in quello che siamo», dice Big Brain nelle ultime sequenze del film, come a parziale giustificazione della regressione che li ha portati a vivere come primitivi. Aja li trasforma quindi in emarginati sociali e la loro non è una violenza gratuita, ma una vendetta nei confronti di coloro che li hanno ridotti in quel modo, un po’ come accadeva in The Fog, con l’unica differenza che se nel film di Carpenter era la discendenza diretta a condannarci, in Le colline hanno gli occhi è l’appartenere al genere umano. Ma Aja sembra andare oltre, completando quello che era stato il percorso di Craven e rovesciando i ruoli dei due nuclei familiari nel finale, quando Ruby, una specie di cappuccetto rosso in salsa mutante, decide di sacrificare la propria vita, pur di salvare quella di Doug e della figlia. Un gesto che rende eroe un personaggio che in Craven rappresentava soltanto il lato “meno folle” della gente delle colline e che non aveva mai completato il suo percorso di redenzione all’interno di una famiglia che aveva scelto consciamente quella vita. I cannibali di Craven rappresentavano quella parte di civiltà che si rifiuta di integrarsi col progresso a causa di una società che ha difficoltà ad accettare i “diversi”, mentre nel remake incarnano le moderne disfunzioni sociali che l’uomo cerca di dimenticare, semplicemente girandosi dall’altra parte.

Marcello Gagliani Caputo

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