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Ah, i registi di genere! Sono come le puttane, pieni di storie, racconti, rivelazioni. Poi, qualora fossero italiani, anche di un sano e robusto vittimismo che li ha visti lottare contro ostacoli, cattiverie, nemici implacabili e leggendarie, che non comprendevano la pulcretudine assoluta della loro proposta. Sai una via di mezzo tra il cowboy solitario e lo scemo del villaggio. A suo modo figure mitiche e leggendarie, spesso legati a un discorso di film fatti in fretta e furia, prendi i soldi e scappa. Questo penso sia l’interesse potente e reale del nostro cinema di genere,a cui ha nuociuto tantissimo il movimento di riscoperta e gloria postuma. Perchè ha fatto di una organizzazione di banditi e sciacalli clamorosi e beffardi,dei reduci noiosi alla ricerca di un trono di spade che non gli spetta e spetterà mai. Quindi,volete sapere cosa pensava e diceva Rino circa il suo “capolavoro”? Bene, accomodatevi: google vi dà tutte le possibilità .

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Qui la recensione è a mio nome e cognome,ma diciamo la verità è di totale responsabilità della mia memoria. Visto che il film assegnatomi  è timido, non vuol farsi vedere e quindi… Oh,vi tocca questa dolce storia invernale di come il sottoscritto Davidovic Vissarionovic Berjia, si sia imbattuto in questa pellicola e quale lezione morale, culturale, politica, mistica, abbia tratto.

Prendi il contesto storico. Fine anni 70, qualcuno vi dirà anni di piombo o di rivoluzione mancata. Gli italiani amano sparare solo cazzate, purtroppo o per fortuna quindi piuttosto che una lotta aspra come quelle che abbiamo vissuto nelle mie lande sovietiche,preferiscono ribellarsi alle catene della morale cattolica,del perbenismo,del dabbenismo. I figli della borghesia avvertono l’urgenza di usare e abusare del loro immaginario erotico,dei corpi, dei desideri- i famosi “corpi desideranti”- la controrivoluzione conosce i suoi polli così fabbrica materiale erotico per le masse. Prodotti ruspanti,di chiappe e spade ( di carne). La doccia diventa improvvisamente un luogo culto dove glorificare le forme anatomiche femminili. Tutti gli italiani conoscono il seno della Fenech e il lato b della Cassini. Tutti.

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Una rivoluzione piccolo borghese,di mani avide nel buio e ovviamente anche di gatti che miagolano nel buio del piacere e del vizio un tanto al chilo.

Quindi perchè non unire tutto il discorso sulla presenza scenica, riempitiva, simbolica, del corpo femminile ad una trama che mescola horror, revenge movie, dialoghi spassosi perchè volutamente seri. Anzi,si giriamo un b-movie che più b- movie non si può, ma magari cerchiamo anche di venderlo come l’atto rivoluzionario e ribelle di scontro aperto con la Morale Pubblica Borghese. Ci sta tutto,il cinema bis è come il pane :lo puoi riempire con quello che piace a te.

Il film comincia con la scena di una donna che balla nuda all’interno di un cerchio di fuoco con chiari riferimenti satanici. Ci sono?E se li vedono i Martufelli, allora ci sono! Martufelli? Certo perchè i villici delle prime sequenze sono tanti Martufello, un incubo psichedelico e lisergico che subito vi accompagna allegro e strafottente nel mondo di questa pellicola a suo modo molto interessante.

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Veniamo quindi a sapere che la donna niente altro è che un’ava della contessina Daniela. E qui per un momento pensiamo che alle regia e sceneggiatura vi siano Matarazzo e Brescia,perchè  la ragazza tiene guai forti,eh! Ha subito uno stupro da ragazzina che l’ha traumatizzata e la sua sessualità è repressa,ingabbiata nel diniego del piacere come una sublime e atroce tortura dei sensi. Oltretutto è morbosamente attratta dalla figura di questa sua ava, (‘a lupa mannara facce ridde !),seconda come bruttezza inaudita di trucco solo a il licantropo de La croce dalle sette pietre..Maddo! Bè,comunque…Stavamo dicendo?Ah,ecco! Devi sapere che non esista cosa peggiore di un bel fusto con mogliettina disinibita nella camera accanto a quella di una poraccia repressa e che vede li morti e li mortacci sua.

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Daniela così spia la sorella Irene che amoreggia con Fabio, il cognato della contessina. Questa sequenza erotica è tutto sommato ben girata. I corpi nudi si lasciano andare a un sesso tra tartarughe, (lento e sentimentale,mi sa che questo era lo scopo oppure: allunghiamo di un po’ il filmme ao!),mentre Daniela si abbandona all’autoerotismo. La scena è salvata da una bellissima colonna sonora ,una malinconica e amara melodia di pianoforte che sottolinea la solitudine straziante di Daniela.

In preda al desiderio e alla figura minacciosa, ( nel senso si minacciosamente comica), dell’antenata, la Dany che ci combina? Seduce il cognato Se lo porta nel giardino e durante l’amplesso lo divora. Eros e thanatos in una sequenza di un certo impatto.

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Chiaramente un fatto simile non può passare inosservato e infatti Daniela finisce in manicomio. La vediamo subito mentre si tocca e dimena (una delle tante scene tragicomiche dovute alla recitazione non entusiasmante della protagonista), davanti al suo dottore , che peraltro è il noto Elio Zamuto. Un attore spesso presente nel ruolo del lestofante in molti polizieschi del periodo.

La sua reclusione è una scusa per mostrare al pubblico del tempo una delle prima scene di sesso lesbico in una pellicola non porno. Niente di che,ma a noi piccoli borghesi frustrati e porcelloni, ce piace ….ah se ce piace!

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Così Daniela fugge , dopo aver massacrato a coltellate la sua amante, durante la sua fuga ammazzerà diverse persone, a scatenare la sua furia è sempre il sesso.

Lei non è altro che una povera vittima ,una donna che nonostante bellezza e ricchezza ha avuto la vita distrutta dalla violenza, la follia dovuta alla sua somiglianza con la sua antenata che ritorna per plagiarla e vendicarsi della crudeltà  umana e maschile, una vera outsider, una sorta di freak ai margini della società per bene della media alta borghesia.

La sua vita sembra migliorare quando conosce Luca. Un giovane stuntman. Piano piano l’amore si fa strada e porta un po’ di luce su quell’abisso di nero profondo,di morte e sangue e desiderio.

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Solo che la vita è bastarda e reclama sempre il suo prezzo. Si diverte a darti l’illusione dell’amore,della salvezza e poi? Tre uomini. Violentano lei e uccidono il ragazzo

Daniela si vendicherà,prima che la sua solitudine venga spazzata via dalle sirene della polizia, dalle forze dell’ordine,dalla distruzione di un fragile e violento nemico.

Personaggio tragico, rielaborazione amarissima e potente di sana malinconia e crudeltà popolare. Una via crucis che parla di una vittima costretta a essere anche carnefice,abbandonata da una società ancora più crudele e cattiva di ella.

Un inno disperato e cupo alla solitudine,al destino baro e cinico, alla vita e all’amore che illudono. Perchè non c’è spazio per le Daniele di questo mondo.

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Questa la forza della pellicola,che avvince e convince nonostante i tantissimi limiti e che non sia un buon film,ma è il non detto, il percepito, la musica malinconica, una certa urgenza nel narrare e mostrare,che me lo fanno amare e apprezzare. Non vi vendo un tesoro nascosto, nemmeno un classico dimenticato, no:è una pellicola sgangherata e con una recitazione anche pessima, ma ha un suo fascino particolare.

Vi consiglio di  guardarla ululando..auauauaauuuuuuuuu!

Davide Viganò

La lupa mannara

Anno: 1976

Regia: Rino Di Silvestro

Cast: Annik Borel, Dagmar Lassander, Howard Ross, Frederick Stafford, Elio Zamuto, Tino Carraro, Andrea Scotti, Osvaldo Ruggieri

Durata: 90 min.

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