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I sodali del cinema bis italiano lo giudicano il miglior slasher tricolore, ma esagerano. Rosso Sangue infatti è una simpatica ballata al sanguinaccio ricalcata sul modello del primo Halloween di Carpenter insieme al sempiterno Frankenstein di Mary Shelley. C’è questo energumeno indistruttibile, con un’intelligenza molto istintiva, per non dire che si tratti di un idiota deambulante, il quale fugge da un laboratorio in cui un prete (!) ha svolto alcuni esperimenti sul suo corpaccione di greco fetuso. Il tipo massacra tutte le persone in cui si imbatte, senza alcun teorema delirante per giunta. Alcuni poliziotti e il prete scienziato cercano di fermarlo. Ci riuscirà una ragazzina apparentemente paralizzata in un finale indimenticabile.

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Qualcuno pensava che sarebbe stato il seguito di Antropophagus e forse nelle intenzioni iniziali di Eastman (responsabile della sceneggiatura) e di D’Amato alla regia, doveva esserlo sul serio. Poi però divenne qualcosa di diverso. Girato in Italia ma ambientato in una non ben specificata città americana, il film è piuttosto noioso e deprimente, anche se gli omicidi splatter e l’epilogo poetico lo salvano dal marasma di pellicole mediocri dello stesso D’Amato.

Eastman ha la faccia di Omar Pedrini che non dorme da una settimana o ancora meglio, quando si arrabbia o ghigna mentre maciulla i corpi degli sventurati, pare una specie di Nanni Moretti in formato Hulk. Il prete scienziato che lo insegue e che è responsabile del mostro biochimico immortale è interpretato in modo piuttosto svogliato da Purdom, bloccato in una specie di trans attorial-onirica da cui si ridesta con improvvisi affondi oculari, anticipatori della sua interpretazione dispensabile del conte Dracula nel Fracchia orrorifico.

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La scena del primo omicidio, avvenuta dopo un lungo e noioso controcampo di sequenze tra l’ospedale e la stazione di polizia ripaga l’attesa. Le belle cosce dell’infermiera, avvolte nel classico collant bianco, svolazzanti e scalcianti, sono inquadrate dal basso e offrono una visione sollazzevole, prima che il nerboruto Eastman richiami la nostra attenzione sul perché stiamo guardando tutto quel ben di deus, e in modo drastico le infila un minipimer nella testa; la spremuta di pomodoro che le cola giù dal bel visino è il frutto splendido di una ripresa cinica e compiaciuta, squisitamente italiana; proprio come la scena del secondo omicidio, quello della testa di uno sfigato che Giorgione detto er budello, divide in due con una sega circolare. Tutto viene mostrato in modo ravvicinato, senza censure, come nessun paese straniero ha mai avuto il coraggio di fare, mentre da noi è sempre stata la norma, almeno fino a un po’ di tempo fa.

Le sequenze in esterno ricordano molto Buio Omega, di cui questo film è imparentato per ovvi legami registici. Curioso poi che lo strangolamento del motociclista Michele Soavi (se non lo è ci somiglia troppo) sia inquadrato dall’alto, in un modo così elegante, stilizzato e quasi pudico.

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Il doppiaggio mediocre causa nevrastenia nello spettatore soprattutto quando la ragazza invalida, quella immobilizzata a letto inizia a parlare per più di cinque secondi.

I poliziotti rondeggiano con una grande macchina americana senza concludere nulla. L’andatura blanda del macchinone per le strade buie e sfacciatamente romane è accompagnato da una musica malinconica degna di un thriller canadese di metà anni 70: quel basso mellifluo che fluttua sulle tastiere depresse, ed è responsabile del mio breve appisolamento verso il quarantesimo minuto.

La colonna sonora è di Carlo Maria Cordio, già autore di Cannibal Ferox, Mangiati vivi e futuro compositore di fiducia del Francesco Nuti più sbarazzino e ispirato. Qui tenta di legittimarsi la pagnotta con una combinazione interessante tra il Keith Emerson pianistico di Inferno e i Goblin più aggressivi e alimentari.

Horrible 8

Il finale con questa finta invalida che miracolosamente, si alza e fa giustizia, è sublime da cima a fondo. L’eroina, con singolare risolutezza, prima infilza un compasso negli occhi del mostro, rendendolo momentanemante cieco. Poi per sfuggirgli, accende lo stereo in camera, così da coprire il rumore dei suoi spostamenti. La musica che parte non è Francesca e tanto meno Battisti o Pippo Franco che si lagna del figlio che gli scappa la pipì, come sarebbe giusto suonasse in un giradischi di una ragazzina nel 1981. No, la finta paralizzata sente Bach e nella versione più Heavy Metal possibile, con un’esplosione di scale organico-orgasmiche da coprire persino un assolo di batteria di Bonzo Bonham.

E così la giovane decrepita i cui gusti singolari in fatto di musica l’hanno infine favorita, scappa dalla stanza e poco dopo decapita il bruto. A ogni colpo che abbassa sul collo nerboroso di Eastman, eiacula sangue fino a coprirle il candoroso visetto. La scena è salvifica in tutti i sensi. Anche lo spettatore vede salvo il suo tempo, dopo che ha atteso un’ora e mezza. Ma ecco il finale vero. Arriva la polizia, quando ormai non serve più. C’è il bambino riccioluto che blatera dell’uomo nero, l’uomo nero aumentando la confusione dei piedipiatti, come se fosse possibile… Ma ecco la ragazza avanza e mostra al piccolo la testa del mostro e gli dice la frase celebre: “Willie non devi aver più paura”!

Commozione. Applausi.

Credetemi l’uomo nero decollato è l’epilogo suggestivo di un adorabile pessimo film horror italiano.

Francesco Ceccamea

Rosso sangue

Anno: 1981

Regia: Peter Newton (Aristide Massaccesi)

Cast: George Eastman (Luigi Montefiori), Annie Belle, Ian Danby, Kasimir Berger, Charles Borromel, Katja Berger, Edmund Purdom

Note: Conosciuto anche come “Antropophagus 2”, “Absurd”,  “Grim Reaper 2”, “Monster hunter”, “Horrible”

VHS: Avo film, Shendene

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