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Django di Sergio Corbucci fu un grandioso successo dello spaghetti western e uno dei titoli più mitici (e miticizzati) del nostro grandioso cinema popolare. Si racconta che fu talmente amato anche all’estero da venire inserito nel catalogo del Museo d’Arte Moderna di New York. Anche in Giappone se ne innamorarono subito ed è facile capire il perchè: come già Leone anche Corbucci portò su grande schermo una storia western così simile a quelle dei samurai della cinematografia nipponica. Senza naturalmente dimenticare che Django nasceva sì come risposta a Per un pugno di dollari, con una star (Franco Nero) creata ad hoc sul modello Clint Eastwood, ma era anche qualcosa, almeno a livello di concezione, di totalmente innovativo e diverso da qualsiasi altra cosa vista prima. In Django l’accelleratore è schiacciato perennemente, soprattutto sul piano della violenza (mani maciullate, orecchie fatte mangiare, stermini di innocenti), ma la peculiarità del film è di essere il primo western anti leoniano. Se il sole in Per un pugno di dollari è accecante in Django l’ambientazione è cupa, le strade fangose e sporche, un’atmosfera di degrado e malattia, quasi horror, è tangibile. Django è un bastardo della peggior specie poi, roba da far apparire il Joe di Eastwood uno stinco di santo: ex soldato nordista (“Sei del Nord?” “Ho combattuto per il Nord”), con però ancora addosso la divisa militare, si muove solo per sete di denaro, sentimento più forte del desiderio di vendetta iniziale, tanto condannare a morte la donna che (forse) amava. Come notava l’amico Davide Di Giorgio però la cifra più importante di Django è la regia di Corbucci tanto che le molte imitazioni o pseudosequel (Preparati la bara di Baldi o Django il bastardo di Garrone per esempio) falliranno appunto per la mancanza di una regia capace di fare la differenza.

In questi ultimi giorni è in tutte le sale il Django Unchained di Quentin Tarantino (attore già per il naif Sukiyaki western Django di Takashi Miike). A scanso di equivoci il film di Tarantino è bellissimo, ben scritto, con momenti da grande nostalgia spaghetti, epiche scene che citano Il grande silenzio sempre di Corbucci con questa neve perenne ed altre di puro sadismo fulciano echeggiante Le colt cantarono a morte (le frustate nella fattoria di Don Johnson, ma anche Di Caprio in  versione Nino Castelnuovo che fa sbranare dai cani uno schiavo), ma non è un remake. Non serve portare Franco Nero per resuscitare il mito o mettere come colonna sonora la stessa musica di Bacalov, Tarantino neanche ci voleva provare ed è giusto così perchè ogni suo film è un’esperienza unica e personale, solo che a noi fan del western spaghetti resta l’amaro in bocca, ci manca la mitragliatrice nella bara. Sarà un fatto puramente nerd, ma cazzo, Quentin, dov’è la mitragliatrice nella bara?

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In pochi si ricordano però che Django non fu abbandonato dal cinema: nel 1966 lo lasciammo sulla tomba della moglie, mani maciullate e mira infallibile, e lo ritrovammo nel 1987, 21 anni dopo, in un convento colombiano, sotto le mentite spoglie di Frate Ignazio. Cosa spinse i produttori a stanziare un sequel fallimentare fin dalle premesse, fuori tempo massimo dopo la fine anni 70 del genere, è cosa forse solo nelle corde del Buon Dio onniscente, ma sembra che l’imput fu il genere avventuroso che grazie ad Indiana Jones in quegli anni stava facendo faville. Così Tex e il signore degli abissi di Tessari (altro grande flop) ha una locandina con Gemma in cappello e frusta come Harrison Ford  a discapito del film stesso. All’inizio sembra Django 2 dovesse portare la firma di Corbucci che però presto si defilò a favore del più modesto Nello Rossati, l’autore di Io zombo, tu zombi, egli zomba e dell’incredibile scifi Top Line sempre con Franco Nero. A non funzionare però non è solo la scadente regia, ma quasi ogni cosa, dalle interpretazioni macchiettistiche alle micidiali battute (“Il fumo fa male” riferito ad un uomo fatto esplodere con un candelotto in bocca). Non aiuta neppure la fotografia da telenovelas tipica delle produzioni Reteitalia nè lo scenario colombiano d’incredibile incompatibilità col personaggio. Senza motivo Django ora è un frate sulla quarantina, dice di avere abbandonato dopo le vicende del film di Corbucci la colt, a vent’anni quindi, e scopre di avere una figlia di dieci anni circa con una ragazza del posto dalla carnagione sicuramente non caucasica. Oddio qualcosa non torna anche perchè, a sentire il dialogo iniziale tra i due, Franco Nero non esce dal convento dai fatti del 1966 e allora sta bambina da dove salta fuori? Poi cosa ci fa in Colombia Django? E perchè ha scelto il nome cretino di Frate Ignazio?

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Django 2 il grande ritorno (magari) eppure non inizia male, anzi: la scena d’apertura è davvero molto bella con questi due cowboy anziani residui di un epoca (il West) che non esiste più che decidono di fare un ultimo duello per morire con dignità. Durante una bevuta rammentano di un ragazzo bravo con la mitragliatrice (“Come si chiamava?”) per poi venire uccisi con gratuitità, e senza onore, dagli uomini di un signorotto locale. Ecco, in questi pochi minuti, con la nave da guerra che segna l’avvento di una nuova epoca mentre punta i cannoni su questi due vecchi cowboy il film è ottimo, davvero di grande impatto, anche a livello visivo, con un’atmosfera non indegna del prototipo corbucciano. Peccato che ci si fermi qui e il delirio è presto servito. Anche se bisogna dirlo, sia dato atto, Rossati di tanto in tanto sembra svegliarsi e gira come Cristo comanda (vedere la bellissima sequenza dove una bambina viene gettata in pasto a dei gringo bestiali, tutta in rallenti). Ma sono due o tre momenti buoni in centinaia di altri orribili e dilettanteschi.

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Django 2 ha scene di interessante apocalisse quasi alla Joan Lui, soprattutto quando Nero ancora frate si aggira per un villaggio appena distrutto, alternate ad altre di disarmante pochezza e inettitudine scenografica. Non è solo un film brutto, è un film sbagliato che travisa il personaggio di Nero in una sorta di Rambo ammazza cristiani, dalla battuta sempre pronta (“Chi sei tu che porti cadaveri?” “Non li porto li faccio” e via di esplosione), che abusa della mitragliatrice solo perchè marchio conosciuto del film e che tenta un terribile messaggio pacifista di matrice cattolica. Il cattivo poi è interpretato malamente da uno stanco Christopher Connelly (morirà da lì a breve) con l’introspezione psicologica di un numero di Paperino mese, collezionista di farfalle rare, schiavista e stupido fino al midollo. La sua banda tra l’altro è composta da una contessa mignottissima che cerca di impalmarselo per soldi, da un negraccia con tanto di frusta e da un nazista pre Seconda guerra mondiale e accento da Dottor Franz. Non che a Django vada meglio però visto che sarà affiancato per tutta l’avventura da un bambino petulante che si vorrebbe simpatico. Tra i cammei più inutili poi spicca il comunque bravo Donald Pleasense in quegli anni in vacanza italiana e ridotto ad un ruolo inutile di pochi minuti, oltretutto dimenticato dalla sceneggiatura strada facendo. Tra incredibili uccisioni con bolas, falci capaci di tagliare in un sol colpo tre teste, attizzatoi lanciati con successo da metri, il film si trascina stanco verso il finale che vuole il cattivo morire per mano dei suoi stessi schiavi in un messaggio che si voleva politico, ma che colpisce quanto una puntata a caso di Gigi Marzullo. Ora Django però lascia i panni di frate Ignazio e si lancia in nuove avventure sotto gli occhi sorpresi della figlia che non fa neanche in tempo a conoscerlo (“Stai qui in questa terra dove l’oro serve ancora a far suonare il vento”). Quando si dice amore di padre… Però Django promette che tornerà presto. Si come no.

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Questa fu l’ultima vera cavalcata di Django ed è bene che questo film non sia mai uscito in dvd perchè piange il cuore vedere un personaggio così mitico ridotto a macchietta monocorde, con un Franco Nero in pilota automatico di terribile gigioneria. A sto punto ritiro le frasi dette all’inizio: meglio un Django ottimo senza mitragliatrice che uno cretino con mitragliatrice. E a fanculo l’animo nerd!

voto 1/5

Andrea Lanza

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Django 2 – il grande ritorno

Anno: 1987

Regia: Ted Archer (Nello Rossati)

Interpreti: Franco Nero, Christopher Connelly, Donald Pleasence, Licia Lee, Robert Posse

Durata: 90 min.

VHS: Penta Film (FILM PER TUTTI)

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