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Se volessimo stilare una classifica dei migliori remake degli ultimi dieci anni, il Non aprite quella porta di Marcus Niespel (The Texas Chainsaw Massacre, 2003) occuperebbe uno dei primi posti, poiché il regista non si è proposto soltanto di rifare pedissequamente il film di Hooper o di darne una nuova lettura, ma anche di evitare che l’attualissima storia della famiglia Hewitt potesse cadere nel dimenticatoio. Il regista tedesco ha deciso così di mantenere pressoché invariato il plot originale, così come l’ambientazione da anni ’70, e racconta l’avventura di cinque ragazzi, perfetti esponenti della moderna classe adolescenziale che ritiene le sia tutto lecito, in viaggio verso Dallas a bordo di uno scassato pulmino per partecipare a un concerto a cui non arriveranno mai.

Texas Chain Saw Massacre

Senza voler tradire l’originale, Niespel mira a perfezionare l’opera di Hooper rendendola più completa, grazie a piccole modifiche che riguardano il gruppo dei protagonisti: il disabile capriccioso e indisponente viene sostituito da un ragazzetto dalle mira intellettuali, mentre altri membri vengono aggiunti alla famiglia Hewitt. Questi cambiamenti sembrerebbero da un lato rafforzare il cast, composto da giovani attori promettenti, e dall’altro a sviluppare la storia della famiglia Hewitt, non più presentata come un gruppo di svitati, ma come una vera e propria microsocietà che governa liberamente in quell’angolo desolato di mondo. Se nel film di Hooper, Faccia di Cuoio aveva due fratelli e due nonni (di cui una mummificata), nel remake è affiancato da una famiglia i cui legami non sono del tutto chiari: c’è lo sceriffo (o presunto tale); c’è il nonno sulla sedia a rotelle che approfitta della sua menomazione per palpeggiare la ragazza di turno; c’è la nonna, vera e propria mater familias; c’è il bambino ribelle nei confronti dello stile di vita dei familiari; ci sono due misteriose donne recluse in un camper con un bambino rubato.

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Come già successo nell’altro bel remake di Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, anche qui assistiamo allo scontro tra due gruppi: gli Hewitt, che vivono per vendicarsi di chi, ai loro occhi, rappresenta la società che li ha abbandonati; e i ragazzi che aspirano soltanto a migliorare il proprio tenore di vita, ricorrendo anche a mezzi illegali, ma che, per puro caso, si ritrovano a dover lottare per la propria sopravvivenza. Una battaglia che Nispel rende più aspra di quella presentata da Hooper trent’anni prima, trasformando i cinque ragazzi in  vittime inconsapevoli: se infatti nel prototipo del 1974  l’incontro  con gli Hewitt avveniva anche per loro responsabilità (prima danno un passaggio a un autostoppista, poi decidono di restare nella zona, nonostante il tentativo di dissuasione del gestore della stazione di servizio), nel remake sono quasi costretti a vivere questa terribile esperienza, quando prestano aiuto a una povera ragazza ferita che vaga smarrita per la strada, esattamente come accadeva in Le colline hanno gli occhi, dove i Carter del film di Craven restavano bloccati nel deserto per responsabilità proprie, mentre nel remake di Aja cadono vittime di un agguato.

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L’apice di questa impari lotta per Nispel arriva nel finale del film, dove ancora una volta prende una strada diversa da quella del suo illustre predecessore: mentre in Hooper l’unica sopravvissuta fugge e basta, lasciandosi alle spalle quanto successo, nel remake Jessica Biel si trasforma nella Ellen Ripley della situazione, uccidendo uno dei suoi aguzzini (lo investe due volte) e scappando non prima di aver salvato il bambino rubato.
La vicenda degli Hewitt, folle famiglia di cannibali che si diverte a torturare e uccidere ignari viaggiatori, al centro di Non aprite quella porta, rappresentò all’epoca un ideale proseguimento della svolta rappresentata già da L’ultima casa a sinistra di Wes Craven, da cui Tobe Hooper sembrò voler partire per il suo ancora insuperato capolavoro. In Non aprite quella porta i protagonisti diventano uomini qualunque, gente comune, ragazzi o famiglie in viaggio per gli Stati Uniti e l’horror comincia a farsi rappresentazione delle molte disfunzioni presenti nella società contemporanea. Non è un caso che le ambientazioni di molte pellicole di quel tempo ci portano puntualmente in angoli bui del nostro mondo, luoghi sconosciuti e nascosti di cui nessuno conosceva l’esistenza.

tcmbrshk3-600x337 Eppure sono sempre esistiti ed esistono ancora oggi ed è lì che Hooper e Nispel ci portano, fotografandoli con molta chiarezza: il nulla più assoluto, solo una strada senza fine in mezzo a chilometri e chilometri di boschi e campagne, in cui gli unici segni di presenza umana sono rappresentati proprio da coloro che segneranno le disgrazie dei protagonisti. Sono mondi a parte, totalmente slegati dalla società in cui siamo abituati a vivere e in cui vigono leggi diverse, abitudini diverse, esseri umani diversi. Col suo prototipo, Hooper decide fin dai primi minuti di rendere in immagini questa totale desolazione che accerchia i protagonisti mostrandoci prima la carcasse di un armadillo e poi “presentandoci” uno degli abitanti di quella zona nelle vesti di un autostoppista senza qualche rotella, con il chiaro obiettivo di farci calare subito in questa nuova dimensione lontana anni luce dalla civiltà. Nispel sembra invece voler puntare sul contrasto tra l’iniziale spensieratezza dei ragazzi che si divertono in un laghetto con il tragico cambiamento del loro destino che li attende. Tutti e due, però, arrivano alla stessa conclusione: questa famiglia di folli assassini non è altro che il frutto della società in cui viviamo, esattamente come Craven aveva fatto con L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi.

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Se nel mondo esistono (e sono esistiti visto che Non aprite quella porta si ispira alla storia vera di Ed Gein, profanatore di tombe che mangiava carne umana, si vestiva con le pelli delle sue vittime e costruiva mobili con le loro ossa) dei Faccia di Cuoio, altro non è che colpa di una società che spesso non permette alle persone di integrarsi. In questo senso, esemplare è la frase pronunciata dalla nonna di Leatherface nel remake di Nispel: «Vi conosco, tutte uguali, nient’altro che crudeltà e prese in giro per il mio ragazzo mentre cresceva e soffriva. Qualcuno si è mai preoccupato per me e per il mio ragazzo?», grazie alla quale ci rendiamo conto che questa inaudita violenza non nasce dal nulla, ma ha precise radici. Se tra le due pellicole c’è una differenza in questa direzione è che, mentre il prototipo di Hooper si inserisce in un preciso momento storico degli Stati Uniti (il processo a Charles Manson e ai suoi seguaci, la fine della Guerra del Vietnam, il tramonto definitivo dei favolosi anni ’60) facendosi messaggero di una visione pessimistica, nel remake di Nispel c’è spazio per un lumicino di speranza incarnato dal piccolo Jedidiah. Questi sembra infatti voler dimostrare che per le generazioni a venire degli Hewitt può esserci un futuro diverso, proprio come accadeva con la piccola “cappuccetto rosso in salsa mutante” del remake di Le colline hanno gli occhi.

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Nonostante le sue stesse vittime gli tolgano spesso la scena, il protagonista indiscutibile delle due pellicole è Faccia di Cuoio, uno straordinario personaggio che è entrato di diritto nella storia del cinema horror a fianco di Jason di Venerdì 13, Michael Myers di Halloween o Freddy Krueger di Nightmare, con cui condivide sia una irrefrenabile ferocia sia un passato oscuro fatto di terribili sofferenze. Con il Leatherface di Non aprite quella porta siamo di fronte a un uomo sconvolto ed emarginato a causa di una malformazione al volto che non gli ha mai permesso di vivere come tutti i ragazzi, accumulando rancore e desiderio di rivalsa verso il genere umano. Il suo nascondersi dietro maschere fatte di pelle umana è un disperato tentativo di vivere una vita diversa, di provare anche soltanto per un attimo cosa significa avere un viso normale. In quest’ottica, i due registi puntano molto sull’impatto di Faccia di Cuoio sugli spettatori, prendendo ancora una volta strade spesso diverse. Nel prototipo del 1974, Leatherface è presentato quasi come un handicappato, un ragazzone di due metri per più di cento chili che ha un cervello di un bambino. Lo vediamo nei suoi movimenti, nel suo giocare con le sue vittime, nel modo in cui si diverte a provare parrucche e maschere davanti a uno specchio. È un bambino che non vuole arrendersi alla fine della sua precedente routine (il lavoro nel macello vicino casa) e che, pur di non stravolgere le proprie abitudini, continua per la sua strada senza fare differenza tra uomini e animali. C’è da macellare e lui continua a farlo…

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In Nispel, invece, il nostro personaggio subisce una trasformazione profonda, divenendo una vera e propria macchina da guerra. Se in Hooper, la motosega sembrava a volte una pistola giocattolo in mano a un bimbo, in Nispel è un’arma terribile che taglia, smembra, uccide. Nel remake c’è una ferocia consapevole che nel film del 1974 non c’era e ciò lo vediamo soprattutto nella sequenza finale in cui l’unica sopravvissuta al massacro riesce e scappare: in Hooper, Faccia di Cuoio la guarda allontanarsi imbronciato, ma poi comincia una sorta di balletto con la motosega, come un bambino che, nonostante abbia appena perso il suo giocattolo, ha subito trovato un ripiego. In Nispel invece tenta fino alla fine di fermarla: si scaglia contro l’auto, seppur ferito e senza un braccio, per poi arrendersi sì alla sconfitta, ma rimanendo con lo sguardo fisso su di lei come se fosse certo di rincontrarla per finire il lavoro lasciato a metà. Il regista tedesco arricchisce perciò il nostro Faccia di Cuoio di una consapevolezza delle sue scelleratezze che in Hooper era quasi del tutto inesistente. Nel prototipo perfino gli altri membri della famiglia Hewitt erano dei “semplici” pazzi, a volte anche apparentemente innocui (come l’autostoppista) o divisi letteralmente in due tra una natura folle e una normale (il gestore della stazione di servizio che per un attimo cerca anche di dissuadere i ragazzi ad avventurarsi da quelle parti). In Nispel invece tutto è premeditato, la famiglia Hewittt è più simile a una muta di cani randagi pronti ad assalire la prima preda che gli si presenta davanti, costruendo una struttura gerarchica perfetta: c’è la vecchia donna che gestisce la stazione di servizio, c’è l’uomo che va in giro con la divisa da sceriffo, ci sono le due donne del camper pronte a rassicurare eventuali “fuggitivi”. Una microsocietà dai meccanismi perfettamente oliati che tende pazientemente una tela attorno alle proprie vittime.

Marcello Gagliani Caputo

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