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Il regista e attore tedesco Ulli Lommel è noto sia agli appassionati del cinema d’autore, sia a quelli del cinema di genere (ammesso che esista una vera distinzione fra di essi): i primi lo ricordano soprattutto come interprete di numerose pellicole di Rainer Werner Fassbinder, i secondi come regista di numerosi film horror. Fra di essi, emerge un piccolo grande cult, Mirror – Chi vive in quello specchio? (1980), prodotto e girato negli USA (nel Maryland, per la precisione): un film profondamente inquietante almeno quanto il titolo (sia quello italiano, sia quello originale: The Boogeyman). All’inizio degli anni Ottanta, Lommel dirige anche The Devonsville Terror, Brainwaves e La vendetta delle Stelle rubate, poi sospende la sua attività di regista fino agli anni Duemila, quando riprende a dirigere film horror direct-to-video (cioè destinati direttamente al circuito home video, senza passare nelle sale).

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Il titolo originale e quello italiano rendono pienamente i due temi fondamentali del film: lo specchio e “l’uomo nero”, due topos del cinema horror profondamente inquietanti perché in grado di sondare alcune paure ataviche e ctonie dell’uomo (la paura del doppio, dell’ignoto, del male che viene dal buio). Mirror è un film significativo soprattutto per questo aspetto (e per alcune sequenze gore), più che per lo stile (anche se non mancano alcune raffinatezze che vedremo) e per le recitazioni (condotte senza infamia né lode).

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Il prologo della vicenda, che ricorda un po’ l’incipit del celebre Halloween (1978) di John Carpenter, è ambientato in una villetta della provincia americana, apparentemente tranquilla, ma in realtà covo di oscuri segreti e di una tragedia imminente. Due fratellini, Lacey e Willy, assistono dalla finestra a un gioco erotico fra la madre e il suo amante, che indossa una calzamaglia nera sul volto: dopo averli scoperti, l’uomo lega il bambino al letto, ma la sorellina lo slega e Willy, armato di coltello, si reca nella stanza e pugnala a morte il suo aguzzino. Anni dopo, Lacey è sposata e con un figlio, ma l’episodio ha segnato per sempre la sua mente e anche quella del fratello, che da quella notte è diventato muto. La fragile psiche della donna viene turbata ulteriormente da una lettera della madre, la quale, in punto di morte, vorrebbe rivedere i figli. Dopo essersi consultata con il dottor Warren (John Carradine, unica celebrità del film), decide di recarsi insieme al marito nella casa dove avvenne la tragedia: entrata nella camera da letto, vede allo specchio “l’uomo nero” ucciso anni prima e, in preda alla disperazione, lo rompe in mille pezzi. Mai scelta si rivelerà più sbagliata: lo specchio aveva infatti catturato lo spettro di Boogeyman, che adesso, assetato di sangue, emerge invisibilmente da ogni frammento di vetro commettendo orribili omicidi. Inizia quindi la mattanza: prima i nuovi inquilini della casa, poi (visto che lo specchio ricomposto è stato trasferito nell’abitazione della coppia) i genitori di lei, il marito e il prete che è riuscito a scacciare il male con un esorcismo. O almeno, sembra che sia riuscito: visto che (come nella migliore tradizione dei film horror) nel finale, mentre Lacey, il figlio e Willy (che nel frattempo ha riacquistato la parola) si stanno recando dalla madre, l’ultima inquadratura mostra un frammento di specchio sull’erba, pronto a diffondere ancora la morte.

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Non c’è che dire, una trama veramente inquietante: e il film, pur non essendo un’opera eccellente, è diretto bene e riesce a far davvero paura, soprattutto in alcuni momenti. Una paura che, come accennato in precedenza, deriva proprio dal mettere in scena alcuni topos del cinema horror (lo specchio e “l’uomo nero”) e dal cosiddetto “perturbante freudiano”, cioè il caricare di una valenza maligna una serie di elementi che normalmente appaiono rassicuranti (la casa, la famiglia, i bambini). Così, il bambino armato di coltello che entra in camera e pugnala a morte il suo persecutore (il tutto ripreso in soggettiva, con la lama a destra dell’inquadratura) risulta disturbante almeno quanto l’incipit di Halloween, al quale risulta difficile credere che Lommel non abbia pensato realizzando questa sequenza. Senza contare la perversione che si respira nel rapporto quasi sadomasochista fra la madre e il suo amante, e l’atmosfera inquietante e “malata” che permea l’intero film, dove c’è sempre una sensazione di pericolo incombente. Fino a un certo punto, la regia conduce la vicenda in modo da lasciarla sospesa fra il razionale e l’irrazionale, lasciando cioè allo spettatore il dubbio se quanto succede sia frutto delle allucinazioni di Lacey oppure appartenga veramente a una dimensione soprannaturale. Dimensione, quest’ultima, che si manifesta pienamente a partire dalla rottura dello specchio, quando cioè lo spettro dell’uomo si libera e inizia a compiere una serie di efferati omicidi. Anche la rottura dello specchio è un topos del cinema (e non solo) horror, tant’è vero che il maestro Lucio Fulci intitolerà un suo film Quando Alice ruppe lo specchio (1988), come metafora di uno specchio che, rompendosi, libera gli incubi nella realtà.

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Già dall’inizio, il regista fa capire che non lesinerà sugli effetti splatter, alternando i primi piani “maligni” del bambino con il sangue che sgorga dalla ferita. Ma questo è ancora niente rispetto a quanto vedremo in seguito, quando Boogeyman inizia a colpire: assistiamo dunque a una ragazza che si infilza la forbice in gola (con tanto di primo piano dettagliato) e un ragazzo trapassato nel collo con un punteruolo che gli fuoriesce dalla bocca (anche qui con abbondanza di dettagli gore). Curiosa è anche la scena successiva, in cui la sua fidanzata viene spinta contro la bocca, finendo lei stessa infilzata: sembra quasi una nuova versione del celebre “doppio impalamento” presente in Reazione a catena (1971) di Mario Bava. Anche quando non si vede il sangue sgorgare, gli omicidi sono sempre cruenti: si vedano, in particolare, il bambino a cui una finestra rompe il collo chiudendosi e il padre di Lacey infilzato e appeso con un forcone nel granaio.

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Forse (e sottolineo: forse) il suddetto rimando a Bava non è casuale, visto che uno dei preziosismi stilistici del film (che in genere presenta una fotografia abbastanza “neutra”) è il cromatismo rosso e verde che scaturisce dai frammenti dello specchio, illuminando spesso tutta la scena. Un gioco di colori che assomiglia proprio a quello utilizzato da Bava e ripreso, in tempi più recenti, da Dario Argento in Suspira (1977) e Inferno (1980). Anche i due bambini che osservano l’omicidio alla finestra ricordano quelli del baviano I tre volti della paura (1963) nell’episodio I Wurdalak.

Una curiosità di Mirror è la modalità in cui avvengono gli omicidi: non compare l’assassino “in carne ed ossa” (si fa per dire), ma un’entità invisibile che uccide o spinge al suicidio, quasi fosse una sorta di demone. Non a caso, la parte finale riprende un po’ il filone esorcistico, con il prete intento a scacciare l’entità demoniaca in un tripudio di sangue e colori (verde e rosso).

Le musiche non sono particolarmente memorabili, ma le note vibranti e con accenti quasi psichedelici che accompagnano i passaggi di maggiore tensione contribuiscono a creare un’atmosfera di grande inquietudine.

Davide Comotti

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Mirror – Chi vive in quello specchio?

Titolo originale: The boogeyman

Anno: 1980

Regia: Ulli Lommel

Cast: Suzanna Love, Ron James, Nicolas Love, John Carradine

Durata: 90 min.

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