Tag

, , , , , , ,

Che bello che era il cinema bis italiano, e quanti capolavori di sventurata giovinezza hanno allietato i nostri incubi/sogni di amanti della settima arte più estrema. Prendiamo per esempio un caposaldo dell’horror nostrano, quell’Antropophagus che nei ricordi, almeno i miei, sembrava splendido e invece a conti fatti, rivedendolo, era cosa più di intenzioni che di effettiva riuscita.

Ma tant’é neanche Antropophagus sarebbe da disprezzare perchè a conti fatti possedeva quel certo genio sotterraneo che rendeva grandi anche le nostre opere più piccole del terrore, ora ci rimane solo un mucchietto di filmetti di genere (o degenere) che nulla di geniale ahimè hanno. Basti pensare alla scena magnifica dove una giovane Margaret Mazzantini (autrice nel 2002 del best seller Non ti muovere) emerge da una botte di sangue menando pericolosi fendenti all’aria con un coltellaccio per capire con malinconia quanto ci manchi oggi anche un brutto Massaccesi.

pdvd_002.4

Quando ho deciso di recensire il giallo di Riccardo Freda Un’iguana dalla lingua di fuoco vi giuro ero animato dalle migliori intenzioni. Freda è stato negli anni 60 il pioniere con Mario Bava dell’horror italiano: i loro I vampiri e La maschera del demonio hanno dato il via ufficialmente alla stagione magnifica del cinema del terrore nostrano che è continuata con o senza intoppi, con grandi o piccoli successi fino almeno al 1992, anno di Dellamorte Dellamore, ultimo sussulto del genere prima di morire. Certo poi altri horror verranno girati, ma senza continuità e molte volte si tratterà di produzioni così scalcinate da sfiorare l’amatoriale.

images (7)

Per strane ironie del destino a chi scrive di Freda è piaciuto soprattutto uno dei suoi lavori più disprezzati Estratto dagli archivi segreti di una capitale europea (Tragica cerimonia in villa Alexander), film sfortunatissimo, iniziato da Mario Bianchi, continuato da Freda e finito da Walter Filippo Ratti. Quindi frediano per un terzo e secondo voci di corridoio forse di un mezzo di quel terzo visto che Freda abbandonò lo scalcinato set dopo pochi giorni e di Estratto ne parlava poco o per niente negando la paternità. Eppure si tratta di un prodotto sì scalcagnato, ma dotato di un fascino straordinario, avanguardistico persino nella struttura diabolica a scatole cinesi, figlio o fratello degenere del ben più compatto e riuscito Lisa e il Diavolo di Mario Bava. Certo a fare i pignoli si potrebbe dire che tutte le cose interessanti del film, gli intrighi lasciati a metà, i colpi di scena non sense, la storia incomprensibile sono frutto di una sceneggiatura che non sapeva dove parare. Ma per chi scrive c’è l’idea di un progetto avanti mille anni luce dai prodotti dell’epoca, quasi una totentanz prima che Dario Argento pensasse alla sua ballata macabra con Inferno.

images (9)

L’iguana dalla lingua di fuoco è contemporaneo, ma sulla sua qualità non ci sono dubbi: è un film orribile. Questa volta niente su cui appellarsi: non il fascino rozzo, non la malìa del bizzarro, solo uno squallore narrativo e tecnico. Che a Freda del film non gliene fregasse niente lo si capisce da come costruisce le scene, dalla cretineria che pervade l’opera stessa. Non c’è traccia dell’autore de Lo spettro in questi lunghi zoom antiestetici, in questa piatta messa in scena qua e là ravvivata da un effettaccio sanguinolento. Tutto è così cretino e mal congegnato che si resta davvero ammutoliti ad assistere a così tante cazzate tutte insieme. Pensiamo alla scena dove l’assassino viene presentato: volto coperto da due grandi occhiali scuri intento ad uccidere una donna col vetriolo. Ecco, da lì ogni personaggio porterà gli stessi occhiali scuri e giù di zoom, sul suo volto come a farci chiedere ogni volta “E’ lui l’assassino?”. Solo uno spettatore che ha come letture Macchianera in campeggio potrebbe sussultare ogni volta Freda cerca di assestare l’ennesimo bu truffaldino. Poi prendiamo la scena dove l’assassino vuole uccidere la figlia del protagonista. Ecco Freda ci presenta la vecchia nonna un po’ cieca e pure sorda che apre al killer vestito da Dagmar Lassander. Si avete capito bene, da Dagmar Lassander. Come se io che peso 100 kg volessi passare per Megan Fox solo vestendomi come lei… Guardi questa sequenza e ti senti anche tu un po’ scemo, le domande sono tante e tutte senza spegazione, ma focalizzi la tua attenzione sull’immagine incredibile di quest’omone con parrucca e minigonna. Poi chi era questo killer? Uno che si è visto di sfuggita per 3 microsecondi a metà film. Ah beh, correttissimo.

vlcsnap-16032334

Naturalmente non manca lo spiegone finale: “Non sopportava di essere diverso dagli altri”. Leggesi omosessuale, anche se non è ben chiaro. Intanto ci siamo sorbiti: un maggiordomo che guarda le persone male e si comporta da assassino senza esserlo, una saturazione con ago e filo senza effetti speciali, un indagato Luigi Pistilli che recita di un male che ti puoi chiedere se è un clone alieno di Alpha centauri.

Mannaggia Freda, pace all’anima tua, se non avessi avuto un curriculum di tutto rispetto era il caso di rubare la macchina del tempo per prenderti a calci in culo con gusto. Un film davvero sadico per come tortura le palle dei catecumeni del cinema bis.

voto 3/10

Andrea Lanza

L’iguana dalla lingua di fuoco

Anno: 1971

Regia: Willy Pareto (Riccardo Freda)

Cast: Luigi Pistilli, Dagmar Lassander, Anton Diffring, Dominique Boschero, Valentina Cortese, Werner Pochath, Renato Romano

Durata: 90 min.

iguanawithatongueoffiremontage 5505984837_06de669aa9 iguanalinguafuoco L'iguana dalla lingua di fuoco