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Riccardo Freda è stato, insieme a Mario Bava e Antonio Margheriti, uno dei padri dell’horror italiano. Dopo aver diretto alcuni film di importanza capitale, cioè I vampiri (1956), L’orribile segreto del dottor Hichcock (1962) e Lo spettro (1963), diresse alcune pellicole considerate “minori”: A doppia faccia (bel thriller psichedelico con richiami hitchockiani), L’iguana dalla lingua di fuoco (thriller argentiano decisamente piatto), Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea (horror “satanico” dal sapore trash) e Murder obsession. Già, Murder obsession: un film, l’ultimo di Freda, datato 1980, bistrattato quasi da tutti. A torto, però. Perché, pur essendo vero che la pellicola non è perfetta, è altrettanto vero che ha numerosi punti di interesse, spesso purtroppo sottovalutati.

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Stefano Patrizi interpreta Michael Stanford, un giovane attore che decide di concedersi un periodo di riposo insieme alla fidanzata Deborah (Silvia Dionisio). Torna quindi nella casa materna, che non è però un luogo di pace, ma una tetra villa funestata da una tragedia avvenuta anni prima: l’omicidio del padre, di cui è stato accusato lo stesso Michael. Ad accoglierli, trovano l’austera madre Glenda (Anita Strindberg) e l’inquietante maggiordomo Oliver (John Richardson). I ragazzi vengono poi raggiunti dagli altri membri della troupe cinematografica (Martine Brochard, Laura Gemser, Henri Garcin). Mentre Deborah inizia ad avere incubi terribili che la vedono protagonista di una cerimonia satanica, gli ospiti vengono uccisi in modo feroce (una ragazza squartata nel ventre, un’altra decapitata con una motosega, un uomo col cranio spaccato da un’ascia). Michael apprende la verità da un nastro registrato dal maggiordomo prima di suicidarsi: la madre è da sempre un’adoratrice del demonio, ed è stata lei a uccidere il marito facendo ricadere la colpa sul figlio (all’epoca bambino), mentre Oliver era solo una pedina controllata dalla sua mente. Ha poi ucciso anche gli ospiti perché gelosa del figlio, oppure perché erano stati testimoni dei suoi delitti. Nel drammatico finale, Glenda pugnala a morte il figlio, per poi rinchiudersi insieme alla superstite Deborah nella cripta della villa.

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Ora, chiunque ama l’horror come può non essere affascinato da una trama simile? Il soggetto (scritto da Fabio Piccioni e Antonio Cesare Corti, che elaborano poi la sceneggiatura insieme allo stesso Freda) costituisce un po’ una summa del genere horror e una rielaborazione del gotico in chiave contemporanea: il castello (con i suoi segreti, il maggiordomo, le labirintiche stanze e le lugubri cripte); il protagonista tormentato da un trama infantile; un’atmosfera malsana e inquietante che accompagna tutta la vicenda; omicidi efferati con sangue che scorre in abbondanza; un segreto custodito per anni; un assassino da scoprire; incubi e sette sataniche che tormentano i protagonisti.

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Anche il ricchissimo cast è una gioia per gli amanti del cinema di genere (non solo horror) italiano. A cominciare dal protagonista, Stefano Patrizi (nel doppio ruolo di Michael e, nei flashback, di suo padre), attore abile tanto nel poliziesco (Liberi armati pericolosi, Roma a mano armata) quanto nel cinema d’autore (memorabile la sua interpretazione nel film Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti). Una versatilità che lo accomuna a Martine Brochard, raffinata attrice francese le cui performance spaziano da Milano trema: la polizia vuole giustizia a Una spirale di nebbia di Eriprando Visconti. Murder obsession riunisce numerose bellezze del nostro cinema: oltre alla Brochard, troviamo infatti Silvia Dionisio, Laura Gemser (la celebre “Emanuelle nera”) e Anita Strindberg, presenza costante nel thriller italiano e celebre anche per Milano odia: la polizia non può sparare. Infine, ma non certo per ordine d’importanza, troviamo il bravissimo attore inglese John Richardson (La maschera del demonio, I corpi presentano tracce di violenza carnale, ma anche i due western Execution e John il bastardo).

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Il momento più bello del film è sicuramente la lunga sequenza dell’incubo di Silvia Dionisio (incubo che alla fine si rivelerà essere, forse, una spaventosa realtà). Narrato in flashback dalla ragazza al protagonista, costituisce un vero compendio di cinema horror, che merita di entrare fra le migliori sequenze del genere: trascinata in una cripta da un incappucciato col viso deforme, viene perseguitata da ragni, serpenti e raffiche di vento; dopo aver attraversato una boscaglia, si ritrova ancora nel sotterraneo con alcuni teschi che grondano sangue, e viene imprigionata dagli incappucciati che la preparano come vittima sacrificale per un rito demoniaco; mentre i loro volti cominciano a decomporsi, viene sgozzato un galletto nero e ai suoi piedi compare un grosso ragno le cui zampe iniziano a trasformarsi quasi in braccia e a salirle sulle gambe.

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Basterebbe questa sequenza a giustificare una visione e una rivalutazione del film, ma in Murder obsession c’è più Freda di quanto possa sembrare a prima vista. Fin dai suoi primi lavori, gli horror del maestro sono stati infatti caratterizzati da un profondo interesse verso i mostri che si nascondono nell’animo umano, le perversioni dell’uomo, le sue crudeltà, i fantasmi della sua mente: il che ha sempre comportato una linea di confine sottile fra il razionale e l’irrazionale, che raggiunge lo zenit con Lo spettro, in cui diventa quasi impossibile distinguere cosa è provocato dall’uomo e cosa dallo “spettro” vero e proprio. Murder obsession non fa eccezione in questo senso, e anche la citazione che apre il film (accompagnata da lugubri rintocchi di campana) non è casuale: “Per secoli teologi, filosofi e anche poeti hanno frugato nell’Universo alla ricerca di una prova dell’esistenza del demonio. Sarebbe bastato guardare in fondo alla loro anima. Hieronimus A. Steinback XVII sec.”. Murder obsession è infatti il film di Freda in cui più si confondono (volutamente) elementi razionali e irrazionali: ecco quindi che su una vicenda di impianto gotico-moderno si innesta un thriller dal sapore argentiano (con tanto di trauma infantile e rapporto morboso fra madre e figlio) dove trovano posto però incubi che si rivelano “reali”, cerimonie sataniche e condizionamenti parapsicologici. Come scrive il grande critico Antonio Tentori, “il thriller si contamina con forti componenti fantastiche e orrorifiche, ma ciò che realmente interessa al regista è la contorta natura che sta alla base di tutti i drammatici avvenimenti. Al di là dell’orrore e dei meccanismi del thriller, emerge incisivamente un male assoluto che per Freda, ancora una volta, è soltanto umano”.

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Insomma, di carne al fuoco ce n’è molta, forse anche troppa: uno dei difetti del film si trova proprio nei dialoghi, a volte troppo farraginosi (si aprono anche spiragli di discorsi esistenziali e metafisici). Ma l’atmosfera pesante che si respira in Murder obsession riesce a inquietare davvero lo spettatore e a metterlo a disagio: malsana, claustrofobica, morbosa, con una sensazione di pericolo sempre incombente, che si trasforma pian piano in una dimensione soprannaturale, la quale non esclude però l’orrore umano tanto caro a Freda.

Un limite (parziale) di Murder obsession sono gli effetti speciali, realizzati da Angelo Mattei con la collaborazione di Sergio Stivaletti (qui al suo esordio): anche se il sangue scorre in abbondanza e l’effetto splatter è assicurato, sono abbastanza rozzi. In realtà, l’unico effetto mal riuscito è l’uccisione del regista interpretato dal francese Henri Garcin, al quale viene spaccata la testa in due con un’accetta: è troppo evidente che si tratta di un manichino, per di più poco somigliante all’attore; probabilmente anche i realizzatori se ne sono accorti, e hanno cercato di supplire alla mancanza con lo schizzo del cervello sulla parete. Decisamente migliori sono la decapitazione della Brochard con la motosega (la cui testa viene poi rinvenuta all’interno di un baule) e il corpo sventrato di Laura Gemser; buono è anche il make-up dei volti deformi degli incappucciati e la loro decomposizione.

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Si parlava, in precedenza, di elementi argentiani: sicuramente, il bambino biondo che brandisce il coltello sporco di sangue richiama la celebre sequenza di Profondo rosso, ma anche Silvia Dionisio che corre terrorizzata sotto la pioggia ricorda una scena simile presente all’inizio di Suspiria.

Singolare è la colonna sonora, a cura di Franco Mannino, che dirige alcune composizioni sue, ma anche di Bach e Liszt: decisamente curiose per un film horror, ma efficaci, perché producono un effetto straniante, e con il loro tono lugubre e maestoso contribuiscono ad aumentare la sensazione di inquietudine e claustrofobia che permea tutto il film; l’utilizzo della musica classica è forse anche un richiamo alla professione del padre di Michael, direttore d’orchestra.

Suggestiva è pure la fotografia, curata da Cristiano Pogany: girato quasi tutto in interni, il film predilige i colori caldi e “ovattati”, che rispecchiano l’atmosfera tetra della villa, spesso illuminata solo dalle candele; bellissime anche le scene in cui il buio viene squarciato dai lampi del temporale o dalla luce di una lanterna.

Davide Comotti

Murder obsession – Follia omicida

Anno: 1980

Regia: Riccardo Freda

Cast: Stefano Patrizi, Silvia Dionisio, Laura Gemser, Martine Brochard, Anita Strindberg

Conosciuto anche come “Follia omicida”, “L’ossessione che uccide”, “Delirium”, “Satan’s Altar”, “Unconscious”

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