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Eccoci al capostipide del Rambo italico, quel Thunder che nel 1983 cercò di bissare il successo del First blood stalloniano. Thunder fu un trionfo del cinema popolare italiano che non aveva paura di affrontare a testa alta i blockbuster d’oltreoceano, derivato è vero, ma pieno di idee inedite e originali che, per assurdo, avrebbero anticipato persino il modello imitato, comprese le origini natie dei due personaggi. Il risultato è lo stesso, a cambiare sono gli addendi: non più un reduce del Vietnam ma un indiano navajo, sempre un paria quindi dell’America con il pedale ancora più schiacciato sul razzismo dei vari bravi cittadini (Thunder mentre viene arrestato incrocia una signora che sbotterà allo sceriffo “Bisognerebbe farli fuori tutti questi straccioni”).

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De Angelis è in forma come non mai: gira molto bene, ha un’occhio davvero attento per la messa in scena senza cadere nel miserabile da bancarella tarocca. Pensiamo alla sequenza, meravigliosa ed emozionante, dove Thunder è inseguito da questi operai su una jeep che divertiti fanno girare un lazzo: il rallenti esaspera la sequenza in maniera perfetta, la musica di Francesco De Masi è grandiosa, da western crepuscolare, e il fastidio nel ghigno dei carnefici è sulla nostra pelle quasi fossimo noi in pericolo. Senza scomodare Peckinpah, siamo ai livelli alti di un Castellari anni 70, almeno stilisticamente, con la riuscita di un cinema irripetibile e mai più imitabile, selvaggio ed anarchico, basso eppure preziosissimo, che sapeva capovolgere i clichè in nobili azzardi di sceneggiatura. Non tutto funziona bene, certo, e se il trietto di attori principali (Mark Gregory, Bo Svenson, Raimund Harmstrorf) sono efficaci quando non ottimi, lo stesso non si pu dire dei vari comprimari a cominciare dall’immondo Antonio Sabato con la dizione e la recitazione raccapricciante.

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Anche lo script di Dardano Sacchetti, sotto lo pseudonimo di David Parker Jr, alterna momenti di grande guizzo ad altri tirati via con personaggi abbandonati senza molta coerenza. A farla da padrone però sono le maestose scene girate nei canyon dell’Arizona, spettacolari e incredibile siano davvero all’interno di un film italico, impreziosite dalle molte riprese aeree e da un certo gusto (ripetuto anche nel sottovalutato Cane arrabbiato) per il western più classico anche nella variante moderna. Interessante ma sprecato il personaggio di Paolo Malco, un giornalista che vuole fare di Thunder un caso nazionale, e quello di Michele Mirabella, uno speaker radio indiano, entrambi avrebbero meritato un’analisi meno superficiale delle due semplici macchiette rappresentate. Si nota d’altronde che in più momenti si cerca di dare risalto al potere dei mass media (radio e televisione) con pure l’introduzione di una diretta sportiva durante la caccia all’indiano che distoglie gli assalitori dalla preda.

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Tra i personaggi il migliore è senza dubbio lo sceriffo interpretato da Bo Svenson con quei semplici tic umani (il suo mal di denti perenne tutto il film) che ti fanno capire che Thunder non è proprio un prodottino come tanti. Agghiaccianti quando non demenziali alcuni dialoghi come il momento in cui un poliziotto declama in mutande “E’ stato lui! Mi ha detto di ricordarvi del Little Big Horne e quello che è successo al Generale Custer!” o la scoperta che il nostro eroe indiano è figlio del figlio di Aquila della notte! Cioè il nipote di Tex? Madonna! Certo è che Thunder, con la sua copertina strepitosa, con le scene d’azione potentissime anche quando imitano il modello Rambo, con i suoi inseguimenti spettacolari, è prodotto da rimpiangere e che ora non potremmo neppure sognare tra le varie fiction o i Martinelli assassini.

Andrea Lanza

Thunder

Anno: 1983

Regia: Larry Ludman (Fabrizio De Angelis)

Cast: Mark Gregory (Marco Di Gregorio), Bo Swenson, Raimund Harmstorf, Paolo Malco, Valeria Ross, Antonio Sabato, Michele Mirabella

Durata: 90 min.

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