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No Retreat, No Surrender è uno di quei film che da bambino potevano essere materia di venerazione, soprattutto se eri nato nei meravigliosi anni 80, la decade dei Cobra, dei Commando e dei Rambo.

D’altronde le cose che ci piacevano di più all’epoca, insieme ai mostri che sputavano sangue e bile, erano le pellicole dove si menava più che parlare, e, madonna ragazzi, che sganassoni. Questi erano importanti e basilari elementi che rendevano un film qualunque una vera esperienza di culto. Peccato che Surrender no more fosse una mezza sòla: Van Damme, strillato nella locandina, era presente per dieci minuti massimo, nella parte di un russo cattivo, Karl Andrei, alla faccia che eri più russo te con i capelli neri e il colorito olivastro. Ma non solo: il protagonista era un ragazzino sfigato, ma sfigato sfigato, con problemi di bipolarismo tanto da vedere il fantasma di uno scemo vestito da Bruce Lee che neanche assomigliava a Bruce Lee. Quindi ricapitoliamo: siamo passati da film figo con Van Damme che mena tutti a film sfigoso come Peter Griffin vestito da Alì Babà, una cosa che neanche a raccontarla ci potresti credere, un film con Van Damme senza Van Damme, con Bruce Lee che torna dal mondo dei morti per allenare un ragazzo senza motivo apparente che non fosse la demenza dello sceneggiatore. In più ci si mette pure la distribuzione italiana che importa il film in vhs come Kickboxers – vendetta personale spacciandolo per il seguito del successone Kickboxer che ha consacrato Van Damme insieme a Senza esclusioni di colpi (tutti film posteriori, ma usciti nel Bel paese prima di questa “perla”).

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No Retreat, No Surrender miscela con la grazia di un elefante Karate kid di Avildsen con una serie di idiozie di tutto rispetto che non potete non sapere, il prezzo sarebbe una follia ala Lovecraft. Proveremo perciò a commentarvi nel dettaglio questo film. All’inizio c’è un padre che fa il karate (ehi ma non era kickboxer?) che è bravo bravo, ma arrivano dei russi capitanati da un nanetto tipo Dotto, ma laccato come un italiano nei film di Scorsese, che fuma pure il sigaro alla motherfucker badass, che vuole la palestra del pover’uomo per “conquistare New York”. Ora io mi chiedo ma cazzo se ne fa la mafia russa di una palestra grande come il mio bagno, sporca e senza neanche un attrezzo per allenarsi? Oh Ivan Drago si pompava in un posto che sembrava la Nasa degli atleti non nella bettola della Sora Lella, ma è anche vero non sono un mafioso russo e quindi non ho ben presente i piani di conquista dei bolscevichi contro il capitalismo a stelle e strisce, probabilmente il prossimo passo sarebbe stato “Ehi compagni conquistiamo tutti i chioschi di hot dog di Seattle!”. Mi dico però che siamo in un film americano e quindi i russi un po’ scemi devono essere.

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Ecco questi mafiosi sono tre, il capo più due guardie del corpo, una è appunto Van Damme, ed è proprio Gianniclaudio ancora non famoso, con lo sguardo perso di “devo fare successo devo fare successo” ma la consapevolezza di “chi me l’ha fatto fare?”, che spezza la gamba al padre e pesta il figlio, lo scemotto bruceleeano che vi accennavo poco sopra. Segue il cambio città e ritroviamo la famigliola infelice, composta da padre zoppo, figlio pazzo e madre che si vedrà si o no due volte, ma tanto è un film macho e chissenefrega delle donne, scappata a gambe levate in altri lidi, con la promessa “Basta karate” (ma non era kickboxer ripeto?). Per aggravare le cose il ragazzo è ossessionato da Bruce Lee, roba che non tiene nascosto sotto il materasso della cameretta la rivista Big tits, ma giornali ritraenti il suo idolo a petto nudo.

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Ecco il ragazzo, già da questo, si potrebbe capire non ha le rotelle a posto con l’aggravante di principio di confusione sessuale che viene peggiorata da Mumba o Samba o Abdul, il vicino di casa negro (si perchè è proprio una cosa razzistissima solo a descriverlo) che fa la solita spalla comica, senza far ridere per altro. Questo nuovo personaggio si veste da Michael Jackson sfigato in Thriller, balla la breakdance controfigurato e guarda lascivo il protagonista in una serie di siparietti che si vogliono comici, ma altamente gay, che sfoceranno nella scena davvero incredibile dove vediamo il negretto mangiare un gelato mimando una fellatio sedendosi sul pacco del suo amico che fa flessioni tra due sedie in calzoncini da “Debbie si fa Dallas e pure il Canada”. Ma il peggio deve ancora arrivare, vi giuro, ed ecco che spunta fuori un ciccione malvagio, un ragazzotto che il clichè da Goonies in avanti vorrebbe essere un simpaticone un po’ cazzaro ed invece è un grassone molesto con la voce da castrato.

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Questo personaggio, incredibile e a suo modo geniale, non è rappresentato psicologicamente meglio di “Grande Puffo contro Gargamella”, di lui si sa solo che è circondato da finti amici golosi di cheeseburger e che non sa mangiare nulla senza sbrodolarsi di salsa il viso. Dopo un battibecco con il protagonista del tipo “Ehi Bruce Lee, scappa che scorreggio” e quello di tutta risposta “Uaaaaaaa sono il discepolo del piccolo drago, fatti sotto culone molle”, si scoprirà che il ciccione è un membro della palestra di un gruppo di karatechi cattivi che non esiteranno ad umiliare il nostro eroe. Segue una diatriba col padre zoppo che, continuando senza motivo avercela col figlio, gli urlerà frasi senza senso tipo “Il karate è vita! Non devi fare a botte” con l’idea che dietro questo film ci sia una cellula preistorica di Scientology che vuole minare la vostre certezze di tutti i giorni. Scopriamo qui che il giovane ha una fidanzata, pure bona, e che il capo dei bulli della palestra è innamorato di lei, un certo Dino “spaccaossa” Ramsey. Naturalmente botte da orbi con scene marziali di sodomissione quasi sessuale e il protagonista che corre piangendo dal “suo” negretto.

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Ora voi dovete spiegarmi dov’è spuntata questa fantomatica fidanzata, no perchè io ho visto il ragazzo parlare solo con il suo amico Buana e al max con il ciccione “ti spacco il culo a suon di frittelle”, quindi mai, e dico mai, una sola volta che l’ho sentito citare lei in un dialogo, ma ecco che, sbam, appare per magia, regina dell’eterosessualità (forse) salvata. Vi ricordate vi dicevo che Bruce Lee in carne ed ectoplasma allenava lo sciroccato protagonista? Ecco, un fascio di luce, una porta aperta nell’Aldilà e, musica ambient da brutto kung fu movie, voilà che appare il Piccolo Drago in versione molesta (da’ gli scappellotti al suo allievo, lo inizia ad allenamenti assurdi tipo “ti lego la gamba cerca di volare con la forza della mente” e così via). Intanto però Buana vede il suo amore in preda alla follia allenarsi da solo pateticamente e parlare col vuoto (“Va bene Bruce?”) in una scena che muore e finisce lì in un montaggio abborracciato e dilettantesco. Ma il peggio a livello narrativo sta arrivando, la sagra del delirio: il padre da campione di karate è diventato puliscicesso di un bar per camionisti, ma non solo, anche punching-ball di teppisti in vena di giocare a “io prendo a calci lo zoppo”. L’uomo per un po’ subisce, ma poi si ribella prendendole ancora di più. Ecco che arriva il Bruce Lee psicolabile, due calci, tre urletti, e salva il genitore. Abbracci e baci “Avevi ragione il karate è anche spaccare il culo ai teppisti” e si arriva al momento clou: mafia russa contro l’America a colpi di arti marziali.

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Infatti i mafiosi capitano per sbaglio pure nella nuova città dove si è rifugiata la famiglia del protagonista, addocchiano una palestra a caso, quella del ciccione per intendersi, e dicono “Conquistiamo pure questo pezzo di mondo”. Stavolta però sfidano a duello i migliori karatechi locali: tutti contro Van Damme. Sticazzi dico io, contro Van Damme non si può vincere. Il belga in versione maledetto figlio di puttana russo la prima cosa che fa per dire “Ehi sono Jean Claude Van Damme! Un giorno sarò famoso” è fare la famosa spaccata in versione gradasso. Ma ricordatevi vige la regola del serpente assassino pure qui: puoi essere bravo quanto vuoi, sparare razzi su per il cùo come Godzilla, avere il potere di Crom, ma quando incontri il protagonista diventi scemo per ragioni di sceneggiatura, cominci a menare l’aria, guardare il vuoto con aria sognante e per forza di cose, sbam, cadi a terra. Così Van Damme fa l’errore della sua vita: dopo una grattata di palla e tre sbadigli decide di alzare le mani contro la fidanzata del nostro eroe! Non l’avesse mai fatto! Uaaaaaaaaaaaaaa, calcio volante e il belga è a terra. Non serve togliersi la maglietta per mostrare i muscolacci, Gianniclaudio, sei praticamente già al tappeto. E così accade. Folla in delirio, i russi sono già a Cracovia a parlare con Gorbaciov (“Un altro americano ci ha fatto il culo dopo Stallone”) e palpatine dell’amico Buana mentre il nostro eroe bacia la sua donna. Fine.

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Ma io mi dico: è mai possibile che questo guazzabuglio indecente l’abbia girato Corey Yuen?, uno dei migliori coreografi di scene d’azione di Hong Kong, uno che da regista ha girato almeno tre cult, The transporter, So close, e, il manuale per la masturbazione nerd, Dead or alive con le patatine menanti più arrapanti del globo. No no, io non ci posso credere perchè neanche una scena di questo film rispecchia la sua bravura, dev’esserci un errore tipo che so “Corey Yeun è uscito con due prostitute a chi facciamo girare sto film?” ed ecco che arriva Banjin, il pulisciscale della produzione, che prende la macchina da presa al contrario mentre i produttori sorridendo esclamano “Tanto sempre muso giallo è”.

Però vi consiglio questo Kickboxers perchè è uno di quei film che devi vedere prima di morire, uno di quei film che nella loro cialtronaggine ti fanno amare il buon cinema e rimpiangere tutte quelle pellicole alimentari che ci facevano spanciare dalle risate e che ora, se esistono ancora, sono molto meno divertenti. Chissà saremo cresciuti noi? Eppure Buana un posto nel mio cuore ce l’ha, maledetto piccolo negretto frocio.
Ora mi manca solo di vedere Bruce Lee. Uatà!

Andrea Lanza

Kickboxers – Vendetta personale

Titolo originale: No retreat, no surrender

Anno: 1986

Regia: Corey Yuen

Cast: Kurt McKinney, Jean Claude Van Damme, J. W. Fails, Kathie Sileno, Tai Chung Kim, Kent Lipham, Ron Pohnel, Dale Jacoby, Peter Cunningham, Timothy D. Baker

Durata: 90 min.

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