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Fra gli scrittori di racconti horror, Edgar Allan Poe è stato sicuramente uno dei più “saccheggiati” dal cinema di paura: basti pensare ai numerosi numerosi film americani della AIP ispirati, più o meno fedelmente, ai suoi scritti. In alcuni casi, lo stesso racconto è stato trasposto su pellicola in varie occasioni: è questo il caso de Il pozzo e il pendolo (1842), ambientato durante l’Inquisizione spagnola e focalizzato su un prigioniero sottoposto alla tortura che dà il nome al racconto (legato in cima a un baratro sotto una lama oscillante che si avvicina sempre di più). Dopo un cortometraggio francese del 1909, la prima autentica trasposizione cinematografica avviene proprio ad opera della AIP, che produce Il pozzo e il pendolo (1961) di Roger Corman, con Vincent Price e Barbara Steele. Un bel film, realizzato in uno stile gotico “all’inglese”, molto diverso dall’altra celebre e omonima versione, realizzata nel 1991 dall’americano Stuart Gordon, regista abile sia nell’horror “fantascientifico” (Re-animator, From beyond, Dagon) che in quello gotico (Dolls, Il pozzo e il pendolo, Castle Freak).

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Se Corman puntava di più sull’angoscia psicologica e sull’alternanza tra realtà e soprannaturale, Gordon mette in scena una vicenda grandguignolesca dove è la tortura fisica a farla da padrone, per poi prendere una sterzata soprannaturale nella parte conclusiva. Dunque, è forse meno fedele a Poe rispetto al film di Corman, ma più appassionante, più bello visivamente e anche più “horror” nel senso autentico della parola. In entrambi i film, comunque, si è dovuto per forza di cose creare una vicenda attorno alla tortura del “pozzo e il pendolo”, visto che il racconto di Poe era focalizzato interamente sull’episodio, ma un film ha bisogno di una trama più estesa per coinvolgere lo spettatore (a meno di fare un cortometraggio).

Il pozzo e il pendolo di Gordon (sceneggiato da Dennis Paoli) è ambientato, come ci avverte la didascalia iniziale, in Spagna nel 1492, quindi verso la fine del Medioevo. Siamo in pieno periodo di “caccia alle streghe” e l’Inquisizione compie atrocità di ogni tipo sotto la guida di Torquemada (Lance Henriksen). La giovane Maria (Rona de Ricci), moglie di un panettiere, assiste al rogo di una donna accusata di stregoneria e interviene in difesa di un bambino, venendo a sua volta imprigionata come presunta strega. Mentre il marito cerca invano di liberarla, Maria assiste e viene sottoposta alle torture più barbare. Anche l’uomo viene catturato e deve subire la tortura del “pozzo e il pendolo”. Ma una maledizione lanciata sul rogo da una vera strega ribalterà la situazione in favore degli sfortunati prigionieri.

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Uno dei punti di forza del film è proprio l’accurata e sfarzosa messa in scena, un “Grand Guignol” dal sapore un po’ kitsch a cui contribuiscono in egual misura la fotografia (Adolfo Bartoli), gli effetti speciali (Giovanni Corridori), le scenografie (Giovanni Natalucci), i costumi (Michela Gisotti) e il trucco (Greg Cannom, Adriana Sforza, Keith Edmier, Robert Clark). Buona parte delle maestranze sono dunque italiane, e questo si spiega col fatto che i produttori sono Albert e Charles Band (cioè Alfredo e Carlo Antonini, padre e figlio), operanti negli Stati Uniti ma di origine italiana (Albert Band, negli anni Sessanta, collaborò anche ad alcuni “spaghetti western”): più o meno la stessa cosa avverrà con Castle Freak (1995), dove addirittura la location sarà italiana.

Essendo Il pozzo e il pendolo ambientato quasi tutto in un castello, dunque girato in interni, la fotografia e le scenografie sono più che mai fondamentali per la riuscita del prodotto: i colori caldi e saturi (valorizzati da un’ottima fotografia che “dipinge” in maniera nitida luoghi cupi e illuminati solo dalle torce) e le sfarzose ricostruzioni (la stanza delle torture, ma anche le oscure celle, le sale del castello e il passaggio segreto “decorato” con dei teschi) conferiscono al film un’atmosfera da brividi, tragicamente realistica ma al contempo volutamente “caricata” nei colori e negli effetti speciali, con un ottimo effetto gotico-barocco. Le musiche di Richard Band, con i toni bassi e lugubri evocanti atmosfere sepolcrali (in stile Carmina Burana, per intenderci), completano l’opera.

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Il sangue e la crudeltà delle torture sono uno dei cardini del film: anzi, la solida regia di Gordon (pur non risparmiando alcuni momenti del suo consueto umorismo macabro, come lo scheletro frustato all’inizio) mostra una cura certosina nel mettere in mostra ogni tipo di tortura possibile e immaginabile. Oltre al “pozzo e il pendolo” (che, come nel film di Corman, incontriamo verso la fine), il regista guida lo spettatore in questo museo degli orrori (quasi un inferno dantesco), tra Vergini di Norimberga, celle luride e oscure, strumenti di trazione corporale, lingue mozzate, sedie roventi, uomini coi piedi sul fuoco o costretti a ingurgitare sostanze varie. Le scene splatter e orrorifiche abbondano: basti pensare a Torquemada che taglia la lingua a Maria con una forbice, il topo tagliato in due dal pendolo e spappolato con la mano da Antonio, l’inquisitore trafitto dai pali di ferro nel pozzo. Notevole anche la sequenza della strega che viene bruciata viva, per poi tornare come scheletro a perseguitare Torquemada.

L’americano Lance Henriksen, specializzato in film horror e di fantascienza, col suo sguardo torvo dà vita a uno degli inquisitori più crudeli e inquietanti del cinema, degno di Vincent Price (Il pozzo e il pendolo di Corman, Il grande inquisitore) e di Fred Abraham Murray (Il nome della rosa). I due coprotagonisti, cioè i perseguitati Maria e Antonio, sono interpretati da due attori poco conosciuti ma efficaci, Rona De Ricci e Jonathan Fuller. Fra i consiglieri di Torquemada troviamo Jeffrey Combs (Francisco), attore-feticcio di Gordon e celebre per il ruolo del dottor Adam West nella saga Re-animator. Da notare anche la presenza dell’italiano Benito Stefanelli, celebre villain di numerosi western e polizieschi nostrani, nel ruolo del boia. Infine, cammeo del sempre immenso Oliver Reed nella parte di un cardinale inviato dal Papa in Spagna per porre fine alle torture dell’Inquisizione, e destinato a essere murato vivo per ordine di Torquemada.

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Il pozzo e il pendolo contiene, oltre allo strumento del titolo (anticipato da un modellino presente sulla scrivania di Henriksen), anche altre citazioni da Poe: La botte di Amontillado, da cui si disseta Oliver Reed, La rovina della casa degli Usher (Rona De Ricci sepolta in stato di catalessi), Il seppellimento prematuro (Reed e la De Ricci sepolti vivi).

Da notare, infine, anche due scene che vogliono forse citare dei precedenti horror gotici: il cardinale murato vivo ricorda una scena simile presente nel Pozzo e il pendolo di Corman (dove è una donna a subire questa terribile sorte), mentre la strega che lancia una maledizione dal rogo richiama alcune situazioni che incontriamo spesso nel gotico italiano (La maschera del demonio di Bava, I lunghi capelli della morte di Margheriti).

Davide Comotti

Il pozzo e il pendolo

Titolo originale: The pit and the pendulum

Anno: 1991

Regia: Stuart Gordon

Cast: Lance Henriksen, Rona De Ricci, Oliver Reed, Jeffrey Combs

Durata: 90 min.

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