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Dedicata alla scomparsa del “Solista del mitra”
LUCIANO LUTRING
(Milano, 30 dicembre 1937 -Verbania, 13 maggio 2013)

La storia di ”Luciano”
 
Frase di lancio originale del film

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Luciano Lutring è morto il 13 maggio scorso, all’età di 75 anni.

Non era possibile non ricordarlo anche cinematograficamente, grazie a questo bel film noir che Carlo Lizzani diresse nel 1966, come un instant movie a pochissima distanza dai veri fatti narrati nella pellicola. Egli è interpretato dal ben diverso e più aitante, ma bravo, attore austriaco Robert Hoffmann, molto attivo nel cinema italiano per tutti i settanta. Nel film sono presenti anche Gian Maria Volontè, Claudio Camaso (ovvero il fratello Claudio Volontè nell’unico film girato assieme, la cui vita tumultuosa e tristissima fine suicida in carcere nel 1977, meriterebbe un film a parte)  e Lisa Gastoni, che ebbe il Nastro d’Argento e persino il Golden Globe negli Stati Uniti come Miglior attrice per il ruolo di Elsa Candida Pasini, dal nome d’arte di Yvonne Candy/Lutring, la donna della vita di Luciano, e per la quale egli si trasferì a Parigi dalla natìa Milano nella quale la sua fama di malavitoso oramai non conosceva limiti, diventando anche oltralpe il più famoso bandito “ladro e gentiluomo”, della sua epoca. In quegli anni, come Lizzani con il suo stile aggressivo e dinamicamente efficace ci mostra, il nome e la figura di Lutring divennero una leggenda, “il solista del mitra” come da soprannome per l’abitudine di nascondere il suo fucile mitragliatore nella custodia di un violino, e così arrivare sulla scena delle sue rapine, mise a segno un record pressochè ineguagliato di colpi e bottini, realizzando non decine ma addirittura centinaia, di rapine, tra l’Italia e la Francia, si parlava ma questo nel film non viene menzionato, di addirittura una cifra assolutamente imperbolica non solo per i tempi, quali trenta miliardi di lire dell’epoca.

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Lizzani realizza con questo film, ancora di poco precedentemente al più famoso “Banditi a Milano” con Volontè grandioso protagonista nei panni di Felice Cavallero, un primo grande ritratto del gangster dalla vita fatta di esibizionismi narcisistici e lussi derivanti da uno stile di vita garantito dal “crimine che paga”: bellissimi alberghi di lusso, automobili fuoriserie, tante belle femmine, e beato lui!

Nella Milano del dopoguerra nella quale Luciano/Robert Hoffmann, (bravissimo nell’interpretazione pur se così diverso da quello vero),  cresce e trascorre la sua adolescenza, nato da Elvira Minotti e Ignazio Lutring, purtroppo senza molto spazio nel film per esigenze di condensazione, (i quali pare avrebbero voluto fare di lui un violinista, da qui il successivo “improprio” utilizzo della custodia), egli dicevo ben presto ha modo di mettere in mostra un carattere dall’attitudine naturalmente incline alla ribellione, e ad uno sconfinato amore – e come dargli torto- per le belle ragazze e la vita di lussi, soddisfazioni e agiatezze. Come si vede anche nel film, e si può leggere nelle pagine sulla sua vita, egli grazie ad una sua conoscenza entra in possesso di quella che sarà la prima pistola che userà, una Smith & Wesson della polizia canadese -(“senza pallottole, in quanto non erano più in commercio”, cit. da Wiki)- facendosi soprannominare da quel momento per la gente del quartiere popolare che lo conosceva fin dall’infanzia, “l’Americano”.

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Lizzani ci mostra anche l’importantissimo momento del suo primo atto criminoso, ma in questo caso è da lasciare la parola, sempre da Wiki, allo stesso Luciano Lutring, di come si sarebbero irresisitibilmente e romanticamente, in maniera puramente casuale, svolti i fatti di questa sua prima rapina:

« Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai. Ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato credette che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino. »

Da quel preciso momento di svolta e da quel giorno inizia la vera carriera di Lutring, una serie infinita e apparentemente inarestabile di rapine pare molto remunerative, in si dice più di cinquecento fra banche e negozi, sempre tramandate alle cronache dei giornali e ai posteri per via di alcune sue “perle” e battute in puro dialetto meneghino, e rilasciate ai testimoni durante le sue temerarie azioni, contribuendo così e di molto a farne quel che si poteva ancora definire un “eroe popolare” . La sua fama era oramai in costante crescita, e non soltanto nella Milano di quegli anni sessanta, già di flessione da nessuno riportata se non dal grande Bianciardi, del cosìddetto “Boom”.

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“Sono stato latitante per sette anni, in Francia che considero la mia seconda patria, Belgio, Svizzera, Olanda, Lussemburgo. Vivevo rapinando gioiellerie, ma solo quelle con i marchi più importanti, Cartier, Rolex, Van Cleef e Arpels, non andavo a rubare le sveglie. Mi truccavo con baffi posticci, modificavo il mio aspetto e falsificavo io stesso i miei documenti di identità. Grazie alle mie donne disponevo di case dove nascondermi o alloggiavo in alberghi di lusso dove non chiedevano i documenti. Ho anche pranzato in ottimi ristoranti avendo come vicini di tavolo prefetti o ispettori di polizia che mi stavano cercando.”(Op.cit.)

Lizzani in questa fase del film fa qualcosa che ancora quasi nessuno aveva fatto nel cinema italiano, e che avrebbe ancora più affinato ed esteso nel successivo, citato, “Banditi a Milano”, se non aveva già fatto solamente Florestano Vancini nel precedente, splendido, “La Banda Casaroli” (1962).
Ovvero, confeziona delle eccellenti sequenze d’azione e di rapina.
Una di queste è impressionante, con tanto di automobile esplosa e in fiamme, Lutring/Hoffmann che vi si staglia di fronte, eskimo appropriatamente indossato e iconico fucile mitragliatore imbracciato a due mani. Immagine talmente iconica che verrà ritrovata poi praticamente ovunque, sulla videoarcheologica cassetta della Technofilm, unico supporto originale sul quale il film sopravviva, tutt’ora stante, come sulle ristampe in CD della Dagored nel 2005 e della GDM nel 2006, della splendida colonna sonora jazzistica di Ennio Morricone, con il celebre tema “Una Stanza vuota”, cantato proprio da Lisa Gastoni. Tema talmente famoso che è stato rifatto e inserito nel celebre e straordinario album tributo del 1986 di John Zorn, “The Big Gundown: John Zorn Plays the Music of Ennio Morricone”, nella sua irrinunciabile “15th Anniversary Edition -Extra Tracks, Original Recording Reissued, Original Recording Remastered” , pubblicata su CD nel 2000.

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Tornando al film e quindi alla vita del Lutring, egli si trasferisce negli stessi anni a farsi le sue “ferie” da bandito sul mare di Cesenatico, nella riviera di Romagna, per unire il dilettevole all’evidente utile di affinarsi nelle rapine e nei furti ai danni di facoltosi turisti e vacanzieri.
Lì incontra rapinandola, la Elsa/Yvonne Candy che diventerà come detto la donna fino ad allora più importante della sua vita, una giovane modella della Valtellina ma allora residente in Svizzera, a Zurigo. La Gastoni era all’epoca di una bellezza veramente portentosa, rendendoci molto credibile che Hoffmann come Luciano nella vita reale, ne cadda perdutamente innamorato. Per poterla conoscere egli raccontava e nel film viene ripreso, che finse di averle ritrovato le valigie trafugate.
Molto velocemente come raramente nella vita si ha la fortuna che accada, i due si sposeranno e resteranno persino legati per molto a lungo, nonostante la loro tumultuosa, e contrastata, esistenza.

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Infatti, in Italia come in Francia, egli venne dichiarato il “nemico pubblico numero uno”, e pur riuscendo a sfuggire alle polizie europee addirittura per anni, c’era da eludere una caccia e dei metodi sempre più stringenti di repressione da parte delle autorità, francamente via via più duri e risoluti. Questi metodi della polizia del tipo “prima spara, poi dagli l’alt!”, sono molto ben mostrati da Lizzani.
Meno di un anno prima dell’uscita del film, il 1° di settembre del 1965, Lutring viene alla fine catturato e arrestato a Parigi, dopo essere stato ferito in un conflitto a fuoco. Condannato inizialmente a ben 22 anni di carcere e pur senza aver mai ucciso o ferito gravemente nessuno, e qui il film ovviamente si ferma, ne sconta alla fine comunque ben 12. E’ durante la sua prigionia nelle prigioni francesi che comincia a scrivere e a dipingere guadagnandosi una seconda vita e notorietà grazie alle sue riconosciute doti in entrambi gli ambiti, tiene persino una corrispondenza con il Presidente dell Camera di quegli anni, Sandro Pertini, figura di socialista oppositore al fascismo e per questo esule in Francia, poi capo partigiano, da sempre ammirata dal Lutring.

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Fine (momentanea) della storia:

Georges Pompidou, l’allora Presidente della Repubblica Francese, lo grazia e Luciano può così tornare in Italia, dove deve scontare ancora un ulteriore internamento per scontare una pena nella casa circondariale di Brescia. Si dovette aspettare il 1977, per la grazia definitiva del Presidente Giovanni Leone.
“Da 30 anni sono un uomo libero, dal 27 marzo 1977 quando ho ricevuto la grazia dall’allora presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone.
Ricordo quella mattina, quando un brigadiere mi chiamò all’ufficio matricola del carcere Canton Mombello di Brescia . Gli agenti mi accolsero per la prima volta sorridenti e quasi felici di vedermi. Dopo qualche attimo di attesa fui raggiunto dal maresciallo che mi disse che il direttore mi attendeva. Mi prese l’angoscia perché solitamente il direttore convocava per comunicare gravi lutti in famiglia. Quale dei miei famigliari?
Entrato nel suo ufficio, il direttore mi venne incontro e mi accolse con una cordiale stretta di mano dicendo:

– Lutring sono lieto di comunicarle che il Capo dello Stato le ha concesso la grazia. Stiamo attendendo il fonogramma per la sua immediata scarcerazione. –

Questi avvenimenti, malgrado siano passati 30 anni, mi danno la forza per superare i momenti di tristezza e per continuare a vivere” (Op.cit.)

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Sempre in quell’anno avrà pure un figlio Mirko, nato dalla relazione con Dora Internicola. Vita però ancora ottenebrata dalle tragedie, quella di Luciano. In un un infausto incidente avvenuto il 17 gennaio 1991 il figlio infatti morirà.
Nel 1985 Luciano si era nel frattempo sposato con Flora D’Amato da cui si separerà nel 1997, ma che gli darà due figlie gemelle, Natasha e Katiusha.
Per tanti anni dall’uscita del carcere Lutring si dedicherà e con indubitabile successo, alla pittura e all’attività di scrittore, sostenendo numerose mostre, collettive come personali, e venendo insignito di insospettabili e numerosi premi e riconoscimenti. Si era inoltre con la moglie dedicato all’apertura e alla gestione di un a lungo noto e di notevole successo, ristorante tipico della cucina milanese.
“Oggi posso fare un bilancio della mia vita da uomo libero:
Due splendide figlie gemelle, Katiusha e Natasha che hanno vent’anni, la pittura che è stata il punto di partenza della mia seconda vita, e per cui ho anche conseguito numerosi premi, i libri, “Una storia da dimenticare” del 2004, “Catene spezzate” del 2006, “Come due gocce d’acqua” del 2007. Tutti i mie ultimi libri, compreso il prossimo sono pubblicati da Agar Edizioni.

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All’inizio del 2008 uscirà un nuovo libro, “L’amore che uccide”, storia romanzata ispirata a racconti appresi in carcere da un compagno di cella, di un legionario che ha legami con l’OAS (Organisation Armée Secrète) francese del generale Raoul Salan, fiero oppositore del governo di Charles De Gaulle.
Dopo “Svegliati e uccidi” per la regia di Carlo Lizzani del 1965 è in fase di lavorazione un altro film sulla mia vita che verrà realizzato dalla Cattleya di Roma, tratto dai due libri autobiografici recenti, “Una storia da dimenticare” e “Catene spezzate” e per il quale sono consulente tecnico al casting.
Il mio sogno è di vederlo realizzato prima del mio ultimo traguardo.” (Op. cit.)

Cinematograficamente parlando si trova da più parti una voce secondo cui nel 1975, un altro film sarebbe stato pur se lontanamente, ispirato alle sue gesta e alla sua figura. Se non altro meramente e unicamente sull’aspetto fisiognomico. Si tratterebbe del tra l’altro veramente bellissimo, “Lo Zingaro”(Le Gitàn) -del quale rimando ad una mia recensione- con uno splendido e carismatico Alain delon, diretto dal grande regista francese di noir Josè Giovanni, e tratto dal suo altrettanto splendido romanzo, “Histoire de Feu”.
Ispirazione attribuita alquanto discutibile e tirata per i capelli, anche perchè Giovanni si è sempre dichiaratamente riportato alle sue note passate vicende personali criminali, giudiziarie e poi penali addirittura di condannato alla ghigliottina, così magistralmente descritte e ispirate nei suoi numerosi libri e scritti, e poi nei film. Però tant’è, e così ve la riporto.
“La mia è stata una vita avventurosa, ai margini della società, con grandi amori, fughe spericolate, ma fortunatamente con un lieto fine.”
“[…]Oggi vivo sereno a Massino Visconti, sulle colline sovrastanti il Lago Maggiore, scrivo, dipingo e sono un uomo libero. L’unico legame con il mio passato è che ancora la gente che incontro mi riconosce e mi indica come « Il solista del mitra ». Festeggerò il mio compeanno in famiglia con un’enorme vassoio di profiteroles e bevendo champagne.”

Da un’intervista del 2007 per Milano Nera, in occasione dei suoi 70 anni (Op.cit.)

Aveva anche già da tanto tempo scelto l’epitaffio per la sua tomba, Luciano:

« Qui giace un uomo che da vivo ha corso molto e che da morto vorrebbe riposare in pace »

Golden Globes, per l’Italia Anno 1967 Ha Vinto il Golden Globe come Best Actress (Miglior Attrice)
a Lisa Gastoni

Sindacato Nazionale Italiano dei Giornalisti Cinematografici Anno 1967 Ha Vinto il Nastro d’Argento come Miglior Attrice Protagonista a Lisa Gastoni

Napoleone Wilson

Svegliati e uccidi (Lutring)

Titolo alternativo: Il solista del mitra

Anno: 1966

Regia: Carlo Lizzani

Cast: Robert Hoffmann, Lisa Gastoni, Gian Maria Volontè, Claudio Camaso, Renato Niccolai, Ottavio Fanfani, Gianni De Luca, Corrado Olmi

Durata: 100 min.

VHS: Cinehollywood

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