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Bellissimo, cultissimo questo parto aussie di Richard Franklin qui come Richard Bruce, come? Si, avete capito bene, proprio lui, il regista di “Patrick”, “Road Games”, “Psycho 2“, “Link” e “FX 2”, qui veramente in grande spolvero. Basterebbero i soli titoli di testa a lanciare la pellicola di Franklin nel gotha delle produzioni sexy settantesche, con i primissimi piani di capezzoli titillati e vulve giganti, chissà i fortunati che se lo sono goduto in sala, rigorosamente non rasate; finiti i credits, la macchina da presa carrella all’indietro per un totale della stanza da letto su cui l’attrice (uncredited) orgasmava, per introdurre l’host della situazione, Professor. Jurgen Notafreud, alias John Bluthal, non accreditato, che, rivolgendosi direttamente al pubblico in sala, enuncerà una specie di classifica delle fantasie sessuali femminili, riallacciandosi alla psicanalisi, quindi ego, super-ego, traumi infantili e quant’altro, al solo scopo di mostrare in widescreen tette, cazzi e fighe. E cosa c’è di meglio di un film antologico per illustrare al pubblico una sana dose di sesso simulato e, soprattutto, non simulato? Niente, quindi via con lo spettacolo, che comprende nell’ordine:

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“Beauty Parlour”: una giovane donna (Dee Dee Levitt, notevole bellezza tipica dei seventies, vista poi solo nel seguito della pellicola in questione) si reca in un salone di bellezza dove tre professionisti del settore, il parrucchiere (Stan Stretton), il manicurist (John Green) e il barbiere (Sam Compton) le faranno un servizio completo con massaggi e titillamenti vari fino a farle raggiungere l’orgasmo tramite rasoio durante la rasatura della passera. Grande inizio.

“Card Game”: durante una partita di strip-poker, un tipo si gioca la moglie (Maria Arnold, già avvistata in diverse produzioni settantesche, anche “Necromania: A Tale of Weird Love [1971] di Ed Wood, bella morettona con fisico burroso che fu una delle schiave in “Flesh Gordon”, tra le altre cose), annoiata e insoddisfatta, che a mano a mano si spoglierà completamente per essere poi sbattuta dagli altri giocatori prima sul divano e poi sulla sedia a dondolo, grande scena, fino all’orgia finale a cui parteciperà anche il marito (Kirby Hall) con tutto il gruppo, William “Bill” Margold compreso, famoso hardista della Golden Age, regista e produttore ancora in attività. Le altre partecipanti al partouze sono Helen O’Connel e Wendy Cavanaugh qui come Cavenaugh, mah.

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“Wearing the Pants”: una casalinga piuttosto infoiata (la bellissima Gretchen Gayle, vero nome Gretchen Rudolph, avvistata pure in “The Dicktator” di Perry Dell) scopre un feticista (Con Covert, caratterista spesso presente uncredited nei porno settanteschi) nel giardino intento a rubarle la biancheria intima per poi indossarla. Preso letteralmente per le orecchie, la donna di casa lo piegherà a novanta gradi sul tavolo inculandolo con un godemichè. Peccato si tratti solo di una fantasia. Grande segmento, divertentissimo e arrapante grazie alla magnifica Rudolph, chioma nera e fisico da sturbo. Grandissima quando estrae dal cassetto della cucina tutti gli strumenti di piacere. Cult.

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“Nightmare Alley”: la fantasia ricorrente (?) sulla violenza sessuale; una giovane donna (Rene Bond, una valanga di titoli sexploitation, tra i quali il mio cult personale “Country Hooker” [1974] di Lew Guinn) cammina per strada di notte. Visibilmente impaurita, continua a guardarsi alle spalle. Appunto. Verrà rapita da un pugile nero nudo e con capigliatura afro che la violenterà sul ring. Nessuna violenza disturbante, anzi, Felicity (esatto, proprio come il titolo del film di John D. Lamond con Glory Annen) apprezzerà molto la prestazione di questo Apollo Creed softcore (Al Williams). Delirio totale.

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“The Girls”: il segmento meglio girato di tutto il metraggio; due donne, Maria Lutra (vista solo in “Auditions” dello specialista Harry Hurwitz, consigliato) e Uschi Digard (non ha certo bisogno di presentazioni, bomba sexy definitiva dei seventies, ci vorrebbe un post a parte solo e unicamente per lei, attrice meyeriana e pure hardista conclamata, vedi il super cult “John Holmes and the All Star Sex Queens” [1980]) si incontrano in una sauna, scatta subito il lesbo, corpi nudi, sudati, bellissimi, arrapanti, che si incastrano come figure geometriche. Palma d’oro. Magnifico. Franklin ha occhio per il sexy.

“Fruit Salad”: ecco a Voi nientemeno che Sua Maestà John Holmes in persona! Una giovane moglie lasciata sola a casa dal marito, gelosissimo secondo quanto raccontato dalla voce fuoricampo che introduce il segmento, si rilassa in piscina quando, all’improvviso, non emerge dalle acque Neptune, con tanto di enorme cazzo sventolato di fronte alla macchina da presa. Comincia così una specie di “Nove Settimane e Mezzo” ante litteram, condensato in pochi minuti di girato, in cui i due si spalmano frutti assortiti e panna sul corpo. John succhia pesche e capezzoli dell’orientale Imogene (Maria Welton, probabilissimo pseudo, comparsa solo in questo ambito a quanto pare, ma non si può mai dire) per poi finire in piscina con pompino subacqueo e conseguente sessantanove, non simulati, e scopata ripresa prevalentemente dal basso. Unico cimento hardistico di tutta quanta l’opera. Non del tutto esaltante, ma l’uscita di John dalla piscina vale la visione.

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“Mother’s Darling”: Johnny (il carneade Gene Allan Poe, con un nome così impossibile non essere almeno incuriositi da questo misterioso personaggio, che poco o nulla fece in ambito cinematografico) ritorna a casa dalla madre, dopo essere stato in guerra. E che madre! Cioè, Candy Samples aka Mary Gavin (punto di riferimento il sempre citato e immortale “Flesh Gordon” di Ziehm e Benveniste), due tette formato asteroide che porta subito il ragazzo in bagno, lo spoglia, lo butta in vasca, si spoglia a sua volta e via! Lo schermo é letteralmente invaso dalle bocce della Gavin, sembra quasi di vederle in 3D tanto sono straripanti. Strizzate, munte, strapazzate per la gioia del pubblico. Impagabile.

“Black Velvet”: una squillo di colore (Shayne, al suo attivo solo questo film) con fisico da urlo, riceve un cliente nel suo appartamento; fin qui tutto a posto. Il campanello suona ancora, altro cliente. Il tempo di accomodarsi e, driiin, altro giro. Una volta fatti accomodare i clienti, comincia uno strip privato che lascia ammutoliti i poveri spettatori. Il segmento minore di tutto il metraggio, scontato e un poco noioso, nonostante la performance della “Velluto Nero” Shayne, veramente molto notevole. Accontentiamoci.

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“After School”: l’episodio più meyeriano della pellicola con tanto di insegnante di mezza età (Al Ward, oscuro caratterista del cinema seventies che partecipò a “The Cremators” di Harri Essex e pure, non accreditato a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” [Blazing Saddles, 1974] di Mel Brooks) che impartisce lezione privata alla scolaretta Harriet (Sue Doloria alias Roxanne Brewer già vista nell’inequivocabile “Young Secretaries”, 1974 di Richard Kanter) maliziosa e con due tette grandi così, veramente da lasciare basiti, che disegna una bella caricatura del prof. sulla lavagna con tanto di cazzo holmesiano. Ultravixen.

“Blood Orgy”: segmento finale, con la splendida Serena, grande hardista della Golden Age, che fu compagna di Jaime Gillis, nel ruolo di Zelda, convitata in una sedicente messa nera, montata e goduta con gran gaudio dal prelato Clement St. George. Bellissima, inarrivabile e con “un corpo che urla”, Serena Robinson é un vero e proprio attentato alle coronarie dello spettatore, da riscoprire in toto tutta la filmografia hardistica dell’ attrice americana con particolare attenzione ai cimenti hard in “Serena, An Adult Fairy Tale” (1980) di Fred J. Lincoln. Suggello supremo all’antologia tutta, con sesso blasfemo, ma non troppo, anzi, tutto é filtrato dal forte sottotesto ironico. Un peccato non aver hardizzato la prestazione della ottundente Serena. Non si può avere tutto.

Domenico Burzi

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Fantasm

Anno: 1976 (Australia)

Regia: Richard Franklin

Cast: Dee Dee Levitt, Stan Stratton, John Green, Sam Compton, Maria Arnold, William Margold, Kirby Hall, Robert Savage, Helen O’Connell, Wendy Cavanaugh, Gretchen Rudolph, John Holmes

Durata: 87min

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