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E’ stato un incubo. Tutti quei morti, tutte quelle vittime. E’ iniziato tutto qualche giorno fa quando arrivai qui per un rave. E ora tutto quello che rimane è l’odore marcio della morte”.

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House of the dead” è forse il più grande esponente del nuovo genere dei videogame movie. Certo di altri film tratti da giochi ce ne sono a stati, a partire da Super Mario Bros del 1993, ma “House of the dead” è il primo a portare sullo schermo in maniera così precisa e innovativa una concezione di cinema a metà tra l’interattivo e l’horror action di fine millennio. Se con “Alone in the dark” Boll creerà, pur a discapito della narrazione, il suo film videogioco perfetto, qui siamo in un territorio di metacinema che ha ancora bisogno delle vestigia del fratello di pixel. Ma scene come l’attacco degli zombi al ritmo di un heavy metal sparato con il fragore di un fucile sono di un’anarchia visiva senza paragoni, qualcosa di così nichilisticamente estremo da diventare pop art. Per Boll è un punto d’inizio nuovo. Non poteva essere altrimenti per l’autore che con Heart of America ha stuprato il sogno americano e non ha avuto la paura di sporcarsi le mani con il sangue innocente di un massacro. Gli agnelli che non fanno dormire Jodie Foster urlano più forte. Boll lascia la strage di Columbine e si imbarca nel suo primo horror. Tra polemiche e genio.

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 Si può dire che “House of the dead” sia il capolavoro di Boll nel campo del cinema horror. E si potrebbe persino aggiungere che “House of the dead” sia un capolavoro in senso lato. Scatenato nella sua tavolozza pittorica di colori accesi e zombi caprioli, di musica frastornante e sparatorie così eleganti da sembrare balletti. “House of the dead” è ben lungi da essere quel prodotto ignorante e ignorabile, quel film così detestabilmente scadente da regalare al regista teutonico la fama di “novello Ed Wood”.

Boll sa girare molto bene. E “House of the dead” rispetto a videogame movie come “Resident Evil” e “Doom” ha il pregio di essere ironico nel suo citazionismo. Forse troppo per le platee usa e getta dei multisala.

L’ombra dei maestri del nostro cinema è evidente. Fulci, Mattei, Fragasso sono presenze vivissime all’interno della vicenda. Ma è un gusto forse troppo elitario per la massa. Il pericolo è confondere la citazione e la cazzata. Manca probabilmente la cultura per capire e cogliere in pieno quanto “House of the dead” sia pieno di fascino sotterraneo.

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 Il padre del cinema dei morti viventi è senza ombra di dubbio George A. Romero che con la sua tetralogia sugli zombi ha saputo nobilitare l’horror di una dimensione quasi inedita di critica sociale.

I suoi zombi sono famelici cannibali, ma non tanto diversi dagli stessi vivi che dedicano la vita al consumismo, divorando ogni cosa senza davvero saperla apprezzare. D’altronde non è un caso che nel remake de “La notte dei morti viventi” la protagonista Barbara dica “Noi siamo come loro… loro sono come noi…”.

Quando il massacro all’interno del rave si è compiuto i nostri eroi incontrano due loro amici, Hugh e Rudy, nascosti in una baracca. In una videocamera hanno ripreso l’orrore dell’attacco dei morti viventi. L’influenza di “Blair witch project” è evidente. E sarà una Cassandra di intuizioni visto che anni più tardi un’identica scena verrà pensata per il bel remake di “Zombi” di Romero. I due sopravvissuti elencano ai protagonisti come fare a sopravvivere. Dagli horror si impara molto. Non per niente i Rudy, uno dei due esperti di cinema, sarà l’unico superstite. Sua la voce fuoricampo all’inizio. Bello smacco per chi dice che il cinema è perdita di tempo.

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 “Stavamo tutti bevendo, scherzando, ballando. Ci stavamo tutti divertendo poi questi esseri ci hanno attaccati e hanno cominciato ad uccidere tutti. Siamo riusciti a scappare solo in pochi. Siamo arrivati alla barca, ma non c’era. E ne arrivavano sempre di più e continuavano ad uccidere. Poi abbiamo trovato questa casa e siamo entrati, siamo arrivati poco prima di voi. Credevamo foste loro. Quegli esseri sono cadaveri animati come quelli che girano nei film di Romero!”

Dove?”

Nei film di Romero! Presente la trilogia degli zombi? Dicevano avrebbe fatto il quarto prima o poi, ma non credo!”

In lingua originale si parla non di trilogia, ma di santa trilogia. Una sorta di reverenza dell’allievo al maestro. Bisogna dire che lo stile di Boll, pur essendo lontano galassie da quello di Romero, è forse l’unica strada, sicuramente la più originale, per approcciarsi ad affrontare questo tema a quasi 40 anni da “La notte dei morti viventi”. A discapito di quanto si professa in “House of the dead” però un quarto capitolo (e più tardi un quinto) della saga romeriana ha visto la luce nel 2005, “La terra dei morti viventi”.

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Il regista che, con Romero, è sicuramente la firma più autorevole sul cinema dei morti viventi è senza dubbio Lucio Fulci. Il suo “Zombi 2”, scambiato all’uscita come prodotto d’imitazione, è invece una pellicola feroce, intelligente e altamente innovativa. Fulci riporta il mito dello zombi alle origini, nella terra del voodoo e contamina con una certa abilità miti orfici e western, orrore viscerale e un finale apocalittico che ancora oggi è ricordato.

La camminata dei morti viventi verso New York in “Zombi 2” è una di quelle scene leggendarie che hanno fatto grande la storia del cinema horror italiano. E non solo.

Per Fulci il morto vivente è un’entità quasi etmoplasmabile, una sorta di spettro della ragione. La sua camminata ricorda quella dei sonnambuli, la testa ciondolante è sintomo di una decerebralità portatrice di demenza. Gli zombi del regista romano sono molto più graficamente devastati dalla morte. Almeno fino a “Zombi 3” dove cominceranno a correre e tirare di kung fu. In questa fase è nascosto il seme più vivo di “House of the dead”.

 “Zombi 3” è un film odiato da Fulci e ancor di più dai suoi fan. L’uso dei colori, delle nebbie artificiali, di zombi agili e armati all’arma bianca lo rendono per certi versi simile al capolavoro di Boll. Fulci girò il tutto svogliatamente e l’opera fu gonfiata, a ragione di un girato troppo esiguo, dallo sceneggiatore Claudio Fragasso e dal regista Bruno Mattei., autore di un altro grandissimo zombi movie, Virus.

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Un anno più tardi Claudio Fragasso gira un film per certi versi simile a “Zombi 3” dove si affina l’idea di un morto vivente ipertrofico, scattante come un capriolo. “After death” è opera per certi versi visionaria e sicuramente un altro seme che maturando è diventato “House of the dead”.

Mentre il rave impazza due ragazzi cercano un po’ di intimità in una spiaggia. L’acqua fredda fa desistere lui in un bagno, ma lei denudandosi si lancia senza pesarsi. Sotto le profondità delle acque vediamo muoversi qualcosa, qualcosa che si muove sempre più minacciosamente vicino alle gambe della ragazza. Lui, ubriaco marcio, si addormenta.

In questa scena possiamo ritrovare elementi presi da “Zombi 2” di Fulci (il morto vivente acquatico) e da “Antropophagus” di Joe D’Amato con l’intro sulla spiaggia e una presenza minacciosa che si avvicina al bagnante restato a terra. La contaminatio sarà marchio specifico un po’ di tutta l’opera.

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La ragazza si accorge che il suo accompagnatore è scomparso. Si riveste di tutta fretta mentre una mano putrefatta si appoggia ad un albero come in “Zombi 2”. La sua ricerca la porta ad un casolare abbandonato e nei pressi di un cimitero. L’interno della casa mostra stampe d’epoca appese e un buio quasi innaturale. Il ragazzo è lì. Lei urla terrorizzata quando una mano attraversa il torace del suo compagno e dei morti viventi la circondano come nel finale di “After death”.

E nudi gratuiti a condire le immagini come nei vecchi B movie a base di tette e sangue. Una specie di tuffo in un passato che sembra così lontano.

Molti nel vedere “House of the dead” si sono lamentati dell’introduzione che mostra i personaggi pagare un minaccioso Capitano Kirk (che genio!) più di mille dollari per essere portati in un party comunissimo. Ma forse sfugge che i protagonisti, fighetti e di buono status sociale, non danno molta importanza ai soldi. Come si può intuire dalla presentazione di Simon definito “bellissimo, ma non molto intelligente” e modello di punta di biancheria intima, 1000 dollari o 10 non fanno molta differenza. Sono gli stessi giovani, vuoti a rendere, che graffiano con la banalità le opere di Brett Easton Ellis. Un party può valere l’istante di un attimo tanto quanto tutto l’oro del mondo. Simon paga il suo obolo a Caronte che li porterà nell’inferno sulla terra. Come dice la voce fuoricampo di Rudy “forse avrebbero dovuto restare a Seattle”.

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La presentazione dei personaggi è funzionale oltre per stabilire quali siano le peculiarità dei personaggi. Come se dovessimo sceglierne uno per proseguire nel gioco. Di Greg si sa poco, solo che un tempo giocava a football con Rudy, quindi immaginiamo possa essere abile nel combattimento a mani nude. Karma, l’unica ragazza di colore del gruppo, “crede di essere Foxy Brown”, l’icona del poliziesco nero. Pistole e fucili potrebbero essere il suo pane. Alicia invece ha lasciato Rudy per il suo amore per la scherma. Facile intuire l’arma preferita. Scegliamo e buttiamoci nel gioco. Senza remore.

Cinthia la ragazza di Greg è elemento di abbellimento. Vestita come una sorta di Paris Hilton sarà presto carne da macello. E a vederla nuda immaginiamo che buona scorpacciata. Gnam Gnam.

La scena che vede l’arrivo del Capitano Kirk è tra le più divertenti. Gioca con intelligenza con i topoi tipici del genere. Il solo nome dell’isola che genera terrore per chissà quali terribili segreti, il personaggio sgraziato che mette in guardia gli eroi arrivando a regalare persino una croce alla bella del gruppo come protezione. Neanche fossimo in un libro di Bram Stoker.

I dialoghi sono gustosi. I personaggi sono consapevoli dell’assurdità della presenza di un Capitano Kirk, tanto da fare dire a Greg “E dov’è Mister Spock?”. Ma il Capitano non ammette umorismo sul suo nome e pianta trucido un coltello sul ponte della barca. “Odio chi fa umorismo su di me”. La recitazione sopra le righe rende il divertissement ancora più scatenato. “Isola de la Muerte. Muerte capisci? Non ha bisogno di traduzioni” vocifera a mò di macchietta il gobbo di turno. Isola de la Muerte? Pazzi suicidi.

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Nei panni del capitano Kirk ritroviamo il bravissimo Jurgen Prochnow, in un ruolo completamente diverso da quello visto in “Heart of America”. Nel ruolo del mozzo possiamo riconoscere il caratterista Clint Howard, fratello meno noto del regista e attore Ron, il Ritchie Cunnunghan della serie “Happy days”. Presenza già familiare per noi bolliani dai tempi di “Blackwoods”.

E nei panni di Greg l’attore Will Sanderson, presenza pressoché fissa nei film di Uwe Boll dal suo primo film americano “Sanctimony” e forse porta fortuna pellicola dopo pellicola.House of the dead” il videogame è un classico sparatutto da sala giochi. La trama, puro pretesto, vede i giocatori rivestire i panni di eroi intendi ad uccidere morti viventi armati e combattivi o scherzi della genetica.

Ma in “House of the dead” il film, forse per scherzo del destino, si ritrovano echi di un gioco importante per la carriera di Uwe Boll, quel “Alone in the dark” che di lì a poco il regista trasporterà sullo schermo.

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Se l’introduzione di pirati spagnoli evoca ancora “Zombi 2” di Fulci, non è trascurabile l’influenza del secondo capitolo della saga di Alone in the dark dove una maledizione di pirati sanguinari e di zombi attende il protagonista Edward Carnby. Molto prima de “Il mistero della prima luna” di Gore Vebinsky sullo schermo il medesimo orrore veniva alla luce. Facendo le dovute differenze in un contesto molto più horror e meno frivolo nel film di Uwe Boll. E in anticipo con la sua regia successiva.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Esistono mostri peggiori di zombi assassini. Gli errori di sceneggiatura. Buchi e imprecisioni grandi come una casa.

Quando i ragazzi partono per il rave il Capitano Kirk sta per essere fermato da una guardia costiera donna per una perquisizione dentro la sua nave. Con un incentivo di Simon lui riparte seminandoli. E’ ovvio che tra i due personaggi, lo sbirro e il filibustiere, ci sia sotto le righe una passione sopita. “Abbiamo fatto il servizio militare insieme, ma alla fine lei ha scelto di mettersi dalla parte del padrone. Ma ogni volta ci vediamo lei si eccita!”. Per dare un tocco di assurdo in più la guardia costiera e il suo vice hanno nomi adatti alla vicenda. Chi se non Casper e Mcgyver potevano buttarsi all’inseguimento del Capitano Kirk?

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 Ma non è questo il primo errore, soltanto una demenziale divagazione.

 Visto il filmato i nostri eroi, insieme ai ritrovati Hugh e Rudy, ritornano al rave distrutto dalla furia dei morti viventi. Cinthia, ormai zombi, rompe il collo a Hugh per venire seccata quasi subito dalla pistola con mirino laser della guardia costiera Casper. Fin qui nulla di che. Ma perché ha sparato? Perché non ha semplicemente gambizzato o fermato la ragazza? Il dialogo successivo lascia intendere che lei sapesse qualcosa degli zombi, ma nessuna scena o dialogo seguente giustificano il tutto. Soprattutto un omicidio a sangue freddo.

Casper: “Chi era quell’invasata?”

Karma: “La nostra migliore amica”

Casper: “Non lo era più”

Dopo la morte di Mcgyver, Casper elegge Greg a nuovo vice. Il metro di giudizio della scelta lascia molto a desiderare. “Sei ferito? Sai sparare? Vieni con me!”. Ma ancor di più non si capisce il perché, vedendo arrivare i morti viventi, lei gridi al ragazzo “Corri!” ottenendo il risultato di farlo uccidere senza pietà dagli zombi caprioli. Meno male che alla notizia della morte del ragazzo, per far scemare le varie repliche, il Capitano Kirk esclamerà: “Svegliatevi! Greg è morto. Se non volete fare la stessa fine, fate quel che dice lei!”. Per l’amor del cielo! Dio ce ne scampi!

Ma rispetto ad Alone in the dark House of the dead ha ancora una certa coerenza narrativa.

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Nel bene o nel male chi ha visto il film di Uwe Boll ricorda soprattutto la sparatoria al bullet time, una delle più pazzesche mai girate.

Sono otto minuti di esplosioni, corpi crivellati dai colpi, in una sorta di estetica che sublima la lezione di “Matrix” dei fratelli Wachowsky in una realtà sempre più contaminata dal videogame.

La materialità diventa astrattismo nel rallentamento, accelerazione e fermo immagine dell’azione.

I personaggi diventano le controparti videoludiche, perdono l’umanità del vissuto in frammenti di schemi che subliminalmente fanno capolino tra le riprese, la loro morte è uno schermo che si colora di sangue e lascia presagire il game over.

In tempi recenti uno tra i più brillanti critici italiani, Pier Maria Bocchi, si era soffermato ad analizzare una sola inquadratura all’interno di “Miami Vice” di Michael Mann conferendole uno status di genio paragonabile, se non superiore, all’opera stessa.

Ecco, House of the dead ha una scena che si distacca completamente dall’opera, qualcosa di così straniante da non riuscire ad afferrarne il senso.

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Quando una sopravvissuta al rave, Liberty, viene divorata dai morti viventi la scena si stacca completamente dal massacro. La macchina da presa di Boll indugia su Rudy che chiudendo gli occhi ricorda la sparatoria. Le immagini si accavallano velocissime, quasi subliminalmente. Poi vediamo Liberty con la pistola penzolante tra le mani e la schermata di game over.

Perché Rudy non l’ha aiutata?

La morte di Liberty sancisce la fine della sparatoria e l’idea forse che il passaggio da carne a pixel ha reso i nostri eroi legati anche emotivamente l’uno con l’altro.

Si dice che Romero sia un moralista. In una sorta di contrappasso dantesco un personaggio che commette un’azione negativa ne subisce sempre le conseguenze. In house of the dead l’idea viene ripresa: Simon da bellissimo fotomodello deve convivere con una cicatrice terribile proprio sul suo bel visino. Ma come in”Heart of America” capita talvolta che le persone cambino ed acquistino uno status umanitario dapprima inconcepibile. Naturalmente questo non preserva le persone dalla morte. Troppo comodo.

 asper muore in una delle pochissime scene splatter del film. Un gruppo di zombi le taglia le gambe di netto con armi ed arnesi.

Inutile dire che il capitano Kirk da vero innamorato verrà ferito a morte. E’ l’inizio della fine.

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Boll sembra più interessato al lato avventuroso della vicenda che a quello puramente horror e viscerale. Il suo approccio al genere è classicista, ci porta in una storia sì di morti viventi, ma in un contesto da film anni 50 con Mad Doctor intenti a scoprire la vita eterna come nei film RKO con Bela Lugosi.

Il villan della storia è un prete, padre Castillo. Ossessionato dalla vita eterna. Si serve dei corpi delle sue vittime per autorigenerarsi. Un po’ come il babau che stava nascosto in “Quella villa accanto al cimitero” sempre di Lucio Fulci.

Ma ripresa da Fulci è anche l’idea di un prete che è la causa scatenante dell’inferno sulla terra. Abbiamo un religioso capo di una legione di zombi in “Paura nella città dei morti viventi”, ma anche un pedofilo assassino nello strepitoso thriller “Non si sevizia un paperino”.

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Fin dall’inizio dei tempi il nostro destino è stato segnato dall’hubrìs, il desiderio di sovvertire regole ferree imposte dalla natura e dal caos. Si pensi ad Adamo ed Eva nella bibbia, a Prometeo che ruba il fuoco nella mitologia. Dio non è mai misericordioso con chi non crede in lui. Adamo ed Eva perdono l’immortalità, Prometeo viene legato ad una roccia e un’aquila divora perennemente un fegato che si ricompone per essere ancora divorato. Ma senza l’hubrìs probabilmente saremmo ancora nel buio più totale in grotte seminudi.

L’introduzione di padre Castello è girata in un bianco e nero molto retrò rispetto alla modernità quasi soffocate del resto dell’opera. Ma come già detto è omaggio ai vecchi film cappa e spada del bel cinema a tinte fosche.

Dopo Mcgyver è facile intuire che il capitano Kirk non abbia più ragione di vivere. La sua morte lo nobilita di un’aurea quasi epica. Uscendo fuori, nella terra dominata dai morti viventi, ucciderà prima il suo mozzo diventato zombi poi starà fermo a fumarsi un sigaro con in mano un candelotto di dinamite. Un fottuto bastardo che sembra uscito da “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah. “Morirà capitano!” gli urla Rudy. “Sono già morto” lo apostrofa Kirk. E mentre il bacio dei morti viventi è sempre più vicino quell’esplosione elimina buoni e cattivi, quella linea sottile che abbozzava il personaggio di Jurgen Prochow. Una morte quasi romantica per un vecchio lupo di mare senza cuore.

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L’uso delle luci e dei colori è quasi ammaliante nella scena successiva. I ragazzi si trovano proiettati in un vero e proprio laboratorio di un mad doctor. Ampolle, alambicchi, teste mozzate ed essiccate. I giovani si chiedono perché i morti viventi non li attacchino lì, ma la risposta arriva presto. Basta che del sangue bagni la carne dei mostri per farli rianimare. Strillava la locandina di “Zombi 2” : “Quando i morti usciranno dalle tombe i vivi saranno il loro sangue”. Ed era vero probabilmente.

Il pesce mutante, deus ex machina degli eventi successivi, è probabilmente vestigia di “Aliens scontro finale” di James Cameron. Ma è lo scenario a fare la differenza. Il rosso acceso di pozioni sconosciute, il giallo e il blu che freddamente si stagliano sulle pareti. L’esplorazione nel laboratorio di Padre Castillo è dotata di un fascino non indifferente che il regista sublima in un’affascinante composizione pittorica di colori che rimandano non pedestremente al miglior Argento.

E intanto ci prepariamo al boss di fine livello.

Il prossimo a morire è il bel Simon. Per salvare gli amici si farà saltare in aria con un bel po’ di morti viventi. L’unico modo per proseguire nel gioco con la strada bloccata.

Il suicidio di Simon è per certi versi anticipatore della successiva sparatoria di “Alone in the dark”. Anche qui l’occhio di Boll indugia sul proiettile e sulla sua soggettiva devastante. Il tutto giocando la velocità dell’azione con il tempo fermato dal rallenty della fuga dei nostri eroi.

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Karma è la prossima ad andarsene. Nelle viscere della casa dei morti i nostri eroi combatteranno contro una razza di morti viventi piena di muschio e simili a pesci. La visione diventa in soggettiva come nel gioco originale, ben prima che ci pensasse Andrei Bartoviak per “Doom”. Come già per Liberty nessuno dei nostri eroi interverrà per salvare la prode Karma. Ma ritorna un personaggio importante.

Greg.

Il disperso della compagnia salva Rudy e Alicia dalla morte. Con un fioretto uccide uno dei mori viventi e porta gli amici verso la salvezza.

Ma non era morto?

Certo. Sotto una maschera di carne si cela lo stesso Padre Castillo artefice di tutto. Dei morti viventi di conquistatores spagnoli, distrutti dal tempo, bloccano Rudy mentre il prete racconta ad Alicia la sua storia di morte e reincarnazioni.

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Ancora “Zombi 2” e gli zombi dei colonizzatori spagnoli, ma on solo. L’idea della seduzione della bella in una sala operatoria potrebbe ricordare “Re-animator” di Stuart Gordon.

Alicia: “Ma cosa vuoi?”

Castillo: “La tua carne!”

In una scena che ricorda probabilmente involontariamente un’analoga del fumetto Dylan Dog, i due eroi scappano.

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Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo, è tenuto bloccato da un gruppo di morti viventi in attesa di diventare anch’esso morto vivente grazie al siero del Dottor Xabaras, suo acerrimo nemico. Il detective chiederà di suonare qualcosa con il suo famoso clarinetto ed userà la custodia come bomba per far saltarte in aria i demoni dell’inferno. E’ il numero 1. “L’alba dei morti viventi”.

Clarinetto a parte la scena è molto simile e visto l’interessamento americano per “Dylan Dog” non è da escludere che il fumetto sia arrivato tra le mani del Dottor Boll e dei suoi fidi collaboratori. In virtù che in America “Dylan Dog” è stato distribuito dalla “Dark Horse”.

La scena finale è la summa un po’ di tutto il Boll pensiero. E’ condensa di un’azione ipertrofica e iperrealistica, di scenari prederenziati dove si muovono attori (?) in 3d, di umori di cinema da bassa macelleria e avventure di più ampio respiro.

La folgore di Dio distrugge morti viventi e il segreto della vita eterna.

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 Game over?

Forse…

Padre Castillo è vivo. Dopo aver messo Ko Rudy combatte con Alicia in una scena velocizzata che fa eco alla precedente lunghissima al bullet time. Con l’innovazioni di armi bianche al posto di pistole. La lezione di Matrix incontra il Tyron Power di Zorro. Cinema retrò avanguardistico.

La bella muore, l’eroe combatte con il corpo disarticolato di Castillo in una scena che di nuovo si affaccia a “Re-animator”. Tutto sembra finito, ma Alicia in un nuovo spiazzo di vita schiaccia per sempre la testa del prete. Sangue e occhi che schizzano. Dissolvenza incrociata. Alicia questa volta muore davvero. Per sempre.

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Game over?

Forse…

L’Fbi arriva naturalmente in ritardo, a massacro avvenuto. Fa salire su un aereo un’addormentata Alicia e uno stanco Rudy.

 “Mi sento in colpa per quello che è successo. E’ stato un incubo. Tutti quei morti, tutte quelle vittime. Molti erano miei amici. E ora torniamo a casa, io e Alicia. O quello che è diventata. Quella che ho creato io. Per amore si fa qualunque pazzia.”

Panoramica di una metropoli. Rudy porterà a casa Alicia o meglio il suo corpo senz’anima. L’hubrìs umana e l’amore hanno fatto il resto. E come in “Zombi 2” il finale porta l’orrore nella nostra civiltà.

Ma cosa succederà ora?

Game over?

Forse…

Andrea Lanza

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Note a margine:

  • Nella scena del rave possiamo riconoscere Elisabeth Rosen, l’attrice che impersonò la killer in “Heart of America”, intenta a rivestire i panni di una deejay nella scena del rave.

  • Pur con tutti gli sforzi a rendere “House of the dead” un film diverso dai soliti zombi movie la pellicola scontentò critica e pubblico di fan. L’incasso si aggira sui tre milioni a monte di un budget di quasi 20.

  • Esiste un capitolo spurio di “House of the dead” girato dall’ex stunts Michael Hurst, ma i riferimenti, anche a livello stilistico, all’opera precedente sono quasi nulli. Alicia torna come zombi, Rudy è morto, ma l’attrice usata non Ona Grauer. Sembra quasi i produttori abbiano voluto mettere le mani avati dopo il clamoroso flop dell’opera di Boll. Anche la trama è presa quasi pari pari dal primo gioco di “Resident evil” e mette in scena zombi più classici di quelli del capitolo precedente. L’unico zombi capriolo muore dopo pochi secondi aver spiccato un salto. Nel cast Sid Haig (il clown “La casa dei mille corpi”) a rivestire i panni di un nuovo Mad Doctor. Il film pur se buono fa risaltare ancor di più la potenza anarchica del lavoro di Boll.

  • In Italia è uscito un “House of the dead 2”, ma attenzione, si tratta di un brutto film americano dal titolo “Forest of damned”. Il vero secondo capitolo è uscito invece come “Il cacciatore di zombi”. Casini solo italiani.

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