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Attenzione questa recensione potrebbe contenere spoiler sull’identità del killer. Prima di leggerla vi consiglio di vedervi il primo Psyco di Alfred Hitchcock per non rovinarvi la sorpresa finale. Fino ad allora l’assassino per voi sarà lei, Norma Bates. Buona lettura

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Riprendere le fila di un capolavoro, soprattutto se si parla dello Psyco di Alfred Hitchcock, ha qualcosa di così sottilmente masochista da assomigliare al suicidio kamikazen. Ovvio che ci si attiri così la folta schiera dei fan, dei vari “Che schifo”, “Che vergogna” e giù di pomodori marci perchè niente e nessuno sarà come il passato. Eppure a 22 anni dal primo (inimitabile) film quest’operazione non riuscirà male, anzi sarà un grosso successo commerciale tanto che si apriranno le porte (ormai scricchiolanti) del Bates Motel per ben 2 seguiti e un pilot tv, purtroppo non così fortunati ad incassi come questo. Quello che colpisce in Psycho 2 (nella titolazione italiana è tornata l’h) è l’amore del regista australiano Richard Franklin per la materia trattata e il suo ammirevole tentativo di essere il più aderente possibile al modello senza farne comunque una carta carbone. Ormai tutti sappiamo, è patrimonio culturale dell’umanità, l’identità dell’assassino del Bates Motel quindi rigirarne il remake camuffato da seguito non avrebbe avuto senso: ecco quindi che nel secondo capitolo ci si spoglia del trucchetto della scoperta del probabile killer e ci si concentra sul vero motore della vicenda, su Norman.

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Dal suo canto l’invecchiato Anthony Perkins regala una prova d’attore eccezionale con un Bates ancora più fragile, insicuro e sempre più spinto alla follia dagli eventi narrati. In Psycho 2 l’intreccio è pieno di colpi di scena, di ribaltoni che tengono alta la tensione, di più finali presentati a scatole cinesi, di scene dal puro taglio hitchcockiano che molte volte virano nello slasher alla Venerdì 13. A compiere il piccolo miracolo è un regista che si è costruito tra la fine anni 70 e l’inizio degli 80 la nomea di Hitchcock australiano tanto da avere in curriculum una sorta di remake di La finestra sul cortile, Roadgames, girato però nell’inedito scenario di un’autostrada frequentata da camionisti e avvenenti autostoppiste.

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La regia di Franklin è, fin dagli esordi, nella tv e nel porno, eccezionale, ricca di spunti visivi notevoli e per certi versi paragonabile come potenza alla rivoluzione in capo thriller di un altro amante della materia, quel Brian De Palma che riscriverà in chiave sessuale l’universo hitchcockiano in capolavori come Omicidio a luci rosse. A sublimare il tutto ci pensa con estro un giovane sceneggiatore, Tom Holland, che di lì a poco avrebbe esordito alla regia con un capolavoro, Ammazzavampiri, e che era principalmente conosciuto in quegli anni per aver scritto un B movie dagli spunti interessanti, The Beast Within di Philippe Mora. Non viene coinvolto nell’operazione lo scrittore Robert Bloch, autore del romanzo ispiratore, che si vendicherà scrivendo uno Psycho 2 letterario dove Norman Bates fa fuori registi e sceneggiatori di questo seguito cinematografico.

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Diciamo pure che questo film non convinse comunque i puristi coinvolti, in primis Anthony Perkins, che nel girare il terzo capitolo si ripromise di non (s)cadere nell’eccessiva esibizione degli omicidi ma di essere il più classico possibile. Cosa che comunque non avvenne anche se interessante era l’idea di uno Psycho moderno girato in bianco e nero. L’ombra di Hitchcock è comunque palpabile in questo capitolo, anche senza il giochetto di proiettare l’ombra del regista nella stanza della madre di Bates, e non si eccede mai in sterzate inutilmente o sadicamente violente pur con una ferocissima coltellata in bocca ad un personaggio cardine della vicenda. L’unica scena che probabilmente è figlia dello slasher alla Venerdì 13 è la morte di un ragazzo intento a pomiciare con la fidanzatina nelle cantine del Motel, ma impreziosisce la natura ibrida di un’opera sempre in bilico tra classicismo e modernità, tra omaggio e rivoluzione. Interessante poi come è descritta la madre di Bates, in questo caso una figura quasi soprannaturale e ultraterrena, tanto che per qualche momento si può pensare stavolta di essere davanti ad un horror a tutto tondo. Se mal sfruttato dalla sceneggiatura è il personaggio interpretato da Vera Miles, già presente nel primo capitolo, sorella della prima vittima di Norman, lo stesso non si può dire per il ruolo complesso rivestito dalla bellissima Meg Tilly. Il suo personaggio, dalle molteplici sfacettature, riesce a convincere ed essere una tra le più forti figure femminili di tutta la serie, fiera di una sensualità da porta accanto, quasi materna, e in forte contrapposizione con l’austera severità dell’altra donna, la madre di Norman, e quindi la sua libido repressa. Psycho 2 resta uno dei più ammirevoli tentativi di proseguire con estro un’opera intoccabile, cosa più unica che rara e che ha dato spesso alla luce soltanto aborti di rara piattezza come Gli uccelli 2 di Rick Rosenthal (senza contare quello messicano di Cardona JR) o il remake tv de La finestra sul cortile. Credo che pretendere di più sia impossibile.

Andrea Lanza

NB: Questa recensione si chiama Lanza’s version per differenziarla dall’altra che verrà postata oggi. In via eccezionale per Psycho 2, 3 e 4 posteremo due recensioni.

Psycho 2

 Anno: 1983

Regia: Richard Franklin

Interpreti: Anthony Perkins, Meg Tilly, Vera Miles, Robert Loggia, Dennis Franz

Durata: 90 min.

VHS: CIC VIDEO (VIETATO AI MINORI DI 14 ANNI)

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