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Attenzione questa recensione potrebbe contenere spoiler sull’identità del killer. Prima di leggerla vi consiglio di vedervi il primo Psyco di Alfred Hitchcock per non rovinarvi la sorpresa finale. Fino ad allora l’assassino per voi sarà lei, Norma Bates. Buona lettura

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Prendiamo uno dei monumenti del thriller, Psycho (1960) di Alfred Hitchcok, e mescoliamolo alla moda degli slasher-movie americani inaugurati da Halloween e Venerdì 13. Nasce probabilmente così, dopo ben 23 anni, il sequel del classico di Hitch, con tanto di accurata ricostruzione della villa e del motel: Psycho 2 (1983) di Richard Franklin, un’eccezionale lezione di tecnica e suspense, un capolavoro bello almeno quanto l’originale (i puristi storceranno il naso), grazie anche a un immenso Anthony Perkins. La vicenda non è appiccicata a caso, ma inizia proprio dove finiva Psycho (o meglio, 22 anni dopo, quando Norman Bates esce dal carcere: distanza diegetica ed extra-diegetica corrispondono), e riprende i personaggi principali del film, non solo Bates, ma anche la perfida Lila Loomis (interpretata ancora da Vera Miles). Il film, a sorpresa, si rivelò un grande successo al botteghino, tant’è vero che tre anni dopo si decise di realizzare un terzo capitolo, Psycho 3 (1986), seguito a sua volta dal prequel Psycho 4 (1990): sempre con il grandioso Anthony Perkins, vero punto di forza della saga, in grado di dare origine a uno dei serial killer più inquietanti e controversi della storia del cinema.

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Psycho 3, diretto dallo stesso Perkins, inizia a sua volta dove finiva il precedente: Bates, vittima di un complotto per farlo impazzire (forse un’eco di certi thriller italiani?), finisce per diventare pazzo davvero, uccidendo la signora Spool (colei che dice di essere la sua vera madre) e tenendola con sé in casa. Dunque, tutto ricomincia da capo. Maureen Coyle (Diana Scarwid) è una suora che abbandona il convento e i voti dopo aver tentato il suicido e causato involontariamente la morte di una monaca. Vagando a piedi nel deserto, viene raccolta da Duane Duke (Jeff Fahey), un ambiguo cantante che cerca di violentarla. Riuscita a fuggire, le loro strade si incontrano di nuovo al Bates Motel: lei arriva per cercare ospitalità, mentre Duke vi ha nel frattempo trovato lavoro come assistente di Norman. L’assassino abita nell’austera villa insieme alla signora Spool impagliata e vive ancora uno sdoppiamento di personalità. Una giornalista, non convinta della guarigione di Bates, sta indagando perché lo ritiene responsabile della misteriosa scomparsa dell’anziana signora: ma nessuno, nemmeno lo sceriffo, vuole crederle. Egli sembra effettivamente guarito, addirittura si innamora di Maureen, ma in realtà ha ricominciato a uccidere vestito come sua madre. Due ragazze di passaggio, e poi lo stesso Duke, vengono assassinate, finché la giornalista riesce a smascherarlo condannandolo a una nuova, e forse definitiva, reclusione.

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Psycho 3 presenta una regia e una sceneggiatura un po’ più “rozze” rispetto al precedente (del resto, mantenere quei livelli stilistici era difficile), ma è comunque un ottimo prodotto e un ottimo sequel, con abbondanza di sangue e suspense. Fondamentalmente, è un film diverso dal precedente: mentre Psycho 2 era innanzitutto un “giallo”, con tanto di complotti e assassino da scoprire, Psycho 3 è uno slasher (anche se molto sui generis), in cui è palese fin da subito che è ancora Bates a uccidere. Questo non toglie però nulla al suo valore: la trama è ben congegnata, gli omicidi (anche se pochi) sono ben coreografati, le sequenze suggestive e angoscianti non mancano, e il serial killer è descritto con delle sfaccettature psicologiche per nulla scontate.

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A livello stilistico, se la fotografia del secondo aveva in certi momenti un sapore quasi “baviano” (in particolare nei campi lunghi della villa), qui invece (diretta da Bruce Surtees) è dominata da una tonalità “rosso saturo” (forse come corrispettivo del sangue e simbolo della follia di Perkins): il rosso prevale ossessivamente in quasi tutti gli interni, creando in certi momenti un’atmosfera tipicamente anni Ottanta (complici anche alcuni nudi femminili e le svampite ragazze presenti nel motel). Degni di nota sono poi gli squarci blu creati dai fulmini, e le inquadrature nella tetra magione che oscillano fra vari colori. Buone anche le musiche, firmate da Carter Burwell, che contribuiscono all’atmosfera angosciante soprattutto quando la melodia vibrante e stridula è accompagnata da vocalizzi di sottofondo (vedasi il tentato omicidio della Scarwid in bagno).

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Dal punto di vista più squisitamente orrorifico, i delitti non sono numerosi ma realizzati con gusto: dalla ragazza uccisa a coltellate nella cabina telefonica, a quella sgozzata in bagno (sempre con una buona dose di sangue, in stile slasher anni Ottanta), fino a Jeff Fahey stordito, messo in un sacco di plastica e poi affogato. Una nota a parte merita poi la morte (involontaria) di Maureen, che si infilza su una statua precipitando dalle scale (omaggio all’omicidio di Martin Balsam in Psycho, ripreso anche in Psycho 2 con l’uccisione di Robert Loggia). A proposito di omaggi, probabilmente anche l’inizio di Psycho 3 vuole citare Hitchcock: quando Diana Scarwid è sul cornicione del monastero e una suona muore precipitando nella tromba delle scale, il regista Perkins vuole forse omaggiare il finale de La donna che visse due volte. Varie sono le sequenze inquietanti che rivelano una grande cura stilistica. Notevole, per esempio, è la scena in cui Bates, vestito da donna, entra nel bagno per uccidere Maureen (ulteriore citazione di Psycho), ma la trova con le vene tagliate immersa in una vasca piena di sangue e la salva dal suicidio (con tanto di momento onirico-allucinatorio quando la donna crede di vedere, invece dell’assassino con il coltello, la Madonna con un crocifisso). Ma anche, nel finale: l’inquadratura del volto folle di Perkins con la parrucca su uno sfondo rossastro, mentre parla con la voce della madre; e la scoperta del corpo impagliato dell’anziana signora Spool. Fino all’ultima, agghiacciante, inquadratura, in cui Perkins, arrestato dalla polizia, alza il suo sguardo psicopatico verso lo spettatore (un po’ come nel film di Hitchcock) e accarezza di nascosto una mano strappata al cadavere della vecchia.

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Psycho 3 non è solo un accostamento di momenti orrorifici, ma un thriller dotato di una buona sceneggiatura (scritta, come il soggetto, da Charles Edward Pogue) che si snoda in un ottimo intreccio, rivelando anche nuovi fatti sul passato di Norman Bates. Che è poi il primo punto di forza di tutta la saga: il magnifico Anthony Perkins, col suo volto ambiguo sempre in bilico fra psicopatico e persona normale, ha trovato in Bates il “ruolo della vita”, quello che lo ha reso celebre al grande pubblico (nonostante abbia offerto anche ottime interpretazioni al di fuori di questa). In Psycho 3 (come anche negli altri capitoli della saga), Norman Bates è descritto con molteplici sfaccettature: pazzo e sanguinario, sicuramente, ma anche fragile e capace (forse) di amare, segnato da traumi infantili che ne hanno condizionato per sempre la vita; se in Psycho 2 non fosse nato il complotto per farlo impazzire, chissà, magari avrebbe potuto continuare una vita relativamente “normale”.

Davide Comotti

Psycho 3

Anno: 1986

Regia: Anthony Perkins

Cast: Anthony Perkins, Diana Scarwid, Jeff Fahey, Roberta Maxwell

Durata: 90 min.

VHS: CIC VIDEO (VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI)

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