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Attenzione questa recensione potrebbe contenere spoiler sull’identità del killer. Prima di leggerla vi consiglio di vedervi il primo Psyco di Alfred Hitchcock per non rovinarvi la sorpresa finale. Fino ad allora l’assassino per voi sarà lei, Norma Bates. Buona lettura

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Psycho 4 (1990) può vantarsi di essere uno dei primi prequel nella storia del cinema: come suggerito dal titolo integrale (Psycho IV: The Beginning), il quarto e ultimo capitolo della saga racconta la nascita del serial killer Norman Bates; si tratta di un film per la televisione, ma il risultato è ottimo, ben diretto e interpretato. Il regista è l’americano Mick Garris, celebre per essere il creatore della serie tv Masters of horror (di cui ha anche scritto e diretto alcuni episodi), e specializzato nel genere. La prima forza del film consiste, ancora una volta, nell’eccellente Anthony Perkins, che col passare degli anni non perde nulla della sua espressività, anzi diventa ancora più inquietante.

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Nonostante sia tornato a uccidere (vedasi Psycho 2 e soprattutto Psycho 3), Norman Bates ha ottenuto la libertà vigilata, e si è addirittura sposato con la dottoressa che lo aveva in cura, trasferendosi in un’altra città. Durante un programma radiofonico, interviene in diretta senza rivelare la propria identità (si fa chiamare “Ed”) e racconta come divenne un assassino: la difficile infanzia vissuta con la madre in un complesso rapporto di amore (quasi incestuoso) e odio, il matricidio, lo sdoppiamento di personalità e i successivi omicidi. Evidentemente, però, il suo istinto assassino non si è del tutto placato, visto che annuncia di voler uccidere ancora una persona: sua moglie.

Garris si trova quindi a dirigere con eleganza una sceneggiatura complessa (scritta da Joseph Stefano), in quanto giocata sull’alternanza dei due piani temporali, il presente e il passato; a sua volta, il passato di Bates non viene narrato in ordine strettamente cronologico, ma quasi come in una seduta psicanalitica, in base alla domande della conduttrice e ai pensieri che assalgono l’uomo. Dunque, il flashback inizia raccontando la prima volta in cui Norman ha ucciso una ragazza, poi si passa alla morte del padre, al rapporto tormentato con la madre Norma (la parte più corposa e più riuscita del film), all’omicidio di un’altra ragazza, fino alla crudele uccisione della madre e del suo fidanzato. La scelta, probabilmente, non è casuale, perché segue un climax ascendente (di cui il matricidio, uno dei momenti più crudi e angoscianti del film, è lo zenit) e spiazza lo spettatore, che è chiamato a ricostruire gli eventi quasi come in un puzzle.

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Per la prima volta nella saga, ci sono dunque due attori diversi a interpretare Norman Bates (anzi tre, se vogliamo essere precisi, perché ci sono alcune brevi sequenze con lui da bambino): il consueto Anthony Perkins e, nel ruolo di Bates ragazzo, Henry Thomas. Celebre per il ruolo di Elliott in E.T. l’extraterrestre (1982) di Steven Spielberg, si rivela anch’egli un’ottima scelta, soprattutto per il volto, che ricorda vagamente il giovane Perkins e riesce ad avere sempre l’espressione giusta, in bilico fra l’apparente normalità e le crisi di follia.

La ricostruzione degli avvenimenti che portarono Bates a trasformarsi in uno psicopatico serial killer è abilmente intervallata con la vicenda “in tempo reale”: Perkins è sempre un attore straordinario, lo vediamo in casa al telefono mentre racconta la sua storia assumendo un numero incredibile di espressioni con la stessa intensità (crudeltà, determinazione, freddezza, angoscia, sofferenza). Il suo volto scarno e spigoloso risulta più che mai inquietante (da notare i frequenti primi piani), grazie anche all’ottima cura della fotografia che dipinge su di esso luci e ombre (quasi una metafora della sua doppia personalità) che ne risaltano l’espressione.

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Se Psycho 2 era un “thriller complottista” e Psycho 3 quasi uno slasher, con Psycho 4 ci troviamo di fronte a qualcosa di ancora diverso (ed ecco uno dei punti di forza della saga: quello di sapersi rinnovare sempre, senza ripetere le solite trame): possiamo definirlo un “dramma – thriller psicologico”. Dunque, poche concessioni all’horror vero e proprio, anche se la crudeltà non manca (la ragazza accoltellata, quella strangolata e soprattutto l’avvelenamento della madre), e molto spazio all’indagine psicologica. Certo, non è un trattato di psicologia (e non deve esserlo, visto che è cinema, quindi spettacolo innanzitutto), ma l’analisi della mente di Norman e del suo rapporto con la madre rivelano una profondità non comune. Norman Bates risulta veramente il serial killer più controverso della storia del cinema: cresciuto con una madre mentalmente instabile (che al contempo lo ama e lo odia, instaura con lui un rapporto quasi incestuoso per poi colpevolizzarlo, lo punisce per il solo fatto di pensare alle ragazze), finisce quasi per diventare vittima della situazione, una vittima che si trasforma in carnefice, vorrebbe tornare “normale” ma non riesce. Crudeltà, angoscia e sofferenza convivono in lui insieme alla sua seconda personalità (la madre stessa), e tutto questo emerge in Psycho 4 più forte che mai. Il film non è comunque solo un “dramma psicologico”, perché le sequenze da brivido non mancano: ricordiamo il volto mummificato della madre, su cui schizza il sangue della ragazza accoltellata; gli inquietanti “dialoghi” fra Bates e l’altra sua personalità che parla con la lugubre voce della madre; gli omicidi del giovane Norman; la lunga e angosciante sequenza dell’uccisione della madre e del fidanzato; la scena (anche se poco dettagliata) in cui il ragazzo cuce il cadavere imbalsamato di Norma; tutto il finale nella vecchia casa, di cui si parlerà in seguito.

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Anche per quanto riguarda la confezione estetica, Psycho 4 è un prodotto più che buono: la fotografia (a cura di Rodney Charters) esalta il volto contrastato di Perkins, i colori “caldi” della sua nuova casa, mentre, per quanto riguarda i flashback, è ancora un rosso intenso (come in Psycho 3) a prevalere (forse un simbolo del sangue e della follia). La colonna sonora presenta un curioso innesto del tema classico di Psycho scritto da Bernard Herrmann (gli archi che stridono in maniera ossessiva) sul nuovo tema musicale di Graeme Revell, che richiama a sua volta quello originale. Notevole, infine, l’uso delle inquadrature, come i primi piani sul viso di Perkins, il carrello circolare all’interno della stazione radiofonica e l’inizio dei flashback, che vedono spesso presente sulla scena Norman Bates mentre “vede” se stesso da bambino.

Dal punto di vista narrativo, gli ultimi 20 minuti del film (conclusi i lunghi flashback) sviluppano un altro argomento della telefonata, cioè il progetto di uccidere ancora una donna, sua moglie, perché incinta di un bambino che, nella sua mente malata, sarebbe un nuovo potenziale “mostro”. Il finale nella vecchia villa di Bates è indimenticabile, con Perkins che insegue la moglie per ucciderla, poi rientra in sé, dà fuoco alla tetra magione e viene perseguitato dai “fantasmi” delle sue vittime: peccato che, a questo punto, scatti un’inspiegabile “buonismo” nella trama (unico punto debole del film), con Bates che rinuncia a uccidere e dichiara di essere finalmente libero. Fortunatamente, c’è un’ultima inquadratura a riportare la vicenda sul tono inquietante che necessita: la vecchia sedia della madre dondola in cantina, mentre le porte si chiudono e sentiamo la sua lugubre voce dire “Fammi uscire da qui, Norman! Hai sentito? Fammi uscire!”.

 Davide Comotti

Psycho IV

Titolo originale: Pyscho IV: The Beginning

Anno: 1990

Regia: Mick Garris

Cast: Anthony Perkins, Henry Thomas, Olivia Hussey, Cch Pounder, Warren Frost, Donna Mitchell, Thomas Schuster, Sharen Camille, Bobbi Evors, John Landis

Durata: 90 min.

VHS: CIC VIDEO

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