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“Open season”, in italiano “Le Mele marce”,  è un film anni settanta dalle molte idee, avvalorato da una buona regia del britannico Peter Collinson. Basato sul romanzo”The All-americans'” di David D. Osborn, che ne ha anche co-scritto la sceneggiatura, narra del coinvolgimento di tre padri di famiglia della provincia in tutto e per tutto apparentemente così normali e, appunto,  così ”All-American” (Peter Fonda, Richard Lynch e John Phillip Law), che una volta all’anno si recano tutti assieme ad una ”battuta di caccia” d’eccezione nella quale cacciano sì ma delle persone. Essi in genere acchitano le loro vittime affidandosi al caso per poi portarle nella loro isolata casa adibita per la caccia nei boschi. Li nutrono e li divertono per una settimana, e poi dare loro un paio di provviste così come una bussola comunicandogli che l’autostrada è 25 miglia più a nord. Se le “prede” saranno in grado di raggiungere l’autostrada senza farsi uccidere saranno liberi, e i tre uomini smetterano di dargli la caccia come ad animali. Le vittime hanno sempre un vantaggio di 30 minuti, ma nessuno di loro ce l’ha mai fatta. Il film si concentra su di un uomo e una donna (il noto attore spagnolo del cinema di genere Alberto de Mendoza, e la supertopa britannica di tanti film settanteschi di ogni genere Cornelia Sharpe), che vengono rapiti dai tre fuori da una stazione servizio autostradale.

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L’inizio è ben fatto, la parte migliore di tutto un film comunque ottimo. Si va successivamente indietro nel tempo a quando i tre uomini, compagni di college, furono accusati di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza. Per lo shock della madre della ragazza il pubblico ministero non reputò come credibili le prove raccolte nel caso perché questi ragazzi erano dei grandi atleti con una reputazione stellare, ragion per cui nessuno avrebbe creduto al fatto che avessero potuto fare davvero una cosa del genere. Questa parte del film visto l’ultima volta tantissimi anni fa, mi piacque molto per due motivi. Uno è per il fatto che almeno ci viene data una sorta di storia di questi predestinati ad una impunita colpevolezza per le loro turpi azioni. La maggior parte dei film del filone survivalistico è situazionista per eccellenza e non ha mai mostrato allo spettatore il background dei personaggi, che come in questo caso i suddetti psicopatici, sono stati messi in grado di farla franca da molto tempo. Almeno qui ci viene dato un retroscena e abbastanza plausibile per ogni cosa che andrà ad accadere. Molti sociopatici sono stati innegabilmente in grado di ingannare la gente per anni semplicemente perché abbastanza inquadrati e rispettati in ruoli rispettabili della società, facendo emergere la loro intelligente devianza soltanto quando essi sono sicuri per poterlo fare. Inoltre, agli atleti delle Università e dei college americani, soprattutto in passato, veniva dato molto più margine di manovra e molte delle loro trasgressioni ottenivano che venivano così trascurate e permesse da quelli che sarebbero dovuti essere gli organi accademici di controllo.

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Quindi, per me questo aspetto ha conferito molto più senso alla storia e ha aiutato non poco a fare entrare lo spettatore nei personaggi. Mi piacque molto anche il linguaggio figurato usato sopra i titoli di testa e la colonna sonora molto inquietante.

Mi piacque anche come il film attraverso il montaggio ci riporta poi nel 1973, mostrandoci i ragazzi fattisi uomini ad una festa del loro quartiere, interagendo con le loro mogli e bambini. I tre attori sono perfetti per le loro parti. Sono tutti nostri beniamini “has-been” del cinema di genere degli anni settanta. Si può anche dire che questo sia forse uno dei migliori titoli in assoluto di uno dei volti per eccellenza di ogni vero B- movie che si rispetti, quale Richard Lynch, in un ruolo più sfaccettato e difficile che mai, ma certo sempre di cattivo. E pensare che Lynch nella vita fu particolarmente un “buono”. Tanto che si dette addirittura fuoco nel 1967, dopo un’assunzione di LSD in protesta contro la guerra nel Vietnam, del quale era reduce.hunt1

Rimanendo così con il suo inconfondibile volto bruciato, pallido, sempre alla ricerca di una espressione ruvida che lo fa davvero inquietante, e determinandone in un certo senso la sua fortuna d’attore. Peter Collinson come ho detto era bravo ed era anche un operatore, ragion per cui compie sempre dei buoni movimenti della cinepresa, con immagini dettagliate di una vista dall’alto che ci mostra come la foresta sia tentacolare, e così riuscendo in effetti a rendere forti e concrete per lo spettatore alcune sensazioni altrimenti molto remote.

Il resto della pellicola scorre tutto in discesa, anche se viene lasciato troppo poco spazio ai dialoghi come invece era stato nella prima parte. In realtà, fino alla metà del film è impiegato un sacco di tempo dedicato a conversazioni interessanti, e dai dialoghi ben scritti. L’aspetto sinistro del film e la tensione non viene comunque mai meno. Non è fino alla fine del film che finalmente le vittime vengono lasciate nel bosco e i tre turpi individui si mettano alla loro caccia. Questa, che rappresenta la parte finale del film, è gestita benissimo, l’azione è limitata ma molto ben coreografata, le intere sequenze passano molto alla svelta via, sfruttando molto bene l’ambientazione data dalla immensa foresta. In effetti per un film con un tema così sadico ed exploitativo non vi è in realtà molta di quella violenza e gore della quale tutti hanno sempre parlato evidentemente senza mai vederlo ma affidandosi soprattutto alla punbblicistica dell’epoca, anche italiana, che sfruttò molto la scia del successo di “L’Ultima casa a sinistra”(Last House on the Left) (1972) di Wes Craven.hunt8

I tre villain d’altronde sono i personaggi sviluppati meglio e che non diventano mai banali, monodimensionali, così come in altri film del filone. Ognuno dei tre mostra invece una personalità distintiva di sorta in quanto sono spessissimo in disaccordo su tutto, quando non ridono e sghignazzano per le reciproche battute e buffonate giovanili.

Il finale vero e proprio è ciò che conferisce maggiore forza al film. È anche grazie alla dote di un attore quale William Holden (davvero molto abile in un ruolo non certo facile come questo, pur se abbastanza breve, poco più di un cameo) che impersona il padre della ragazza che i tre uomini stuprarono al college. Egli si è nascosto nella foresta e ha modo di assistere a ciò che compiono i tre durante i loro “viaggi di caccia” e decide di ottenere la sua vendetta sparandogli quali fossero delle belve feroci, che in effetti sono, e proprio come loro hanno  fatto a tutte le loro vittime. Anche qui, l’azione è gestita in modo molto emozionante e non privo di fantasia. Holden è molto preparato in quanto reduce della WWII e della Guerra di Corea, cosicchè, almeno nella versione Usa abbastanza diversa da quella uscita nelle sale europee, riesce ad avere la meglio gettando abbastanza rapidamente nel panicoi tre i quali presumibilmente -dato che ci viene accennato ma mai confermato, hanno combattuto in Vietnam.

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Da questo monento in poi si instaura anche un interessante motivo di antagonismo tra generazioni reduci delle diverse guerre combattute, quelle vinte “gloriosamente”, e quelle perse nell’ignominia vuoi anche -idea abbastanza radicata nell’immaginario collettivo americano di quel periodo- anche e soprattutto per l’nadeguatezza di chi l’ha combattute. Tema che David Morrell ha sviluppato mirabilmente nel suo famoso romanzo “First Blood”, da cui è stato tratto “Rambo”, attraverso i personaggi dello sceriffo Will Teasle, e del soldato John Rambo. Essi difatti di fronte a quella di Holden non mostrano quelle capacità di esperti di sopravvivenza che ci saremmo aspettato e vengono abbastanza facilmente annientati, un pò come i soldati in esercitazione della Guardia Nazionale, dai nativi Cajùn delle paludi della Louisiana, nel capolavoro di Walter Hill, “Southern Comfort”(I Guerrieri della palude silenziosa” (1981).

Ho citato due grandi titoli del survivalistico declinato nel militare non a caso, in quanto “Open Season” è una variazione convincente di  “Un Tranquillo week-end di paura”(Deliverance) (1972) di John Boorman e delle sue tematiche,  laddove invece di uomini civilizzati che debbono venire a patti con la selvaggia inospitalità della natura per uscirne vivi, qui abbiamo degli uomini che si immergono nella natura per venire a a patti con la propria, interna natura selvaggia. In definitiva, un titolo oramai sconosciuto ai non cultori, che grazie alle ottime scene d’azione, ad un ritmo svelto e essenziale, e a tutti gli altri ingredienti che non gli mancano, è diventato un vero punto di riferimento per ogni rassegna del filone “survivalistico” che si rispetti.
“Le Mele marce” non è mai stato distribuito nell’home video italiano, e a quanto mi risulta neppure mai trasmesso in televisione, nemmeno nel periodo mitico delle prime “private” negli anni ’80. Sopravvive in vecchie vhs NTSC e U.K., ma con il titolo “Open Season -Jagdzeit!” è stato anche pubblicato in dvd in Germania nel 2010 dalla KNM Home Entertainment GmbH. Un ottimo dvd a dire il vero, finalmente in widescreen, contenente una corta versione in Super8 del film come spesso accade nei dvd tedeschi, e soprattutto entrambe le versioni cinematografiche, quella americana denominata US version, contenente un diverso montaggio e alcune scene in più, e quella distribuita nelle sale europee.

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Le scene di interni adentro al padiglione di caccia sono state tutte girate in un teatro di posa presso i Pinewood Studios in Inghilterra su un set a grandezza naturale. Le scene di apertura a casa di Kenny e le scene in esterni sull’isola sono state tutte girate in location in Spagna. Ulteriori scene in “autostrada” sono state probabilmente girate nel Michigan settentrionale dalla troupe della seconda unità.

La sceneggiatura è stata adattata dall’autore David D. Osborn dal suo romanzo omonimo. I crediti cinematografici si riferiscono ad un libro intitolato “The All-americans”, ma in realtà il libro era stato intitolato semplicemente “Open Season” (Dial Press, New York, 1974).

Il veterano attore spagnolo Simòn Andreu era stato accreditato con il ruolo del “Barman” nella lista del cast durante i titoli di tutte e tre le versioni in lingua inglese, ma la sua performance non è effettivamente presente in nessuna edizione home video.

Spoiler

Ci sono tre finali diversi per il film, a seconda di quale versione sia: la versione britannica che s’intitola “Recon Game” e la versione americana della Columbia Pictures intitolata “Open Season”, si concludono un fermo immagine di William Holden che attraversa il cancello  della casa di Ken tenendo per mano Petey. La versione intitolata “Recon Game” utilizza anche una musica un po’ diversa e finisce più bruscamente di quanto faccia la versione Columbia intitolata “Open Season”. Mentre la versione scandinava in widescreen dal titolo “Jaktoffer” è di poco più lunga nella durata e si conclude con una scena di dialogo dopo che Holden varca il cancello e si arrende alla polizia, efficacemente con un inquadratura finale della strada di fronte alla casa di Ken e di una ripresa della canzone tema del film sui titoli di coda.
Napoleone Wilson

Le mele marce

Titolo originale: Open season

Anno: 1974

Regia: Peter Collinson

Cast: Peter Fonda, Cornelia Sharpe, John Phillip Law, Richard Lynch, Alberto de Mendoza, William Holden, Helga Liné, Didi Sherman, Concha Cuetos, May Heatherly

Durata: 90 min.

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