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Negli anni ’50 in una dispersa prateria canadese, il piccolo Seth Dove insieme a due amichetti si diverte ad infastidire la vedova del paese. Quando uno dei due amici muore in circostanze misteriose, Seth si convince che la vedova sia in realtà un vampiro. Nel frattempo il fratello torna a casa dalla guerra e si innamora della vedova, mentre Seth, credendo il fratello in pericolo, cerca in tutti i modi di non far nascere l’amore tra di loro.

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Philip Ridley, se non fosse per il fatto che realizza film in tempi kubrickiani, è sicuramente uno dei migliori cineasti nati nella prima metà degli anni ’90. Pittore, scrittore, sceneggiatore, autore teatrale e regista di tre film, si è sempre autodefinito un “uomo del Rinascimento per l’era multimediale”. Nelle sue opere si intravede sempre la sua ossessione per gli stati d’allucinazione dispersi nella realtà. Il suo è uno sguardo del mondo al limite del funesto; depressivo nel linguaggio e nella forma. Non fa eccezione questo Riflessi sulla pelle, esordio del regista, che lo l’impose nel lontano 1990 con il titolo, tra l’altro non proprio azzeccato, di “Lynchiano nella forma”.

In Riflessi sulla pelle l’autore vuole analizzare gli stati d’orrore creati da una mente infantile, come quella di un ragazzo, di fronte alla realtà violenta in senso primordiale e fortemente sessualizzata. Degli stati che confluiscono nella capacità di alterare la violenza sprigionata in questo caso in una periferia degradata, in modo da poter creare una realtà parallela e letteraria fatta di mostri e angeli salvatori. Quello che ci viene riferito nel film è che la mente infantile, pulita e inconscia, per poter analizzare quello che ci circonda deve farlo attraverso il gioco, che sfocia in un senso perverso di comprensione, che porterà alla perdita dell’innocenza; vero è proprio destino beffardo e brutale per l’autore, dove si invecchia nella cattiveria fino ad abituarsi ad essa.

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Così’ il povero Seth è costretto a giocare con una banda di Rockabilly ambiguamente pedofila, assistere divertito al suicidio del padre e scambiare un feto abbandonato per un angelo salvatore, per poi scoprire infine che la realtà, nella sua più perversa forma, è tristemente più malefica di vampiri e assenza di luce.

La consapevolezza del non di credere più alla favole, porte inevitabilmente al dolore per Ridley, come se gli illuminati non siano altro che uomini già condannati a dover soffrire, nel momento stesso che percepiscono che è il male l’essenza del mondo. L’autore usa quindi l’infanzia per criticare aspramente un certo clima illuminato e fortemente maturo dell’uomo negli ultimi due secoli, che genera un vuoto perenne sotto i nostri piedi e quell’aria che sembra sempre più un alone mortifero.

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E’ una critica ben precisa alla presa di coscienza dell’umanità, che richiede sempre più spesso una desiderio di una nuova etica, che riporti le favole e l’ordine per un uomo più felice. In questo senso è chiaro che il passo successivo del regista è proprio l’affascinante ma poco riuscito Sinistre ossessioni, meglio noto con il titolo originale e decisamente più incisivo di The Passion of Darkly Noon. Il secondo film di Ridley è, pur con qualche velleità artistica grossolana, un Riflessi sulla pelle in chiave cattolica cristiana. L’esistenza di una vita senza più etica imposta con la fantasia, porta inevitabilmente allo sfacelo umano.

Il mondo di Ridley è un organismo pulsante di cattiveria, derivati da comportamenti liberi. Uomo libero è primordiale e tendente al male, mentre i sentimenti più sinceri e innocenti ci riconducono verso una retta via.

L’uomo moderno è così abituato all’orrore che non cerca neanche più di combatterlo, anzi a volte ne è affascinato, come ben ci suggerisce il fratello di Seth interpretato da un giovane Viggo Mortensen; ”cosa ci facevo nelle isole del paradiso come le chiama mia madre? Bè, le distruggevo tutte. Io ho visto le migliori esplosioni del mondo. Una luce bianca, un bagliore che nessuno aveva mai visto. Un milione di fuochi del 4 luglio che esplodevano insieme. Gli indigeni scappavano e tutti cantavano – tu sei il mio raggio di sole, la mia unica luce. C’erano tutti quei pesci bolliti che potevi mangiarli se volevi. E il sole al tramonto era rosa”.

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Quello che però più spaventa di questo Riflessi sulla pelle è quel mondo, immaginato e filmato da Ridley, come una ruralità deperita inquinata dall’uomo. E noi assistiamo all’orrore di questo mondo accettato per quello che è dall’umanità, sperando che il giovane non si svegli mai dall’infanzia, immaginata come un grosso delirio protettivo.

Sotto il lato puramente tecnico il film è riuscito a metà. Se da un parte le inquadrature sono pennellate geometriche del miglior artista, dall’altro sul piano puramente narrativo Ridley si fa prendere la mano giocando troppo spesso con il putrido, rendendo un film poco digeribile a chi ha lo stomaco delicato.

Il dvd è uscito, dopo tantissimi anni d’attesa, pochi mesi fa. Nessun sottotitolo, di extra neanche a parlarne, audio scadente e video al di sotto degli standard. Si consiglia se si ha confidenza con la lingua di comprare edizione estere.

Il terzo film del regista, ancora inedito da noi, è uscito nel 2009 e si chiama Heartless; una sorta di Cenerentola metropolitana maschile. Ambiguo come solo un film di Philip Ridley può esserlo.

Daniele Pellegrini

Riflessi sulla pelle

Titolo originale: The reflecting skin

Anno: 1990

Regia: Philip Ridley

Interpreti: Lindsay Duncan, Jeremy Cooper, Viggo Mortensen, Sheila Moore, Duncan Fraser, David Longworth

Durata: 110 min.

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