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In Pain and gain i corpi non hanno gravità: sono come pesci in un acquario. Li vediamo volare, lottare contro il tempo e poi crudelmente essere lasciati ad agonizzare quando l’acqua viene loro tolta. Per molti dev’essere stato difficile digerire il nuovo lavoro di Michael Bay, il coattissimo regista di Transformers 1, 2 e 3, anche perchè si tratta (stavolta) di un film notevole. C’è un ritorno alle origini del suo cinema, uno spettacolo girato con un budget dignitoso ma non da capogiro, un omaggio agli anni 90 del suo Bad Boys (tanto da riciclarne all’interno alcune riprese aeree), un film pieno di battute, di stilismi preziosi, cinema imperfetto e preziosissimo.

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Pain and gain (suda e cresci ma da noi malamente risolto con Muscoli e denaro) è un pachiderma di 2 ore e passa, fatto passare nella copertina italiana per un poliziesco tanto da ritrarre Whalberg e The rock (ma senza il terzo membro della loro Scooby band) con occhiali a specchio da FBI. Peccato che Pain and gain non sia un poliziesco e neanche ci prova ad esserlo: è una storia vera sulla follia lucida di tre culturisti che decisero di arricchirsi nella Miami anni 90 grazie al rapimento di un miliardario. Il bello del film è che ogni cosa che vedi e che pensi “Si va beh è impossibile” è successa, questi tre ernegumeni hanno commesso così tanti errori nel loro cammino verso la pena di morte da far sembrare l’intera vicenda così parossisticamente grottesca, ci ridi sopra ma poi ti inquieta pensare che anche tu fai parte della stessa specie umana, che un Daniel Lugo potrebbe essere tuo figlio, il tuo migliore amico o persino te stesso.

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Girato con stile isterico e videoclippato, Pain and gain è uno strano film di chiacchiere, fatto più che di azioni di confessioni, di persone che sono alla disperata ricerca di Dio in un mondo dove Dio sembra essere stato sostituito da milioni di idoli blasfemi. Il protagonista afferma in più momenti di credere nel fitness, The rock con le sue magliette “Team Jesus” abbraccia una religione distorta di facili brand commerciali dove Dio può essere anche la giustizia di un cazzotto (“Gesù mi ha dato il potere di mettere a terra i nemici!”) e il terzo membro, il nero Anthony Mackie, è riuscito a raggiungere una massa grassa del 6 per cento al caro prezzo di perdere la virilità. Dio quindi come muscoli, ma anche come figa e desiderio di essere qualcuno. Perchè alla fine degli anni 80 della Wall Street fast food, nei crepuscolari 90, il sogno americano dovrebbe essere alla portata di tutti. Per dirla come il Johnny Wu interpretato dal Mister Chow di Una notte da leoni (Kendrick Kang Joh Jeong ) “Fissa un obiettivo, fai un piano e muovi quel culo” in un mondo che si divide semplicisticamente in perdenti o vincenti.

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Ecco quindi che il miliardario rozzo e arrogante Victor Kershaw (Tony Shalhoub) è la risposta perchè ha tradito i comandamenti di Dio guadagnando soldi senza meritarselo, senza quel sudore che fa crescere che da’ il titolo al film. Per dirla come Daniel Lugo/Mark Whalberg tutto questo è antipatriotico. Si potrebbe quindi leggere Pain and gain come una visione estremamente distorta dell’America dream, quello che negli anni 50 era rappresentato da coppie borghesi sorridenti e villette a schiera tutte uguali dai prati verdissimi: i tre, ma soprattutto Daniel Lugo, sono stati privati dalla vita di questa possibilità. Possono avere il fisico di un Dio, ma, anche in sella ad un tosaerba da pubblicità, non avranno mai quei soldi che l’estrazione sociale gli ha negato. Non per nulla ad un certo punto lo stesso Lugo ci racconterà una storia del suo passato, all’apparenza insignificante: “C’era un mio vicino di casa quand’ero bambino che cambiava una bicicletta tutte le settimane e i suoi lo portavano a Parigi per le vacanze. Non che volessi rubargli la bicicletta, ma sapevo che a Parigi non ci sarei mai andato se non mi fossi inventato qualcosa”.

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Quindi grazie al rapimento e all’omicidio (prima tentato poi raggiunto) i tre possono riappropriarsi di una seconda vita, quella che tutti gli americani dovrebbero per giustizia avere. Solo che sulla loro strada si mette in mezzo l’ex poliziotto Ed Du Bois interpretato dal bravo Ed Harris che prenderà a cuore il caso di Victor Kershaw, sodomizzato, picchiato, bruciato vivo, travolto da una jeep eppure ancora vivo. L’universo anni 90 descritto da Michael Bay è un luna park dai colori saturi dove le persone non parlano ma urlano, dove i corpi sono perfetti e sudati, dove a contare è l’apparenza e quindi l’apparire. Che i tre delinquenti siano lucidamente cretini non ci piove, ma a colpire è che, nel contesto descritto, non sembrano poi tanto alieni, un mondo fatto di nani da circo e bellissime immigrate che si credono spie, di rapimenti con vestiti da carnevale e cani che vanno in giro con dita mozzate in bocca, dove un uomo in fin di vita viene quasi arrestato solo perchè non caucasico. Pain and gain è il film di Michael Bay più intimista, quello che potrebbe mettere in pace anche i suoi detrattori, schizzato come uno degli ultimi film di Tony Scott ma con un rigore narrativo ineccepibile, girato con così tante idee da far pensare ad una seconda giovinezza del regista lontano dai giocattoloni tutti uguali ai quali ci ha abituato. Certo è forse troppo lungo, troppo pompato come i suoi protagonisti, ma questa volta i difetti che altrove troveremmo insopportabili acquistano un valore aggiuntivo. Difficile d’altronde non amare un film che alla fine, come dopo una corsa, si prende il tempo di respirare, neanche fosse un poliziesco anni 70, facendo sedere il suo pubblico con il detective Ed Du Bois e perdendosi nella meraviglia di un lago. “A volte tutto quello di cui abbiamo bisogno ce l’abbiamo davanti agli occhi”.

Andrea Lanza

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