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Nando Cicero, ricordato soprattutto per le becere commedie sexy degli anni Settanta, iniziò la carriera come aiuto di Rosi e Visconti, e nei primi anni da regista diresse tre ottimi western: Il tempo degli avvoltoi (1967), Professionisti per un massacro (1967) e Due volte Giuda (1968). Curiosamente, prima di dedicarsi al comico nella sua versione più squallida, Cicero dimostrò una propensione verso la messa in scena della crudeltà: i suoi western sono infatti accomunati da violenza (fisica e psicologica), personaggi psicopatici e uno spiccato gusto per il sadismo.

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Il tempo degli avvoltoi, scritto da Fulvio Gicca Palli e forse il migliore della “trilogia”, vede come protagonista il cowboy Kitosch (George Hilton), che lavora alle dipendenze del potente ranchero Don Jaime. Come punizione per aver tentato di sedurne la moglie, viene marchiato a fuoco e picchiato selvaggiamente. Fuggito dal ranch, è salvato dal linciaggio grazie all’intervento di Tracy il Nero (Frank Wolff), pistolero ricercato dalla legge e temuto da tutti per la sua crudeltà. Il giovane Kitosch ne subisce il fascino e decide di proseguire il viaggio con lui, accompagnandolo in una sanguinaria vendetta e in alcune rapine. L’ultimo colpo è il rapimento della moglie di Don Jaime in cambio di un riscatto: ma nella resa dei conti emergerà il vero animo di ciascuno.

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Il tempo degli avvoltoi è una sorta di “percorso formativo” al contrario, con il giovane Hilton, latin lover amante della vita tranquilla, che inizia con lo scafato e crudele Wolff un viaggio nell’inferno della violenza, in un west(ern) crudele, cinico e crepuscolare. Come scrive Federico De Zigno su Nocturno, “si può leggere come una sorta di viaggio al cuore di tenebra dell’eurowestern (almeno al pari di Se sei vivo spara e I quattro dell’Apocalisse)”. Buona parte del fascino del film è giocata proprio sul continuo confronto-scontro fra questi due personaggi così diversi fra loro, che intrattengono un rapporto di morbosa dipendenza al limite dell’omosessualità latente. I due giganti dello spaghetti western, al meglio della loro forma, danno vita a personaggi dalla psicologia complessa: l’uno succube e debole, che pratica la violenza dopo averla subita (Hilton), l’altro crudele e psicopatico, un uomo che ha fatto della violenza la sua ragione di vita (Wolff). Il fascino di Tracy finisce inevitabilmente per corrompere il giovane cowboy, che pur vedendo il suo piacere provato nell’uccidere non riesce a staccarsi (ma al momento giusto saprà rivalersi). Viene in mente un po’ quello che, secondo chi scrive, è il miglior western di sempre, I giorni dell’ira (1967) di Tonino Valerii: Giuliano Gemma, un ragazzo disprezzato e maltrattato da tutti, trova in Lee Van Cleef un maestro di vita che gli insegna a sparare e soprattutto a farsi rispettare; quando però l’anziano pistolero rivela la sua natura malvagia, il giovane diventato adulto lo ucciderà in duello seguendo i suoi stessi insegnamenti, nonostante sia consapevole che è l’uomo a cui deve tutto. Il tempo degli avvoltoi presenta una situazione in parte simile, ma virata in maniera più cupa e meno “pedagogica”: il film di Cicero, nonostante sia diretto nell’epoca d’oro del genere, può essere considerato infatti un western crepuscolare, dove non ci sono eroi, non esistono né vincitori né vinti, né colpevoli né innocenti, ma solo un mondo cinicamente dominato dalla violenza, senza speranza di redenzione. Cicero non lesina sulle scene di violenza, pur non raggiungendo i picchi di altri western come Django, Se sei vivo spara, Tempo di massacro: ricordiamo Hilton marchiato a fuoco e poi picchiato a sangue (un minuto di calci e pugni selvaggi), la donna cieca bruciata viva dal Nero nella sua casa, Franco Balducci a cui Tracy inchioda la mano a una porta. Senza contare le numerose uccisioni a sangue freddo e il clima di sadismo psicopatologico che si respira di frequente.

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Da notare la certosina caratterizzazione dei personaggi. Wolff giganteggia e risalta maggiormente rispetto al più “classico” ma comunque efficacissimo Hilton: vestito tutto di nero (da qui il soprannome), entra in scena su un carro funebre con cui trasporta il corpo della madre verso una degna sepoltura. Sguardo torvo e animo spietato, utilizza una colt, una derringer e un fucile (utilizzabile anche come lanciagranate, conservate in una valigetta), ed è in realtà meno forte di quanto sembri essendo affetto da epilessia, i cui attacchi lo colpiscono periodicamente lasciandolo senza forze. Curiosamente, troveremo un pistolero epilettico (Tomas Milian) anche nel bellissimo e curioso western Sentenza di morte (1968) di Mario Lanfranchi. Ottimi anche il veterano Eduardo Fajardo, il cui volto severo ben si adatta al potente Don Jaime, e la splendida Pamela Tudor (moglie del ranchero), nel ruolo di una femme fatale che lei stessa riproporrà in maniera simile in Sartana nella valle degli avvoltoi (1970) di Roberto Mauri.

Ottime e numerose le scene d’azione: l’assalto al convoglio dell’oro, il massacro dei banditi ad opera di Tracy, la sparatoria nella taverna e nel villaggio messicano, fino all’assedio nel monastero abbandonato. Gli splendidi paesaggi (le montagne e i deserti dell’Almeria, ben fotografati da Fausto Rossi), gli interni accurati e le buone musiche dello specialista Piero Umiliani contribuiscono a rendere Il tempo degli avvoltoi un western memorabile.

Davide Comotti

Il tempo degli avvoltoi

Anno: 1967

Regia: Nando Cicero

Interpreti: George Hilton, Frank Wolff, Eduardo Fajardo, Pamela Tudor

Durata: 92 min.

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