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Dedicato a Giuliano (Roma, 2 settembre 1938 – Civitavecchia, 1º ottobre 2013)

Somewhere - Premiere:67th Venice Film Festival

Un  grande dramma sulla criminalità diretto da Damiano Damiani in un triennio all’apice della bravura (“Goodbye & Amen, l’uomo della CIA” 1977, “Io ho paura” 1977, “Un Uomo in ginocchio” 1979 e ancora altri)  quale questo mi è sembrato nell’improba scelta fra i tanti splendidi  titoli della lunga carriera di Gemma, uno dei più rappresentativi in assoluto per una delle sue più  eccellenti interpretazioni. Quella come da titolo di un uomo messo in ginocchio dalla mafia, ma che per disperazione e caparbietà di carattere sarà capace di rialzarsi. Vogliate quindi grazie all’accoppiata Damiani- Gemma aspettarvi un elevato livello di realismo sociale e di non esserne mai delusi.

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“Un Uomo in ginocchio” è un film quantomai di potente denuncia dello strangolamento messo in atto dalla mafia nella Palermo della fine degli anni settanta, e laddove è anche stato girato. Guardandolo, sono sempre stato solito l’aver provato una forte amarezza nei riguardi della vita in generale, e anche per il finale che non farà certamente stare meglio nessuno. I film di Damiani sulla mafia non ne hanno mai rappresentato quel che in fondo può cinematograficamente essere per ella sempre un “veicolo di pubbliche relazioni, come può accadere con “Il Padrino”, ma una visione vera, cruda e senza speranza. Quasi un allarme all’Italia  per quella che come scriveva Sciascia ed era allora in pieno svolgimento, si definiva ovvero la “sicilianizzazione” del mondo, grazie alla mafia..E Palermo che ne è la sua capitale storica raramente è stata vista al cinema davvero così terribile e malfamata come in questa splendida opera cinematografica, di un nostro cinema di “genere” dal coraggio senza pari e dalla ormai completamente smarrita capacità di narrare, e della sua rappresentazione.

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Il protagonista splendidamente interpretato da Gemma in una delle sue migliori prove in assoluto, si chiama Nino Peralta ed era stato un ladro d’auto professionista fra i più bravi, che ha poi scontato diversi anni di carcere. Ora egli si guadagna da vivere con la vendita di caffè e limonata gestendo un barrino-chiosco. Proprio per una maledetta casualità  viene coinvolto in una guerra tra due potentissime famiglie mafiose rivali e si ritrova in un elenco di otto persone da eliminare come scomodissimo testimone, soltanto perchè una tazzina di caffè con il nome del suo bar portata dal cameriere Cimarosa, è stata trovata sulla scena del fatto che fa da motore scatenante dell’infernale vicenda(a ben simboleggiare l’assurda pericolosità di quel che poteva casualmente capitare a chiunque, in una città ambigua e sempre, ovunque, altamente minacciosa, coma la Palermo di quel periodo). Egli cerca dunque sempre più accerchiato di risolvere il malinteso, mantenendo la sua piccola attività che da una dignitosa sopravvivenza per sua moglie (Eleonora Giorgi), i figli e il suo migliore amico -aiutante (un grande Tano Cimarosa) e soprattutto, per preservare la sua dignità.

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Damiani realizzò con questo film un racconto molto cupo, quasi come in “Io ho paura”, come accennato ambientato in una tetra, invernale e piovosa, sporca Palermo, città opprimente e foriera di ben piccole speranze per un ex detenuto come Nino. La polizia è ovviamente indebolita quantomai dalla connivenza politica e a tutti i livelli con i corleonesi, che proprio in quegli anni stavano portando la loro guerra fatta anche di rapimenti, tanti omicidi eccellenti, e centinaia di caduti da ambo le parti, contro la mafia palermitana di Stefano Bontate, Nino Ganci, e Ciccio Teresi.  Nino anche per questo clima e la situazione apparentemente senza speranza, nemmeno considera l’opzione di chiedere loro aiuto, cioè allo Stato. Ingaggia quindi un disperato tentativo d’incontro con i boss cercando contemporaneamente di sfuggire e poi di accordarsi con un killer nevrotico, “Platamona”, vero e proprio impiegato e ragioniere dell’omicidio mandato per eliminarlo, e interpretato anch’esso mirabilmente da un giovane Michele Placido, oserei dire qui anche lui in una delle sue migliori prove in assoluto..

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Damiani, tra l’altro, offre qui uno dei suoi film girati nello stile più sobrio e narrandoci  una simile angosciosa situazione in toni pratici tipici e che rendono molto bene, una certa esperienza e saggezza della strada, quale quella del protagonista Nino. Una ragionevolezza alla fine molto buona, e che pure non può nascondere tutto il suo pessimismo di fondo

“Un uomo in ginocchio”, è appunto davvero la storia di un uomo in ginocchio. Se vogliamo quasi un racconto noir di mafia, e dal momento che venne realizzato nel 1979, già si parlava di “neo-noir”,  questo sarebbe del resto proprio un superbo noir, molto più di quello che ti puoi aspettare anche vedendo opere di Damiani se vogliamo molto simili per toni disperati e angosciosi, quali i di mafia e non “Confessione di un Commissario di polizia al Procuratore della Repubblica”(1971), “L’Istruttoria è chiusa, dimentichi”(1974), “Perchè si uccide un magistrato” (1975), alla fine,  si sente anche chiaramente che potrebbe stare nella stessa filiera di alta classe di  “A ciascuno il suo”(1967) di Elio Petri.

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Ciò che in definitiva lo rende così grande? La profondità nell’essere fedele alla vita, alle azioni umane che hanno un vero senso sempre al passo con i personaggi, che sono umani e soggetti alle debolezze umane. Vi è una grande quantità di sfumature nella sua sceneggiatura scritta da Damiani sempre con il bravissimo Nicola Badalucco,  e la storia riesce anche ad andare in direzioni molto sorprendenti.

Nella prima parte della vicenda, c’è un lato naturale di un’ironia stoica e disincantata, fianco a fianco con la serietà, e questo è in parte perché i personaggi come il fantastico Colicchia di Cimarosa parrebbero inizialmente essere inseriti nel film con la funzione di far rilasciare un poco la tensione, e invece con rara sapienza diventano ben presto a tutti gli effetti co-protagonisti del dramma vero, dentro al quale apparirà anche un ottimo Ettore Manni/don Vincenzo Fabbricante (al suo ultimo film prima del suicidio), e a ben simboleggiare con la contraddittorietà, le volubilità delle loro esistenze, una certa tipica italianità. Ben presto infatti, la situazione diventa sempre più grave, e tutto l’umorismo ne svanisce completamente man mano che si progredisce verso la  fine. Anche qui, Damiani e Badalucco dimostrano di essere stati in perfetto controllo del loro materiale, e di avere esercitato su di esso tanta della loro  intelligenza. Solo pochi film del genere, anche italiano, sono stati in grado di ottenere un risultato tale e così bilanciato, dai molti colpi di scena, e dai personaggi, dall’azione MAI stereotipate.

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E’ anche per film come questo, oltre ai tanti meravigliosi western che Gemma aveva straordinariamente impersonato ed egli stesso rappresentandosi come uno dei simboli più perfetti, “mitici”dell’intero genere, che Giuliano ci mancherà, ci mancherai, tantissimo. Anche solo nel ricordo di una fama veramente meritata presso ad un pubblico veramente enorme, quale era quello del cinema italiano dei sessanta e settanta. Gli anni del cinema italiano, quello vero.

In coda Vi linko una considerazione critica sul film presa da Wiki, che potrà ripetere in alcuni passi ciò che già ho descritto io, ma mi pare ugualmente quantomai utile, significativa e ben documentata oltre che appassionata:

Questo film, sebbene praticamente snobbato dalla critica dell’epoca e dallo stesso pubblico, è stato invece rivalutato con il passare del tempo, specialmente con l’evolversi dei tragici eventi che tristemente hanno infestato le cronache della stampa nostrana in materia di mafia: la sua grandezza è il labirintico intreccio con cui Nino Peralta deve confrontarsi, costantemente teso e frustrato verso la ricerca della salvezza del corpo e dell’anima, minacciati da un potere, quello mafioso, che insieme gli deteriorano la vita, la famiglia, e la propria dignità.

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È questo un film molto oscuro, caratterizzato da una fotografia eccezionale ed un cast assolutamente degno di nota sebbene non impeccabile. Memorabili risultano essere in particolare i dialoghi fra Giuliano Gemma e Michele Placido specialmente quello finale, su un invernale e tetro altipiano che meglio caratterizza la canalizzazione ultima di un film costantemente apprensivo, decadente ed allo stesso tempo volto a celare una strisciante speranza di redenzione spirituale.
In questo film, è l’uomo ad essere messo in analisi al microscopio, e non un uomo qualunque, bensì quello siciliano, in una Sicilia brutalmente controllata dalle mafie, che tengono a sé il controllo di ogni cosa, da quella materiale, alle stesse persone: esseri umani costretti a fungere da pedine, di un gioco più grande di loro, ed in mano a pochi e ingordi assassini.
Con questa pellicola, sia Gemma che Placido ebbero modo di mettere in mostra le loro straordinarie doti, anche se in maniera differente: il primo, specialmente per aver riportato su di sé le luci dei riflettori, grazie ad una prestazione ai limiti del caratterista, perfettamente riuscita e tale da aggiungere ancor più fama alla straordinaria capacità di attore che già si era creato con personaggi mitici quali Ringo, e tutti gli spaghetti-western che ne sembravano aver decretato una carriera quasi al termine; il secondo invece, per essersi definitivamente consacrato a ruoli impegnativi, grazie ai quali verrà impiegato negli anni successivi per girare film tv e film veri e propri, che lo renderanno noto al grande pubblico una volta in definitiva (si pensi a “La Piovra”).
Degne di nota anche le parti di Tano Cimarosa  e di Manni; un poco sottotono, sebbene non per niente malvagia, quella della bellissima Eleonora Giorgi,  comunque brava a non uscire dal ruolo e a regalare maggiore tensione emozionale alla pellicola.
Per concludere, questo è un film dalle grandissime capacità descrittive rispetto ad una realtà che può sembrare morta e sepolta, ma che in realtà ancora “striscia” in ginocchio, in un Italia che crede di aver “superato” le stragi di mafia e i terrorismi di infausta memoria.

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Un uomo in ginocchio

Anno: 1979

Regia: Damiano Damiani

Interpreti: Giuliano Gemma, Michele Placido, Eleonora Giorgi, Ettore Manni, Tano Cimarosa, Andrea Aureli, Luciano Catenacci, Fabrizio Forte

Durata: 120 min.

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