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Bisognerebbe redigere un trattato su come si imbastisce una critica cinematografica. Certo esistono manuali di bon ton, di regole basilari, ma la verità è che non tutti nascono critici. E’ un po’ come essere gettati nel Bronx/Fort Apache del film di Donald Petrie: o hai le palle o non le hai, e se non le hai sei “carne per la bestia” come direbbe un abitante di Midian. D’altronde posso usare i termini più aulici, scrivere celermente al posto di velocemente, scimmiottare i Ghezzi o gli oscuri volumi di sapienza letteraria, ma se, oltre alla forma, mancano lo stile, il ritmo, l’entusiasmo e i contenuti, beh la mia critica è buona per concimare i campi. Altra cosa importante (oltre all’essenziale buon italiano ovviamente) è la dose di sincerità. Tra me e il mio lettore ci deve essere fiducia, se tradisco quella, posso essere pure Tullio Kezich, ma nessuno mi seguirà.

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Oggi leggevo una frase sul giornalismo in un portale: “Un giornalista che non dia mai fastidio a nessuno forse non fa fino in fondo il suo mestiere“. In quest’epoca di crisi, di facili leccaculismi mi trovo perfettamente d’accordo con questo concetto. Si badi bene però “dare fastidio” non significa essere gratuitamente cattivi, ma essere sinceri. Mi vanto spesso che, quando il diavolo verrà a tirarmi i piedi, potrò essere tacciato di essere un ladro, un bugiardo, un bestemmiatore, un lussurioso,un bastardo, e chi ne ha più ne metta, ma non un servo di qualsivoglia potere. Anche perchè il mio conto in banca è lì a spergiurarlo: ho una sorta di malattia sociale, sono uno stupido idealista. Nella mia carriera decennale o poco più (tipo i puffi e le loro mele) mi sono fatto più nemici che amici, ho cercato di non recensire mai film che poveri cristi avevano fatto con i risparmi di una vita, non picchio la gente che caga o dorme, armando con scuse varie (il tempo, Dio o il fato) la giustificaziona al mio perenne ritardo.

Invasion al Comunismo

Non sono certo un santo e molte volte ho svirgolato perchè se c’è una cosa che mi da’ fastidio è la ripetuta bruttezza, il dover girare film ad libitum come se fossimo serial killer missionari, il vedere i propri attori che recitano malissimo e dire comunque “Che capolavoro”. E ancora peggio poi sentirsi ripetere a pappagallo dai tuoi amici “E’ vero, è bellissimo” perchè devi essere nato da un asino e un canguro, devi avere mangiato per tutta la tua vita escrementi di mucca pazza, devi masturbarti con foto di Alvaro Vitali per dire che certe cose sono belle, perchè, gusti o meno, fanno schifo. Questo in Italia come all’estero ovviamente, ma stiamo sicuri che il concetto di “carrozzone” dove salire e risplendere di luce riflessa un successo, anche minimo, fa gola a molti sciacalli, si chiamino Mario Rossi o John Doe.

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Non nego che non amo molto il nostro cinema indipendente horror, ma in passato ho apprezzato alcuni lavori di Ivan Zuccon come Nympha o La casa sperduta e che, sulle pagine di Horror time, ho incensato allori sull’ultimo lavoro di Lorenzo Bianchini. Ho l’approccio del faciullesco pascoliano nel guardare un qualsiasi film: prima di analizzarlo me lo gusto senza pregiudizi. Peccato, porca troia, che mi trovo magari davanti ad un film su una casa nel bosco con gli effetti speciali di Sergio Stivaletti, diretto da un regista che alla sua seconda opera farà un personale 8 e mezzo, e fanculo anche il fanciuletto, Pascoli e il pregiudizio! Sono sicuro che anche Dario Argento, uno che ormai ha consumato ogni cartuccia dell’eccellente carriera passata, si senta dire alla sua corte “Maestro, che bello il suo Dracula 3d”. Sorvoliamo sul maestro ora come ora, ma che cazzo, Dracula 3d, non dico il Dracula di Coppola, ma il 3d, quello con la Mantide religiosa gigante, quello con le tette di Miriam Giovanelli e il nasone della Gaslini, quello con la scena del massacro bella e il resto orrido, quello con Azia sticazzi, beh vaffanculo ancora. Ecco gli amici, i fan, gli sciacalli dell’occasione di una vita sono  i peggiori critici perchè anche loro pensano che il tuo lavoro faccia schifo, ma non lo dicono e magari palesano il loro disgusto in una recensione che compie voli pindarici, quasi salgariani, per trovare il bello nella merda, perchè o sei De Andrè o, ti prego, rinuncia a trovare fiori nel letame. Recentemente ho criticato il lavoro di Gordiano Lupi ottenendo di essere tacciato di ideologia disfattista, quando il mio articolo era semplicemente un avvertimento al lettore sull’approssimazione di alcuni critici e il loro perseverare nella via del male.

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C’è una cosa poi che mi chiedo: ma con imdb è possibile, ancora alle soglie del 2014, poter scrivere, per esempio, che Il pozzo e il pendolo è un film della Hammer? Sono errori imperdonabili che richiederebbero il calcio nel culo, le penne d’oca con la pece e il pubblico sberleffo, così da essere certi di fare, prima di scrivere, un lavoro di ricerca documentalista. Mi dispiace allora che Lupi non abbia fatto vanto dei miei consigli perchè credetemi libri, come i suoi su Fulci o su Joe D’Amato, sono al di là del bene e del male. Spero, e qui torna il fanciullino, che Lupi mi riesca prima o poi a smentire e sarò il primo a dirgli “Bravo”. In questi giorni poi, sulle pagine di facebook, ho avuto un attacco personale da parte di un regista indipendente, un attacco oltretutto a cazzo di cane perchè sbraitava, a mò di checca da brutto film anni 80, una serie di infamie sul mio conto.

Incontrai il Marchese del Percing estremo, un ottimo tatuatore mi dicono tra l’altro, mentre ero a Genova in completa crisi matrimoniale vicina al divorzio. Parlammo di una possibile collaborazione per un suo film tratto da Oltretomba, una serie di fumetti porno horror molto in voga trent’anni fa. Vidi, proprio in quel periodo, la sua opera prima, un horror di una presunzione estrema, vincitore di chissà quale oscuro premio, e decisi di ancorarmi a delle scuse per non entrare in un circolo vizioso di brutti film e bruciarmi una prima sceneggiatura. Recensii quel suo delirio però per horror.it e per Nocturno, gli feci un’intervista persino, e lui, il marchese della menzogna, mi ringraziò perchè, sebbene ne avessi parlato male, avevo svolto un eccellente lavoro critico. Salvo ovviamente lamentarsi dopo e spergiurare che quell’intervista, racchiusa tra l’altro in registrazioni, non me l’aveva mai rilasciata.

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Era il 2008 circa e ora, dopo quasi 6 anni, torna a parlare di me. Mi lusinga davvero e questo mi fa riagganciare all’iniziale discorso sulla critica. Se sincere possono fare male perchè, si sa, i registi sono come dei bambini e puntano i piedi, piangono se parli male di loro, ma se gli fai un sorriso e due coccole ecco che sono tutti belli e soridenti.

Io ricorderò sempre, nel mio piccolo, che all’uscita di Shadow, a Sitges, beccai Federico Zampaglione che mi chiese “Ma com’era il film?”. “Una merda” risposi.

Ecco, Federico ora mi fa pure gli auguri di Natale.

L’intelligenza come il senso critico non è un optional. Mai.

Andrea Lanza

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