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Eccoci davanti al primo film dell’anno. Sceglierlo è un grosso impegno, con in più la consapevolezza che, lettori fidati o meno, avete di meglio da fare oggi del leggere Malastrana vhs. D’altronde che voi siate stati ad una festa mega galattica o abbiate festeggiato davanti ad una candela questo 2014, subentra comunque lo scazzo del primo dell’anno che comporta nausea post alcool, bruciori di stomaco per cotechini e zampone, odio del genere umano e la conseguente decisione di unirvi con Magneto e gli altri mutanti malavagi. Buon per voi comunque visto che c’è Mystica e, blu o meno, a me personalmente fa un gran sesso. Quindi prendete la vostra aspirina, oki o Moment che sia e, se passate di qui, buona lettura con questa prima recensione dell’anno, un po’ alcolica e dolorante forse, ma, per Dio, apprezzate lo sforzo!

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Di Mister Miliardo ne abbiamo già accennato nella recensione di Poliziotto superpiù: produzione completamente statunitense per il nostro Mario Girotti/Terence Hill. Caso più unico che raro, ma che non stupisca visto che, oltre al suo physique du rôle e alla discreta fama oltreoceano dei suoi film, Hill parlava e recitava perfettamente in inglese. Quindi stavolta l’America ha chiamato uno dei nostri talenti non per veloci camei, come nel caso del Franco Nero di Die Hard 2, ma proprio per cucirvi un’intera pellicola. Mister Miliardo è un Terence Hill movie anomalo: ne ha la stessa forma, la stessa idea di divertimento circense e fracassone, lo stesso amore per lo spazio aperto e l’ingenuità fanciullesca del personaggio principale, ma nel contempo è qualcosa di talmente diverso, come un bacellone da Invasione degli ultracorpi che copia il modello mantenendo inalterata solo la struttura.

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Mister Miliardo è l’idea americana superficiale di poter primeggiare in qualsiasi campo, l’appropriarsi di una cultura imponendo la propria, il non fermarsi a comprendere gli usi e costumi dei popoli ma mostrandone i lati più folkloristici e macchiettistici. Succede con i film di mafia, succede quando “comprano” un bravissimo regista orientale e gli impongono un copione anonimo e occidentale, quando “remakizzano”, un tanto al kg come in fast food, film europei con l’idea che l’accumulo sia un bene. Eccoli quindi i mostri, i Nome in codice Nina che, fuck you, vogliono portare al pubblico miope di sottotitoli e doppiaggio il bellissimo Nikita, i John Woo ridotti a girare Paycheck perchè bastano due colombe e tre esplosioni, e i Terence Hill che, spaesati, si guardano intorno come la gallina intelligente di Pozzetto.

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Non è un problema di Jonathan Kaplan che, nel 1977, aveva alle spalle già una carriera di B movie grintosi e incazzati, e che vivrà persino una (breve) vita di regista di una certa fama grazie a film di serie A del calibro del Sotto accusa con Kelly McGillis e Jodie Foster. Almeno non un problema del Jonathan Kaplan regista. Non è neanche un problema di Terence Hill che recita con la solita grinta e simpatia nè dei suoi comprimari, tutti perfetti e con le facce giuste. E’ un problema però di sceneggiatura, scritta a due mani da Ken Friedman e dal regista, un  guazzabuglio inverecondo di situazioni in accumulo. L’idea di comicità è nè più nè meno la stessa del telefilm Hazzard con inseguimenti, scazzottate e il paesaggio provinciale americano a fare da sfondo alla vicenda, una commedia dove i cattivi veri sono i ricchi e anche i galeotti hanno un cuore d’oro. Qualcuno potrebbe obiettare che anche molti Terence Hil e Bud Spencer movie avevano la stessa forma, ma pensiamo, per esempio, a I due superpiedi quasi piatti che, pur se girato a Miami, aveva una propria poetica non da catena di montaggio che mancava per esempio ai tanti imitatori dela coppia, i vari Simone e Matteo per intenderci. Qui, alla fine, che ci sia Terence Hill o un Richard Harrison poco importa: basta il sorriso genuino, il capello biondo e l’occhio azzurro. Non ci si sofferma mai su chi sia Hill, come siano i suoi film, come si può importare la sua comicità: lo si butta con un copione orribile in una fossa dei leoni con l’idea incredibile di fare successo e presa su grosso pubblico, cosa che ovviamente non avverrà. Non basta d’altronde mandare in laboratorio la Coca Cola e creare la Ben Cola per ottenere lo stesso prodotto.

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Quello che manca a Mister Miliardo, oltre all’anima, è il divertimento: dopo una prima mezz’ora ci si disinteressa alla vicenda, la ripetizione delle situazioni è dietro l’angolo e così anche lo sbadiglio ammazza mascella. In più Ken Friedman e Jonathan Kaplan pensano ad una tra le scene più incredibili, lunghe e meno divertenti che una commedia possa escogitare, un lungo duello simulato tra Hill e un bambino, su uno sfondo italiano, con l’uso di pummarola al posto del sangue. in questa scena vediamo un gruppo di americani assistere sbigottiti allo spettacolo e noi con loro: qualcosa di così raccapricciante e un po’ razzista, nell’abuso di clichè sugli italiani, che fa meditare.

Eppure l’inizio con Hill che guida una macchina sportiva e decanta la sua passione per Steve McQueen non era male. Solo che a questo seguono idee molto più discutibili, non ultima quella di scegliere una patner figa così poco figa come la Valerie Perrine di Superman. Il resto d’altronde è un brutto film, un Willie Fog in America che neanche la mano di E. B. Clucher avrebbe salvato. Amen e così sia.

Andrea Lanza

Mister Miliardo

Titolo originale: Mr. Billion

Anno: 1977

Regia: Jonathan Kaplan

Interpreti: Terence Hill, Valerie Perrine, Jackie Gleason, Slim Pickens, William Redfield

Durata: 90 min.

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