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Albert Pyun è un artigiano, nel senso piu’ buono del termine, capace di passare da sempre con ecletticità da un genere all’altro, dal fantasy all’horror, dalla commedia al postnucleare con predilezione particolare per il kickboxing. Già anni prima con Cyborg, interpretato da un giovane e acerbo Van Damme, aveva affrontato il filone postnucleare alla Ken il guerriero, ma è soprattutto con Nemesis che il regista da’ il suo meglio nel genere.

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Fotografato tanto bene da far dimenticare una regia molte volte approssimativa, questo film vive uno stato di grazia di azione frenetica e combattimenti deliranti tra uomini e robot, una sorta di William Gibson all’acido. Della trama si capisce poco o nulla, i dialoghi gridano pietà da quanto sono mal scritti, ma è proprio questa sublime confusione a rendere affascinante una pellicola dove le persone un attimo prima si amano e poi si combattono a colpi di kung fu. Star di Nemesis è il campione di arti marziali Olivier Gruner, perfetto nella sua recitazione granitica e incarnazione precisa di un non attore a suo agio solo nelle scene d’azione. Con il seguito, Nemesis 2 Nebula, il gioco si fa ancora piu’ strambo: via Gruner ed ecco arrivare Sue Price, una sorta di incarnazione femminea dell’incredibile Hulk.

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Sono gli anni ’90 ed ogni buon film d’azione ha bisogno il suo eroe muscoloso e di donne pronte a svestirsi alla prima occasione: Pyun, vecchio volpone del cinema, condensa queste due anime in un solo personaggio, una donna massiccia come Stallone, ma dallo spogliarello facile. Come dire ti spiezzo in due, ma se è il caso si fa pure altro. Se, sul piano spettacolare, il primo Nemesis poteva fare comunque la figura del leone, in questo capitolo tutto sembra sciatto, stanco e vive solo dell’edonismo fisico della sua nerboruta protagonista. Per accrescere poi il delirio la sceneggiatura si inventa che la Price è la reincarnazione del personaggio di Greunet creando forse un rarissimo caso di fantascienza transgender dove i sessi si confondono e si fondono in un unico personaggio che incarna grotttescamente il mondo maschile e femminile.

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Si va sempre peggio con il capitolo successivo, Nemesis III: Prey Harder, copia carta carbone di Nebula, ma è con il quarto che si tocca davvero il fondo. Sempre con Sue Price in prima linea, il film dal titolo magnifico di Cry of Angels, viene composto in maggior parte da spezzettoni scartati dal precedente episodio, e risulta, tra scazzottate improbabili e regia interessata a portar a casa solo la pagnotta, il peggior capitolo della serie. E’ la fine della saga, gli anni ’90 stanno lasciando il posto al nuovo millennio e lo stesso Pyun da lì a poco si riscoprirà quasi autore di genere con risultati ben al di sotto dei suoi standard da artigiano. Resta il rammarico di un cinema da oratorio che non esisterà più, di visioni da tv locali che nei ricordi hanno acquistato la fama di cult dove un cyborg alla frase “Sognano le pecore elettriche?” rispondeva a calci volanti in faccia.

 Andrea Lanza