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A rivederlo oggi Cyborg di Albert Pyun è meno orribile di come ce lo ricordavamo, anche se gli evidenti difetti di una storia costruita quasi improvvisandola sulle ceneri di I dominatori dell’universo 2 sono evidenti. Non è storia nuova che il disastro commerciale del film(accio) con Dolph Lundgren e Frank Langella, nei panni rispettivi di He-man e Skeletron, fermò l’idea di un seguito (ma sembra ci fossero anche assegni non pagati alla Mattel per i diritti) anche se erano già stati costruiti dei set per girarlo.

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La gloriosa Cannon di Golan and Globus pensò bene allora di richiamare il regista del progetto abortito (e di Spiderman), Albert Pyun, un autore versatile e veloce, famoso per un fantasy violento ed erotico, La spada a tre lame, e qualche brutta opera per l’Empire di Charles Band (Vicious Lips). Sul set regna il malcontento: al regista hawaiano viene imposta la novella star Jean-Claude Van Damme mentre lui sognava il più quotato Chuck Norris. Il film viene scritto in un weekend e girato in appena 24 giorni, e i produttori gridano al disastro vedendo Cyborg completo ed esigono un nuovo montaggio.

In originale il film è cupo e violentissimo, si ricorda una scena dove Van Damme viene attaccato ad un pozzo con del filo spinato mentre una bambina cerca di non farlo precipitare devastandosi le mani, l’opera si apre con il nostro eroe crocifisso che urla mentre la musica rock sovrasta le grida, il sesso è più marcato così come le morti trucide. Pyun non riconosce l’opera come sua e accusa la star belga di aver spinto i produttori al massacro artistico a favore di un’opera più anonima, ma classicamente action con i calci e i pugni che hanno la meglio stavolta sull’atmosfera. C’è da dire che, se nella versione vulgata si perde molto dell’atmosfera originale, il film ha comunque preziosi rallenti e un personaggio principale meno banale di tanti altri Van Damme movie più famosi e riusciti. I dialoghi poi, pochi e secchi, “Sono bravo a far allontanare la gente da me”, “Ti ho salvato solo perché mi facevi pena” “Odio gli uomini ma amo i bambini”, amplificano la dimensione sottilmente onirica dell’opera, sempre a metà tra narrato presente e passato, donando al personaggio principale quasi un’aurea da western moderno.

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Siamo in quel sottogenere, il post-atomico, che ha come referente più vicino il Mad Max di Miller, ma non solo. Pyun saccheggia a piene mani dal cartoon Ken il guerriero per il suo eroe tormentato in un mondo violento e in rovina. Molte poi le somiglianze, volute, non volute, con 2019 dopo la caduta di New York di Sergio Martino, con la stessa idea di un viaggio per portare in salvo una donna importante per il futuro del mondo.

Il film è comunque ben girato e alcune scene fanno la loro sporca figura come l’agguato dall’alto di un Van Damme in equilibrio nel vuoto solo con la famosa spaccata. Non solo, la fotografia gioca molto con i colori saturi e i filtri riuscendo ad essere iper-realisticamente fumettistica, dimensione nella quale Cyborg si fa perdonare le ingenuità di una sceneggiatura inesistente.

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Del film esistono due seguiti, uno con la non ancora star Angelina Jolie, ma senza Van Damme, e un remake quasi contemporaneo, sempre prodotto dalla Cannon, American cyborg. Questo di Pyun resta il migliore, il primo tassello di una filmografia che vedrà spesso il connubio di calci volanti e androidi in film di un certo culto come Nemesis. Cyborg, come detto, merita una riscoperta perché col tempo appare non il disastro che ricordavamo, ma un onesto B-movie anche nella versione massacrata e buttata in pasto al pubblico di pecoroni.

Nota pessima: il doppiaggio italiano.

Andrea Lanza

Cyborg

Anno: 1989

Regia: Albert Pyun

Interpreti: Jean-Claude Van Damme, Deborah Richter, Vincent Klyn, Dayle Haddon, Alex Daniels, Blaise Loong, Ralf Moeller, Haley Peterson, Terrie Batson, Jackson ‘Rock’ Pinckney, Janice Graser

Durata: 90 min.

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