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Non ho mai cercato l’efferatezza fine a se stessa, ho sempre privilegiato la poesia, l’eleganza dell’azione.

Chiunque conosca anche solo un poco la filmografia di John Woo non può esimersi dal riconoscere la veridicità di questa affermazione. La poetica di Woo, Leone d’Oro alla carriera nel 2010, è nell’azione più pura e nella violenza mai fine a se stessa, ma intesa come strada per la redenzione. Difficile, probabilmente, riuscire ad intendere in modo preciso ciò che i film del regista cantonese rappresentano, ma la questione si pone esclusivamente per la nostra differenza culturale. Abituati come siamo al machismo hollywoodiano e cresciuti con i miti dei film americani, gli inossidabili eroi invincibili interpretati dai grandi action-man che hanno fatto la storia del Genere, da Sly Stallone a Schwarzenegger, Willis, Norris e tutti gli altri, è palpabile la complessità nel definire un action movie “poetico”. Eppure la maestria di Woo sta proprio qua e film come A Better Tomorrow e Hard Boiled sono lì a dimostrarlo.
Non sorprende, quindi, la corte che Hollywood fece al regista cinese nei primi anni novanta, tanto da convincerlo a lasciare Hong Kong e volare negli States per il suo primo film americano, Hard Target, nel 1993. Certo è che non tutti si fidavano ciecamente dello straniero, forse proprio per quella differenza culturale sopra citata, oltre che per il diverso approccio all’action che Woo aveva sempre adottato nelle sue opere. Per un motivo o per un altro, la Universal decise di produrre, sotto però la supervisione di Sam Raimi, che con la sua Renaissance Pictures figura infatti tra i produttori. Il film non aveva un budget molto elevato ma la sfida era un’altra: girare un film americano con lo stile di un regista cinese che, in patria, era considerato una star.

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Tra gli script presentati è quello di Chuck Pfarrer (Virus, Pianeta Rosso) ad essere scelto, ma quando Woo tenta di ingaggiare come protagonista Kurt Russel, la produzione sembra non essere d’accordo e alla fine il ruolo va ad una delle star più in voga del momento, Jean-Claude Van Damme.
Sulla questione esistono diverse versioni: in una è il belgian hero a fare pressioni alla Universal per recitare con John Woo, in un’altra sono gli impegni di Kurt Russel a costringere il regista a ripiegare su JCVD, in un’altra ancora è Van Damme che convince Woo a fare un film con lui in America. Ma qualunque sia la versione della storia e qualunque sia la verità, i fatti non si possono cambiare. E dicono a lettere cubitali che Hard Target è un John Woo trattenuto. Di Senza Tregua, titolo italiano che come sempre lascia a bocca aperta per l’attinenza con l’originale, esiste infatti una versione director’s cut, circolata negli States dopo che il film fu tagliato e censurato, cosa che sicuramente non rese molto felice il regista cinese. Ed è un vero peccato perché di potenzialità, sebbene si basi su di una sceneggiatura altalenante, questo film ne ha parecchie.

Non dare la caccia a ciò che non puoi eliminare.
Da sola, la tag-line di Hard Target basterebbe a far capire i territori bellicosi dove si aggira la pellicola, che sembra modernizzare elementi di Schoedsackiana memoria, riconducibili a The Most Dangerous Game, pellicola diretta appunto da Ernest B. Schoedsack nel 1932, in contemporanea al suo capolavoro, King Kong (1933). Rivisitazione involontaria oppure no, la trama di Senza Tregua si snoda lungo New Orleans e il bayou, presentando finalmente un JCVD che non solo sfoggia i suoi calci leggendari, ma si diletta anche con armi da fuoco e acrobazie motociclistiche: tutto ha inizio con l’uccisione di Douglas Binder, veterano dell’esercito ora ridotto ad un senzatetto, che decide di partecipare, dietro lauto compenso, ad una caccia all’uomo, dove la preda è lui stesso. Quando scompare, la figlia Nat si mette sulle sue tracce e trova inaspettato aiuto in un ex soldato delle forze speciali, Chance Boudreaux, senza lavoro e bisognoso di soldi. Scopriranno che dietro alla morte di Binder c’è la mente di Emil Fouchon, che organizza caccie all’uomo per ricchi borghesi annoiati e si ritroveranno presto costretti a combattere per la loro vita.

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Un western moderno, serrato, sporco, violento e senza scrupoli, in una New Orleans difficile e problematica, Hard Target è un giro sulle montagne russe, una grande salita prima della discesa senza freni nella follia e nell’action esplosivo e infernale di un finale duro, girato con maestria da un grande dell’azione made in Hong Kong, che anche qui, nel suo primo film a stelle e strisce, non manca di utilizzare i suoi marchi di fabbrica, ralenti perfetti, inquadrature memorabili, scontri violenti e senza tregua. Nonostante un discreto successo al botteghino la critica non mancò di definirlo il peggior film del cineasta asiatico, soprattutto per la scarsa considerazione di cui godeva all’epoca Jean-Claude Van Damme, considerato un attore scarso e di poco talento. È innegabile che non fosse, così come non lo è tuttora, un interprete da Oscar, ma i luoghi comuni, le frasi fatte e gli stereotipi si sprecavano, figli di quello snobismo proprio di certa critica non solo estera, ma anche italiana. Facile fare i critici definendo capolavori i film che lo sono senza ombra di dubbio, più difficile trovare bellezza, poesia, qualità e onestà in opere che vanno comprese aldilà dell’apparenza e della prima, singola e svogliata visione. Da questo punto di vista, Van Damme non è stato molto fortunato, sebbene sia diventato, nel corso degli anni, un buon attore, che riesce anche ad andare oltre gli action nonostante per lui rimangano una seconda casa.
L’inespressivo belga, come da tanti viene definito, possiede ancora una fisicità e un atletismo invidiabile e John Woo non mancò di notarlo, nel ’93, andando oltre stereotipi e sfottò, sfruttando al meglio le capacità di JCVD in scene tese, coinvolgenti, rapide, con qualche sprizzo di machismo, è vero, ma pur sempre di una produzione americana si trattava. E al fianco di un protagonista che non solo mena pugni e calci come se non ci fosse un domani ma cavalca moto e salta con nonchalance su auto in movimento, ci sono Yancy Butler (Witchblade, Kick-Ass), Wilford Brimley (Sindrome Cinese, La Cosa, Cocoon), Arnold Vosloo (La Mummia, Darkman 2, Blood Diamond) e soprattutto un cattivo con i fiocchi, uno spietato Lance Henriksen (Terminator, Aliens, Millenium).

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Sono passati ventun anni dall’uscita nelle sale. Nel frattempo tante cose sono cambiate, nel cinema e nel modo di intendere l’action, sono nate nuove stelle e le preferenze degli spettatori sono mutate con l’avvento delle nuove generazioni, per la maggior parte più inclini ad un cinema veloce, istintivo, cool e colmo di realistica CG. Nulla in contrario, ma forse qualcosa l’abbiamo perso per strada, vendendo l’anima di qualche eroe per un pugno di effetti speciali. Già, gli eroi, quelli che sistemavano la situazione con calci e pugni, o con ogni arma a portata di mano, quelli che cercavano di fare la cosa giusta anche se con mezzi non proprio ortodossi, combattuti e combattenti, magari frustrati e sofferenti, divertiti o divertenti. Non gli Iron Man, i Thor, i supereroi e nemmeno i Jack Sparrow, ma gli altri, i John McClane, gli Axel Foley, i John Matrix. E perché no, anche gli Chance Boudreaux, con l’imbarazzante capigliatura mullet di un Van Damme all’apice e nel pieno di un successo a cui forse non era preparato. Hard Target ha qualche difetto, non è perfetto, non è un capolavoro. Ma quando ti si para davanti una scena finale così, diretta da uno dei più grandi registi action in circolazione, tutto il resto può andare bellamente a farsi fottere.

Manuel “Ash” Leale

Senza tregua (Hard target)

Anno: 1993

Regia: John Woo

Interpreti: Jean Claude van Damme, Lance Henriksen, Yanci Butler, Arnold Vosloo, Wilford Brimley, Kasi Lemmons, Marco St.John, Wilford Brimley, Chuck Pfarrer

Durata: 97 min | 73 min (cut) | 116 min (Director’s Cut) | 128 min (Workprint Version)

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