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Sonagli, le note di una chitarra, una pistola nel cinturone, appesa ad una barella che striscia sul terreno aspro del Far West, e un fischio ritmato. A più di una generazione i singoli elementi appena citati bastano per capire di cosa si sta parlando e questa è la misura della grandezza raggiunta da Carlo Pedersoli e Mario Girotti, in arte Bud Spencer e Terence Hill. Se lo slapstick italiano ha un volto è sicuramente il loro e dopo più di quarant’anni è ancora indelebile nella memoria di migliaia di persone, non solo del Belpaese. L’indistruttibile coppia di attori ha colonizzato il cinema di almeno due decadi, i settanta e gli ottanta, con un punto di forza non certo scontato, un’energia positiva da mantra buddhista. Certo, accostare i film di Bud e Terence al buddismo è probabilmente iperbole da fan, ma la ricetta perfetta delle loro pellicole è indubbiamente vincente: comicità, spensieratezza, amicizia e scazzottate indimenticabili.

La coppia può essere tranquillamente considerata alla pari con i grandi duo del cinema mondiale, a partire da Stan Laurel e Oliver Hardy, e a dimostrazione di ciò basta soffermarsi sullo share segnato ad ogni passaggio, quasi mensile, dei loro film in tv, ancora oggi piuttosto alto nonostante il target mainstream prediliga film usa e getta.

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Miti viventi, ispiratori di band musicali, pietanze e colleghi artisti, Spencer e Hill sono stati capaci di una serie impressionante di successi, sia in coppia che da soli, sebbene i film in solitario non abbiano mai segnato lo stesso apice di gradimento delle pellicole in cui recitano insieme. Cosa forse plausibile, data la sorprendente naturalezza della loro alchimia, un’amicizia che senza fronzoli o affermazioni melense trasuda da ogni sorriso, gesto o risata, anche fuori dal set. La loro carriera da solisti è costellata di alti e bassi, non tutti straordinari esempi di ciò a cui ci hanno abituati, ma regala ugualmente personaggi memorabili, come Luke “Renegade” Mantie (Renegade – Un osso troppo duro), Dave Speed (Poliziotto Superpiù) o il Commissario Rizzo, detto “Piedone” (Piedone lo sbirro), nell’omonimo film di Steno.

Non mancano neppure nuove incursioni nel genere che li ha resi famosi, il western, e per Bud Spencer la prima di queste, proprio dopo i due Trinità, è Si può fare…amigo.

Diretto da Maurizio Lucidi nel 1972, il film racconta la divertente fuga di Hiram Coburn dal protettore Sonny Bronston, che gira il west con un carro carico di ballerine e la cui unica missione pare essere quella di catturare Coburn per farlo sposare con sua sorella, Mary. A causa di un equivoco, infatti, Sonny è convinto che Mary sia stata sedotta e poi abbandonata dal vagabondo, causando uno scandalo riparabile solo dal matrimonio. A complicare le cose, lungo la strada Coburn incappa nel piccolo Chip Anderson, erede di una casa sotto la quale scorrono fiumi di petrolio che fanno gola a molti. Il grosso e mite fuggitivo si troverà così a proteggere il bambino, cercando di evitare un matrimonio che non desidera affatto.

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Si può fare…amigo è un film senza troppe pretese, un western per famiglie che punta sulla fisicità di Spencer per regalare allo spettatore gag e scazzottate, elementi che all’epoca caratterizzavano per la maggiore i film della coppia. Il soggetto di Ernesto Gastaldi, sceneggiatore di numerose pellicole di successo tra cui Il mio nome è Nessuno e I giorni dell’ira, è lineare, semplice e funzionale, ma la sceneggiatura di Rafael Azcona non è riuscita a rendere al meglio le idee, creando un ritmo da montagne russe che non giova particolarmente al film. Pur delineandosi sui binari classici di uno spaghetti western grottesco, mancano quegli sprazzi di originalità e inventiva che avevano segnato il successo di opere come Lo chiamavano Trinità, Django o Keoma, ma nonostante questo, la galleria di personaggi insoliti e caricaturali, i siparietti scanzonati e la performance di un Jack Palance che sembra divertirsi parecchio nel suo ruolo di cattivo parodistico, salvano la pellicola dalla noia e dall’oblio, regalando momenti, se non innovativi, comunque divertenti.

Non una perla rara e nemmeno il miglior lavoro solista di Spencer, Si può fare…amigo non regge purtroppo il confronto con altre pellicole dove la figura massiccia e barbuta di Bud è stata meglio utilizzata, anche quando non protagonista. Quattro mosche di velluto grigio (1971), Torino Nera (1972), Lo chiamavano Bulldozer (1978), Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre (1979), Cantando dietro i paraventi (2003), storie diverse per personaggi diversi, vicine o lontane dalla solita caratterizzazione cui è soggetto, il gigante buono dal pugno facile. Attenzione però a non fraintendere, perché se è vero che il film di Lucidi non è perfetto e la carenza di idee potrebbe minarne le fondamenta, è altrettanto vero che sa regalare sprazzi simpatici e spensierati, conditi da un Bud Spencer che per pensare indossa gli occhiali e mena schiaffi con la consueta e coinvolgente energia. E se nella scazzottata si aggiungono anche Jack Palance e Francisco Rabal, vale la pena lasciare da parte per un po’ le pretese, seppur legittime, per sorridere con un Cinema che sistema i guai del mondo a suon di leggendari ceffoni.

Manuel “Ash” Leale

Si può fare… amigo

Anno: 1972

Regia: Maurizio Lucidi

Interpreti: Bud Spencer, Jack Palance, Francisco Rabal, Renato Cestiè, Dany Saval, Sal Borgese, Dalila Di Lamar (Dalila Di Lazzaro)

Durata: 90 min.

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