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Hoke: The Krishna died of a broken finger? I mean, is that a homicide?

Henderson: Well, I guess he died of the shock… However, if the guy in the suede sports coat knew that Krishnas had a bad habit of dying every time you bent their finger back…

Hoke: Murder One?

Henderson: Yeah!

Hoke: Boy, the guys at the station are going to laugh their asses off at this!

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George Armitage è a suo modo un piccolo genio, sicuramente un autore fuori dagli schemi, anche se il grande pubblico non lo conosce. Lui sguazza nel pulp grottesco con una maestria, tra i suoi autori preferiti c’è Elmore Leonard, che ha trasportato sul grande schermo con il folle Brivido biondo, e Charles Willeford, autore del romanzo Miami Blue, appunto. Ecco, folle è il termine che calza più a pennello a questo autore, uno che si è fatto le ossa nella scuola Corman, sceneggiando lo stracazzutissimo Gas, fu necessario distruggere il mondo per poterlo salvare del 1970 e dirigendo titoli di grande pregio nel poliziesco poliedrico di serie B come Hit Man con Bernie Casey e, soprattutto, Squadra d’assalto antirapina con un magnifico Kris Kristofferson e un’arrapante Victoria Principal. I suoi capolavori però sono negli anni 90, lontano da Corman, anche se quella vena anarchica e terroristica degli esordi non verrà mai del tutto abbandonata. Se L’ultimo contratto è una commedia feroce ma disimpegnata, dove i toni drammatici sono stemperati dall’innata simpatia di John Cusack, si fa sul serio soprattutto con questo Miami Blues, sorta di versione cattiva e all’acido del successo tv Miami Vice. Il confine tra buoni e cattivi diventa sottile, quasi indistinguibile, certo prima c’erano stati i grandissimi polizieschi di Friedkin, da Il braccio violento della legge fino a Vivere e morire a Los Angeles, ma è in questa pellicola che si compie un passo ancora più azzardato, mettendo in scena personaggi squinternati, tutti a loro modo psicopatici e… simpatici.

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Armitage gira, alzando il tono drammatico, un film che altri avrebbero trattato da pura commedi. In Miami blues ci sono le luci calde della Florida. le palme, le strade che nel nostro immaginario da GTA V attraverseremo in auto decapottabili sfoggiando improponibili camicie hawaiane, poi le donne magnifiche in costume da bagno e il mare mai così limpido, ma anche i proiettili, il sangue, gli arti mozzati, poliziotti che prendono bustarelle e vanno a puttane, un regno del caos e del disordine ghirlandato di nastri e perline. Critici ciechi hanno parlato di tarantismo, soprattutto con i lavori di Armitage post Pulp Fiction, come se si stesse affrontando un qualsiasi regista da Love and 45, dimenticando che il pulp esisteva prima di Vincent Vega e Marcellus Wallace, e si sarebbe sviluppato, nella sua reincarnazione funeraria e crepuscolare, grazie ad autori come Danny Cannon, John  Dahl e Gregory Flender. I personaggi di Armitage sono criminali senza possibilità di redenzione, destinati fin dalle prime scene alla morte, dotati di crisi di identità così acute che diventa impossibile per loro trovare un posto normale nel mondo bizzarro che li ha generati. Questi antieroi non sono altro che maschere, quasi da commedia dell’arte, che si scambiano i ruoli confondendo il pubblico e loro stessi, dei candidi voltairiani corrotti da un universo che risponde a regole ben precise e che non accetta cambiamenti, pena la morte.

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Così alla fine l’unica innocente è una prostituta che, per citare una delle migliori miniserie di questi ultimi anni Hatfields & McCoys, viene “imbrogliata con l’amore”. Non si salva in questo mondo allo sbando nessuno, a partire dal protagonista che esordisce spezzando le dite ad un Hare Kṛiṣṇa e si perde nella convinzione di essere un poliziotto tra rapine e omicidi. Armitage regala almeno una scena culto nel suo film, quella della cena tra Alec Baldwin, Jennifer Jason Leigh e Fred Ward, rispettivamente il criminale, la puttana e lo sbirro, in una tensione che nasce soprattutto dalle battute e che ricorda, forse non così azzardatamene, una sequenza simile in The Killer di John Woo. Se Miami Blues non è diventato un cult movie è per colpa della sua struttura azzardata che deve avere confuso non poco il pubblico del’epoca, il presentare sequenze esilaranti come Baldwin che risponde ad un agente che gli intima di fermarsi “Sono un poliziotto!”, alternandole ad altre ferocissime e drammatiche, in un genere transgender come il comedrama che avrà la sua fortuna soprattutto con le serie tv alla Orange is new black, ma mille anni luce dopo questo film. Miami blues, prodotto da Jonathan Demme non dimentichiamolo, può sfoggiare i suoi tre attori principali, Baldwin, la Leigh e Fred Ward (un magnifico sbirro con dentiera), in uno stato di grazia recitativo, e ti lascia stordito come poche altre cose che hai visto nella tua carriera di critico/spettatore. Senza contare l’uso magnifico di Spirit in the sky di Norman Greenbaum come colonna sonora…

Andrea Lanza

Miami Blues

Anno: 1990

Regia: George Armitage

Interpreti: Alec Baldwin, Fred Ward, Jennifer Jason Leigh, Charles Napier, Nora Dunn, Martine Beswick, José Pérez, Paul Gleason, Shirley Stoler

Durata: 90 min.

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