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 You’ll believe a man can fly. Crederete che un uomo può volare.

La famosa tag-line, che campeggia potente sulla locandina del Superman di Richard Donner, è stata portavoce di un’incredibile miracolo cinematografico. Il realismo con cui il compianto Christopher Reeve spiccava il volo valse al film un Oscar per i migliori effetti speciali, nel 1979, e tutto il lavoro di Roy Field, Derek Meddings e compagni, negli effetti visivi, restò nella storia del cinema.

Finalmente qualcuno aveva sdoganato i supereroi sul grande schermo, con qualità e dignità mai ottenute in precedenza, tanto da essere apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Come resistere quindi all’onda di tale successo? Di certo non ha resistito Alberto de Martino, regista e sceneggiatore romano, che seguendo la scia del kryptoniano decise di mostrare al mondo che anche l’Italia può dire la sua in fatto di supereroi. Purtroppo però, quando gli italiani fanno gli americani non tutto va per il verso giusto e L’Uomo Puma ne è un esempio fin troppo perfetto.

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Spunto di tutta l’operazione pare essere la famosa e famigerata Teoria degli antichi astronauti, l’ipotesi riguardante il presunto contatto tra civiltà extraterrestri e, tra le altre, civiltà precolombiane, come Maya e Aztechi. Che visitatori di un altro pianeta abbiano passato le ferie natalizie sulla Terra, o che vi abbiano ambientato i loro festini genetici, poco importa, se non per il fatto che De Martino sfrutta l’incipit per dare vita al più improbabile degli eroi. Infatti il protagonista, Tony Farms, è discendente diretto del primo uomo puma, alieno giunto in Sudamerica per copulare e dare vita a una stirpe di esseri superiori votati alla giustizia. Tralasciando l’imbarazzante astronave con la quale questi extraterrestri viaggiano, un incrocio tra la Morte Nera e un lampadario, se tutti i discendenti sono scaltri e intelligenti come il nostro novello superman, si capisce perché il mondo sta ancora uno schifo. Paleontologo amante del jogging, Tony si trova coinvolto, suo malgrado, nella battaglia contro Kobras, criminale senza scrupoli in possesso di un’antica maschera donata agli aztechi dai visitatori alieni. Il manufatto dorato consente di controllare la mente delle persone e l’unico ostacolo all’ascesa inarrestabile di Kobras al potere è, inutile dirlo, l’Uomo Puma. Con l’aiuto di un sacerdote azteco, Vadinho, Tony imparerà ad usare i suoi poteri per sconfiggere il cattivo e salvare il mondo, restituendo la maschera all’isolamento degli altipiani sudamericani.

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Purtroppo, il riassunto della trama non è in grado di svelare le trovate geniali che L’Uomo Puma è capace di regalare. Trovate che si snodano tra un tempo morto e l’altro, lungo una storia sicuramente lineare, ma pregna di elementi così scalcagnati che per tutta la durata del film tenerezza e indignazione si alternano senza sosta. E davvero non potrebbe essere altrimenti, visto il supereroe in questione, con la sua incapacità cronica di pensare ad un piano sensato per sistemare la situazione e l’imbarazzante costume da impiegato del mese, con tanto di pantaloni casual e mantellina. Ma soprattutto, con i suoi incredibili poteri, ovviamente derivati dall’animale di cui ostenta il nome. Infatti, Tony può volare, teletrasportarsi attraversando le pareti e fingersi morto per dieci minuti. Esattamente come il puma.

De Martino e sceneggiatori dovevano avere le idee un po’ confuse.

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Mal criticato e spesso deriso, The Pumaman, com’è conosciuto negli States, vanta una pochezza visiva e narrativa che riesce nell’impresa di affossare l’unico elemento positivo dell’operazione, quel Donald Pleasence che per l’ennesima volta si trova ad interpretare un cattivo caricaturale e macchiettistico. Nemmeno lui solleva le sorti di un film che fa acqua da tutte le parti, dove è l’aiutante Vadinho a pensare e a fare il lavoro sporco mentre l’eroe di turno, scandalosamente inutile, si becca la gloria e la pomiciata finale con la bella Sydne Rome, doppiata da sé stessa con risultati scioccanti.

Come scioccanti sono gli effetti speciali, che tra voli e teletrasporti lasciano letteralmente a bocca aperta lo spettatore, incapace di credere a ciò che sta guardando: Tony compie traiettorie inumane e impossibili, mentre finge di volare appiccicato allo sfondo in movimento, mandando a quel paese la prospettiva e qualunque parvenza di almeno un minimo sindacale di realismo. Non stupisce che l’inespressivo Walter George Alton, l’Uomo Puma, abbia lasciato il mondo del cinema per dedicarsi alla carriera di avvocato. Con la speranza che in tribunale non abbia bisogno di un Vadinho a risolvere la situazione.

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Siamo nel 1980, anno di Incubo sulla città contaminata, Apocalypse domani e L’Impero colpisce ancora. L’Uomo Puma gioca la sua partita, ma rimane forse troppo, volutamente, puerile, per far presa su di un pubblico ormai smaliziato e abituato ad una rivoluzione inarrestabile in campo visivo. Questo decreta l’insuccesso di un film a suo modo curiosamente divertente, come solo un opera tanto brutta da diventare bella può essere. Ma badate bene di pesare attentamente queste ultime parole, un fraintendimento può essere l’inizio della fine.

Manuel “Ash” Leale

L’uomo puma

Anno: 1980

Regia: Alberto De Martino

Interpreti: Walter George Alton, Donald Pleasence, Sydne Rome, Miguel Angel Fuentes, Silvano Tranquilli, Benito Stefanelli, Guido Lollobrigida

Durata: 90 min.

VHS: MVP

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