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Diciamocelo chiaramente: l’Asylum non è che ha mai sfornato chissà quali capolavori. Stiamo parlando d’altronde di una casa cinematografica famosa per i figli mongoloidi dei blockbuster. Una cosa che può piacere a Fin il benzinaio del Texas che sputa cicche di sigaretta, ride sparando ai cartelli stradali e sogna le tette di Mary Lou Parker mentre si inchiappetta il suo chihuahua. L’Asylum piace ai senza Dio, alle meretrici di Babilonia, a Cicchetto e Tiramolla, ai due fan di Gordon Link, a quelli che cazzo il Corvo 2 l’ha girato il regista dei Cure, ma non a chi ama un cinema con almeno uno stile che faccia la differenza. Certo perchè mai uno dovrebbe sbavare per l’uscita di Atlantic Rim, con un’ora di chiacchiere e poco altro, quando può vedersi comodo comodo un Pacific Rim pieno di mazzate, di mostri ben fatti e stronzatone da fumettaccio stracazzuto alla Ishirō Honda? Per nessun motivo perché Transmorpher non vale Transformer, pure nella sua totale imbecillità, perché I am Omega non è I am a legend anche se il titolo è simile, perché lo Sherlock Holmes dell’Asylum è divertente i primi dieci minuti, ma non è cinema nè mai lo sarà, è la scoreggia di un mediocre che copia i grandi, qualunque essi siano. D’altronde ci sarà un motivo perché al Louvre non spicca una bellissima copia della Monna Lisa con lo sfondo di un cielo azzurrissimo ma quella di Leonardo? E non scomodiamo i nostri Bruno Mattei, Aristide Massaccesi o Claudio Fragasso perché è vero che la loro filmografia è piena zeppa di imitazioni basse, da John Milius a James Cameron da John McTiernan a George A. Romero, ma un conto è copiare senza estro, un conto è rielaborare la materia in una forma inaspettata, anche nel plagio, seguendo la regola del lepre fulciano che fa capolino quando pensi di avere visto tutto. Eppure un segnale di cambiamento si è percepito anche in territorio Asylum: Sharknado, Zombie night di Joel Gullagher e Hansel & Gretel sono stati il primo passo per raggiungere la decenza cinematografica in una selva di orrori brutti da fare spavento. Sempre filmacci si intende, ma nella media di un prodotto di cassetta, una cosa che sembra una manna dal cielo visto i precedenti. Certo i Bikini Spring breakers alla faccia di Harmony Korine vengono (e saranno sempre) sfornati, ma le rivoluzioni si cominciano sempre con un piccolo, flebile movimento.

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Z nation è la risposta Asylum a Walking dead di Robert Kirkman, il serial zombie più visto di sempre, e come risposta/fotocopia ne ricalca lo schema on the road e gran parte dei personaggi. Solo che stavolta accade l’imprevisto, il guizzo da guappo, quello che doveva essere un disastro diventa un piccolo miracolo. Sia chiaro: Z nation non vale neppure l’unghia di Walking dead, ma a suo modo è comunque un capolavoro, un prodotto così ferocemente oltre gli schemi da trasformare la cretineria in genio. In 13 episodi si assiste a talmente tante cose, situazioni, idee che diventa difficile soffermarsi sulla stronzata, che comunque esiste, ma ci si lascia coccolare dalla sostanza, da quello che Z nation alla fine è, fantasia al potere, anarchica, molesta fantasia. Ecco stavamo parlando di rivoluzione e Z nation è la cosa che si avvicina più ad essa, dove la dignità di essere un prodotto fruibile al grande pubblico diventa realtà. Ecco che nasce inaspettato lo stimolo per l’iperbole, l’esagerazione, con quel gusto molto pulp dello scazzo rielaborato che manca ai prodotti deviati e derivati. Ecco se Walking dead è un ristorante stellato, Z nation è la trattoria di Trastevere dove il vino scorre sempre e comunque e sai che alla fine ti alzerai sazio, cambiano i modi ma la sostanza è la stessa, la soddisfazione. E’ alla fine un problema di scelta, di essere schizzinosi, di eiaculare o sborrare, di romanticismo o sesso selvaggio: volete zombi li avrete, volete una bella sceneggiatura siete sulla strada sbagliata, ma anche qui il tiro viene aggiustato dalla follia e dalle invenzioni inaspettate.

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Prendiamo per esempio il sesto episodio “Resurrection Z” dove nel finale muore un personaggio fino ad allora cardine, un po’ l’equivalente del Rick Granes di Walking dead. Impossibile, o per lo meno improbabile, che la Fox attui la stessa scelta nel suo serial zombesco salvo poi trovarsi davanti agli studi kamikazen di fan in delirio omicida. Eppure in Z nation quest’idea della precarietà del ruolo da protagonista diventa un’arma vincente, già attuata nel pilot dove l’antipaticissimo Harold Perrineau di Lost e Oz, uno dei due o tre volti noti al grande pubblico del serial, muore prima del finale. Ecco che la serie B o C o Z annienta le certezze del mainstream e non lascia addito alla prevedibilità che il nome di, che so, Brad Pitt in Z world ti rassicura, perché lo sanno pure i sassi, le star non muoiono nelle produzioni importanti. Certo poi esistono eccezioni come il Ben Affleck di Smocking Aces, ma sono appunto eccezioni.

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In Z nation gli attori sono brutti, cagnacci e non spiccano per simpatia, sono l’equivalente umano delle comparse zombi, un po’ meno truccati ma la linea recitativa è sempre di grugniti e di approccio fisico. Le ragazze che dovrebbero essere le fighe della produzione hanno le imperfezioni da video gonzo porno, con il culone da mangia hamburger, il corrispettivo della tua vicina di casa se scoppiasse davvero l’apocalisse ZOMBI. In questo il pubblico si trova trasportato in un contesto, almeno attoriale, da reality, annullando tutta l’artificiosità da fiction, con i corpi scolpiti dalla palestra e le frasi più belle e ad effetto. Qui vige invece la scorrettezza, i cannoni fumati in faccia agli zombi, i dialoghi che pronunceresti anche tu davanti ad un mangiacarne incazzato e quest’atmosfera incredibile da torture porn bulgaro. Sarà la fotografia smarmellata, saranno le ambientazioni da Sarajevo post atomica, ma ogni puntata di Z nation ti fa respirare una sensazione di morte e distruzione incredibile, di fame e miseria quasi da combact film, un po’ come succedeva per il nostro sfortunato e abominevole Zombi 3.

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Ma Z nation non è solo follia e scazzo, anche se alcune invenzioni come gli zombi radioattivi sono davvero oltre l’umana concezione, ma anche il tentativo di portare temi alti in una produzione bassa. Se bisogna fare uno sforzo biblico per non spegnere la tv fino a Home Sweet Zombie dove il classico plot Asylum di tornadi e squali diventa l’assurda variante zombi e tornadi, già a partire dall’episodio 6, Resurrection Z, il prevedibile diventa inaspettato e giù di sette suicide, di sparatorie western, di mandrie di zombi che si comportano come nel giochino per IPHONE Zombie tsunami, mangiando ogni cosa gli si pari davanti, in un cammino di devastazione dalle connotazioni surreali. Ecco Z nation dal sesto episodio è un crescendo di WOW e applausi, di popcorn sgranocchiati e rutti liberi, ti riporta più di una madeleine proustiana agli anni della tua infanzia quando anche Zombi horror di Andrea Bianchi era genio. Poi arrivano quei due episodi che ti lasciano spaziato, Zunami e Die Zombie Die… Again, dove il gruppo viene lasciato in disparte e ci si focalizza solo su tre personaggi. In questi due frammenti si parla del tempo, dei paradossi, dell’ineluttabilità del destino, la trama arriva a toccare corde di sensibilità inaspettata quando arriva a concentrarsi sull’umano più che sul superficiale. Certo la struttura è da episodio di Star Trek, soprattutto in Zunami, ma si denota un tentativo apprezzabile di non essere solo un prodotto fotocopia.

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E poi naturalmente c’è Murphy. Si perchè è vero che Walking dead è Rick, DarylMichonne, e non basta mettere ad una ragazza di colore una spada per rapire il cuore dei fan, ma Z nation ha Murphy che è uno dei personaggi più belli degli ultimi anni. Murphy è il paperino dei fumetti, il pusillanime che non vorremmo mai essere, ma è anche una vittima degli eventi. Si trova suo malgrado coinvolto nel ruolo di salvatore del genere umano, è stato morso dagli zombi ma grazie ad un vaccino non si è tramutato, quindi nel suo sangue ha la cura. Il serial lo segue mentre il suo carattere si evolve, mentre assistiamo ad una trasormazione anche fisica che gli fa mutare pelle, mentre si trova costretto a dover scegliere da che parte stare, i suoi amici improvvisati o i morti viventi che gli assomigliano sempre più. In Welcome to the Fu-Bar morsicherà un umano, in Zunami farà entrare uno zombi in uno stabile a divorare la moglie e la figlioletta, ma salverà più volte i suoi compagni da morte certa. Murphy non è un uomo, è una nuova specie, a metà tra la nostra e quella dei cadaveri, nè buono nè cattivo, solo incazzato come lo saremmo noi se qualcuno ci avesse fatto il regalo di un ruolo che non abbiamo richiesto. Jena Plinsken invocherebbe la fine del mondo: come dargli torto?

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La figura di Murphy, più che l‘Eugene di Walking dead, ricorda molto il Gary Fleck della trilogia letteraria sugli zombi di  David Wellington, anche lì come qui un personaggio che si trova suo malgrado ad essere protagonista di un’evoluzione/rivoluzione dell’epidemia zombi.

Altro punto di merito di Z nation è la presenza come regista (gli episodi migliori sono i suoi) di John Hyams, figlio del Peter di Atmosfera Zero e Timecop, e famoso per essere uno dei migliori autori di action testosteronici degli ultimi anni. Hyams è riuscito nell’impresa disperata di dare dignità alla serie degli Universal soldier, diventando il Re Mida del film d’azione del nuovo millennio. Iil suo tocco autoriale in Z nation lo si percepisce prepotentemente: quando gira lui ecco che la serie davvero acquista una dignità inaspettata.

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Mentre scriviamo la serie è stata confermata per la seconda stagione, ma in Italia resta purtroppo ancora inedita. Noi potremmo dirvi di aspettare che prima o poi la trasmetteranno anche da noi, ma che cazzo, esiste internet, siamo nel nuovo millennio, Z nation è strafiga, che aspettate a scaricarla? Z nation è lì per sorprendervi. A noi è successo.

Andrea Lanza