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Ci sono aspetti della vita che non vanno sottovalutati, emozioni da cullare e riscoprire per far scudo alle bruttezze di quest’epoca. Sto parlando della tenerezza o, se preferite, di quella pietas, ricordata anche dal maestro Kim Ki- duk nel suo recente capolavoro, che in un senso etico più che moralistico dovrebbe distinguerci dai bruti, dai tagliagole, dai Camiti, dai Barbari, da Geronimo, Godzilla, Il Grinch, Hitler e Boss Hog.

Ed è proprio umana pietà che si prova dopo aver visto un film come questo, senza sarcasmo, senza ironia o doppi sensi. Una pietà compassionevole che nasce dall’overdose recente di portatori di luce in salsa kolossal con cathechesi  pseudo divulgativa annessa dell’Antico Testamento, come il lisergico e avveduto Noah di Aranofsky o il Mosè ruffiano e macho-epic di Ridley Scott. Sarà questo o sarà che il Milan fa cagare e col Diavolo con la febbre intestinale  meglio guardare ad altri lidi più salubri, fatto sta che vedendo Pyramid con tanto di pasta in bianco del campione e portacenere pret- a- porter, ho svuotato l’anima dallo stress per concedermi un’ora e mezza di umana empatia verso questa boiata degna, in altri momenti, di violenta stroncatura. Premessa. Pyramid è un esordio. Si tratta infatti dell’opera prima di Gregory Levasseur, feticcio di Alexandre Aja, suo fido collaboratore in fase di scrittura in Maniac, Alta Tensione, Le Colline Hanno Gli Occhi, Piranha 3D e -2 Livello Del Terrore.

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Qui Aja produce e il buon Gregorio tenta la strada irta e scoscesa della regia sotto l’occhio vigile di mamma Fox, stavolta indulgente come  Babbo Natale innanzi a un paziente ipoglicemico. E’ un esordio, dicevamo e come tutte le prime qualche passaggio a vuoto ci può stare. Qualche. Qui il francese sente una sorta di complesso d’ inferiorità paragonabile a quello di un cinese nella sauna con Rocco e nel mostrare le sue grazie alla Statua della Libertà soffre il contesto extraeuropeo come pochi. Mi spiego: se è pur vero che il pubblico americano vuole un horror più pop corn e meno vin rouge trovo delittuoso adattarsi al contesto produttivo snaturando l’essenza cattiva e zero patinata tipica del cinema horror francese contemporaneo. Qui si lavora più per confusione che per sottrazione mischiando clichè rubati da Goonies, vari Indiana Jones, The Blair Witch Project, Alien, Lo Squalo, Riddick e altri classici dell’animal horror. Se c’è una cosa che non manca quasi mai ai francesi  è il buon gusto nel riproporre il già visto. Evidentemente, come già visto, fuori casa si gioca per lo zero a zero e alla fine si prende l’imbarcata. Peccato.

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E l’Egitto? Beh.. la premessa è buona ma non approfondita, ovvero le manifestazioni antimilitariste di piazza Tahrir al Cairo due anni dopo la caduta di Mubarak (e dell’elevazione alle cronache della presunta nipote olgettina)… Poi cliché su cliché a iniziare con il collega e trombamico della protagonista, americano di origine egiziana che ovviamente muore per primo perché entra per primo nella piramide (che poi piramide non è ma è un tetraedro, altra mossa inspiegabile.. perché se non c’entrano gli alieni che motivo c’era di discostarsi dalla storia reale dell’architettura egizia? Mah..). Inciso. Chissà perché nei film di Hollywood a salvarsi sono quasi sempre o le fighe svampite fino a metà film, poi illuminate dall’istinto di sopravvivenza, o i ragazzi un pelo meno pompati dello strafigo- tamarro- arrogante che muore per primo o per secondo al più tardi. Per neri, asiatici, obesi, occhialuti, maghrebini e cessi in genere non c’è speranza per voi ch’entrate. E così è anche stavolta.

20121001_Site_ouarzazate_3389.CR2Il nerd maghrebino perde il robottino prestatogli (!) dalla NASA e decide di entrare a recuperarlo nonostante il bordello al Cairo, l’ordine di evacuazione conseguente e “pericolosissimi” gas solfurei da affrontare rigorosamente con maschera anti gas salvo poi toglierla dopo cinque minuti di film. Ovvio che la figa svampita, il padre archeologo e la classica troupe documentaristica non perdano l’occasione di seguire il furbone e di rimanere intrappolati. E li si parte con la fiera del già visto, soffitti che crollano, caduta massi con frattura, trabocchetti, geroglifici portatori di oscuri presagi e la classica presenza minacciosa. Pausa. Ora, a me sta bene che i mostri siano antichi gatti cannibali e ferocissimi, ma se i fuffi in questione dilaniano e lacerano la carne di Sunni, la ricciola milfona della troupe, magari sarebbe parsa buona creanza sviluppare meglio la scena e sempre magari evitare di riprendere giusto la sequenza dopo il corpo della vittima con poco più di un graffio che a confronto il bambino della Pic Indolor sembra un soldato della Lutwaffe internato in un Gulag siberiano. Vogliamo parlare dei dialoghi da sit com bulgara?O della caratterizzazione dei personaggi rasoterra?

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O ancora dell’incongruenza fra l’emozione ansiogena della situazione contingente e la recitazione rilassata e paciosa?Meglio di no. Ma la pietas direte voi? Che fine ha fatto la pietas? Sull’onda del ricordo della visione stavo tornando fumantino e solfureo senza accorgermene. Chiedo venia. E allora salviamo qualcosa in questo Pyramid, come il villain originale e simpatico, quell’Anubi che a pronunciare il suo nome in italiano si rischia la scomunica, specie di licantropo ruttante dalle movenze ingessate e innaturali, tipiche della smania da green screen imperante (quanto mi manca Rambaldi) che ha almeno il merito di mettere sul piatto (quello della bilancia per pesare le anime dei morti nello specifico) un po’ di carnazza gore e di brutalità infantile che non guasta mai. Peccato che al posto di mettere terrore con i suoi urli bestiali ricordi più un pastore sudtirolese nell’atto della digestione dello strudel ma pazienza, ricordiamoci la pietas. Pietas anche per la costruzione degli ambienti magari non fedelissima, ma comunque claustrofobica e pietas per i tempi scenici abbastanza giudiziosi. Pietas anche per il finale cattivello, che oramai non è più una novità assoluta ma che fa sempre piacere. Anche i movimenti di macchina non sono terribili soprattutto nella sequenza della fuga a gattoni dai gatti (scusate il gioco di parole). Peccato per la scelta di mescolare presa diretta (e conseguente allusione al mockumentary..ecchepalle..) con un girato classico nell’ennesimo cocktail annacquato fra finto vero e vero finto sperando che vada presto fuori moda e fuori tempo massimo. Pietas esaurita. Buona visione.

Stefano Paiuzza

La piramide

Regia: Gregory Levasseur

Interpreti: James Buckley, Denis O’Hare, Ashley Hinshaw, Christa Nicola, Amir K.

Durata 89 min.

Uscita dichiarata: 18 febbraio 2015

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