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Nell’epoca (nefasta?) della recrudescenza zombi, l’ennesima romcom insipida non sposta di molto il Plasil dal comodino dell’armadio farmaci della nonna. C’è una certa sensazione nauseabonda che, virale, aleggia sopra i fruitori del genere. Tradotto: non se ne può più della riproposizione di un modello nobile stuprato, rivisitato, rimaneggiato e adattato pur di farci qualche quattrino e questo Life After Beth non è di certo l’antiemetico magnifico. Ma andiamoci piano, aprire un dibattito sul tema è al momento fuori luogo e fuori tempo. Parlavamo di vomito ed è oltremodo paradossale quanto in realtà durante la visione tutto si può fare tranne rimettere, perchè di sangue c’è n’è poco, di gore meno ancora e la scelta dell’esordiente ma pompatissimo Jeff Baena di far ondeggiare la sua pellicola in un continuo saliscendi fra la black comedy intimista e il comico grottesco in salsa horror paga solo parzialmente.

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Eppure questo figlio del Sundance qualcosa di memorabile lo deve pur aver trasmesso per aver incantato parecchia critica a stelle e strisce. Di notevole c’è il cast, soprattutto John C. Reilly, caratterista strepitoso e sempre sul pezzo anche nelle vesti (e vestaglie) del padre della zombi Beth e Dean DeHaan, vera star della sua generazione, perfetto nel ruolo del fidanzatino della non defunta. Non defunta messa in scena da Aubrey Plaza che anche da semi putrefatta ha una più che discreta carica erotica e un appetito a doppio senso insaziabile. Peccato per la presenza marginale di Anna Kendrick, anche lei concupiscente involontaria con genetica propensione alla scappatella nei cessi della scuola, qui “sostituta” di Beth al momento dell’apocalisse nel cuore di Zach. Baena, anche sceneggiatore, sceglie di partire dal ritorno inspiegabile e inspiegato dalla terra, dal miracolo che tocca nell’intimo chi non ha ancora elaborato il lutto della perdita e già si ritrova senza un perchè i propri cari di nuovo a casa con loro. Un pò come nella serie Tv francese Les Revenants, i famigliari di Beth e in parte anche il fidanzato, tendono a nascondere al mondo il “miracolo” della ritornante per paura che la magia svanisca nonostante sia Beth stessa la prima a voler vivere e a non capire il bisogno di isolamento dal mondo.

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Qui l’indagine anti sillogistica della finitezza dell’uomo e dell’accettazione del non ritorno secondo le regole divine e biologiche viene solo sfiorata ed è proprio la sensazione di superficialità a caratterizzare l’intero impianto narrativo. Il non voler scegliere completamente né la strada del sorriso né quella della lacrima rende sterile e asettico non solo il messaggio ma anche lo sviluppo scenico con un accenno di apocalisse che in confronto quella di Shaun of The Dead è un marasma da bolgia urbana. Le incomprensioni fra famiglia d’origine e fidanzato di Beth e l’analisi delle dinamiche interfamiliari (il fratello di Zach invasato per le armi e svalutante, la famiglia di zach incapace di comprendere il dolore del figlio, quella di Beth che respinge la minaccia razionale di zach per cullarsi disperata nel sogno) sono sempre abbozzate, surreali ma mai convincenti nemmeno nel loro rivelarsi improbabili. Al contrario il finale della passeggiata romantica con fornello a gas come zainetto Quechua ha qualcosa di significativo e la metafora dell’asfissia dei rapporti di coppia basati su regole di condivisione frustranti, destinate al declino lungo i dirupi della vita, ha il suo perchè. Nel complesso Life After Beth è un film godibile, che si gioca in spazi stretti utilizzando una fotografia essenziale, un montaggio compassato in perfetto sundance appeal con movimenti di macchina e scelte cromatiche indie che più indie non si può all’interno di una confezione low budget che non fa gridare al capolavoro ma che soddisfa i palati alla buona più che i palati buoni.

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Nel sottogenere siamo decisamente sulle orme di Warm Bodies un poco più scanzonati e fracassoni e il che non guasta anche se alzando il cannocchiale all’avvistamento delle orde di zombi semiseri Fido, Dead Snow, Zombieland, Shaun of The Dead (ma aggiungerei anche Zombie Strippers e Juan de Los Muertos)appaiono ancora pellicole decisamente superiori con una caratterizzazione dei personaggi e uno sviluppo dei sottotesti qui mancante. Life After Beth non manca solo nella comicità e nell’orrore ma manca anche di romanticismo, un pò come se dei tre ingredienti base anche il terzo fosse un tantino insapore. Nell’augurio che Jeff Baena aumenti i dosaggi di condimento artistico, buona visione a tutti.

Stefano Paiuzza

Life After Beth – L’amore ad ogni costo

Anno: 2014

Regia: Jeff Baena

Interpreti: Aubrey Plaza, Dane DeHaan, John C. Reilly, Molly Shannon, Cheryl Hines, Paul Reiser, Matthew Gray Gubler, Anna Kendrick, Eva La Dare, Thomas McDonell, Alia Shawkat, Allan McLeod, Paul Weitz, Michelle Azar, Jim O’Heir

Durata: 100 min. (disponibile in dvd italiano)

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