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Tante le incognite dell’estate: un mattone può colpirti alla testa, puoi innamorarti di una sirena oppure vincere il caldo facendo una rapina. Se l’ultima opzione ti riesce, ecco allora che ti vedi già spalmato su un’isola tropicale, mojito alla mano e belle ragazze – tette sode – culo scolpito nel marmo, che ti rendono meno difficile l’arsura del solleone dei Carabi pirateschi. Certo poi esistono le varianti, ovvero la prigione e il tuo compagno di cella che ti guarda birichino con la saponetta in mano, o ancora peggio di finire romanticamente crivellato dai colpi incazzosi della polizia, che non sarà quella di Miami beach, ma cazzo uccidono anche loro. Quindi magari ripieghi sulla tua ps4 e su una rapina a Gta V che sicuro non ti ucciderà realmente, ma tu a quel mare ci pensi davvero e il solleone si avvicina. Dove diavolo sono le puttanelle tropicali? La vita a volte è ingiusta.

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Ah i Caraibi!

Eppure la noiosa estate, quella dei telefilm sempre uguali, degli amici che ti dicono “Stasera spacchiamo” e ti ritrovi a 40 anni a fare le stesse cose dei tuoi 18 anni, quella dei pub che mai ti ridaranno la tua giovinezza, malgrado 15 km di corsa, malgrado la fede che non ti segna più il dito, perché cazzo, ammettilo Andrea, sei vecchio… Ecco quell’estate da depressione esistenziale può riservare qualche sorpresa, e ridarti per mezz’ora quello che Dio, il governo, la grande mietitrice con la falce ti hanno rubato: i tuoi 14 anni. Gli stessi anni che andavi alle giostre per fare colpo sulla ragazza più bella del tuo paese e ti preparavi un piano perfetto, dialoghi alla David Mamet, pugno di ferro alla Van Damme per fronteggiare i probabili teppisti sulla tua strada, e finivi miseramente sullo sfondo a fare quello che meglio ti riusciva, un cazzo. Allora tornavi, coda tra le gambe, e ti buttavi in un film ed era più bello di quelli che vedi oggi, non perché lo fosse davvero, ma perché eri tu ad avere l’entusiasmo e gli occhi del fanciullino, quello che la cecità e youporn, le rotture di cazzo e la tua ex moglie, il cinema italiano e i suoi figli indipendenti faccio un film con mille lire babbo, ti hanno portato via. E lo dice anche Kaiser Soze, se il diavolo lo porta via sono cazzi.

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Ed ecco che trovi Kung Fury, arrivato per caso su passaparola di un amico che, sguardo perso da folle, ti dice “E’ bellissimo, come i film degli anni 80”, e tu ci credi e non ci credi, vuoi perché te lo dice sputando sangue e allora pensi al panfilo, allo yatch, goobye my friend, l’ultimo viaggio non lo faremo insieme, vuoi perché tutte le volte che senti la frase, “come i film degli anni 80” non è mai vero. Anche perché siamo sinceri, i film degli anni 80 si facevano negli anni 80, tutti i tentativi nuovo millennio di resurrezione di una decade che è diventata, per citare, anzi malcitare, il Leonardo Notte di 1992, “uno stato mentale”, sono falliti miseramente. Non sono I Mercenari 2 a riportarci i nostri eroi amici dell’infanzia, non è un Tulpa a regalarci un nuovo Tenebre argentiano, non sono i Vanzina con un’ultima sfilata a riempire le sale di un Sotto il vestito dal sapore di un funerale, no, i tempi giustamente sono cambiati, anche l’approccio lo è, ma soprattutto loro, i Rambo, gli Stallone, le Renèe Simonsen, gli assassini nerovestiti, sono tutte favole che mitizzi e non vuoi davvero rivedere perché è finito purtroppo il tempo delle seghe.

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Eppure Kung Fury arriva, come uno snuff, come una visione che non ti aspettavi, la doccia gelata quando sei spaparanzato sul bordo piscina. Kung fury è il telefilm mai visto nei tuoi 14 anni, che non sarebbe mai stato prodotto probabilmente, ma che tu avresti consumato puntata dopo puntata su scalcinate vhs registrate e riregistrare. In mezz’ora ti trovi catapultato in un mondo fatto di spacconate, di calci volanti e spaccate incredibili, di donne scosciate a cavallo di dinosauri, pronto ad inserire il tuo cazzo di 200 lire nella speranza che stavolta il fottutissimo Hitler, il Kung fuher, il boss finale possa essere ucciso. E dietro di te la folla di ragazzini della spiaggia. Andrea… Andrea… Ecco, giri il cappellino al contrario. Over the top, ragazzi, over the top. E arriva lui ed è allora che capisci che in palio c’è il tuo destino, ora, in una partita da 200 lire.

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Kung Fury è un corto di mezz’ora, una follia di un regista/attore svedese, tale David F. Sandberg, che decide di chiedere la cifra minima di 200 mila euro per realizzare il suo progetto, un revival folle degli anni 80, grazie al sito Kickstarter.  Pubblica il trailer e neanche 24 ore dopo arriva alla cifra desiderata, ma non solo: nel giro di un mese raggranella ben 600 mila euro, tre volte quello richiesto. Ecco allora che, grazie ad un budget “faraonico”, Sandberg realizza il suo sogno e lo fa maledettamente bene, ingaggiando persino David Hasselhoff che gli canta una canzone, terribile come tutte le canzoni dell’ex Mitch Buchannon di Baywatch, ma a suo modo commovente.

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In Kung Fury non ci sono i film degli anni 80, non c’è lo stesso spirito, ma c’è lo sforzo di analizzare gli eccessi e i cliché di una decade cinematografica, le battute ad effetto, i personaggi sopra le righe, la follia di una tecnologia non alla portata di tutti, e quell’aria ingenua anche davanti a temi forti come il nazismo. In questo Kung Fury è perfetto nella sua esimia durata di soli 31 minuti, un minuto in più era troppo, ma tutto in questo corto funziona perché è un gioco, una macchina del tempo che ti appassiona e ti fa ridere, ti ruba il tempo di una scrollata di pisello facendoti illudere che sei tornato bambino, anche se non lo sei.

Kung Fury allora diventa il film che alle elementari raccontavi e tutti gli amichetti ti guardavano con gli occhi spalancati a dirti Wow, e non importava se il film esisteva o meno, ma era necessario il momento di quel Wow che portava la tua fantasia all’apice del suo potere. Ecco allora che potevi persino infilarci nel tuo racconto un triceratopo poliziotto al fianco di Cobra, tanto il film era vietato ai 14 e sarebbe passato molto tempo prima di finire in videoteca o in tv.

Ci sono pure io, ragazzi!

Ci sono pure io, ragazzi!

Kung Fury ha tutti gli elementi che rendono grande una spacconata diventata film: i teppisti da Giustiziere della notte 3, le macchine che volano come aerei prima che Bruce Willis le usasse come proiettili in un brutto Die hard, il suo protagonista granitico come un Dolph Lundgren dei bei tempi (lo stesso regista), un capo della polizia burbero, un nerd smanettone capace di hackerare il tempo e i proiettili come neanche I ragazzi del computer, i dinosauri, le belle donne di contorno, la pubblicità invasiva, il momento melò, lo splatter e le battute, tante, come i cazzotti.

All’inizio gli intenti sono rivelati subito quando il simbolo degli anni 80, un cabinato da sala giochi, prende vita e comincia a fare casini in città, come neanche Godzilla nei migliori Honda. Da qui è tutto è crescendo, di situazioni, persino di emozioni, assurde come essere colpito da un fulmine e morso contemporaneamente da un cobra, ma geniali, che culminano in un lungo combattimento dove il film si inchina ai videogames, i vari Mortal Kombact o Street fighter, e al loro stile. Ecco che vediamo il Kung Fury combattere con decine di nemici nazisti mentre uno sfondo animato si muove, sempre uguale, con i cattivi come platea, e se avessi un dannato joystyck ora lo useresti per menare le mani anche te.

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Poi c’è lui, il Kung Fuher, Hitler, ma non l’Hitler studiato nei libri di scuola, ma la versione action, maestro di kung fu, il nemico più odiato ora, che tu sia di destra o di sinistra, che tu sia anarchico o abbia tatuato sul culo il Mein Kampf, perché arrivato a quel punto tu sei il protagonista, e hai infilato il tuo gettone da 200 lire per vedere sanguinare quello stronzo, e lo vedrai, cazzo.

David F. Sandberg capisce in pieno cosa il pubblico si aspetta e riesce a condire la sua insalata in maniera impeccabile, con i colori saturati giusti e la geniale paraculaggine quando rende uno scontro ancora più spettacolare grazie all’escamotage dei difetti da vhs smagnetizzata. Arriva poi ad osare regalandoci persino una sigla del suo pseudotelefilm che, cazzo, sembra più vera del vero, con tanto di spiagge e delfini alla Miami Vice.

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Certo non vi ho detto di Thor, dell’aquila del Fuher, degli omaggi a Terminator, ma basta raccontare, il film lo trovate qui sotto, con i sottotitoli in italiano. Se volete farci sapere cosa ne pensate scriveteci, commentate, non abbiate paura, perché Kung Fury non è un corto, è una vera esperienza. Per il resto inserite il vostro gettone e buon divertimento.

Fight!

Andrea Lanza