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Eccoci con un bel film spensierato (leggasi orribile per il mondo snob da festival) fatto di pugni, trame risibili e belle donne con vestiti striminziti. Siamo in quel sotto genere che plasma carne ai pixel, manco fossimo in un delirio cronenberghiano, quel mondo sublime di inenarrabili pasticci tratti dai videogame, gli Streetfighter con Van Damme in pilota automatico di edonismo, i Super Mario bros che distruggono carriere onorevoli, sia si parli di Bob Hopkins che di Dennis Hooper, i Mortal Kombat pre rincoglionimento Milla Jovovich per il bravo Paul W. S. Anderson.
Di pellicole che salveresti davvero in un ipotetico giudizio universale monda peccati passati ce ne sono davvero poche, forse il Silent Hill di Christopher Gans, di certo non i deliri di follia bolliana tra zombi al rallenti e alieni alle porte di questo mondo. Il problema è sempre quello: l’aspettativa. Lo ignorano (purtroppo) i più, ma il mondo dei videogiochi non è più roba per adolescenti brufolosi, si è evoluto dai vari bip bip boing boing, il tempo dei pacman ha lasciato il posto a trame complesse, a inquadrature così virtuosistiche da sfidare l’estetica di ogni buon regista. Prendiamo per esempio il  bellissimo Heavy rain, uscito anni fa su PS3: la storia, la struttura del gioco è quanto di meno fanciullesco possa esistere, si spezza il velo di Maia tra spettatori e visione, l’idea dei fratelli Lumiere di cinema come intrattenimento ludico si estremizza, ora il lieto fine o quello più nero è dato dalle nostre scelte.

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In parole povere: diventiamo il Deus ex machina assoluto, il Dio sceneggiatore che sceglie chi fare morire o meno. E’ questo il mondo che abbiamo richiesto a gran voce quando Carlito è morto ad un passo dalla luce? Quando Mickey Rourke apre gli occhi senza Kim Basinger? In questa strana dimensione tutto (o quasi) può essere possibile e le forme assottigliandosi si assomigliano, cinema come videogame e di conseguenza videogame come cinema.

Per questo, in un ipotetico mondo perfetto, un film tratto da un videogioco dovrebbe essere strepitoso.
Ma, lo sappiamo, cacca al diavolo fiori a Gesù, che non è un mondo perfetto.

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Tutti mi hanno odiato ne Il corvo 2, ma mi ameranno nel videogioco.

Lo sappiamo da sempre, noi che giochiamo, che niente è peggio dell’ultimo blockbuster, Iron man 2, Indipendence day, Van Helsing, buttati in pasto alle varie console casalinghe. Tasti incerti, grafica scadente, divertimento pari a zero. Idem i film tratti dai videogiochi, pretesti per trame stupide che sfociano nella vera incazzatura profana segno di una cultura che non capisce un’altra, mondi diversi che non possono incontrarsi mai davvero.

Il problema come dicevo è l’aspettativa, il pretendere un’inutile aderenza totale alla materia, un po’ come illudersi possa esistere una donna che ragioni completamente come un uomo. A questo punto l’iniziale gioia di ripercorrere paesaggi intravisti in un film o di assistere, con attori in carne ed ossa, alle stesse avventure giocate su console, non può che sfociare nella delusione più assoluta, perchè niente è così perfetto come l’abbiamo immaginato noi, dagli attori alla trama. Non solo: l’interattività a livello cinematografico deve per forza annullarsi e creare quindi l’effetto di una noiosa partita giocata da altri. Alone in the dark di Uwe Boll ne è la prova più lampante: ottima tecnica al servizio di una trama sterile e lacunosa.

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Meno male che Tekken è un picchiaduro senza molta trama, importa alla fine solo l’aderenza ai costumi dei personaggi poi uno si può anche sbizzarrire. Oddio magari non troppo visto i disastri con Street fighter, altro caposaldo del genere mazzate potenti, svilito due volte in due decadi diverse da orribili film in pilota automatico di imbellità cinematografica. La lezione di come si dovrebbe trattare un picchiaduro, in maniera spensierata, è data dal delizioso Dead or alive, una passerella per fighe maestose e combattimenti che sfidano la forza della gravità. Non per niente il regista è il grandissimo Corey Yuen, uno che ha fatto grandi coreografie per film di arti marziali e ha saputo farsi perdonare delitti come No retreat no surrender. Ecco quindi che la chiave per un piccaduro trasposto su grande schermo è senza dubbio la spensieratezza.

Questo Tekken non sarà mai un bel film, ma è deliziosamente spensierato. Botte da orbi, budget poverello senza che lo noti con fastidio, ma soprattutto culi e tette come se non ci fosse un domani. A girare una sceneggiatura tendente alla scemeggiatura un veterano del genere action, Dwight H. Little, uno che ha dato ai posteri grandi tamarrate al pari di Drago d’acciaio con Brandon “diol’abbiaingoria” Lee e Programmato per uccidere con uno Steven Seagal pre pancione da cicciobello.

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Qui tutto diventa un pretesto, a cominciare dalla trama fantascientifica dal vago sapore politico, per essere gustata con ingordigia coatta, le mosse, le battute cretine, il prurito dei vestiti sempre più aderenti mentre ragazze combattono con molossi incazzati, le psicologie tagliate con l’accetta dopo aver letto un bignami su Freud. Ma chissene. Tutto è fatto con i controcoglioni, le luci, le coreografie, i rallenti d’imitazione, persino i costumi dei combattenti.

Pretendere di più sarebbe non comprendere le diverse esigenze di ogni film, una maggiore maturità narrativa sarebbe come il Thor di Branagh, un pretestuoso cinecomix camuffato da vecchio filmaccio Cannon. Mica vogliamo fare la figura di quello che vedendo al cinema un film con Boldi e De Sica esclamò “Beh le commedie di Germi erano migliori”. Grazie al cazzo.

Andrea Lanza

Tekken

Anno: 2010

Regia: Dwight H. Little

Interpreti: Jon Foo, Kelly Overton, Cary-Hiroyuki Tagawa, Darrin Dewitt Henson, Luke Goss, Candice Hillebrand, Ian Anthony Dale, Marian Zapico

Durata: 90 min.

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