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Siamo onesti, quanto impegno bisogna metterci per sbagliare completamente un film tratto da un videogioco? Ve lo dico io: un enorme, mastodontico impegno. Perché, obiettivamente, è già tutto lì, in quella cartuccia o in quel disco, ogni cosa serva alla buona riuscita di un’opera ispirata al videoludico è già stata scritta. E questo vale non solo per i giochi più complessi e sfaccettati, come le vecchie avventure grafiche o i moderni Assassin’s Creed, bensì anche per quel genere che, apparentemente, di trama ne ha ben poca: i picchiaduro. Ebbene sì, i beat’em up offrono numerose possibilità di utilizzo, ma al contempo ti impongono un certo tipo di percorso, una strada fiancheggiata da guard rail. L’immediata riconoscibilità di ogni personaggio e il background non sempre innovativo o particolareggiato, permette a un autore intelligente di sfogare la propria creatività in narrazioni fantasiose, purché si ricordi di cos’ha per le mani: storie di lotta e combattenti. In fondo è tutto qui, a un fan di Mortal Kombat o di Fatal Fury non interessano pellicole allo stato dell’arte, ma solo vedere sangue, ossa rotte e soprattutto rispetto. Quel rispetto che unicamente chi ha speso vagonate di gettoni ai cabinati, quand’era ragazzo, può avere, e solo chi ha assaporato lo sconcerto furioso di un genitore all’ennesima paghetta spesa a spuma e Street Fighter può comprendere. E adesso, a causa di questo discorso, mi sento vecchio e molto meno avvezzo a smussare le lame d’acciaio che andrebbero scagliate con un lanciarazzi su Steven Paul e Wych “Kaos” Kaosayananda.

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Adattare su schermo un picchiaduro non è diverso dal girare un porno. Ve lo immaginate un film con Faye Reagan che invece di mostrare le sue grazie ci intrattiene due ore filosofeggiando? Al sesto minuto stareste usando il dvd come paletta per scrostare il grasso dalla cucina e avreste ragione a farlo. Similmente, in che modo vedreste un film intitolato Tekken 2 dove i combattimenti sono girati male, durano poco e tutto quanto è scritto come se nessuno sapesse cos’è Tekken? Intendiamoci, gli scontri ci sono, ma è il modo scialbo e annoiato con cui sono diretti e presentati che ci fa pentire del momento in cui abbiamo iniziato a vedere il film. E questo non è un buon biglietto da visita per l’adattamento di uno dei beat’em up più famosi di tutti i tempi. Per chi non lo sapesse, infatti, la saga videoludica di Tekken nasce in Giappone nel 1994 e l’anno successivo sbarca in tutto il mondo, riscuotendo un enorme successo e divenendo uno dei giochi che più contribuirono al successo della console targata Sony. Immancabile, quindi, l’incontro con la settima arte nel 2009, a opera di Dwight H. Little, regista di Programmato per Uccidere e Drago d’Acciaio. Senza infamia né lode, il film di Little poteva vantare una certa attinenza, perlomeno estetica, rispetto al materiale originale e senza ombra di dubbio consegnava un prodotto onesto e visibile per quello che era: un umile tentativo. Tekken 2, con il fantasioso sottotitolo di Kazuya’s Revenge, premonitore di una vendetta che assolutamente non vedrete mai, è invece l’insulsa manovra commerciale per dissanguare malamente un brand che non si conosce. Steven Paul, produttore e scrittore di film come Un genio in pannolino e rispettivi seguiti, ha chiaramente voluto sfruttare i diritti acquistati in precedenza, producendo un action che avrebbe rovinato vite anche negli anni ’90, e appioppandoci poi nomi e riferimenti legati a Tekken. Come facilmente intuibile, quest’operazione è un colpo basso all’anima non solo dei fan, ma anche di chiunque ami un certo tipo di cinema. E lo so, sembra incredibile e lascia esterrefatti pensare che un simile risultato sia opera dell’uomo che ha immaginato e scritto una bellezza epifanica quale Karate Dog. Come sarà mai potuto accadere?!

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L’approssimazione selvaggia della sceneggiatura è già di per sé un reato punibile con la gogna, se poi si aggiungono momenti di totale inutilità, quando non imbarazzo, il disagio è completo. Ecco quindi che Paul ci catapulta in un distopico futuro, dove il mondo è dominato da super corporazioni che fanno il bello e il cattivo tempo, relegando la gente comune in quartieri poveri e malridotti, un mix tra una comunità hippie e la favela più tranquilla del mondo. E tutto questo si evince da un’introduzione al fulmicotone, dove il cinema ridiventa pure immagini in movimento, in un ritorno alle origini che ha il sapore commovente di una ritrovata e magica visionarietà.
No, dai, sto scherzando, l’utopistico tentativo di capirci qualcosa può riuscire solo grazie alla visione del primo film o, forse, al sermone annoiato di un Rade Serbedzija che solo il cielo sa come ci è finito qui dentro. Mancanza di decenza a parte, è in questo contesto che si risveglia il nostro innominato protagonista, totalmente ignaro di chi sia e del perché improvvisamente tutti ambiscano a vederlo morto. K, questo il nome che gli daranno, è costretto a collaborare con il misterioso Ministro, capo di una setta di assassini il cui compito è quello di minare e far crollare il sistema corrotto che governa il Paese. O almeno credo, visto che tutto è costruito in modo così svogliato e stereotipato da spedirti il cervello in un altro piano dell’esistenza. Dove sicuramente stanno trasmettendo un film migliore di questo.
Persino Cary-Hiroyuki Tagawa è schifato da quello che sta facendo, aggirandosi sulla scena, fortunatamente per pochissimi minuti, con la professionalità data dalla disperazione e dal desiderio di essere da un’altra parte più velocemente possibile.

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Tutto è spento, senza fascino, vivacità, forza narrativa, senza uno straccio di coerenza, anche minima, con la saga ispiratrice. Una saga che risulta stuprata selvaggiamente e senza ritegno persino nella scelta del protagonista, un Kane Kosugi certamente formidabile a livello marziale, ma totalmente inadeguato in ogni altra cosa. Sembra che Steven Paul abbia ricercato con il lanternino la dovizia di scempiaggini inserite e aver affidato la direzione al regista del mostruoso Ballistic affossa definitivamente il lavoro. Kaosayananda è la prova che non hanno realmente tentato di fare alcunché di buono, limitandosi a produrre qualunque cosa venisse in mente prima di perdere i diritti. La sua regia non è elementare, ma dilettantesca, fastidiosa nell’incapacità di valorizzare tanto un combattimento quanto una scena di sesso. Definirla imbarazzante è usare eufemismo.

Inutile e disastroso, Tekken 2 – Kazuya’s Revenge si piazza tra l’insulto all’intelligenza e la voglia di morire, novanta minuti di povertà e tristezza condensati in una sceneggiatura criminale. Più che Tekken questa è la sagra del becero e a meno che non siate alla ricerca di un modo doloroso per porre fine alla vostra infanzia, dimenticatevene e andate avanti. La vita vi ringrazierà.

Manuel “Ash” Leale

Tekken 2 – Kazuya’s Revenge

Anno: 2014

Regia: Wych “Kaos” Kaosayananda

Interpreti: Kane Kosugi, Rade Serbedzija, Kelly Wenham, Gary Daniels, Cary-Hiroyuki Tagawa

Durata: 90 minuti

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