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In una spettrale isoletta al largo del Massachussets sorge un solo edificio, in cui si dice, anni prima si rifugiò una strega incinta, per sfuggire alle persecuzioni. Per studiare questa leggenda si recano sul posto una giovane coppia, ed in seguito una intera famiglia in viaggio di affari. Qui la maledizione della strega si riversa in tutto il suo orrore sugli incauti visitatori, che uno per volta verranno sottoposti a crudeli e sanguinose torture.

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Nel pieno del boom del cinema horror raimiano, Aristide Massaccesi mette in cantiere la sua seconda de Le case apocrife per la regia di un giovane Fabrizio Laurenti. E’ il tramonto dei generi e tutto quello che di buono c’era ancora, Soavi e Deliria, Argento e gli ultimi sussulti di Opera, si stava pian piano tramutando nel linguaggio castratamente televisivo delle produzioni Rete Italia. Fortunatamente, pur con budget non milionari, le produzioni horror del compianto Joe D’Amato avevano ancora il sapore dei nostri horror truci e volgari. Era di un anno prima il disastroso La Casa 3 (Ghosthouse), firmato da un Umberto Lenzi abbastanza sciatto con il nom de plume di Humphrey Humbert, e non ci aspettava un gran film neppure da questo quarto capitolo dalla regia di un signor nessuno.

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Leggenda vuole che Laurenti, alla sua opera prima, impressionò la vecchia volpe Massaccesi grazie a un suo cortometraggio, girato a New York, incentrato su un gruppo di vampiri dal titolo The immigrants. Fece colpo talmente che fu messo al timone di quella Casa che incassò più di ogni altra prodotta in Italia. Se Lenzi aveva puntato su una sorta di La casa di Mary (Superstition) con un fritto misto di altri elementi (Inferno, Evil dead 2, Amityville horror) filtrati grossolanamente tra di loro, Laurenti, dietro lo pseudonimo di Martin Newlin, gira un prodotto, nei limiti, più raffinato, cercando di non buttare il tutto nel confusionario gore casereccio. Certo di sangue ce n’è molto, e le morti, tante e inventive, soddisfano il palato degli spettatori più truci, ma La casa 4 possiede un fascino che va oltre il budello o i massacri. Certo la storia non è delle più originali con un inizio che omaggia L’aldilà, e l’anima di Hellraiser sempre ben presente nei vari supplizi, ma è la messa in scena a fare la differenza. Laurenti si prende tutto il tempo del mondo per dare il via alle danze di morte, si sofferma sui vari personaggi descrivendoli tutti nei loro stereotipi da vittime sacrificali, la lussuriosa, l’avida, l’iracondo, la vergine, in un’introspezione anomala per un film biecamente d’imitazione. La casa che fa da sfondo alla vicenda, una grande magione abbandonata su un isola del Massachussets, possiede solo a vederla una certa atmosfera da horror terrorizzante, i lunghi corridoi, i fasci di luce, le ombre dietro le porte, lo scricchiolio delle assi marce.

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Il cast è poi ricco, con nomi di un certo richiamo per una produzione italica, il David Hasselhoff di Supercar e la Linda Blair de L’esorcista, abbastanza per sentire l’odore di Hollywood in un nostro horror, e abbastanza per portare al cinema gli sprovveduti con la finzione di una produzione americana. A rivestire il ruolo di una strega in nero, l’anziana attrice Hildegard Knef, in una parte pensata con presunzione per Bette Davis, come nell’evidente modello di Ballata macabra di Dan Curtis. La Knef gigioneggia e si aggira tra i corridoi della vecchia magione, vamp di altri tempi incurante degli anni, quasi un riflesso della decadenza della location, perfetta nel ruolo di cattiva da Viale del tramonto in salsa horror. Laurenti è al suo film migliore, azzecca i tempi, ha trovate di una certa suggestione come la radio che trasmette in tedesco o il filmato in bianco e nero accompagnato da una vecchia canzone, riesce a mettere sul fuoco talmente tante cose buone da bilanciare anche le poche cattive, che pur ci sono. Diamo pane al pane e vino al vino: terribilmente malfatti sono i momenti dove i malcapitati protagonisti precipitano in un rozzo Maelstrom con inauditi effetti speciali sovraesposti e disegnati sulle loro urla, e, senza dubbio, è ridicolo il gran finale con il fermo imagine da Gatto Mammone di Nando Cicero sulla faccia della ragazza sopravvissuta.

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L’inferno riprodotto da Laurenti è però molto suggestivo, una landa desolata popolata da streghe che riportano alla mente i quadri di Goya, vestite di stracci neri, sudice e con fantocci di bambini tra le labbra. Anche il diavolo viene rappresentato con un certo gusto, stupratore, dal corpo magro, ma la bocca di peste, diverso dal solito caprone da sabba. Ed è proprio lì, per gusto voyeuristico, nell’incontro carnale col Demonio, che possiamo goderci le meravigliose tette di Leslie Cumming, attricetta dal viso di fantasie lascive. Ecco che l’idea dantesca di contrappasso per le morti, riutilizzata dal più famoso Seven di David Fincher, è uno dei guizzi dell’opera: alla vecchia avida viene cucita la bocca e messa a penzoloni sopra un camino scoppiettante, la bella ninfomane viene “penetrata” alla gola da un pesce spada imbalsamato, il suo amante arso vivo su una croce al contrario, l’anziano iracondo soffocato dal suo stesso sangue. Il make up di Maurizio Trani è buonissimo e il film è sadico al punto giusto, cade un po’ nel finale esorcistico (ma è l’obolo da pagare per Linda Blair), restando alla fine un valido esemplare di come potevamo fare grande cinema d’intrattenimento anche arrivando a scippare le idee dagli americani. La successiva La casa 5, pur con una regia elegante e una location azzeccata, fallirà nella noia e nel deja vu, terminando il breve periodo de Le case apocrife, altro rimpianto di un tempo che non tornerà più.

Andrea Lanza

La casa 4 (Witchcraft) 

Anno: 1988

Nazione: Italia

Regia di: Fabrizio Laurenti (Martin Newlin)

Scritto da: Harry Spalding, Daniele Stroppa

Cast: David Hasselhoff – Linda Blair – Leslie Cumming – Catherine Hickland – Hildegard Knef

Uscita in Italia: 6 Agosto 1989

Durata: 93 min.

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