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C’è stato un periodo, mitico e miticizzato, dove le edicole italiane si potevano riempire di avventure sciagurate e fantasiose, di piccoli divertissement che facevano del fumetto porno una vera opera d’arte. Gli anni 70 sono stati per la nostra cultura popolare una vera età dell’oro: nei cinema, nelle edicole e nelle librerie i nostri prodotti si sono colorati, ancor di più che in altri periodi, di una fantasia sfrenata e tendente molte volte al sesso. Il desiderio di emancipazione, di diritto alla pornografia aveva riempito le edicole di riviste come Le ore ma anche di fumetti con situazioni scabrose tipo Il Lando (ispirato all’attore Buzzanca ma dal volto di Celentano) o Biancaneve dove la pura eroina delle fiabe della nostra infanzia era molto meno innocente di come la ricordavamo.

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L’horror e le tette: vampire e mostri superdotati

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Bisogna dire che la pornografia vera e propria, con esposizione quindi degli organi sessuali e dei vari coiti, arriverà nelle edicole (come nei cinema) solo alla fine degli anni 70: prima le situazioni erano molto più soft. Sono però entrati nel nostro immaginario i mitici albi dello Squalo e testate dai nomi ancora oggi di culto come Zora la vampira, Jacula e Sukia. Il fautore di questa evoluzione del fumetto, che estremizzava ancora di più la thriller mania dei vari Diabolik e Kriminal (formato pocket e donne semi svestite), è stato il giornalista Renzo Barbieri che fonda l’Editrice 66 e pubblica i primi albi sexy, Isabella (ispirato alla Angelica del feuilleton) e Goldrake, un James Bond molto più propenso agli incontri sessuali che alle uccisioni. Marchio di queste testate (e delle seguenti) saranno i volti delle lascive protagoniste, ispirate alle dive del momento, da Ornella Muti a Catherine Deneuve, fantasie erotiche dell’italiano d’allora, qui palesate in avventure difficilmente filmabili al cinema. La prima storica vampira è Jacula (volto di Patty Pravo), sempre su testi di Barbieri, e con una vita editoriale abbastanza longeva: ben 327 numeri dal 1969 al 1982. In Jacula (come per le sue emule future) c’è un certo scarto tra le copertine (bellissime) e i disegni alquanto sciatti dell’interno, con nomi importanti come pittore e illustratore romano Alessandro Biffignandi ad illustrare gli (splendidi) specchietti per le allodole. In questa testata verranno affrontati temi interessanti come il ciclo di Chtulhu di Lovecraft, rivisitati, ben prima dei maliziosi giapponesi, in chiave erotica. Altra vampira di un certo rispetto è Zora, nata come risposta a Jacula, e molto più ironica nei testi, ad opera di Giuseppe Pederiali, che fanno del doppio senso morboso il punto di forza.

Goldrake247Con gli anni Zora scade tantissimo fino a proporre storie sempre più infantili e qualitativamente inferiori agli esordi, soddisfacendo la mania onanista del periodo con peni eretti e vagine slabbrate in bella mostra. Se la serie Zora in Italia termina negli anni 80 (a parte un recente exploit del disegnatore Birago Balzano), in Francia (col titolo Zara la vampire) continua per un certo periodo, visto il successo enorme, in storie inedite. Ma oltre alle successive Sukia (Ornella Muti) e Lucifera, si possono ricordare due fumetti porno horror di un certo pregio, Necron, disegnato dal grandissimo Magnus di Alan Ford, e Wallenstein, dove la protagonista era una creatura fatta di un impasto di carne viva, che si riproduceva trasudando pezzi di sangue e pelle, modellata sulla Lilith biblica. Purtroppo lo spazio è tiranno e ci sarebbero altri albi da citare e raccontare, con una certa malinconia perchè si sa il proibito attira da sempre l’uomo, e questi fumetti, piccoli e tascabili, portavano, anche con una certa ingenuità, una ventata di rivoluzione nella calma piatta dell’editoria. Un po’ come i Creepy americani o gli Splatter italiani. Non per nulla il genio per eccellenza del cinema sciagurato, Jesus Franco, sembra si ispirò a questi fumetti sconci per il suo Erotikiller che, inutile dirlo, parlava di una vampira più golosa di sperma che di sangue umano. Ullalà.

Andrea Lanza 

NB Articolo originariamente scritto per un numero mai pubblicato della rivista Horror time, con il limite di 5000 battute.

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