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Zagor è il più vecchio fumetto giovane in Italia, capace di spaziare, fin dai primissimi numeri degli anni 60, dall’avventura alla fantascienza horror più pulp. Certo anche Tex aveva i suoi bei mostri, ma restando sempre ancorato ad un certo legnoso classicismo da vero western alla John Ford, malgrado le meravigliose svirgolate dei Mefisto e degli Yama.

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Zagor è invece vicino ad una certa deliziosa concezione di contaminatio dei generi che riporta sia, da una parte, le avventure de L’Uomo mascherato di Lee Falk (uno dei modelli più evidenti con il Tarzan di Edgar Rice Burroughs) che, dall’altra, i nostri esperimenti filmici più scellerati, come lo Zorro contro Maciste di Umberto Lenzi o Ercole al centro della terra di Mario Bava, una terra filmica di mezzo dove vampiri e streghe coesistevano con personaggi eterogenei della letteratura o mitologia. L’eroe creato da Sergio Bonelli, sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta, era, non dimentichiamolo, il prodotto italiano più vicino al supereroe da fumetto americano della Marvel o della DC: costume sgargiante (la casacca rossa con il simbolo dell’aquila sul petto), dotato di un’identità segreta quando quella vera, a causa di un lutto, era stata aborrita (il vero nome è Patrick Wilding), ed equipaggiato con un sacco di barbatrucchi per spaventare e cacciare i vari cattivi. Se Batman diceva “Io sono la notte”, Zagor non era da meno, e, con un urlo selvaggio, veniva temuto e venerato dalle tribù indiane come una divinità, lo Spirito con la scure. Anche perchè la sua Darkwood accoglieva volentieri minacce ultraterrene difficili da tenere a bada da un semplice uomo.

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Arrivano i mostri

A Darkwood sono sbarcati da Hollywood, clandestinamente, quasi tutti i classici della Universal, dal mostro di Frankestein (Molok) all’uomo lupo. Il più spudorato omaggio a questi celebri mostri è però l’apparizione de Il mostro della laguna nera di Jack Arnold in alcuni adrenalici albi del 1968. Spezziamo una lancia a favore della Bonelli perchè nessuna storia dello Spirito con la scure, anche quando in copertina sfoggiava personaggi noti del cinema, ha mai realmente copiato dai modelli ma anzi ha fornito varianti interessanti sul tema in contesti completamente originali, ben prima lo facesse Dylan Dog. Qui, grazie anche ai disegni fantastici del compianto Donatelli, siamo calati in un’avventura concitata che annovera sacrifici umani e persino un combattimento tra il nostro Zagor e il celebre uomo pesce.

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Non sono mancati però in territorio Darkwood altri mostri meno tipici come le tigri mannare, gli uomini rana e druidi sanguinari, senza dimenticare naturalmente di ritagliare uno spazio per le più classiche ghost story sullo sfondo di antiche magioni. Questo gusto per l’avventura più eterogenea però si può ritrovare già nei primi albi quando fanno capolino elementi da fantascienza anni 50 grazie all’invenzione del professor Helligen, il suo gigantesco robot Titan e, più avanti, di una razza di alieni supercrudeli, gli Akkroniani. Il disegnatore che meglio riesce a incarnare la fantasia nolittiana più azzardata è sicuramente il ligure Gallieno Ferri, il copertinista ufficiale della serie e l’unico con quel tocco dark horror che ben si presta alle storie più cupe. Grazie poi all’apporto del papà di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, il professor Hellingen e gli Akkroniani torneranno, a fine anni 80, con l’avventura più cerebrale e lunga della storia di Zagor (dal numero 275 al 280). Le storie horror più riuscite della serie però vedono, come antagonista del nostro spirito con la scure, il Barone Bela Rakosi, vampiro di stampo stokeriano, stavolta più vicino però al modello sanguigno Hammer che al classicismo di un Tod Browning anni 30. Forse mai come in questo caso la serie Zagor tocca vette horror altissime con un’impianto narrativo maturo fatto di trucidi morti e creature soprannaturali, genuinamente terrorizzante e poco propenso alla facile farsa, malgrado i gustosi siparietti del simpatico Cico.

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Lo Zagor di Burattini alle porte di Clive Barker

Mentre scriviamo è uscito da poche decine di giorni il numero 604 di Zagor (Zenith 655) dal titolo Mad Doctor.
Inaspettatamente gagliardo.
Non che i precedenti 4 numeri, compreso il ritorno degli alieni Akkroniani, fossero pessimi, anzi, ma mancava il lepre, il guizzo che distingue i compitini ben fatti dai capolavori.

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Moreno Burattini, con gusto quasi grindhouse, per capirci alla Tarantino e Rodriguez, riesce a resuscitare, nell’universo dello spirito con la scure, quel gusto da B movie e da fumetto sadico, un po’ alla Squalo, che ha lo stesso effetto di un montante dato dal tuo avversario quando credi di vincere. E’ una sagra dell’eccesso, una rivoluzione in un fumetto tutto sommato reazionario come Zagor, che alla Bonelli non ha paragoni odierni, neanche nel tanto inflazionato Dylan Dog.
Leggendo Mad doctor, entriamo dritti dritti in un incubo nero pece, popolato da cyborg sanguinari, da corpi spellati come in incubi cenobiti alla Clive Barker e fantasie omosadomaso di frustate e muscoli guizzanti.
Le regole da western classico alla Rock Hudson vengono abbattute: ora si muore davvero sul serio e i cattivi sparano a bruciapelo, alle spalle delle vittime, senza codice Mccarthy che tenga. Sembra di leggere uno Zagor rielaborato da Lasdale, con quel gusto referenziale e sovversivo del suo Batman letterario per esempio, una cosa che probabilmente Nolitta non avrebbe mai potuto concepire. Per questo i lettori più fedeli probabilmente storceranno il naso, ma Zagor alle soglie del 2016 sembra più vivo, giovane e  moderno di Dylan Dog, senza peraltro bisogno di rivoluzioni dal sapore di un gattopardo dormiente.
Dove lo trovate d’altronde un sessantenne tanto in forma?

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Andrea Lanza