Julia è stata ingannata, violentata e uccisa. Abbandonata come un sacco d’immondizia sul bordo di un fiume, e risorta, come un Cristo blasfemo.
La Julia di Matthew A. Brown, regista sudafricano alla sua opera prima, è un oggetto strano, sfuggente, difficilmente catalogabile in un solo genere.
Julia è un film che muta sinuoso, un’opera transgender che dovrebbe appartenere al filone dei rape and vengeance, ma che è invece una e mille cose diverse, un caldeiscopio di intuizioni, sensazioni e influenze.

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Matthew A. Brown ha stile da vendere, vicino alle suggestioni di Takashi Ishii e del suo Gonin, un cinema capace di mostrare sì la violenza più parossistica ma anche l’intimismo più straniante.
Lo si capisce già, nella prima bellissima scena, dove Julia sale le scale mobili sulle note di Julietta 2, della band islandese Ske, e la telecamera indugia soltanto sul suo viso, sulle sue magnifiche espressioni, quasi fossimo in un’opera intimista e non uno splatter di vendetta.
E ancora, nella sequenza successiva, la cosa si palesa ancor di più, quando la fotografia vira sul rosso, giocando con i cromatismi, puro territorio Greg Araki, senza dare spazio alle voglie più barbare dello spettatore: la violenza è lì lì per esplodere, nell’aria, tanto da percepirla grondante sangue. Sarà così? No, l’assenza totale di violenza è l’iperbole inaspettato, che sublima nel momento in cui Julia si trascina, avvolta in un sacco, in campo lungo, nella notte, questa volta in un territorio asettico alla Kitano.

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Anche la città di Julia che, leggiamo su imdb, essere New York è fotografata come una città dell’Est, Bucarest, Sofia, o qualche scenario da Chernobyl dei miserabili, dove potremmo vedere capitolare un invecchiato Van Damme del suo periodo più nero.
Ma, come detto, Julia è un film intimista, ma non solo, tanto che l’attesa viene ripagata diventando davvero un rape and vengence, con tanto di cazzi tagliati a gente che non c’entra nulla. Anche in questo caso però agendo in maniera completamente anarchica: più che al blasonato I spit on your grave, Julia è in qualche modo figlia de Il giustiziere della notte con la stessa identica concezione di vendetta inespressa.
In tutto questo calderone di generi ed influenze, fanno capolino idee da cancro impazzito, psicopatici transessuali come il Buffalo Bill di Jonathan Demme, scene lesbo improvvise e una setta di assassine ninja che dovrebbero echeggiare le puttane di Sin city.
E questo, beninteso, mantenendo una propria identità.
La presenza di Ashley C. Williams, una delle vittime di Human centipede, nei panni della protagonista, potrebbe far pensare ad un film ignorante e rozzo, una porcheria exploitation da due lire, ma fortunatamente Julia ha un’anima affascinante, puro cinema d’autore, assolutamente inaspettato.

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Una bella sorpresa che, chissà come, chissà perché, sbarca pure, con un passaggio fantasma, nei cinema, in Italia. Chissà che presto non lo segui l’inedito e interessante American Mary delle sorelle Soska, un altro film di genere assolutamente inclassificabile e sublime.

Andrea K. Lanza

JULIA

Regia: Matthew A. Brown

Interpreti: Ashley C. Williams, Tahyna Valentina MacManus, Jack Noseworthy, Joel de la Fuente, Darren Lipari

Durata: 95 min./uscita home video 20 Aprile 2016 (Cult media)

 

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