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Prima o poi arriva sempre, nella vita, il momento in cui ti ritrovi a fissare qualcosa, con gli occhi sgranati, incredulo, non capacitandoti di come possa essere reale. Ecco, quando quel particolare attimo vi si para davanti agli occhi siate coraggiosi e andate oltre, abbandonate la codardia dell’uomo comune, fortificatevi attraverso le tempeste che la vita vi rovescia lungo la via. Perciò, quando vedrete sugli scaffali del vostro rivenditore di film preferito una locandina che ritrae Dolph Lundgren insieme alla pinna dorsale di uno squalo, siate forti, amici miei, poiché è solo una prova, un esame che il Dio Cinema usa per testare il nostro valore e la nostra temerarietà. Perché non è realmente credibile che il buon Dolph sia davvero in un film dove lotta con gli squali, giusto?

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Pensavo tutto questo fino a circa due ore fa, poi le mie certezze sono franate, precipitandomi nella consapevolezza che qualcuno, lassù, probabilmente mi odia. Shark Lake è il Jaws dei mentecatti e il solo pensiero che Lundgren combatta contro un mangiatore di uomini acquatico raggiunge livelli di epicità, e al tempo stesso di trashume, inauditi. È pura masturbazione per esteti del brutto cinematografico e la cosa più strana di tutto questo è che, fino a un certo punto, sembra quasi che funzioni.
Non vi sfugga il sembra, il segreto sta tutto lì.
Il biondo svedese interpreta Clint Gray, trafficante di animali esotici o rari che, in seguito a un inseguimento finito male, viene arrestato. Durante la sua carcerazione a prendersi cura della piccola figlia è la poliziotta Meredith Hernandez (la bellissima Sara Malakul Lane), che si prende talmente a cuore la bambina da cercare di evitare il futuro incontro con il padre, una volta fuori dalla galera. Purtroppo si ritroverà ad affrontare pericoli peggiori, poiché uno degli animali di Clint è finito nel lago Tahoe e nessun bagnante è più al sicuro.

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Come ho già scritto siamo sì dalle parti di Jaws, ma più che altro di Shark Night e questo non è sinonimo di qualità. Certo, stavolta ci risparmiano gli squali che ringhiano e ruggiscono, ma vedere attacchi di Leuca in dieci centimetri d’acqua fa sanguinare gli occhi dalla disperazione. In realtà cacciano anche a lievi profondità, ma c’è davvero bisogno di essere Jacques Cousteau per rendersi conto che in riva a un lago, calma piatta, acqua alle caviglie, un dannatissimo squalo di tre metri e mezzo si spiaggerebbe allegramente nuotando come il signor Creosote sotto steroidi?

Eppure male non era partito, bisogna in fondo prenderne atto. Per avere un budget limitato sono riusciti a creare una buona scena iniziale, con un discreto, seppur breve, inseguimento automobilistico. Beh, discreto se ci dimentichiamo dell’esistenza di John Frankenheimer e del suo Ronin, ma non facciamo i pignoli. Proseguendo nella narrazione, tuttavia, aumenta la sensazione di smarrimento, non si capisce più cosa il film ci vuole raccontare. Da una parte abbiamo il dramma famigliare (sì, mi piacerebbe), dall’altra lo squalo, anzi, gli squali, e quindi si crea un po’ di confusione su cosa realmente sia importante, su dove la storia va a parare. Non c’è un buon ritmo e il problema non rientra nel budget risicato, è solo questione di idee e, di conseguenza, di una sceneggiatura spenta, prevedibile e noiosa. La nostra bella e irritante poliziotta gira di qua e di là, intenta a impedire con tutti i modi che la figlia adottiva riveda un padre che più spaesato non si può. Dolph Lundgren è, concedetemi la battuta, un pesce fuor d’acqua. Mi sembra di vederlo mentre cammina sul set, guardandosi attorno smarrito, chiedere al regista: “Ehi Jerry, ma quando imbraccio il lanciamissili e apro in due quel pesce del cazzo?”. Jerry Dugan lo fissa silenzioso, bocca semi spalancata e sguardo vacuo: “di quale lanciamissili parli, Dolph? Dai smetti di dire stronzate, che abbiamo finito i soldi con lo squalo in CGI e adesso devi prendere a pugni un pesce di gomma”. Mesto, il gigante svedese si rifugia in un angolo, mangiando nervosamente polpette dell’ikea mentre si chiede quale intruglio diabolico l’abbia costretto non solo a partecipare, ma persino a produrre questo film.

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Professionale come sempre, Lundgren non può, però, rendere piacevole Shark Lake, la sua regia morta o il suo script imbarazzante, che naturalmente sciorina tutti i cliché del Genere. E lo fa pure male. Tra personaggi anonimi e scene che possono uccidere le sinapsi, resta la netta sensazione che avremmo potuto impiegare quell’ora e mezza in modi decisamente migliori. Se è vero che, citando la bravissima Nathalie Baye di Effetto Notte, “io per un film potrei piantare un uomo, ma per un uomo non pianterei mai un film”, a sto giro qualche dubbio a riguardo viene da porselo. Uscite, prendetevi una birra fresca o un gelato, fate l’amore anche se fa caldo e lasciate perdere laghi e squali. Sono quasi sicuro che anche Dolph sta cercando di fare altrettanto.

Manuel “Ash” Leale

Shark Lake

Anno: 2015

Regia: Jerry Dugan

Interpreti: Dolph Lundgren, Sara Malakul Lane, Lily Brooks O’Briant, James Chalke, Michael Aaron Milligan, Ibrahim Renno

Durata: 92 min.

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