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I film di stupri e vendetta sono armi a doppio taglio: in pochi riescono a mantenere un equilibrio tra disgusto per la violenza e il compiacimento di essa. D’altronde alla fine, pur con tutte le giustificazioni del caso, la vittima diventa sempre carnefice.

Il canto del cigno del genere è stato firmato da quel Micheal Winner che divenne famoso per Il giustiziere della notte, con una pellicola che più nera, cupa e disperata non si poteva, Uno sporco Week end, dove il giustiziere Paul Kersey/Charles Bronson cede il posto ad una splendida donna, Lia Williams, dal concetto un po’ distorto di giustizia. Sotto le attenzioni di questo angelo della morte cadono soprattutto innocenti, magari incauti avventori che la avvicinano al bar perchè carina. La vendetta questa volta quindi non è riservata solo al colpevole, lo stupratore che la perseguita all’inizio del film, ma diventa una sorta di castrazione preventiva, attuata con la morte, verso tutto il genere maschile. Quest’idea, già recondita nel primo Giustiziere, dove Bronson attuava una vendetta utopica nei confronti degli aguzzini della figlia e della moglie, è il seme di questo I spit on your grave 3: Vengeance is mine.

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Il primo I spit on your grave era un remake aggiornato del classico anni 70 Non violentate Jennifer di Meir Zarchi con la bellissima Camille Keaton. In questo rifacimento Jennifer, interpretata da Sarah Butler, viene ancora brutalmente stuprata da un gruppo di rozzi bifolchi, ma a cambiare stavolta è la vendetta, più complessa ed arzigogolata, fatta di trappole e torture che nulla hanno da invidiare all’Enigmista di The Saw. Il film, comunque bellissimo, è girato con buona mano da Steven R. Monroe, che 3 anni dopo, nel 2013, bissa la storia con un seguito scollegato, altrettanto bello e selvaggio. In I spit on your grave 2 a subire indicibili violenze è stavolta Katie (Jemma Dallender) che viene rapita nel proprio appartamento a New York per essere portata in un paese dell’Est Europa e diventare carne da macello. Quando scappa, la vendetta  è terribile tra testicoli fatti esplodere in morse d’acciaio e ferite purulente lasciate a marciare.

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Il terzo capitolo vede ancora la Jennifer Hills del remake, interpretata sempre da Sarah Butler, che decide, per superare il trauma passato, di partecipare ad un gruppo di sostegno per vittime di violenza. Qui inaspettamente intreccia un’amicizia con una ragazza, Marla, che la inizia la una strana terapia riabilitativa a base di violenza verso il genere maschile. La sete di vendetta ritornerà più forte che mai quando Marla verrà uccisa brutalmente dal fidanzato violento.

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Ora però il dilemma è un’altro: se il colpevole dell’omicidio viene brutalmente ucciso da Jennifer a neanche metà film, come può proseguire la vicenda? La risposta è semplice: I spit on your grave 3 diventa Uno sporco week end e così la protagonista si trasforma in una predatrice sessuale che uccide e tortura ogni probabile stupratore che gli si para davanti. Il problema, non sottovalutabile, è che, dopo un po’, i maniaci scarseggiano e lei prova a scannare chiunque, basta che sia un uomo.

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A girare stavolta è R.D. Braunstein, un onesto artigiano che viene dal mondo Asylum, qui alla sua opera migliore. Il passaggio tra il bravo Steven Monroe e il nuovo regista è indolore, a convincere meno è forse la sceneggiatura di Daniel Gilboy, già produttore dei primi due capitoli. Il film pecca purtroppo di intenzioni, cosa abbastanza imperdonabile per un film intitolato “Sputerò sulla tua tomba” e che promette due cose essenziali, sesso e morte. Se in Uno sporco weekend il delirio omicida della mantide Bella aveva un crescendo psicologico che portava lo spettatore a comprendere anche le ragioni della sua immotivata vendetta, qui invece il passaggio tra prima parte e seconda è abbastanza sbrigativo, non ci si sofferma mai realmente sulla psiche di Jennifer e del perchè arriva a sbroccare.

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In un contesto così diverso dai primi film, si corre il pericolo di parteggiare per i cattivi perchè Jennifer diventa una sorta di pervertito Jason Vorhees con belle tette al posto dei muscoli. Lo stesso vale per il suo modus operanti che una giustificazione, da legge del taglione, aveva nel primo capitolo, ma che qui risulta gratuita con peni tagliati in due dopo una fellatio e tubi di ferro infilati a colpi di mazza nel culo. L’idea di un Saw mutato nel mondo dei rape and vengeance fallisce perchè fallisce la costruzione dell’intreccio, il parteggiare per la vittima anche quando scanna uno perchè lei poverina e lui bastardo. Qui lei arriva, uccide un cattivone a gratis, senza che questi gli abbia fatto realmente nulla, solo in virtù del fatto che lei è convinta sia uno stupratore, ma, cara mia Jennifer, il mondo è pieno di certezze labili, valgono come le pentole senza coperchi del diavolo.

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Daniel Gilboy poi scrive una prima parte verbosa, fatta di dialoghi il più delle volte inutili, e cerca di renderci vicine due psicolabili, Jennifer e Marla, che amano trascorrere la sera a pestare uomini o a fargli scherzi più o meno pesanti. Parteggiare per loro è un po’ come prendersi a cuore la sensibilità di un bullo o di un lupo sanguinario.

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Anche il finale scade per eccesso di velleitarismo, con una chiusa onirica un po’ stupidotta che ci insegna che il terapista è già uno stupratore, a cominciare dal nome, therapist – the rapist. L’idea di un numero 4 è francamente spaventosa se queste sono le premesse.

Il film ha forse l’unico pregio nella regia di R.D. Braunstein che riesce a far dimenticare a livello visivo e spettacolare tutto quello che masochisticamente Gilboy ha mal scritto. Il segreto d’altronde per apprezzare I spit on your grave 3 è spegnere il cervello e godersi le belle scene di violenza come si farebbe davanti ad una scopata in un film porno. D’altronde, inutile negarlo, il fruitore del genere torture porn ama il sadismo e le violenza, non che questo sia un male ovviamente, questo sottogenere non è roba per palati fini ma per anime semplici. In questo sbaglia Gilboy cercando una strada intellettuale ad un genere che vive di umori più che di cervello, che richiama la rabbia più atavica, quella della rivalsa e della vendetta.

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Sarah Butler si spoglia di meno e tenta rovinosamente di recitare davvero, risultando perfetta solo quando imbraccia il coltello. Il resto del cast è composto da facce anonime e non molto convincenti, a cominciare dal poliziotto interpretato maldestramente da Gabriel Hogan.

Alla fine, se si ama il genere, il film diverte e scorre liscio, ma è uno strano ibrido di rape and vengence senza mai il rape, lo stupro, ad innescare la violenza, sempre che non si voglia infilarlo come fanalino di coda del primo remake, in una sorta di I spit on your grave di 3 ore. Forse così acquisterebbe senso e compostezza.

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Se vi volete buttare su un film bello che tratta lo stesso tema, senza essere troppo stupido o gratuito, vi consiglio il bel Reversal – la fuga è solo l’inizio. In alternativa anche Julia, recensito qualche settimana fa, ha il suo perchè.
Questo I spit on your grave 3 è invece solo per completisti.

Andrea Lanza


I Spit on Your Grave 3: The Vengeance is mine
Anno: 2015
Interpreti: Sarah Butler, Gabriel Hogan, Doug McKeon, Karen Strassman, Jennifer Landon, Corey Craig, Lony’e Perrine, Joshua Kovalscik, Bobby Reed, Heath McGough, Alissa Juvan, Christopher Hoffman
Durata: 90 min./Inedito

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Note: l’amico Lucius Etruscus parla di Jennifer 3 con toni meno lusinghieri dei miei già poco lusinghieri. La recensione, con spunti interessantissimi, la potete trovare sul sempre gagliardo Zinefilo, la Bibbia della serie Z